Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 227 del 21/11/2002
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Sull'ordine dei lavori (ore 9,40).

SANDRO BONDI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANDRO BONDI. Grazie, signor Presidente, chiedo brevemente la parola perché, come lei sa e come i colleghi parlamentari sapranno, è proprio di ieri la notizia della richiesta di arresto nei confronti del senatore Lino Iannuzzi da parte del tribunale di Napoli. Quest'ultimo ha infatti respinto le richieste di differimento della pena, avanzata, appunto, dai legali del senatore Iannuzzi, per la somma di alcune condanne divenute definitive per il reato di diffamazione.
Signor Presidente, questa notizia, dopo quella della retata contro i no global della procura della Repubblica di Cosenza e dopo la condanna inflitta al senatore Andreotti da parte del tribunale di Perugia, suscita in noi tutti nuove preoccupazioni e nuovi, pesanti interrogativi sullo stato della giustizia nel nostro paese.
Mi chiedo come sia possibile che venga richiesto l'arresto di un parlamentare della Repubblica, di un giornalista, di un uomo di 74 anni, oltre tutto per una condanna riguardante reati di opinione alla stregua, per l'appunto, di un volgare delinquente.
Signor Presidente, non parlo a nome di alcun partito ma a titolo personale e, in questa veste, mi rivolgo a tutti i membri di questa Assemblea. Mi chiedo fino a quando i cittadini, il Parlamento, le forze politiche e le più alte cariche istituzionali di questo paese potranno tollerare un tale spregio delle regole più elementari della nostra democrazia e dell'ossequio alle leggi e al buonsenso, che dovrebbero guidare e ispirare chi amministra in questo paese la giustizia.
Fino a quando, signor Presidente, è possibile tollerare che il nostro paese viva in un clima continuamente arroventato dallo scontro sulla giustizia? È possibile che non ci si renda conto del calo di fiducia che i cittadini sono così indotti a manifestare nei confronti della giustizia, verso ciò che dovrebbe costituire una


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certezza nella vita di un paese, al riparo quindi dalle polemiche e dai sospetti? La ringrazio.

PRESIDENTE. È chiaro che questo intervento non è tanto sull'ordine dei lavori però il problema da lei sollevato è noto a tutti.

GIUSEPPE GIULIETTI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE GIULIETTI. Signor Presidente, vorrei affrontare il tema che qui è stato posto ma senza generalizzazioni, perché ritengo sbagliato affrontare il caso di Iannuzzi, accostandolo a quello dei no global, del processo al senatore Andreotti e via dicendo. Così facendo, potremmo metterlo infatti insieme ad un'idea dei reati di opinione che porta a «cancellare» giornali e giornalisti che non piacciono.
Questo potrebbe essere un interessante e lungo dibattito sull'idea della libertà, della giustizia «fai da te». Succede che si «taglino» le voci di giornalisti come Biagi, Santoro ed altri e poi si mettano assieme il reato di opinione nel caso degli arresti di Cosenza ed altre questioni. Io sconsiglierei questa strada perché l'argomento posto è serio se ciascuno di noi non lo utilizza per strumentalizzazioni o giudizi generici: non voglio farlo neanche io.
Sono preoccupato, proprio perché ho posizioni assai distanti da quelle del senatore Iannuzzi e proprio perché non condivido molte delle cose che egli ha detto e scritto. Penso - e so che lo pensa anche il collega Bondi - che il libero gioco delle parti debba prevedere liberi cronisti e, quindi, dovremmo affrontare nelle Commissioni competenti un tema da troppo tempo trascurato, che è stato rilanciato con forza dal collega Sterpa ed altri amici. Si tratta del tema - che il Presidente Biondi credo conosca meglio di me - relativo al più ampio esercizio del diritto di cronaca, al rapporto con fonti che spesso sono secretate e anche all'uso - che sta oramai divenendo norma - dell'azione civile con richieste di danni per miliardi e miliardi che viene esercitata dai potenti nei confronti dei cronisti; in questo senso il caso di Marco Travaglio è simbolico.
In tutta questa vicenda trovo sbagliato l'utilizzo della carcerazione; è questo, mi pare, il vero problema sollevato dai miei colleghi che dovrebbe vederci attenti sia riguardo al giudizio che diamo sia nei confronti delle conseguenti iniziative che vengono adottate per affrontare in modo serio questa normativa. Quest'ultima deve tener conto del diritto del cronista ma anche di quello del cittadino alla tutela che, molto spesso, non viene affrontato.
Nei mesi scorsi abbiamo avuto un caso simile che non ha riguardato un parlamentare, ma un cronista, un anziano collega che, lavorando per dei settimanali anni fa, aveva subito una condanna per diffamazione, che è però giunta dopo molti anni. Anche in quel caso era stata utilizzata la carcerazione e vi fu un intervento dei radicali, ma anche di molti parlamentari, che si chiesero il perché si dovesse utilizzare quello strumento molto rischioso e pericoloso. Vi erano altre forme, altre possibilità e alla fine si è trovata una soluzione. Credo sia sbagliata la pena in sé, le modalità; si è trattato di un elemento che mi sembrato - lo dico tra virgolette perché non voglio essere offensivo - quasi di «accanimento».
Vi erano altre soluzioni, altre possibilità; lo stesso senatore Iannuzzi ha affermato che vi erano altre possibilità, altre soluzioni.
Comunque, si è scelta una strada che a me pare, francamente, molto pericolosa perché può diventare un esempio, un modo di affrontare il rapporto con la stampa. Se posso fare una battuta, mi sarebbe piaciuto che si andasse verso un'altra forma. A me, che sono contro il ricorso alla galera, ma anche contro l'utilizzo di ogni strumento di minaccia, sarebbe piaciuto che al senatore Iannuzzi non fosse stata inflitta alcuna condanna, ma solamente l'obbligo di scrivere dieci editoriali alla Boccassini e ad altri magistrati per aver detto che si erano riuniti in un posto mentre non si erano mai riuniti.


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Mi sarebbe piaciuto il ricorso ai lavori forzati della penna, non so se sono stato chiaro. Ritengo, infatti, che la sanzione morale sia più civile. Credo che dobbiamo essere preoccupati e che la vicenda non debba essere presa sotto gamba. Un utilizzo della pena in questa direzione a me pare rischioso e al riguardo non ci si deve dividere in polemiche di altra natura.
Sottopongo al Presidente come elemento di riflessione l'ipotesi di prendere nuovamente in esame una serie di proposte che sono state avanzate - ad esempio da parte dell'onorevole Pisapia e da altri - nell'ambito della Commissione giustizia per affrontare questo tema in modo serio e non strumentale. Mi auguro che questa rappresenti un'occasione per discuterne senza partire necessariamente da eventi clamorosi, che magari non ci toccano quando riguardano l'ultimo cittadino senza potere che troviamo sull'elenco telefonico. Vorrei che la nostra indignazione portasse ad introdurre regole che tutelino il più debole, cosa che oggi non accade (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).

EGIDIO STERPA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Pregherei, comunque, i colleghi di non allargare la discussione.

EGIDIO STERPA. Signor Presidente, il mio intervento sarà brevissimo; prendo la parola per associarmi a quanto ha detto il collega Bondi e, in parte, anche a quanto ha detto il collega Giulietti. Credo che i fatti che sono accaduti e stanno accadendo dovrebbero indurci a prendere seriamente in considerazione l'opportunità, la necessità, l'inderogabilità di procedere ad un esame del problema giustizia, ad una riforma della giustizia in questo paese.

GIANFRANCO ROTONDI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO ROTONDI. Signor Presidente, vorrei associarmi alle affermazioni dei colleghi Bondi, Giulietti e Sterpa. Per fortuna, l'orario ci dispensa da retoriche e ci consente di andare diretti al problema.
Non si tratta solo di invocare - come bene ha fatto Sterpa - la necessità di affrontare la questione giustizia, ma anche di riconoscere lealmente che la situazione si è parecchio complicata. È gravissimo che si chieda l'arresto di un parlamentare per reati di opinione.
Chi, anche giovane, conosce la storia di Iannuzzi sa che è uno dei padri del giornalismo italiano dal quale si può anche dissentire, anche largamente, ma è straordinario che ad un personaggio della generazione di giornalisti del rango di Scalfari, di Montanelli e di Biagi, si dica di filare diritto in galera perché ha affermato cose inesatte nei confronti delle quali il rimedio sufficiente avrebbe potuto senz'altro essere quello che simpaticamente suggeriva l'onorevole Giulietti.
Va, tuttavia, sottolineato il fatto che questa vicenda segue di poco quella del senatore Andreotti, condannato a 24 anni (su cui ha detto tutto il collega Bondi). Segue di qualche giorno l'arresto dei no global, rispetto al quale non vi è dubbio che vi sia l'ombra di un arresto per reati di opinione: nemmeno le circostanze e le giornate successive hanno, infatti, suggerito una chiave di lettura più benevola nei confronti dei magistrati di Cosenza.
Ve ne è senz'altro a sufficienza per ribadire che l'emergenza giustizia va affrontata organicamente. Tuttavia, poiché ad impossibilia nemo tenetur, e questa emergenza è annoverata, ormai da anni, per l'impotenza della classe politica, tra l'impossibilia, mi accontenterei - e lo dico al Presidente Biondi, all'avvocato Biondi, al galantuomo Biondi - che si trasmettesse a tutto l'Ufficio di Presidenza, di cui mi onoro di far parte, al Presidente della Camera e alla Conferenza dei presidenti di gruppo l'esigenza di un dibattito in aula, con diretta televisiva, che permetta alle forze politiche, alla Camera dei deputati di assumersi, di fronte al paese, le responsabilità


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individuali e collettive delle posizioni adottate, relativamente a ciò che il paese, sempre più palesemente, percepisce come un vera emergenza democratica.

AURELIO GIRONDA VERALDI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AURELIO GIRONDA VERALDI. Signor Presidente, sono l'unico esponente del gruppo presente e, pertanto, vorrei esprimere il probabile orientamento del medesimo rispetto a questo fenomeno.
L'Italia è il paese delle emergenze. Soltanto in occasione di fatti eccezionali emergono problemi che, invece, sono già nel cassetto da tempo. Si sono verificati questi episodi clamorosi ed eccezionali che hanno sensibilizzato l'opinione pubblica, ma io, da vecchio avvocato, non mi meraviglio per niente, né per ciò che è avvenuto adesso né per ciò che è avvenuto nel passato né infine, per ciò che avverrà nel futuro, perché si tratta di un problema di fondo, signori miei.
Non è un problema del singolo magistrato, perché niente è più facile del fatto che l'iniziativa assunta dal pubblico ministero e dal GIP di Cosenza non sia condivisa dalla maggioranza della magistratura e, viceversa, per il caso di Andreotti. Il problema è un altro. Quali sono le funzioni del Parlamento rispetto al problema giustizia?
Oggi alle ore 15 ci riuniremo in Commissione per discutere dell'articolo 68, che, a mio avviso, rappresenta il cardine del problema che dovremo affrontare.
Si discuterà anche dell'eventuale incompatibilità rispetto ai reati di opinione e della necessità che occorra qualcosa per definire questa situazione di calamità che purtroppo si è verificata nell'ambiente della giustizia. Non dico di essere allievo ma maestro di Tatarella: sono quindi per l'armonia, perché soltanto con l'armonia, in tutti i settori, si può dare qualcosa di efficace al paese (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).

GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come gruppo parlamentare della Lega nord Padania abbiamo già espresso le nostre perplessità circa la volontà di inserire in un unico «calderone» situazioni alquanto differenti, che vanno dalla sentenza Andreotti al caso dell'indagine sui no global di Cosenza e infine, adesso, all'ultima notizia relativa al collega Iannuzzi.
Si tratta, a nostro avviso, di situazioni diverse che necessitano di risposte e di analisi sicuramente diverse. Un dato deve essere sottolineato: a nostro avviso, si è prospettata ormai in maniera eclatante la necessità di rivedere la materia dei reati di opinione. Su questo tema, la Lega nord Padania, ormai da anni, è in prima fila nel denunciare un insieme di reati che risultano datati e che non sono commisurati e strutturati rispetto alla complessità della società moderna e dell'esperienza democratica degli ultimi cinquant'anni.
Penso che un ragionamento complessivo su una riforma della giustizia in maniera radicale debba essere sempre svolto ma, come ben sappiamo, modificare un sistema così complesso, come quello dell'amministrazione della giustizia, non è semplice. Se ne discute da anni: cominciamo da situazioni concrete e tutti insieme cominciamo a rivedere organicamente la questione dei reati di opinione. Mi sembra che su questo tema vi sia una convergenza da destra, da sinistra, dalla Lega nord Padania, assolutamente importante. Su questo cominciamo a lavorare immediatamente e forniamo delle risposte su questo tema.

FRANCESCO GIORDANO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo brevemente


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per dire, a nome del gruppo di Rifondazione comunista, che anche noi pensiamo che l'utilizzo del carcere non possa essere così forzoso e indiscriminato. Tra l'altro, noi siamo la forza politica, - lo ricordava il collega Giulietti in precedenza - che propone l'abrogazione del reato di opinione. Credo che una discussione di questo tipo dovrebbe registrare una maggiore attenzione da parte dell'intera Assemblea. Ci siamo comportati in questa maniera su più versanti e fronti, anche in divergenza con il centrosinistra, su una vicenda come quella che riguardava reati di opinione pesanti (per esempio la vicenda di Bossi con riferimento al tricolore).
Noi siamo quindi per l'abrogazione del reato di opinione. Vorrei poter raggiungere brevemente che tale reato non può essere «appaltato» solo ed esclusivamente dai parlamentari. Deve poter investire tutti i cittadini; in caso contrario, si tratterebbe esclusivamente di un privilegio e non, invece, di un diritto sancito, fruibile da parte di tutti.

GERARDO BIANCO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GERARDO BIANCO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo non si possa non convenire con quanti ritengono che debba aprirsi una stagione nuova e che sia necessario ampliare le sfere di libertà, in modo particolare quelle di libertà d'espressione.
Si ha ragione quando si afferma che la questione non può essere considerata soltanto sotto il profilo di una sorta di privilegio dei parlamentari, ma deve riguardare la libertà di espressione del proprio pensiero per tutti i cittadini italiani.
Ma c'è un altro tema, signor Presidente, che credo debba essere posto all'attenzione dell'Assemblea - mi rivolgo a lei per la particolare sensibilità con la quale ha sempre affrontato questi problemi - ed è la questione della giustizia. Il problema della giustizia è un tema cruciale per il nostro paese e credo vada affrontato - a qualcuno la parola potrà piacere - in modo laico, cioè senza clericalismi né da una parte né dall'altra. Bisogna creare un clima per poter ragionare in maniera pacata, senza chiusure corporative da parte di nessuno, senza idee di vendetta o di rivalsa da parte di altri.
La giustizia richiede un clima di serenità, richiede che si creino le condizioni per un dialogo. Credo sia assurdo immaginare che ciò possa avvenire soltanto - utilizzando un termine che è stato usato spesso in questo periodo e che a me è caro perché è un termine meridionale - attraverso gli «inciuci», quando, invece, dovrebbe avvenire attraverso un dialogo aperto.
La questione doveva essere affrontata da troppo tempo e non lo è stata; ed io spero che alla Camera - e poi anche in altre sedi - si possa finalmente avviare questo pacato dialogo per affrontare un tema cruciale. Certo, non mancherà il suo personale contributo, signor Presidente, che sarà prezioso, intriso di spirito liberale, e il nostro, spero intriso di spirito liberalcattolico e liberaldemocratico (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo e di deputati del gruppo di Forza Italia).

SERGIO COLA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERGIO COLA. Signor Presidente, ritengo di condividere l'esigenza rappresentata un po' da tutti, di affrontare i problemi della giustizia in modo serio, non fazioso e senza tenere presenti le proprie posizioni politiche, che molte volte sono fuorvianti e non permettono di affrontare in modo sereno i problemi della giustizia.
Per quanto riguarda il caso particolare dal quale abbiamo preso spunto, vorrei ricordare al rappresentante della Lega che è in cantiere da tanto e tanto tempo - è giunta in aula durante la precedente legislatura e, in quella attuale, è all'esame della Commissione giustizia - una rivisitazione seria, sostanziale del reato di diffamazione. Purtroppo, non so per quale


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motivo, questa proposta, che trasforma in modo radicale, perlomeno sotto il profilo sanzionatorio, le norme sul reato di diffamazione, si è arenata.
Tuttavia, Presidente, io sono franco di cerimonie e non mi nascondo assolutamente dietro un dito. Il caso di Iannuzzi non è isolato. Ricordiamo anche il caso Surace, che è emblematico, e ce ne sono tanti e tanti altri. Tutto questo non può assolutamente non far rivivere e naturalmente porre il problema di cui oggi si dibatte tanto, anche in relazione ad un aspetto che è stato molte volte disatteso. Io ho letto stamani le motivazioni del tribunale di sorveglianza, che non sono ancora note, ma in cui sicuramente saranno state trasfuse le richieste del procuratore generale: sa qual è la ragione della decisione, signor Presidente? La ragione è che, siccome Iannuzzi continua a fare il giornalista e può continuare a commettere reati di diffamazione, ergo non è meritevole dell'affidamento al servizio sociale. Allora, siccome questa norma sussiste e sussiste in questa maniera così deviante, così anomala, così assurda ed incivile, si pone il problema.
Tuttavia, il discorso che stiamo facendo ora - e mi rivolgo al collega della Lega e a tutti coloro che hanno affacciato il problema della rivisitazione del reato di diffamazione - è de iure condendo, è un discorso che si potrebbe affrontare e si potrebbe risolvere, se ci fosse l'unanimità di tutti, anche in pochi mesi, ma io non credo assolutamente in questa soluzione. Quello che abbiamo detto stamani fra poco volerà al vento e ce ne dimenticheremo, domani o dopodomani, e quindi il problema persisterà. Allora, nelle more, bisogna esaminare il problema sotto un altro profilo, affrontando il dibattito che oggi è al di fuori delle mura di Montecitorio; speriamo che domani rientri tra queste mura e che tutti riacquistino coscienza per risolvere questo problema.
Infatti, è vero che bisogna essere duri con i criminali, ma è altrettanto vero, signor Presidente, che non si può oggettivizzare un determinato problema. Il problema va soggettivizzato, nel senso che ogni reato appartiene a chi lo ha commesso (la famosa suitas) e, nell'ambito di siffatta valutazione, esistono posizioni secondarie, posizioni di minor rilievo, posizioni rilevanti e posizioni più gravi.
Per questo motivo, credo occorra meditare molto sull'argomento. Affrontiamo, dunque, il problema della giustizia ma anche quello più contingente di cui si parla in questi giorni (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ho ascoltato le parole ed ho colto anche i sentimenti comuni che, in quest'aula, sono stati manifestati su un tema che, incidentalmente, è stato posto all'attenzione di tutti.
Credo che una piattaforma ideale, con riferimento al tema della giustizia in generale e ad alcuni reati in particolare (mi riferisco a quelli che riguardano la libera espressione delle opinioni e dei pensieri), debba essere valutata con uno spirito che esuli delle singole posizioni politiche e vista come un'esigenza di carattere generale.
In questo senso, questa sede ha offerto l'occasione per discutere su tale argomento. Mi auguro che, anche nelle sedi più specifiche, quali le Commissioni giustizia ed affari costituzionali, gli stessi buoni propositi vengano colti e trasformati in atti concreti.
Ringrazio, in ogni caso, i colleghi che sono intervenuti ed io stesso faccio pubblica ammenda perché, forse, questo dibattito ha trasceso l'occasione in cui si è svolto. Ma si trattava, a mio avviso, di un giornalista, di un cittadino ed anche di un senatore. Il problema, quindi, è stato affrontato in termini più vasti rispetto a quelli che avrebbero potuto essere utilizzati in un altro caso. Il problema rimane e va affrontato con spirito libero.

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