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PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame del disegno di legge di conversione n. 3450.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Preda. Ne ha facoltà.
ALDO PREDA. Signor Presidente, vorrei proporre alcune veloci e brevi riflessioni sulla conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 ottobre 2002, n. 236, recante disposizione urgenti in materia di termini legislativi in scadenza.
C'è confusione. È un provvedimento di proroga dei termini per una serie di materie: per lo sviluppo della meccanizzazione in agricoltura, per la disciplina transitoria in materia di collocamento obbligatorio, per privatizzazione, trasformazione e fusione di enti pubblici. E potrei continuare. Materie diverse, settori diversi, proroghe diverse: ciò sta a dimostrare che i problemi non sono stati affrontati, perché ci riduciamo a fine anno ad una serie di ulteriori proroghe. I problemi c'erano e non sono stati risolti, nonostante gli impegni presi dal Governo e dai vari ministri.
Sono stati eliminati alcuni articoli, quali l'articolo 3, relativo alla proroga dell'intervento per agevolare la raccolta dei prodotti agricoli, e l'articolo 5, sulla proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento.
C'è uno stato di estrema confusione e credo che il dibattito di ieri sera lo stia a dimostrare - ne siamo stati tutti testimoni - come anche gli interventi di questa mattina; la fretta crea confusione e la confusione che c'è nella maggioranza e nel Governo creano e stanno creando una serie di problemi. C'è troppa superficialità e credo che ciò sia avvenuto su questo provvedimento ma anche su altri. Ci sono state troppe sviste, quelle del relatore, ma anche quelle del Governo e della maggioranza.
Mi viene naturale porre a tutti una domanda. Qual è la linea del Governo o della maggioranza o del ministro delle politiche agricole o dei sottosegretari, ad esempio, sul periodo di sperimentazione per la manodopera in agricoltura, di cui all'articolo 122, comma 1, della legge n. 388 del 2000, cioè della penultima legge finanziaria? Non è un problema secondario, perché da questa risposta dipendono alcune scelte sulle linee di politica di intervento del Governo o del ministro delle politiche agricole: ad esempio, linee di intervento sulla qualità, sulle produzioni biologiche e sulle produzioni tipiche. In altre parole, si tratta di linee di intervento su quell'agricoltura che ha bisogno e necessità di manodopera.
Credo sia necessario sapere se la nostra agricoltura debba essere, ad esempio, indirizzata sulle commodity, che hanno bisogno di poca manodopera, oppure su un'alta specializzazione, su un forte plusvalore da dare e da riconoscere ai produttori agricoli singoli o associati. Non è un problema secondario, davanti all'atteggiamento del Governo italiano sulle politiche dell'Unione europea e di fronte agli stessi processi di allargamento dell'Unione europea ai nuovi paesi che devono entrare. Infatti, se c'è manodopera, andiamo sulla qualità, mentre se non c'è manodopera, andiamo sulle commodity; se c'è manodopera tendiamo a sviluppare un'agricoltura di base di un certo tipo, se non c'è manodopera, la dobbiamo sviluppare secondo un tipo diverso. Lo ripeto, non è un problema secondario, perché le scelte di ricomposizione fondiaria, ad esempio, faticose, lente non promosse da azioni di governo e da supporti finanziari sufficienti, sono legate anche a questo problema. Se si deve accelerare una ricomposizione fondiaria o meno dipende anche dal tipo di agricoltura che vogliamo avere.
Infatti, se da una parte impediamo, ostacoliamo oppure creiamo intralci burocratici all'utilizzo della manodopera della famiglia contadina allargata, questo diviene un problema non solo di utilizzo di manodopera ma anche di valori della civiltà contadina. Infatti, in certi momenti tutta la tradizione e l'esperienza contadina delle nostre campagne erano legate anche ad un minimo di solidarietà, non solo familiare, di una famiglia allargata, ma addirittura viciniore. Mi riferisco all'utilizzo della manodopera viciniore ed anche quello della manodopera extracomunitaria - mi preme ricordarlo - con una serie di procedure oggi complicate da un punto di vista burocratico. Vorrei solo ricordare
che quest'ultima manodopera, a seguito delle eccessive procedure burocratiche di regolarizzazione per coloro che l'hanno chiesta, rischia di essere prigioniera nel nostro paese perché non si consente di recarsi nei paesi di origine nemmeno per lutti familiari o per le festività natalizie. Le conseguenze strutturali sono notevolissime perché gravi e pesanti rischiano di essere le ricadute sull'intero settore agricolo, come anche sulla trasformazione delle produzioni agricole, sulle filiere, sull'indotto agricolo, che è tanto, e sugli investimenti effettuati in questi anni, anche con il contributo, la partecipazione e il concorso dello Stato, che hanno cercato di privilegiare, ad esempio, la trasformazione dei prodotti agricoli di un certo tipo (pensiamo a tutto il settore dell'ortofrutta).
Tutte le organizzazioni agricole avevano chiesto la sperimentazione; inoltre, sia la maggioranza sia la minoranza e, quindi, i parlamentari di qualsiasi appartenenza politica, alla Camera e al Senato, nel corso dell'esame delle varie leggi finanziarie degli ultimi anni, avevano posto con forza il problema predisponendo degli emendamenti. Avevano, quindi, affrontato la discussione su questo problema.
La scelta effettuata aveva trovato ampi consensi e molti parlamentari ne chiedevano un ampliamento e una stabilità. Oggi manca una verifica dei risultati raggiunti; infatti, nessuno ha detto che in merito alla sperimentazione sia necessaria quantomeno una verifica dei risultati al fine di conoscerne le conseguenze e sapere che cosa, in sostanza, sia successo. Inoltre, non c'è stata alcuna concertazione con le organizzazioni agricole e con il tavolo verde nazionale; vi è stato soltanto un generico impegno assunto dal Governo in Commissione agricoltura con il quale lo stesso intende recuperare qualche emendamento che riesca a risolvere questo problema.
Tutto ciò si è interrotto all'improvviso, senza conoscere quali sono stati i risultati raggiunti; si dice soltanto che ci si è sbagliati o, meglio, non si dice nemmeno questo, sostenendo di affrontare il problema, forse, con un maxiemendamento al disegno di legge finanziaria, attualmente al Senato, o, forse, con il primo disegno di legge o con il primo decreto-legge che «passa» alla Camera o al Senato.
Le promesse, comunque, continuano ad essere fatte; qualche ministro o qualche sottosegretario continuerà, infatti, a promettere ai produttori agricoli e alle loro organizzazioni di risolvere il problema dell'utilizzo della manodopera fornendo, in tal senso, delle assicurazioni che prevedano un aumento del numero degli extracomunitari che potranno entrare nel nostro paese; prometteranno anche un inserimento di questa vicenda, ripeto, nel primo provvedimento di passaggio alle Camere senza alcuna programmazione e con la massima improvvisazione. Continua, pertanto, la confusione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lumia. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE LUMIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, pensavamo che fosse lontana da noi la stagione dei decreti «arlecchino», cioè la stagione dei decreti che si consumavano intorno ad un'idea sbagliata del nostro paese; decreti fatti da ingredienti posticci, decreti che, insomma, tradivano un'idea molto bassa del governare e dell'organizzare la vita sociale, economica e democratica del nostro paese.
Alla fine anche questo decreto è un piatto insipido; ancora una volta, non emerge un progetto di governo del nostro paese chiaro, forte e condiviso. Il centrodestra con il decreto-legge al nostro esame, ahimè, riprende tutti i vizi dell'italietta, cioè l'improvvisazione, l'arte dell'arrangiarsi, mentre si fa occhiolino alla cultura della illegalità e non si accompagna lo sviluppo sostenibile. Questo decreto, insomma, è il paradigma del vostro modo negativo di pensare e di agire per il governo del paese.
Desidero citare e soffermarmi su un esempio: il reddito minimo di inserimento, che è stato la scommessa, positiva, intelligente e creativa del Governo di centrosinistra con l'allora ministro Livia Turco, nel 1998. Allora fu pensato un percorso serio e rigoroso; insomma, un'altra idea di
governare l'Italia. Dico serio e rigoroso perché il reddito minimo di inserimento è stato pensato intorno ad un'idea integrata di intervento sul disagio e le povertà; un'idea anche sperimentale, ma non all'infinito. Un'idea che individuava delle città senza scelte clientelari o con opzioni basate su logiche di appartenenza politica.
La legge finanziaria per l'anno 1998 e il successivo decreto legislativo n. 237 del 18 giugno del 1998 avviarono la sperimentazione in 39 comuni diffusi su tutto il territorio nazionale.
Ricordo che i comuni vennero individuati sulla base di un'indicazione dell'ISTAT, coerente con gli indicatori generali di disagio e di povertà. La sperimentazione riguardava il periodo 1998-2000. Furono stanziati ben 500 miliardi di vecchie lire. Successivamente, la sperimentazione è stata valutata per la prima volta nella storia del nostro paese da un istituto indipendente, l'IRS di Milano, e dalla fondazione Zancan di Padova che ha lavorato a stretto contatto con il dipartimento degli affari sociali e con la commissione di indagine sull'esclusione sociale.
Il rapporto è stato poi consegnato al Governo nel giugno 2001. L'attuale ministro del welfare del Governo Berlusconi, benché ripetutamente sollecitato da interrogazioni e da interpellanze parlamentari presentate dal gruppo dei Democratici di sinistra, non ha ritenuto di adempiere a questo obbligo di legge. Si tratta di un adempimento non solo formale, ma anche sostanziale e di un'idea, che si è sperimentata nel nostro paese, che avrebbe potuto anche essere respinta, ma con argomenti solidi, in grado di fondare il rifiuto che constatiamo, anche con riferimento a questo provvedimento. Naturalmente devo anche denunciare quella furbizia che avvelena il nostro paese e che non mette in condizione di sviluppare un rapporto tra maggioranza e opposizione su binari di grande rispetto e correttezza.
Ricordo a tutti che il reddito minimo di inserimento è stato, di fatto, soppresso dal disegno di legge finanziaria. Ne abbiamo discusso in questa sede, alla Camera, e, al riguardo, vi sono stati diversi interventi, che hanno richiesto, anche in merito a ciò, una azione del Governo (il più delle volte sono stati disattesi).
Ebbene, al Senato, sotto la pressione degli enti locali, che hanno rimproverato il fatto che anche questo disegno di legge finanziaria indebolisce la struttura territoriale del nostro paese, i municipi, gli enti locali, la logica dello sviluppo dal basso, è stato ottenuto un risultato che adesso si dimostra ancora una volta del tutto vano e che tradisce la logica un po' furbina di questo Governo; infatti, per tenere buoni gli enti locali, in questo provvedimento è stata inserita una norma, mi riferisco all'articolo 5, che prevedeva la possibilità di portare avanti questa sperimentazione fino al 2004, utilizzando 700 miliardi delle vecchie lire che il Governo del centrosinistra aveva investito, a conclusione dell'esperienza intorno a questa grande idea.
Ebbene, al Senato, quel Governo, con un colpo di mano, insieme alla sua maggioranza di centrodestra, ha cancellato questa norma: pertanto, i comuni, in una prima fase, sono stati tenuti buoni e, poi, sono stati presi in giro al Senato. Oggi, alla Camera proponiamo che si ripari questo guasto e che il reddito minimo di inserimento sia di nuovo riconsiderato perché vi sono le risorse, vi è la sperimentazione, vi sono determinate valutazioni e migliaia e migliaia di cittadini e di enti locali che aspettano.
Ricordo a tutti che il reddito minimo di inserimento è riuscito a proporsi come misura affidabile di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. Quanto alle stime sulla povertà in Italia, secondo l'ISTAT, nel 2002, vi sono 2 milioni e 707 mila famiglie in condizioni di povertà relativa (rappresentano il 12,3 per cento delle famiglie italiane) e 954 mila famiglie in condizione di povertà assoluta (costituiscono il 4,3 per cento delle famiglie italiane).
La povertà relativa si addensa nel Mezzogiorno, dove le persone povere rappresentano il 25,5 per cento della popolazione,
ma è anche presente nel centronord dove colpisce il 7,3 per cento della popolazione.
In sostanza, abbiamo di fronte una realtà, non definita ideologicamente e demagogicamente, che viene fotografata giorno per giorno. Si quantifica anche l'incidenza della povertà intesa come percentuale delle famiglie povere sul totale delle famiglie di ciascun tipo (come emerge dallo studio dell'ISTAT) e si individuano le coppie, quelle con un figlio minore, quelle con figli, le persone anziane e così via. Insomma, ci troviamo di fronte ad una fotografia seria del nostro paese che richiede un intervento serio del Governo e del Parlamento.
Il centrosinistra chiede un atto di responsabilità; certo, un solo reddito non libera dalla povertà, perché come è stato dimostrato da studiosi di chiara fama internazionale, da nostri ricercatori, dalle organizzazioni di volontariato, dall'associazionismo più intelligente e creativo, la povertà ha bisogno di percorsi integrati.
Il reddito minimo di inserimento è un tentativo capace di promuovere cittadinanza attiva, autonoma e consapevole; accompagna le famiglie e le persone in difficoltà a camminare con le proprie gambe, con uno Stato che integra e non scappa via, con uno Stato che integra e non si sostituisce né ingabbia le risorse e le potenzialità che ogni cittadino ed ogni cittadina hanno dentro, nel proprio cuore e nella propria testa.
Di fatto, poi, questo reddito minimo di inserimento tradisce ancora una volta un'idea improvvisata che si ha del Mezzogiorno, anzi, una idea negativa che si ha del Mezzogiorno.
Di recente, il Presidente del Consiglio, all'avvio della cassa integrazione di molti operai della FIAT, parlando a quelli di Termini Imerese, avviati alla cassa integrazione a zero ore, tradiva il suo modello per il Mezzogiorno, rivolgendosi ai cassaintegrati invitandoli ad «arrangiarsi», arrotondando il loro magro salario attraverso il lavoro nero.
L'idea del Governo sul Mezzogiorno è: arrangiatevi! L'illegalità può, quindi, diventare una risorsa; mentre sappiamo che l'illegalità, sempre ed a qualunque livello, è un vincolo distruttivo delle potenzialità presenti nel Mezzogiorno, cresciute nel Mezzogiorno, e che hanno bisogno, invece, di un altra idea, che coniuga legalità e sviluppo, sviluppo e legalità, due aspetti mai scissi e mai separati.
Nel provvedimento legislativo in esame «si buca» in più parti, nell'agricoltura, nel sistema della sicurezza, nelle attività produttive, nel sistema di welfare (poteva essere l'occasione di rivolgersi al Mezzogiorno con un linguaggio nuovo, ed attraverso strumenti nuovi, di promozione della legalità e dello sviluppo).
Il reddito minimo di inserimento ha proposto al Mezzogiorno di non chiudere gli occhi, di non produrre dipendenze ed assistenzialismo, di non abbandonare le aree del disagio alla illegalità diffusa, che, spesso, si coniuga in modo tragico con il reclutamento di nuovi adepti da parte delle mafie.
Tale aspetto vi richiamerà alle vostre responsabilità, soprattutto a quella che vi siete assunti nel paese, rispetto ad un Mezzogiorno che vi ha votato, ad un consenso che avete ricevuto, ma che non è accompagnato da uno sviluppo serio e da un percorso di legalità altrettanto serio.
Il reddito minimo di inserimento, che ha coinvolto positivamente tante comunità del Mezzogiorno, del nostro paese, e per quanto mi riguarda, tante comunità della Sicilia, tutto ad un tratto è interrotto, non proponendosi alcunché di alternativo.
Era possibile commettere una forzatura, si poteva compiere una rottura, attraverso argomentazioni critiche, con uno studio attento del reddito minimo di inserimento, sostenendo che il centrodestra non avrebbe accettato lo strumento del reddito minimo di inserimento, avanzando, tuttavia, una proposta alternativa: non c'è stato, però, né l'uno né l'altro; né una valutazione critica, attenta, seria e rigorosa, né una proposta alternativa, per sostituire al reddito minimo di inserimento una idea sempre di welfare, sempre integrato, in grado di accompagnare la
crescita di cittadini e delle famiglie in condizioni di difficoltà, di disagio, o di vera e propria povertà.
Nel Governo manca una seria e rigorosa politica industriale: l'Italietta viene ripresa in tutti i suoi vizi; e la crisi della FIAT sta lì a dimostrarlo.
Manca una politica delle risorse sul Mezzogiorno. Si sta discutendo del prestito d'onore. È emersa, anche a tale proposito una beffa. Il prestito d'onore, in una prima fase, venne considerato una proposta ridicola; poi è stato valorizzato, in quanto proposta seria: si scopre che è stata una manovra che il centrosinistra ha saputo azzeccare, in modo intelligente, e si recupera l'idea, per cui si dice: va bene, anche noi del centrodestra vogliamo puntare sul prestito d'onore.
Ebbene, di fatto, per le risorse che sono state investite, per i meccanismi che sono stati individuati, il prestito d'onore viene posto su un binario morto. In questi giorni si è scoperto che non ci sono le risorse, che i tutor - le figure professionali che dovevano accompagnare il nuovo lavoro autonomo e produttivo - non sono stati messi nelle condizioni di svolgere la propria funzione. Vi sono migliaia e migliaia di idee prodotte da tanti disoccupati, soprattutto nel Mezzogiorno, idee buone, valutate positivamente, la cui realizzazione non è mai stata avviata.
Abbiamo assistito allo stesso ragionamento per il credito di imposta: all'inizio è stato demonizzato, è stato considerato uno strumento sbagliato. Poi, sotto l'impulso delle categorie produttive, delle forze sociali, soprattutto le più intelligenti, creative ed operative del Mezzogiorno, questo strumento è stato creato. Ma, anche qui, si è individuata una metodologia negativa, distruttiva, una metodologia che riprende i vizi dell'Italietta: vuoi uno strumento di aiuto? Devi passare da me, cioè devi subire l'intermediazione politico-clientelare. Addirittura, si prevede una sorta di programmazione attraverso una prenotazione e poi, anche se meriti quel tipo di sostegno, se le risorse ci sono, bene, se no, ti arrangi. Stesso discorso vale per la legge n. 488 del 1992. Poi, per condire quest'idea sbagliata, quest'idea assente, che non promuove lo sviluppo e la legalità del Mezzogiorno, si individua nelle regioni un sistema di devolution che creerà dei mali che guasteranno il percorso di crescita del nostro paese e la collocazione moderna, competitiva del nostro paese e del Mezzogiorno nel contesto dell'Europa, nel nuovo contesto che conoscerà il Mediterraneo, soprattutto nel 2010, con la realizzazione dell'area di libero scambio.
Insomma, ancora una volta siamo di fronte ad un decreto-legge «arlecchino», insipido, incapace di proporre, di sfidare l'opposizione, di accompagnare la crescita del nostro paese, di sostenere le intelligenze e le creatività che il Mezzogiorno e il nostro paese offrono.
L'idea che emerge da questo decreto-legge è quella di un'Italietta che si trascina, tra un bilancio nazionale e bilanci regionali e locali disastrati, un'Italietta che non è capace di produrre una politica industriale, una politica di welfare forte nei diversi settori, che non promuove la cittadinanza attiva, la piccola e media impresa, ma promuove semplicemente illegalità diffusa, uno sviluppo stantio, non solo scarso sul piano quantitativo, ma del tutto inadeguato sul piano qualitativo.
Ecco la ragione per cui voi vi state assumendo una responsabilità, che spesso trascende le singole intenzioni dei diversi parlamentari...
PRESIDENTE. Onorevole Lumia, prego di concludere.
GIUSEPPE LUMIA. Voi vi state assumendo una responsabilità politica nel convertire in legge questo decreto-legge, che darà cattivi frutti di cui dovrete rispondere alla coscienza ed all'intelligenza del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Vianello. Ne ha facoltà.
MICHELE VIANELLO. Signor Presidente, vorrei intervenire in merito all'articolo 13-bis concernente proroga di termini
relativi ad opere fognarie a Venezia. Mi fa piacere che questo emendamento sia stato accolto, perché si tratta di una vecchia proposta che io avevo avanzato durante il dibattito sul collegato ambientale alla legge finanziaria 2002. L'accoglimento di questa proroga rappresenta dunque un passo positivo e, quindi, siamo favorevoli al contenuto di questo articolo.
Vorrei, tuttavia, far rilevare alcune osservazioni; per questa ragione ho chiesto di intervenire. Si tratta di una proroga assolutamente necessaria.
Nella nostra città, ormai da molti anni, soprattutto per iniziativa delle amministrazioni di centrosinistra, si è avviata una gigantesca opera di manutenzione tesa a dotare di impianti fognari, non solo le normali abitazioni, ma anche gli impianti privati e civili (ospedali, scuole, campi sportivi, abitazioni civili, alberghi ed imprese artigianali).
Questi impianti sono assolutamente necessari, soprattutto nelle imprese industriali ed artigiane, affinché queste siano messe a norma rispetto ai limiti posti dalla legge. Se non avessimo questa proroga e se, contemporaneamente, non venisse avviata e realizzata questa importante opera di adeguamento, gran parte delle imprese del centro storico veneziano si troverebbe fuori legge e costretta alla chiusura, con gravi danni, dal punto di vista occupazionale ed economico. Tale opera - lo ripeto - è già iniziata da tempo. Gran parte di questi impianti ormai sono a norma. È necessario che un'altra parte venga assolutamente adeguata; è necessario, dal punto di vista legislativo, per non entrare in conflitto con la magistratura e anche perché l'apporto di inquinanti alla lacuna, altrimenti, sarebbe assolutamente inaccettabile. Il punto che, tuttavia, vorrei sottolineare a quest'Assemblea è che per avviare e continuare questa opera vi è stato l'apporto importante di finanziamenti da parte del pubblico, della regione Veneto e del comune di Venezia. Si tratta di opere ingenti, estremamente costose.
Negli anni, la legislazione speciale per Venezia, i rifinanziamenti ottenuti attraverso le leggi finanziarie hanno permesso, al comune e alla regione, di concorrere alle spese sostenute dai privati, dalle aziende artigiane, dagli alberghi e così via.
Per la prima volta, quest'anno, il Governo di centrodestra non ha dato una lira a Venezia. Per la prima volta, dopo dieci anni, non è previsto un soldo né per il comune né per la regione! Da un lato, si dà la proroga, dall'altro mettete gli enti locali nell'impossibilità di concorrere quota parte alla realizzazione di queste opere.
Signor sottosegretario, in queste ore, al Senato si sta discutendo il disegno di legge finanziaria ed alcune proposte emendative, presentate sia da parlamentari del centrosinistra sia da quelli del centrodestra, chiedono di rimpinguare le risorse per i nostri comuni e per la regione Veneto al fine di continuare in queste opere. Vorrei che il sottosegretario avesse ben presente questo punto... qualcuno, vicino a me, dice: figurati!
PRESIDENTE. Ho capito, ma non posso fare il guardiano di Ventucci! Il sottosegretario Ventucci è noto per essere una delle persone più attente e scrupolose del Parlamento.
MICHELE VIANELLO. Stavo richiamando l'attenzione del sottosegretario, non del Presidente della Camera.
La cosa mi interessa perché con il sottosegretario è in atto una discussione che si trascina da un po' di tempo. Vede, sottosegretario, lei è convinto che per salvare Venezia basti il Mose, la grande opera da 8 mila miliardi (ne discuteremo in aula tra qualche settimana). Per salvare Venezia servono anche queste piccole opere. Voi, forse, attraverso quell'opera pensate di salvare la città dalle acque alte, ma se non ci concedete un po' di finanziamenti, Venezia sarà una città salvata dalle acque alte ma senza imprese e senza abitanti. Così la città di Venezia non serve assolutamente a alcuno; non serve agli italiani e a chi in quella città ci vive. Se, in queste ore, le proposte emendative all'esame del Senato, cui facevo precedentemente riferimento - presentate per realizzare
le opere per le quali ci avete concesso la proroga - non saranno approvate, capite che si porta avanti un'opera metà. Vi è la proroga, ma non i soldi per realizzare le opere (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, volevo salutare una delegazione dei vigili del fuoco di origine italiana di New York, qui presenti, che hanno avuto la solidarietà della Camera in occasione degli avvenimenti dell'11 settembre 2001 (Generali Applausi - L'Assemblea si leva in piedi e con essa il rappresentante del Governo). Grazie.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, è chiaro che questo applauso attesta tutta la nostra stima e tutta la nostra fiducia nei pompieri italiani di New York, ai quali, a nome del gruppo Misto, desidero rivolgere un nuovo plauso.
Stamani, come già ieri, sono all'esame di quest'Assemblea provvedimenti estremamente contraddittori e disarticolati, che parlano di tutto e del contrario di tutto. Allora, credo che questa costituisca un'occasione per riflettere, come parlamentari, come rappresentanti di questa istituzione che avvia la discussione, politica ed istituzionale, su aspetti essenziali della vita del nostro paese. Se noi rappresentiamo la nazione e, quindi, gli interessi complessivi di questa nazione, abbiamo il dovere, politico, morale ed istituzionale, al di là delle questioni di schieramento (della cui rilevanza mi rendo perfettamente conto, per carità!), anche di capire la sostanza: quali settori tocca il dettato sottoposto alla nostra attenzione? In quale modo esso incide sui meccanismi di sviluppo economico, di spesa pubblica, di interventi produttivi per ciò che riguarda gli interessi complessivi di questa nostra nazione?
Ebbene, ci dobbiamo rendere conto che provvedimenti come quelli di ieri e come quelli di oggi stanno a dimostrare, nei fatti, che questo Governo, al di là dei suoi sistematici toni propagandistici, non ha una chiara linea di programmazione in relazione allo sviluppo economico e sociale ed a tutte le altre questioni che, più in generale, investono il nostro paese.
Mi rendo perfettamente conto che è difficile governare. Ma, se è difficile, è opportuno anche sottolineare, con molta onestà intellettuale e con senso di responsabilità, anche per dare fiducia ai cittadini italiani, che non ci si può affidare, in maniera sistematica, ad una propaganda che, tutto sommato, non viene più recepita e, anzi, viene rigettata dai cittadini perché i consumi si stanno abbassando, perché vi è incertezza e perché, all'interno della società, non solo si avvertono, ma si toccano plasticamente tutte le incertezze di questo Governo sul piano della programmazione.
Per quanto riguarda le proposte emendative che il centrosinistra ha proposto, a titolo esclusivamente personale, dichiaro che mi asterrò dal voto, per un semplice motivo: perché credo che dobbiamo capire. Pongo il problema al centrosinistra con molta fermezza e con molta responsabilità: se abbiamo, oggi, una legge maggioritaria, il nostro dovere non è tanto quello di contrapporre o di controbattere - o di contrabbandare - posizioni, ma quello di far capire al popolo italiano quali grandi assurdità questo Governo attui!
Abbiamo l'obbligo, noi del centrosinistra, di intraprendere iniziative forti davanti a questi provvedimenti, delle iniziative che facciano capire alla gente italiana questi problemi, e non quello di proporre degli emendamenti che comunque vengono sistematicamente bocciati, che non vengono sistematicamente presi in considerazione. È una nuova battaglia politica, una nuova stagione politica, un nuovo modo di concepire il sistema bipolare, è un sistema che dovrà vederci tutti sempre più profondamente convinti.
Quindi, anche in questo caso, nell'aula parlamentare, dobbiamo iniziare questa nuova stagione politica. Entrando nel merito delle questioni, partendo dall'articolo 1, che riguarda la proroga sulla meccanizzazione
agricola, hanno detto bene i colleghi, in modo chiaro e inequivocabile: non c'è una programmazione degli interventi sull'agricoltura, un'agricoltura che oggi è fortemente penalizzata, un'agricoltura che verrà sempre più penalizzata se non vi è un quadro organico di riferimento che guardi con attenzione, con specificità, ai nuovi processi produttivi all'interno dell'agricoltura. Tali processi produttivi devono essere accompagnati da un sistema chiaro, anche con riferimento alla meccanizzazione, perché nei prossimi anni avremo ulteriori difficoltà nel settore agricolo. Infatti, altri Stati si apprestano ad entrare nell'Unione europea.
Quindi, occorre una programmazione seria sull'agricoltura, che preveda la qualità del prodotto, gli interventi sul biologico, e gli interventi sulla commercializzazione di queste nostre produzioni. Qui si lega con molta forza il problema dell'infrastrutturazione di questo paese, che, sistematicamente, tutti quanti abbiamo definito necessaria (anche voi, nei mesi scorsi, nell'anno passato).
Mi rendo conto che 18 mesi sono pochi, ma non sono poi tanto pochi, perché comunque si continuano a rinviare i problemi, si continuano a rinviare gli interventi sulle grandi opere infrastrutturali, si continua a rinviare una programmazione del tessuto infrastrutturale del nostro paese. Di ciò risente anche sostanzialmente il settore agricolo, con tutte le sue peculiarità, con tutte le sue debolezze. Dobbiamo fare in modo che queste debolezze vengano superate per favorire i nostri prodotti sui mercati internazionali ed europei.
L'aspetto più delicato di questo provvedimento riguarda il reddito minimo di inserimento. Ma perché è stato definito il reddito minimo di inserimento? Io credo che molti colleghi lo hanno sottolineato con dovizia di particolari, perché esisteva ed esiste un dato: nel nostro paese vi è un alto indice di povertà, quindi è era obbligo di un Governo come quello di centrosinistra definire delle posizioni chiare affinché diminuissero questi indici di povertà. E guardate, oggi, per la prima volta, dal 1998 al 2000, abbiamo verificato di nuovo l'aumento degli indici di povertà. Quindi, significa di fatto che questo Governo ha messo in atto strumenti che aumentano la povertà, certamente non la diminuiscono. Quello strumento del reddito minimo di inserimento aveva un significato profondo, che rilanciava il paese e che faceva uscire le masse, quelle quantità di cittadini e di famiglie, che sono in queste condizioni, al fine di avere in prospettiva una condizione diversa dalla povertà.
I dati, riportati con puntualità dai colleghi stanno a dimostrare che dobbiamo impegnarci su questo fronte. A questi dati vorrei aggiungere qualche altro elemento per sottolineare l'importanza del reddito minimo di inserimento. I dati ISTAT stanno a dimostrare che la povertà cresce e, a tale proposito, sono significativi alcuni indici di riferimento; basta guardare le famiglie dove vi sono più figli o dove vi sono portatori di handicap - e qui si innesta con fermezza e con forza il discorso sul sociale che questo Governo non prende in considerazione. Basta guardare le famiglie dove vi sono anziani, o con un basso tasso di scolarizzazione (anch'esso un fattore che aumenta la povertà) ma, soprattutto, basta guardare le famiglie dove vi sono disoccupati.
Non è vero che nell'ultimo periodo vi è stato un aumento dell'occupazione; anche in questo caso basta guardare i dati e il differenziale tra il 2001 e il 2002 per capire che l'occupazione è diminuita. Allora, ritengo che abbiamo il dovere di fare in modo che questo reddito minimo di inserimento abbia continuità perché si è dimostrato uno strumento importante per far diminuire le fasce di povertà nel nostro paese. Noi abbiamo l'obbligo di creare le condizioni per una diminuzione delle fasce di povertà perché il paese possa guardare con certezza, con ottimismo ad un futuro diverso, anche per tanti enti pubblici, tanti enti locali, di tutti i colori politici, che hanno sperimentato il reddito minimo di inserimento e che, oggi, rivendicano con fermezza la definizione di questo provvedimento. È chiaro, infatti, che molti enti locali hanno scommesso su questo strumento
ed hanno anche anticipato, attingendo dalle proprie finanze, interventi seri perché si potesse procedere con la sperimentazione e perché, comunque, alla fine vi fossero le condizioni di occupabilità nel nostro paese. A questi enti locali che probabilmente non riusciranno nemmeno a chiudere i propri bilanci, grazie anche ai tagli che avete apportato nella legge finanziaria, dobbiamo dare risposte forti e importanti per rilanciare questo meccanismo.
Ci sono tante altre questioni che possono essere portate all'attenzione di quest'Assemblea, come l'istituto di sperimentazione per la montagna, ma anche su questo credo sia necessario avviare un dibattito forte all'interno di quest'Assemblea per far capire cos'è la montagna, quali sono le sue risorse, quali i punti di debolezza che devono essere affrontati per uno sviluppo armonico del nostro territorio. Ma questo non si fa, non si sa perché probabilmente siamo, o siete, in altre faccende affaccendati. Ebbene, su questi problemi, sui problemi della programmazione, sui problemi dello sviluppo, del sociale, della scuola, della sanità, di questa società, noi, come centrosinistra, siamo disponibili a sfidarvi per dimostrare al paese che state governando male questa nostra nazione (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Acquarone. Ne ha facoltà.
LORENZO ACQUARONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, molti degli interventi che mi hanno preceduto hanno avuto un carattere prevalentemente politico; vorrei invece svolgere un intervento di carattere tecnico e, paradossalmente, collaborativo, nel senso che vorrei segnalare al relatore ed al Governo una grave questione, una grave lacuna nella quale il provvedimento è incorso.
Il Senato ha corretto un errore del ministero. Capisco che il ministro dei lavori pubblici, impegnato a costruire il ponte sullo stretto di Messina e, tra un ponte ed un altro, qualche galleria, non si occupi di questi problemi, ma si tratta di questioni vitali per il nostro paese.
Prima della modifica del titolo V della Costituzione, vennero emanati due testi unici, quello in materia di edilizia e quello in materia di espropriazioni. Il testo unico sull'edilizia è composto di tre testi normativi, un testo che raduna le norme legislative, un testo che raduna le norme regolamentari ed un testo, il cosiddetto testo A, che tutte le riassume. L'entrata in vigore venne stabilita alla fine del 2001, quindi in un periodo successivo all'entrata in vigore della modifica costituzionale avvenuta con la legge n. 3 del 2001. La legge costituzionale citata prevede che, nelle materie a legislazione concorrente - le materie dell'urbanistica e dell'edilizia, nonché, per larga parte, quella dell'espropriazione rientrano tra quelle concorrenti -, la potestà regolamentare è affidata in via esclusiva alle regioni. Ne segue che tutte le disposizioni contenute nel testo unico per l'edilizia e nel testo unico sulle espropriazioni sono incostituzionali, né vale per loro il principio della continuità affermato dalla Corte costituzionale, per il quale, pur in presenza di una norma nuova, se ve ne è una vecchia e fintanto che non viene emanata la norma di attuazione della nuova, si continua ad applicare la norma anteriormente vigente; nel caso di specie, infatti, queste norme regolamentari sono sorte dopo l'entrata in vigore della riforma del titolo V della Costituzione. Abbiamo, quindi, due testi unici di notevolissima importanza che, per larga parte, devono essere riscritti. Il Governo continua a prorogare, di sei mesi in sei mesi, senza fare alcunché di quello che da tutte le parti, da tutti gli operatori del settore, è richiesto, cioè un'opera di coordinamento: espungere le norme regolamentari che sono di competenza delle regioni, sopprimere tutte le norme di dettaglio che, proprio per il principio della legislazione concorrente, sono riservate alla potestà legislativa regionale e dettare solamente i principi generali.
Quanto detto in riferimento al testo unico in materia edilizia ed al testo unico
sulle espropriazioni vale anche per i decreti legislativi di attuazione della legge obiettivo perché, anche in tale legge, vi sono norme di dettaglio già rimesse al vaglio della Corte costituzionale in quanto invasive della sfera di competenza delle regioni.
Quindi, la proroga del testo unico in materia edilizia ha un senso, ha una ragione se, da oggi al 30 giugno, il Governo non farà quello che in un anno e mezzo non ha fatto, cioè porre mano al riordino della materia, una materia estremamente importante, certamente più seria, più realizzabile e più utile al paese dei progetti - sui quali si buttano via quattrini - per il ponte di Messina e qualche galleria ad esso connessa, tanto per far piacere ai gusti del ministro. Non si dica che si proroga per il gusto di prorogare! Si proroghi per fare qualche cosa!
Ad ogni modo, per ciò che riguarda il testo unico sull'edilizia ed il decreto legislativo di attuazione della legge sulle infrastrutture e gli insediamenti produttivi, vi è una norma introdotta dal Senato, dal momento che il testo del Governo non ne faceva menzione (mi riferisco all'articolo 7-bis). Tuttavia, nel provvedimento non si dice nulla dell'importantissimo testo unico sulle espropriazioni.
Onorevole sottosegretario, il testo unico sulle espropriazioni assume un'enorme importanza e non averne parlato vi provocherà lo stesso guaio prodotto dal differimento dell'entrata in vigore della proroga del testo unico sull'edilizia. In proposito, infatti, la Corte di Cassazione ha affermato che è stata sufficiente l'entrata in vigore per 14 giorni del testo unico sull'edilizia per la depenalizzazione di molti reati edilizi connessi alla nuova normativa e non alla vecchia.
Prendiamo, ad esempio, il caso delle espropriazioni per pubblica utilità: nel nuovo testo unico scompare la figura dell'occupazione d'urgenza che viene sostituita da un nuovo meccanismo volto a rendere più rapida la realizzazione delle opere pubbliche. In questa situazione, ci troveremo senza poter più applicare l'istituto dell'occupazione d'urgenza, laddove è disciplinato da norme di dettaglio, essendo di competenza regionale e non più della legislazione esclusiva dello Stato. Si ritiene, infatti, che l'espropriazione sia materia servente, ossia serva per le opere pubbliche: nel caso di specie, quindi, servirebbe per le opere pubbliche di competenza statale, ma le grandi reti sono di competenza regionale. Pertanto, al 1o gennaio, ci troveremo senza una disposizione onesta e seria applicabile in materia di espropriazioni per pubblica utilità.
Se, infatti, non vi sarà la proroga, entrerà in vigore il testo unico sulle espropriazioni. Quest'ultimo - lo ripeto - è diviso in tre parti: una parte regolamentare, una parte legislativa ed un'altra che le raccoglie tutte insieme. La parte regolamentare è senza dubbio incostituzionale perché disciplina, dopo l'entrata in vigore del titolo V della Costituzione, una materia di esclusiva competenza regionale. Non so se il Governo e la maggioranza si rendano conto di cosa significhi fare entrare in vigore, anche solo per dieci giorni, un testo unico in materia di espropriazioni che, con quello che noi avvocati chiamiamo obiter dictum, la Corte costituzionale, il giudice delle leggi, ha già avuto occasione di dichiarare incostituzionale.
Essersi dimenticati che vi erano scadenze che riguardavano non solo il testo unico sull'edilizia ma anche quello sulle espropriazioni è una responsabilità enorme che grava sul Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Al Senato, qualcuno di buon senso si è ricordato dell'esistenza di questo problema ed ha posto riparo con una proroga, forse insufficiente, di sei mesi (ritengo, però, di non essere un cattivo profeta nel dire che, entro il 30 giugno, vi sarà una norma che prorogherà ulteriormente il testo unico sull'edilizia e sull'urbanistica). Tuttavia, nulla è venuto in mente al saggio senatore che ha corretto la lacuna del Governo in tema di espropriazioni.
Siccome il sottosegretario è una persona ragionevole ed intelligente, facendo appello alla sua ragionevolezza ed intelligenza, vorrei domandargli se questo sia o non sia un problema serio. Ci troviamo di
fronte ad una vostra smania: non si può apportare più alcuna modifica ed il provvedimento non può più essere trasmesso al Senato. Se il provvedimento non verrà trasmesso nuovamente al Senato, riempiendo questa lacuna, il 1o gennaio, con riferimento a tutta la materia delle espropriazioni, alla quale è connessa tutta la materia dell'attuazione delle opere di pubblica utilità (mi riferisco alle opere stradali ed anche alle gallerie, così care al ministro delle infrastrutture e dei trasporti), non si potrà realizzare alcunché. Infatti, oramai per realizzare un'opera pubblica, un esproprio, un'occupazione d'urgenza si rende assolutamente indispensabile il testo unico in tale materia ed il provvedimento non ne parla.
Ho l'impressione che sia una lacuna che meriti che i colleghi del Senato lavorino mezza giornata in più e rivedano il testo. Si tratterebbe di riempire un vuoto gravissimo per le infrastrutture e per tutta la vita sociale ed economica del paese (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e del deputato Biondi).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cennamo. Ne ha facoltà.
ALDO CENNAMO. Signor Presidente, vorrei richiamare per pochissimo tempo la sua attenzione. Credo che la sostanza del provvedimento che stiamo discutendo sia stata ampiamente trattata nei diversi interventi svolti. Vorrei richiamare la sua attenzione sull'articolo 5.
Signor Presidente, è stato già esaminato il disegno di legge di conversione del decreto legge n. 236 nel testo proposto dal Governo. Il Senato della Repubblica, legittimamente, ha modificato tale testo aggiungendo nuovi articoli ma, soprattutto, sopprimendo l'articolo 5 del testo originario.
Signor Presidente, rispetto la decisione del Governo di non aver voluto rifinanziare con la legge finanziaria il reddito minimo di inserimento. Tuttavia, ci trovavamo di fronte ad un provvedimento legislativo approvato da questo Parlamento nel dicembre 2000 che stanziava risorse per tale istituto. Nel testo proposto inizialmente dal Governo si diceva esclusivamente che i processi attuativi della sperimentazione del reddito minimo di inserimento sarebbero proseguiti, fermi restando gli stanziamenti già presenti. Dunque, non vi erano risorse aggiuntive. Questo decreto-legge è stato necessario per far fronte ai rigori del decreto taglia spese che non avrebbe consentito l'utilizzazione di tali residui. Allora, se al Senato viene soppresso l'articolo 5 che presuppone esclusivamente l'utilizzo dei residui, come definireste un atteggiamento del genere nei confronti di 200 mila persone che in questi anni hanno utilizzato tali risorse - sì, anche come forma di assistenza, ma non solo - per uscire da una condizione di disagio (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)? Come definireste tale atteggiamento se non odioso?
Signor Presidente, è vero che il decreto è in scadenza il 25, ma vi sono i tempi per correggere tale errore. Perché non possiamo correggerlo in questo momento, adesso, rimandando il decreto-legge per un giorno al Senato per ripristinare l'articolo 5, nel testo originario (Applausi del deputato Turco)? In questi giorni abbiamo avuto un pressante appello non da parte dei sindaci di centrosinistra, ma da parte di tanti sindaci, come quelli di Catania e di Foggia. Un'accorata lettera del sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, ci ha ricordato che nella città di Napoli vi sarebbero 20 mila persone, 5 mila nuclei familiari, che non potrebbero fruire di questa misura minima per uscire dall'indigenza. Vi sono famiglie che nel proprio nucleo familiare hanno un ragazzo tossicodipendente o non hanno alcun reddito. Queste sono forme di sostegno che aiutano la vita quotidiana della gente. Non pronuncio la parola povertà, mi rifiuto di pronunciarla. Infatti, non si tratta di fare la carità, ma di adottare una misura che possa restituire dignità a persone che vivono una condizione permanente di sofferenza.
Ecco perché, signor Presidente, e mi scuso se richiamo la sua attenzione, vorrei che anche da parte sua vi fosse attenzione su questo provvedimento affinché la Camera ripristini il testo originario e chieda al Senato nei prossimi giorni, prima della scadenza del decreto-legge, di convertirlo in legge come formulato in prima istanza dal Governo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mancini. Ne ha facoltà.
GIACOMO MANCINI. Obiettivo del mio intervento è quello di richiamare l'attenzione dei colleghi, ma soprattutto del Governo, su un aspetto importante e fondamentale di questo provvedimento, che se confermato avrà ripercussioni negative e pericolose per la società italiana, in particolare per quella meridionale. Mi riferisco alla cancellazione del reddito minimo di inserimento, che ha rappresentato un'esperienza positiva, non certamente risolutiva, ma comunque positiva e utile soprattutto perché ha offerto, negli anni in cui tale misura è esistita, uno strumento utile a vantaggio dei più bisognosi. Il reddito minimo di inserimento - è stato già ricordato da alcuni colleghi, ma è bene evidenziarlo ancora - è stato introdotto nel 1998 e la sua sperimentazione è stata in primo luogo offerta a 39 comuni. Nel corso degli anni l'esperienza è stata allargata fino a rappresentare un'opportunità usufruita da più di 34.730 persone, che hanno visto accolta la loro richiesta. In questo modo, è stato fornito un minimo indispensabile, cioè una somma mensile pari a 367 euro.
Noi riteniamo che questa esperienza positiva, anche se non certamente risolutiva, debba essere confermata. In questi giorni, da parte di autorevoli esponenti del Governo, è stato detto che questo è uno strumento che ha un carattere assistenziale e che rappresenta un ritorno al passato; un metodo d'intervento, soprattutto nei confronti delle regioni meridionali, che ricalca esperienze passate e negative.
Ebbene, signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, avremmo potuto accettare questa impostazione se fossimo stati di fronte a proposte alternative, che comunque avessero l'obiettivo di intervenire a vantaggio del Mezzogiorno. Invece queste proposte non ci sono ed ecco perché pensiamo che, in mancanza di strumenti a vantaggio del Mezzogiorno e della parte più indigente della società meridionale, occorra insistere su questo strumento.
Vedete, noi vogliamo rappresentare un Mezzogiorno dinamico, non più «con il cappello in mano» e non più rappresentato da una classe dirigente come quella che veniva a Roma a chiedere il finanziamento e la piccola attenzione nei confronti di una realtà in crisi. Noi vorremmo piuttosto rappresentare un Mezzogiorno all'interno del quale vivono settori dinamici, importanti, con capacità, con intelligenze e con competenze, da sfruttare per la crescita e la rinascita di una parte importante del nostro paese. Proprio perché ci sentiamo di rappresentare un Mezzogiorno dinamico, avremmo voluto che il Governo ponesse un'attenzione propositiva a vantaggio di quella società meridionale.
Avremmo voluto che il Governo si attivasse per valorizzare quell'aspetto positivo che sta emergendo dal Mezzogiorno d'Italia. Invece, niente! In questo anno e mezzo di attività del Governo, nulla è stato proposto.
La situazione delle regioni meridionali era drammatica e, oggi, lo è ancora di più, se solo si considera che il tasso di disoccupazione, in molte zone del sud d'Italia, raggiunge il livello del 40 per cento, dunque una percentuale elevatissima.
Nonostante ciò, in questo anno e mezzo di legislatura, il Governo non ha previsto nulla, dimostrando un totale disinteresse. Eppure, tante soluzioni e tanti interventi si potevano proporre, pensare e realizzare, ma nulla è stato fatto.
L'altro giorno, ad inaugurare l'inizio dell'anno accademico dell'università della Calabria è venuto il Presidente del Senato - non il capo dell'opposizione - il quale,
durante il suo intervento, ha affermato, in maniera chiara, precisa e puntuale, che il Governo deve investire molto di più nella ricerca. A quelle parole sono seguite le dimissioni di tutti i rettori delle università italiane alle quali, da parte del Governo, sono seguite soltanto vuote parole e vuote promesse. Eppure il finanziamento della cultura, dell'istruzione e della ricerca rappresenterebbe un punto importante, dal quale far partire la crescita del Mezzogiorno d'Italia.
In Calabria, nella regione che ho l'onore di rappresentare in questo Parlamento, esistono diverse università. Quella della mia città, vale a dire di Cosenza, è frequentata da 30 mila studenti, il corpo docente è di primo piano eppure, a causa della mancanza di finanziamenti e di una politica attenta, nell'innovazione, nella ricerca e nell'applicazione della stessa, non riesce a produrre quei risultati che potrebbero rappresentare un primo passo importante, questa volta sì, per abbandonare la cultura assistenzialista e per far sì che quelle energie giovani, preparate e intelligenti, del Mezzogiorno possano partecipare attivamente al rilancio dello stesso.
Invece, a causa della mancata attenzione sulla ricerca, i tanti laureati calabresi sono costretti a partire per fare la fortuna delle regioni settentrionali, così come avvenne per i loro padri e per i loro nonni costretti per altre ragioni, ma per gli stessi bisogni, a lasciare la loro terra natia.
Signor Presidente, signori del Governo, avremmo voluto che l'esecutivo si impegnasse in favore del rafforzamento del settore imprenditoriale nel Mezzogiorno d'Italia. Eppure, anche su tale punto importante niente è stato fatto, anzi è stata posta in essere una politica di completo disinteresse, in quanto le agevolazioni - non certo risolutive - proposte dai Governi di centrosinistra invece di essere, in qualche modo, aumentate sono state del tutto cancellate.
Mi riferisco, per esempio, al credito di imposta, sul quale tanti imprenditori meridionali, tanti piccoli imprenditori meridionali facevano affidamento per continuare nei loro piccoli ma importanti investimenti che, qualora fossero stati sostenuti, avrebbero determinato la creazione di un tessuto sociale e di un indotto economico utili per favorire l'occupazione. Ma anche su questo il Governo è stato latitante. Anche su questo il Governo ha guardato dall'altra parte, verso altri punti geografici. Il Governo è stato latitante, dovrà rispondere agli italiani ed ai meridionali anche della mancata attenzione alla politica dei trasporti e dei collegamenti, alla politica infrastrutturale - anch'essa importante e determinante per lo sviluppo del Mezzogiorno -, per la quale nulla è stato fatto, se non a parole, se non proponendo ragionamenti che, oggi, dopo un anno e mezzo di attività, il Governo in qualche caso ha il pudore di non proseguire. Mi riferisco ai ragionamenti, ai discorsi, alle belle parole che avevano ad oggetto la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, del quale oggi non dite più niente. Non continuate a spiegare perché, fortunatamente, c'è ancora del pudore nei vostri ragionamenti. Eppure, ripeto che sulle problematiche infrastrutturali tanto si poteva dire e tanto si poteva fare. Il Mezzogiorno d'Italia è completamente assente dagli importanti discorsi sui corridoi, sul corridoio 5 e sul corridoio 8. Ugualmente mancano discorsi utili e propositivi - ma discorsi ai quali devono seguire i fatti - per quanto riguarda la realizzazione della rete infrastrutturale minima. Mi riferisco all'autostrada Salerno-Reggio Calabria e all'autostrada che, partendo da Reggio, dovrebbe raggiungere Taranto e la Puglia, collegando, quindi, tutto il Mezzogiorno. Anche su questo argomento siete latitanti.
Ecco perché, in un quadro del genere, di totale disinteresse nei confronti delle regioni meridionali, siamo qua ad insistere almeno per il mantenimento di uno strumento - ripeto - non risolutivo ma che, in qualche modo, è utile ed è importante per far sì che tante famiglie, soprattutto del Mezzogiorno d'Italia, vengano sottratte alla condizione d'indigenza, nella quale, invece, saranno costrette a vivere a causa di questa vostra improvvida decisione.
Di tutte queste mancanze voi, signori del Governo, avete la colpa: di tutte queste mancanze e di tutta questa disattenzione nei confronti del Mezzogiorno, che rappresenta e dovrebbe rappresentare una risorsa per il futuro dell'Italia ma che, invece, voi considerate una zavorra. Di tutte le mancate attenzioni e di tutte le vostre vuote parole, signori del Governo, porterete la responsabilità. E di questa cattiva politica dovrete rendere conto a tutti gli italiani (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
RENZO INNOCENTI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RENZO INNOCENTI. Signor Presidente, da stamani i colleghi delle opposizioni stanno avanzando alcune richieste di modifica del testo del decreto-legge alla nostra attenzione su aspetti che sono di estremo interesse e che riguardano problemi concreti di centinaia di migliaia di cittadini poveri del nostro paese.
Stanno ponendo questioni legate a variazioni della normativa presenti in questo provvedimento che creano problemi a settori produttivi come quello dell'agricoltura, con la mancata proroga di una sperimentazione per consentire un po' più di flessibilità nell'uso della manodopera all'interno delle aziende dei coltivatori diretti. Vi sono altre questioni, come quelle sollevate dal collega Acquarone, riguardo a vere incongruenze esistenti nel testo che abbiamo all'esame su proroghe di termini che, se non sono completamente inseriti in una normativa organica, rischiano di essere inefficaci o addirittura controproducenti, ossia di bloccare, in questo caso, le normative degli investimenti pubblici, e poi vi si sono altre questioni ancora.
Ora, noi non pretendiamo grandissime cose. Come opposizioni abbiamo avanzato delle proposte in questa serie di interventi raccogliendo, signor Presidente, anche un suo invito stamani a chiusura di un brevissimo dibattito scaturito dall'intervento della collega Finocchiaro, dove si riproponeva all'attenzione dell'Assemblea la necessità di adottare una deliberazione su un tema importantissimo come quello relativo all'articolo 41-bis e sulla necessità che entro la fine dell'anno si modifichi il testo al nostro esame, per cui vi è la necessità di esprimere un voto in quest'aula. Lei stesso, signor Presidente, in quell'occasione ci invitava, e tuttora invita, come è giusto che sia, a promuovere iniziative tese a trovare anche accordi possibili sulle modifiche del testo, in modo da consentire - per quanto possibile - un celere avvio dei lavori anche per la parte successiva, la discussione degli emendamenti, con la proposta di passare successivamente, dopo l'approvazione del disegno di legge di conversione di questo decreto-legge, agli altri punti all'ordine del giorno.
Ebbene, abbiamo posto le questioni stamani. Voglio dire al Presidente che non sentiamo e non abbiamo alcuna risposta: le risposte possono venire in tanti modi. Poniamo alcune questioni di merito che riguardano il reddito minimo di inserimento e, ripeto, le questioni sulla variazione delle norme sul collocamento dei lavoratori disabili: questa norma, presente all'interno del testo così come ci è stato trasmesso, di fatto, significa bloccare possibilità di lavoro, anche qui, per i cittadini più indifesi, come sono i lavoratori disabili. Sul reddito minimo di inserimento, guardate, facciamo una richiesta rivoluzionaria: ripristinate il testo del Governo. Chiediamo questo! Chiediamo di ripristinare il testo varato dal Governo.
Francamente, non mi sembra che siano richieste esose, impossibili, velleitarie, prive di fondamento e quant'altro. Tra l'altro, sui tempi ci sono anche quelli necessari per poter fare una discussione di merito, approvare delle modifiche, rinviare questo testo per una nuova lettura al Senato, visto che il decreto-legge scade il 24 dicembre. Ebbene, noi non possiamo essere un «votificio» visto che, come qualche collega ha sottolineato stamani, l'altro ramo del Parlamento in prima lettura ha inserito 10 articoli e noi non possiamo modificare il testo.
Quindi, signor Presidente, è un invito ed un appello che faccio ai colleghi perché giungano risposte positive a problemi che noi poniamo da stamani, auspicando che queste vengano e che ci sia, quindi, la possibilità di proseguire in modo proficuo i nostri lavori.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, sono stato molto attento alla discussione, non solamente di oggi, ma soprattutto di ieri. Debbo apprezzare anche l'intervento dell'onorevole Oliverio il quale, pur essendo, ovviamente, contrario al fatto che sia stato soppresso questo articolo, ha però riconosciuto, con dottrina e testi alla mano che questa sperimentazione non ha avuto un successo. Ha dichiarato che per il 50 per cento è stata positiva mentre la restante parte è stata negativa.
LIVIA TURCO. Ma chi l'ha detto? Si documenti!
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Il ministro Maroni ha ritenuto di far cessare questa sperimentazione perché ha pronta una proposta, che presenterà al Parlamento, ma che deve essere ancora articolata. Al momento non posso dire quanto tempo ci vorrà, ma si tratta di una proposta già allo studio presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
Venendo incontro a quanto rappresentato in Commissione, da parte dell'onorevole Battaglia e da tutta l'opposizione e da altri colleghi, il Governo dichiara fin d'ora di accogliere un ordine del giorno che ripristina praticamente l'articolo 5, del decreto-legge, soppresso dal Senato (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
Signor Presidente, quello che possiamo fare, nella fase in cui questo decreto-legge è esaminato dalle Camere, è di accogliere l'ordine del giorno che ripristina quanto disposto dall'articolo espunto al Senato.
Per quanto riguarda poi la proroga di cui all'articolo 2 che mantiene, fino ad oggi, la disciplina dell'articolo 11 del decreto del Presidente della Repubblica n. 33 del 10 ottobre del 2000, occorre precisare che si tratta di una proroga che viene aggiunta ad un'altra proroga in quanto il Governo intende regolamentare in maniera organica la proposta. Ciò non sopprime assolutamente le norme attuali; nessuno dei disabili, quindi, subirà delle ripercussioni. Noi abbiamo chiesto soltanto una proroga di 12 mesi e ci auguriamo che la riforma organica possa essere attuata quanto prima; tuttavia, ribadisco che si tratta di una proroga ad una proroga già prevista dai Governi precedenti.
In ordine a quanto segnalato dall'onorevole Acquarone, devo dire che sono già pronte due bozze; tuttavia, occorre collegarle con tutta la normativa: l'onorevole Acquarone sa bene quanta normativa esiste nel nostro paese (150-200 mila leggi circa). Si sta lavorando e questi mesi di proroga sono assolutamente necessari per coordinare il tutto.
Debbo dire, inoltre, che il Governo non cessa la propria attività con le feste di Natale; infatti, se ci fosse qualcosa, questo lo posso dire tranquillamente sebbene si tratti di un fatto estremamente banale, che dovesse creare disagi a seguito dell'attuazione della normativa tale per cui i cittadini ne potrebbero soffrire, stia tranquillo, onorevole Acquarone, il Governo può adottare un provvedimento anche domani o dopodomani. Dico questo per non creare sconcerto nell'opinione pubblica. Pertanto, ripeto, se ci fosse qualcosa - dato che tutti siamo esseri umani - che non quadra, stia tranquillo onorevole Acquarone, io ho preso nota sia della sua osservazione sia delle altre osservazioni formulate ed il Governo è pronto ad agire al fine di non creare disagi alla vita dei cittadini.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, intendo chiedere un limite al tempo degli interventi.
MARCO BOATO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, sarò brevissimo, sebbene non abbia aperto bocca durante tutta la mattinata. Per cui, che lei mi faccia un richiamo al rispetto dei tempi...
PRESIDENTE. No, il richiamo non era rivolto a lei; lo faccio soltanto perché vi sono diversi colleghi che intendono, probabilmente, parlare su questo punto metodologico.
MARCO BOATO. Come è mia consuetudine, sarò molto breve. Mi ero iscritto a parlare ed avevo chiesto la parola subito dopo il collega Innocenti; il Governo, invece, può chiedere la parola quando vuole. Ho ascoltato con attenzione e rispetto la risposta fornita dal sottosegretario Ventucci al collega Innocenti e agli altri colleghi che sono intervenuti. Francamente, però, con tutto il rispetto e l'amicizia che nutro per il sottosegretario, non la ritengo una risposta soddisfacente.
Per quanto mi riguarda, mi associo alle richieste ed alle motivazioni di metodo e di merito che il collega Innocenti ha fatto e che sono condivise da tutti i gruppi dell'Ulivo.
Signor sottosegretario, lei ha affermato che il ministro Maroni ha un progetto - non si sa quale e non si sa quando - e quindi, tenuto conto che tali questioni le abbiamo sollevate con numerosi emendamenti già in Commissione, il ministro Maroni poteva, questa mattina, o venire in aula o dare a lei un testo da leggere. Il ministro, quindi, poteva venire in aula e fare delle dichiarazioni impegnative e non quelle inevitabilmente generiche e indeterminate che lei è stato costretto a fare poco fa.
Si dice che il Governo potrebbe accettare un ordine del giorno che ripristinerebbe un articolo soppresso al Senato con un emendamento del Governo (è stato, infatti, il Governo a presentare l'emendamento soppressivo). Francamente, capisco la sua volontà di venire incontro ad alcune richieste dell'opposizione, ma la sostanza del suo discorso è che non si vuole cambiare una virgola.
Il collega Innocenti ha affermato di essere d'accordo sulla possibilità di apportare alcune limitate e significative modifiche che permettano di varare il provvedimento in esame in modo che il Senato le possa riesaminare nel giro di poche ore, entro i termini di scadenza. Il Senato concluderà l'esame del disegno di legge finanziaria il 18 dicembre e, pertanto, non credo che vada in vacanza in quella data e avrebbe, quindi, tutto il tempo per riesaminare alcune limitate modifiche che volessimo concordare in aula, nel corso, magari, di una breve sospensione.
Lei, con il garbo che tutti noi conosciamo, ha affermato che non si vuole cambiare una virgola; ha detto garbatamente «no» a tutto. Affermare che il Governo accetterà un ordine del giorno con il quale ripristinare la norma che è stata soppressa mi pare sia, dal punto di vista tecnico e giuridico, illegittimo perché un ramo del Parlamento non può, tra l'altro con un emendamento del Governo, sopprimere una norma introdotta dal Governo stesso (mi riferisco all'articolo 5 del decreto-legge originario) per poi essere ripristinata attraverso l'accettazione da parte del Governo di un ordine del giorno. L'ordine del giorno non è uno strumento legislativo e, fra l'altro, non può essere in ogni caso in collisione diretta con quella, vorrei dire, sciagurata volontà del Governo di sopprimere al Senato un articolo che il Governo stesso aveva inserito nel testo del decreto-legge.
Pertanto, suggerisco anche a lei, signor Presidente, di verificare almeno la possibilità di uscire da questa situazione di impasse, senza ascoltare altre eventuali decine di interventi, e valutare la possibilità di concedere un quarto d'ora di sospensione dei nostri lavori per permettere al Comitato dei nove di riunirsi con il
Governo al fine di esaminare la possibilità di trovare un accordo su alcuni, pur limitati punti del provvedimento (noi, infatti, non chiediamo che tutti gli emendamenti dell'opposizione siano accolti).
Se si trovasse l'accordo su alcuni limitati punti, sui quali anche il Governo ha manifestato, nel merito, un certo interesse, ma anche chiusura, dal punto di vista legislativo, forse il disegno di legge di conversione del decreto-legge, con alcune modifiche, potrebbe essere rapidamente approvato ed il Senato, al termine dell'esame del disegno di legge finanziaria, avrebbe l'opportunità in poche ore di convertirlo definitivamente in legge, sia pure con il nostro voto contrario, ma con un atteggiamento di dialogo parlamentare. Altrimenti, fuori dalle aule parlamentari si sostiene che l'opposizione dice «no» a tutto e che fa il muro contro muro, quando il muro contro muro lo stanno facendo la maggioranza ed il Governo i quali stanno, purtroppo, dicendo «no» a tutto.
Signor Presidente, ho avanzato una proposta, intervenendo sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ho sentito, onorevole Boato. La sordità ancora non mi ha attanagliato.
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Se esistessero ipotesi per snellire i tempi... ma mi sembra di capire che così non è.
In questo caso, l'onorevole Boccia ha facoltà di intervenire.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, intervengo in merito alle dichiarazioni rese dal Governo. Solleverò, in merito, tre problemi: uno, di merito, sulle affermazioni del sottosegretario, l'altro, di metodo, sulla forma e l'altro ancora sui lavori complessivi della Camera, in vista della chiusura dell'anno.
Signor Presidente, il collega Innocenti ha spiegato le ragioni di tutta l'opposizione, dell'Ulivo in particolare, che ci inducono ad aprire un confronto. Abbiamo sollevato determinate questioni questa mattina e correttamente diciamo all'Assemblea che siamo pronti a contribuire ad una rapida approvazione di questo provvedimento, se si apporteranno alcune modifiche che riteniamo essenziali.
Il Governo, come ha mirabilmente sintetizzato con la sua consueta onestà intellettuale il collega Boato, risponde e dice: va bene tutto quello che dite, ma, al limite, presentate ordini del giorno perché non possiamo modificare il testo. Ebbene, questa mi pare una risposta abbastanza irriverente, per non dire furba. Se le questioni sono ritenute giuste, non si può rispondere: presentate un ordine del giorno», essendo lo stesso solo un atto di indirizzo, neanche vincolante.
La proposta emendativa Battaglia 2.1, se accolta, pone le condizioni per il proseguimento dell'iter legislativo del provvedimento in esame, come anche l'articolo aggiuntivo Boato 4.08, che, come ha detto Cennamo, ripristina qualcosa di già esistente.
Potrei continuare elencando le questioni poste dall'onorevole Acquarone e da altri colleghi relativamente al settore agricolo e al collocamento obbligatorio. Tuttavia, lei mi deve consentire, richiamando in tal caso anche la sua responsabilità, di rilevare che frequentemente, accade che il Governo dichiari di accogliere posizioni dell'opposizione, prendendoci in giro; nel senso che, poi, a tali dichiarazioni non seguono i fatti.
Ricorderà che dieci giorni fa il ministro Marzano ha dichiarato che sull'assicurazione obbligatoria...
PRESIDENTE. Onorevole Boccia...
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, ho capito, ma si tratta di una questione importante.
Il ministro Marzano ha dichiarato che anche al Senato durante la discussione della finanziaria avrebbe proposto la correzione di quell'aberrante norma riguardante il 90 per cento degli italiani; lo ha dichiarato in Assemblea, ma la cosa non è
avvenuta. Ora, il sottosegretario dichiara di essere pronto a preparare un decreto domani mattina, se ciò serve. Ma noi possiamo avere fiducia in tali affermazioni?
Signor Presidente, lei ha la responsabilità di dirigere i lavori assembleari, lo fa molto bene, e noi quasi sempre le siamo accanto, mentre il Governo ha la responsabilità di dare i pareri, per cui una risposta al collega Innocenti deve essere data dal relatore del provvedimento, dal presidente della Commissione e dai capigruppo della maggioranza, in quanto ciò non attiene né all'andamento dei lavori dell'Assemblea né ai pareri del Governo. Il provvedimento in esame è nelle mani e nella disponibilità dell'Assemblea, ed è giusto, quindi, che siano le forze politiche ad occuparsene.
Il collega Innocenti, infatti, si è rivolto alla maggioranza, non al Governo né al Presidente della Camera, che in tal caso non potrebbe fare alcunché. Vorremmo, insomma, ascoltare il parere della maggioranza, o del relatore, del presidente della Commissione o dei capigruppo, tuttavia, non si può dire che non siamo collaborativi e costruttivi; infatti, abbiamo chiesto che fossero accolte alcune proposte emendative, per poi proseguire nei lavori.
In vista della Conferenza dei capigruppo, convocata per oggi pomeriggio, se la maggioranza ritiene di trasformare la Camera dei deputati in un «votificio», obbligandoci ad alzare la mano per tre provvedimenti legislativi all'esame nell'arco di qualche ora, se il Senato ha rinviato a lunedì prossimo l'esame del maxiemendamento sulla finanziaria, pensando che la Camera esaminerà la stessa giovedì o venerdì, affinché in ventiquattr'ore la si approvi, allora, ritengo, signor Presidente, necessario in tali casi un suo interessamento diretto per capire come si svolgeranno i lavori parlamentari. Infatti, non si dica, dopo, che è l'opposizione a fare ostruzionismo: c'è sì un ostruzionismo, ma fatto dalla maggioranza a se stessa!
Noi non possiamo continuare ad alzare la mano ed a premere bottoni (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani)!
PRESIDENTE. Onorevole Boccia, se i tempi dei lavori del Senato, riguardanti la legge finanziaria, non sono stati rispettati nei termini previsti inizialmente, ne prendo atto, tuttavia, come Presidente della Camera, altro non posso fare.
Le riflessioni politiche è giusto che le facciano i gruppi parlamentari, e lei, giustamente, come esponente autorevole di un gruppo parlamentare, le ha fatte.
Ho sempre difeso - e sempre difenderò - le prerogative del Parlamento. Lei ha detto che il Parlamento non è un «votificio» e questo è un concetto che io ho già espresso in passato, per cui, per quanto riguarda la difesa delle prerogative del Parlamento, mi sento assolutamente sereno e tranquillo di aver sempre difeso nel modo e nella forma giusta le prerogative ed anche l'autonomia del Parlamento.
Mi sono permesso di chiedervi di essere più celeri poiché il presidente della Commissione di vigilanza sulla RAI, senatore Claudio Petruccioli, mi sta aspettando per un incontro istituzionale, ma non mi sembrava giusto non assistere a questo passaggio in aula.
LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, sarò brevissimo, ma ho bisogno dell'attenzione del sottosegretario Ventucci...
PRESIDENTE. Sottosegretario Ventucci, mi scusi, ma l'onorevole Violante richiede la sua attenzione.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Chiedo scusa.
LUCIANO VIOLANTE. Signor sottosegretario, l'abbiamo ascoltata con attenzione perché lei è sempre pacato nell'esporre le sue motivazioni e la ringraziamo per la pacatezza con la quale è intervenuto, però c'è un problema, in particolare, che sta a cuore al nostro gruppo: il reddito minimo di inserimento.
Colleghi, 40 mila famiglie hanno ricevuto e stanno percependo il reddito minimo di inserimento: si tratta di 200 mila persone. Queste persone hanno costruito un loro progetto di vita sulla base della possibilità di ricevere questi interventi - dei quali non so se i colleghi siano al corrente - che consentano, attraverso una sorta di negoziazione sullo stile di vita delle stesse famiglie, di far riemergere dall'emarginazione, anche dalla desolazione, le famiglie, soprattutto quelle con bambini - come credo lei sappia, signor sottosegretario - per evitare che i bambini siano dichiarati in stato di adottabilità o affidati alla strada (o a chi capita).
Ebbene queste famiglie vedrebbero, dall'oggi al domani, tagliate le loro risorse. Se non ho capito male, lei ci ha detto che il ministro Maroni è disponibile a presentare un provvedimento. Però lei intende - anche per la sua educazione politica e civile, se mi permette - che lasciare queste famiglie, dall'oggi al domani, senza alcuna prospettiva è un sacrificio che qualunque paese dovrebbe respingere. Ma per quale motivo? Se il Governo ha da fare qualcosa, la faccia. Nel momento in cui l'avrà fatta, si sospenderà questo intervento; ve ne sarà un altro, magari più efficace, poi ne discuteremo. Ma tagliare dall'oggi al domani questo tipo di interventi, dicendo che poi ve ne sarà un altro... lei sa in quali condizioni disperate vivono 40 mila famiglie, 200 mila persone!
Questa per noi è una questione assolutamente discriminante, per cui mi permetto di insistere su un punto: se il Governo e il sottosegretario, con l'affabilità e la competenza che ha, e il presidente della Commissione potessero considerare per un momento la questione, credo che ciò potrebbe aiutare lo sviluppo del nostri lavori...
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, prima di formularle la richiesta di sospendere per un breve termine, credo sia doveroso dare comunque una risposta soprattutto al collega Boccia, il quale, tra l'altro, ha ricevuto l'applauso dei suoi colleghi; dico questo non tanto per l'applauso, ma perché ho la sensazione che i discorsi di demagogia, questa mattina, in quest'aula, siano di uno spessore tale che non ci consentiranno - come invece mi auguro - di poter andare avanti in assoluta serenità.
Volevo far presente che questa mattina, alle nove, si è riunito il Comitato dei nove, a cui non ha partecipato nessuno dei componenti dell'opposizione, ad eccezione dell'onorevole Marone - per dieci minuti - dei Democratici di sinistra.
MARCO BOATO. Avevate già detto di no a tutto in Commissione!
PRESIDENTE. L'onorevole Bruno è sempre costruttivo, lasciatelo parlare...
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Visto che mi si chiede una sospensione di dieci o venti minuti, credo che la mezz'ora di questa mattina poteva servire proprio a questo.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Nonostante le mie perplessità su quello che potremmo fare, le chiederei una sospensione di dieci minuti, riprendendo però i lavori, e quindi le votazioni su questo provvedimento, subito dopo.
PRESIDENTE. Non mi sembra vi siano obiezioni al riguardo, pertanto, ritengo di poter accedere alla richiesta del presidente Bruno.
Quindi sospendo brevemente la seduta per consentire la riunione del Comitato dei nove nella sala dei ministri.
La seduta, sospesa alle 13, è ripresa alle 13,45.
PRESIDENTE. Avverto che, con il consenso della Commissione, l'onorevole Quartiani ha riformulato il suo emendamento 13-quater.1 nei termini che seguono: al comma 1 dell'articolo 13-quater sostituire le parole: «all'articolo 18, comma 2», con le seguenti: «all'articolo 21, comma 4». In tale nuova formulazione, l'emendamento è da ritenersi ammissibile.
Do ora la parola al presidente della I Commissione, onorevole Bruno, perché riferisca sull'esito della riunione del Comitato dei nove.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, la riunione, fortunatamente, non è rimasta infruttuosa anche se, giustamente, le richieste dell'opposizione erano varie ma contenute nel numero. Il Governo ed il relatore hanno espresso parere favorevole al ripristino dell'articolo 5, nel testo originario, prima dell'intervento del Senato. Pertanto, sull'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010, che ripristina il testo originario dell'articolo 5 del decreto-legge, fermo restando che su ciò interverranno anche il relatore ed il rappresentante del Governo, la Commissione esprime parere favorevole. In questo, si sono limitati gli interventi emendativi della riunione testé svolta.
PRESIDENTE. Qual è il parere del Governo a tale proposito?
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Il parere del Governo è conforme a quello espresso dal presidente della I Commissione.
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, il lavoro svolto dal Comitato dei nove - come avevamo chiesto - è stato proficuo. Vi è stato, infatti, un reale confronto tra opposizione e maggioranza. La proposta formulata dal presidente della Commissione ricalca, in qualche modo, il risultato.
Signor Presidente, tutto il centrosinistra (quindi, l'Ulivo ma anche il gruppo di Rifondazione comunista) ha, questa mattina, messo in atto una fortissima opposizione - come ha ricordato il presidente Violante - sulla questione del reddito minimo di inserimento. Viene manifestata da parte della maggioranza la volontà di accogliere una proposta emendativa su cui è stato espresso parere favorevole e che - sebbene in parte e ripristinando un testo originario - raccoglie le nostre posizioni sulla proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento. Inoltre, dal sottosegretario abbiamo appreso (ci sono state riferite assicurazioni anche dello stesso ministro) che l'accoglimento di tale proposta avvia un ragionamento sulla possibile riedizione di nuovi strumenti che, in qualche modo, possano prorogare forme sperimentali, magari più consone.
In questo quadro, credo si possa accogliere la proposta del presidente della I Commissione. Lei comprenderà, signor Presidente, che, pur impegnandoci a non chiedere la parola sulle nostre proposte emendative, non possiamo fare a meno di chiederne la votazione. Resta, in ogni caso, il nostro impegno a non chiedere di intervenire sulle proposte emendative che, ovviamente, saranno poste in votazione. Ci auguriamo che le stesse siano approvate; tuttavia, se fossero respinte, ne prenderemmo atto.
MARCO BOATO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, è stata opportuna la sospensione che avevo richiesto. Come sempre avviene, nel Comitato dei nove - lo ha ricordato il presidente Bruno -, vi è stato un confronto reale. Come abbiamo preannunciato,
avremmo focalizzato le nostre richieste su punti limitati, ben consapevoli del ruolo distinto tra maggioranza ed opposizione.
Le nostre richieste, più ampie, riguardavano anche l'articolo 2, il ripristino degli articoli 3 e 5, nonché l'articolo aggiuntivo Duca 4.011 sulle imprese marittime.
Il punto di incontro, com'è stato ricordato dal presidente Bruno e dal collega Boccia, è costituito dall'accoglimento dell'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010, sottoscritto da tutti i gruppi dell'Ulivo, con il quale viene ripristinato il contenuto dell'articolo 5 del testo originario, relativo al reddito minimo di inserimento.
Vi è insoddisfazione rispetto agli altri punti, ma consideriamo quest'ultimo un risultato utile. Perciò, prendiamo atto, positivamente, del punto di incontro che è stato trovato in sede di Comitato dei nove.
PIETRO FONTANINI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIETRO FONTANINI. Signor Presidente, desidero segnalare che il gruppo della Lega nord Padania è contrario all'approvazione dell'articolo aggiuntivo proposto dall'opposizione. Già stamattina, in Comitato dei nove, il Governo aveva evidenziato che con un ordine del giorno sarebbe stato raggiunto lo stesso risultato.
Ora, si profila l'aggravio del ritorno del provvedimento al Senato. Siamo contrari, dunque, perché si allungano i tempi di conversione del decreto-legge e, soprattutto, perché l'opposizione cercherà di sfruttare questa pseudovittoria (abbastanza effimera, invero, perché l'obiettivo poteva essere benissimo raggiunto mediante un ordine del giorno, come il Governo aveva più volte evidenziato ed assicurato).
ALFONSO GIANNI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, desidero far conoscere il punto di vista del mio gruppo sulla questione.
Come i colleghi del centrosinistra sanno, la soluzione originariamente proposta, il reddito minimo di inserimento, non era per noi bastevole ai fini della lotta alla disoccupazione e del sostegno al reddito, sia per la sua limitatezza dal punto di vista geografico sia per la modesta entità della somministrazione in denaro (cinquecentomila vecchie lire).
Pertanto, avevamo preparato, e manteniamo ferme - questo voglio dirlo chiaramente, signor Presidente -, tre proposte emendative che non si limitano a riprodurre il testo originario del decreto-legge, prima dell'intervento, in stile Attila, del ministro Maroni, ma sostengono la necessità di considerare transitoria la misura in parola fino all'introduzione di un vero e proprio salario sociale per i disoccupati di lunga durata oppure fino all'innalzamento al milione di vecchie lire (circa 520 euro) o, ancora (come si vede, proponiamo tre soluzioni a scalare), fino all'incremento della somma corrisposta sulla base dell'inflazione reale, certo non di quella programmata.
Essendo questo il contenuto delle nostre proposte emendative tendenti all'introduzione di un articolo 4-bis, suppongo che la Presidenza vorrà considerarle come subemendamenti all'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010, sul quale è stato espresso parere favorevole. Naturalmente, siamo animati da una logica di concretezza, per cui riteniamo che, in una condizione di bisogno, sia meglio qualcosa dello zero assoluto o, come si sarebbe detto un tempo, della miseria nera.
Quindi, è evidente che, mentre ci asterremo dal voto sull'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010, sosterremo le proposte emendative che - dal nostro punto di vista, per carità! - sono migliorative.
PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
ANTONIO ORICCHIO, Relatore. Presidente, il parere è contrario su tutte le
proposte emendative presentate, fatta eccezione per l'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010.
PRESIDENTE. Il Governo?
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione degli identici emendamenti Battaglia 2.1 e Alfonso Gianni 2.17.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà (Commenti).
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, colleghi, noi abbiamo posto questa questione, che vorrei tutta la Camera avesse chiara. Questo articolo 2 compromette fino al 31 dicembre 2003 l'attuazione della legge n. 68 sul collocamento obbligatorio. È una legge votata nel 1999 da questo Parlamento all'unanimità ed è una legge nella quale avevamo previsto tutta una serie di scadenze da una parte per consentire alle regioni di organizzare i loro uffici, che avrebbero messo in moto tutti i processi per il collocamento mirato, dall'altra parte, essendo una legge fortemente innovativa, per dare la possibilità alle aziende di conoscerla meglio e di poter esercitare in maniera efficace questa loro responsabilità.
Per questo motivo sia la legge sia i regolamenti attuativi prevedevano dei tempi di attuazione. Il decreto del Presidente della Repubblica n. 333 prevedeva, all'articolo 2, 24 mesi di tempo per conteggiare l'aliquota del 7 per cento in maniera corretta proprio per agevolare le imprese, i servizi di collocamento, rispetto ad una piena attuazione della legge.
A distanza di tre anni dall'approvazione della legge, una proroga di questo termine, che è scaduta nel mese di ottobre, non ha più alcuna giustificazione, perché i servizi di collocamento sono stati organizzati dalle regioni e perché le aziende ormai hanno tutti gli elementi per rispondere adeguatamente ad una legge che ha al suo interno tutta una serie di meccanismi di flessibilità, come la chiamata nominativa per il 60 per cento delle persone da collocare, come le convenzioni e come tutta una serie di meccanismi di graduazione del collocamento.
Quindi, questa norma non può essere che interpretata come una volontà del Governo di bloccare il funzionamento della legge n. 68, perché consentirà agli enti pubblici e agli enti privati di conteggiare all'interno dell'aliquota del 7 per cento non i soli lavoratori disabili, come prevede la legge, ma anche orfani e vedove che con i disabili non c'entrano nulla e che sono in gran numero, all'interno delle aziende pubbliche e private, per effetto di quel meccanismo dello scorrimento che era previsto dalla legge n. 482 del 1968.
Allora, noi dobbiamo interpretare questa norma come una manifestazione della volontà del Governo di bloccare la possibilità di lavoro per migliaia e migliaia di lavoratori disabili che avevano creduto nella legge n. 68, che hanno atteso a lungo la sua approvazione, che hanno atteso più di due anni per la sua piena attuazione e che oggi voi, con questo voto, tradite.
Questa, infatti, è una norma estremamente grave. Noi vi abbiamo chiesto di sopprimerla, dando anche una disponibilità a concordare una data (che non può essere il 31 dicembre del 2003, perché vorrebbe dire prorogare per oltre un anno una disposizione che non ha più senso). Allora, io voglio ricordarvi tutti gli impegni che voi del centrodestra avete preso con le associazioni dei disabili, anche in campagna elettorale, quando vi siete impegnati a dare attuazione a questa legge.
Oggi voi state facendo il possibile per disfare questa legge. Un mese fa vi abbiamo fatto ritirare una norma che prevedeva di utilizzare il lavoro interinale per la legge n. 68 lasciando i disabili senza alcuna tutela e senza alcuna protezione, alla mercé del licenziamento da un momento all'altro. Adesso proponete di non conteggiare correttamente l'aliquota del 7 per cento, per un anno.
PRESIDENTE. Onorevole Battaglia, la invito a concludere.
AUGUSTO BATTAGLIA. Credo di avere ancora tempo, Presidente, non capisco perché lei scampanella!
PRESIDENTE. Perché io credo agli orologi!
AUGUSTO BATTAGLIA. E io penso di aver diritto a proporre ed esprimere le mie considerazioni sul mio emendamento 2.1 perché è un emendamento di tale importanza che richiederebbe forse una riflessione da parte di tutti i colleghi (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
IGNAZIO LA RUSSA. Dai, chiudi. Tempo!
AUGUSTO BATTAGLIA. Cari signori, il signor ministro Maroni e la sua sottosegretaria hanno dichiarato, in pompa magna, che il 2003 sarà l'anno europeo dei disabili a cui l'Italia parteciperà con tante iniziative. Allora, vorrei capire se iniziamo l'anno europeo dei disabili negando (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Battaglia.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, il collega Battaglia ha ragione ed infatti il nostro emendamento è identico al suo emendamento 2.1. Le sue parole permettono a me di essere breve anche perché ho poca voce e devo conservarla per questa sera.
Il paese ha aspettato 37 anni, se non mi confondo con le date, per avere una riforma del collocamento obbligatorio che finalmente è arrivata nel marzo del 1999 con la legge n. 68 e, ancora una volta, saremmo costretti a subire, se consentissimo l'azione del Governo, una proroga della sua entrata in vigore. La questione è che viene fatto valere il principio del cosiddetto scorrimento e della riserva per gli orfani di guerra e le vedove. Ora i casi sono due: o il Governo non ha il senso dei tempi che sono trascorsi o è talmente preveggente da prevedere la riserva per gli orfani della guerra a venire, che forse verrà e che noi cercheremo di evitare. Nell'un caso e nell'altro, si tratta di una volgare presa in giro dei disabili e anche del modo di legiferare. Abbiamo detto tante volte in convegni, nelle aule parlamentari, nelle Commissioni, tra gli addetti o meno ai lavori, che una legge complicata e delicata come la legge n. 68 del 1999, che prevede l'introduzione al lavoro per i disabili, che non possono andarci da soli, non solo perché, spesso, non sono deambulanti ma perché hanno bisogno di un sostegno continuo, anche psicologico, per il loro inserimento nel lavoro, è una legge che richiede un monitoraggio, una valutazione attenta, una rilevazione sul campo della sua efficacia. Ma se questa efficacia non è mai messa alla prova perché si continua a prorogare la sua totale implementazione, siamo di fronte ad una presa in giro oltre che dei disabili anche dell'attività e della capacità legislativa di questo Parlamento.
Per queste ragioni, insistiamo per la soppressione dell'articolo 2 (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Cordoni. Ne ha facoltà.
ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, credo sia importante fermarci un attimo su questi identici emendamenti, perché stiamo parlando del collocamento obbligatorio dei disabili. C'è stata una riforma, che non è stata solo della maggioranza di centrosinistra, su quella riforma abbiamo lavorato tutti insieme perché, tutti insieme, eravamo convinti che il nostro mercato del lavoro dovesse essere in grado di accogliere queste persone, costruendo per loro percorsi di presenza
nella società e di autonomia economica ed anche di realizzazione nel lavoro. Abbiamo concesso una proroga, anche noi, perché pensavamo che gli uffici avessero bisogno di tempo per riorganizzare le loro graduatorie; ormai, gli uffici hanno definito tutto il percorso e siamo nelle condizioni di poter fare entrare in vigore questa legge.
CESARE RIZZI. Presidente, a titolo personale hanno a disposizione solo un minuto!
ELENA EMMA CORDONI. Non si capisce la vostra richiesta di proroga se non perché state dando ragione a coloro che si erano opposti a quella riforma del collocamento obbligatorio, a coloro che non vogliono favorire i processi di avviamento al lavoro di queste persone.
Pertanto, chiedo a tutti i colleghi di riflettere su questa proposta e di sostenere il nostro emendamento.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti Battaglia 2.1 ed Alfonso Gianni 2.17, non accettati dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 373
Votanti 371
Astenuti 2
Maggioranza 186
Hanno votato sì 166
Hanno votato no 205).
Prendo atto che l'onorevole Pistone non è riuscita a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Battaglia 2.2, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 368
Votanti 366
Astenuti 2
Maggioranza 184
Hanno votato sì 161
Hanno votato no 205).
Prendo atto che l'onorevole Pistone non è riuscita a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole.
Avverto che la serie di emendamenti a scalare, dall'emendamento Battaglia 2.3 all'emendamento Battaglia 2.13, porrò in votazione solamente gli emendamenti Battaglia 2.3 e Battaglia 2.13.
Indìco pertanto la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Battaglia 2.3, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
RENZO INNOCENTI. Signor Presidente, i doppi voti no!
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 373
Votanti 371
Astenuti 2
Maggioranza 186
Hanno votato sì 170
Hanno votato no 201).
Passiamo alla votazione dell'emendamento Battaglia 2.13.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor Presidente, se il Governo vuole solo disporre di un minimo di tempo per verificare se la situazione dei servizi del collocamento sia tale da poter dare piena attuazione alla legge n. 68, se questa è l'esigenza del
Governo, penso che non siano necessari 14 mesi di proroga; ritengo, anzi, che una proroga più breve possa dare la possibilità al Governo di verificare lo stato di organizzazione dei servizi di collocamento e, nello stesso tempo, mettere in condizione le aziende di attuare la legge, secondo il meccanismo corretto previsto dalla legge n. 68, in tempi brevi. Una scadenza fissata non al 31 dicembre 2003, ma al 31 marzo 2003, potrebbe essere più che sufficiente per permettere tutto questo. Se il Governo non accetta questo tipo di emendamento, vuol dire che la volontà non è quella di stabilire una proroga per verificare la funzionalità degli uffici, ma vuol dire che vi è una reale volontà di bloccare e negare il diritto al lavoro dei disabili.
PRESIDENTE. Passiamo a voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Battaglia 2.13, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 373
Votanti 371
Astenuti 2
Maggioranza 186
Hanno votato sì 167
Hanno votato no 204).
Prendo atto con l'onorevole Cialente non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Battaglia 2.14, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 370
Votanti 367
Astenuti 3
Maggioranza 184
Hanno votato sì 167
Hanno votato no 200).
Prendo atto che l'onorevole Pistone non è riuscita a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Battaglia 2.16, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 372
Votanti 370
Astenuti 2
Maggioranza 186
Hanno votato sì 167
Hanno votato no 203).
Prendo atto che l'onorevole Mereu non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto contrario.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo Rava 2.03, non accettato dalla Commissione né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 376
Votanti 374
Astenuti 2
Maggioranza 188
Hanno votato sì 170
Hanno votato no 204).
Prendo atto che l'onorevole Cialente non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole.
Passiamo alla votazione dell'articolo aggiuntivo Sedioli 2.02.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sedioli. Ne ha facoltà.
SAURO SEDIOLI. Signor Presidente, intervengo solamente per sottolineare in quali condizioni si trovi oggi l'impresa agricola che tra tre mesi deve iniziare la raccolta delle primizie: essa non sa se potrà disporre di lavoratori extracomunitari stagionali perché le quote non sono state ancora stabilite; inoltre, si elimina la possibilità di utilizzare i parenti fino al quinto grado come lavoratori occasionali.
Mi auguro che almeno il Governo rispetti una promessa fatta in Commissione agricoltura attraverso il sottosegretario Saporito, quella cioè di inserire nella legge finanziaria questo provvedimento. Lo raccomando perché non vorremmo trovarci di fronte ad una nuova bufala, in quanto le conseguenze non sarebbero avvertite da chi ha presentato l'emendamento, bensì dai nostri coltivatori e dalla nostra agricoltura.
PRESIDENTE. Passiamo a voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo Sedioli 2.02, non accettato dalla Commissione né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 373
Votanti 371
Astenuti 2
Maggioranza 186
Hanno votato sì 169
Hanno votato no 202).
Prendo atto che l'onorevole Cialente non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto favorevole. Prendo altresì atto che l'onorevole Montecuollo non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere un voto contrario.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo Alfonso Gianni 4.013, non accettato dalla Commissione né dal Governo e sul quale la V Commissione (Bilancio) ha espresso parere contrario.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 375
Votanti 373
Astenuti 2
Maggioranza 187
Hanno votato sì 170
Hanno votato no 203).
Avverto che la serie di articoli aggiuntivi a scalare, dall'articolo aggiuntivo Turco 4.01 agli identici articoli aggiuntivi Turco 4.05 e Bindi 4.06, porrò in votazione solamente gli articoli aggiuntivi Turco 4.01 e gli identici articoli aggiuntivi Turco 4.05 e Bindi 4.06.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo Turco 4.01, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 379
Votanti 378
Astenuti 1
Maggioranza 190
Hanno votato sì 172
Hanno votato no 206).
Passiamo alla votazione degli identici articoli aggiuntivi Turco 4.05 e Bindi 4.06.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Oliverio. Ne ha facoltà.
GERARDO MARIO OLIVERIO. Signor Presidente, intervengo brevissimamente per dire che, con gli articoli aggiuntivi in esame e con quelli precedenti (mi riferisco
alle proposte emendative Turco 4.01 e 4.02 e Bindi 4.03), abbiamo avanzato la proposta di prorogare la sperimentazione del reddito minimo di inserimento. Si tratta di una misura che, come è stato ampiamente affermato in Assemblea, ieri, nel corso della discussione sulle linee generali ed anche questa mattina, deve essere giudicata complessivamente positiva.
A nostro parere, la sperimentazione doveva, dovrebbe e deve servire a mettere a regime uno strumento di contrasto alla povertà, a dotare anche il nostro paese - così come è avvenuto anche in altri paesi europei - di una legge di contrasto della povertà e della marginalità sociale.
Il fatto che, dopo l'ampia discussione svoltasi ieri ed oggi, il Governo ed il relatore abbiano annunziato la validità di questo strumento, riproponendo il testo originario del provvedimento in esame, credo sia da salutare positivamente. Le iniziative di questi giorni dei comuni e delle organizzazioni sindacali ed il dibattito che si è svolto in quest'aula, evidentemente, hanno sortito un effetto positivo.
Tuttavia, ritengo che non si possa non sottolineare un dato: rimane comunque aperta la questione relativa alla copertura finanziaria. Non può essere risolutivo solo il fatto di ripristinare tale strumento. È necessario garantire, a partire dal 1ogennaio del prossimo anno, un intervento attivo e reale; occorre garantire ai comuni ed a quelle realtà che hanno avviato la sperimentazione le risorse finanziarie necessarie.
Siamo convinti che, in coerenza con la disponibilità dimostrata dal Governo dopo la discussione di oggi, nella legge finanziaria vi sarà sicuramente una conseguente dotazione finanziaria. Chiediamo, quindi, al Governo, sin da ora, di garantire questa copertura finanziaria, per fare in modo che la sperimentazione possa realmente proseguire e portare alla definizione di uno strumento legislativo che consenta di mettere a regime questa importante misura di contrasto alla povertà.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, questa sperimentazione funziona? In questa sede abbiamo ascoltato pareri che già considerano la sperimentazione del reddito minimo di inserimento come una misura positiva. È vero che, in merito a questo argomento, già nel corso dell'esame della legge finanziaria, si è svolto un importante confronto. Tuttavia - mi rivolgo all'opposizione, ma soprattutto alla nostra maggioranza - non ci sono dati certi in ordine al fatto che la politica del reddito minimo di inserimento sia efficace e che crei sviluppo in questo paese. Certo, possiamo comprendere che, laddove si sia già garantito un reddito minimo, il fatto di toglierlo in tempi anche non immediati, possa creare qualche problema dal punto di vista del consenso e della tranquillità sociale.
Voglio ricordare, e parlo soprattutto alla maggioranza, l'opinione autorevole di un economista, il ministro Martino, che non credo possa essere tacciato di simpatie nordiste. I dati esposti dal ministro Martino sono inequivocabili: la sperimentazione del reddito minimo di inserimento non funziona. Il reddito minimo di inserimento non è un motore di sviluppo. Questo parere non arriva da un parlamentare, ma da un economista e da un ministro di questo Governo.
Mi sembra evidente, però, che un'assunzione di responsabilità nei confronti di questo strumento la Lega nord debba chiederla a tutto il Parlamento ed alla maggioranza. Dove verranno presi i finanziamenti per continuare su tale strada sine die? Infatti, parliamoci chiaro, il prolungamento è fino al 2004, ma avremo poi la serenità di dire che tale strumento non crea sviluppo e ricchezza? Invito i colleghi dell'opposizione, e anche quelli della maggioranza, a lasciare traccia di tale certezza, a lasciare traccia di un impegno a favore dello sviluppo. Tireremo via questi soldi dal capitolo degli investimenti e della
ricerca che molto spesso, e credo giustamente, l'opposizione ci richiama a sostenere con una determinata forza?
Questo provvedimento a favore del prolungamento del reddito minimo creerà ricchezza nel nostro sistema economico? Aumenterà la competitività? Sosterrà i consumi? Se di ciò siamo sicuri vorrei che in questo Parlamento qualcuno si alzasse e dicesse di esserne convinto: dunque, togliamo dall'innovazione tecnologica, o magari anche da altri provvedimenti, e sosteniamo il reddito di inserimento sine die.
Mi sembra che questa sperimentazione non funzioni. Vogliamo mantenere un sostegno ai consumi in questo modo? Diciamolo! Vogliamo mantenere un assistenzialismo di Stato? Diciamolo!
ALFONSO GIANNI. L'abbiamo già detto!
MASSIMO POLLEDRI. Tuttavia, non diciamo che questo provvedimento aumenta la ricchezza e crea persone più libere (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania)! Crea persone che dipendono da voi, dipendono dai politici, per continuare a tirare avanti fino al 27 del mese.
ALFONSO GIANNI. Esattamente come in Lombardia!
MASSIMO POLLEDRI. Perché grazie a voi, grazie al vostro interessamento, potete mantenere la clientela, da una parte e dall'altra (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Francesca Martini. Ne ha facoltà.
FRANCESCA MARTINI. Signor Presidente, vorrei ricordare brevemente che le politiche sociali di questo Governo dovranno essere scelte da questo Governo. Già vi era stata una valutazione negativa sul reddito minimo di inserimento che - ricordo - è una sperimentazione. Voi mi insegnate che le sperimentazioni coinvolgono un periodo di sperimentazione, una valutazione delle attuazioni e dei benefici eventualmente risultanti e, quindi, una riflessione sulla materia.
Come ben sapete, siamo contrari a confondere le politiche sociali con l'assistenzialismo. Peraltro, ricordo che l'assistenza è già competenza delle regioni. Quante volte ci viene ricordato, a tutti i livelli, come sia aumentata del 500 per cento la conflittualità tra Stato e regioni? Dunque, permettiamo alle regioni di fare politiche sociali di intervento per i settori più deboli della popolazione.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
FRANCESCA MARTINI. Permetteteci di fare una vera politica sociale che crei la possibilità per persone in stato di difficoltà di uscire da tale stato e di non appoggiarsi alle poche centinaia di euro pensando che quello sia un dato di fatto stabile nel tempo.
Quello è stato solo un momento, mentre noi crediamo in un'altra tipologia di politiche sociali attive e soprattutto...
PRESIDENTE. Onorevole Francesca Martini, la prego nuovamente di concludere. Non mi metta nell'imbarazzo di doverle togliere la parola.
FRANCESCA MARTINI. ...non siamo convinti che ciò non abbia dato adito ad abusi (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Dario Galli. Nel dare la parola al collega, pregherei tutti di attenersi al rispetto dei tempi. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Sì, grazie Presidente, eventualmente interverrò in dichiarazione di voto sui successivi emendamenti.
Vorrei anch'io ribadire quanto detto dai miei colleghi ed esprimere la mia assoluta contrarietà a questo tipo di interventi
in conseguenza di emendamenti, che hanno ovviamente ed esclusivamente la finalità di rimandare nuovamente al Senato questo provvedimento (cosa che i colleghi della maggioranza dovrebbero comprendere bene come sia assolutamente da evitare). Vorrei inoltre rimarcare che la politica della Casa delle libertà rispetto al lavoro e nel campo sociale non è certo quella di continuare sul solco dell'assistenzialismo dei Governi di centrosinistra nelle legislature precedenti. Il lavoro non deve essere un qualcosa che venga regalato dallo Stato in maniera fittizia, ma deve essere qualcosa che nasca dalla struttura economica e reale del territorio e della società.
Quindi, se ci sono problemi di questo tipo (di reddito minimo, di possibilità di sopravvivenza decorosa, e così via), si tratta di problemi che riguardano le politiche sociali, come è stato detto, e quindi gli enti competenti devono intervenire (possibilmente quelli territoriali che conoscono meglio le situazioni delle persone e delle famiglie), ma non deve essere certo demandato allo Stato - concludo, Presidente - un intervento istituzionale di questo tipo.
Le altre argomentazioni le dirò poi in occasione della votazione dei successivi emendamenti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Guido Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Segnaliamo il mancato funzionamento del microfono dell'onorevole Cè: è un microfono caldo e dunque deve essere costantemente tenuto sotto manutenzione!
Le parole dette dal collega Dario Galli sono assolutamente condivisibili. In quest'aula già in occasione dell'esame della finanziaria, vi è stato un voto contrario della maggioranza sul reddito minimo di inserimento. Dunque non riusciamo a capire come all'interno del Comitato dei nove, dove la Lega ha espresso la propria contrarietà, si sia potuto decidere di rimandare al Senato un provvedimento per inserire una norma che dal Senato era già stata soppressa e che sicuramente non ottiene o, quanto meno, non serve ad ottenere quei risultati che sono già impliciti, in quanto i fondi potranno essere spesi ancora per i primi mesi del 2003. Dunque non è assolutamente vero, ma falso, il messaggio mandato alla collettività che 40 mila famiglie da un giorno all'altro si ritroverebbero con problemi di carattere economico. Non è vero, non è assolutamente vero!
Dunque come gruppo siamo assolutamente contrari al fatto che il decreto-legge torni al Senato per approvare ...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Guido Giuseppe Rossi.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Parolo. Ne ha facoltà.
UGO PAROLO. Non posso che associarmi alle dichiarazioni dei colleghi che mi hanno preceduto. Il gruppo della Lega ritiene che le politiche sociali debbano essere un punto centrale all'interno dell'attività di un Governo serio. Per questo motivo crediamo che l'attività in questo campo non possa essere soggetta ad una specie di schizofrenia legislativa: una volta si dice «sì», una volta si dice «no», una volta si dice «nì», una volta «forse», una volta «non si sa». Una volta si tratta con l'opposizione, magari per approvare velocemente un decreto-legge e andare a casa il giovedì pomeriggio alla svelta, un'altra volta non si sa cosa fare.
Crediamo che questa politica debba rappresentare il cuore dell'attività governativa. Da questo punto di vista, riteniamo sia estremamente sbagliato tentare di approvare un decreto-legge cercando, in qualche maniera e a tutti costi, il consenso.
Il Governo deve avere il coraggio e la forza di tener fede alle proprie posizioni...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Parolo.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, considerando come si sta sviluppando il dibattito, credo vi sia un equivoco.
Il Governo, ovviamente, ha il coraggio delle proprie azioni, tuttavia tiene conto anche della volontà e dei suggerimenti del Parlamento. Infatti, soprattutto noi che rappresentiamo la maggioranza, non vogliamo che questo sia un «votificio». Per tale motivo si discute e si possono accettare anche delle proposte.
Il ministro Maroni, consultato, ha aderito alla ripresentazione dell'articolo soppresso dal Senato, punto e basta, niente di più.
GIOVANNI CARBONELLA. Perché non glielo avete detto prima?
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bianchi Clerici. Ne ha facoltà.
GIOVANNA BIANCHI CLERICI. Signor Presidente, alla luce delle considerazioni svolte poco fa dal sottosegretario Ventucci e poiché anche noi - come può immaginare - abbiamo occasione di parlare con il ministro Maroni, vorrei precisare che il ministro ci ha fatto rilevare che questo articolo era stato soppresso dal Senato proprio perché pleonastico, perché superfluo, perché costituisce un eccesso di preoccupazione.
Tra l'altro, com'è noto, i sindaci, che hanno la gestione di questo assegno di reddito minimo di inserimento, per i prossimi mesi, continueranno a gestirlo, in attesa di quella riforma del mondo del lavoro, nella quale è compreso anche questo capitolo, che il Governo - e, in particolare, il ministro Maroni - sta portando avanti con molta decisione.
Dunque, se il Senato, nella sua legittimità e con l'accordo del Governo e, in prima istanza, del ministro, ha ritenuto di non compiere un atto inutile, di retorica politica, sopprimendo tale articolo, la stessa cosa, a nostro giudizio, dovrebbe essere realizzata qui alla Camera, senza usare solo questo articolo per evitare un ostruzionismo legittimo da parte dell'opposizione.
Non riusciamo a capire perché la pregiudiziale politica di maggioranza debba essere posta solo sull'articolo 5 e non su altri articoli contenuti nel decreto-legge, come ad esempio quello relativo all'agricoltura (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. A che titolo?
ANTONIO BOCCIA. Sull'ordine dei lavori.
Signor Presidente, senza alcun inciucio, dopo una riunione del Comitato dei nove, su proposta del presidente Bruno, accolta - con tutte le sfumature nel caso - da tutti i capigruppo dell'opposizione, c'era stato un accordo per concludere l'esame di questo provvedimento, accogliendo l'articolo aggiuntivo Battaglia 4.010.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Non era così!
ANTONIO BOCCIA. Ora, Presidente, sono le 14,30 e, legittimamente, un gruppo della maggioranza, per i motivi che ha esposto, si sta opponendo a questa intesa, indirettamente al Governo e direttamente, per quanto ci è stato comunicato in sede di Comitato dei nove, al ministro Maroni, che ha assentito all'accoglimento di questo articolo aggiuntivo. La cosa è un tantino paradossale, dovrei dire addirittura ridicola.
Allora, signor Presidente, forse è il caso di prendere una qualche decisione. Se sono saltate le intese, se il Governo dà la sua parola e non è in grado di mantenerla, se la maggioranza assume una posizione e
non è in grado di farla rispettare, non possiamo stare qui, a questo punto, a prendere atto della situazione su un emendamento che, tra l'altro, consente ad un po' di famiglie italiane di continuare ad ottenere il reddito minimo di inserimento che l'articolo 5, soppresso, aveva bloccato al 31 dicembre (Commenti dei deputati del gruppo della Lega nord Padania). Insomma, signor Presidente, mi pare che da parte sua si debba decidere un orientamento definitivo.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, oggi è la giornata in cui mi tocca replicare sempre al collega Boccia, il quale, nel riferire all'Assemblea i fatti come si sono svolti, purtroppo omette, credo volutamente a questo punto, alcuni passaggi.
L'accordo informale era che l'opposizione avrebbe ritirato gli emendamenti e su questa base o vi è stato, anche da parte del ministro Maroni, l'accoglimento della proposta di ripristinare il testo approvato dal Senato, perché di questo si trattava. Venuti in aula, qualcosa si è modificato nell'opposizione, del tutto legittimamente, e si è detto che si sarebbe, comunque, proceduto alla votazione degli emendamenti. Successivamente, come è diritto di ogni parlamentare, si è ritenuto di non adempiere fedelmente a quello che è stato, in qualche modo, un accordo e che certamente non è un inciucio; qualcuno ha voluto prendere la parola per spiegare le proprie posizioni.
Su questo punto, la Lega aveva manifestato il proprio dissenso, comunque, ministro Maroni o non ministro Maroni, perché ha una posizione propria che vuole, in qualche modo, rappresentare.
A questo punto, rassegno a lei, signor Presidente, la valutazione circa l'opportunità di procedere in questo modo. Casomai, il presidente del gruppo della Lega nord ci dirà quale tipo di posizione intenda assumere circa l'andamento dei lavori dell'Assemblea. Altrimenti, si potrebbe anche pensare ad un rinvio a martedì, cosa che personalmente a me dispiace, ma che comunque sarà lei a determinare.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi sono altri esponenti del gruppo della Lega nord Padania che mi hanno chiesto di parlare. Però, c'è un problema procedurale e politico che è stato sollevato anche dal presidente Bruno. Io ritengo che, di fronte ad una situazione come quella che è maturata ed evoluta questa mattina, o involuta a seconda delle interpretazioni, non sia possibile andare avanti, a quest'ora e in questo modo, nelle condizioni in cui ci troviamo ad operare (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo). Perciò, rinvio l'esame del provvedimento ad altra seduta.
Sospendo pertanto la seduta fino alle 15.
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