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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Milana. Ne ha facoltà.
RICCARDO MILANA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge di assestamento in via di approvazione determina una riduzione delle entrate di 16.404 milioni di euro in competenza e di 13.719 milioni di euro in cassa. Nel periodo gennaio-settembre 2002 risultano, infatti, accertate entrate tributarie dello Stato per un ammontare pari a 223.167 milioni di euro, con una diminuzione di 5.746 milioni di euro, pari al 2,5 per cento in meno rispetto al corrispondente periodo dell'anno 2001 e la situazione tende a peggiorare sul finire di quest'anno.
Nonostante le politiche di sostegno dell'economia, la dinamica della crescita italiana è risultata meno favorevole del previsto. La battuta d'arresto dei consumi delle famiglie, legata anche all'esaurirsi del ciclo positivo dei beni durevoli, è stata amplificata dalla percezione di un livello di inflazione più elevato di quello effettivo. Sull'andamento della congiuntura ha pesato anche la dinamica insoddisfacente delle esportazioni, meno in grado relativamente a quella di altri paesi di trarre vantaggio dalla ripresa della domanda mondiale per i beni ad alto contenuto tecnologico.
L'andamento negativo delle borse azionarie e della propensione al consumo dei cittadini hanno messo in evidenza una discesa parallela. L'inflazione, per contro, non dà segni di deciso rientro, come ci si potrebbe attendere in un contesto di domanda fiacca a causa della pressione sui prezzi al dettaglio. Certo, la responsabilità della minore crescita, che riguarda l'intero mondo industrializzato, non può essere imputata a questo Governo, ma rileviamo che alcune misure di sostegno dell'economia sarebbero state possibili. Se la minore crescita ha avuto un effetto peggiorativo sui conti pubblici, la precisa responsabilità del Governo è aver costruito un percorso di finanza pubblica basato su previsioni infondate ed inattendibili.
Il disegno di legge di assestamento è, allo stato, un semplice strumento di aggiornamento delle dotazioni di competenza e di cassa delle unità previsionali di base non determinate da specifiche disposizioni di legge. Esso, però, si connette funzionalmente con il disegno di legge di rendiconto relativo all'esercizio trascorso, dal quale risulta l'entità effettiva dei residui attivi e passivi all'inizio dell'esercizio finanziario in corso. È, pertanto, impossibile valutare e discutere di queste variazioni introdotte al Senato sull'assestamento senza richiamarsi al quadro disastroso della finanza pubblica che il rendiconto dello Stato generale ha praticamente certificato.
Quest'anno l'approvazione parlamentare dell'assestamento di bilancio per l'esercizio 2001-2002 costituisce un passaggio importante per lo svolgimento dell'ordinaria dialettica istituzionale, al fine di un'ordinata gestione finanziaria dello Stato. È, infatti, l'occasione principe per una verifica concreta da parte del Parlamento della corrispondenza tra gli schemi di previsione per l'entità e di autorizzazione per la spesa presentati dal Governo allo stesso Parlamento e i risultati effettivamente conseguiti nella gestione di riferimento.
In questo senso, la discussione su tali documenti, in quanto incentrata su un'analisi a posteriori dei risultati gestionali, non lascia evidentemente spazio alla roboante propaganda del Presidente del Consiglio ed alle dichiarazioni di intenti o alle ottimistiche quanto infondate rappresentazioni di scenari futuri cui il Governo e la sua maggioranza ci hanno abituati e sulle quali l'onorevole Tremonti ha giocato la sua già scarsa credibilità.
La rappresentazione della realtà, infatti, come risulta dal rendiconto e dall'assestamento di bilancio in approvazione, è di tutt'altra drammatica eloquenza ed
impone quest'anno una eccezionale attenzione da parte del Parlamento. Il quadro complessivo è allarmante: tutti i saldi presentano un peggioramento in termini sia di competenza sia di cassa rispetto alle previsioni iniziali contenute nella legge di bilancio 2002.
Tenendo conto delle variazioni proposte con il disegno di legge di assestamento, che si aggiungono all'incidenza negativa delle variazioni apportate con atto amministrativo, il saldo netto da finanziare aumenta in termini di competenza del 10,4 per cento ed in termini di cassa del 13,4 per cento, in corrispondenza di un peggioramento di 7.389 milioni di euro. In corrispondenza con il saldo netto da finanziare peggiorano anche l'avanzo primario, che si riduce del 7,8 per cento e del 26,2 per cento rispettivamente per competenza e per cassa, ed il risparmio pubblico che in termini di cassa arriva a registrare un peggioramento del 41 per cento.
Un altro dato significativo emerge da tutta questa manovra: la vistosa crescita dei residui, sia di quelli attivi, corrispondenti alle entrate accertate non riscosse, sia di quelli passivi, in relazione alle spese effettuate e non autorizzate. Questi ultimi sono aumentati di circa il 40 per cento, con un incremento concentrato soprattutto sui trasferimenti alle regioni e, in particolare, sul fondo sanitario nazionale e sul fondo per il federalismo fiscale. Tali dati sono indicativi di un serio peggioramento dell'efficienza della pubblica amministrazione destinato a ripercuotersi pesantemente sui servizi ai cittadini.
Ad aggravare tale quadro è il progressivo spostamento verso la periferia dei costi del supposto rigore finanziario dello Stato che, di fatto, si è tradotto soprattutto in compressione dell'autonomia finanziaria delle regioni, ormai pienamente riconosciuta dalla riforma del titolo V della Costituzione. A tale proposito è facile osservare che nell'ambito dei trasferimenti alle amministrazioni pubbliche i minori trasferimenti alle regioni ammontano a circa 1.096 milioni di euro. In questo senso devo dire che l'attuale Governo, il primo a misurarsi con questa novità costituzionale, si distingue per un grado di centralismo e statalismo che non si conosceva da molti anni.
Infine, l'approvazione dell'assestamento di bilancio offre ancora una volta l'occasione per rilevare, attraverso la concretezza dei dati certificati dal documento, la totale assenza di vere e proprie politiche di rigore e di sviluppo. Quanto al rigore si sta realizzando la definitiva dispersione del risanamento effettuato dal 1996 in poi: il deficit era al 7,2 per cento del PIL nel 1996, è arrivato all'1 per cento nel 2000. In più, il livello di percezione del rigore finanziario della politica di spesa è gravemente compromesso dalla sistematica approvazione nel corso di questa legislatura di leggi prive di copertura finanziaria. Per via legislativa sono stati, inoltre, effettuati sconti e regali agli evasori fiscali con pregiudizio per i livelli di legalità e regolarità che si erano faticosamente raggiunti. Si è assicurata una protezione ai falsificatori di bilancio in controtendenza con gli orientamenti legislativi di tutte le democrazie mondiali a capitalismo maturo e, soprattutto, in contraddizione con la disciplina comunitaria.
Anche sul fronte dello sviluppo i risultati sono stati ormai riconosciuti come disastrosi. La disciplina dell'emersione contenuta nella Tremonti-bis si è dimostrata un clamoroso fallimento. La relazione tecnica del Governo che accompagnava il provvedimento aveva stimato le maggiori entrate derivanti dalla regolarizzazione per il 2001 pari a 3.480 miliardi di lire provenienti dalle imprese e 261 miliardi di lire provenienti dai lavoratori, per un numero di lavoratori interessati alla regolarizzazione valutabile in 900 mila unità. La realtà si è presto presentata ben diversa dalle aspettative del Governo, come ha dovuto ammettere lo stesso ministro dell'economia rispondendo alle nostre interrogazioni in Parlamento. Nessuno sviluppo è, dunque, venuto dall'emersione come nessuno sviluppo è venuto dal rientro di capitali illegalmente detenuti all'estero,
pure generosamente incentivato da una tassazione minima ed umiliante per i contribuenti onesti.
Quanto agli incentivi allo sviluppo a bloccare i processi virtuosamente innescati nella scorsa legislatura, che hanno dato eccellenti risultati anche in termini occupazionali, ha provveduto la nuova politica cosiddetta dei tetti di spesa, ormai sistematizzata e generalizzata con il decreto-legge n. 194 del 2002, il cosiddetto blocca spesa, convertito dal Parlamento nonostante i forti sospetti di incostituzionalità da più parti avanzati.
Infine, la legge finanziaria per il 2003 ha ridotto le speranze di sviluppo e di emancipazione anche nel Mezzogiorno d'Italia. In conclusione, valutati i risultati di merito e considerate anche le tendenze in atto, non può che esprimersi un voto contrario all'assestamento di bilancio, in quanto certificazione ultima dei risultati di una politica economica che lungi dal condurre il paese dal declino allo sviluppo - come enfaticamente annunciato dal Governo - lo sta di fatto avvitando in una fase recessiva, disperdendo quel patrimonio di credibilità internazionale e di fiducia interna verso le istituzioni, che si era finalmente costituito al prezzo di seri e sofferti sacrifici.
Per questi motivi e anche per la spudoratezza tracotante con la quale il Governo continua a produrre previsioni inverosimili e conti ispirati più che alle regole della serietà a quelle del sotterfugio, non possiamo che ribadire il nostro voto contrario su questo provvedimento e sulla politica generale del Governo nell'economia (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maurandi. Ne ha facoltà.
PIETRO MAURANDI. In questi giorni sono all'attenzione del Parlamento tre provvedimenti del Governo, di natura diversa, ma che hanno un presupposto comune. Si tratta della legge finanziaria in discussione al Senato; di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in attuazione del decreto-legge n. 194 sul controllo e sul contenimento della spesa pubblica (sul quale la Commissione bilancio ha espresso oggi il suo parere); infine di questo provvedimento di assestamento, che ritorna alla Camera in terza lettura dopo essere stato emendato dal Senato. Ciò che hanno in comune i tre provvedimenti è il presupposto sulla previsione delle entrate e delle spese. Logica vorrebbe che queste previsioni fossero uniformi per tutti e tre i provvedimenti; invece accade che le previsioni di entrata contemplate da ciascuno di tali provvedimenti (o meglio le variazioni delle previsioni di entrata) non siano tra loro congruenti. Infatti, il disegno di legge per l'assestamento del bilancio torna alla Camera, in seguito all'approvazione di un emendamento approvato dal Senato, presentato dal Governo, che modifica al ribasso le previsioni di entrata per ben 16 miliardi e 400 milioni di euro in competenza e per 13 miliardi e 700 milioni in cassa.
La riduzione delle previsioni di entrata riguarda sia i dati del 2001, sia le previsioni del Governo contenute nel disegno di legge di bilancio a legislazione vigente. La conseguenza del peggioramento delle entrate nel disegno di legge di assestamento è naturalmente un peggioramento dei saldi (il saldo netto da finanziare passa da 36 a 52 miliardi di euro). Questa situazione è il risultato del peggioramento del gettito delle imposte dirette, segnatamente dell'IRPEG, e di un netto peggioramento delle accise e dell'IVA, sia sugli scambi interni e intracomunitari, sia sulle importazioni extracomunitarie.
Ora, si dà il caso che la legge finanziaria continui a viaggiare per conto suo, senza tenere conto delle peggiorate previsioni di entrate e che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sul contenimento della spesa - che pure ha come presupposto uno scostamento rilevante dagli obiettivi del DPEF - non quantifichi lo scostamento. La quantificazione è venuta soltanto a seguito dei chiarimenti del Governo richiesti dalla Commissione bilancio e per di più quella quantificazione viene
sminuita, dal momento che lo scostamento viene ridimensionato dal sottosegretario Molgora, il quale mette avanti la possibilità che il peggioramento delle entrate possa ridimensionarsi negli ultimi due mesi, per effetto dell'ICI e dell'autotassazione di novembre.
Siamo quindi in presenza di un atteggiamento contraddittorio e incoerente del Governo; è un atteggiamento bivalente, anzi trivalente del Governo, che ha questo punto si presenta al Parlamento con tre previsioni fra loro diverse, su ciascuno dei tre provvedimenti all'attenzione del Parlamento. È un atteggiamento incoerente e anche irresponsabile, perché il Governo, come sempre, quando vi è costretto dalla durezza dei fatti, cioè dai dati rilevati sulle entrate tributarie, corregge le previsioni, ma in realtà non si rassegna alla situazione di crisi dell'economia italiana da cui derivano le correzioni e alla necessità di mettere in campo misure efficaci per affrontarla.
Il Governo è sempre in attesa di una ripresa dell'economia mondiale e italiana, che nessuno sa quando e dove ci sarà e in che dimensioni si manifesterà. Non solo. Con la politica del Governo, fatta di tagli agli investimenti, fatta di svuotamento degli strumenti per lo sviluppo del Mezzogiorno, come il credito di imposta, fatta di tagli alla ricerca e all'innovazione, quando si dovesse manifestare la ripresa dell'economia mondiale, l'Italia avrà difficoltà a coglierne i frutti, se non in termini marginali.
La correzione al ribasso delle entrate ripropone il problema, ormai ricorrente, delle cattive previsioni fatte dal Governo, con la consueta sopravvalutazione delle entrate e sottovalutazione delle spese. Il problema si presenta per il 2002 e si ripresenterà per il 2003, dato che le previsioni dell'andamento del PIL, da parte degli istituti specializzati, sono nettamente più basse di quelle dell'esecutivo. E gli errori delle previsioni non sono un incidente di percorso - come tale inevitabile - e non dipendono dal fatto che l'economia internazionale vive un clima di incertezza e, dunque, le previsioni sono controverse. In realtà, l'andamento dell'economia italiana ed internazionale è negativo da molti mesi. È il Governo che si ostina a fare previsioni improbabili, che diventano tali non ex post, in quanto lo sono già nel momento in cui Governo, invece di adottare prudenzialmente le previsioni più basse tra quelle fornite dagli istituti specializzati, sceglie regolarmente quelle più ottimistiche. Il risultato è che, quando si presentano i dati sulle entrate, occorre correggere le previsioni. Così, o si allarga il deficit perché molte spese sono già impegnate, oppure si è costretti ad intervenire in modo approssimato ed indiscriminato con tagli alle spese, come fa, appunto, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri esaminato dalla Commissione bilancio.
Il peggioramento delle entrate - come accennato - deriva dal complessivo rallentamento dell'economia italiana. In tal modo, si spiega la riduzione del gettito delle imposte indirette, l'IVA e le accise, per complessivi 7 miliardi e 699 milioni, cioè il 47 per cento della riduzione complessiva. Non c'entra nulla l'effetto della DIT o cose simili, c'entra una preoccupante caduta dell'economia italiana. In particolare, vorrei segnalare la perdita dell'IVA sulle esportazioni extracomunitarie, che aumenta a 2 miliardi e 766 milioni di euro e che deriva (in parte) dall'apprezzamento del tasso di cambio dell'euro, ma che in realtà mette in evidenza i drammatici problemi di competitività dell'economia italiana.
Per quanto riguarda il calo delle entrate da imposte dirette, anch'esso è certamente la conseguenza della situazione di crisi dell'economia italiana. Il calo dell'IRPEG è la conseguenza della riduzione degli utili delle imprese e il calo dell'IRPEF è la conseguenza delle permanenti difficoltà esistenti nel mercato del lavoro.
Tuttavia, non possiamo non sottolineare l'incidenza che, sul calo delle entrate tributarie, hanno le attese di condoni e sanatorie, annunciati e presenti nella legge finanziaria che, certamente, hanno
rafforzato ed incoraggiato comportamenti di elusione e di evasione dell'imposizione fiscale.
Per queste ragioni e per una rinnovata sfiducia nelle previsioni e nelle misure del Governo, confermiamo il nostro voto contrario sul disegno di legge di assestamento e rileviamo, ancora una volta, l'incapacità del Governo di dire una verità unica e non tante diverse verità sullo stato della finanza pubblica nonché l'incapacità di fronteggiare, con misure appropriate, le condizioni di crisi dell'economia italiana (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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