Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 226 del 20/11/2002
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La seduta, sospesa alle 17,05, è ripresa alle 18,05.

Si riprende la discussione del disegno di legge di conversione n. 3185-B.

(Ripresa esame articolo unico - A.C. 3185-B)

PRESIDENTE. Riprendiamo l'esame del decreto-legge in materia fiscale.
Ricordo che questa mattina si è conclusa la discussione sul complesso delle proposte emendative e sono stati espressi i pareri.
Passiamo quindi alla votazione dell'emendamento Pinza 1.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Santagata. Ne ha facoltà.

GIULIO SANTAGATA. Signor Presidente, questa mattina ho rinunciato ad intervenire sul complesso degli emendamenti riservandomi di prendere la parola ora su questa proposta emendativa. Il discorso che voglio sviluppare riguarda la logica complessiva della fiscalità sulle imprese, perché, francamente, risulta un po' complicato, un po' difficile comprendere alcune logiche.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego, un po' di attenzione! Prego, onorevole Santagata, prosegua pure il suo intervento.

GIULIO SANTAGATA. Abbiamo più volte sentito ripetere una specie di tormentone, che ci ha accompagnato per tutti gli anni dei governi di centrosinistra ed anche durante la campagna elettorale. Il tormentone era sostanzialmente questo: la competitività delle imprese italiane, rispetto alle loro concorrenti europee, è messa in discussione, è minata alla base da un carico fiscale decisamente eccessivo, molto più forte, molto più consistente rispetto a quello gravante sulle imprese concorrenti. Questo tormentone ha poi assunto il colorito esempio del «vampiro» Visco che succhiava il sangue alle nostre imprese rendendole sostanzialmente incapaci, impossibilitate ad investire.
Oggi discutiamo un decreto-legge che grava sulle nostre aziende per oltre quattro miliardi di euro e che nasce, si dice, dell'esigenza di mettere sotto controllo il fisco sulle imprese. Si è cioè arrivati a dire che la tanto famigerata strumentazione fiscale del «vampiro» consente alle imprese italiane di pagare troppo poche tasse e che, quindi, questa deve essere rivista in quanto troppo generosa. Si è tentato di dire che è troppo generosa solo con le grandi imprese; io, però, ho letto un recente studio dell'ISAE (basato sui dati del Secit) che dimostra come, in termini percentuali, siano proprio le imprese medio-piccole ad avere conseguito un vantaggio relativo superiore dall'applicazione della DIT e come, anche numericamente, le imprese di medie o piccole dimensioni


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abbiano fatto considerevole ricorso a questo tipo di imposta.
Il dubbio, che in realtà è qualcosa di più di un semplice dubbio, è che il problema non derivi dalla modalità con la quale le imprese venivano tassate secondo le strumentazioni messe in campo dal centrosinistra, bensì dal fatto che il Governo si è accorto di aver perso gettito in maniera significativa in relazione al fatto che, avendo teorizzato che la vera manovra economica da porre in essere per rilanciare il paese era quella di far pagare meno tasse, tale disegno ha trovato facile innesco in un sistema di imprese che, ovviamente, si è prestato ben volentieri ad anticipare determinate soluzioni. Pertanto, dopo aver reiterato per mesi l'idea dei condoni, l'idea di una riforma che avrebbe consentito una riduzione sostanziale del carico fiscale, ci troviamo con una situazione fuori controllo per quanto riguarda le entrate.
Allora, il problema non era il vampiro. Credo che le imprese italiane non fossero tartassate o tassate più delle loro concorrenti e non è questo il tipo di soluzione che dobbiamo ricercare.
Stiamo di nuovo aumentando pesantemente il carico fiscale sulle imprese e stiamo correndo ai ripari dopo aver fatto scegliere le imprese fra due modalità di tassazione. Corriamo ai ripari perché un provvedimento senza copertura, la legge Tremonti-bis, ed una serie di annunci sui condoni ci hanno messo nei guai. Oggi ci troviamo per la terza volta a discutere di un decreto-legge, che non è che il penultimo (perché l'ultimo è giunto in Commissione finanze ieri) e che è l'ennesimo provvedimento correttivo di urgenza di una manovra economica che in realtà non ha alcuna logica (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, con l'emendamento Pinza 1.1 si chiede il ripristino di una norma approvata in prima lettura dalla Camera accogliendo un emendamento che era stato presentato dalla maggioranza e che era stato ulteriormente migliorato, sempre per conto della maggioranza, nell'ambito del dibattito.
Signor Presidente, è un fatto singolare, perché non è mai accaduto che un decreto-legge ritornasse in terza lettura alla Camera. Perché ciò è avvenuto? Non ritengo che sia solo un problema di confusione legato ad una situazione nella quale nell'ambito del Governo la mano destra non sa ciò che fa la mano sinistra. Credo che la vera motivazione sia un'altra e che si sia dovuto nuovamente intervenire per «indurire» la norma (l'articolo 1, infatti, è il più importante, perché prevede 8 mila miliardi di vecchie lire di recupero sul sistema delle industrie) perché i conti vanno male. Siccome la situazione dei conti pubblici è grave e, purtroppo, è fuori controllo, il Governo ha dovuto rimangiarsi una misura che, invece, era stata approvata alla Camera. In altri termini, ha dovuto smentire la propria maggioranza.
Al riguardo, con riferimento al comportamento del ministro dell'economia e delle finanze, vorrei citare un grande statista, Disraeli, e non perché il ministro dell'economia sia un grande statista. Potremmo utilizzare una frase di Disraeli pronunciata nell'ambito del dibattito parlamentare e con la quale, se oggi fosse qui con noi, commenterebbe la politica economica del Governo e del ministro dell'economia e delle finanze, che non riesce a spiegare i numeri e che per far tornare i conti si deve affidare alle previsioni ed a questi continui cambiamenti. Si potrebbe dire, citando Disraeli, che questo comportamento è come quello degli ubriachi che si affidano ai pali, così come il ministro Tremonti si affida alle previsioni.
Ecco perché chiediamo che venga reintrodotta questa norma ed ecco perché cogliamo anche l'occasione - come ha fatto il collega Santagata - per ricordare che questa prima parte dell'emendamento è stata impropriamente considerata come una misura nella quale si modificava la


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DIT dal momento che quest'ultima aveva causato grandi problemi finendo per dare di più alle grandi aziende.
Volevo ricordare che con le misure indicate la DIT permette il recupero di 373 milioni di euro, mentre il cuore del provvedimento è quello sulle minusvalenze che vale 3,5 miliardi di maggiore improvviso gettito. Anche sulle minusvalenze il comportamento del Governo è stato contraddittorio: interviene ora dopo che nel maggio 2002 aveva prorogato la possibilità di ricorrere a tali manovre. Ecco perché insistiamo su questo emendamento.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, questo emendamento cerca di porre un problema che, forse, non è del tutto chiaro ai colleghi perché - come sappiamo - in occasione della discussione sulle linee generali non sempre vi è un ascolto sufficiente. L'emendamento in esame cerca di affrontare i problemi posti da una norma introdotta al Senato che ha effetti sul piano delle entrate (alle pagine 7 e 8 della scheda predisposta dagli uffici della Camera emerge in termini molto chiari che tale norma avrà un effetto sulle entrate, anche se di difficile quantificazione). A ciò aggiungo che nell'audizione svoltasi ieri con il presidente dell'Isvap è emerso in modo molto chiaro che il decreto-legge in esame sottostima volutamente le entrate in termini molto rilevanti nella componente che potremmo definire del prestito forzoso, che rimarrà prestito se verrà restituito alle assicurazioni. Infatti, il presidente dell'Isvap valuta l'effetto delle norme sulle assicurazioni in 1.200.000 euro abbondanti, vale a dire il doppio di quanto preventivato. Ciò significa che stiamo ragionando su un provvedimento di legge non veritiero dal punto di vista delle quantificazioni.

PRESIDENTE. Onorevole Grandi...

ALFIERO GRANDI. Per tale ragione ancora meno si capisce perché venga detto che non vi sarebbero le risorse necessarie, ad esempio, per migliorare le norme in materia di credito di imposta per le nuove assunzioni, in particolare nel Mezzogiorno. Si tratta di un aspetto tanto più importante in questo momento in cui vi è il rischio di licenziamenti, da un lato, e quello di mancate assunzioni, dall'altro. Ecco la ragione per cui sostengo questo emendamento sul quale chiedo alla Camera di esprimere un voto favorevole.

PRESIDENTE. Pregherei i colleghi di stare nei tempi per evitare che ogni volta debba intervenire per interromperli.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Pinza 1.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 322
Maggioranza 162
Hanno votato
sì 146
Hanno votato
no 176).

Prendo atto che il dispositivo di voto dell'onorevole Colasio non ha funzionato e che l'onorevole Rossano non è riuscito ad esprimere il proprio voto, che voleva essere contrario.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Benvenuto 1.3.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, proponiamo un emendamento per dare più tempo ai contribuenti di applicare le misure di questo decreto-legge. Proponiamo, cioè, con questo emendamento, una proroga di sette giorni di tempo perché il decreto-legge, se sarà convertito in legge, verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale alla fine della settimana.


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Poiché i meccanismi sono particolarmente complessi, poniamo in una grave situazione di difficoltà i contribuenti e gli intermediari. I calcoli sono infatti molto complessi perché rispetto alla formulazione originaria del decreto-legge sono state apportate delle modifiche sia alla Camera sia al Senato. Ricordo che questa esigenza al Senato era stata sollevata da tutti i gruppi, anche da quelli della maggioranza, trovando al riguardo la sensibilità anche del relatore. Il Governo ha detto di «no», perché ha evidentemente dei problemi drammatici di cassa. Noi invece insistiamo perché questo meccanismo è l'indice di un comportamento che sta praticamente introducendo degli elementi di grande conflittualità tra il contribuente e lo Stato. Noi veniamo infatti da un grande lavoro, svolto in questi anni, per recuperare un rapporto di civiltà e di correttezza tra lo Stato e i cittadini contribuenti ed è in virtù di una sensibilità comune di questo Parlamento su questo tema che è stato approvato, nella scorsa legislatura, lo Statuto dei diritti del contribuente. Oggi, con questo provvedimento (e con altri), noi praticamente cancelliamo lo Statuto, non solo perché le norme sono retroattive - e questo è particolarmente grave -, ma anche perché le norme dello Statuto dei diritti del contribuente richiedono che le indicazioni e i moduli devono essere portati a conoscenza del contribuente entro un periodo predeterminato di tempo. Invece noi mettiamo i contribuenti con le spalle al muro; chiediamo loro di fare questa dichiarazione estremamente complessa in pochi giorni e altresì gli poniamo un problema di un forte esborso, perché dovranno pagare di più nell'anno in corso a seguito dell'aumento dell'acconto di imposta (vorrei infatti ricordare che questo Governo, che dice di voler diminuire le tasse, quest'anno non si è preoccupato del fatto che l'acconto di imposta sui redditi che saranno dichiarati nel prossimo anno è stato di nuovo aumentato).
Con questa misura si creano quindi le condizioni per una situazione nella quale il contribuente sarà costretto, se non vuole affogare, a ricorrere o a manovre elusive o a cercare di non fare il proprio dovere. Ecco perché insistiamo sull'approvazione di questo emendamento: proprio perché esso ha un suo valore ed evita che, su una questione così delicata e così importante come quella che attiene alla costruzione di un rapporto di civiltà e correttezza tra lo Stato e il contribuente, il rapporto in questione possa venire danneggiato e compromesso dall'atteggiamento del Governo e dell'amministrazione finanziaria.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pinza. Ne ha facoltà.

ROBERTO PINZA. Ci stiamo avviando a concludere l'iter di conversione di questo decreto-legge che non passerà alla storia, ma comunque passerà alla cronaca dei nostri giorni come un prelievo a carico delle imprese nell'ordine di 4 miliardi di euro sul piano formale, e probabilmente poco meno del doppio sul piano sostanziale.
Sebbene nella dimenticanza generale i provvedimenti abbiano poi la loro capacità di stancare l'uditorio - e quindi forse nessuno ha più la voglia di parlare di questo decreto -, tuttavia è bene sottolineare questo passaggio, perché vi sono due aspetti da evidenziare. Il primo aspetto è che questo è un Governo che aveva fatto dell'alleanza e del patto con il mondo dell'impresa uno dei suoi elementi caratterizzanti.
Il decreto-legge di cui oggi si chiede la conversione segna, invece, un orientamento completamente diverso. Per 15 mesi, la logica è stata quella di un dialogo con il mondo delle imprese in questi termini: finché ci saremo noi - e noi ci saremo per tanto tempo - ridurremo la pressione fiscale nei vostri confronti.
Questo provvedimento è un atto di notevole prelievo, stimato - ripeto - in 8 mila o in 16 mila vecchi miliardi, a seconda delle valutazioni contrapposte che sono state fornite, a carico del mondo dell'impresa.
La seconda questione che rivolgo al ministro, che non c'è e che parla sempre


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attraverso interviste sui giornali, ma mai - o raramente - in questa che sarebbe la sede più propria, è l'assoluta singolarità di questa iniziativa. Vorrei chiedere ai miei colleghi, molti dei quali si occupano fattivamente del mondo dell'economia, indipendentemente dallo schieramento politico: a loro avviso, questo è il momento di indebolire finanziariamente il mondo delle imprese?
Con questo decreto-legge e con gli altri collegati si sono ridotti il credito d'imposta e la dual income tax, vale a dire l'imposta finalizzata a facilitare il consolidamento economico e finanziario delle imprese nonché la deducibilità delle minusvalenze. Dunque, da questa serie di provvedimenti traiamo una conclusione, cioè quella della riduzione della solidità finanziaria delle imprese. Perché, ne avevano troppa? Questo è un momento in cui il sistema imprenditoriale italiano soffre di un eccesso di solidità finanziaria? O, viceversa, come qualche situazione di crisi già ci sta dimostrando, in realtà soffre di problemi industriali e di mercato che, inevitabilmente, in un periodo di basso andamento, si stanno traducendo anche in un indebolimento di carattere finanziario?
Il contributo fornito, in questo momento, dal Governo non è quello di rinsaldarsi, in una fase in cui il sistema imprenditoriale si sta indebolendo, ma quello di aiutare l'indebolimento progressivo da un punto di vista della finanza. Non per fare il grillo indovino, ma quale sarà la conseguenza? È stato facile individuarla con riferimento alla Tremonti-bis, affermando che non avrebbe funzionato affatto, come in realtà è avvenuto e, adesso, è facile fare un'altra previsione: la conseguenza sarà che, se teniamo bassa la struttura finanziaria delle nostre imprese, nel momento in cui avverrà la ripresa, quest'ultima in Italia partirà con molto più ritardo rispetto a quello che sarebbe dovuto avvenire.
Questi sono i piccoli crimini economici che si compiono attraverso questi decreti. Lo dico a futura memoria: questo decreto-legge è segnato, verrà convertito, ma almeno ne usciamo con la consapevolezza che stiamo compiendo errori profondi o, per meglio dire, che tali errori li sta facendo il Governo, dal momento che noi non la pensiamo così e cerchiamo, nei limiti delle nostre possibilità, di fare il contrario.
Bisognerebbe dire al nostro ministro di occuparsi di questo, anziché annunciare novità mirabolanti come quelle rese ancora una volta in un'intervista di sabato scorso, quando ha affermato che il liberismo è finito. Tutto ciò che aveva detto, per mesi e mesi, in campagna elettorale, affermando di essere per l'impresa, che la Casa delle libertà era per il mercato, è finito. Anzi il mercato è diventato talmente brutto che Tremonti usa il suffisso «ismo» per distruggerlo - come si fa sempre quando si vuol parlare male di una cosa - affermando: basta con questo «mercatismo», non ne possiamo più! Inoltre, Tremonti spiega che le uniche imprese che in Italia vanno bene sono quelle pubbliche, mentre sulle imprese private dà un giudizio abbastanza catastrofico.
Di certo, le parole del ministro Tremonti non sono il Vangelo, si può vivere anche senza, ma per curiosità qualcuno le può leggere su La Stampa di sabato. E racconta anche di avere un mito, quello di Colbert, vale a dire il grande mito dirigista; tanto è vero che afferma: c'è bisogno di un neocolbertismo. Tremonti è sempre molto filofrancese: infatti, quando diceva «dal complesso al semplice», citava Teilhard de Chardin, invece adesso che ha cambiato economia cita Colbert; l'area culturale è sempre di tipo francese.
Allora, quando avremo la fortuna di vedere il ministro in quest'aula e di parlare con lui di cose serie, ci dovrà spiegare se la politica della Casa delle libertà è ancora quella delle imprese e del mercato o se, viceversa, non è passato a cose completamente diverse.
In questo quadro volto a far del male alle imprese, questo decreto-legge costituisce un buon passo in avanti. Per questo motivo, esprimeremo in maniera decisa un voto contrario sul presente provvedimento, affinché rimanga a futura memoria del


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mondo delle imprese che l'accordo che Tremonti e Berlusconi fecero con il mondo delle imprese a Parma costituisce un discorso tramontato ed archiviato, adesso si passa allo statalismo e all'indebolimento delle imprese (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistone. Ne ha facoltà.

GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, vorrei dire che questa è una manovra economica bella e buona. Si tratta di una manovra correttiva, nel senso che si aggiunge, sostanzialmente, alla finanziaria. Con questo provvedimento si realizza una manovra di circa 50 mila miliardi di vecchie lire; si tratta, quindi, di un elemento portante della manovra finanziaria per il 2003.
Vorrei segnalare questo aspetto: sono stati presi altri provvedimenti; per esempio, già con il decreto-legge 8 luglio 2002, n. 138, definito omnibus, si sono bloccati i due strumenti di maggiore successo ed efficacia per il sostegno all'occupazione ed allo sviluppo, ovvero il credito d'imposta per i nuovi assunti, attraverso il quale sono stati realizzati 300 mila nuovi posti di lavoro nel solo anno 2001, e il credito d'imposta per gli investimenti nelle aree svantaggiate.
Sappiamo che l'attuale testo del disegno di legge finanziaria, che è all'esame del Senato, non fa che introdurre nuove incertezze ed aprire nuovi varchi su questi fronti. Pensiamo che, prima di tutto, vada difesa l'occupazione e vada incentivata la nuova occupazione. Ritengo, quindi, che su questo argomento non si possa stare nello stesso tempo dalle due parti. Bisogna capire quali siano i provvedimenti che generano nuova occupazione e che possono davvero garantire nuovo sviluppo, anche e soprattutto, nelle aree svantaggiate del sud, alle quali, almeno a parole, dite di tenere tanto.
Tutti questi provvedimenti non fanno altro che diffondere sfiducia, perché sono privi di certezze. Ciò ci porta ad esprimere una valutazione fortemente negativa sulle misure che vengono prese. Si dice di voler penalizzare le grandi imprese e privilegiare le piccole. Non si tratta di indurre alla guerra tra imprese. A questo proposito, vorrei dichiarare che, sicuramente, le imprese, e soprattutto le piccole, saranno estremamente penalizzate. Sappiamo che c'è un ampio mondo di piccola imprenditoria, soprattutto nel Mezzogiorno: si tratta di piccoli artigiani e di piccoli imprenditori che, con queste misure, saranno praticamente costretti alla chiusura e incontreranno, comunque, grandi difficoltà economiche. Non pensiamo assolutamente ad una regalia à gogo a vantaggio delle imprese, perché non è questa la nostra filosofia; crediamo, invece, nell'opportunità di determinare processi virtuosi per lo sviluppo del paese, affinché la nostra economia, l'economia del sud abbia un ritorno in termini di occupazione, di crescita economica e, quindi, di maggiori risorse per lo Stato sociale. Vorrei segnalare l'importanza di un ritorno anche in termini di maggiori entrate fiscali, che, invece, in questi anni sono state ignorate.
In questo anno e mezzo voi avete allentato totalmente il cordone da questo punto di vista, tant'è vero che, con tutti questi provvedimenti che non danno certezza di nulla - compreso questo - molte, moltissime piccole aziende saranno penalizzate, perché non avranno neanche il tempo di pagare in tempi utili, oppure saranno strozzate nei tempi. Perciò, presentiamo questo emendamento - di piccola entità - il quale, sostanzialmente, proroga di una settimana il termine del versamento.
Dico ciò perché l'economia è un problema nazionale che, soprattutto nel Mezzogiorno, riguarda le condizioni di vita di molte famiglie e di interi paesi.

PRESIDENTE. La ringrazio onorevole Pistone.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento


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Benvenuto 1.3, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 374
Maggioranza 188
Hanno votato
sì 160
Hanno votato
no 214

Passiamo alla votazione dell'emendamento Grandi 3.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, l'emendamento cerca di definire la possibilità di avere un contributo di due milioni di euro, non una tantum - non un'elemosina una volta per tutte - bensì un contributo per ciò che riguarda il sostegno all'autotrasporto, alle autostrade del mare in riferimento a quell'articolo che si occupa di investimenti nel settore dei trasporti, anche per gli anni a venire.
Desidero però ritornare soprattutto sul ragionamento che, per ragioni di tempo, non ho potuto del tutto completare. Penso che anche i deputati della maggioranza farebbero bene a riflettere seriamente sull'esigenza di cambiare parti di questo decreto o, addirittura, di fare in modo che, mediante un voto appropriato - in questo caso per «appropriato» si intende, evidentemente, l'accettazione di un emendamento - questo decreto possa essere rivisto, se non ritirato.
Questo decreto interviene sul sistema delle imprese e, in particolare, sul sistema assicurativo con un prelievo molto rilevante.
La parte sulle imprese è stranamente rimasta con lo stesso gettito malgrado sia stata praticamente tagliata a metà la quantità di prelievo precedente, il che vuol dire che questo decreto era stato largamente sottostimato (come del resto aveva molto tranquillamente affermato la stessa Confindustria quando, ricevuta dalla Commissione finanze, aveva aspramente criticato il metodo e il merito).
Quindi, questo è un decreto che non contiene i conti veri, perché ancora oggi, dopo le modifiche che sono state fatte, in realtà, il prelievo che viene effettuato è ben maggiore di quanto si dica ed è tale anzitutto nel settore delle assicurazioni.
Sono poco convinto che, come ha detto qualcuno, rimarrà un prestito forzoso - sì, certo, è scritto così - ma poi è del tutto evidente che quel prestito dovrebbe cominciare ad essere restituito esattamente dall'anno in cui la previsione finanziaria sarà più difficile: dal 2005.
Quindi, è molto più probabile che, a quella data, interverrà una norma e che questa diventerà praticamente la prima patrimoniale fatta dal centrodestra, cioè un provvedimento di prelievo sulle immobilizzazioni, su ciò che viene accantonato. Di conseguenza, si tratta di una vera e propria patrimoniale!
Ma al di là delle caratteristiche del prelievo, questa patrimoniale è oggi in grado di dare - lo ripeto, secondo l'affermazione del presidente dell'ISVAP - il doppio in entrate di quanto veniva dato secondo le relazioni tecniche del Governo e le previsioni fatte dagli esponenti di quest'ultimo, che hanno accompagnato l'iter di questo decreto.
Quindi, abbiamo a disposizione delle entrate in più.
Avere a disposizione delle entrate in più rispetto a quello che è stato effettivamente iscritto in bilancio significa consegnare al Governo carta bianca, consentendogli di decidere dove collocare questo sovrappiù. Penso che il Parlamento non debba fare ciò perché, ha il dovere di pretendere conti veri, veridicità, trasparenza e non conti artefatti. Inoltre, attraverso la legge finanziaria - lo ripeto - ci è stato comunicato che non vi era la possibilità di andare oltre la modesta cifra di 600 milioni di euro a fronte dei crediti di imposta per le nuove assunzioni. Ciò ha comportato un taglio di oltre la metà dei crediti d'imposta per le nuove assunzioni, quindi una importante diminuzione degli


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incentivi alle stesse. Questo è accaduto in un momento in cui vi sono seri problemi occupazionali - lo sappiamo - provocati dalla crisi della FIAT, della Pirelli e di altre aziende.
Il ministro Tremonti ironizzò di fronte alla citazione dei dati fatta da Confindustria. Sarei curioso di sapere se egli continua ad ironizzare anche oggi, a fronte del fatto che gli stessi dati sono quelli che ha fornito ieri l'altro il Governatore della Banca d'Italia. Il discorso che egli ha pronunciato è più noto per le affermazioni politiche di dubbio sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi di bilancio previsti dalla legge finanziaria e meno noto per i dati che lo hanno accompagnato. Tali dati, dal punto di vista delle previsioni occupazionali, fanno letteralmente tremare. Ci troviamo di fronte al rischio concreto del blocco occupazionale, per il combinato disposto dei tagli e per la mancanza di prospettive riguardo nuove assunzioni. Come se ciò non bastasse, proprio in questo momento volete mantenere in vita un provvedimento inadeguato che taglia oltre la metà degli incentivi alle assunzioni e, per di più, attraverso una modalità che crea alle imprese una grande incognita; ecco perché sarebbe importante approvare questo emendamento.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 3.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 375
Votanti 370
Astenuti 5
Maggioranza 186
Hanno votato
sì 157
Hanno votato
no 213).

L'emendamento Rava 3.2 è stato ritirato.
Passiamo all'emendamento Benvenuto 3.3. Chiedo ai presentatori se accedano all'invito al ritiro formulato dal relatore.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, accolgo la richiesta di ritiro del mio emendamento avanzata dal relatore, ma voglio rapidamente motivare questa mia decisione. Il mio emendamento e l'emendamento precedente Rava 3.2, già ritirato, che si riferiscono al comma 2-sexies, sono stati praticamente sostituiti dal fatto che le misure di cui si tratta erano già inserite nel decreto-legge 12 novembre 2002, n. 253. Voglio solo sottolineare - mi rivolgo al Presidente che è anche uno squisito giurista - che ci troviamo in una situazione veramente bizzarra. Infatti, prevedere una stessa norma in due diversi provvedimenti mi sembra un disco rotto.

ANTONIO LEONE, Relatore. Repetita iuvant!

GIORGIO BENVENUTO. D'accordo repetita iuvant, ma il Presidente potrebbe sostenere che vi è un detto appartenente al diritto romano - bisogna dirlo anche i nostri amici della Lega - il quale afferma che non si può trattare una stessa cosa due volte.

ANTONIO LEONE. Questo non è un caso in cui si applica il principio del ne bis in idem!

GIORGIO BENVENUTO. Questo è il diritto romano! Signor Presidente, volevo dire che questo modo di procedere del Governo - lo sottolineo al sottosegretario Molgora - crea una situazione veramente incredibile.
Vi sono norme che cambiano di settimana in settimana e ciò comporta una violazione quotidiana della correttezza dal punto di vista normativo che determina una giungla di norme legislative, regolamentari e amministrative in cui finisce per perdersi anche il più esperto ed il più bravo dei tributaristi e dei commercialisti,


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con intrecci di date, di provvedimenti e di scadenze. È una situazione di grande confusione.
Si richiede al Governo quella coerenza legislativa che, quando era al Governo l'opposizione, il ministro dell'economia continuamente ricordava ma che - ahimè - ha dimenticato in fretta, ora che ha responsabilità di governo.

PRESIDENTE. Sta bene.

MARIO LETTIERI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Ma l'emendamento non è stato ritirato?

PRESIDENTE. Sì, è stato espresso un invito a ritirare l'emendamento in esame e l'onorevole Lettieri vuole indicare le ragioni del ritiro.

MARIO LETTIERI. Può sembrare strano il fatto che interveniamo su un emendamento ritirato, ma credo che la questione interessi innanzitutto la Presidenza.

PRESIDENTE. Comunque, onorevole Lettieri, se l'emendamento è stato ritirato, lei non potrebbe intervenire dal momento che...

MARIO LETTIERI. Sono firmatario dell'emendamento.

PRESIDENTE. Sì, ma se tutti i firmatari esprimono la loro pregevole opinione, è inutile che l'emendamento sia stato ritirato. È una logomachia.

MARIO LETTIERI. Signor Presidente, mi consenta di esprimere un'osservazione anche alla Presidenza, perché vi è una circolare del Presidente della Repubblica...

PRESIDENTE. Sì, ma non può intervenire sull'emendamento ritirato perché non ha senso.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Grandi 5-bis.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tolotti. Ne ha facoltà.

FRANCESCO TOLOTTI. Signor Presidente, l'articolo 5-bis è stato inserito nel corso dell'esame del provvedimento al Senato, a seguito dell'approvazione di un emendamento del relatore ed ha come oggetto la sospensione, fino al 31 gennaio 2003, degli effetti dei provvedimenti dell'amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, concernenti la cessazione delle concessioni per il servizio di raccolta delle scommesse ippiche e sportive, avvenute in seguito ad inadempienze da parte dei concessionari. Si tratta, quindi, di un aspetto che attiene ad una materia specifica.
Il Governo ha motivato la necessità dell'articolo 5-bis, adducendo le oggettive difficoltà di gestire la situazione concreta delle concessioni, alla luce del disposto del decreto interdirigenziale del 6 giugno del 2002. Si tratta, come dicevo, di materia significativamente complessa che, nel merito, risparmio ai colleghi per non tediarli. Sta di fatto che nella relazione tecnica si afferma che, non essendo stato ancora possibile avviare le procedure di riassegnazione delle concessioni ed essendosi determinata l'interruzione dei cicli di raccolta negli ambiti territoriali propri dei concessionari con i quali è cessato il rapporto, si rende necessaria una temporanea sospensione dei provvedimenti adottati ed, in particolare, del decreto interdirigenziale di giugno 2002.
Mi sembra che ci troviamo di fronte ad una decisione esemplare del modo di procedere di questo Governo e di questa maggioranza. In realtà, in questo decreto e su materie più significative e rilevanti, il Governo e la maggioranza hanno fatto di peggio, contraddicendosi per ben due volte per quanto riguarda, per esempio, il comma 1, lettera a), dell'articolo 1.
Nel testo originario, presentato alla Camera, si evidenziava una forte penalizzazione delle imprese in termini fiscali in materia di minusvalenze delle partecipazioni.


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Nel dibattito alla Camera, anche grazie al confronto con la minoranza, si era limitata la penalizzazione, restringendo l'ambito al rapporto società controllante e società controllata. Al Senato è stata fatta marcia indietro, ricorrendo alla dizione di «immobilizzazioni finanziarie» che, di fatto, ci ha fatto ritornare al punto di partenza.
Questo modo di procedere, confuso ed ondivago, non nasconde però la sostanza della politica economica e fiscale del Governo ed i fallimentari risultati conseguiti. Una lettura intempestiva e pregiudiziale della realtà dei fatti ha portato a varare provvedimenti che si sono rilevati inefficaci (è il caso della Tremonti-bis che pare, secondo gli studi più aggiornati, aver contribuito alla crescita del PIL nella misura dello 0,1 per cento, vale a dire in una misura assolutamente irrilevante) o provvedimenti capaci di produrre buchi nei conti dello Stato. Dove sono finite le migliaia di miliardi di vecchie lire che avrebbero dovuto risultare dall'emersione delle 900 mila posizioni lavorative dal sommerso?
La verità è che, con la scusa di eliminare fantomatici privilegi concessi dai governi precedenti alle grandi imprese, si è cercato, in primo luogo, di abolire e, successivamente, si è riusciti a sterilizzare, per così dire, la DIT, colpendo in realtà l'intero sistema delle imprese e, con esso, i lavoratori e le famiglie cui questo Governo intende far pagare il prezzo della propria insipienza.
Per questo, per una ragione di coerenza e chiarezza, chiedo il voto sull'emendamento in questione (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marcora. Ne ha facoltà.

LUCA MARCORA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, stiamo parlando dei minimi garantiti a favore dell'UNIRE che sono stati stabiliti due anni or sono dal ministro Visco, in accordo con le agenzie ippiche. Questi minimi garantiti servono per finanziare l'attività di promozione e valorizzazione della razza equina da parte dell'UNIRE e non sono mai stati pagati.
Le agenzie ippiche sono morose nel pagamento dei minimi garantiti sia per il 2000 sia per il 2001, ovvero da quando è stata introdotta questa riforma. Noi non comprendiamo per quale motivo si debba ulteriormente prorogare quanto stabilito dal decreto interdirigenziale del 6 giugno 2002. Stiamo sottraendo risorse all'UNIRE, impedendogli di chiudere il bilancio nel 2002 con quanto stabilito dal decreto interdirigenziale citato. Soprattutto, non comprendiamo come sia possibile prorogare ulteriormente un pagamento dei minimi garantiti che volontariamente le agenzie ippiche hanno deciso di garantire allo Stato in base a gare che hanno vinto, rispetto a concorrenti che evidentemente assicuravano minimi garantiti più bassi. Pensiamo che questo possa dar luogo anche alla presentazione di ricorsi da parte di coloro che sono stati esclusi da queste gare. In ogni caso, ci poniamo il grande problema di comprendere come l'UNIRE potrà essere finanziato e dove reperirà le risorse per far quadrare il proprio bilancio.
L'UNIRE, da queste risorse, deve trarre i mezzi per valorizzare e promuovere le razze equine, l'allevamento e non soltanto le corse e l'ippicoltura. Dall'altro lato, chiedo al rappresentante del Governo Molgora se dietro questa ulteriore proroga non vi sia un disegno ben più preoccupante ed anche molto mirato. Ci sono voci secondo cui ci si appresta ad una maggiorazione dell'aggio riconosciuto alle agenzie ippiche che potrebbe andare dai tre ai quattro punti percentuali. Stiamo parlando di circa 80 milioni di euro - ricordatevi che le scommesse ammontano a circa 2 miliardi e 65 milioni di euro: pertanto, un punto percentuale di aggio su tale ammontare pesa, e molto.
Abbiamo quindi notizie di tentativi di maggiorazione di tale aggio a favore delle agenzie ippiche del tre o quattro per cento a spese dell'UNIRE, del Ministero dell'economia e di una riduzione del prelievo


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fiscale. Si tratterebbe di 20 milioni e 650 mila euro in meno che andrebbero all'UNIRE. Sono i soldi che mancano per chiudere il bilancio da parte dell'UNIRE e sono esattamente paragonabili a quanto le agenzie ippiche devono pagare, come arretrati per gli anni 2000 e 2001 all'UNIRE, in base a quanto si erano impegnate a fare come minimi garantiti.
Chiediamo al sottosegretario Molgora se queste notizie siano fondate ed esprimiamo grande preoccupazione per una prospettiva di questo tipo che, da un lato, sottrarrebbe risorse all'UNIRE, e, dall'altro, costerebbe all'erario e servirebbe unicamente per attribuire un bonus alle agenzie ippiche che devono ancora pagare, ripeto, gli anni 2000 e 2001 per quanto riguarda i minimi garantiti.
Per concludere, il mondo dell'ippicoltura è un mondo vitale, dinamico, che ha sempre visto nell'UNIRE un soggetto di finanziamento delle iniziative di promozione e valorizzazione e di allevamento. Da quasi due anni l'UNIRE non ha le risorse per svolgere questa funzione istituzionale. Il fatto di non aver costretto le agenzie ippiche al pagamento dei minimi garantiti ha portato ad una situazione di bilancio per l'UNIRE oramai insostenibile.
Questo Governo va avanti con le proroghe, con la concessione alle agenzie ippiche di bonus assolutamente non dovuti e, se è vero quello che ho prospettato poc'anzi, sta facendo un grosso regalo - parliamo di 20 milioni di euro - a chi non si è impegnato a pagare quanto doveva per gli anni pregressi (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, vorrei fare due brevi considerazioni. In primo luogo, i deputati della maggioranza farebbero bene a riflettere sull'opportunità di dare corda alla tendenza dell'amministrazione a volere la protezione delle leggi. Questi sono provvedimenti di natura dirigenziale, sono decreti ministeriali; non si capisce per quale ragione una norma di questo tipo debba essere inserita in una legge, se non per pararsi da fulmini di ogni tipo, cioè per non prendersi nessuna responsabilità.
Il secondo fatto veramente strano è la cura, l'attenzione con cui si guarda agli scommettitori ippici. Mi auguro che anche i lavoratori della FIAT, i disoccupati, gli incentivi per le nuove assunzioni, i problemi dell'occupazione in questo paese trovino analoga attenzione. Vedo la cura e l'attenzione con cui il Governo - e, purtroppo, temo anche la maggioranza - affrontano problemi di questo tipo e con quanto disinteresse lasciano andare i problemi del lavoro, dell'occupazione che bisognerebbe creare e dell'occupazione che purtroppo rischia di cedere.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Masini. Ne ha facoltà.

MARIO MASINI. Signor Presidente, in primo luogo vorrei dire al collega Grandi che, forse, ha una visione molto parcellizzata del mondo dell'ippicoltura. Forse immagina che il mondo dell'ippicoltura si regga con sovvenzioni dello Stato e che tutto il mondo dell'ippicoltura si regga tutelando gli scommettitori. Caro collega, devi sapere che, prima di una sciagurata legge che ha riportato il gioco e le scommesse in seno al Ministero delle finanze, così non era. Poi, improvvisamente, siete stati voi a scorporare definitivamente le certezze che l'UNIRE aveva, attraverso un sistema ambiguo, un sistema di assegnazioni e concessioni che avevano parametri insostenibili e sono questi parametri che stanno provocando la crisi di tutto il mondo dell'ippicoltura e non solo degli scommettitori.
Si tratta di un mondo che tutela 50 mila famiglie, un mondo che, con l'indotto, tutela più di 300 mila persone e che quindi credo sia degno di attenzione da parte del Parlamento nazionale. Questo non sta a significare che non si debba trovare una soluzione globale, che non può certo essere costituita dalle proroghe di decreti


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interdirigenziali o dalla negazione di risorse certe che il settore ippico deve avere (garanzie per quanto riguarda la parte allevatoria, garanzie per quanto riguarda l'allestimento delle gare, garanzie per quanto riguarda il settore occupazionale).
Tutto ciò va fatto attraverso un piano organico di riorganizzazione del sistema di giochi e scommesse, dando accesso a quanto richiesto dall'UNIRE ormai da due anni in materia di rivisitazione delle scommesse e dei prelievi sulle scommesse.
Va fatto attraverso la presenza dell'UNIRE all'interno di quella costituenda agenzia dei giochi, così come è stato concesso in favore dell'UNIRE. Va fatto attraverso un'analisi dei concessionari addetti alla raccolta, della credibilità di questi concessionari e dell'individuazione di soggetti che diano certezze, non solo al settore ippico, ma anche all'erario. Va fatto anche attraverso una riduzione del prelievo sulle scommesse unitamente ad una riduzione delle imposte che su di esse gravano (sono le più alte in Europa). Così è stato fatto nei paesi più evoluti dell'ippicultura europea, come la Francia e l'Irlanda.
Sono convinto che, nelle more della proroga prevista per questo decreto interdirigenziale, i ministeri di riferimento, vale a dire quello dell'economia e delle finanze e dell'agricoltura, sapranno fornire risposte certe e concrete al settore ippico che vanta una storia, una tradizione e risultati, anche recenti, che hanno strappato gli applausi per l'Italia in tutta Europa (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Grandi 5-bis. 1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 370
Votanti 364
Astenuti 6
Maggioranza 183
Hanno votato
sì 156
Hanno votato
no 208).

Prendo atto che l'onorevole Rotondi non è riuscito a votare e che avrebbe voluto esprimere voto contrario.
Onorevoli colleghi, comunico che sono stati installati, in più punti dell'aula, 16 rilevatori delle correnti d'aria (non di quelle politiche). Si tratta di apparecchiature molto sensibili, indispensabili per verificare la salubrità dell'ambiente. Per questo motivo, prego tutti i colleghi di prestare la massima attenzione, onde evitarne il danneggiamento. È una misura preventiva, non si capisce se monitoria o no. Prendetela com'è e rispettate le correnti.
Passiamo alla votazione dell'emendamento Benvenuto Dis. 1.1
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, durante l'esame al Senato, è stata introdotta una norma che potremmo definire perfida in quanto estende il criterio delle minusvalenze anche a quelle società che hanno redatto il bilancio entro il 31 agosto.
È una norma particolarmente severa che rimette pesantemente in discussione lo statuto del contribuente ed il rapporto cittadini-contribuenti.
L'onorevole Molgora, intervenendo nel corso della discussione sulle linee generali, ha precisato che questa è una norma di carattere antielusivo e che, anzi, è stata introdotta tenendo conto delle questioni che spesso l'opposizione solleva. È vero, ma la norma è antielusiva dopo che vi è stato, da parte del Ministero dell'economia, l'inganno, perché lo stesso aveva, in concreto, fatto una proroga e, nel mese di maggio, aveva prorogato il regime delle plusvalenze.
Insisto col sostenere che questa norma, così grave, che rimette in discussione lo


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statuto del contribuente, che si pone i problemi dell'elusione dopo averla favorita, evidentemente il Governo ed il ministro dell'economia debbono adottarla, smentendo quella che è sempre stata la loro linea e la loro propaganda, perché le cose non vanno. Capisco che, quando si è con l'acqua alla gola, quando i conti non tornano, quando non si può più raschiare in fondo al barile perché, purtroppo, il barile è bello che sfondato, allora occorre ricorrere a queste misure che hanno peggiorato il decreto-legge, rendendolo ancora più oneroso, più contraddittorio rispetto alla necessità di una politica equilibrata nei confronti del sistema delle imprese in un determinato momento della situazione economica.
Concludo ricordando - come hanno già fatto i colleghi Pennacchi, Galeazzi, Pinza e Santagata intervenendo sul complesso degli emendamenti - che ci troviamo di fronte a cinque decreti-legge: abbiamo avuto prima un decreto legge «blocca-deficit»; poi un decreto-legge «blocca-crediti di imposta»; in seguito, abbiamo avuto un decreto legge «blocca-spese»; poi un decreto legge «blocca-DIT» e «blocca-minusvalenze» ed adesso è in arrivo un quinto decreto-legge, perché i conti non tornano, che blocca il conguaglio per quanto riguarda i crediti di imposta per le assunzioni e per quanto concerne il Mezzogiorno.
Dico allora al Governo e all'onorevole Antonio Leone: qui continuiamo a fare decreti «blocca-legge»: ma bloccate Tremonti, per cortesia! Bloccatelo, di modo che venga fatta una politica che abbia un suo senso ed una sua efficacia (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.

ALFIERO GRANDI. Ci sono segni di disagio, signor Presidente!
Vorrei solo rispondere al collega che precedentemente è intervenuto in difesa degli scommettitori, che sono degni di attenzione da parte del Parlamento. Ora, vorrei dire semplicemente che si è addirittura ipotizzato che il ministro dell'economia e delle finanze, con proprio decreto - poi, per fortuna, il Governo è stato ricondotto a più miti consigli -, decida che una legge non ha più i finanziamenti, e quindi venga messa da parte. I poteri di un decreto ministeriale, dunque, sono dilatati fino al punto - almeno in principio - di intervenire per bloccare le leggi dello Stato. Era stato concepito in questo modo, ma poi, per fortuna, il decreto-legge «blocca-spesa» è stato un po' rimaneggiato.
Non si capisce adesso perché la legge dello Stato debba intervenire in materia di scommesse e scommettitori, quando può farlo benissimo il ministro, con un proprio decreto, o il direttore del dipartimento, con una propria direttiva. In questo momento, vi state assumendo la responsabilità di rilegificare materie che sono state delegificate e che possono essere affrontate con altri strumenti. Badate che, in questo modo, la pubblica amministrazione ritornerà nella comoda condizione di parlare e di rispondere soltanto attraverso le leggi: in altri termini, viene deresponsabilizzata, ed è questa la gravità della norma in esame, prima ancora dei suoi contenuti (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. La ringrazio onorevole Grandi, è stato molto chiaro.
Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Benvenuto Dis. 1.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 372
Votanti 369
Astenuti 3
Maggioranza 185
Hanno votato
sì 156
Hanno votato
no 213).


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Prendo atto che il dispositivo di voto dell'onorevole Fanfani non ha funzionato.
Poiché il disegno di legge consiste in un articolo unico, si procederà direttamente alla votazione finale.

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