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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Volontè ed altri n. 1-00080 e Castagnetti ed altri n. 1-00081 sul lavoro minorile (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni Mantovani ed altri n. 1-00132, Violante ed altri n. 1-00133 e Buontempo ed altri n. 1-00134 (vedi l'allegato A - Mozioni sezioni 1), che, vertendo sullo stesso argomento, verranno svolte congiuntamente.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Squeglia, che illustrerà anche la mozione Castagnetti ed altri n. 1-00081, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
PIETRO SQUEGLIA. Signor Presidente, nel presentare la prima giornata mondiale dedicata alla lotta contro il lavoro minorile, il direttore generale dell'Ufficio internazionale del lavoro ha parlato, a proposito del lavoro minorile, di una vera e propria vergogna per l'umanità.
Per l'occasione, alla stessa organizzazione internazionale è stato presentato un rapporto globale sul lavoro minorile. Secondo il rapporto, circa 352 milioni di bambini, tra i 5 ed i 14 anni, esercitano, oggi, un'attività economica di qualunque tipo. Di essi, 106 milioni sono addetti a tipi di lavoro accettabili per giovani che hanno raggiunto l'età minima di ammissione all'impiego (generalmente, 15 anni) o a lavori leggeri, quali i lavori domestici o, comunque, rientranti nel quadro della loro educazione. Gli altri 246 milioni, invece (un minore ogni sei, tra i 5 e i 17 anni), sono sottoposti a forme di lavoro che vanno abolite, vale a dire - secondo la definizione dell'ufficio internazionale del lavoro - lavori compiuti da bambini di età inferiore all'età minima specificata dalla legislazione nazionale e dalle norme internazionali; lavori pericolosi che possono recare danno alla salute fisica, mentale o alla moralità del bambino ed, infine, lavori considerati come forme peggiori di lavoro in quanto attività di per sé reprensibili, ai sensi della convenzione n. 182 dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Fra i risultati più clamorosi, il rapporto segnala che circa 179 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni (uno su otto) sono tuttora esposti alle forme peggiori di lavoro. Più precisamente, circa 111 milioni di bambini sotto i 15 anni sono costretti a lavori pericolosi dai quali dovrebbero essere immediatamente sottratti; 59 milioni di giovani, dai 15 ai 17, anch'essi sottoposti ad un lavoro pericoloso, hanno urgente necessità di una protezione e dovrebbero essere ritirati dal lavoro; 8 milioni e mezzo di bambini sono sottoposti alle forme peggiori di lavoro minorile, come la schiavitù (la schiavitù per debiti) ed altre forme di lavoro forzato come l'arruolamento in vista della partecipazione a conflitti armati, la prostituzione, la pornografia ed altre attività illecite.
Dal punto di vista della ripartizione geografica, è localizzato nella regione Asia-Pacifico il maggior numero di bambini costretti al lavoro tra i 5 ed i 14 anni (sono 127 milioni, vale a dire il 60 per cento del totale mondiale); seguono l'Africa subsahariana con 48 milioni (23 per cento), l'America latina (17,4 per cento), il Medio Oriente e l'Africa del nord con 13,4 milioni (il 6 per cento).
Le inchieste realizzate nei paesi in via di sviluppo dimostrano che la maggior parte dei bambini (ossia il 70 per cento) lavora nella produzione manifatturiera, nel commercio all'ingrosso e al dettaglio; il 7 per cento è addetto ai lavori domestici, il 4 per cento nei trasporti e nelle comunicazioni
ed il 3 per cento, infine, nella costruzione e nell'industria mineraria.
Indipendentemente dal settore di attività, il lavoro minorile, quasi per definizione, è associato all'economia informale, non regolamentata, che sfugge, in gran parte, al controllo delle istituzioni ufficiali, ivi compresa l'ispezione del lavoro. I media hanno soprattutto messo in risalto alcune categorie di bambini (bambini di strada o che lavorano per l'esportazione, bambini sfruttati come oggetti sessuali con turisti stranieri) che non costituiscono, tuttavia, la parte più importante dei bambini costretti a lavorare. Infatti, la parte più rilevante dei lavoratori minori (addirittura il 70 per cento) si registra nel settore agricolo, principalmente nelle piccole aziende familiari ma anche nelle grandi piantagioni commerciali.
Molto spesso, si continua ad associare il lavoro minorile con le forme estreme di sfruttamento che troviamo nei paesi in via di sviluppo. Invece, dobbiamo prendere atto che il problema riguarda anche i paesi industrializzati, riguarda anche il nostro paese. L'ISTAT ha rilevato che, in Italia, lavorano 144 mila ragazzi di età compresa tra i 7 e i 14 anni. Di questi, ben 31.500 bambini (cioè lo 0,66 per cento della popolazione giovanile nella fascia di età indicata) possono e debbono essere considerata sfruttati: 19 mila svolgono un lavoro non continuativo, mentre i restanti 12 mila svolgono un lavoro continuativo, vale a dire per almeno due ore in una giornata e almeno una volta a settimana. Secondo l'ISTAT, i più sfruttati sono i quattordicenni, i quali rappresentano il 2,74 per cento del totale.
Indubbiamente, è difficile quantificare il fenomeno del lavoro minorile in Italia; sembra certo, però, che esso è equamente distribuito sul territorio nazionale. A variare non è il numero dei bambini lavoratori presenti al nord, al centro ed al sud, ma il tipo di lavoro svolto, che è in rapporto con la situazione economica della famiglia e con il contesto sociale nel quale il minore e la famiglia vivono. Questi fattori determinano motivazioni diverse di abbandono precoce della scuola per accedere al lavoro. Fondamentalmente, i bambini sono impiegati secondo tre tipologie di lavoro: occasionale, svolto in determinati periodi dell'anno; estivo o stagionale, per esempio nelle strutture turistiche ed alberghiere; continuativo, quando i minori lavorano tutto l'anno, ad esempio nella piccola impresa familiare, nell'attività di piccola e media imprenditoria.
Quest'ultimo tipo di lavoro, quello continuativo all'interno dell'impresa di famiglia, è tipico del nordest italiano, dove massiccia è la presenza di piccole e medie imprese, appunto, a conduzione familiare. La forte domanda di manodopera in alcuni settori del terziario e della piccola industria favorisce l'inserimento precoce del minore, il quale si trova ad avere una formazione professionale di basso livello, ma sicura ed immediata. In questa realtà, la scuola è addirittura ritenuta un ostacolo per l'inserimento nel mondo del lavoro: è vista come realtà chiusa, come istituzione inutile quando si è imparato a leggere e a far di conto. Da qui la considerazione che è molto meglio imparare un mestiere piuttosto che continuare gli studi.
Al sud, invece, il lavoro minorile rimanda ai lavori più disparati: baby-camerieri, impiegati nei supermercati (ovviamente, privi del permesso di lavoro e pagati pochissimo), impiegati nei laboratori dell'imitazione (nei quali si producono imitazioni di capi ed accessori di marche famose) e «muschilli» (cioè moscerini), termine con cui ci si riferisce ai bambini che la camorra sfrutta come corrieri per le sue attività criminose. Al sud, il lavoro minorile è presente, in parte, anche nel settore agricolo: i minori raccolgono i prodotti della terra, curano gli animali e fanno i garzoni.
È chiaro che il meridione è relativamente più esposto al problema del lavoro minorile perché le famiglie del sud sono anche le più povere in Italia. Nel Mezzogiorno risiedono due terzi delle famiglie povere e tre famiglie povere su quattro sono composte da almeno quattro persone (dato da considerare in connessione con quello del numero di famiglie monoreddito, che, al sud, sono ben il 58 per cento).
In breve, nel meridione esiste ancora una correlazione tra lavoro minorile e livello di reddito della famiglia (il minore lavora perché la famiglia è povera) e tra lavoro minorile ed evasione dell'obbligo scolastico (il minore lavora e, quindi, non va a scuola).
Un caso particolare è costituito dal rapporto tra i bambini e la malavita. La vicenda dei «muschilli» a Napoli è emblematica per spiegare lo sfruttamento dei bambini come veicoli innocenti di azioni criminose. Il problema si fa più complesso perché questa forma di devianza diventa, agli occhi del minore, un vero e proprio lavoro: il bambino si sente messo alla prova, inserito in un gruppo che gli riconosce il coraggio e la capacità di assumersi i rischi; inoltre, il minore acquisisce uno status di indipendenza economica e la possibilità di comprarsi e possedere ciò che vuole.
Altro caso particolare è quello rappresentato dai bambini extracomunitari.
Negli ultimi anni l'arrivo di un gran numero di extracomunitari ha determinato un cambiamento strutturale della società italiana: gli stranieri provenienti dai paesi poveri a volte vivono ai margini della società, alcuni sono clandestini e spesso svolgono attività di basso profilo professionale in condizioni di sfruttamento.
Per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro di minori, esistono organizzazioni criminali che sfruttano i bambini extracomunitari talvolta invisibili, cioè entrati illegalmente in Italia. Spesso questi ragazzi si trovano nel nostro paese addirittura sradicati dal contesto familiare. I bambini stranieri spesso sono ai semafori, fanno i lavavetri o pesanti lavori di pulizia, vendono piccoli prodotti agli angoli delle strade, nei metro, oppure chiedono l'elemosina. Secondo una ricerca del coordinamento studi e ricerche della Caritas, sono circa 80 mila i minori stranieri presenti in Italia e le tre comunità dove sembra particolarmente diffuso il fenomeno del lavoro minorile sono quella cinese, quella marocchina e quella rom.
Nel corso della XIII legislatura, la XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) della Camera ha concluso un'indagine conoscitiva sul lavoro nero e sul lavoro minorile, nella quale si sottolineava la necessità di rimuovere le cause indirette dell'offerta di lavoro minorile e di incidere più fortemente sul fenomeno della domanda da parte dell'impresa. Nell'indagine è stato evidenziato che al trattamento del lavoro minorile si accompagnano forme di abuso più gravi ed intollerabili: dalla mancata o non adeguata retribuzione a condizioni subumane dei luoghi di lavoro, fino all'abuso e allo sfruttamento sessuale dei minori che lavorano. È stato evidenziato che è molto limitato il numero delle aziende italiane che hanno sottoscritto protocolli con le rappresentanze sindacali per controllare che le aziende italiane ed estere, fornitrici di semilavorati, non impieghino minori nei loro processi produttivi. Iniziative del genere sono state prese da multinazionali straniere attraverso codici di autoregolamentazione aziendale, anche sotto la forte pressione di iniziative popolari per l'affermazione dei diritti umani.
Il lavoro durante l'infanzia toglie ai bambini la possibilità di avere condizioni di vita consone alla loro età nonché un'adeguata formazione scolastica e professionale e, di conseguenza, riduce nei paesi in cui è praticata la possibilità di costruire, in prospettiva per il futuro, una classe dirigente ed un corpo sociale a diffuso tasso di scolarizzazione e pienamente consapevole dei propri diritti.
Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, noi riteniamo di dover impegnare il Governo anzitutto a promuovere ogni utile iniziativa tendente a far crescere la sensibilizzazione collettiva nei confronti di questo fenomeno. Non bastano gli sforzi delle organizzazioni internazionali, è indispensabile un coinvolgimento di tutti sempre più progressivo, dai media alle parti sociali, dagli insegnanti alle famiglie, dalle istituzioni elettive ai singoli cittadini. Quando si parla di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, non ci si può limitare a riferirsi a ciò che
succede nel proprio paese, ma l'attenzione deve estendersi alla situazione del mondo. Non è sensibilizzazione sufficiente quella che, indagando sulle cifre in Italia, dimentica le tragedie enormi dell'Africa, di vaste regioni asiatiche e della stessa America del sud, perché è lì soprattutto, nella parte più povera del mondo, che bisogna lanciare la sfida di un'alleanza globale di tutti i paesi, in particolare dei paesi più ricchi, nella consapevolezza dell'alta posta in gioco che incombe sul futuro dell'umanità.
La sconfitta del lavoro minorile è un obiettivo ineludibile per tanti paesi in via di sviluppo e, nello stesso tempo, rappresenta un traguardo da cui dipende la dimensione sociale della globalizzazione. Il futuro possibile e sostenibile dell'umanità nel suo complesso, per questa ragione, deve riguardare ognuno di noi in quanto soggetto partecipe di quel futuro globale. In particolare, intendiamo impegnare il Governo a dotarsi, in tempi rapidi, degli adeguati strumenti per la rilevazione quantitativa e qualitativa del fenomeno, ad intensificare l'attività di controllo sul territorio, fornendo annualmente alle competenti Commissioni parlamentari un rapporto sulla situazione del lavoro minorile in Italia, a promuovere, anche ai sensi della legge n. 285 del 1997, sia a livello di Governo centrale sia a livello di enti locali, progetti specificamente mirati all'eliminazione del lavoro minorile nel nostro paese e alla rimozione delle cause che determinano l'offerta di lavoro, destinando a tali progetti adeguate risorse.
Il lavoro minorile è causa e conseguenza al tempo stesso della povertà.
Impegniamo perciò il Governo ad affrontare alle radici il tema della povertà e del disagio nel senso che, se, prima di tutto, non sono aiutate le famiglie, sarà illusorio poi pensare di poter estirpare dal lavoro bambini ed adolescenti, per restituirli al percorso educativo.
Impegniamo, inoltre, il Governo ad incentivare a livello nazionale le iniziative di accordo tra le parti sociali, finalizzate al controllo e all'eliminazione, in Italia e nel mondo, del lavoro dei bambini nei processi produttivi; ad estendere la propria iniziativa in sede internazionale a cominciare dall'Unione europea, affinché l'Europa si doti di una carta comune contro lo sfruttamento del lavoro minorile; a promuovere un sistema di certificazioni di conformità sociale delle imprese che non utilizzano lavoro minorile; a sostenere presso l'organizzazione internazionale del lavoro l'istituzione di un sistema di etichettatura con il relativo meccanismo di ispezione internazionale; a predisporre, infine, particolare cura ed attenzione sul versante del lavoro minorile legato al fenomeno dell'immigrazione. Sacche di povertà in tale settore potrebbero comportare tendenze negative nelle famiglie e sugli immigrati, e pericolose tentazioni sul versante dello sfruttamento del lavoro dei minori.
Signor Presidente, siamo profondamente convinti che la violazione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, attraverso la mortificazione del lavoro minorile, che spesso assume forme aberranti, è effettivamente, come ha detto il direttore generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, una vergogna assolutamente intollerabile per la società globale e più umana che tutti vogliamo realizzare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mantovani, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00132. Ne ha facoltà.
RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, sono 250 milioni i bambini che lavorano. Abbiamo avuto modo di denunciare il fatto, anche in Assemblea, che tale cifra spiega come il fenomeno sia globale, soprattutto, strutturale, non un rimasuglio del sottosviluppo, o una diretta conseguenza della povertà. La dimostrazione è che nel mondo i bambini che lavorano sono quasi raddoppiati in vent'anni; e l'ulteriore e più significativa dimostrazione sta nel fatto che nei paesi OCSE, cioè nei 30 paesi più ricchi del mondo, la curva che spiega ed illustra la crescita del lavoro minorile è cresciuta quasi nello stesso modo dei paesi più poveri del mondo.
Potremmo dire, anzi, che più un paese è sviluppato, più negli ultimi 15 anni è
cresciuto il lavoro minorile, cominciando dagli Stati Uniti d'America, il cui dipartimento per il lavoro compie accurate analisi sul lavoro minorile nel mondo, dimenticandosi di dire che, come l'OIL ha accertato, più del 25 per cento dei ragazzi sotto i 15 anni negli Stati Uniti d'America sono connessi a qualche attività produttiva.
Non si tratta, dunque, di spendere belle parole, di formulare auspici, di proclamare belle speranze, e di mettere mano al portafoglio per elargire un'elemosina per risolvere tale problema. Si tratta, al contrario, di fare ben altro o, meglio, si dovrebbe fare ben altro, in quanto ci sono cause precise che provocano la crescita del lavoro minorile nel mondo, portando alla più acuta forma di sfruttamento che, forse, negli ultimi secoli, si sia conosciuta nei confronti del lavoro minorile. Secoli fa, infatti, non esistevano alcune produzioni altamente pericolose e nocive per la salute come oggi invece esistono, perché le grandi società multinazionali hanno riorganizzato la produzione su scala globale destinando alcuni impianti produttivi soprattutto in quei paesi dove è più facile reclutare ed utilizzare la mano d'opera infantile.
Esistono, pertanto, cause strutturali alla base di questo fenomeno: la prima è la liberalizzazione selvaggia del commercio a livello internazionale, che acutizza la competitività tra le grandi imprese e le grandi società multinazionali, che mette in competizione i poveri con i poveri, i lavoratori dei paesi industrializzati con quelli dei paesi sottosviluppati, tutto a favore del raggiungimento del massimo profitto nel più breve tempo possibile e tutto a sfavore delle regole - ma gli imprenditori direbbero dei lacci e dei lacciuoli - che hanno presieduto, perlomeno nel secolo scorso, nel ventesimo secolo, alla garanzia di alcuni fondamentali diritti dei lavoratori.
Ecco allora un altro aspetto, decisivo, quale elemento strutturale di tale fenomeno: la riorganizzazione della produzione, come già detto, su scala globale. Non ho qui il tempo per entrare più approfonditamente nel merito di questi due processi, che sono sicuramente tra le cause fondamentali della crescita del lavoro minorile nel mondo.
Vi è una certa letteratura pseudoscientifica (del resto, anche in Assemblea, in occasione delle svolgimento di altri dibattiti, sono risuonate le stesse tesi) che sostiene come ricorrere al lavoro minorile in alcuni paesi poveri sia un prezzo da pagare sulla strada dello sviluppo e del progresso. Ammesso che ciò sia compatibile con una visione umanistica, solidaristica e giusta del mondo, questo forse avrebbe potuto essere vero allorquando lo sviluppo del prodotto interno lordo o, meglio, lo sviluppo economico misurato con il metro del prodotto interno lordo, adoperato trent'anni fa, prevedeva che più produzione volesse dire automaticamente più occupazione e che le industrie, gli stabilimenti, i processi produttivi che si andavano sviluppando anche nei paesi poveri avrebbero proceduto ad una redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso le tassazioni ed attraverso il salario indiretto nei confronti dei lavoratori. Questa è anche la storia del nostro paese che, negli anni cinquanta e sessanta, assieme ad un boom economico, ha conosciuto anche una stagione di riforme sociali, di accesso a consumi fino ad allora proibiti per grande parte della popolazione, di fuoriuscita dalla povertà per molti lavoratori occupati nell'industria e nell'agricoltura.
Oggi non è più così ed è sbagliato invocare, per quei paesi, una deregolamentazione selvaggia al fine di attirare gli investimenti e l'installazione di stabilimenti, perché ciò, semplicemente, non dà luogo ad alcuna distribuzione di ricchezza. Al contrario, ciò che attrae l'installazione di uno stabilimento di una grande industria, di una grande società multinazionale in un paese povero è esattamente l'opposto, vale a dire la garanzia che non vi saranno salari assimilabili con quelli dei paesi industrializzati e la garanzia che quell'impresa, per almeno cinque o dieci anni, non pagherà tasse, cioè non ridistribuirà nulla di ciò che ha prodotto come ricchezza utilizzando la manodopera e le
risorse naturali di quel paese, spesso e volentieri anche dopo averne contaminato l'ambiente.
In altri termini, laddove compaiono questi investimenti, alla fine, vi è maggiore povertà e non minore povertà. Se potessimo misurare anche un altro fenomeno in una maniera adeguata ed immediatamente leggibile, vedremmo che, quando questi investimenti vengono meno, si lascia in eredità il disastro sociale ed ambientale. Il caso dell'Argentina è sotto gli occhi di tutti. È di pochi giorni fa la visione dei bambini denutriti ed ischeletriti in un paese considerato uno dei più ricchi di tutto quel continente. Figuriamoci quale sia il livello di lavoro minorile in quel paese dopo la cura impartita dal Fondo monetario internazionale all'Argentina!
Ebbene, se queste sono le cause (io sostengo che lo siano), bisognerebbe impegnare il Governo ad agire nei confronti delle stesse. Comprendo che ciò per alcuni gruppi è praticamente impossibile e che per altri potrebbe essere imbarazzante. Noi non abbiamo di questi imbarazzi e la nostra mozione tenta esattamente di impegnare il Governo ad agire su queste cause, su alcune delle cause fondamentali.
Vi è poi un altro aspetto: senza dubbio, si può e si deve intervenire anche a valle di queste cause. Occorre fare qualcosa, presto e subito. Allora, troveremo ampie convergenze con le mozioni Volontè ed altri n. 1-00080 e Violante ed altri n. 1-00133; temo non ve ne saranno molte con la mozione Castagnetti ed altri n. 1-00081, dal momento che la stessa è viziata da un eccessivo genericismo.
Tuttavia, vi è un punto che mi preme toccare e riguarda la questione dell'istituzione del marchio. Al riguardo, non siamo contrari, anzi siamo favorevoli (come lo fummo nella scorsa legislatura quando si discusse di questo tema), a patto che l'istituzione di un marchio di qualità sociale (definiamolo così) che garantisca che una merce non sia stata prodotta con il lavoro minorile, si accompagni a sanzioni nei confronti delle imprese e delle società multinazionali che, al contrario, utilizzano il lavoro minorile. Non possiamo, infatti, paragonare una merce prodotta secondo la legge (in tutti i paesi del mondo, infatti, la legge stabilisce che non si debba ricorrere al lavoro minorile) come se ciò fosse un semplice riconoscimento di qualità di quel prodotto. Se facessimo solo questo, legittimeremmo il fatto che, rispetto ad alcune fattispecie merceologiche, alcune società, piccole o grandi che siano, possano liberamente utilizzare il lavoro minorile. Con questa precisazione (che, come i colleghi possono ben comprendere, non è di secondaria importanza) continuiamo ad insistere nel dire che siamo d'accordo sull'istituzione di questo marchio.
Insisteremo in tal senso (come abbiamo fatto nella scorsa legislatura e, soprattutto, mi sia consentito dirlo, come abbiamo fatto nelle piazze contro il G8, contro l'OCSE, contro il Fondo monetario internazionale, che sono i veri responsabili di questo disastro mondiale che produce un'occupazione infantile di 250 milioni di persone), lo faremo in quest'aula, continueremo a farlo con proposte di legge, continueremo a farlo senza sosta, finché un giorno potremo cambiare l'economia di questo mondo che è la vera e l'unica responsabile di quanto accade a tutti questi bambini ed a tutte queste bambine.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Capitelli, che illustrerà anche la mozione Violante ed altri n. 1-00133, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
PIERA CAPITELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, il rapporto sulla condizione dell'infanzia nel mondo nel 2002 dopo l'introduzione di Kofi Annan ci porta in argomento con una prefazione dal titolo «Tra nascita e promesse dimenticate» molto suggestiva. Si parla della simultanea, felice, festeggiata nascita di Ayodele, un personaggio immaginario che rappresenta tutti i bambini dell'Africa occidentale, e della nascita del primo vertice mondiale sull'infanzia. Si era nel 1990, un periodo di inconsueto ottimismo nel mondo ed il vertice rispecchiava le speranze del mondo per i bambini. Gli obiettivi del vertice
erano ambiziosi ma affrontati con la massima concretezza e con credibili ordini di priorità.
Siamo alla fine del 2002: oggi - dice il rapporto dell'UNICEF - Ayodele ha quasi 11 anni e, anche se non lo sa, è stata tradita. La sua vita è del tutto simile a quella che avrebbe condotto una ragazzina della sua età nel 1990: lavora sodo, deve macinare il grano per il pasto serale e questo non è certo il primo dei compiti che svolge ogni giorno. Ha fatto già quattro viaggi per andare a riempire d'acqua un grosso recipiente reggendolo in equilibrio sulla testa nel piccolo appezzamento di terra dove abita con la famiglia, ha contribuito al lavoro dei campi, ha pulito la casa e ha badato ai fratellini più piccoli. Sì, le piacerebbe poter frequentare la scuola, ma i libri sono costosi e, comunque, vi è bisogno di lei a casa.
La vita di Ayodele è solo un esempio tra i tanti che dimostrano quanto siano state disattese le promesse fatte al vertice di New York al momento della sua nascita. Ayodele è riuscita a superare i primi cinque anni di vita, ma i suoi due fratelli più piccoli non ce l'hanno fatta, uccisi da malattie infantili contro le quali esistono vaccini e cure. Le potenzialità di apprendimento di Ayodele sono state realizzate in minima parte. Non è solo a scuola che si imparano le cose: con lezioni ed esempi concreti Ayodele è riuscita ad imparare alcune cose utili alla vita quotidiana nel suo villaggio. Però, non sa leggere e conosce appena i numeri, non sa nulla del resto del mondo e non ha alcuna idea dei suoi diritti.
Da questa situazione, dalla condizione di Ayodele è ripartito il vertice mondiale delle Nazioni Unite del maggio 2002 a New York; da qui il rapporto globale sul lavoro minorile del maggio 2002; da qui il vertice di Ginevra dell'OIL del giugno 2002. Da qui partono le nostre mozioni che, continuando a tener conto della Convenzione internazionale n. 182 del 1999, si preoccupano di suggerire nuovi impegni e misure per vincere la ancora attualissima piaga del lavoro minorile nel mondo.
Le mozioni presentate non sono molto diverse fra loro, sono tutte interessate ai bambini del mondo e nel mondo: ad Ayodele, a Natasha, ma anche a Maria, Carmela, Salvatore e Giovanni. Sì, perché anche in Europa ed in Italia i diritti dei bambini non sono pienamente realizzati. Sì, perché anche in Italia vi sono bambini invisibili, o che nessuno o pochi vogliono vedere sottoposti a diverse forme di sfruttamento lavorativo.
L'Ufficio internazionale del lavoro nel già citato rapporto globale sul lavoro minorile del maggio 2002 ha reso noto che nel mondo 246 milioni di bambini ed adolescenti tra i 5 ed i 17 anni sono costretti al lavoro e tra questi vi sono 179 milioni di bambini e ragazzi che svolgono attività particolarmente dannose per la salute fisica e mentale. Sempre lo stesso rapporto ci dice che 111 milioni di bambini che hanno meno di 15 anni sono costretti a svolgere lavori pericolosi, mentre 8 milioni di bambini subiscono varie forme di schiavitù mediante il coinvolgimento in attività illecite come la prostituzione, la pornografia, lo spaccio di droga, l'addestramento alla guerra per la partecipazione a conflitti armati.
Come abbiamo detto, i bambini e gli adolescenti sono costretti a lavori pericolosi ed illegali. Le cause sono la povertà, crisi di carattere economico e politico, discriminazioni etiche e religiose, ma anche migrazioni e sfruttamento criminale.
Gli ambienti in cui questi fenomeni crescono sono sicuramente quelli in cui vi è mancanza di scuola e di protezione sociale, ma anche quelli in cui si continuano ad attuare pratiche culturali tradizionali che legittimano lo sfruttamento, spesso anche quello sessuale, dei bambini e delle bambine. Si è molto parlato, in particolare di queste ultime problematiche, al vertice delle Nazioni Unite sull'infanzia, svoltosi a maggio. Tuttavia, gli strumenti individuati e gli impegni assunti sono ancora inadeguati; occorrono norme internazionali, strumenti per garantirne l'efficacia e risorse. Tutto questo ancora manca ed è per questo che riteniamo necessarie ed utili le mozioni da noi presentate,
così come riteniamo necessario un grande impegno da parte del nostro Governo.
Anche in Italia il fenomeno del lavoro minorile presenta dimensioni allarmanti. Secondo l'ISTAT, che ha presentato nel giugno 2002 un rapporto elaborato su impulso del Ministero del lavoro, i ragazzi con meno di 15 anni che svolgono attività lavorativa sono, in base ai dati del 2000, oltre 144.000 (il 3,1 per cento dei bambini di quella età).
Ci preoccupa il fatto che lo sfruttamento minorile sia un fenomeno che interessa tutta l'Italia, anche le zone più sviluppate del nostro paese. È un fenomeno che è connesso al nord con alti tassi di occupazione locale, mentre nel Mezzogiorno con gravi condizioni di disagio economico e sociale (e anche con lo sfruttamento messo in atto dalla criminalità organizzata).
Vi sono 12.300 minori che svolgono un'attività che si può definire continuativa, mentre 19.200 svolgono un'attività di carattere non continuativo. Tra i minori che svolgono un'attività continuativa ve ne sono tanti che lavorano in nero. Ci preoccupa il lavoro nero, ma non solo; ci preoccupa, infatti, anche il fenomeno di abbandono della scuola da parte dei quattordicenni. Questo, in situazioni in cui il lavoro rappresenta un'aspirazione molto forte, perché il lavoro viene retribuito e perché il guadagno diventa una priorità rispetto alla cultura.
Ben 83.000 adolescenti tra i 15 e i 18 anni di età hanno avuto esperienze lavorative prima dei 15 anni. È un dato assolutamente preoccupante, così come lo è - lo dico con una nota non polemica, ma quasi di dolore - il fatto che siamo in un momento in cui si sta disattendendo la legge n. 9 del 1999, che ha elevato l'obbligo scolastico a 15 anni. In questo momento si sta difatti mettendo mano alla legislazione in materia, facendo approvare un disegno di legge che abbassa l'età dell'obbligo scolastico. Ma come pensiamo di poter combattere il lavoro minorile quando vengono meno alcuni diritti già acquisiti e già praticati?
Il fenomeno dello sfruttamento dei minori, segnalato dai dati dell'ISTAT, è un fenomeno che deve tanto più preoccuparci perché i dati ISTAT raccolti presso le famiglie italiane potrebbero essere fortemente sottostimati. Dobbiamo infatti considerare la popolazione minorile zingara ed extracomunitaria, che è presente sul territorio italiano, ma non è censita e non è ricompresa nell'indagine.
Al Governo chiediamo impegni in campo sia internazionale sia nazionale, così come sicuramente chiediamo di incrementare le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo; in particolare, chiediamo risorse per finanziare quei progetti finalizzati all'istruzione gratuita ed obbligatoria, accessibile a tutti i bambini e le bambine (ovviamente con diverse modalità, a seconda dell'ambiente e dei paesi in cui i bambini si trovano).
Chiediamo, dunque, al Governo: di sostenere finanziariamente i progetti nel campo dell'educazione, nonché quelli finalizzati ad attribuire incentivi alle famiglie più povere in Italia e all'estero; di cancellare il debito estero dei paesi più poveri, impegnando i paesi creditori a convertire il debito condonato in programmi sociali; di favorire interventi alternativi, come il commercio equo e solidale; di incentivare il sistema preferenziale dell'Unione europea, che prevede sgravi tariffari per le merci provenienti dai paesi che si impegnano contro il lavoro infantile; di farsi promotore dell'introduzione di una «clausola sociale», anche all'interno dell'Organizzazione mondiale per il commercio e negli accordi commerciali internazionali, che attesti che i prodotti non derivano né da lavoro minorile né da sfruttamento del lavoro adulto; di promuovere l'adozione di una carta europea comune contro lo sfruttamento del lavoro minorile; di sollecitare l'Organizzazione internazionale del lavoro per l'istituzione di un sistema di etichettatura che garantisca il non utilizzo di lavoro minorile e per l'adozione dei relativi sistemi di ispezione internazionale; di dotarsi di adeguati strumenti per il monitoraggio e la rilevazione del fenomeno del lavoro minorile in
Italia; di affrontare lo sfruttamento minorile attraverso una molteplicità di strumenti, per tener conto delle diverse cause che concorrono alla creazione di tale fenomeno; di sviluppare le azioni di intervento e di controllo degli ispettorati del lavoro, adottando gli opportuni strumenti per la prevenzione del lavoro minorile e dello sfruttamento; di assicurare la riabilitazione e l'integrazione sociale delle bambine e dei bambini ridotti in schiavitù o sfruttati sul lavoro (chiaramente, in questo caso, è fortemente necessario potenziare tutti i servizi sociali sul territorio); di introdurre e applicare sanzioni severe nei confronti delle imprese italiane che ricorrono al lavoro minorile; di combattere la povertà e le condizioni di disagio economico e sociale che costringono le famiglie più povere a impegnare i minori nel lavoro (sappiamo che, in Italia, la povertà è in aumento e che le famiglie più povere sono quelle in cui ci sono bambini).
Comunque, è opportuno sottolineare che abbiamo già a disposizione alcuni strumenti, in primo luogo, la legge n. 285 del 1997. Dunque, chiediamo che tale legge sia rifinanziata soprattutto laddove prevede progetti specificamente mirati all'eliminazione del lavoro minorile nel nostro paese. Infine, riteniamo importante promuovere un sistema di certificazione di conformità sociale per le imprese italiane che non utilizzano lavoro minorile.
Le iniziative che chiediamo sono diverse e diversificate e avremo modo di approfondirle durante il seguito della discussione. Per il momento ho illustrato i contenuti principali della nostra mozione e mi auguro che, in quest'aula, ci possa essere un felice incontro di posizioni, indipendentemente dall'appartenenza a diverse componenti politiche.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Buontempo, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00134. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Innanzitutto, vorrei rassicurare l'onorevole Mantovano...
RAMON MANTOVANI. Mantovani!
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, l'onorevole Mantovano appartiene al suo gruppo, Mantovani no!
TEODORO BUONTEMPO. Dicevo, vorrei rassicurare l'onorevole Mantovani sul fatto che neppure noi abbiamo complessi non solo nell'affrontare il problema, ma anche nel chiedere al Governo interventi concreti.
Ci sono fiumi e fiumi di notizie, di informazioni e di dati che vengono raccolti da un organismo all'altro e che sono oggetto di infinite, quanto inutili, tavole rotonde.
In realtà, la situazione è drammatica: si parla molto ma si opera pochissimo, in concreto, per affrontare il problema. Di bambini che non sono più tali, perché costretti a lavorare o, peggio ancora, perché ridotti in schiavitù, ce ne sono nel mondo 246 milioni, considerando la fascia di età dai 5 ai 17 anni; di questi, circa 8 milioni sono da considerarsi veri e propri schiavi e 179 milioni sono impegnati in ruoli destinati a segnarli fisicamente, psicologicamente, mentalmente. Ad essi vanno aggiunti i bambini lavoratori del mondo industrializzato, di cui si fa fatica a conoscere il numero: le cifre diffuse non sono esatte, essendo quello del lavoro minorile, per sua natura, un fenomeno quasi del tutto sommerso. I minori sfruttati in Italia sono 400 mila. È un dato raccapricciante che dovrebbe farvi vergognare e mi rivolgo a ogni uomo politico, a ogni deputato, a ogni senatore, a ogni membro del Governo. Nella nostra civilissima e cattolica Italia ci sono 400 mila minori sfruttati nell'industria e nell'agricoltura. Nell'intero mondo occidentale circa 2,5 milioni di bambini vivono in una condizione di sofferenza. E parliamo del mondo cosiddetto civilizzato. Certamente, povertà, carestia, guerre, criminalità e governi instabili non fanno altro che aggravare la situazione, ma anche la logica del consumismo e del profitto non si fa assolutamente scrupolo di guadagnare sul lavoro minorile, senza controllo sugli orari e senza tutela sanitaria.
Il lavoro minorile rappresenta, quindi, uno dei più grandi attentati alla crescita ed allo sviluppo del bambino; ma è un fenomeno così legato alle radici stesse della povertà e del sottosviluppo da essere anche tra i più difficili da sradicare. Pensiamo all'impiego dei bambini nella prostituzione e nello sfruttamento sessuale, soprattutto nei paesi asiatici che su ciò hanno costruito un vero e proprio affare turistico. Anche nei paesi dell'est europeo la situazione è allarmante: a Mosca il 15 per cento delle prostitute è rappresentato da ragazze minorenni. Nel mondo, circa 300 mila bambini sono soldati. Un milione 200 mila bambini sono coinvolti ogni anno nel traffico di organi.
Nonostante la volontà espressa a livello internazionale, europeo e nazionale, il fenomeno è in aumento rispetto alle stime di alcuni anni fa. Bambini cinesi sono costretti a cucire borse e palloni. Bambini albanesi, russi e bosniaci puliscono i vetri delle automobili ai semafori. Minori del nord Africa fabbricano oggetti per pochi centesimi. E, poi, ci sono migliaia e migliaia di bambini di strada. Dalla realizzazione dell'obiettivo di un futuro senza lavoro minorile dipende la dimensione sociale ed umana della globalizzazione.
Signor sottosegretario, secondo un rapporto dell'Arma dei carabinieri, in Italia sono stati scoperti 552 minori occupati illecitamente, nella maggior parte dei casi nei settori del commercio e dell'artigianato, essendo impiegati in lavori non consentiti o avviati all'attività senza essere sottoposti alle preventive e periodiche visite mediche. I carabinieri hanno denunciato 327 datori di lavoro, segnalando, in alcuni casi, gli stessi genitori che non hanno esitato a determinare una precoce diserzione scolastica dei figli, tollerando impieghi in condizioni di grave disagio.
Questo rapporto dei carabinieri, che anzitutto è stato inviato al ministro competente, dovrebbe imporre al Parlamento ed al Governo di uscire dalla genericità della denuncia e di cominciare ad intervenire concretamente. Infatti, caro sottosegretario, ci sono risoluzioni a livello europeo che chiedono ai singoli Stati l'istituzione del garante per l'infanzia: l'Italia non ha ancora istituito il garante per l'infanzia; soltanto alcune regioni hanno creato questo organismo ma, in ogni caso, non basta il garante per l'infanzia.
Ecco perché nella mozione da me sottoscritta, assieme ad altri colleghi di Alleanza nazionale, noi chiediamo qualcosa di più. Anzitutto, chiediamo che siano istituiti osservatori a livello provinciale presso le direzioni provinciali del lavoro o presso le prefetture, perché i rilevamenti non possono essere lasciati al caso, ma si devono cercare i casi di lavoro minorile sommerso e nascosto. Si tratterebbe di osservatori provinciali dotati di poteri di indagine e di accesso agli atti della pubblica amministrazione, all'interno di un più ampio sistema di collaborazione tra tutti i soggetti che possano venire in possesso di informazioni utili in materia. Questi osservatori, da un lato, dovrebbero informare l'autorità giudiziaria per la parte di sua competenza, in base ai meccanismi sanzionatori vigenti e, dall'altro, riferire al ministro per il lavoro e le politiche sociali affinché siano approntate le necessarie e concrete misure volte a contrastare il fenomeno. Infine, essi dovrebbero informare il Parlamento, al fine di varare gli opportuni provvedimenti legislativi.
In seguito, occorrerebbe affiancare questi osservatori provinciali e, quindi, a livello nazionale istituire una authority per l'infanzia dotata di poteri di coordinamento, di impulso e di istruzione nei confronti degli altri enti pubblici e che possa attivare le procedure volte a dare assistenza ed aiuto ai minori ed alle famiglie in difficoltà, anche attraverso l'attivazione, nel quadro del piano nazionale degli interventi dei servizi sociali, degli aiuti alle associazioni impegnate nella prevenzione e nella lotta allo sfruttamento dei minori. Chiediamo l'istituzione di un'authority perché abbiamo bisogno di un organismo che abbia il potere di richiamare le altre amministrazioni a fare il proprio dovere secondo le norme vigenti e le risoluzioni europee.
Se non avremo un organo attivo con poteri di investigazione e di intervento, noi continueremo sulla strada che assolutamente non ha portato alla diminuzione di questo fenomeno. Porto un esempio sotto gli occhi di tutti. Se si vede un bambino tenuto a lavorare ad un semaforo, tutti andiamo oltre ed il carabiniere non interviene perché questo minore rimarrebbe in caserma e non saprebbe cosa farne, se mandarlo a chi ha il potere di curarlo e di assisterlo e così si comportano i vigili urbani, gli agenti di pubblica sicurezza e ciascuno di noi. Allora, i cittadini devono sapere che sono state istituite un'autorità nazionale ed una in sede provinciale alle quali ognuno si può rivolgere per segnalare il caso dello sfruttamento del lavoro minorile in modo da ricorrere ad un organo che abbia poi i poteri di attivare gli assistenti sociali e i tribunali minorili e di chiedere di togliere la potestà a quei genitori che scientemente utilizzano i figli per un guadagno.
Se non arriveremo a ciò, i fondi verranno spesi senza determinare un abbattimento di questo drammatico fenomeno.
Bisogna anche prevedere - su questo sono d'accordo - un sistema di etichettatura dei prodotti nazionali ed esteri commercializzati sul territorio nazionale che verifichi ed attesti che per la loro fabbricazione non siano stati impiegati minori sfruttati. Inoltre, vanno anche assunte le necessarie iniziative volte ad impedire la circolazione e la commercializzazione sul territorio nazionale di prodotti la cui realizzazione sia stata effettuata con il contributo di minori in stato di sfruttamento.
In sede internazionale si deve controllare, attraverso le nostre rappresentanze istituzionali e le associazioni impegnate in programmi di aiuti all'estero, il rispetto da parte dei paesi stranieri delle convenzioni internazionali in materia di sfruttamento del lavoro minorile. Inoltre, non vanno stipulati accordi bilaterali né commerciali con quei paesi che non rispettino tali convenzioni o che non adottino nel loro sistema normativo nazionale una legislazione adeguata in materia.
Ci si deve attivare presso la Comunità europea per qualificare la lotta allo sfruttamento dei minori come un tema prioritario della sua azione. L'Unione europea, a questo proposito, è del tutto carente; mentre a livello internazionale è stata ribadita la necessità di istituire il garante per l'infanzia, il Parlamento europeo ha votato delle risoluzioni, ma non ha mai voluto istituire, presso i suoi organi, un istituto atto a difendere i minori in Europa. Inoltre, l'azione dell'Unione europea è carente anche nel richiedere agli Stati nazionali di adeguare la loro legislazione agli accordi raggiunti a livello internazionale.
Il Consiglio d'Europa, la cui missione è di proteggere i diritti umani, è l'organizzazione, a nostro avviso, più adatta ad ospitare un'istituzione che deve essere indipendente ed avere poteri di iniziativa.
Onorevole sottosegretario, avviandomi alla conclusione del mio intervento ritengo debbano essere più forti sia l'azione del Governo sia l'azione delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali sia l'azione del Parlamento. Non si debbono genericamente riservare fondi per l'infanzia né si debbono istituire inutili tavole rotonde nell'ambito delle quali i problemi vengono fatti rimbalzare da una parte all'altra. Bisogna creare degli istituti precisi - a cui ciascuno deve rispondere - per far sì che lo stesso Governo possa essere in grado di operare in questo settore così drammatico per la vita dei minori.
In questo Parlamento abbiamo ospitato in assemblea parlamentare gli studenti delle scuole. Questo incontro annuale diventerebbe, però, una farsa se non fossimo in grado, all'inizio del terzo millennio, di dare ai minori un'autorità per la loro tutela; un'autorità capace di attivare la magistratura ordinaria nei confronti di quei datori di lavoro che non si fanno scrupolo a sfruttare i minori e nei confronti di quei genitori che, volutamente, li utilizzano per i propri arricchimenti. Si deve trattare di un'autorità capace di fare in modo che il minore possa essere sottratto alla patria potestà di quei genitori che lo utilizzano per sfruttalo. Deve essere
un'autorità capace di richiamare gli enti locali ai compiti istituzionali che vengono disattesi.
Onorevole sottosegretario, se lei a Roma transita con la sua autovettura nelle stesse strade sulle quali anche noi transitiamo, si accorgerà che, ogni giorno, a San Giovanni, al Verano, al Tiburtino, al Collatino, a via dei Fori Imperiali, sull'Aurelia, troviamo decine di bambini che lì, sotto i nostri occhi, sono sfruttati e magari poi ci rechiamo in Parlamento a tenere un bel discorso contro il loro sfruttamento.
Come si può intervenire allora? Questo è il problema.
Attualmente, le forze dell'ordine non sono in grado di intervenire perché non hanno alcuna tutela politica e non saprebbero come risolvere il problema e, quindi, lasciano correre.
Concludo, augurandomi che le diverse mozioni possano trovare, in merito ad aspetti importanti, più che nelle analisi, nelle cose da fare punti di convergenza perché finalmente si esca dall'ipocrisia.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nigra. Ne ha facoltà.
ALBERTO NIGRA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la convenzione n. 182 promossa dalla conferenza generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, adottata a Ginevra il 17 giugno 1999 impegnava, come ricordano le mozioni, i paesi firmatari ad un'azione rapida e complessiva per l'eliminazione del fenomeno del lavoro minorile, attribuendo allo stesso un carattere di urgenza. L'Organizzazione internazionale del lavoro ha presentato nel 2002 alla conferenza internazionale del lavoro il rapporto globale denominato «A future without child labour», come richiesto dalla dichiarazione fondamentale del 1998.
Tale rapporto contiene una serie di dati impressionanti che, tra l'altro, dovremo, come farò velocemente, coniugare anche con la nostra situazione nazionale che, purtroppo, non è disgiunta dal fenomeno di cui stiamo parlando. Secondo il suddetto rapporto (è uno studio molto approfondito), nel mondo (si tratta di calcoli e di stime) quasi 246 milioni di minori sono impegnati in attività lavorative, ossia uno ogni sei minori, tra i 5 ed i 17 anni. Tra i risultati più clamorosi, nello stesso rapporto, si segnala che circa 179 milioni di minori tra i 5 ed i 17 anni, uno su 8, è tuttora esposto alle forme peggiori di lavoro (non si tratta quindi soltanto di lavoro, ma anche spesso di forme di cattivo lavoro). Circa 111 milioni di bambini sotto i 15 anni sono costretti a svolgere lavori pericolosi dai quali dovrebbero essere immediatamente ritirati; 59 milioni di giovani dai 15 ai 17 anni, anch'essi sottoposti a lavori pericolosi, hanno urgente necessità di protezione e dovrebbero essere ritirati dalla condizione lavorativa nella quale oggi sono impegnati; 8,4 milioni di bambini sono sottoposti alle forme peggiori di lavoro minorile, a vere e proprie forme di schiavitù, a schiavitù per debiti e ad altre forme di lavoro forzato, come l'arruolamento forzato in vista della partecipazione ai conflitti armati, la prostituzione, la pornografia ed altre attività illecite.
Dal punto di vista della ripartizione geografica, il maggior numero di bambini impegnati in attività lavorative tra i 5 e 14 anni si trova nella regione Asia-Pacifico (sono 127 milioni, il 60 per cento del totale mondiale). Seguono l'Africa subsahariana, con 48 milioni (il 23 per cento), l'America latina ed i Caraibi con 17,4 milioni (l'8 per cento) ed il Medio Oriente e l'Africa del nord con 13,4 milioni (circa il 6 per cento).
Il lavoro minorile rimane un fenomeno mondiale dal quale nessun paese o regione è del tutto al riparo. Crisi di ogni tipo, catastrofi naturali, grave recessione economica, AIDS e guerre spingono un numero crescente di giovani verso forme di lavoro debilitanti e, alle volte o per la maggior parte delle volte, illegali e clandestine, quali la prostituzione, lo spaccio di droga, la pornografia, come già affermato, ed altre attività illecite.
Il lavoro minorile, all'inizio del XXI secolo, viene descritto come un fenomeno mutevole dalle forme più diverse. Sulla
base dei dati più recenti, si stimano in 352 milioni i bambini dai 5 ai 14 anni che esercitano oggi un'attività economica.
L'OIL ha realizzato un programma internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile che è noto e che contiene una serie di propositi sulla base dei quali i paesi che hanno aderito a questo accordo si impegnano.
Questo programma punta sostanzialmente ad arrestare lo sfruttamento dei bambini, rafforzando le capacità nazionali di affrontare il problema, promuovendone lo sviluppo, offrendo ai bambini alternative educative adeguate ed ai genitori un lavoro dignitoso ed un reddito sufficiente. Si cerca quindi di offrire una serie di opportunità per aggredire il problema alla radice.
Il programma è stato varato nel 1992 ed attualmente, con il sostegno finanziario di 25 donatori fra i paesi sviluppati, tra cui l'Italia e l'Unione europea, coinvolge 75 paesi, di cui ispira, orienta e sostiene gli interventi diretti. Lo stesso programma attribuisce la massima priorità alle azioni contro le forme estreme di sfruttamento minorile, come il lavoro in condizioni pericolose, l'asservimento dei figli per ripagare i debiti, la prostituzione ed il traffico di minori. Inoltre, esso rivolge una particolare attenzione ai minori in condizioni di vulnerabilità, in particolare con riferimento a quelli di età inferiore ai 12 anni e alle bambine. Propone infine lo sviluppo di una legislazione protettiva e sostiene l'applicazione di misure tese alla prevenzione e al ritiro dei bambini dagli impieghi pericolosi e all'offerta di alternative transitorie in vista dell'eliminazione del lavoro infantile. Infine, per integrare in modo sistematico le questioni relative al lavoro infantile nelle politiche di sviluppo economico e sociale dei diversi paesi riproduce ed espande i progetti precedenti che abbiano ottenuto risultati di successo.
Come ho ricordato nell'introduzione dell'intervento, il fenomeno del lavoro minorile purtroppo non interessa soltanto la comunità internazionale, ma anche il nostro paese, in maniera rilevante. Sulla base di uno studio effettuato dalla CGIL, ad esempio, e confermato dagli studi citati nelle mozioni e dalla stessa ricerca dell'ISTAT, il lavoro minorile in Italia può essere stimato intorno alle 370 mila unità, sotto diverse forme.
Si tratta di un fenomeno la cui comprensione rinvia fattori come la povertà economica e culturale. Il lavoro minorile presenta una certa eterogeneità che può essere colta considerando come la storia lavorativa del minore, quella del datore di lavoro e del rapporto scuola-lavoro siano tra loro strettamente connessi.
Sulla base di questi indicatori e delle cifre che ho ricordato, - ripeto che si tratta di 370 mila unità - ciò che emerge è che vi è una serie di concentrazioni particolari di questo fenomeno più diffuse sul terreno nazionale di quanto si possa immaginare. Ad esempio, dal punto di vista territoriale, il lavoro minorile è più diffuso nel sud d'Italia - circa il 60 per cento di quella cifra che ho ricordato - ma è anche presente in maniera consistente nel centronord, per il restante 40 per cento.
Secondo i ricercatori, il lavoro minorile è un fenomeno la cui comprensione rinvia alla povertà, non soltanto economica, ma anche culturale. Il lavoro minorile, soltanto in un numero limitato di casi, è dovuto a ragioni di povertà economica della famiglia. Per le famiglie in condizioni di povertà, dal punto di vista economico, il lavoro minorile rappresenta una forma di integrazione del reddito.
Oltre agli aspetti economici, sono importanti gli orientamenti culturali, soprattutto della famiglia e del contesto in cui il minore è inserito. Ad esempio, in molti casi le famiglie tendono a non riconoscere il valore dell'istruzione rispetto al lavoro, considerato come un fattore che consente la formazione individuale. Così molti minori tendono a vedere il lavoro come uno strumento che gli permette di soddisfare i loro bisogni, grazie alla disponibilità di denaro.
Inoltre, e in presenza di piccole imprese familiari, il lavoro minorile è visto come un fattore che può contribuire al funzionamento dell'azienda stessa. Per
quanto riguarda la storia lavorativa, la maggior parte dei minori ha un'età compresa fra gli undici e i quattordici anni. Un elemento di differenza è rappresentato dal numero di anni in cui si è cominciato a lavorare: in particolare, se questo è inferiore all'anno o superiore ai due anni. Infatti, considerata la giovanissima età, lavorare da due anni o più significa che l'inserimento lavorativo è avvenuto precocemente e che il lavoro occupa una parte importante della vita dell'individuo. In generale, manca un percorso di crescita professionale, che rischierà di mancare per il resto della vita di questo lavoratore e, nel caso dei minori che lavorano da più tempo, due o più anni, di una forte mobilità che porta a cambiare il settore di attività. A questo proposito va tenuto presente che i minori tendono a svolgere mansioni a bassa qualificazione e questo chiaramente rappresenta un fattore che ne accentua la mobilità.
Uno dei settori in cui lavoro minorile è più diffuso è il commercio, soprattutto quello alimentare, seguito dall'artigianato, e, non sorprende dirlo, dall'edilizia.
Un altro elemento di differenziazione è rappresentato dal datore di lavoro, che può essere la famiglia o un terzo. A seconda del datore di lavoro il rapporto di lavoro presenta un diverso grado di formalizzazione.
In generale, il lavoro tende ad avere un carattere saltuario, se il datore di lavoro è la famiglia, mentre presenta una maggiore continuità se è un terzo. In quest'ultimo caso, tende anche ad essere distribuito più regolarmente nei vari giorni della settimana ed anche l'orario di lavoro è più lungo. Inoltre, come è prevedibile, la mobilità è più bassa per chi lavora in famiglia.
Potrei continuare a citare altri dati di questa ricerca, che ho voluto illustrare per potere in qualche modo rappresentare l'importanza di questo fenomeno nella sua drammaticità, giacché non si tratta, come ho detto, soltanto di un fenomeno internazionale, ma di un fenomeno che riguarda anche il nostro paese.
È evidente che gli accordi internazionali al quale il nostro paese aderisce ci impegnano - e con queste mozioni noi vogliamo naturalmente stimolare il Governo ad agire in questo senso - ad operare su due terreni: da un lato, è necessario operare a livello internazionale - ovviamente, anche in relazione agli scambi di carattere commerciale - affinché il nostro paese si impegni a richiedere, a sostenere e ad appoggiare una serie di misure che ostacolino lo sfruttamento del lavoro minorile; allo stesso tempo, bisogna operare affinché all'interno del nostro stesso paese si migliorino, si rafforzino o si mettano in campo nuovi strumenti che aiutino a superare questo fenomeno, ad affrontarlo adeguatamente per raggiungere gli obiettivi, che sono quelli citati nella mozione che noi abbiamo presentato, ma anche nelle altre mozioni, di cui abbiamo potuto già iniziare a discutere in quest'aula. A nostro giudizio, esse contengono elementi positivi ricollegabili tra loro in qualche modo, che ci consentiranno, quindi, anche di esprimere un voto positivo su tutte le tre mozioni, richiamando l'impegno di questo Parlamento ad affrontare il problema, anche con una scelta di carattere unitario che poi, ovviamente, si esplicherà con una serie di misure che ognuno di noi proporrà (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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