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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.
FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, sento delle urla da quella parte. Pensavo volessero noccioline o caschi di banane.
PRESIDENTE. Non si preoccupi, prosegua imperterrito. Pregherei i colleghi di non urlare.
FRANCESCO GIORDANO. Grazie, Presidente.
Volevamo intervenire in sede di dichiarazione di voto su questo provvedimento perché abbiamo colto che l'originaria stesura del decreto medesimo aveva, anche se in misura del tutto insufficiente e contraddittoria, per la prima volta considerato la possibilità di scalfire timidamente, in modo minimo, la posizione di privilegio degli imprenditori basata su sgravi, decontribuzioni, regali e favori fiscali. È bastato
però che i soci di maggioranza di riferimento del Governo alzassero un po' la voce che si è avviata una precipitosa marcia indietro che non ha portato al ritiro del provvedimento forse soltanto per non perdere definitivamente la faccia.
Devo dire che hanno contribuito molto a riportare un afflusso di risorse al sistema delle imprese anche la pressione esercitata, in maniera singolare, da una parte dell'opposizione, quella maggioritaria. I passaggi alla Camera e al Senato lo hanno quindi definitivamente depotenziato e hanno confermato, relativamente ai saldi e alle ipotetiche maggiori entrate, come si usino cifre e numeri del tutto a caso, senza nessuna seria base reale di calcolo.
Vediamo che cosa hanno prodotto questi provvedimenti. Per quanto riguarda la DIT e la super DIT, già dall'acconto di novembre alle imprese è data alla possibilità, la più conveniente, di scegliere tra le due versioni definite dal decreto stesso; inoltre, l'aumento del capitale investito non concorrerà all'incremento delle partecipazioni rispetto a quelle iscritte nel bilancio del 1996. Le assicurazioni devono versare lo 0,2 per cento delle riserve dei rami vita maturando così un credito d'imposta spendibile dal 2005.
In materia di IRAP le imprese vedono resi esenti dall'imposta tutti i contributi erogati a norma di legge e ricevuti sino al 31 dicembre prossimo; ciò significa, tra l'altro, che per tali contributi, già esenti da IRPEF e IRPEG, può essere chiesto il rimborso, qualora siano stati pagati per tutte le annualità a partire dal 1999.
Si conferma, in questa maniera, che nulla si fa e si propone per modificare la politica fiscale del Governo, fatta di condoni, concordati, di oggettivo favoreggiamento dell'elusione e dell'evasione fiscale a tutto danno dei lavoratori, dei ceti meno abbienti e di coloro che sono titolari esclusivamente di reddito da lavoro dipendente.
Per questi motivi voteremo contro, in particolar modo, dopo che questo provvedimento è stato modificato, devo dire singolarmente, anche con il contributo di una parte dell'opposizione (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.
NICOLA ROSSI. Signor Presidente, nel commentare la legge finanziaria in Senato il ministro Tremonti ha parlato di una finanziaria difficile in una situazione difficile. Che la situazione sia difficile non ci vuole molto a vederlo: il paese è molto vicino alla crescita zero e, per l'anno prossimo, tutti i principali istituti di previsione hanno previsto una crescita europea forse anche al di sotto dell'1,5 per cento e quella italiana al di sotto di quel valore. L'inflazione sembra, a volte, voler risollevare la testa e ci fa perdere, mese dopo mese, posizioni sui mercati internazionali.
Infine, per quanto riguarda la finanza pubblica, è stato lo stesso Governo a farci notare come, con ogni probabilità, l'obiettivo del 2,1 per cento del rapporto deficit-PIL quest'anno sarà mancato, con le conseguenze che possiamo immaginare per l'anno a venire. Non a caso il commissario europeo Solbes ha manifestato le sue preoccupazioni. Del resto, non più tardi di un'ora fa sono state diramate delle agenzie di stampa con le valutazioni del Governo sul programma di stabilità e il risultato, onorevoli colleghi, è molto semplice: il Governo fa le sue previsioni e poi presenta due scenari, uno più ottimistico e l'altro meno. Ora, viene fuori che lo scenario meno ottimistico, in realtà, coincide con quelli che, da sempre, l'Unione europea considera i tassi di crescita potenziali del paese; dunque, dobbiamo considerarlo, a tutti gli effetti, nonostante l'opinione del Governo, come il più attendibile. Se guardiamo a quello scenario il risultato è, semplicemente, che il paese non raggiungerà, entro il 2006, il pareggio di bilancio ma - e forse questo è ancora più importante - non vedrà il proprio rapporto deficit-PIL scendere di mezzo punto l'anno come previsto negli accordi con la Com
missione europea. Dunque, la situazione è difficile ma non lo è solo per il paese, lo è anche per il Governo e per le scelte che sta facendo.
A fronte di una situazione di questa difficoltà, il ministro Tremonti ha - come posso dire - inventato una soluzione che, certamente, non ha precedenti (e bisogna riconoscergli questa originalità): la manovra continua. Dall'aprile dello scorso anno, piuttosto che manovre aggiuntive, stiamo assistendo a manovre, all'inizio, ogni tre mesi, poi, ogni due mesi e, ormai, una volta al mese. Si comincia con il decreto-legge n. 63 del 2002 (introduzione della Patrimonio dello Stato Spa e della Infrastrutture Spa) tentando di portare fuori del bilancio alcune delle voci di spesa in conto capitale, con risultati che, francamente, sono assai inferiori a quelli che il Governo pensava, come pure la stessa finanziaria, pure ottimistica, suggerisce; si continua con il decreto-legge omnibus n. 138, quello che molti imprenditori considerano e continueranno a considerare come il decreto della vergogna per la immediata ed improvvisa variazione nei rapporti fra lo Stato e le imprese che determina, soprattutto a proposito dei crediti di imposta; per passare poi al decreto-legge n. 194, il decreto blocca spese, che, come sappiamo benissimo per l'averlo votato, oggi è cosa ben diversa da quella che era quando è entrato in quest'aula; per giungere, infine, a questo decreto fiscale che torna dal Senato in terza lettura, cosa piuttosto rara per quanto riguarda i decreti-legge.
Sotto molti punti di vista il passaggio al Senato - ovviamente non parlo della legge finanziaria - ha peggiorato questo decreto-legge: penso che tale fatto debba essere chiaro a tutti; sfortunatamente, la discussione svolta fino ad ora non ha sortito l'esito di porre riparo in qualche modo a quanto modificato dal Senato. Ciò è accaduto sia per quanto riguarda la questione delle partecipazioni in società controllate (tutti sappiamo di che cosa si tratta e come, modificando quanto era stato approvato dalla Camera, il Senato abbia riallargato le maglie di quella norma, pesando non poco sui bilanci delle imprese) sia per quanto riguarda i bilanci chiusi al 31 agosto, che il Senato ha fatto rientrare sotto le «forche caudine» del decreto fiscale. Ambedue queste scelte del Governo e della maggioranza di peggiorare pesantemente il decreto-legge durante l'iter al Senato rispondono alla logica, molto banale, della disperazione: si ha bisogno di soldi e li si trova dove e come si può, possibilmente nelle tasche delle imprese, possibilmente nelle tasche di quelle imprese che non hanno la possibilità di opporsi o di svolgere un'azione efficace di lobby o che hanno smesso di svolgerla perché probabilmente prostrate da un anno e mezzo di Governo.
Vorrei sottolineare una questione: come tutti sapete, per l'imposta sulle persone giuridiche la data di versamento dell'acconto, credo che questo argomento sia stato già toccato, è il 2 dicembre. Ebbene, è semplicemente assurdo che si modifichi la normativa come in effetti si sta facendo, ponendo sostanzialmente le imprese nella condizione di conoscere la sera prima che cosa dovranno fare il giorno dopo. Mi permetto di suggerire che ciò che sta accadendo farà sì che molte imprese, convinte anche del fatto che i controlli da parte dell'ex Ministero delle finanze sono ormai un ricordo, semplicemente non rispetteranno quella data. Questa combinazione tra una faccia feroce (quando si tratta di fare le norme) ed un lassismo di fatto è qualcosa che sta scardinando dalle fondamenta il nostro sistema tributario.
Al ministro dell'economia piace, non voglio dire paragonarsi, ma fare riferimento all'opera di Colbert; ho invece la netta sensazione che si troverebbe molto, ma molto più a suo agio nei panni di Giuseppe Palmieri o del marchese de' Medici che, come lui saprà certamente, erano ministri delle finanze di Ferdinando II di Borbone (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, non sarà necessario per me fare riferimento ai Borbone per dire che il comportamento dell'attuale Governo è pessimo. Non lo definirei un esecutivo borbonico, ma neanche un Governo dall'immaginazione e dalla serietà richieste dalla gravità della situazione economica in cui versa il nostro paese. È stato evidenziato come la crisi economica italiana sia stata rilevata anche nella sede di Bruxelles, da dove sono giunti dati assai preoccupanti: si prevede una crescita per quest'anno di appena lo 0,4 per cento, il che significa una crescita quasi nulla. Ciò nonostante, vi sono le grandi manovre del ministro Tremonti: dico grandi manovre perché stiamo assistendo ad una manovra economica continua! Ho fatto il conto dei decreti-legge che si sono susseguiti: ebbene, siamo al quinto provvedimento! Mi riferisco al decreto-legge n. 63, poc'anzi richiamato, istitutivo delle società Patrimonio dello Stato Spa ed Infrastrutture Spa; al decreto-legge n. 138; al decreto-legge n. 209; al decreto-legge n. 194; da ultimo, al decreto-legge n. 253, che, cari colleghi, mi dovete permettere di richiamare anche se sarà discusso solo tra poco in Assemblea: tale provvedimento, infatti, infligge un colpo mortale alle imprese del Mezzogiorno!
Lo voglio dire non solo ai colleghi del Mezzogiorno ma anche a quegli esponenti del Governo che ci impartiscono lezioni sul sud e che affermano che il disegno di legge finanziaria all'esame del Senato è l'unico che ha aumentato i fondi per il Mezzogiorno. È tutto un imbroglio! Qui, onestamente, si fa il gioco delle tre carte: si dice che i soldi ci sono e poi in pratica si va a verificare e le previsioni sono tutte sbagliate sia per quanto riguarda le entrate sia ovviamente, di conseguenza, per quanto riguarda le uscite. Ecco perché il ministro Tremonti, anziché svolgere un discorso di onesta presa d'atto della drammaticità della situazione dei conti pubblici, continua ad adottare provvedimenti di questo tipo. È una manovra continua - lo ripeto - fatta di provvedimenti molto disorganici. Signor Presidente, lei prima, correttamente, non mi ha dato la parola con riferimento ad un emendamento che...
PRESIDENTE. Onorevole Lettieri, mi dispiace.
MARIO LETTIERI. Signor Presidente, lei aveva perfettamente ragione. Tuttavia, volevo far rilevare alla Presidenza che i caratteri ed i requisiti della decretazione d'urgenza sono stati richiamati nel messaggio del Presidente della Repubblica. Tutti questi provvedimenti non rispondono minimamente a quei requisiti e credo che la Presidenza della Camera debba richiamare il Governo, affinché si attenga scrupolosamente a quelle modalità di decretazione; altrimenti, non vi è organicità.
Certo, nel complesso, la situazione economica europea - come è stata richiamata poc'anzi dal collega Nicola Rossi - si presenta assai preoccupante, ma nel nostro paese essa è ancora più preoccupante, perché vi sono gli evidenti sintomi di una crisi economica testimoniata questa volta dalla più grande industria manifatturiera del nostro paese, dalla FIAT, dall'Alenia e dallo stesso sistema bancario; sono tutti forti segnali di una crisi diffusa nel paese che porterà, purtroppo, all'esubero di tante unità lavorative che rischiano di trovarsi senza lavoro.
Ora, cosa fa il Governo? Quest'ultimo, dinanzi a tale situazione, anziché agevolare le imprese in un momento di grande difficoltà per fare in modo che esse ammodernino i loro impianti e che aumentino la ricerca per essere in grado di competere sui mercati, le penalizza con una vera e propria stangata.
Come ho già detto nel mio intervento nella discussione sulle linee generali, non sposo sempre le cause degli imprenditori, ma questa volta bisogna che vi sia la consapevolezza della necessità di aiutare le nostre imprese, perché rischiano di chiudere le proprie attività e di mettere sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori,
creando drammi nelle famiglie italiane.
Signor Presidente, vorrei affrontare un'ultima questione. L'ultimo di questi provvedimenti cui ho fatto riferimento, il decreto-legge n. 253 del 2002, è un vero atto di pirateria legislativa (mi sia consentito questo termine pesante). Nel corso della discussione sul decreto-legge n. 138 del 2002 e sul disegno di legge finanziaria le nostre imprese si erano illuse sul fatto che comunque il credito di imposta, pur con tutte le farraginosità del nuovo meccanismo previsto, sarebbe stato garantito. Ora, invece, si viene meno ad una norma elementare: quella della certezza del diritto. Pertanto, anche le imprese che hanno già maturato il diritto al credito di imposta oggi rischiano di fallire. Esse, infatti, avevano programmato ed avviato alcuni investimenti sulla base di precisi piani aziendali e il ministro Tremonti è arrivato - questa volta sì, come un dracula - per succhiare il loro sangue e «stenderli».
Signor Presidente, concludo, perché torneremo su questo decreto-legge quando tra poco verrà discusso il decreto-legge n. 253.
È stato già evidenziato che un decreto-legge non dovrebbe tornare in terza lettura, ma, se proprio deve tornare, il testo dovrebbe essere migliorativo. Questa volta, invece, ci troviamo davanti ad una riforma in peius, come evidenziato dagli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto. Ciò è avvenuto perché il Governo, mentre alla Camera assume alcuni impegni, al Senato se li rimangia costringendo la Camera a convertire in legge un provvedimento del tutto non condivisibile.
Per tali motivi il gruppo della Margherita voterà decisamente contro la conversione in legge del decreto-legge.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Agostini. Ne ha facoltà.
MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, due considerazioni tratte dai giornali di oggi dipingono forse meglio di ogni altra la condizione reale che il paese sta attraversando. È la finanziaria più difficile che poteva esserci - cito testualmente - perché c'è poca crescita, spese certe, mentre i consumi frenano (udite, udite: Giulio Tremonti). In maniera assai più autorevole - non me ne vorrà Tremonti - la Fed ed il governatore Greenspan hanno ieri invitato gli americani ad abituarsi all'idea che i tassi possano ulteriormente scendere per arrivare verso lo zero. È cambiato, insomma, completamente il quadro.
Credo che la responsabilità di questo Governo e di questa maggioranza sia proprio quella di aver pensato - all'inizio di questa esperienza, ormai oltre un anno e mezzo fa - con qualche venatura stalinista, che fosse possibile avviare il miracolo in un paese solo, una specie di ripiegamento velleitario attraverso il quale si potesse dare benzina all'economia italiana senza tenere minimamente conto del quadro internazionale. Mi riferisco al quadro internazionale di allora, anche prima dell'11 settembre, quadro che è poi peggiorato dopo tale data.
Il Governo vive una situazione di grande difficoltà ormai da diversi mesi da quando a settembre, noi dell'opposizione lo abbiamo costretto a fare quella che abbiamo definito l'operazione verità (mi riferisco all'operazione verità sui conti) e, poi, un discorso finalmente fondato sulla situazione che realmente abbiamo di fronte e che ci aspetterà per i prossimi mesi. Bisogna, quindi, prendere atto lucidamente che l'intera politica economica del Governo è al capolinea, in maniera indiscutibile, di fronte al paese, di fronte alle categorie economiche, di fronte ai vostri stessi elettori. State cercando di porre rimedio a tale situazione tentando di individuare qualche altra strada, ma lo fate in maniera farraginosa ed affannosa.
Abbiamo letto una funambolica intervista del ministro Tremonti l'altro giorno su La Stampa di Torino che lascia intravedere la chiusura di un ciclo politico e l'apertura di non si capisce bene cos'altro. Prendiamo atto, però, e ne prende atto il paese, che la vostra politica economica di questo anno e mezzo è fallita. Il provvedimento
che oggi torniamo a votare qui alla Camera sancisce pienamente quel fallimento.
Si tratta di un provvedimento correttivo, come diceva il collega Nicola Rossi prima, ed è un pezzo della finanziaria, forse il pezzo vero della finanziaria, forse il prezzo più certo per quanto riguarda il gettito.
Le previsioni di gettito di questo provvedimento oscillano tra i 4 e i 5 miliardi di euro, mentre per tutto il resto, cioè per tutto il panorama della finanziaria, le previsioni sono assai più ballerine e indeterminate. Abbiamo letto ieri le riserve del Servizio bilancio del Senato sulla congruità delle previsioni di gettito in materia di scudo fiscale e di condono ed anche in materia di copertura di alcune spese come quelle relative al cumulo delle pensioni con l'attività lavorativa. Ma questo provvedimento rappresenta anche un inasprimento della pressione fiscale, che è il secondo punto del fallimento della politica del Governo. Fallisce infatti l'ipotesi di una crescita sostenuta e tutta autocentrata, in qualche modo autarchica, così come fallisce il secondo punto della politica economica del Governo: ossia la riduzione della pressione fiscale. Non siete in condizione di perseguirla. Non l'avete attuata su niente e, siccome siete pigiati e inseguiti dagli avvenimenti e dalle condizioni della finanza pubblica, arrivate oggi addirittura a forme di inasprimento della pressione fiscale che, in questa circostanza, imponete alle imprese, a tutte le imprese, e non solo alla grande impresa.
Ricordate i favoleggiamenti di qualche mese fa sulla necessità di avviare l'abolizione dell'IRAP? Anche in occasione della discussione della finanziaria ho polemizzato con il sottosegretario Vegas, il quale continuava incautamente a fare queste affermazioni. Questo è dunque il quadro vero: voi state inasprendo la pressione fiscale.
D'altronde, questo provvedimento si associa ad un altro, che avete adottato pochi giorni fa: un altro decreto-legge, emanato se non ricordo male in data 13 novembre, che è quello che sostanzialmente, al di là delle affermazioni mediatiche e propagandistiche, svuota completamente il credito di imposta, di fatto cancellandolo. Peraltro, l'estensione al nord (prevista in finanziaria) del credito di imposta, per una cifra della miseria di 30 milioni di euro, determina tuttavia un effetto, che produrrà anch'esso uno svuotamento, nonché un ulteriore ritardo per quel poco di quella misura che potesse servire: la necessità appunto dell'approvazione comunitaria. Insomma: molto fumo ma niente arrosto.
Ma soprattutto - ed è su questo che vorrei concludere il mio intervento - questa maggioranza e questo Governo stanno addirittura togliendo certezza all'attività di impresa. Ma chi investe in questo paese? Chi può dare una mano a rimettere appunto in carreggiata da un punto di vista economico il nostro paese, quando voi state continuamente cambiando le condizioni dell'attività dell'impresa? Modificate la tassazione sostanzialmente ogni due o tre mesi. Costituite strumenti sempre più complessi: per la DIT ad esempio (con il «pavimento» o senza «pavimento»), le imprese dovranno in qualche modo fare una doppia contabilità. Togliete il credito d'imposta anche a coloro che lo avevano già in qualche modo acquisito. Non c'è più alcuna possibilità di fare con certezza un piano di attività per l'impresa, che si fondi sul finanziamento certo degli investimenti, nonché su una previsione credibile della pressione fiscale e degli strumenti che il Governo mette in campo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo). È incredibile!
Quando la finanziaria, inutile e pericolosa, e i provvedimenti che avete adottato arriveranno alla trimestrale di cassa del 2003 allora si tirerà la riga e guardate che la difficoltà dei conti pubblici non è soltanto un fatto di abilità e di correttezza contabile. La difficoltà dei conti pubblici, l'aumento del debito e comunque il problema del rapporto tra deficit e PIL fuori parametro peseranno infatti sull'economia italiana proprio nel momento in cui si avvierà la ripresa internazionale. A quel
punto l'Italia faticherà per due ragioni: in primo luogo, per questo aspetto che riguarda le condizioni della finanza pubblica; in secondo luogo, perché non avete messo in campo alcun provvedimento che andasse davvero nella direzione - come noi vi abbiamo chiesto in occasione della discussione della finanziaria - di aumentare la competitività delle imprese italiane.
Ecco, queste sono le ragioni in considerazione delle quali pronunciamo un «no» rotondo su questo provvedimento e per cui continuiamo ad incalzare la maggioranza di Governo non con appelli, non con la propaganda, ma fermandoci alle questioni concrete.
Il Governo ha perso la bussola, non solo naviga a vista, ma ha rotto la stessa bussola che dovrebbe dettargli la navigazione e, quindi, tutta l'economia ne risente, tutta l'attività imprenditoriale ne risente (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego. L'onorevole Agostini ha ancora tempo a disposizione e, dal suo punto di vista, deve essere rispettato.
MAURO AGOSTINI. Presidente, non c'è alcun problema. Capisco che queste argomentazioni diano fastidio, purtroppo questo è il gioco tra maggioranza e opposizione (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo - Applausi polemici dei deputati del gruppo di Forza Italia).
Non potete continuare a raccontare mediaticamente delle favole, noi spiegheremo, nelle aule parlamentari e nel paese, qual è la reale condizione che, in questo momento, il nostro paese sta attraversando. Cioè, porremo in essere quell'operazione che voi non siete in grado di realizzare. Vi sfidiamo su ciò e lo faremo soprattutto nel paese; non vi stupite se, nei prossimi mesi, attorno alle nostre proposte crescerà il consenso. Ciò avverrà perché noi garantiamo una prospettiva di rigore ma, soprattutto, una prospettiva di sviluppo certo e di crescita vera. Noi abbiamo le carte in regola per farlo, mentre la vostra gestione di un anno e mezzo di governo ha dimostrato il contrario (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Potenza. Ne ha facoltà.
ANTONIO POTENZA. Intervengo per annunciare che la componente del gruppo misto UDEUR-Popolari per l'Europa esprimerà un voto contrario sul presente provvedimento sulla base delle considerazioni svolte in sede discussione sulle linee generali (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
ANTONIO LEONE, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE, Relatore. Signor Presidente, con estrema sintesi vorrei ricordare che l'unica obiezione emersa durante il dibattito è stata quella dell'onorevole Benvenuto, secondo il quale, con le ripetute correzioni sui provvedimenti e sulla legislazione vigente, si sarebbe creata una situazione di obiettiva precarietà dell'assetto normativo. Si tratta di un'obiezione che merita la massima attenzione; tuttavia vorrei ricordare al collega Benvenuto - che ha seguito con attenzione questo provvedimento e che ringrazio anche per la collaborazione e per l'apporto tecnico fornito - che questo decreto-legge nasce da una situazione di precarietà e dalla necessità di far fronte ad una situazione di grave difficoltà, evidenziatasi nei saldi dei conti pubblici e che non è imputabile alla maggioranza e al Governo.
Inoltre, vorrei ricordare che non vi è stata alcuna violazione dello statuto del
contribuente. Siamo di fronte ad un provvedimento che, in gran parte, ha natura antielusiva; d'altra parte, lo stesso ministro Visco, quando in quest'aula si votava il provvedimento relativo allo statuto del contribuente, quando si trattava di norme antielusive, parlò di deroghe. E, in questo caso, siamo nella stessa materia.
Ancora, vorrei ricordare al collega Grandi che, se sullo 0,2 per cento delle assicurazioni si tratta di patrimoniale, non capisco perché l'onorevole Grandi, che proviene da quella cultura politica, non voti a favore della patrimoniale.
Inoltre, se in questo provvedimento si penalizzano le grandi aziende, ciò dovrebbe essere positivo, in quanto si tratterebbe di un decreto-legge anticapitalista.
Per concludere, vorrei segnalare un errore materiale sullo stampato. Avverto che, per un mero errore materiale, nell'allegato allo stampato A.C. 3185-B contenente il testo del decreto-legge comprendente le modifiche complessivamente apportate nel corso dell'esame parlamentare, a pagina 27, al comma 3, ultima riga, dopo le parole «commi 1» non è stata inserita la parola «, 1bis», introdotta nel testo con un emendamento approvato al Senato; peraltro, tale modifica è correttamente riportata, oltre che nel messaggio trasmesso dal Presidente del Senato, nello stesso stampato A.C. 3185-B, a pagina 7, nell'allegato contenente le modifiche apportate al testo del decreto-legge durante l'esame presso l'altro ramo del Parlamento.
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