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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 ottobre 2002, n. 236, recante disposizioni urgenti in materia di termini legislativi in scadenza.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che i presidenti dei gruppi parlamentari dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali ha) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Oricchio, ha facoltà di svolgere la relazione. Pregherei i colleghi di consentire al relatore di poter parlare senza un brusio che sia superiore, quanto a decibel, a quello della sua interessante relazione.
Prego, onorevole Oricchio.
ANTONIO ORICCHIO, Relatore. Signor Presidente, il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 236 del 2002 contiene disposizioni urgenti di proroga e di differimento di termini concernenti adempimenti di soggetti ed organismi pubblici. Tali proroghe e differimenti sono voluti dal decreto-legge per consentire una più concreta e puntuale attuazione delle previsioni normative di riferimento e per corrispondere, in questo modo, ad alcune pressanti esigenze, sociali ed organizzative, rappresentate in varie sedi.
Il disegno di legge di conversione al nostro esame era stato presentato alla Camera dei deputati il 29 ottobre 2002, ma è stato trasferito al Senato della Repubblica in data 2 ottobre 2002. Quest'ultimo ha provveduto alla prima lettura, all'esito della quale - ne daremo conto nel prosieguo della relazione - sono intervenute modifiche che, in parte, hanno abrogato alcuni articoli contenuti nel testo originario
e, in parte, hanno aggiunto altre disposizioni che, di qui a breve, esamineremo.
La Commissione ha svolto un'ampia istruttoria in proposito, acquisendo i prescritti pareri. Desidero ricordare, in breve, che il testo del decreto-legge, all'esito della prima lettura effettuata dal Senato e dell'esame in Commissione, risulta costituito da vari articoli che dispongono la proroga dei seguenti termini.
L'articolo 1 proroga il termine di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 agosto 1975, n. 377, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 ottobre 1975, n. 493, e già prorogato da molteplici provvedimenti citati nel corpo del medesimo articolo, relativo al fondo per lo sviluppo della meccanizzazione in agricoltura.
Allo scopo di completare l'esposizione sul significato di questa proroga ritengo opportuno precisare che l'articolo 1 proroga al 31 dicembre 2005 la durata del fondo per lo sviluppo della meccanizzazione agricola, stabilita a suo tempo dalla legge del 1975, che ho citato, e da successivi altri provvedimenti legislativi. Questo fondo era stato istituito con l'articolo 12 della legge 27 ottobre 1966, n. 910, ed era destinato alla concessione di prestiti per l'acquisto di macchine agricole, di attrezzature connesse ai beni mobili necessari per le colture di un certo pregio e la valorizzazione agricola.
L'articolo 2, così come risultante nel testo che noi stiamo esaminando, dopo le anzidette intervenute modifiche che vi sono state nella prima lettura innanzi all'altro ramo del Parlamento, prevede la proroga di un termine in materia di collocamento obbligatorio. In particolare, l'articolo proroga un termine stabilito in origine da una disposizione di rango regolamentare, l'articolo 11, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica n. 333 del 2000. Il Senato ha voluto invece disporre questa proroga prevedendo un nuovo termine, questa volta non con una disposizione regolamentare di rango inferiore, ma direttamente con una disposizione di rango legislativo.
L'articolo 3 proroga l'intervento per agevolare la raccolta di determinati prodotti agricoli. In particolare, proroga a tutto il 2004 l'intervento per agevolare la raccolta di prodotti agricoli, termine introdotto in via sperimentale dall'articolo 122, comma 1, della legge n. 3 del 23 dicembre 2000.
L'articolo 4 proroga a sua volta, invece, un termine in materia di realizzazione di immobili per l'edilizia universitaria. Più specificamente questo articolo proroga al 31 dicembre 2005 l'operatività dell'articolo 3, comma 1, della legge 23 dicembre 1992, n. 498, a norma del quale articolo gli enti pubblici gestori di forme di previdenza ed assistenza sociale dovevano destinare un'ulteriore quota non inferiore al 25 per cento dei fondi annualmente disponibili per la realizzazione o l'acquisto di immobili destinati alle esigenze dell'edilizia universitaria, anche per uso residenziale universitario o per adibire immobili ad istituti di ricerca.
L'articolo 5 proroga invece un termine in tema di sperimentazione del reddito minimo di inserimento. In particolare, recita quanto segue: all'articolo 80, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, dopo le parole «fino alla data del 31 dicembre 2002», sono aggiunte le seguenti: «, ovvero fino alla conclusione dei processi attuativi della sperimentazione e comunque non oltre il 31 dicembre 2004, fermi restando gli stanziamenti già previsti».
In effetti si tratta di una proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento finalizzata alla conclusione dei processi attuativi, già previsti a suo tempo con gli stanziamenti accordati per l'istituzione di questo reddito minimo di inserimento.
L'articolo 6 proroga i termini in materia di privatizzazione, trasformazione e fusione di enti pubblici. Più specificamente questo articolo proroga al 31 dicembre 2003 il termine già differito dall'articolo 9 del decreto-legge n. 63 del 2002, termine di decorrenza della privatizzazione e trasformazione degli enti pubblici con finalità culturali indicati nella tabella A del decreto legislativo n. 419 del 1999, il cui iter
di privatizzazione o di trasformazione non sia stato ad oggi e tuttora già completato.
L'articolo 7 dispone, a sua volta, una proroga dei termini di efficacia dei decreti di occupazione d'urgenza; in particolare, l'articolo in esame novella l'articolo 1, comma 1 del decreto-legge 26 ottobre 2001, n. 390 convertito nella legge 21 dicembre 2001, n. 444.
Si noterà che nel dossier del servizio studi della Camera dei deputati vi sono delle discrasie dovute all'accorpamento ed alla nuova numerazione degli articoli per effetto delle modifiche introdotte dal Senato.
L'articolo 8 proroga le disposizioni relative al funzionamento delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari all'estero. In particolare l'articolo dispone una proroga delle disposizioni di cui all'articolo 2 della legge n. 104 del 2002 recante «disposizioni per il completamento e l'aggiornamento dei dati relativi alla rilevazione dei cittadini italiani residenti all'estero», in ottemperanza alle modifiche di cui alla legge 27 ottobre 1988 n. 470.
L'articolo 9 regola un differimento di termini relativo alle disposizioni per la rideterminazione delle risorse da trasferire alle regioni per la copertura dei costi di servizio ferroviario di interesse regionale o locale.
L'articolo 10, a sua volta, proroga il termine di entrata in vigore del decreto legislativo 15 gennaio 2002 n. 9, mentre l'articolo 11 proroga ed sostituisce le parole «30 giugno 2003» alle parole «30 giugno 2002» dell'articolo 2, primo comma del primo capoverso della legge n. 166 del 2002, relative alle disposizioni materia di definizione transattiva delle controversie per opere pubbliche di competenza dell'ex Agensud.
L'articolo 12 dispone la proroga di alcuni termini relativi ai concorsi da bandire entro due anni dalla data di entrata in vigore della legge n. 48 del 2001 per i bandi di concorso per il reclutamento di uditori giudiziari.
L'articolo 13 «disposizioni in materia di durata massima delle indagini preliminari per i delitti di strage» prevede che all'articolo 9 del decreto-legge 24 novembre 2000, n. 341, convertito, con modificazioni, nella legge 19 gennaio 2002, n. 4, venga sostituito il termine previsto di 5 anni venga sostituito con uno di 6 anni.
L'articolo 14, poi, dispone l'entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge.
La Commissione ha acquisito, come risulta dal fascicolo stampato, i pareri espressi e previsti dalle norme regolamentari della Camera; in particolare risulta acquisito il parere del Comitato per la legislazione, il parere favorevole della II Commissione, della V, della VII, VIII, IX XI, XIII e XIV Commissione.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo.
CESARE CURSI, Sottosegretario di Stato per la salute. Signor Presidente, ringrazio l'onorevole relatore per la puntuale relazione e mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, comincio anch'io ad essere insopportabile a me stesso e confesso che non avrei avuto alcuna voglia di svolgere questo intervento.
Prendo spunto dalle parole del sottosegretario, che ha ringraziato l'onorevole Oricchio per la sua relazione puntuale. Ebbene, vorrei che noi, anche di fronte a provvedimenti «scassati» come quello ora alla nostra attenzione, ci impegnassimo comunque con un minimo di serietà e professionalità. Il relatore è stato tutto meno che puntuale, perché ha illustrato due articoli, gli articoli 3 e 5, che sono stati soppressi dal Senato!
Onorevole Oricchio, lei ha illustrato un testo che non è più così! Se relatore non è neanche in grado di illustrare il testo che dobbiamo esaminare, mi chiedo, signor Presidente, che senso abbia restare qui a discutere! Altro che ringraziare il relatore
per la puntualità della relazione svolta! Ci troviamo di fronte ad un provvedimento bislacco, con un relatore che non sa neanche di cosa si sta parlando, perché ha illustrato due articoli che sono stati soppressi al Senato! Questa è una cosa indecente! Lo ripeto, è una cosa indecente!
Chiedo pertanto che venga rinviata la discussione di questo provvedimento e che il relatore ne studi il testo per svolgere, domani, una relazione all'altezza della dignità dell'Assemblea (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Onorevole Bressa, si tratta di una richiesta estremamente perentoria che non corrisponde alla possibilità che il relatore ha - né noi - di dare lezioni agli altri. Si può criticare, ma...
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, il collega Bressa ha segnalato alla Presidenza un incidente di percorso. Senza voler eccedere, perché si tratta di incidenti che possono capitare, rimane però il fatto procedurale; ci troviamo ad esaminare un provvedimento d'urgenza: ebbene, se non lo ha letto il relatore, come fa la Presidenza a pensare che lo abbiano letto gli altri colleghi? La richiesta del collega Bressa è pertanto ragionevolissima; anzi, direi quasi che questa faccia scattare il dovere di sospendere la discussione. Ci troviamo di fronte ad una palese dimostrazione di come, a causa dell'urgenza, non si conosca il provvedimento: possiamo discutere un provvedimento che nessuno conosce?
Signor Presidente, mi affido a lei per una riflessione, tanto tra lo svolgere la discussione questa sera oppure domani mattina non vi è certo molta differenza. Forse è quindi il caso di concludere i nostri lavori dopo la relazione svolta dal relatore. Ritengo opportuno interpretare l'intervento del collega Bressa come un intervento sull'ordine dei lavori (perché in effetti di ciò si è trattato) che si è formalizzato, appunto, con una richiesta di sospensione della discussione dopo l'illustrazione della relazione da parte dell'onorevole Oricchio.
Mi sembra che questo sia un modo sereno ed anche congruo per affrontare un argomento così delicato e complesso che, certamente, comporterà un esame molto lungo da parte dell'Assemblea.
RENZO INNOCENTI. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RENZO INNOCENTI. Signor Presidente, faccio riferimento all'articolo 79 del regolamento, laddove, al comma 12, si prevede che il relatore riferisca all'Assemblea circa l'andamento dei lavori della Commissione e sul testo da questa elaborata. Abbiamo ascoltato, invece, una relazione che, con tutto il rispetto, non rappresenta affatto lo stato delle cose: sono state cioè pronunciate parole che si riferiscono ad un testo che non è quello esaminato in Commissione. Credo che su questo sia necessario chiarirsi.
Vi è la necessità che si aggiornino i nostri lavori in modo che si riferisca all'Assemblea correttamente e puntualmente su quanto è stato fatto e sul testo in discussione e poi si proceda nella discussione sulle linee generali.
Signor Presidente, mi consenta di svolgere una brevissima considerazione di tipo politico: ciò accade quando si fanno le cose troppo in fretta. Vi è la necessità di rendere i nostri lavori più sereni e tranquilli, in modo che la legislazione che produciamo sia puntuale, al di là del merito (questa, infatti, è un'altra questione).
Più di una volta ci siamo trovati di fronte ad episodi che dimostrano come le decisioni adottate nelle fasi precedenti a quella della discussione in Assemblea comportino poi difficoltà ad andare avanti. Mi riferisco a correzioni continue,
a termini che non possono essere rispettati perché già scaduti nel momento in cui deliberiamo, e via dicendo.
Signor Presidente, le rivolgo un accorato appello, se possibile, affinché si faccia tramite di una nostra richiesta, perché in questa Assemblea si riprenda a lavorare con serenità, privi di quelle forzature sul piano temporale che determinano sempre e comunque, come dimostra l'episodio di questa sera, anche la mancanza dei termini necessari per poter poi deliberare e discutere proficuamente.
ANTONIO ORICCHIO, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO ORICCHIO, Relatore. Signor Presidente, nel mio piccolo, ritengo di poter affermare due cose. Innanzitutto, nel testo che oggi è stato diffuso e che ho a disposizione, effettivamente, vengono ancora riportati gli articoli 3 e 5, sia pure in grassetto, senza la dizione «soppresso». Devo chiarire che gli articoli 3 e 5 sono soppressi; per il resto, mi sembra non vi siano altre difficoltà.
A tal proposito, vorrei richiamare la relazione che ho evitato di leggere per non appesantire i lavori dell'Assemblea, che è stata da me svolta in Commissione e che è riportata nel bollettino delle Commissioni del 5 dicembre 2002, a pagina 20. Qui si afferma espressamente quanto segue: l'articolo 3, che disponeva la proroga, a tutto il 2004, dell'intervento per agevolare la raccolta dei prodotti agricoli introdotti in via sperimentale dall'articolo 122, comma 1, della legge 23 dicembre 2000, n. 3, è stato soppresso nel corso dell'esame del Senato ad opera di un emendamento del relatore accolto in Commissione di merito nella seduta del 21 novembre 2002.
Per quanto riguarda poi l'articolo 5, che viene sempre riportato nel testo distribuito in Assemblea e che, comunque, va letto a fronte dal momento che non è scritta la parola «soppresso», va comunque rilevato che nella relazione che ho svolto in Commissione, che è riportata nel bollettino e che non ho ritenuto di dovere rileggere in questa sede per approfondire i lavori parlamentari, veniva affermato letteralmente quanto segue: l'articolo 5, che disponeva una proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento, per la quale la legislazione vigente prevedeva un termine fissato al 31 dicembre 2002 sino alla conclusione dei processi attuativi e, comunque, per un massimo di un ulteriore biennio, è stato soppresso nel corso dell'esame al Senato ad opera di un emendamento del Governo accolto dall'Assemblea nella seduta del 3 dicembre 2002.
Mi sembra che con ciò sia stata chiarita anche la vicenda degli articoli 3 e 5. È stata chiarita la svista presente nel testo diffuso, in cui non è riportata la dizione «soppresso» con riferimento a tali articoli, che sono stati erroneamente da me riletti. Non mi pare vi siano gli estremi di una sorta di protesta di questo genere. Intendevo chiarire ciò e l'ho fatto.
PRESIDENTE. Vorrei rispondere brevemente. L'aspetto procedimentale è stato rispettato, nel senso che la Commissione ai sensi dell'articolo 79, comma 12, ha nominato un relatore e lo stesso ha riferito in Commissione, svolgendo la relazione scritta cui ora ha fatto riferimento. La severità e l'attenzione con la quale il collega Bressa ha aspramente criticato la relazione non incide sul tipo di relazione che è stata svolta, perché si è trattato, come si è visto, di una semplice omissione di carattere materiale.
Di conseguenza, il testo scritto riproduce esattamente quello che la Commissione aveva deciso e il relatore ha soltanto erroneamente, se si può usare questo termine, non considerato che gli articoli 3 e 5 erano stati soppressi. Credo che ciò non debba costituire un vulnus di carattere regolamentare né un addebito specifico da fare al relatore: questa è la mia opinione.
Per il resto, non credo di dover aderire alla richiesta di differimento: si può senz'altro continuare la discussione sulle linee generali per il semplice fatto che il completamento che il relatore ha fatto del
suo dire è sufficiente a riferire quanto la Commissione aveva deciso, che fa parte della relazione scritta...
MARCO BOATO. Ma non c'è una relazione scritta!
PRESIDENTE. Il testo che ha riletto indica...
MARCO BOATO. Ma non è una relazione scritta!
CESARE CURSI, Sottosegretario di Stato per la salute. Ma, su, Boato! Hai superato i 18 anni! Sappiamo che Bressa vuole fare il primo della classe!
PRESIDENTE. Ho capito, dico soltanto che il mandato dato al relatore è stato adempiuto con un'omissione che è stata chiarita. Quindi, mi pare non vi sia motivo di differire la discussione. Non lo faccio perché mi fa piacere continuare la discussione, ma perché, se si crea un precedente di questo genere, si arriva a censurare una relazione nel momento in cui viene svolta e ciò costituisce, mi permetto di dire, un'interferenza che potrebbe essere, domani, rimproverata a tutti negli stessi termini. Infatti, sono un vecchio di questo Parlamento, ma non ho mai sentito fare una critica del genere. Può darsi che abbia una memoria corta, ma mi pare proprio di non aver mai sentito fare un rilievo di questo tipo e con tale veemenza.
RENZO INNOCENTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RENZO INNOCENTI. Lei mi scuserà e mi scuseranno i colleghi, ma ho sentito dire una cosa e può darsi che a quest'ora della serata...
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Parla per te!
RENZO INNOCENTI. Sì, parlo per me: può darsi che non capisca a quest'ora della serata. Ho un testo nel quale c'è scritto: soppresso.
PRESIDENTE. Sì, c'è scritto: soppresso, soppresso. Il collega ha sbagliato un'indicazione, ma fare un processo, non lo so...
RENZO INNOCENTI. Signor Presidente, non è un problema di processo. Il mio appello era perché vi fosse la possibilità di lavorare tutti con calma.
PRESIDENTE. Questo è un altro discorso, apprezzo la sua invocazione alla calma.
RENZO INNOCENTI. Mi rendo conto delle condizioni con cui si lavora facendo nottate e quant'altro, cercando di trovare tutte le soluzioni per inserire i provvedimenti. Si tratta, appunto, di mettere tutti nelle condizioni di svolgere il loro lavoro nel modo migliore. Dunque, tale richiesta va incontro anche a quanti oggi si trovano costretti, viste le condizioni difficili in cui lavorano, a non fare al meglio il proprio lavoro. Non vuole essere una censura, è solo un richiamo alle necessità di garantire un regolare svolgimento dei lavori dell'Assemblea.
PRESIDENTE. Sono contento che abbia fatto questa precisazione.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, mi dispiace che l'onorevole Innocenti parli un po' liberamente. Per quanto attiene al lavoro che non sarebbe stato fatto: lui non sa assolutamente quello che è avvenuto in Commissione e quanto tempo - se sia stato poco o tanto - abbiamo dedicato al provvedimento. Vi è una relazione che è stata svolta dal relatore. Tra l'altro, se su questo provvedimento l'opposizione ha
fatto poco o tanto, ma sarà l'Assemblea a deciderlo. Credo che la relazione del relatore sia sufficiente, anzi devo dire che avevo chiesto al relatore di abbreviarla proprio perché era abbastanza corposa. E anche se oggi in questa sede ha commentato gli articoli 3 e 5 soppressi dal Senato, omettendo di dire che sono stati soppressi, mi pare che le carte, comunque, fossero in questo senso. Se si vuole smettere perché c'è la partita l'onorevole Innocenti lo dicesse.
RENZO INNOCENTI. No, presidente, non puoi dire questo!
DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. Allora, se vogliamo procedere nei lavori, credo vi siano le condizioni idonee per andare avanti, perché avevamo l'impegno di svolgere questa sera la discussione sulle linee generali di questo provvedimento. Il relatore è informato del provvedimento stesso e della preparazione. Credo che al collega debbano dare atto tutti i componenti della Commissione. Mi spiace che il rilievo pervenga proprio dall'onorevole Bressa che sa quale apprezzamento l'onorevole Oricchio nutra nei confronti di tutti i componenti di maggioranza e opposizione. Mi auguro che si sia trattato di un incidente, dovuto forse all'ora tarda; lascio a lei ogni valutazione.
Per quanto mi riguarda credo che questa sera dobbiamo terminare i lavori riguardanti la discussione sulle linee generali.
ALDO PERROTTA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALDO PERROTTA. Signor Presidente, a dire la verità sarò brevissimo, perché il 98 per cento delle cose che volevo dire le ha già dette il presidente Bruno. Per il restante 2 per cento, vorrei solo aggiungere che poiché quello che diceva il collega Bressa risulta anche dagli atti, il perché lo ha puntualmente ribadito l'ottimo collega Oricchio, credo sia il caso di interrompere il dibattito inerente alla decisione se andare avanti o meno nei nostri lavori, trattandosi di una questione di lana caprina, e di continuare quindi lo svolgimento della discussione sulle linee generali del provvedimento al nostro esame.
PRESIDENTE. Vi è stata un'indicazione che non corrispondeva al testo in esame: ora questo si è chiarito. Non mi pare quindi che si sia modificata una realtà conoscitiva, che è poi la funzione che il relatore svolge nei confronti dell'Assemblea. Vorrei anche aggiungere che per quello che ho ascoltato - di solito sono attento a quanto avviene in aula - il relatore, salvo questo errore di riferimento, che è un errore omissivo, si è espresso su ciascun articolo fornendo la motivazione che egli riteneva di dare in sintesi.
Pregherei quindi i colleghi di non insistere su questo aspetto. Mi pare che il chiarimento avvenuto consenta di procedere con il criterio che ci eravamo dati. Personalmente preferirei che la questione si chiudesse così, se non vi sono richieste di formalizzare in modo per così dire sostanziale la questione.
ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO BOCCIA. Presidente, lei sa che noi per tantissimi motivi non possiamo non accogliere il suo invito, anche perché ce lo rivolge il Presidente di turno. Tuttavia, le chiederei la cortesia di integrare le sue conclusioni, precisando che la questione della partita non c'entra assolutamente niente e che noi abbiamo sollevato correttamente, seppure sulla base di un equivoco, una questione che era seria. Non vorrei che alla fine - l'ora è tarda per tutti - passassero le parole del presidente Bruno espresse in maniera poco cortese nei confronti dell'opposizione. Se lei quindi, signor Presidente, potesse fare questa integrazione, le sarei molto grato.
PRESIDENTE. Onorevole Boccia, il chiarimento dal punto di vista del completamento di ciò che poteva essere stato
omesso è avvenuto. Credo che un pizzico di polemica in certi casi non costituisca una mancanza di riguardo verso alcuno.
GERARDO BIANCO. Purché sia vis polemica e non vis comica!
PRESIDENTE. Credo che, se c'è una qualità che tutti riconoscono al presidente Bruno, sia proprio quella di avere un garbo straordinario, che a volte io stesso invidio. Quindi, non credo che egli volesse certamente mancare di riguardo al collega Innocenti facendo un'osservazione sui tempi.
Perciò, se non vi sono altre obiezioni, chiederei di continuare lo svolgimento della discussione sulle linee generali del provvedimento al nostro esame.
È iscritto a parlare l'onorevole Battaglia. Ne ha facoltà.
AUGUSTO BATTAGLIA. Questo provvedimento non è soltanto un decreto-legge «proroga termini», bensì esso contiene alcune norme di estrema gravità, che possono assumere un rilievo notevole per alcune categorie di cittadini particolarmente svantaggiati. Mi riferisco in particolare all'articolo 2 e all'articolo 5 (naturalmente quello soppresso, signor relatore: quello che era previsto nel testo iniziale ma che nell'esame al Senato è stato soppresso, con l'approvazione di un emendamento del Governo).
L'articolo 2 proroga fino al 31 dicembre 2003 una norma contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2000, n. 333, che consentiva alle aziende pubbliche e private di conteggiare nell'aliquota del 7 per cento prevista dalla legge n. 68 del 1999 (quella sul collocamento al lavoro dei lavoratori disabili) anche le categorie di orfani e vedove, assunti ai sensi della precedente legge 2 aprile 1968, n. 482.
Perché era stata emanata quella norma? Voglio ricordare ai colleghi che la legge n. 68 del 1999 è stata approvata all'unanimità da questo Parlamento, dopo circa una ventina d'anni di discussione parlamentare e, quindi, con una lunga attesa da parte dei disabili italiani e delle loro associazioni.
Si tratta di una legge estremamente innovativa, una legge che, rispetto alla legge n. 482 del 1968 - che prevedeva un collocamento molto burocratico, che non teneva conto dei problemi dell'azienda e delle esigenze e delle particolare difficoltà dei lavoratori disabili -, ha introdotto una serie di procedure innovative (le convenzioni, il collocamento mirato, varie forme di flessibilità) prevedendo, addirittura, la riduzione dell'aliquota - che, con la legge n. 482 del 1968, era del 15 per cento - al 7 per cento. Tuttavia, trattandosi di un meccanismo innovativo, che ha previsto sia per le aziende sia per i servizi di collocamento una serie di nuove incombenze, in sede di approvazione della legge, si è convenuto che alcune norme sarebbero entrate in vigore in date scadenzate. Ciò proprio al fine di consentire alle aziende e ai servizi di collocamento di attuare nel miglior modo questa legge. Infatti, era previsto che, nel giro di un paio d'anni, la suddetta legge sarebbe andata a regime.
Dunque, proprio al fine di non appesantire le aziende di incombenze, di problemi, per consentire loro di conoscere a fondo i meccanismi della legge, di raccordarsi con il collocamento e di svolgere un'analisi dei propri bisogni aziendali, il decreto del Presidente della Repubblica n. 333 del 2000 prevedeva 24 mesi di tempo, che sarebbero dovuti servire a due cose: da una parte, a far conoscere meglio alle aziende la legge, dunque a consentire loro di prepararsi e, dall'altra, a consentire alle regioni di adottare tutti i provvedimenti necessari per mettere in campo tutti quei nuovi servizi di collocamento mirato, di collocamento al lavoro dei disabili, che la legge avrebbe dovuto istituire. I 24 mesi, previsti dal decreto n. 333, sono scaduti nell'ottobre di quest'anno, quindi circa un mese e mezzo fa.
Dopo tre anni dall'approvazione della legge, si presuppone che gli uffici di collocamento siano a posto - e posso confermare che gli uffici di collocamento nella
gran parte dei casi sono a posto - e che le aziende, che hanno studiato questa legge dal lontano 1999, siano pronte, conoscendo ormai a memoria questo testo legislativo dal primo all'ultimo articolo.
Allora, cari signori del Governo, mi dovete spiegare per quale motivo siano necessari altri 14 mesi di proroga di una norma che, a questo punto, ha un solo scopo, vale a dire quello di non applicare la legge n. 68. Infatti, nella precedente legge n. 482 era prevista un'aliquota del 15 per cento, suddiviso tra le varie categorie; per effetto di un meccanismo che tecnicamente si chiamava scorrimento gli orfani e le vedove furono assunti in misura molto superiore al 2 per cento previsto dalla legge. Ciò avvenne per vari motivi: perché gli invalidi di guerra non c'erano più, perché magari le aziende trovavano più conveniente assumere lavoratori normodotati piuttosto che lavoratori disabili. Quindi, se conteggiamo quel 3, 4, 5 per cento di orfani e vedove di lavoratori assunti ai sensi della legge n. 482, l'aliquota del 7 per cento risulta coperta sia nelle aziende pubbliche sia in quelle private. Inoltre, a distanza di tre anni dall'approvazione della legge - e, con questa norma, addirittura a distanza di quattro anni -, non ci saranno i posti per avviare i lavoratori disabili.
Dunque, questa norma che sembra una proroga di termini, in realtà costituisce un attacco ingiustificabile, che il Governo promuove nei confronti del diritto al lavoro dei disabili; quindi si tratta di una norma odiosa ed inaccettabile.
Chiediamo che questa norma venga ritirata. Durante la discussione in Commissione affari costituzionali, a fronte di queste argomentazioni, il rappresentante del Governo si era riservato di dirci qualcosa in aula. Oggi vediamo che il rappresentante del Governo è cambiato. Il sottosegretario Cursi mi dice che il senatore Ventucci non ha trasmesso nulla a chi, oggi, rappresenta qui il Governo.
Allora, ci volete dire se siete favorevoli o contrari all'inserimento nel lavoro dei disabili? Dovete sapere che ci sono 200 mila disabili ed oltre, iscritti alle liste di collocamento previste della legge n. 68 del 1999: questi disabili e le loro associazioni hanno atteso vent'anni una riforma, che gli è stata data dal primo Governo di centrosinistra, se mi consentite. Da quando siete al Governo, state facendo di tutto per annullare quella legge. Vi ricordo che un mese fa siete venuti qui con un altro provvedimento, in cui proponevate che, per il collocamento dei disabili, si utilizzasse la forma del lavoro interinale: in pratica, nessuna garanzia per questi lavoratori, con la possibilità di essere cacciati via da un momento all'altro dal datore di lavoro. Di fronte alle nostre proteste avete dovuto ritirare il provvedimento. Oggi, non contenti di ciò, vi presentate con quest'altra norma che, per un anno e mezzo circa, impedirà di avviare al lavoro altri lavoratori disabili che aspettano da anni.
Questo è inaccettabile. Questo provoca danni enormi sul piano sociale, perché c'è gente che aspetta lì, in lista, e che ha avuto fiducia nel lavoro che abbiamo svolto e nella legge. C'è gente che sperava che, con la nuova legge, i posti di lavoro sarebbero venuti fuori. Invece, con questa norma, impedite che i posti vengano fuori, perché non ci sarà un ministero, non ci sarà un comune, non ci sarà una regione, non ci sarà un'azienda privata che avrà la disponibilità di posti da mettere in campo per l'assunzione dei disabili.
Allora, su questo ci dovete fornire delle risposte. Abbiamo presentato una serie di emendamenti su cui, domani, vi terremo a lungo, finché non ci darete risposte chiare. E non le dovete a noi. Le dovete a quei 200 mila lavoratori disabili che aspettano un posto. Le dovete alle associazioni alle quali avete fatto promesse e con le quali vi siete impegnati per l'attuazione della legge, anche in campagna elettorale. Quelle associazioni, oggi, vi stanno chiedendo di ritirare l'articolo 2 perché si tratta di un articolo che avrà effetti sociali estremamente negativi. E vi dico anche che è inutile che il sottosegretario Guidi istituisca e convochi, presso il Ministero della salute, una commissione per affrontare i problemi dei disabili. È inutile che il
ministro Maroni e la sottosegretaria Sestini dicano e proclamino che l'anno prossimo sarà l'anno europeo dei disabili. Per fare cosa? Per fare altre chiacchiere? Per fare dei convegni? Intanto, vi dico che quei convegni diventeranno un calvario per voi. Diventeranno un calvario per voi. Vi conviene non farli. Però, vi dico che se iniziamo l'anno europeo dei disabili con una norma che nega il diritto al lavoro dei disabili, lo cominciamo proprio male.
Quindi, vi chiediamo di riflettere su questo argomento e sui nostri emendamenti. Avete tempo per ritirare l'articolo 2. Ci sono i tempi tecnici per trasmettere nuovamente il provvedimento al Senato. Ma questo è un articolo che non può passare. Questo è l'articolo con il quale tradite tutti gli impegni che avete assunto con le associazioni dei disabili. E ciò è estremamente grave, oltre alla gravità concreta del fatto che ci saranno migliaia di persone che potrebbero andare a lavorare e che restano fuori dal mondo del lavoro.
Non credo che gli aspetti negativi del decreto-legge in esame si limitino solo a questo. Ce n'è un altro, anche questo di estrema gravità. Avevamo in atto in Italia una sperimentazione sul reddito minimo di inserimento. Si può discutere su questo strumento di contrasto alla povertà. Si può condividere o meno l'idea che questo sia lo strumento più adatto. Si possono prevedere altri interventi. Non voglio discutere di questo. Vi voglio dire soltanto che in Italia c'erano tanti comuni coinvolti. Se volete, vi posso dire anche quanti: 396. E c'erano circa 200 mila cittadini italiani - poveri, gente senza lavoro, famiglie con tanti problemi, forme di disagio sociale estremo - che ricevevano dai comuni un intervento chiamato reddito minimo di inserimento. Non si tratta di un intervento assistenziale puro e semplice. È lo strumento attraverso il quale si promuovono processi di inserimento, perché è abbinato alla formazione, perché è abbinato all'inserimento lavorativo, perché è abbinato a tutta una serie di interventi che possono aiutare il nucleo familiare e la persona a superare la situazione di disagio.
Ebbene, voi avevate inserito nel decreto-legge una norma di proroga di questo provvedimento dicendo che, stanti le disponibilità finanziarie già stanziate, si poteva proseguire nella sperimentazione, tant'è che i comuni e le regioni interessate già avevano detto a questi cittadini di non preoccuparsi, perché si potrà andare comunque avanti con la sperimentazione. Quando questo articolo 5 è andato al Senato il relatore - il senatore Ferrara, che non conosco, penso che sia un relatore della maggioranza - ha chiesto al Governo se era sicuro che questa norma dell'articolo 5 aveva ancora una reale copertura finanziaria? Infatti, erano comunque avanzate delle risorse rispetto ai fondi stanziati dal Ministero del lavoro. Egli vi ha chiesto se siate sicuri che con il decreto tagliaspese il ministro Tremonti non si sia fregato i soldi dei poveri e, quindi, che i comuni non saranno in grado di dare a queste 200 mila famiglie italiane povere il reddito minimo di inserimento. La sottosegretaria Armosino ha risposto «no», che non c'entra niente il decreto tagliaspese e che si può andare avanti. Qualche giorno dopo il sottosegretario Ventucci si presenta al Senato con un emendamento del Governo - un emendamento del Governo - che sopprime l'articolo 5 di questo decreto-legge. Io temo che questo emendamento sia stato presentato perché il Governo ha accertato che con il decreto tagliaspese i soldi sono stati sottratti ai comuni e, quindi, non c'erano più i soldi da dare ai poveri italiani, non c'erano più soldi da dare a quelle 200 mila famiglie e a quelle 200 mila situazioni di povertà estrema.
Allora, le cose che vanno dicendo il sottosegretario Ventucci e il ministro Maroni in questi giorni sono delle palesi bugie. Infatti, ieri ci è stato anche detto che questa norma è stata soppressa perché il Governo sta predisponendo un nuovo provvedimento per dare qualcosa di alternativo, un altro strumento più efficiente e più importante del reddito minimo di inserimento, ma questa è una sonora bugia, una cosa che il ministro si è inventato, anche perché dovrebbe stare attento a
quello che dice visto che in una sua intervista di ieri ha detto tutta un'altra cosa: «stiamo pensando»; non ha detto «stiamo approvando», ma «stiamo pensando»! A gennaio che succede? Il comune di Reggio Calabria, in cui c'è un vostro sindaco, credo di Alleanza nazionale, cosa dirà a quella gente? Il comune di Enna, cosa darà a quella gente? Il comune di Palermo, il comune di Napoli, il comune di Genova e tanti altri piccoli e grandi comuni, soprattutto nella realtà meridionale, dove vivono queste famiglie che avevano avuto questa risposta dallo Stato, il 1o gennaio che diranno alla gente? Che Tremonti si è fregato i soldi? Diranno loro che il ministro Maroni si è inventato una scusa per cui sta predisponendo quello che non è stato predisposto per due motivi: il primo, perché non è vero (e lo ha dichiarato alla stampa); il secondo, perché non ci sono i soldi nella legge finanziaria. Infatti, cari signori, voi nella legge finanziaria avete sottratto al fondo per le politiche sociali 260 milioni di euro. Quindi, non solo non ci sono i residui dello scorso anno dei fondi del reddito minimo di inserimento, ma ci sarà anche un fondo per le politiche sociali che in due anni è stato ridotto di 360 milioni di euro, vale a dire 720 miliardi vecchie lire, un terzo della dotazione finanziaria del 2001.
Allora, non solo non ci saranno i soldi del reddito minimo di inserimento ma i comuni che avranno avuto la decurtazione del 2 per cento dei trasferimenti, che avranno un fondo per le politiche sociali ridotto di un terzo, in presenza di regioni che non sapranno come far fronte al deficit sanitario, non avranno le condizioni non solo per il reddito minimo di inserimento, ma nemmeno per garantire la rete minima di servizi che è stata realizzata. Allora, mi domando che tipo di responsabilità ha questo Governo.
È un Governo che toglie la tassa di successione ai miliardari, dopodiché toglie i soldi ai comuni per i poveri! Questo è la destra, al di là delle chiacchiere populistiche che qualcuno di voi fa. La destra è un'alleanza che regala i soldi ai miliardari e toglie i soldi ai poveri! Questo state dimostrando! Questo state facendo! Così come avete tolto i soldi per i sussidi a quelli che pagano l'affitto alto e così via; l'elenco potrebbe essere estremamente lungo.
Noi vi chiediamo di reinserire quella norma, quindi, di proseguire la sperimentazione del reddito minimo di inserimento quanto meno con le risorse che erano disponibili - già stanziate negli anni precedenti e che non sono state spese - in maniera tale anche da prendere per buono - io non ci credo, ma lo prendo per buono - quello che ha detto il ministro Maroni il quale sta preparando un grande provvedimento che cambierà la vita a tutti i poveri italiani (poveri italiani, tra virgolette) che devono sopportare tante cose, quindi, possiamo anche chiamare poveri italiani.
Si può anche fare così; quindi, diamo il tempo al ministro il quale, tuttavia, non può pensare di cambiare uno strumento togliendo ai comuni le risorse per potere intervenire nel mese di gennaio. Dico ciò perché, cari signori, in quei comuni si determineranno situazioni di gravi tensioni; infatti, non so chi andrà a dire a quelle migliaia di persone che i soldi non ci sono più perché il Governo li ha tolti, perché il ministro Tremonti se l'è presi per fare non so che cosa o per tamponare non so quale buco creatosi in questi anni.
Su queste due questioni domani ci aspettiamo dal Governo delle parole chiare; dico ciò perché su queste due questioni, ma non soltanto (io mi limito a queste in quanto rappresentano il settore che seguo), presenteremo degli emendamenti e ci batteremo affinché vengano approvati, sicuri di avere, su queste proposte, il consenso della maggioranza degli italiani che considera importante intervenire al fine di contrastare i fenomeni di povertà così come comprende quanto sia importante riconoscere ai cittadini disabili il diritto al lavoro.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Raffaldini. Ne ha facoltà.
FRANCO RAFFALDINI. Signor Presidente, intendo soffermarmi su alcune questioni
specifiche per dimostrare che, almeno per quanto riguarda il comparto dei trasporti, il Governo differisce ciò che invece dovrebbe anticipare o che avrebbe dovuto aver già fatto. Al contrario, esso non proroga, cioè non continua gli interventi che dovrebbero essere prorogati, anzi li cancella; faccio alcuni esempi. L'articolo 9 del provvedimento in questione riferisce al 31 dicembre 2004 il termine per la rideterminazione delle risorse da trasferire alle regioni per la copertura dei costi di servizio ferroviario di interesse regionale e locale; si tratta delle risorse conferite alle medesime regioni dal decreto legislativo n. 422 del 1997 che regola la riforma del trasporto pubblico locale il quale trasferisce alle regioni e agli enti locali i servizi inerenti ai sistemi di mobilità, di ambito regionale e locale, con qualsiasi modalità effettuate.
Ebbene, quel decreto legislativo all'articolo 20, comma 7, dispone che le risorse relative alle funzioni amministrative trasferite sono individuate e ripartite tra le regioni con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri; a tale riguardo, l'articolo 8 dello stesso decreto legislativo prevedeva un lavoro di monitoraggio, relativamente ai servizi ferroviari non in concessione, sulla base del quale rideterminare, in modo compiuto, i criteri per la ripartizione delle risorse. Gran parte del lavoro di monitoraggio è stato già fatto; mancano soltanto due regioni. Pertanto, non ci sono ragioni plausibili perché questo monitoraggio non si concluda entro il 31 dicembre 2003, cioè entro 13 mesi.
Non si capisce proprio il differimento al 31 dicembre 2004. Si dà l'idea di una lungaggine infinita, di una partita che non si conclude mai e, guarda caso, proprio in un comparto, quello del trasporto pubblico locale, che alcune importanti regioni guidate dal centrodestra intendono bloccare, ritardare e snaturare (penso al Lazio, alla Sicilia e alla Calabria). Così, il diritto alla mobilità, i problemi della congestione delle aree urbane, delle città, la qualità dei servizi vengono accantonati e rimandati. Altro che Governo del fare: questo è il Governo del rimandare e del perder tempo.
Così avviene anche con riferimento all'articolo 10 del provvedimento in esame. Esso riguarda la riforma del codice della strada, misura che sarebbe urgentissima per ridurre le stragi che avvengono per incidenti stradali ogni anno e ogni giorno nel nostro paese (settemila morti ogni anno, centinaia di migliaia di feriti e migliaia di invalidi permanenti).
Ebbene, la decisione del Governo è stupefacente e ne spiego le ragioni. Il 22 marzo 2001, il Parlamento ha approvato una legge delega al Governo per la riforma del codice della strada, quindi per la sicurezza dei cittadini. Il Governo aveva nove mesi di tempo per esercitare la delega, vale a dire fino al 15 gennaio 2002. Nel corso di questi nove mesi, Lunardi non ha compiuto alcunché e si è presentato all'ultimo minuto utile con un provvedimento confuso che è stato approvato dal Consiglio dei ministri appunto il 15 gennaio 2002, ma rimandava la sua entrata in vigore al 1o gennaio 2003.
Successivamente, ha presentato un altro provvedimento per rinnovare il periodo della delega - perché non era ancora pronto - che è ancora in discussione, e con il provvedimento all'esame questa sera anche ciò che doveva entrare in vigore il 1o gennaio 2003 lo sarà il 30 giugno 2003. Insomma, invece di accelerare, di intervenire con urgenza, magari nei primi 100 giorni, ci troviamo di fronte al fatto che dopo due anni e mezzo (30 giugno 2003), l'unica misura in vigore per contrastare i morti e feriti sulle strade sarà quella che prevede i fari accesi in autostrada. Intanto, gli incidenti stradali continuano, con i loro tragici esiti.
Quindi, altro che Governo del fare; è il Governo del rimandare anche le decisioni più importanti.
Veniamo, infine, all'ultimo esempio in cui i problemi si rovesciano: in uno dei settori più importanti dell'economia marittima, la cantieristica, il Governo dell'Ulivo aveva individuato misure di sostegno ai cantieri per la costruzione di nuove
navi e per la ricerca. Tali misure sono state approvate nella famosa legge del 1981 (il termine di tali normative è il 31 dicembre 2002). Ebbene, questa importante legge offriva due opportunità alle imprese per utilizzare i contributi (entrambe le possibilità erano finanziate). La scelta si è concentrata su una delle due e, pertanto, le risorse non utilizzate per la seconda sono tuttora disponibili, ma rischiano di andare perdute se il Governo non proroga il termine del 31 dicembre 2002, rendendole utilizzabili nel 2003, magari spostandole sull'opportunità più apprezzata dalle imprese.
Non vi è alcun aggravio finanziario perché le risorse sono già disponibili. Basterebbe, questa volta sì, prorogare il termine, cioè prorogare l'effetto delle misure di sostegno alla cantieristica. Al riguardo, il gruppo dei Democratici di sinistra ha presentato un emendamento di proroga dei termini, ma il Governo e la maggioranza di centrodestra lo hanno bocciato.
Quando vi è da fare, il Governo fa e rimanda ed invece di accelerare, allunga i tempi delle scelte.
Quando c'è da prorogare i termini, per proseguire con gli interventi giusti e necessari, il Governo lascia cadere tutto, le risorse economiche sono perse e le aziende vanno in crisi.
Bravo Governo! che è svelto nel togliere, e mai pronto nel dare.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Marone, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Meduri. Ne ha facoltà.
LUIGI GIUSEPPE MEDURI. Signor Presidente, pochi giorni fa il segretario della CGIL, Guglielmo Epifani, dalle colonne del principale quotidiano italiano avanzava la richiesta al ministro Maroni di riavviare il dialogo fra le confederazioni sindacali sul reddito minimo di inserimento: una richiesta condivisa nel merito anche da CISL e UIL, e sostenuta da centinaia di sindaci, come testimoniano le prese di posizione del sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, e del sindaco di Catania, Scapagnini.
È ovvio che sul tema del contrasto alla povertà e degli strumenti per combattere tale piaga, che nel Mezzogiorno attanaglia interi comprensori, si cerchi di superare gli steccati di schieramento per confrontarsi sul merito.
Devo, però, dire che la replica del ministro Maroni, sempre sul Corriere della Sera, mi ha colpito molto negativamente, in quanto superficiale ed intrisa di avversione pregiudiziale: oserei dire ideologica, rispetto ad uno strumento, come il reddito minimo di inserimento, che in Italia per la prima volta ha affrontato il tema del sostegno per le fasce di popolazione fino ad allora costrette alla marginalità.
Se ciò è la declinazione concreta del cosiddetto dialogo sociale, tanto auspicato - a parole - dal Governo, allora abbiamo ben poco di cui rallegrarci.
Il reddito minimo di inserimento nasce nel 1998; inizia la sua sperimentazione in 39 comuni; successivamente, con l'ultima finanziaria del centrosinistra è stato esteso anche ai comuni del Mezzogiorno, ricadenti in ambiti territoriali interessati da strumenti della programmazione negoziata; il che rende ancora più evidente come tale strumento sia legato ad una politica attiva di contrasto delle povertà.
Certo, ci potranno anche essere stati degli errori; tuttavia, vorrei qui ricordare che al Governo ci siete da oltre 16 mesi, per cui la responsabilità del mancato controllo spetta anche a voi.
Comunque, sta di fatto che i risultati ottenuti dalla sperimentazione sono sostanzialmente positivi: le domande presentate sono state 500.522, ne sono state accolte 34.730, l'assegno medio mensile si aggira sui 367 euro, ed è accompagnato da un programma redatto a livello locale di reinserimento sociale.
Non si tratta, quindi, di uno strumento assistenzialista, che scoraggia l'ingresso nel mondo produttivo, come il ministro vorrebbe far credere.
Una delle condizioni per accedere al reddito è, infatti, la frequenza di corsi di formazione, finalizzati all'inserimento nel mondo del lavoro.
Oggi, tutto ciò sta per finire, ed il 31 dicembre 2002 si concluderà la sperimentazione, e migliaia di famiglie si ritroveranno nella più completa disperazione, venendo meno tale strumento.
Faccio il caso del comune di Reggio Calabria, dove 1.200 sono i beneficiari del reddito minimo, per i quali il Governo di centrosinistra nel 1999 stanziò qualcosa in più di 14 miliardi di vecchie lire, alle quali il comune di Reggio Calabria, guidato allora dal compianto Falcomatà, aggiunse un ulteriore 10 per cento.
Reggio Calabria è diventato il luogo simbolo del sostegno alle sacche povere della società.
Ho sollecitato, da parlamentare calabrese, il sindaco ed il presidente della provincia di Reggio Calabria, ambedue di centrodestra, a far sentire alta la loro voce, perché la grave ingiustizia commessa nei confronti di tali famiglie non si realizzi. Ho chiesto che attivassero tutti i ministri, i sottosegretari, che in campagna elettorale sono giunti in Calabria a promettere cose non vere, sostegni ed aiuti, che in tanti casi, e questo è uno di quelli, non è stato possibile vedere.
Il provvedimento all'esame dell'Assemblea, nel corso del suo iter al Senato, aveva nell'articolato ancora un riferimento alla proroga, pur senza risorse; eppure, come Governo e maggioranza, avete voluto sopprimere anche tale riferimento.
Devo dire che si tratta di un atteggiamento inspiegabile, e mi riferisco, soprattutto, a quei colleghi della maggioranza che nel corso della finanziaria alla Camera avevano presentato proposte emendative per il rifinanziamento.
A loro dico: cogliamo l'occasione di questo decreto-legge, proroghiamo i termini ancora per dodici mesi, evitiamo di abbandonare tanti cittadini deboli, evitiamo di scaricare tensioni sociali su quegli enti locali che questo Governo strangola, tagliando fondi proprio per le prestazioni legate allo Stato sociale.
Il ministro parla di un reddito da ultima istanza. Va bene, vediamo pure le carte. Se non sbaglio, sono mesi che si parla di questo fantomatico Libro bianco sullo Stato sociale; ma, in attesa che la montagna partorisca l'ennesimo topolino, cosa devono fare quelle persone in carne ed ossa che vivono con 700 mila lire al mese?
Se il Governo volesse mostrare serietà e voglia di confronto in Parlamento ed effettivamente volesse adottare il metodo del dialogo sociale, accoglierebbe i nostri emendamenti, di cui è prima firmataria la collega Bindi, almeno in fase transitoria, almeno fino alla definizione di un eventuale nuovo strumento. Lo dico alla maggioranza: è inaccettabile chiudere un'esperienza ed abbandonare al loro destino tanti cittadini senza alcuna alternativa.
Mi auguro che questa notte porti consiglio e che domani si possa giungere ad una proposta condivisa. In caso contrario, sarà ferma la nostra opposizione e saranno certe le responsabilità di chi contribuirà ad alimentare fasce di disagio nel paese (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Oliverio. Ne ha facoltà.
GERARDO MARIO OLIVERIO. Signor Presidente, anche io limiterò il mio intervento alla questione che in questa sede è stata ripresa dal collega Battaglia e testé dal collega Meduri, evitando di intervenire sul complesso degli emendamenti e riservandomi di intervenire domani su altre questioni che pure richiedono attenzione.
Come è stato ricordato, nel corso dell'esame del provvedimento al Senato, la maggioranza, su proposta del Governo, ha deciso la soppressione dell'articolo 5 del testo originario del provvedimento. L'articolo 5 prevedeva una proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento, sia pure limitandone la durata fino alla conclusione dei processi attuativi della sperimentazione e, comunque, non oltre il 2004. Questa è una scelta grave che viene fatta dal Governo contemporaneamente
alla scelta di non destinare, nella legge finanziaria, un solo euro a sostegno delle famiglie prive di reddito e per contrastare la povertà nel nostro paese (come tra l'altro abbiamo avuto modo di verificare nel corso dell'esame della legge finanziaria in quest'aula, allorché i nostri emendamenti sono stati bocciati dalla maggioranza).
Il reddito minimo di inserimento, come è stato ricordato, è una misura di assistenza attiva, che prevede una integrazione al reddito per le persone che, per qualunque ragione, si trovino al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di una misura che è stata sperimentata a partire dal 1998 ed infatti nella legge finanziaria di quell'anno una consistente somma - 500 miliardi di lire - venne destinata per avviare questa sperimentazione.
Lo scopo della sperimentazione era verificare le condizioni di realizzabilità finanziaria e organizzativa, ma soprattutto l'efficacia di tale strumento nella lotta di contrasto alla povertà ed alla marginalità sociale. L'istituto del reddito minimo di inserimento, infatti, e gli istituti analoghi sono presenti in varie forme in quasi tutti i paesi europei (soltanto la Grecia era rimasta priva di uno strumento analogo, ma anch'essa sta per dotarsi di un simile strumento).
Con la legge finanziaria 1998, fu avviata - com'è stato ricordato in questa sede - la sperimentazione in 39 comuni su tutto il territorio nazionale. La sperimentazione riguardante il periodo 1998-2000 è stata oggetto di una prima verifica da parte di istituti specializzati, quindi, indipendenti dai Governi, dalle maggioranze. Mi riferisco all'IRS (istituto di ricerca sociale) di Milano e alla fondazione Zancan di Padova che ha lavorato a stretto contatto con il dipartimento affari sociali e con la commissione di indagine sull'esclusione sociale.
Il rapporto guida di valutazione è stato consegnato al Governo nel giugno 2001. Il Governo avrebbe dovuto trasmettere tale rapporto alla Commissione parlamentare competente, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 18 giugno 1998, n. 237. Infatti, anche sulla base dell'articolo 23 della legge quadro sui servizi sociali, il Parlamento, tenuto conto della sperimentazione, dovrà approvare una legge per la messa a regime dell'istituto del reddito minimo di inserimento. La legge finanziaria 2001 ha ulteriormente allargato la sperimentazione per il biennio 2001-2002, portando il numero dei comuni interessati a 396 ed incrementando lo stanziamento da 500 miliardi a 1.000 miliardi di vecchie lire. Pertanto, con l'esaurirsi delle risorse finanziarie al 2001, si concluderà, al 31 dicembre di quest'anno, la sperimentazione. Le persone coinvolte sono state 200 mila e per molte di esse si è aperta una concreta possibilità di fuoriuscita dalla povertà e di reinserimento sociale.
Il rapporto precedentemente richiamato sulla prima fase di sperimentazione ma anche recenti indagini sulla seconda fase di sperimentazione (su quest'esperienza è stato pubblicato, in questi giorni, un volume dall'istituto per le questioni sociali), pur evidenziando luci ed ombre di questa esperienza - occorre riflettere su ciò e svolgere un confronto pacato -, hanno espresso, tuttavia, nel complesso una valutazione positiva sull'esperienza condotta attraverso questo strumento. Ovviamente, uno strumento in fase di sperimentazione non poteva non registrare limiti ed insufficienze nella fase di applicazione. I limiti, via via evidenziati anche dai comuni interessati, non possono, tuttavia, oscurare l'effetto positivo di questa esperienza, giudicata fortemente positiva da oltre il 75 per cento dei comuni intervistati e non utile solo dal 9 per cento di essi. Il reddito minimo è, dunque, una misura di contrasto alla povertà e di sostegno attivo all'inserimento nell'attività lavorativa e nel sistema delle relazioni sociali, non è una misura permanente, una risposta definitiva per i soggetti interessati e coinvolti. Esso, infatti, combina un intervento universale, volto a fronteggiare situazioni di grave povertà delle famiglie, con un intervento di inserimento sociale ed occupazionale, volto a stimolare, coinvolgere ed impegnare i destinatari lungo il processo di riduzione del bisogno e di
fuoriuscita dalla marginalità. A tal proposito, vorrei dire al ministro del lavoro (ieri ha scritto un articolo per un quotidiano importante del nostro paese) che a scoraggiare l'ingresso nel mondo del lavoro non è stato il reddito minimo (questo, ieri, sosteneva Maroni). È, piuttosto, la mancanza di politiche di sostegno all'occupazione che contribuisce ad allargare l'area del disagio e della povertà e a determinare una domanda di sostegno al reddito; è il contrario di ciò che sostiene Maroni. In particolare, nelle regioni meridionali la situazione (chi vive nel Mezzogiorno sa come stanno le cose molto meglio rispetto a chi non vive la realtà del sud) rischia di diventare esplosiva. Verifichiamo la rispondenza delle considerazioni del ministro Maroni con la realtà del paese. Pensiamo per un attimo alla Sicilia.
Qual è la prospettiva che si offre alle migliaia di persone e di famiglie che, in numerosi comuni di quella regione, hanno fruito del reddito minimo di inserimento? Non mi pare che la decisione del Governo di sopprimere tale beneficio sia accompagnata da interventi per favorire l'occupazione ed il lavoro in quella regione, anzi! La vicenda FIAT e le giustificate e comprensibili preoccupazioni dei lavoratori dello stabilimento di Termini Imerese e di quelli impegnati nell'indotto ci dicono proprio il contrario: nelle regioni in cui è stata gestita in modo coordinato e con intelligenza (ad esempio in Campania), sia pure con le difficoltà che, oggettivamente, uno strumento in fase di sperimentazione pone, la misura ha concorso a determinare, in tanti casi, una cultura della legalità, di lotta all'evasione scolastica, di recupero e di integrazione sociale ed è stata accompagnata da un'iniziativa diretta a condizionare la possibilità di accedere al reddito minimo, ad esempio, alla frequenza della scuola (da cui l'efficacia concreta di lotta all'evasione scolastica).
Desidero anche ricordare che, in tanti comuni interni, quelli di montagna e di collina, grandi e piccoli, in particolare nel Mezzogiorno (penso alla mia regione, alla Calabria), il reddito minimo ha contribuito a far fronte a situazioni di disagio intollerabile, di vera e propria spoliazione sociale, di esodo! Alcune realtà calabresi nelle quali è stato sperimentato il reddito minimo costituiscono una prova evidente di ciò. A tale proposito, sarebbe opportuno che i rappresentanti del Governo ascoltassero le valutazioni dei sindaci e degli amministratori locali (e non mi riferisco agli amministratori e ai sindaci del centrosinistra, ma a tutti). Sarebbe bene sentire cosa ne pensino, per fare qualche esempio, il sindaco di Reggio Calabria, eletto nello scorso maggio, quelli di Catania, di Palermo, di Enna, oltre, naturalmente, al sindaco di Napoli, il quale ha già fatto sentire la sua voce, in questi giorni, attraverso i mass media e a quelli di tanti e tanti comuni, tra i 299 interessati. Sarebbe interessante sentire anche gli amministratori regionali. Penso, ad esempio, ad una regione come la Sicilia. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi il governatore di quella regione e cosa ne pensino gli eletti dalla regione Sicilia alla Camera dei deputati (che nei collegi uninominali sono al 100 per cento del centrodestra).
Il Governo dovrebbe ascoltare tutti questi soggetti perché - non lo dico per strumentalizzare o per fare polemica - dietro i dati indicati vi è una situazione di bisogno reale, una situazione grave alla quale non si può rispondere in modo distaccato o con impostazioni burocratiche che non si sforzano di comprenderla. Sarebbe bene anche sentire l'ANCI, la quale ha approvato unitariamente un documento nel quale chiede al Governo di rivedere la sua posizione al riguardo.
Non è un caso, peraltro, che sulla questione sia stata ritrovata una forte unità sindacale. Lo dico perché Maroni ha fatto riferimento, nel suo intervento di ieri, al patto per l'Italia. Non è un caso che tutte le più grandi confederazioni, CGIL CISL e UIL, abbiano espresso una forte preoccupazione per le implicazioni sociali che deriveranno dalla scelta di sopprimere il reddito minimo di inserimento e, di conseguenza, abbiano chiesto al Governo di rivedere tale decisione e di disporre una proroga.
Prorogare la sperimentazione del reddito minimo sarebbe una soluzione ragionevole
anche per affrontare meglio le questioni emerse nella prima fase e per definire una migliore organizzazione dell'intervento.
Il ministro del lavoro ha affermato (riporto testualmente): la risposta alla povertà non può avvenire solo a livello centrale, sia perché il nuovo assetto costituzionale dello Stato chiama gli enti locali alla responsabilità delle politiche sociali, sia perché una lettura attenta della realtà del paese fa emergere diversi livelli di povertà. Siamo pronti - dice Maroni - a fare da coordinatori con altri soggetti istituzionali e con l'associazionismo.
Non ho esitazione, per quanto mi riguarda, a manifestare il mio accordo con queste affermazioni, che semmai pongono su un terreno diverso la funzione dello Stato in materia di assistenza e di contrasto alla povertà. Ma ciò, vorrei dire a Maroni, è esattamente il contrario di ciò che lui e il Governo stanno facendo. La soppressione dell'istituto del reddito minimo di inserimento, infatti, e la mancata previsione di risorse nella legge finanziaria vanno nella direzione di cancellare ogni funzione dello Stato; altro che funzioni di coordinamento dello Stato. La verità è che così facendo lo Stato si tira fuori, se ne lava le mani come Pilato, mettendo così le regioni nelle condizioni di non intervenire, abbandonando a se stesse centinaia di migliaia di famiglie che vivono in condizioni di sofferenza e di disagio.
Il Governo non solo ha cancellato i capitoli di bilancio finalizzati a questa materia, ma ha deciso anche di abrogare l'istituto del reddito minimo di inserimento. Infatti, con la soppressione dell'articolo 5, il Governo ha deciso persino di cancellare la possibilità per quei comuni, che non hanno utilizzato interamente le risorse assegnate in questi anni, di poter utilizzare i residui disponibili.
Non so quale situazione si creerà a Napoli, a Catania, a Reggio Calabria ed in tanti altri centri grandi e piccoli a seguito di questa vostra improvvida decisione; sono convinto che il Governo non ha piena consapevolezza delle gravi implicazioni sociali e direi civili che avrà la decisione di sopprimere il reddito minimo di inserimento senza accompagnare ad essa alcuna soluzione alternativa.
È una scelta grave che rischia di staccare il nostro paese dal contesto europeo che, in materia di legislazione relativa alla lotta alle povertà e all'emarginazione sociale, tende alla definizione di strumenti efficaci e adeguati alle diverse realtà, ma legati da un obiettivo comune: realizzare politiche d'integrazione come fattore di reale coesione e di crescita civile e culturale.
La povertà e l'esposizione al rischio di povertà sono fenomeni molto diffusi nel nostro paese. L'ISTAT stima, per il 2002, 2 milioni 707 mila famiglie in condizione di povertà relativa (il 12,3 per cento delle famiglie italiane), 954 mila famiglie in condizioni di povertà assoluta (il 4,3 per cento delle famiglie italiane). La povertà relativa si addensa nel Mezzogiorno dove le persone povere sono il 25,5 per cento della popolazione, ma è presente anche nel centronord dove colpisce il 7,3 per cento della popolazione. La condizione di povertà colpisce una fascia orizzontale di persone: anziane e anziani soli, famiglie numerose con un solo reddito, giovani che svolgono lavori precari, famiglie con carichi familiari e biografie difficili. Il lavoro, l'istruzione, i carichi familiari, sono fattori che più incidono sull'esposizione al rischio di povertà. L'Italia, dopo l'Inghilterra, vanta il triste primato della povertà minorile. La povertà tra i minori, fortemente concentrata nel Mezzogiorno (dove è povero il 27,4 per cento di tutti i minori, a fronte del 7,4 nel nord e dell'11,3 nel centro), contraddice i più elementari principi di eguaglianza delle opportunità e compromette le aspettative di reddito futuro.
Lo svantaggio potenziale di più lungo periodo, in termini di minore istruzione, difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro, rischi di esclusione sociale, deriva dall'essere poveri nella fase iniziale del ciclo della vita. È innanzitutto la mancanza di lavoro a provocare la povertà delle famiglie e degli individui, con esiti lungo tutto il ciclo della vita. Si è poveri
da bambini, come figli disoccupati e sottoccupati; si rimane poveri da giovani, perché la povertà dei genitori, unita ad una politica della formazione poco attenta a comprendere le situazioni di svantaggio personale non consente l'accesso ad una formazione adeguatamente spendibile sul mercato del lavoro; si continua ad essere poveri da adulti perché, troppe volte, l'unico lavoro che si trova è un lavoro al di sotto della soglia di decenza, perché è privo di diritti e di tutele. L'accesso al lavoro è dunque essenziale per contrastare la povertà e l'esclusione sociale, un lavoro che deve essere dotato di diritti e deve essere messo relazione con altre opportunità: formazione permanente, accesso al circuito informativo, sostegno all'attività di cura, accesso ai servizi sociosanitari. Pertanto, un percorso di integrazione sociale non deve mirare solo a fornire una garanzia minima di risorse, ma a sviluppare o reintegrare le capacità lavorative, professionali, di relazione sociale senza le quali non c'è identità personale né inclusione sociale né cittadinanza.
Per combattere la povertà e l'esclusione sociale bisogna, dunque, garantire i diritti fondamentali, i diritti di cittadinanza e promuovere le capacità e le responsabilità delle persone; bisogna offrire opportunità concrete affinché le persone possano dare il meglio di sé, possano esercitare le proprie capacità affettive e perseguire un proprio progetto di vita. All'interno di questa strategia complessa di promozione della cittadinanza e dell'inclusione sociale deve essere presente un sostegno al reddito temporaneo, di tipo universalistico inteso come forma di assistenza attiva per coloro che, per qualunque ragione, non ce la fanno a raggiungere un reddito decente.
Per queste ragioni, noi abbiamo proposto, in occasione dell'esame della legge finanziaria, e riproponiamo oggi, la proroga della sperimentazione del reddito minimo di inserimento. In tal senso abbiamo presentato tre emendamenti a questo provvedimento, con i quali proponiamo: tre, due o almeno un anno di proroga. Contemporaneamente, riproporremo al Senato ciò che abbiamo già proposto alla Camera in occasione dell'esame della legge finanziaria: la destinazione di adeguate risorse per sostenere la proroga del reddito minimo, risorse che, vorrei dire al Governo, non sono tali da determinare uno squilibrio dei conti né una fuoriuscita dal patto di stabilità.
Sarebbe opportuno che tra i parlamentari della maggioranza si valutassero con serietà queste nostre proposte; ciò al di là delle collocazioni di schieramento e delle appartenenze politiche. Migliaia di famiglie attendono con apprensione e con grande preoccupazione una risposta positiva alla loro condizione di sofferenza e di disagio. Credo che dare una risposta a queste famiglie sia un dovere del Parlamento e di tutti i rappresentanti del popolo.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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