Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 239 del 12/12/2002
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Si riprende la discussione del disegno di legge n. 3450.

(Ripresa esame dell'articolo unico - A.C. 3450)

PRESIDENTE. Passiamo agli interventi sulle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Burtone. Ne ha facoltà.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente, intervengo sul complesso degli emendamenti presentati al decreto-legge in esame, al fine di sottolineare alcuni aspetti relativi ad un provvedimento,


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quello del reddito minimo di inserimento, che proponiamo di far continuare nel nostro paese.
Su questa materia, noi del disegno di legge Margherita, noi dell'Ulivo, abbiamo svolto, durante l'esame del disegno di legge finanziaria in quest'aula, una battaglia convinta e, oggi, continuiamo, per riaffermare le nostre convinzioni, ma anche per rispondere a sollecitazioni diffuse provenienti dai sindacati, dagli amministratori comunali e provinciali, da tanti cittadini, che sono preoccupati per le ripercussioni che potrebbero determinarsi a fronte di una chiusura drastica di uno strumento che ha operato in maniera seria per il recupero sociale nelle fasce di povertà.
Purtroppo, più giorni passano e più appare chiara la posizione del Governo e della maggioranza. Si tratta di una posizione di netta chiusura nei confronti dell'esperienza del reddito minimo di inserimento. Abbiamo letto anche la lettera generica, superficiale, piena di inesattezze e, sotto certi aspetti, anche ipocrita, del ministro Maroni, alla fine della quale il ministro, per addolcire la pillola, fa intravedere possibilità alternative, vale a dire le solite promesse che vengono fatte da questo Governo.
Eppure, avevamo confidato nel fatto che la memoria del Presidente del Consiglio fosse meno corta. Noi, invece, ricordiamo quei manifesti giganti nei quali, accanto al viso sorridente del Presidente del Consiglio, c'era scritto: «Un impegno preciso: non abbandonare chi è rimasto indietro». Memoria corta quella del Presidente del Consiglio!
Inoltre, avevamo sperato che le parole di un ministro della Repubblica, del ministro siciliano La Loggia, fossero meno strumentali. Il ministro La Loggia, di fronte alle dichiarazioni preoccupate del presidente della provincia di Enna, Elio Galvagno, del suo assessore Gagliardi, del sindaco di Centuripe, Giuseppe Arena, in un'assemblea affermava che sul reddito minimo di inserimento non c'erano problemi, in quanto il Governo avrebbe predisposto tutti gli adempimenti necessari per far continuare questa esperienza.
Avevamo anche nutrito speranze sul solito impegno dei nostri parlamentari del Mezzogiorno, innanzitutto di quelli eletti in Sicilia che, di fronte alle dichiarazioni preoccupate dell'opposizione, hanno più volte affermato in quest'aula, ma anche e soprattutto fuori da quest'aula, la loro disponibilità e la loro autorità nell'impegnarsi a far continuare l'esperienza del reddito minimo di inserimento. Tutte parole al vento, utili sì per uscire sui giornali, per riempire di grandi titoli i quotidiani, ma si tratta di parole che evidenziano una stagione politica che per la maggioranza si deve vivere innanzitutto riempiendo le cronache di menzogne.
Purtroppo, avanza la linea del ministro Tremonti, volta innanzitutto a colpire il sociale, specie se alcuni interventi possono avere rifluenze positive sul sud. Tale linea viene portata avanti senza alcuna resistenza, opposizione, da parte di quelle forze del Polo che, nei congressi, sono pronte a difendere il sud e il sociale ma che, in quest'aula, sono allineate a seguire gli ordini che provengono da altre forze politiche.
Eppure, al di là delle dichiarazioni strumentali, riteniamo si debba portare avanti un forte impegno per mantenere il reddito minimo di inserimento nei nostri territori perché pensiamo che la sperimentazione si sia rivelata efficace. Tutte le verifiche effettuate - e il ministro potrebbe informarsi meglio - dimostrano che si sono centrati obiettivi significativi: tante famiglie hanno superato la soglia della povertà; tante persone hanno iniziato un percorso prelavorativo e lavorativo. Soprattutto, non si è creato nuovo precariato. Vorremmo anche sottolineare come alcune ricerche - e parliamo di dati specifici - abbiano confermato che nelle famiglie che hanno avuto un sostegno finanziario si è verificato anche un recupero a livello di dispersione scolastica.
Allora, ci poniamo una domanda: se questa esperienza è stata positiva, perché la si vuole concludere? Perché si vuole chiudere un'esperienza che mette l'Italia al passo con gli altri paesi europei? Perché non si vuole estendere un'esperienza che,


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da sperimentale, può entrare a regime nella nostra comunità? Proponiamo una motivazione semplice: questo Governo, innanzitutto, deve colpire il sociale e deve evitare che ci possano essere rifluenze positive dall'applicazione delle norme che sono state varate e attuate dai Governi di centrosinistra. Si deve cancellare qualsiasi segno di quell'azione, che aveva un obiettivo: far crescere le aree in difficoltà e promuovere iniziative per il recupero sociale.
Vogliamo dire con grande franchezza che non ci rassegneremo. Oggi combatteremo questa battaglia, ma si sappia che la proseguiremo nelle prossime settimane ed anche durante l'esame della finanziaria. Non permetteremo che ci sia l'interruzione repentina di un aiuto economico che è essenziale per tante famiglie. E quando parliamo di famiglie, non in maniera generica. Parliamo di uomini, di donne e di bambini in carne ed ossa. Si tratta di famiglie che non avranno nulla, al di là delle promesse fatte dai ministri, al di là delle dichiarazioni fatte da alcuni parlamentari.
Vogliamo dirlo con grande chiarezza: questo è il Governo e questa è la maggioranza che hanno eliminato la tassa di successione per i miliardari. E si tratta della stessa maggioranza e dello stesso Governo che vogliono eliminare il reddito minimo di inserimento per coloro che si trovano maggiormente in difficoltà in questa comunità.
Colleghi - e mi rivolgo ai colleghi eletti nelle aree meridionali e in Sicilia -, credo che ci dovrebbe essere un po' di pudore. Lo ripeto: un po' di pudore. Avete fatto regali ai miliardari e, ora, volete eliminare il reddito minimo di inserimento.
Per concludere, si creeranno tanti disagi nell'intero paese, perché non è soltanto il sud ad avere la possibilità di utilizzare queste risorse. Ma, mi si permetta di dire che i danni maggiori si avranno al sud e, in modo particolare, in Sicilia. È una Sicilia appesantita dal sottosviluppo e dalla disoccupazione strutturale, una Sicilia che vede la propria agricoltura azzerata, al di là delle fantasie ripetute anche ieri, in quest'aula, dal ministro Alemanno. Il provvedimento omnibus che è stata varato è assolutamente inattuato: non un euro ha raggiunto le tasche dei nostri agricoltori, in modo particolare nel sud. È una Sicilia piegata anche dal punto di vista produttivo: è nota la vicenda di Termini Imerese, ma ci sono già venti di difficoltà per l'ENI, a causa del disimpegno nel settore della chimica a Gela, ad Augusta, a Priolo.
Noi riteniamo che ci sia la necessità di una ripresa di attenzione per il sud, per la Sicilia. I siciliani si aspettavano tanto da questo Governo, avevano avuto tanta fiducia. Vengono ricompensati soltanto con le promesse a futura memoria.
Vogliamo sottolineare questo aspetto, questo tradimento che viene fatto nei confronti del sud e riteniamo che si debba continuare una battaglia che abbia come obiettivo, come è accaduto per il reddito minimo di inserimento, il mantenimento di quelle risorse che sono fondamentali per lo sviluppo, ma anche per il recupero sociale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Meduri. Ne ha facoltà.

LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, l'articolo 2 del provvedimento in esame proroga fino al 31 dicembre 2003 la norma contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2000, n. 333, che consente alle aziende pubbliche e private di conteggiare nell'aliquota del 7 per cento prevista dalla legge n. 68 del 1999 (sul collocamento al lavoro dei lavoratori disabili) anche le categorie di orfani e vedove assunti ai sensi della precedente legge 2 aprile 1968, n. 482. La legge n. 68 del 1999 è stata approvata all'unanimità dal Parlamento dopo anni ed una lunga attesa da parte dei disabili italiani e delle loro associazioni. Si tratta di una legge estremamente innovativa, ma trattandosi di una previsione normativa che prevedeva sia per le aziende, sia per gli uffici di collocamento (ora centri per l'impiego), una serie di nuove incombenze,


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si convenne che alcune di queste norme sarebbero entrate in vigore in date scadenzate, proprio al fine di consentire di attuare nel miglior modo questa legge. Infatti, era previsto che nel giro di un paio d'anni la suddetta legge sarebbe andata a regime.
Dunque, proprio al fine di non appesantire le aziende di incombenze e di problemi e per consentire loro di conoscere a fondo i meccanismi della legge, nonché di raccordarsi con il collocamento e di svolgere un'analisi dei propri bisogni aziendali, il suddetto decreto del Presidente della Repubblica prevedeva 24 mesi di tempo da ottimizzare, da una parte per far conoscere meglio alle aziende la legge, dunque per consentire loro di prepararsi, e dall'altra per consentire alle regioni di adottare tutti i provvedimenti necessari per favorire il collocamento al lavoro dei disabili. Quei 24 mesi previsti dal decreto n. 333 sono scaduti ad ottobre del 2002, quindi circa un mese e mezzo fa. Dopo tre anni dall'approvazione della legge, si dovrebbe presupporre che tutto ormai sia funzionale all'operatività della legge. Allora, come mai si chiede una proroga di ulteriori 14 mesi? Forse per evitare che venga applicata la legge n. 68 del 1999. Sa il Governo che nella sola Lombardia sono 8 mila le aziende che non inviano l'annuale prospetto con i dati richiesti dalla legge n. 68? Dunque, dietro l'alibi della semplice proroga dei termini, viene attaccato il diritto al lavoro dei disabili. Vorrei qui ricordare che solo grazie ad una battaglia dell'opposizione nel disegno di legge collegato sul lavoro, attualmente all'esame del Senato, è stata scongiurata l'introduzione del lavoro interinale per i disabili. Vi rendete conto di quello che state facendo?
La vostra azione di governo si configura sempre più come l'attacco ai diritti di cittadinanza dei più deboli, con una spregiudicatezza che fa dire al Presidente del Consiglio, forse inebriato dalla partita di ieri sera, che gli operai della FIAT che manifestano per difendere il proprio posto di lavoro devono smetterla di infastidire i cittadini che pagano per loro la cassa integrazione. Oppure, e vengo all'altro nodo del provvedimento, vi spingete in maniera ideologica a sopprimere il reddito minimo di inserimento, ponendo fine alla sperimentazione.
Perché vi accanite contro queste migliaia di cittadini che percepiscono solo 700 mila lire al mese e che cercano di tirarsi fuori dalla marginalità e dalla povertà? Non avete alternative da proporre, intervenite con l'accetta e tagliate diritti e risorse, abbandonando al loro destino delle persone e scaricando sugli enti locali le tensioni che inevitabilmente si verranno a creare.
Evitate questo ulteriore aggravio di tensioni, siate responsabili, dite pure che è merito vostro la proroga, ma fatela e date una speranza a tanti cittadini che seguono corsi di formazione e che nell'ambito della programmazione negoziata stanno cercando un inserimento lavorativo.
La politica deve fornire le opportunità e mettere in condizioni di eguaglianza tutti i cittadini; tuttavia, constatiamo che la vostra azione di governo si accanisce contro i deboli, cioè contro i pensionati al minimo a cui quest'anno - come detto ieri dalla collega Bindi nel corso del question time - togliete per Natale il bonus di 150 euro, contro i lavoratori della FIAT che non possono neppure manifestare per non infastidire il Presidente, contro i disabili e contro i percettori del reddito minimo di inserimento.
Ieri sera nella discussione sulle linee generali avevo auspicato che la notte portasse consiglio affinché potessero essere accolti gli emendamenti presentati; mi auguro che ciò sia avvenuto; in ogni caso noi saremo a fianco delle persone che lottano per l'affermazione dei propri diritti di cittadinanza nei confronti delle quali voi varate norme che le penalizzano (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, prima di entrare nel merito delle


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questioni che attengono al disegno di legge di conversione del decreto-legge alla nostra attenzione, mi corre l'obbligo di fare un'esplicita precisazione.
Stamattina, rileggendo il resoconto stenografico della seduta di ieri ho verificato che il mio intervento, all'inizio della discussione sulle linee generali, si è contraddistinto per una pesante durezza. Sicuramente questa durezza era dovuta all'indignazione che provavo per quanto era accaduto, ma, poiché questa durezza potrebbe essere scambiata come una specie di offesa nei confronti del collega Oricchio, desidero di questo scusarmi personalmente con lui perché è un collega che stimo e non vorrei che quelle parole, riferite alla gravità del fatto istituzionale, potessero essere confuse come un mio giudizio sulla sua persona che invece è di tutt'altra natura e livello. Mi sento in dovere di fare questa precisazione perché questo è quello che io penso del collega Oricchio e non vorrei che un fatto, che continuo a ritenere grave, potesse pregiudicare un giudizio che invece, ripeto, è di tutt'altra qualità e specie. Di ciò mi scuso, ancora, pubblicamente con lui.

PRESIDENTE. Onorevole Bressa, questa sua dichiarazione le fa onore.

GIANCLAUDIO BRESSA. Entro adesso nel merito delle questioni che stiamo discutendo e cioè del disegno di legge di conversione del decreto-legge 25 ottobre 2002, n. 236, recante disposizioni urgenti in materia di termini legislativi in scadenza. Al riguardo mi preme evidenziare che è la seconda volta, nell'arco di due anni, che il Governo Berlusconi presenta a fine anno un provvedimento del genere contenente numerosi termini di proroga.
La mia esperienza parlamentare si limita a due legislature, la tredicesima e l'attuale; nel corso della precedente legislatura si registrò solo un caso di decreto-legge - il n. 542 dell'ottobre 1996 - che prevedeva molti rinnovi di scadenze in ordine a materie disparate. Ricordo che quella era una situazione in cui, per la reiterazione dei decreti-legge, si era venuto a creare un vero e proprio ingorgo istituzionale con la conseguente pratica impossibilità di smaltire l'arretrato normativo che quei decreti-legge imponevano alle Camere. In quell'occasione ci trovavamo in una situazione di emergenza, ma, una volta esaurita quella «infornata», da allora in avanti i decreti-legge di proroga furono sempre concentrati su una singola materia e su singoli fatti specifici; non vi era, cioè, una sorta di carrozzone al quale collegare tutta una serie di materie e di rinvii.
La particolarità di questi decreti - il decreto-legge n. 411 del dicembre 2001 e quello in esame - ci fa immaginare un malcostume normativo che noi non siamo disposti ad accettare o ad assecondare.
Anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un provvedimento malconfezionato. Il provvedimento in esame è per esempio sprovvisto - come risulta dal dossier redatto dal servizio studi della Camera, relativo alla suddetta questione - della relazione sull'analisi tecnico-normativa, nonché della scheda sull'analisi dell'impatto della regolamentazione (atti normativi di questo genere dovrebbero essere accompagnati da tali relazioni).
Tuttavia, al di là di questi aspetti e di altre questioni meno rilevanti, vorrei far rilevare che probabilmente, nella fretta di varare un provvedimento di questo genere, oppure nella scarsa lucidità nel voler inserire troppe cose in un unico treno, sono stati commessi alcuni errori pratici, di forma e di sostanza (dal ricordato dossier si riscontrano numerose di queste incongruenze).
Ad esempio, l'articolo 10 prevede una disciplina di proroga che è prevista in un altro provvedimento normativo, attualmente in discussione alla Camera. In vari casi il decreto-legge dispone l'abrogazione e la modifica di norme di rango regolamentare, ovvero proroghe di termini previsti da decreti ministeriali ma, secondo quanto risulta dal dossier, l'uso dello strumento legislativo per tali finalità non sembra opportuno o congruo, risultando sufficiente e preferibile il ricorso a fonti di pari grado. Vi sono una certa confusione


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ed approssimazione nel redigere questi provvedimenti che, ormai - ahimè - si stanno confermando come la regola dei provvedimenti legislativi che il Governo sottopone alle Camere.
Al di la di tali questioni, ve ne sono altre di merito molto importanti che vorrei sottolineare. Si può facilmente dimostrare come anche attraverso un decreto-legge di proroga dei termini (che apparentemente è un atto neutro e tecnico), si possano adottare o meno scelte politiche rilevanti ed importanti. Per esempio, l'articolo 2 prevede una disciplina transitoria in materia di collocamento obbligatorio. Tuttavia, lo hanno ricordato poco fa il collega Meduri e, ieri sera benissimo onorevole Battaglia, non si tratta di una semplice proroga dei termini: è una proroga che non consente di conteggiare nella quota obbligatoria di riserva prevista dalla legge unicamente i disabili che, pertanto, a tre anni dall'approvazione della legge n. 68 del 1999, non saranno ancora posti nella condizione di lavorare. Pertanto, dietro l'apparente rinvio di un termine, si assume una scelta politica pesantissima per i disabili del nostro paese.
L'articolo 5 - non ripeterò gli aspetti ricordati dai colleghi Burtone, Meduri e Battaglia - prevede la cancellazione della sperimentazione del reddito minimo di inserimento, mettendo in ginocchio duecentomila cittadini italiani. Le disposizioni del suddetto provvedimento si aggiungono al taglio di 260 milioni di euro, previsto dal disegno di legge finanziaria, nonché ai tagli previsti l'anno scorso che hanno comportato, nel giro di soli due esercizi finanziari, la riduzione di ben un terzo dei fondi disponibili per le politiche sociali.
Anche attraverso tali previsioni, si fa politica e si penalizzano pesantemente interessi e diritti importantissimi dei cittadini italiani.
In merito all'articolo 6-bis, con decreto-legge, di fatto, si commissaria l'Istituto nazionale per la ricerca scientifica e tecnologica sulla montagna. Attraverso un rinvio dei termini, si procede al commissariamento di un istituto e, per di più, si procede a tale commissariamento con una formula del tutto incredibile perché, a 30 giorni dall'approvazione del provvedimento in esame, il consiglio di amministrazione e il presidente decadranno, mentre resteranno in carica a vita i revisori dei conti. Pertanto, attraverso questo atto normativo, accanto alla figura del senatore a vita istituiremo anche la figura del revisore dei conti a vita; è una norma scritta talmente male che non prevede nemmeno i termini entro cui si dovrà provvedere alla ricostituzione del nuovo consiglio di amministrazione e alla sua sostituzione con un altro istituto. Fintanto che tutto ciò non avverrà, ovvero se non avverrà mai, i revisori dei conti resteranno permanentemente al loro posto.
Queste sono le questioni che sono trattate nel provvedimento in esame (potrei andare avanti ma per brevità mi limito a queste considerazioni). In questo provvedimento, tuttavia, non ne sono affrontate altre, una per esempio, molto importante.
Durante il dibattito sulla finanziaria in Assemblea, abbiamo fatto rilevare al Governo come per la politica della sicurezza, per i poliziotti, la Guardia di finanza, le guardie forestali, e così via, non fosse prevista alcuna norma che in qualche modo consentisse di utilizzare le scarse risorse finanziarie a disposizione dello stesso comparto.
Faccio esplicito riferimento alla delega di cui all'articolo 7 della legge 29 marzo 2001, n. 86, sulla cosiddetta riparametrazione, cioè la possibilità di ricostruire la carriera e la sua progressione per tutti gli appartenenti al comparto della sicurezza.
Nella dichiarazione di impegno politico del Governo del 14 maggio 2002, assunta nei confronti di tali corpi, firmando il contratto del comparto di sicurezza, si parla di incremento delle risorse finanziarie per l'esercizio della delega di cui all'articolo 7 della legge n. 86 del 2001 da realizzarsi nel miglior modo possibile, garantendo una breve proroga della delega, possibilmente, da esercitare non oltre il mese di maggio 2003.
La delega è scaduta nel mese di ottobre dell'anno in corso; nella finanziaria sono state impegnate risorse inutilizzate, perché


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il Governo non ha rinnovato la delega. Ora, nell'arco di una settimana sono stati esaminati in Assemblea due provvedimenti in cui il Governo, se lo avesse voluto, avrebbe potuto prorogare la delega; faccio riferimento al collegato alla finanziaria dello scorso anno sulla pubblica amministrazione, che non prevedeva il rinnovo della delega, ed al provvedimento oggi in esame, in cui era possibile lo stesso rinnovo, visti i precedenti.
Lo scorso anno, ad esempio, nel decreto-legge n. 411, all'articolo 8-ter avevate prorogato i termini relativamente alla disciplina delle cooperative, ed anche in tale caso si trattava di una delega scaduta: allora lo avete fatto, ma ora invece no.
Tutti gli appartenenti al comparto sicurezza, allora, devono sapere che il Governo continua a prenderli in giro: a maggio fa delle promesse, assume degli impegni, ma poi non li adempie nei termini ordinari, facendo scadere la delega.
Il Vicepresidente Fini si indigna quando dice che provvederà velocemente. Sono passati due mesi e nelle Camere parlamentari sono stati esaminati i provvedimenti legislativi che potevano consentire al Governo di porre rimedio a tale svista; quindi, registriamo ancora una volta che la questione non è stata risolta.
Il provvedimento in esame è, allora, inaccettabile sotto tutti i punti di vista, in quanto, sotto l'apparenza di rinviare i termini, state facendo scelte politiche gravissime e pesantissime.
Ciò è inaccettabile per noi, per cui affermo che l'iter di approvazione del provvedimento in esame non sarà una passeggiata.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Adduce. Ne ha facoltà.

SALVATORE ADDUCE. Signor Presidente, volevo iniziare il mio intervento richiamando la dichiarazione che ha compiuto prima il collega Bressa.
Ho letto il resoconto stenografico di ieri per l'ultima parte della seduta; al di là di qualche tono apparentemente irriverente nei confronti del relatore, resta la sostanza della questione.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 10,25)

SALVATORE ADDUCE. L'onorevole Bressa aveva ragione ieri sera, quando polemizzava riguardo alla presentazione in Assemblea di un provvedimento legislativo, che è una sorta di omnibus in cui si prevede, apparentemente, una asettica elencazione di differimenti di termini.
Dobbiamo, allora, essere esperti di differimento di termini per intervenire sulla questione? Oppure dobbiamo avere altre competenze nel merito delle materie trattate dai singoli provvedimenti?
Non lo so. Fatto sta che il collega Bressa, andando un po' su tutte le furie, aveva ragione, perché, come il dibattito poi ha dimostrato, il problema non è quello della svista del relatore rispetto alla soppressione di questo o di quell'altro articolo, ma è che, in questo provvedimento, ancora una volta, non si intravede quale sia la politica economica e sociale che questo Governo intende proporre al paese. E persino la maggioranza, compreso l'onorevole relatore, ha difficoltà a confrontarsi con questi problemi. Io lo comprendo, perché si capisce che, riconoscendo al relatore una competenza ed anche il fatto di aver compiuto un lavoro, egli stesso, probabilmente, non ha il controllo della situazione fino in fondo.
Parto da questa considerazione per fare le mie osservazioni: onorevole sottosegretario, qual è la politica che questo Governo, nelle materie trattate dai singoli articoli che differiscono termini, vuole proporre al paese? Se, ad esempio, si parla di una delle cose più odiose contenute in questo provvedimento, quella relativa al reddito minimo di inserimento (ma la stessa cosa vale per l'applicazione della legge n. 68 del 1999, relativa all'accesso al lavoro dei disabili), per quanto riguarda la mia posizione, non ripeterò quale sia l'importanza, a mio avviso, di


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misure di questo tipo, che sono state varate nel corso della passata legislatura, grazie all'iniziativa dei precedenti Governi.
Credo che ognuno abbia il diritto di valutare queste cose positivamente o negativamente, con le luci e le ombre che ci sono. Do per scontato che abbiamo anche posizioni diverse. Però mi chiedo e chiedo al Governo: qual è la posizione del Governo su questi problemi? È la posizione che sottende il testo originario del decreto-legge, che sostanzialmente manteneva aperta la strada, ad esempio, al reddito minimo di inserimento, alla sperimentazione di quella misura importante tra le politiche sociali di un paese moderno, politiche di sostegno e di inclusione e non politiche di mero assistenzialismo? Oppure la politica di questo Governo è quella che dobbiamo interpretare attraverso la soppressione dell'articolo 5?
Io sono fra coloro che sono disponibili a discutere delle difficoltà che gli strumenti, anche quelli varati dal centrosinistra nella passata legislatura, hanno incontrato. Ma voi, che cosa proponete? Proponete che, da qui a pochi giorni, per esempio sul reddito minimo di inserimento, si fermi la processione, si fermi cioè una delle poche iniziative che riguardano le politiche sociali, intese in una prospettiva che non sia di mera elargizione di sussidi, un'iniziativa forte, che coinvolge il territorio e le amministrazioni locali.
Si tratta di una delle poche iniziative in questo campo, peraltro, ampiamente sperimentata in paesi europei che tutti noi consideriamo moderni, avanzati, in cui, senza rinunciare al mercato, si tenta di lenire i morsi del mercato stesso attraverso un'opera di inclusione che coinvolga le fasce sociali che, sulla velocità della competizione, non ce la fanno. Chiaramente, si ha l'impressione che la manovra finanziaria si stia realizzando altrove, con questi provvedimenti, e non attraverso l'esame del disegno di legge finanziaria. Ma abbiamo notato che, anche nel disegno di legge finanziaria, con riferimento a questo tema, il Governo ha impegnato i fondi non in modo sufficiente.
Ecco perché siamo fortemente intenzionati a batterci su un provvedimento apparentemente neutrale, al fine di indurvi a ragionare e soprattutto a dichiarare cosa volete sostituire a questi strumenti. D'altra parte, con riferimento all'articolo 5, si tratta di fermare un treno in corsa, vale a dire un'iniziativa che coinvolge 200 mila persone in Italia e nuclei familiari che, per la prima volta, grazie a questo provvedimento sul reddito minimo di inserimento, hanno conquistato una possibilità dal punto di vista, non solo del reddito, ma anche e soprattutto delle misure riguardanti l'accesso al lavoro. Voi sapete, infatti, che quel provvedimento non riguarda esclusivamente l'elargizione di sussidi. Credo voi abbiate il dovere di proporre qualcosa. Abbiamo lavorato, cercando di contemperare rigore, risanamento e forte impulso alle politiche economiche di sostegno al capitale di investimento. Questa è stata la politica che abbiamo condotto (forse, non lo abbiamo fatto sufficientemente). Allo stesso tempo, abbiamo mantenuto aperta la strada anche a coloro i quali - l'ho affermato precedentemente - non erano in grado, avendo meno forza, di partecipare alla competizione.
Questa parte dell'azione delle politiche economiche e sociali merita un'attenzione maggiore. Infatti, mentre per il sostegno alle iniziative di investimento delle imprese vi è un interlocutore che ha forza, capacità e sa difendersi da solo, per queste fasce sociali abbiamo il dovere di ragionare e di lavorare, anche in condizione di sussidiarietà e di supplenza. Per tali motivi, questo problema è complicato e difficile. Esso coinvolge 396 comuni e 200 mila persone; e voi prevedete nel disegno di legge finanziaria una riduzione di un terzo del fondo per le politiche sociali! Tutta l'iniziativa che il Governo tiene in piedi è connotata dalla difficoltà di come e dove trovare il bandolo della matassa e di sapere quale sia la proposta sulla quale vi muovete.
Devo dire che, su questa parte del provvedimento riguardante il reddito minimo di inserimento, anche per come il


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paese ha vissuto la vicenda relativa a questo provvedimento, abbiamo a disposizione dati che non sono i nostri. Essi sono stati esposti già ieri sera, nella discussione sulle linee generali, ma è opportuno richiamarne alcuni, vale a dire quelli che, a mio avviso, sono più significativi perché riguardano proprio il gradimento, la condivisione di questo provvedimento da parte del territorio.
Quando un'indagine dell'Istituto di ricerca sociale, incaricato, dal dipartimento degli affari sociali del ministero, di verificare l'andamento di tale sperimentazione, questa ci dice che il 75 per cento dei comuni coinvolti giudica positivamente la misura e che solo il 9 per cento la giudica negativamente, noi ci preoccupiamo: se questo provvedimento fosse approvato così com'è approdato in aula, cioè con il blocco della predetta sperimentazione al 31 dicembre 2002, noi avremmo tolto un ulteriore strumento agli enti locali, già messi in difficoltà da un disegno di legge finanziaria che prevede un abbondante 2 per cento di riduzione dei trasferimenti dallo Stato. Vi saranno ulteriori complicazioni nella vita delle amministrazioni locali!
Demagogicamente, si potrebbe cavillare sui nostri e sui vostri sindaci: questi sono i sindaci degli italiani! Questi sono i sindaci che governano il territorio del nostro paese e sono tutti uguali una volta eletti a suffragio universale dal popolo! Questi sindaci, ai quali facciamo mancare via via, anno dopo anno, sempre più risorse e strumenti, come si troveranno, dal 1o gennaio 2003, a fronteggiare le calamità vere e proprie? In alcune aree del paese, il reddito minimo di inserimento aggredisce il problema più odioso, più complesso e più difficile da affrontare per qualsiasi Governo! Come faranno, quei sindaci, dal 1o gennaio 2003, a fronteggiare una condizione di grande complicazione nella quale voi li state mettendo? A quale santo dovranno votarsi? Qual è il gioco che state facendo? Si dovrà mettere in piedi qualche manifestazione ulteriore, qualche iniziativa di massa, qualche mobilitazione, per poi concedere qualcosa? Non lo sappiamo.
Sarebbe simpatico che il rappresentante del Governo ci dicesse se il problema sia esclusivamente di tipo finanziario (ma una tale giustificazione sarebbe incomprensibile perché, altrimenti, il decreto-legge non sarebbe stato concepito in tal modo) o se, invece, vi sia un'obiezione di carattere generale sul tipo di strumento o sul suo contenuto; in quest'ultimo caso, ci aspetteremo che, non potendo immediatamente sostituirlo con misure alternative, vi prendeste qualche altro mese di tempo...

PRESIDENTE. Onorevole Adduce...

SALVATORE ADDUCE. ...per proporre qualche altra iniziativa più splendida, migliore, più utile, che contemperi meglio mercato e socialità, competizione e solidarietà. Qualcosa, però, ci dovete dire!
Ritornando al punto da cui sono partito, condivido l'alterazione di Bressa di ieri sera: non è possibile intervenire con mezzo rigo, con due parole, su cose che hanno a che fare con progetti di grandi dimensioni di cui il paese ha grande bisogno (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.

MARIO LETTIERI. Signor Presidente, come è stato già evidenziato, il provvedimento in discussione non è sicuramente irrilevante, né di routine, come pure qualcuno potrebbe pensare. Devo anzitutto osservare che le proroghe dei termini di per sé rivelano l'incapacità del Governo a fare giuste valutazioni temporali e, ovviamente, a fare valutazioni sulla efficacia applicativa degli atti normativi di cui si chiede la proroga. Ricordo che le materie disciplinate in detti atti sono le più varie e, ovviamente, ciò è in contrasto con il principio di omogeneità della materia, che dovrebbe caratterizzare l'adozione di un decreto-legge da parte del Governo.
Si è quindi di fronte ad una violazione della nota del Presidente della Repubblica, che lei, Presidente, ebbe a leggere a noi deputati, per non dire poi degli altri


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aspetti formali che vengono violati; penso anche alla circolare emanata dalla Presidenza della Camera e dalla Presidenza del Senato e, per quanto riguarda poi la mancanza delle relazioni sull'analisi di impatto della regolamentazione e tecnico-normativa, c'è, ovviamente, la violazione della stessa direttiva - badate bene - della Presidenza del Consiglio dei ministri, emanata nel marzo 2000.
Queste cose che io a volte ripeto anche con un certo fastidio sono ripetitive perché riguardano un può tutti i decreti-legge. Del resto, basta leggere il parere del Comitato per la legislazione per constatare la violazione delle circolari e delle direttive suddette. I decreti-legge del Governo, quindi, voglio ricordarlo, quei decreti-legge di cui spesso il Presidente del Consiglio mena vanto per il numero notevole che si è riusciti a far approvare, a mio avviso, sono semplicemente indecorosi sia nella forma sia, molto spesso, anche nel merito. Comunque, nel merito, i colleghi del mio gruppo che mi hanno preceduto hanno già evidenziato i limiti delle norme e si sono battuti nelle Commissioni di merito per migliorare il testo della normativa.
I nostri emendamenti, quelli del gruppo della Margherita, sono quindi, al di là delle critiche di fondo al provvedimento, tutti finalizzati a migliorare il testo licenziato dal Senato che, come è noto, lo ha molto rimaneggiato, e non lo ha rimaneggiato solo e semplicemente sotto l'aspetto lessicale (e spesso trattasi di rimaneggiamento non positivo). È stato soppresso - è stato un po' da tutti i colleghi richiamato - l'articolo del decreto-legge relativo alla proroga del reddito minimo di inserimento. È una scelta semplicemente vergognosa che, come sempre, colpisce i deboli, i più deboli, quelli che nella nostra società non hanno un lavoro, non hanno niente, che spesso soffrono anche la fame e, ovviamente, non hanno neanche i soldi per acquistare le medicine in caso di bisogno. Ma tant'è, questo ormai è chiaro.
Questo è un Governo debole con i forti e molto forte con i deboli. Quando si tratta di colpire i deboli si adottano tutti i provvedimenti e con celerità. La sperimentazione introdotta dall'articolo 80 della legge n. 388 del 2000, cioè l'ultima finanziaria del centrosinistra, ha dato un reddito minimo, una speranza a tante persone nei comuni individuati. Poc'anzi il collega Adduce ha rivelato i dati di una indagine, in base alla quale ben il 75 per cento dei comuni ha dichiarato validissimo questo strumento. Forse è perché è troppo valido e funzionante che il Governo lo vuole sopprimere.
Ricordo che lo strumento della sperimentazione del reddito minimo di inserimento non ha riguardato soltanto le regioni del Mezzogiorno; esso è stato efficace ovunque sia stato applicato. Ricordo che, ultimamente, anche il segretario generale della CGIL, Epifani, ha scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio e la risposta del centrodestra è arrivata puntuale: la soppressione dell'articolo 5. Non solo, ma il ministro Maroni, ministro del lavoro e delle politiche sociali, quello, cioè, che dovrebbe essere più preoccupato delle politiche sociali, in maniera ipocrita e provocatoria, dichiara che il reddito minimo di inserimento sarebbe un incentivo a non cercare un lavoro. A Maroni diciamo di lavorare seriamente, anziché dire sciocchezze simili, per creare occupazione e per non perdere posti di lavoro che, purtroppo, sono a rischio in molte, molte realtà industriali nel nostro paese. La crisi della FIAT e delle aziende dell'indotto in questi giorni lo dimostrano in maniera drammatica.
È un dato, caro Presidente e onorevoli colleghi, che può anche non farci piacere e certamente non ci fa piacere, ma è un dato di fatto che in questi 500 giorni di Governo del centrodestra la situazione economica complessiva del nostro paese è peggiorata: è aumentata la povertà ed è aumentata l'insicurezza dei cittadini e questo non solo al sud ma anche al nord. Altro che patto con gli italiani! Comunque alcune proroghe contenute nel provvedimento sono una necessità perché il Governo non è stato in grado o, meglio, non è stato capace di rispettare i termini e le


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scadenze da esso stesso previsti nei suoi provvedimenti e nelle varie leggi approvate.
Del resto, un Governo che, nonostante l'obbligo di legge, non riesce a fornire, ad esempio, i dati relativi alla Tremonti-bis, previsti per il 30 giugno scorso è un Governo che può essere definito, a dir poco, inefficiente. Le inadempienze, il non rispetto dei termini stabiliti nei decreti e nelle leggi significano semplicemente non aver attuato quelle norme, ad esempio, quelle relative alla rideterminazione delle risorse da trasferire alle regioni per la copertura dei costi relativi al servizio ferroviario di interesse regionale e locale.
Io non voglio dire molto sulla questione dei trasporti, so soltanto che le nostre città sono ormai diventate invivibili e la qualità della vita, anche nelle realtà periferiche, si è notevolmente abbassata perché uno dei servizi essenziali, quale il trasporto ferroviario sia nazionale sia locale, è certamente inadeguato e peggiorato. Per certe scadenze bene ha fatto il Senato a differirle ad una data più congrua rispetto a quella proposta dal Governo, così è, ad esempio, per il contenzioso relativo alle opere pubbliche di competenza dell'ex Agensud mentre è molto grave la previsione di prorogare a 3 anni, rispetto ai 2 stabiliti dalla legge n. 48 del 13 febbraio 2001, i termini riguardanti i bandi per l'assunzione di uditori giudiziari. Si parla tanto di giustizia e poi non si coprono gli organici dei giudici, anzi, se ne rinvia ancora di un anno l'obbligo di legge. Evidentemente, dal suo insediamento, questo Governo non è affatto interessato alla celerità dei processi né allo smaltimento degli arretrati; è interessato esclusivamente (e lo dimostrano i fatti, cioè le leggi approvate ad personam in quest'aula), a difendere alcuni imputati eccellenti dai processi cui erano o sono sottoposti. Questa è la verità nuda e cruda e non ci si accusi di giustizialismo, non lo siamo per nessuno, ma uno Stato democratico non può prescindere dalla legalità e quindi anche da un efficiente sistema giudiziario che, piaccia o no, è fatto anche dai giudici.
Non mi soffermerò sulle altre singole scadenze e sulle altre eterogenee norme: lo faremo in sede di esame dei singoli articoli e delle singole proposte emendative. Voglio però dire a chiare lettere, come è stato anticipato anche da altri colleghi del mio gruppo, che anche dall'adozione di provvedimenti quali il presente si evince chiaramente la volontà del Governo di non tutelare i cittadini più deboli, quelli senza lavoro, i disoccupati, coloro che sono in cassa integrazione, quelli che si sentono insicuri perché non hanno la certezza di un lavoro e di un futuro. Il Governo rivela tutta l'inadeguatezza a governare il nostro paese in una fase di crisi economica, di difficoltà che non ci sfuggono ma che richiederebbero ben altra guida.
Ho l'impressione che il Governo navighi a vista, nonostante sia guidato da uno che ha viaggiato molto sulle navi ma, evidentemente, per cantare e non per governare, come il nauta peritus che la situazione imporrebbe (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.

RUGGERO RUGGERI. Signor Presidente, le proposte emendative presentate cercano di salvare il salvabile; tuttavia, questo provvedimento segna una prassi, una politica del Governo incapace di rispondere alle esigenze concrete, incapace di rispettare i propri programmi e di conseguire gli obiettivi prefissati. Nel provvedimento troviamo molte norme che sembrerebbero semplici, norme di proroga termini, di aiuto, di facilitazione per consentire di ottemperare a quanto previsto dalla legge: non è così! Molte proroghe sono state qui inserite solo per prorogare la spesa pubblica, l'intervento dello Stato! Lo Stato, nonostante abbia promesso, ora si trova nell'impossibilità, nell'incapacità, nell'impotenza di garantire una spesa che già aveva garantito.
Consideriamo, ad esempio, l'articolo 1, riguardante lo sviluppo della meccanizzazione agricola: è il tema della produttività


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in agricoltura, dell'innovazione tecnologica; esistono ancora migliaia di domande inevase avanzate da nostri agricoltori, da piccoli agricoltori che, con grandi sacrifici, hanno acquistato qualche macchina agricola, qualche strumento per produrre meglio, per produrre senza fatica. Ebbene, mentre in altri articoli abbiamo addirittura visto una modifica sostanziale e non soltanto una proroga termini, in questo articolo, invece di aumentare il fondo per soddisfare le esigenze legate alle domande già pervenute da parte delle nostre aziende agricole - lo ripeto, da parte delle nostre piccole aziende agricole - nulla si è fatto. Si spostano addirittura i termini ma, domando, per fare cosa, se i fondi sono già esauriti? A questa domanda dovrebbe risponderci il ministro.
Proprio questa mattina a Mantova, nel settore dell'agricoltura, c'è stata una sollevazione legata ad una malattia che ha colpito il settore dei polli, mettendo in difficoltà centinaia e centinaia di piccole aziende: nessuna risposta è venuta dal Governo. L'intervento è di urgenza: forse vogliamo prorogare anche questo tipo di interventi?
Gli emendamenti presentati all'articolo 2 mirano a sopprimere l'articolo stesso. Come è possibile, infatti, parlare di aiuto al collocamento delle fasce più deboli della società? Sto parlando di disabili, di figli orfani, di vedove, di ceti sociali che dovrebbero rappresentare la nostra priorità e che, invece, devono ancora attendere.
Addirittura, anziché farli entrare nelle graduatorie del collocamento ponendoli, quindi, nella condizione di attendere una chiamata, rifiutiamo una cultura di solidarietà e di assistenza, prorogando i termini proprio per queste categorie, il che è veramente assurdo. Quale politica sociale sta perseguendo il Governo, se non quella di rimandare? Qualcuno ha affermato che il Governo, in particolar modo Berlusconi, è come quel cavallo che vuole saltare un ostacolo ma, trovandosi di fronte ad esso, devia, lo scarta mettendo sul tappeto la polvere ed i rifiuti, senza fare pulizia e senza affrontare i reali problemi di questo paese.
In questo momento di crisi economica internazionale e, in particolar modo, di crisi dell'Italia, considerati i parametri macroeconomici che sono quasi tutti peggiori rispetto alla media europea, vi è, di fatto, una situazione di povertà, di attesa e di richiesta di aiuto da parte della collettività. Si tratta di un aiuto che dovrebbe essere dato dallo Stato e, guarda caso, proprio a questi ceti più deboli diciamo di attendere ancora, perché domani, nel 2004, nel 2005 o nel 2006 ci sarà la ripresa economica e, quindi, si potranno anche soddisfare le loro richieste. Tuttavia, queste richieste sono di oggi ed oggi devono essere soddisfatte. Ecco il motivo per cui abbiamo presentato un emendamento volto a sopprimere l'articolo 2, che comporterebbe la soppressione dell'attesa. Addirittura, togliamo anche la speranza di dire che la collettività si prende cura dei propri soggetti più deboli.
Purtroppo, altri colleghi hanno evidenziato le storture e le contraddizioni di questo provvedimento. Non sto qui a ripetere ciò che hanno affermato i colleghi Boccia e Bressa sul problema del metodo e delle modalità con cui si affrontano queste tematiche concernenti, ad esempio, le infrastrutture e l'edilizia e che riguardano gli insediamenti produttivi. Si tratta di temi che dovrebbero essere cari al nostro Governo e che dovrebbero rappresentare il cuore della sua politica economica; in realtà, tutto viene spostato, ancora una volta, nel tempo.
Aiutare le piccole imprese oggi non è un'urgenza, le aiuteremo quando loro avranno già risolto i loro problemi: questa è la cultura che a noi non sta bene.
Addirittura, questo provvedimento - lo potete verificare - non è stato neppure sottoposto all'esame della Commissione attività produttive, perché non si è ritenuto fossero necessari un parere o un nulla osta. Si tratta di un errore, perché proprio in questo momento l'attività economica e le nostre imprese hanno bisogno di essere aiutate.
Quando la domanda, i consumi e gli investimenti diminuiscono è il momento di aiutare le imprese, in un modo indiretto,


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attraverso la creazione di un habitat, di opportunità e di possibilità, affinché le stesse possano svilupparsi. È il tema delle infrastrutture.
Questo Governo, che si è voluto caratterizzare nei primi 100 giorni per le grandi infrastrutture (che, peraltro, non sono state avviate e non saranno realizzate, perché avete sbagliato i calcoli per finanziare tali opere), si è letteralmente dimenticato delle piccole infrastrutture. Addirittura, oggi dite che ciò è vero ed affermate di volere prorogare i termini per poter intervenire in un tempo successivo, domani o dopodomani, quando magari non sarete più al Governo.
Siamo molto critici rispetto al provvedimento in esame e gli emendamenti che abbiamo presentato e che riteniamo condivisibili sono di buonsenso. Però, non possiamo dimenticare, per quanto riguarda il tema dei trasporti, il modo di lavorare di questo Governo. In tale materia è proprio il Governo che differisce ciò che avrebbe dovuto anticipare, anzi, diciamolo pure chiaramente, che avrebbe dovuto già aver fatto. Oggi ci troviamo di fronte a promesse non mantenute: è il caso dei trasporti. Abbiamo ancora interventi di cui oggi si chiede la proroga, ma si tratta di interventi che il Governo avrebbe già dovuto aver fatto.
La decisione del Governo è quasi stupefacente per quanto riguarda la riforma del codice della strada. Vi è un'urgenza dettata da circa 7 mila morti ogni anno, centinaia di migliaia di feriti e migliaia di invalidi permanenti. Il Governo il 22 marzo 2001 aveva ricevuto la delega per la riforma del codice della strada. Si tratta di un tema urgente oppure no? È un tema che dovrebbe anticipare i termini oppure no? Il Governo non ha adempiuto alla delega ricevuta. Cosa diremo alle famiglie dei giovani morti, alle famiglie che hanno invalidi in casa? Diciamo loro di attendere ancora perché il Governo non è riuscito ad adempiere alla propria delega? È questo che diciamo, ma non è questo che vogliamo.
Ecco perché i nostri emendamenti tendono addirittura ad anticipare i termini: l'urgenza è urgenza, non è una parola astratta. Proprio in questi casi diventa una triste realtà, come è una triste realtà questo Governo che non sta governando il paese e vive alla giornata rimandando i propri adempimenti, rimandando le spese per il futuro ed anticipando gli incassi con i condoni tombali. Tuttavia, la tomba riguarda, purtroppo, l'obiettivo del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Squeglia. Ne ha facoltà.

PIETRO SQUEGLIA. Signor Presidente, sicuramente è legittimo che un Governo ed una maggioranza adottino le leggi che ritengono giuste ed eliminino quelle che ritengono ingiuste o inopportune: ciò attiene al diritto-dovere della maggioranza. Tuttavia, credo che ciò debba essere fatto con profondo senso di responsabilità e con una forma, una modalità, uno stile di Governo che faccia capire che dietro le scelte vi sono attenta riflessione, analisi accurata ed il tentativo sofferto di migliorare le cose. Tutto ciò non si rinviene in questo Governo.
È significativa la nota a firma del ministro Maroni apparsa sul Corriere della Sera del 10 ultimo scorso in risposta ad un intervento del segretario della CGIL Epifani sul problema del reddito minimo. Quanto la nota del segretario della CGIL appare responsabile, calibrata e costruttiva, tanto la risposta del ministro è intrisa di superficialità, di saccenteria e di supponenza significativa di una povertà culturale fatta di pregiudizi e di luoghi comuni plausibile in un ragionare da bettola, ma non sulla bocca di un ministro della Repubblica italiana. L'ineffabile ministro afferma che: trattandosi di una misura sperimentale il cui termine era fissato al 31 dicembre 2002 si è contrari alla proroga, ad adottare, quindi, il metodo tipicamente italiano di rendere stabile il provvisorio.
Intanto viene da domandarsi da dove viene questo signore, di quale Stato è ministro: del Belgio, del Lussemburgo, dell'Olanda?


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Eppure io sapevo che era solo un padano!
E poi che significa, per questo signore, il termine sperimentale? Che si tratti di un provvedimento a termine sic et simpliciter o piuttosto di un provvedimento a termine, ma del quale vanno analizzati e verificati i risultati per stabilire il da farsi?
Il reddito minimo di inserimento fu istituito per perseguire un obiettivo alto, come misura di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale. La legge si prefiggeva di raggiungere l'integrazione sociale e l'autonomia economica dei soggetti destinatari, attraverso programmi personalizzati e trasferimenti monetari. La sperimentazione riguardava le modalità, cioè gli strumenti per raggiungere questo scopo; così si è partiti in 39 comuni, estendendolo successivamente ad altri 265.
Ebbene, tutte le azioni di monitoraggio e di verifica dicono chiaramente che i risultati ottenuti sono stati complessivamente positivi: migliaia di persone, attraverso il reddito minimo di inserimento, sono uscite dalla povertà e dall'emarginazione, partecipando a corsi di inserimento lavorativo. Certo, ci sono stati anche problemi, limiti, incertezze; ma a questo serviva la sperimentazione: individuare i punti di forza ed enfatizzarli; individuare i punti di debolezza per eliminarli.
Lo stesso ineffabile ministro riconosce che la relazione sulla sperimentazione nei primi 39 comuni presenta luci ed ombre e prosegue parlando di esperienze che effettivamente hanno portato ad un recupero del degrado sociale. Ed ora in questi comuni, cosa succederà? Si ricadrà - questa volta per legge dello Stato, per legge votata da questa maggioranza - nel degrado di prima? Si butta tutto all'aria? Si annulla tutto: le ombre, ma anche le luci? Non era forse questa la finalità della sperimentazione, cioè quella di verificare le ombre per eliminarle e le luci per potenziarle?
L'ineffabile ministro, ricco di una conoscenza doverosa quanto profonda della realtà di un paese come il nostro - come si richiede ad una persona che è ministro della Repubblica italiana -, e forte della sua esperienza personale maturata nella frequentazione assidua delle contrade di cui parla, prosegue affermando che lo strumento del reddito minimo di inserimento ha di fatto scoraggiato l'ingresso nel mondo del lavoro. L'impudenza qui diventa effettivamente tragico umorismo! Ma di che cosa parla questo ministro? Dove vive? Dove sta questo lavoro rifiutato per un sussidio, che in media si aggira sui 360 euro a famiglia?
Perché non viene, il ministro, non dico a Napoli - dove c'è un sindaco di centrosinistra - ma a Caserta, dove invece c'è un sindaco di centrodestra? Venga e chieda come stanno le cose. Si faccia dire dove sta quel mondo del lavoro in cui non si vuole entrare per i 360 euro al mese. Venga, il ministro, e probabilmente ascolterà amministratori del suo stesso schieramento politico indignati per la decisione del Governo. Venga e si renderà conto che in città già sono dovute intervenire le forze dell'ordine per sedare la rivolta e la protesta dei titolari del reddito minimo. Venga e sentirà da amministratori del suo stesso schieramento che malgrado le difficoltà iniziali, in particolare per l'accertamento dei requisiti, l'introduzione del reddito minimo ha portato numerosi benefici per le famiglie che versavano in condizioni più disagiate e per le persone particolarmente emarginate. Venga, il signor ministro, e si sentirà dire che il sussidio ha consentito di risollevare una situazione di difficoltà estrema.
Grazie al reddito minimo, tali nuclei hanno potuto modificare il loro stesso stile di vita, spesso ben al di sotto dei limiti minimi accettabili per una società che si vuole definire civile ed avanzata.
Il comune di Caserta non ha fatto assistenza, ha puntato soprattutto su progetti di formazione in contesti lavorativi, badando di non dare al beneficiario l'idea di aver trovato un posto stabile.
Venga il ministro, venga e si sentirà dire che parte dei beneficiari ha visto questo strumento come un'importante opportunità per dare una svolta concreta alla propria esistenza, impegnandosi attivamente nei progetti di inserimento.


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Come si può notare, la sperimentazione ha fornito risultati positivi e, comunque, incoraggianti. Si trattava, dunque, di continuare su questa strada, eliminando i limiti e le incertezze che pure sono emersi nella fase sperimentale.
Questo Governo è in carica da più di 18 mesi e avrebbe dovuto, già da tempo, intervenire in questa direzione, correggendo eventualmente le cose che non andavano. Invece, nulla di tutto ciò è avvenuto.
Il Governo ha stabilito che occorre annullare tutto. Il ministro annuncia che il Governo è impegnato in una politica diversificata tra politiche di assistenza e politiche di avviamento al lavoro e che, per il contrasto alla povertà, si sta pensando al reddito di ultima istanza. Ma quando avverrà tutto ciò? Non sarebbe più corretto e giusto, mentre tutto questo si realizza, mentre si passa dal pensiero puro del ministro alla proposta concreta della sua approvazione, mantenere in vita l'istituto del reddito minimo di inserimento, magari correggendolo ed emendandolo?
In tal modo, il Governo potrebbe dimostrare maggiore senso di responsabilità, maggiore senso dello Stato unitario; potrebbe dimostrare di essere attento non solo ai ricchi miliardari e alle loro successioni, ma anche alle migliaia di famiglie che vivono in uno stato di acuto disagio e di profonda miseria.

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