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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Delbono, al quale ricordo che dispone di cinque minuti. Ne ha facoltà.
EMILIO DELBONO. Signor Presidente, spero che anche lei avrà un minimo di rispetto sui tempi.
Onorevoli colleghi, ci apprestiamo a votare un testo vago, vistosamente ambiguo e lacunoso. Lacunoso perché privo di articoli stralciati al Senato quali quelli relativi agli incentivi per l'occupazione, agli ammortizzatori sociali, alle norme sul processo del lavoro e all'arbitrato. Questi articoli mancanti fanno del testo in esame un po' - come è stato definito - una riforma di carta e un po' un mandato in bianco al Governo che può gestirlo, se lo vuole, per destrutturare il mercato del lavoro in Italia e imboccare una flessibilità anche selvaggia, lontanissima dalla flessibilità sostenibile di matrice europea.
EMILIO DELBONO. Alla domanda se è opportuno governare il mercato del lavoro, il Governo pare rispondere negativamente, prospettando ipotesi - queste sì, onorevole ministro -, talvolta presenti, di liberismo confuso e pasticcione non certo simile a quello dell'economia sociale di mercato, sbandierata ma tradita dal centrodestra.
Certo, vi sono anche indirizzi condivisibili, soprattutto quelli in linea con il riformismo che ha contraddistinto anche le proposte del pacchetto Treu, ma proprio perché l'indeterminatezza di queste deleghe ci ha impedito di entrare nel merito noi non ci sentiamo di dare un giudizio positivo. Votiamo un testo troppo pieno di deleghe; certo, è facile dire che anche noi ci caratterizzammo per eccesso di deleghe, ma qui più che ad eccessi siamo di fronte ad abusi, a violazioni a volte elementari, sfacciate dell'articolo 76 della Costituzione, che dice che l'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi. Appunto, criteri, e invece noi leggiamo, con sorpresa e talvolta inquietudine, che i criteri non ci sono.
All'articolo 1, comma 2, lettera l), relativo all'abrogazione della legge sull'intermediazione di manodopera, che la legge delega al Governo, non si dice nulla, anzi si dice che è il Governo che dovrà chiarire i criteri di distinzione tra appalto ed interposizione; esattamente ciò che spetterebbe al Parlamento. E ci dispiace che la Presidenza della Camera, talvolta così attenta, non si sia accorta che vi è una vera e propria inversione di competenze e di funzioni del potere legislativo.
Inoltre, ci troviamo di fronte ad un disegno di legge che abroga di fatto il nuovo articolo 117 della Costituzione, cancellando, alla faccia dei finti federalisti e dei folcloristici devoluzionisti padani, le nuove competenze legislative affidate alle regioni in materia di mercato del lavoro.
Il professor Marco Biagi tanto citato, a volte sgradevolmente citato, e spesso a sproposito, sulla rivista da lui diretta Diritto delle relazioni industriali, in un articolo dedicato al federalismo e al lavoro, scrisse che le materie quali i servizi per l'impiego, le agenzie di mediazione al
lavoro interinale, gli interventi di tutela delle fasce deboli, gli ammortizzatori sociali, la composizione di controversie individuali e collettive sono di competenza legislativa concorrente delle regioni; e aggiungeva che allo Stato rimane solo la potestà legislativa di determinare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Livelli essenziali, appunto, non demodulazione di tutela alla conseguente disciplina, come qui si fa.
Proprio ciò che questo disegno di legge non fa. Esso invade competenze altrui e non fissa livelli essenziali minimi e uniformi per tutto il paese. Questo vale per le norme sui servizi per l'impiego e per i contratti con finalità formativa.
Si è rifiutata una proposta ragionevolissima che era quella di costituire un comitato di monitoraggio che permettesse di avere una uniformità dei livelli minimi in tutto il paese per evitare - è quello che dice anche il dottor Parisi di Confindustria e lo stesso Pezzotta della CISL - che vengano a crearsi ventun mercati del lavoro. E poi, passando ad alcuni emendamenti sul merito, non c'era proprio bisogno di chiedere una nuova delega per riformare il sistema di collocamento. La legge Bassanini, il decreto legislativo n. 469, la legge Treu, avevano già posto le premesse per una seria riforma: la fine del monopolio pubblico, il decentramento, il ruolo degli enti locali.
Semmai qui si trattava di migliorare l'efficienza del sistema integrato e di informatizzarlo; il tutto realizzabile senza deleghe. Per fare alcune modifiche come l'abolizione dell'oggetto esclusivo - tema su cui, lo sa bene il ministro, siamo assolutamente d'accordo - si potevano trovare altre vie legislative in accordo con l'opposizione. L'Ulivo, nelle sue componenti maggioritarie riformiste, aveva ed ha dimostrato, anche nel corso il dibattito in Commissione, una volontà ed uno spirito innovatore e non conservatore, spesso inascoltato dal Governo, a meno che l'obiettivo non sia un altro, ovvero non quello dell'efficienza e della modernizzazione del sistema ma una delega in bianco, tale da far prefigurare un mercato del lavoro senza regole.
Avevamo chiesto di chiarire alcuni punti importanti di questa delega come ad esempio quali siano i soggetti destinatari del regime autorizzatorio e dell'accreditamento per il lavoro interinale e per il collocamento. Non ci basta che si dica, genericamente - lo sa bene il ministro, l'ho già detto -, che possono essere associazioni non riconosciute, università, scuole secondarie superiori. Mi pare francamente impossibile che una scuola superiore si metta a fare il lavoro interinale! Quindi è chiaro che non è questo, mi auguro, che avete in testa, ma non lo si capisce, non traspare dal provvedimento, in totale distonia, proprio con i paesi europei, quali la Francia, la Germania e la stessa vostra cara Spagna, dove, addirittura, le funzioni di autorizzazione oltre ad essere stringenti, sono in capo agli stessi servizi pubblici per l'impiego, cioè a quelli che da noi sarebbero i centri per l'impiego. Non dicevo di arrivare a questo punto ma ciò dimostra come noi siamo totalmente fuori dalla linea europea. Altro che dentro la linea europea! E, da questo di punto di vista, siamo addirittura in contrasto con l'organizzazione internazionale del lavoro e la convenzione stessa, la n. 181 del 1997. Tutto ciò lo abbiamo desunto non da fogli estremisti, ministro, ma dal buon lavoro svolto dagli uffici della Camera che ci hanno fornito un dossier di legislazione comparata europea dove abbiamo appreso che, appunto, su questo terreno, in campo europeo, vi è, sì, liberalizzazione del mercato ma anche molto rigore nel definire le autorizzazioni, l'accreditamento e i soggetti.
Mi permetta poi di dire che la delega in materia di abrogazione della legge sull'intermediazione di manodopera, sulla quale, anche in questo caso, avremmo potuto lavorare insieme, è, in realtà, una delega in bianco. Vi è una norma che recita: «nell'ammissibilità della somministrazione di manodopera» da parte, ovviamente, degli intermediari privati «anche a tempo indeterminato, in presenza di ragioni di
carattere tecnico, produttivo od organizzativo individuate dalla legge (...)»; ma quale legge se questa non li individua? Mi pare evidente che si sta facendo un po' un gioco di parole e ci si contraddice palesemente.
Se passiamo poi ai contratti a contenuto formativo, pur apprezzando l'esigenza di un riordino necessario dei contratti di formazione lavoro e di apprendistato, la norma appare gravemente negativa quando invade competenze che nulla hanno a che fare con i contratti a contenuto formativo, come appunto la materia dei disabili. Mentre, infatti, sull'articolo 4 abbiamo, per così dire, messo una pezza, qui, invece, abbiamo lasciato la norma com'era.
Abbiamo chiesto chiarimenti, signor ministro, non abbiamo mai posto veti, ma non abbiamo mai avuto risposte. Non dico risposte tranquillizzanti od esaurienti, ma risposte! E poi sia chiaro che, anche sul tema della unificazione dei contratti a contenuto formativo (cosa che abbiamo richiesto) si tratta di indirizzi e indicazioni a livello europeo, ma ci è stato detto di no.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Delbono.
EMILIO DELBONO. Presidente, mi permetta di concludere.
PRESIDENTE. Con tutto il papiello che le vedo in mano? Concluda.
EMILIO DELBONO. In conclusione, abbiamo ritenuto questa una grande occasione perduta, ministro, una grande occasione perduta, per lei e per la maggioranza! Il tutto per approvare un testo modesto, mal scritto, che poteva essere migliorato e corretto con il concorso dell'intero Parlamento o almeno di parti significative. È una scelta miope. Vorrei fare riferimento a questa idea...
PRESIDENTE. Chiuda, Delbono, siamo al doppio del tempo!
EMILIO DELBONO. Sul riformismo: il riformismo è gradualità e coesione sociale. Noi abbiamo fatto riforme risgnificative anche importanti ma con la coesione sociale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maninetti. Ne ha facoltà.
LUIGI MANINETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento che ci accingiamo a votare giunge all'esame di questa Assemblea dopo un travagliato iter nell'altro ramo del Parlamento che ha visto spostarsi sulle piazze italiane un dibattito che doveva trovare la sua naturale composizione sui tavoli del dialogo sociale. È stata un'operazione che ha visto compattarsi uno schieramento in cui una parte ben definita del sindacato ha abbandonato la sua naturale funzione di mediazione e di sostegno a favore dei lavoratori per vestire i panni dell'interlocutore politico, spaccando il fronte sindacale e collocandosi come il vero antagonista dell'attuale maggioranza di Governo.
Le accese polemiche che hanno visto al centro dell'attenzione la modifica parziale, limitata nel tempo e per alcune categorie di lavoratori, dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori ha un po' offuscato la portata del provvedimento, i cui contenuti nascono dai rilievi che più volte la Commissione europea ha rivolto all'Italia relativamente alla situazione del mercato del lavoro, un mercato del lavoro che, in questi anni, ha confermato tutti i suoi vizi strutturali che il precedente Governo non ha saputo, o piuttosto non ha voluto, affrontare, vincolato come era, e come è tuttora, ad una ben precisa componente del sindacato che ha, di fatto, ingessato la sua azione in questo ambito.
Come ha ben sottolineato il relatore, la situazione italiana del mercato del lavoro è contraddistinta da una duplice peculiarità: a fronte di un sistema di regole rigide che pochi rispettano, ci troviamo infatti nella realtà di tutti i giorni a toccare con mano una situazione ben diversa, in cui la
violazione delle norme è la regola e dove il sommerso, praticato da molti, non viene difeso da alcuno: e una situazione ereditata dal passato e che non ha permesso all'Italia di adeguarsi agli standard degli altri paesi membri dell'Unione. I numeri parlano chiaro: la perdita di competitività delle nostre aziende ed il tasso di occupazione di gran lunga inferiore alla media europea appartengono ad una eredità lasciataci dal centrosinistra, una triste fotografia che questo Governo ha voluto cancellare inserendo, in questo provvedimento, quegli elementi di flessibilità, di maggiore partecipazione e di organizzazione che sono alla base della strategia europea per l'occupazione, tracciata ed approvata dal Consiglio europeo di Lussemburgo e dal Consiglio europeo di Lisbona.
L'eccesso di delega di cui l'opposizione ci ha accusato, e con la quale ha tentato di macchiare l'azione del Governo, non è suffragata dai fatti. Anche in questo caso si è cercato continuamente un confronto con le parti sociali, almeno con quelle non aprioristicamente contrarie, per giungere ad intese comuni, rinunciando ognuno a qualcosa per il bene comune. Possiamo affermare, senza possibilità di smentita, che questo provvedimento è padre e figlio del patto per l'Italia: padre perché ne è stato il presupposto, figlio perché da esso sono state definite quelle misure che auspichiamo contribuiscano a rendere il nostro paese più vicino ai nostri partner in questa materia.
Il libro bianco ha impietosamente descritto la situazione di abbandono dei lavoratori in Italia: carenza, se non assenza, dei servizi di incontro tra la domanda e l'offerta (solo il 4 per cento del rapporto di lavoro passa oggi per il collocamento); insufficienza ed inefficacia della spesa per la formazione. Con questo provvedimento si vogliono attivare tutti gli strumenti utili ad incoraggiare il cittadino nel suo inserimento o reinserimento nel mercato del lavoro, per conseguire gli obiettivi tracciati dei Consigli europei di Barcellona e di Lisbona.
Con il welfare to work tracciato nel patto per l'Italia si è aperta, dunque, la stagione delle riforme strutturali nel mercato del lavoro. Il gruppo dell'UDC (CCD-CDU) ne condivide l'impostazione ed i contenuti, ritenendoli in linea con i principi fissati dal libro bianco e con quelli dettati in sede europea. Certamente la congiuntura sfavorevole non ci aiuta, ma nonostante tutto dobbiamo rilevare qualche segno di miglioramento nella crescita occupazionale, frutto delle iniziative messe in campo da questo Governo: mi riferisco agli incentivi all'occupazione ed all'emersione del lavoro irregolare.
Non entrerò nel dettaglio del provvedimento, ma desidero nuovamente sottolineare l'importanza di questo insieme di misure di flessibilità, l'introduzione di nuove tipologie di rapporti di lavoro, gli interventi per riorganizzare il servizio pubblico all'impiego per favorire un incontro tra domanda ed offerta di lavoro libero dai vincoli che ne hanno compromesso la potenzialità, il riordino dei contratti a contenuto formativo, il tutto, giova ricordarlo, in un quadro immutato delle tutele essenziali per i lavoratori.
Infine, desidero solo sottolineare un altro punto che il nostro gruppo ha rappresentato e sostenuto in questa sede, ossia il ruolo del socio lavoratore. Abbiamo voluto, cioè, rendere più chiara la relazione che intercorre e che deve intercorrere tra il rapporto associativo, instaurato tra il socio e la cooperativa, nel senso che il rapporto di lavoro sia espressione diretta del rapporto associativo.
Non si tratta di una precisazione di stile, ma di una necessaria definizione dei confini relativi alle competenze giurisdizionali in materia di rapporti tra soci e cooperativa, in linea con i principi di trasparenza e di chiarezza che sono alla base del provvedimento che ci accingiamo a votare.
Per queste ragioni dichiaro il voto favorevole del gruppo dell'UDC (CCD-CDU) su questo provvedimento [Applausi dei deputati del gruppo dell'UDC (CCD-CDU)].
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Moroni che aveva chiesto di parlare per dichiarazione di voto: si intende che vi abbia rinunziato.
Ha chiesto per di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Campa. Ne ha facoltà.
CESARE CAMPA. Signor Presidente, le raccomandazioni rivolte all'Italia dall'Unione europea in materia di occupazione continuano a sottolineare i vizi del nostro mercato del lavoro e stigmatizzano la mancanza di interventi strutturali capaci di modificarne le storture ormai generalmente riconosciute.
Ci viene rimproverata l'assenza di interventi capaci di accrescere i tassi di attività della popolazione, di rilanciare l'efficacia dei servizi per l'impiego, di introdurre tipologie contrattuali in grado di allargare il ventaglio e le forme di accesso al lavoro, riducendo il gap che caratterizza il nostro paese. Ma è soprattutto il basso tasso di occupazione che rende evidente la nostra distanza dai livelli europei, un'insufficienza complessiva che nasconde gravi situazioni di debolezza strutturale: dal modesto tasso di partecipazione al lavoro delle donne e degli anziani, agli alti livelli di disoccupazione giovanile, all'altissima presenza della disoccupazione di lunga durata concentrata soprattutto nel sud.
L'inefficacia delle politiche fin qui perseguite è chiaramente dimostrata da un fatto assai preoccupante. Lo ricordava prima il collega Maninetti: solo il 4 per cento trova lavoro passando per i servizi all'impiego, tuttora - anche dopo la riforma - incapaci di favorire l'incontro tra domanda e offerta, in particolare nel Mezzogiorno. Livelli così bassi di efficienza non sono riusciti ad intercettare nemmeno le fasce più deboli dell'offerta.
In altre parole, le azioni fin qui realizzate per migliorare l'efficacia del nostro sistema pubblico di accesso al lavoro, sia a livello centrale sia a livello locale, hanno dato pochissimi frutti. Eppure, vi erano tante aspettative da parte degli operatori, anche a seguito delle riforme e del passaggio dagli uffici di collocamento ai servizi per l'impiego. Quindi, era quanto mai necessario ed urgente un cambiamento di rotta.
Onorevole Cossutta, non si può parlare di strategia eversiva da parte del Governo rispetto a queste norme sul mercato del lavoro, ma si deve parlare di rispetto dei lavoratori che sono in attesa di entrare nel mondo del lavoro e che oggi, a causa di un'eccessiva rigidità, sono rimasti fuori da questo mercato.
MAURA COSSUTTA. Questo è il problema!
CESARE CAMPA. Proprio questa svolta, che il Governo ci propone con il provvedimento di delega in esame, potrà avviare una serie di interventi per ampliare il ventaglio delle tipologie contrattuali, meglio rapportandole alle esigenze dei lavoratori e delle imprese, per contribuire certamente alla promozione di quella società attiva che rappresenta il principale obiettivo indicato dalle autorità europee.
Il disegno di legge di delega si muove, infatti, nell'ambito della strategia europea per l'occupazione, scegliendo di intervenire prioritariamente sulle strozzature che ostacolano l'incontro tra domanda e offerta e poi sui vincoli che non permettono la piena partecipazione al mercato del lavoro. Il Libro bianco cui ha lavorato Marco Biagi già forniva una puntuale analisi di queste criticità. Aver scelto di intervenire attraverso lo strumento della delega è stato, quindi, non solo opportuno ma addirittura doveroso. Ora l'Italia comincia davvero ad onorare gli obblighi comunitari che vincolano tutti i paesi al coordinamento e all'effettiva realizzazione delle politiche per l'occupabilità, mentre gli interventi sulla rete dei servizi pubblici per l'impiego non erano davvero ulteriormente rinviabili, semplificando e modernizzando il quadro delle regole entro cui le regioni e gli enti locali dovranno trovare ampio spazio.
Onorevoli colleghi, la delega richiesta dal Governo consentirà, finalmente, anche agli operatori privati di realizzare l'incontro
tra domanda e offerta di lavoro in un contesto di regole del tutto analogo a quello sperimentato con successo per le società di lavoro interinale. Proprio tale positiva esperienza costituisce la premessa per gli interventi che la delega intende realizzare disciplinando il ruolo delle agenzie debitamente autorizzate alla fornitura di servizi per l'impiego. L'esperienza del lavoro interinale è positiva e, come ricordava ieri il collega Innocenti, tende ad accrescere le opportunità. Non si capisce perché quando il Governo di sinistra accresce le opportunità si parla di un risultato positivo, mentre quando lo fa il Governo di centrodestra, seguendo peraltro un'iniziativa già percorsa dal ministro Treu, si parla di menomazione di diritti.
Un intervento di modernizzazione che riconosce agli intermediari privati la possibilità di operare con criteri imprenditoriali anche nei servizi al mercato del lavoro era sicuramente urgente e servirà - ne sono sicuro - a contrastare le pratiche illecite e addirittura pericolose, ivi comprese le infiltrazioni malavitose che sfruttano il fenomeno del caporalato. Il nostro paese potrà finalmente contare su un sistema di servizi per l'impiego, gestito dal pubblico, ma per il quale è previsto un ruolo attivo dei privati, disciplinato dalle regioni in una logica a rete, che avrà finalmente la borsa continua del lavoro e che consentirà di accedere in tempo reale alle opportunità offerte dal mercato.
Ieri, qualcuno è intervenuto ricordando a noi i superiori valori della dignità umana, della salvaguardia e del rispetto dei lavoratori. L'ipotesi formulata dal Governo con questa delega punta alla regolamentazione di questo mercato, oggi chiaramente schiacciato tra le rigidità formali della legge n. 1369 del 1960 e l'assoluta assenza di controlli, garanzie e forme di accreditamento degli operatori privati. Con la delega di cui all'articolo 1, il Governo intende rendere funzionale il divieto di somministrazione del lavoro altrui a esigenze di reale tutela del prestatore di lavoro eliminando, tuttavia, rigidità nell'impiego del lavoro fini a se stesse. Non si capisce, in particolare, perché ad un'impresa cooperativa o di ridotte dimensioni, come un'impresa di pulizia, possa essere consentita la somministrazione a tempo indeterminato di manodopera e ciò sia vietato a imprenditori genuini, accreditati a livello di Ministero del lavoro, previa verifica di consistenza organizzativa ed economica.
Per queste ragioni il testo del Governo incrementa e non attenua la tutela dei lavoratori in un ambito destinato a crescere per dimensione e diffusione della società di servizi. Tale articolato costituisce una parte essenziale del più generale progetto di riforma e corrisponde ad una volontà di regolare con onestà intellettuale e valori di giustizia sociale la situazione attuale. Ciò ci è riconosciuto anche da parte di chi, pur essendo a sinistra, con intelligenza ed onestà intellettuale scrive anche sui giornali quanto abbiamo letto stamattina. Le critiche di una parte della sinistra al contratto di staff leasing, affitto di manodopera anche a tempo determinato per specifiche ragioni organizzative, ricorda le obiezioni che venivano in quest'aula avanzate contro l'introduzione del lavoro interinale. Sappiamo tutti come è andata: il caporalato non è tornato nel 2000, il caporalato, invece, nel 2000, ha realizzato un boom di assunzioni e 400 mila sono stati gli avviamenti al lavoro.
Il progetto del Governo contiene, dunque, molti elementi positivi, altro che caporalato, colleghi Grandi e Carbonella! Le critiche di una parte della sinistra sono peraltro in contrasto con una posizione sotto gli occhi tutti.
La delega affronta inoltre il riordino dei contratti a contenuto formativo. Ciò metterà a disposizione delle regioni un quadro di riferimento chiaro che consentirà loro di intervenire, monitorando e valutando i risultati conseguiti, soprattutto per quanto riguarda i livelli di occupazione femminile e il tasso di occupazione in generale. Viene poi incentivata la sperimentazione di nuovi strumenti concordati dalle parti sociali, in particolare l'esperienza degli enti bilaterali, che è stata oltremodo positiva nel nostro paese.
Il tema della modulazione dei tempi di lavoro attraversa più norme previste nella delega e soprattutto sono di grande rilievo gli interventi in materia di lavoro a tempo parziale. Essendo il part-time poco diffuso, si registrano per questo motivo bassi tassi di occupazione, laddove è proprio il largo utilizzo di questa tipologia contrattuale ad aver consentito ad alcuni paesi europei di alzare decisamente le loro performance occupazionali (mentre il basso utilizzo di queste possibilità ha mortificato il lavoro nel nostro paese). Il lavoro a tempo parziale è uno strumento privilegiato...
PRESIDENTE. Onorevole Campa, la invito a concludere.
CESARE CAMPA. Concludo, signor Presidente, ricordando come trovi oggi attuazione la stessa normativa riguardante la questione delle cooperative, partita da un mio emendamento; è una disciplina che vuole razionalizzare il lavoro cooperativo, ricordando l'importanza di questo lavoro e la preminenza del vincolo associativo rispetto al rapporto di lavoro.
Credo che possiamo essere soddisfatti del lavoro svolto in Commissione e poi in aula, perché con questo provvedimento diamo una risposta positiva alle migliaia di persone che vogliono entrare nel mondo del lavoro, le quali oggi dunque con questa delega al Governo potranno finalmente vedere realizzata la loro aspirazione (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Didonè. Ne ha facoltà.
GIOVANNI DIDONÈ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, nella discussione del disegno di legge delega n. 3193 abbiamo più volte ripercorso il libro nero dei primati italiani: siamo il paese con il più basso tasso di occupazione generale in Europa, con il più basso tasso di occupazione femminile e con uno dei più bassi tassi di occupazione di coloro che hanno più di 55 anni. Siamo altresì un paese che presenta le più grandi differenze territoriali in termini di occupazione e il più alto tasso di disoccupazione di lungo periodo.
L'Italia è complessivamente un paese poco attivo, dove lo sviluppo economico si traduce in meno posti di lavoro rispetto a quanto accade negli altri paesi europei. Questa anomalia trova la sua causa in diversi fattori, alcuni dei quali sono direttamente affrontati nel disegno di legge delega che abbiamo discusso. I servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro funzionano male, anche al nord, dove siamo vicini alla piena occupazione: chi cerca un posto di lavoro deve farlo attraverso le reti familiari o degli amici. Le attività di orientamento o di formazione, nonché i buoni servizi di informazione sui mercati del lavoro locali, sono certamente non diffusi e poco accessibili. Le persone che non possono, o non vogliono, dedicare al lavoro un tempo pieno, non incontrano disponibilità di occupazione a tempo parziale. Le imprese preferiscono ricorrere al lavoro straordinario o, tanto peggio, sommerso, piuttosto che procedere ad un'assunzione aggiuntiva, considerata una scelta troppo impegnativa. In altre parole, mancano tipologie contrattuali più adatte a gestire nuovi ingressi e nuove forme di presenza nel mondo del lavoro, in particolare per le donne, i giovani e gli anziani. Allo stesso tempo l'Italia deve invece alzare drasticamente e rapidamente il suo tasso di occupazione.
L'importanza che il provvedimento riveste consiste nel conseguimento di un primo fondamentale traguardo sulla lunga e complessa strada della riforma del mercato del lavoro. Lunga, perché c'è sicuramente ancora molto da percorrere per raggiungere l'obiettivo che ci siamo prefissati, ovvero nel 2006 portare il tasso di occupazione generale al 60 per cento, quello femminile al 46 per cento e quello dei lavoratori più anziani al 40 per cento. Complessa, perché non si tratta di semplici ritocchi o di aggiustamenti di normative preesistenti varate dai governi malati che ci hanno preceduto, bensì di una riforma strutturale e organica.
La legge delega che stiamo per approvare consentirà di agire efficacemente proprio su questi tre fattori, operando in linea con quanto ci chiede la strategia europea per l'occupazione. Il decreto legislativo del Governo produrrà finalmente in Italia quella rete pubblico-privato che sarà in grado di facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Consentire agli operatori privati di interloquire con quelli pubblici nella fornitura di servizi all'impiego è, certamente, un gran passo avanti.
Il rapido decollo dei servizi privati all'impiego e del sistema informativo del lavoro metteranno a disposizione uno strumento adatto e sensibile, in grado di operare efficacemente in tempi brevi, soprattutto nelle regioni già caratterizzate da una vivace dinamica occupazionale, come quelle del nord.
Inoltre, la delega interviene anche in materia di lavoro a tempo parziale (l'8 per cento in Italia, contro il 18 per cento della media europea, con punte del 41 per cento in Olanda) e sulle altre tipologie contrattuali a tempo modulato (lavoro a chiamata, lavoro occasionale, leasing di manodopera), che ora potranno avvalersi di regole più semplici e flessibili, utili ad accrescere le opportunità di lavoro.
Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale, non posso non rimarcare l'importanza che riveste - soprattutto per il movimento che rappresento - l'integrale estensione al settore agricolo di tale strumento. Da sempre, infatti, la Lega nord Padania, recependo le richieste degli agricoltori, denuncia la necessità di sburocratizzare le procedure per il reperimento di manodopera e di estendere anche al mercato agricolo gli strumenti flessibili.
Regole più semplici consentiranno a lavoratori e ad imprese di utilizzare più diffusamente lo strumento del lavoro a tempo parziale che, nell'esperienza di altri paesi europei, ha fortemente contribuito - come prima ho accennato - all'innalzamento dei tassi di occupazione.
Queste capacità di accompagnare e regolare processi positivi già in atto anziché ingessarli in una burocrazia centralista - come, ad esempio, nel caso del vecchio collocamento pubblico - costituiscono certamente una caratteristica di rilievo del provvedimento che stiamo per approvare, così come la valorizzazione di nuovi strumenti che sono espressione della capacità e della progettualità autonoma delle forze sociali. Gli enti bilaterali, ad esempio, sono fortemente valorizzati attraverso un allargamento delle loro competenze.
Le modifiche in materia di riforma del mercato del lavoro non erano più rinviabili e, con la stessa urgenza, si poneva il tema della riorganizzazione servizi pubblici dell'impiego, in modo che la competizione con i servizi privati potesse produrre livelli di efficienza oggi praticamente sconosciuti.
Per questi motivi, dichiaro convintamente il voto favorevole della Lega nord Padania sul presente provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, poiché alle 15 è previsto lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata, vi invito ad essere più sintetici nelle dichiarazioni di voto. Ciò vale per l'onorevole Alfonso Gianni, che è il primo ad intervenire. Prego, onorevole Alfonso Gianni.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, spero che ciò valga anche per gli altri colleghi!
Abbiamo condotto una seria ed impegnata battaglia contro un disegno di legge che disapproviamo profondamente nella filosofia che lo ispira e nel dettaglio della norma. Lo abbiamo fatto prima al Senato e lo abbiamo fatto nuovamente qui alla Camera, utilizzando tutti gli spazi o gli interstizi che il regolamento parlamentare ci fornisce.
E abbiamo fatto ciò non semplicemente lungo una linea di ostruzione, ma cercando di contrapporre proposte positive, alternative e, soprattutto, cercando di contrastare la visione del mercato del lavoro, seguendo linee alternative non solo necessarie, ma possibili.
Nel corso di questo lavoro abbiamo ottenuto anche dei risultati. Considero la cancellazione della norma, in base alla quale i disabili sono consegnati all'agenzia del lavoro interinale e spostati parossisticamente da un punto all'altro delle città o dei luoghi di lavoro occasionalmente emergenti, non certamente come lo smantellamento del teorema del Governo, ma indubbiamente come un risultato, socialmente ed eticamente, importante e come la limatura della punta di un iceberg che, purtroppo, ha radici molto più profonde.
In questa sede, molto spesso, è stato evocata, dal sottosegretario Sacconi, la figura di Marco Biagi, che coordinò la stesura del Libro bianco, che è il padre diretto e naturale di questo disegno di legge. Vorrei ricordare definitivamente al sottosegretario Sacconi che, per quanto sia stata forte la nostra opposizione e per quanto io stesso, in questo dibattito, abbia usato termini al limite dell'accettabile di cui non mi vergogno, vale a dire che si tratta di una porcheria, in nessun caso il giudizio sul testo, sulle idee, sull'articolato, sul prodotto, coinvolge la figura della persona e dello studioso.
Come ben sanno il sottosegretario Sacconi, il ministro Maroni o quant'altri finga di ascoltare, non è dai banchi dell'opposizione, nemmeno in Parlamento, che sono giunte offese personali alla memoria di Biagi. Ben altri - e non si tratta di illazioni, ma di cronaca, per non dire di storia - le hanno portate avanti, pagandone anche il fio.
Dico anzi - e Sacconi lo sa bene - che il Libro bianco esprime una concezione forte, per me di controriforma, paragonabile per la sua portata, per la sua incidenza e per la sua organicità solamente all'analogo libro bianco che, non a caso, venne prodotto all'epoca del Governo Craxi - ministro allora De Michelis. Si tratta di un forte impianto controriformatore che cerca di accompagnare processi di globalizzazione dell'economia con una flessibilizzazione di ogni ordine e di ogni grado del mercato del lavoro.
Onorevole colleghi, non è l'unica strada perseguibile. Lo abbiamo dimostrato e lo ribadiamo in limine, a ridosso del voto finale: esistono altri modi di pensare che, organicamente e progettualmente, si contrappongono a questo. Non mi riferisco a questa o quella norma, a questo o quel dettaglio, seppure siano tutti meritevoli di critica e di iniziativa modificativa, ma mi riferisco proprio all'idea generale; ad esempio, a questa logica del libro bianco - che venne prodotto da quel gruppo di lavoro e che purtroppo è stata accettata da un pezzo, anche se non maggiormente rappresentativo, del movimento sindacale italiano - si contrappone lo studio europeo contenuto nel rapporto di Alain Supiot, che prendendo atto delle modificazioni intervenute nel tessuto economico e civile, propone però un'altra linea che fonde insieme uguaglianza e libertà e che tiene conto dell'ingresso delle donne nel mercato del lavoro, con i problemi dei diritti collettivi e della tutela individuale contro l'incertezza.
PRESIDENTE. Onorevole Alfonso Gianni, la invito a concludere.
ALFONSO GIANNI. Ho finito, signor Presidente.
Questa nostra battaglia continuerà perché siamo convinti che noi arriveremmo nella prossima primavera del 2003 al referendum estensivo sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, per dare a tutte le lavoratrici e a tutti lavoratori, anche nelle imprese al di sotto dei 15 dipendenti, il diritto contro i licenziamenti ingiusti che è conquista sacrosanta e reale del movimento operaio italiano (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cento. Ne ha facoltà. Onorevole Cento, i tempi a disposizione del suo gruppo sono esauriti ma le concedo due minuti.
PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, sarò breve. Intervengo per confermare il voto contrario dei deputati della componente dei Verdi su questo provvedimento
che introduce più flessibilità, più precarietà, più sfruttamento, più sottrazione di diritti per i lavoratori e, soprattutto, per le nuove generazioni in cerca di prima occupazione.
Credo che il compito dell'opposizione, certamente il compito dei Verdi, è non soltanto quello di contrapporsi a questo provvedimento, ma anche quello di lanciare nel paese un'offensiva politica, sociale e culturale che per noi è fatta di due aspetti. Come ho ricordato durante l'esame degli emendamenti, il primo aspetto è rappresentato da una grande campagna per l'introduzione, anche in Italia, della norma di reddito sociale di cittadinanza, prevista in tutt'Europa e negli Stati Uniti. Si tratta di una proposta di riformismo radicale, non certamente di una proposta antagonista rispetto al sistema, sulla quale sappiamo sono ormai mature le condizioni per un dibattito non ideologico.
Il secondo aspetto è rappresentato dall'occasione fornitaci dal referendum sull'estensione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che i Verdi hanno appoggiato e sostenuto e che a marzo ci auguriamo possa trovare nel paese un momento per confrontarsi e assumere delle decisioni, in controtendenza rispetto a queste politiche di sottrazione dei diritti. I Verdi, quindi, esprimeranno un «no» convinto su questo provvedimento e con le due proposte citate daranno vita ad una campagna nel paese a favore dei diritti nel vecchio mondo del lavoro e nei nuovi lavori e nell'epoca della flessibilità.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Taglialatela. Ne ha facoltà.
MARCELLO TAGLIALATELA. Signor Presidente, a nome del gruppo di Alleanza nazionale annuncio il voto favorevole e come parlamentare meridionale sono convinto che questo provvedimento possa risolvere uno dei principali problemi che affligge il territorio delle regioni del sud d'Italia: la disoccupazione.
È evidente che una delega al Governo per una revisione del sistema dell'occupazione e dei servizi per l'impiego è tanto necessaria in quanto vi è stato il fallimento nel momento precedente in cui si è governata la disciplina del mercato del lavoro. Io ritengo che questo sia l'aspetto che più di ogni altro debba colpire chi in quest'aula si ritrova a dover esprimere con un voto una sua opinione rispetto a quello che fino ad oggi è stato il sistema del mercato del lavoro.
Attraverso la modifica di legge molti giovani meridionali aspettano una nuova opportunità di ingresso nel lavoro. Ritengo, inoltre, che i giovani del nord attraverso questa modifica si aspettino un miglior inserimento e una maggiore facilità di acquisire professionalità. Sono due aspetti di una stessa medaglia che devono essere affrontati tenendo conto che tra i principali obiettivi che la coalizione della Casa delle libertà si è data (che ha trovato, ovviamente, in Alleanza nazionale uno dei suoi principali sostenitori), vi è la necessità di creare posti lavoro. Questi non si creano solo migliorando le condizioni dell'economia, ma certamente anche determinando migliori condizioni di flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto facendo in modo che il posto di lavoro possa essere una opportunità di inserimento e non una soluzione per essere tranquilli per tutto il resto della vita.
Purtroppo, fino ad oggi questo tipo di mentalità ha determinato soprattutto nel sud d'Italia il fatto che chi aveva il posto di lavoro si è sentito garantito, mentre chi non lo aveva ha continuato a cercarlo. Vi sono molti ex giovani di 30, 35 o 40 anni che ad oggi non hanno ancora avuto una vera esperienza di lavoro. Noi siamo convinti che questa delega, se utilizzata bene dal Governo - e siamo certi che il Governo la utilizzerà bene -, potrà essere una delle risposte ai problemi che indubbiamente caratterizzano l'Italia.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, nel tempo da lei stabilito vorrei
fissare un concetto di fondo che riguarda il tipo di scontro e di approfondimento - non solo di scontro - che vi è stato in quest'aula. Il momento di divisione non è dipeso dal discorso «flessibilizzazione sì, flessibilizzazione no», «modernizzazione sì, modernizzazione no», ma da una diversa idea della flessibilità e della modernizzazione.
Vedete, colleghi, dopo l'11 settembre il rapporto tra Stato e mercato è cambiato radicalmente in molte parti del mondo. La stessa vittoria della sinistra in Germania, la vittoria della sinistra in Brasile, l'indebolimento delle coalizioni di destra in Austria (si voterà il 23 novembre) e in Olanda (anch'essi voteranno in novembre), che sono basate sull'idea della libertà del mercato e del liberismo come unico principio fondante, la stessa crisi del centrodestra in Italia, tutto questo si inscrive dentro questo dato: la necessità di rivedere complessivamente quello che deve essere oggi il rapporto tra Stato e mercato nella regolazione delle relazioni sociali.
Qui avete proposto un meccanismo che atomizza in due direzioni il mercato del lavoro. Se non ricordo male, aggiungete altre sei forme di negoziazione e di lavoro alle cinque forme che preesistavano e che si intrecciano tra loro. Dall'altra parte liberalizzate e rendete atomizzato tutto il meccanismo relativo all'intermediazione di manodopera. In altre parole, ci sono due forme di atomizzazione. Questa doppia forma dell'atomizzazione, sostanzialmente, fa sì che non sia più possibile guadagnare quel valore di fondo che è la formazione. Vorrei ricordare che il processo di rottura dell'intermediazione pubblica sul mercato del lavoro è stato fatto dal centrosinistra.
Vorrei ricordare che la flessibilità è stata costruita dal centrosinistra in questo paese ed è stata costruita garantendo in ogni momento i diritti, la possibilità di formarsi. Si è compreso un punto di fondo che, in questo caso, non viene compreso dai colleghi della maggioranza: il lavoratore non è una merce, il contratto di lavoro è diverso da quello di somministrazione di merci, la persona attraverso il contratto di lavoro - questo è un valore di fondo - deve costruirsi il suo futuro e costruire il proprio futuro all'interno di un percorso moderno vuol dire vedersi garantita la possibilità di formarsi. Tutto questo non è più garantito: infatti, con questa atomizzazione dei rapporti di lavoro, si verificherà che nella stessa azienda la stessa prestazione sarà soggetta a diverse regole. Con questa atomizzazione del contratto di lavoro e con la atomizzazione degli intermediari la formazione chi la farà? Come si farà? Come si costruirà?
Noi avevamo colto un dato di fondo e cioè che bisognava liberalizzare, flessibilizzare, ma anche trovare dei momenti locali, regionali o provinciali per la formazione. Voi sapete bene che questo ha aiutato moltissimo la formazione di alcuni distretti - penso al distretto del salotto in alcune zone - produttivi che si sono fondati e sviluppati proprio sulla capacità delle regioni, delle province e degli enti locali di fare formazione in relazione a quello che serviva in quella zona: tutto questo salta.
Devo anche dire che noi abbiamo particolarmente a cuore il fatto che la flessibilità, la modernizzazione, la competitività ricevano delle risposte, non solo in termini di politiche, ma anche di valori. Questo è un dato di fondo; le scelte politiche, se non sono ispirate da valori, producono frantumazione sociale. L'Italia sta perdendo fiducia in se stessa - mi rivolgo ai colleghi che stanno ascoltando - e credo ci si debba rendere conto di ciò che sta accadendo.
I dissensi totali che ha registrato il disegno di legge finanziaria presentato dal Governo - cosa mai accaduta poiché non si è mai riusciti a scontentare tutti - è frutto, non solo del dissenso, ma anche del fatto che, attraverso questo tipo di operazioni, il paese non trova fiducia in se stesso perché non si vede valorizzato nella propria capacità di competere.
L'Italia non può competere riguardo alle materie prime, ai grandi investimenti industriali, ma per intelligenza, creatività, capacità, lavoro. Però, tutte queste qualità non sono da voi valorizzate. A questo
proposito volevo rivolgermi al collega Delbono, che noi ascoltiamo sempre con attenzione, in ordine ad un punto che ci ha visto dissenzienti. Onorevole Delbono, noi la ascoltiamo sempre perché è anche una persona competente; in questo caso ella ha fatto riferimento ad un dissenso basato sul merito, mentre, se non ho capito male un non detto - che a volte è più importante del detto -, dalla nostra parte vi sarebbe stato un dissenso basato sull'ideologia. Quali sono state le ragioni per cui non ci siamo trovati d'accordo su un emendamento che, se non ricordo male, ne riformulava un altro? Sono d'accordo con lei che si tratta di un meccanismo di riduzione del danno, però vi è un punto sul quale sarebbe bene che ci confrontassimo anche in futuro per trovare un indirizzo nel rispetto reciproco.
Il punto riguarda il meccanismo delle cosiddette cooperative spurie, cioè le cooperative di pulizia, di facchinaggio. In questi casi accade che, essendo stata eliminata la caratteristica di «distinto» - lei sa a cosa faccio riferimento -, se si legge la lettera d) dell'articolo 4-bis, vi si trova scritto che «il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l'esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie». In sostanza accade che, se viene a prevalere per questo tipo di cooperative spurie la qualità del socio rispetto a quella del lavoratore, il consiglio di amministrazione si riunisce e butta fuori il lavoratore. Non vengono ad essere più garantiti i suoi diritti all'interno di cooperative che, come quelle di facchinaggio e di pulizia, sono normalmente diffuse nel nostro paese. Di conseguenza, avendo visto non garantito il diritto di questo lavoratore, abbiamo votato contro l'emendamento in questione; su questo possiamo, naturalmente, avere opinioni diverse, ma il nostro era un giudizio di merito non ideologico.
I motivi che ci portano a votare contro il provvedimento in esame riguardano il modo in cui si fa flessibilità, modernità, come si costruisce competitività. La più grande forza di un paese sono le persone che vi abitano, le quali devono vedere dallo Stato, da un potere pubblico riconosciuto ed agevolato il loro percorso formativo. Quando, invece, frantumiamo il percorso formativo, i contratti di lavoro, la mediazione, dove sta il punto di riferimento complessivo del lavoro?
Un ragazzo, un giovane deve passare da un contratto all'altro: chi lo formerà? Quale dei vari soggetti che hanno un monopolio frantumato (scusate l'espressione apparentemente contraddittoria) del mercato del lavoro garantirà la formazione? Queste sono le ragioni per le quali siamo contrari.
Il nostro dissenso è su come si fa competitività, su come si realizza la modernità nel nostro paese. Non vi è modernità senza valorizzazione e garanzia dei diritti della persona, questo è il punto di fondo e lo dico agli amici cattolici che sono qui presenti e che, al riguardo, sono più attenti di noi; se si schiaccia la persona, se il lavoratore è merce, vi assicuro che non vi è modernità, ma un ritorno al passato. Questa è la nostra preoccupazione maggiore: state frantumando la società italiana, state perdendo credibilità, state togliendo la fiducia dell'Italia nelle sue forze, state mortificando i valori della persona umana. Questo è il dato di fondo che più ci espone.
Vorrei, inoltre, dire ai rappresentanti del Governo che il Governo stesso ha ricevuto altre 6 deleghe, se non sono ricordo male. Il Governo finora ha chiesto 50 deleghe, comprese le sei appena ricordate (se ho contato bene), ma ne ha adempiute soltanto due.
Il Governo sta accumulando un carico di lavoro che non riesce a smaltire e ciò determina un problema: quali sono i rapporti tra il Parlamento ed il Governo in questa legislatura? Spero che, prima o poi, si arrivi ad una riflessione di fondo in merito a tale aspetto perché stiamo assistendo ad un meccanismo caratterizzato da decreti-legge, deleghe, emendamenti completamente nuovi presentati all'ultimo momento, da una legge finanziaria che non esiste ancora.
PRESIDENTE. Onorevole Violante, concluda.
LUCIANO VIOLANTE. Tutto ciò bypassa completamento il Parlamento e la rappresentanza nazionale del paese. Questo vuol dire, ancora una volta, che si opera per frantumazione, per divisione e per rapporto con le corporazioni del paese. È la cosa più grave che emerge dal provvedimento in esame e che rivela una linea fallimentare, signor Presidente.
Si sta rivelando fallimentare non solo in Italia, ma in molte parti del mondo. Vi invitiamo a rivedere questa linea perché soltanto riunificando attorno a valori di fondo la società italiana, noi possiamo riprendere...
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Violante.
LUCIANO VIOLANTE. Presidente, mi scusi, ma in questo Parlamento la prassi è che, anche se i tempi sono terminati, le dichiarazioni di voto finale siano di dieci minuti.
PRESIDENTE. Siamo a quasi dieci minuti, presidente.
LUCIANO VIOLANTE. Ci siamo quasi, appunto. Per questo le dico che sto concludendo.
ANTONIO LEONE. Lo deve stabilire il Presidente!
PRESIDENTE. Prego, onorevole Violante, concluda.
LUCIANO VIOLANTE. Stavo affermando la necessità che si riprenda in mano la questione dei valori della società italiana. Dove va e qual è il piano strategico? L'avete frantumato, state contrattando con le singole corporazioni e questo mortifica il nostro paese. Noi intendiamo, invece, portare avanti un progetto che riguarda la costruzione della fiducia dell'Italia in se stessa.
Questa è la ragione profonda di differenza tra voi e noi anche in merito al provvedimento in esame (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Villetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, la nostra contrarietà al disegno di legge in esame non nasce da una valutazione di principio sull'introduzione della flessibilità, neanche dal processo di diversificazione delle forme contrattuali o di estensione di quelle che esistono. Siamo del parere che, anzi, in questa direzione bisogna muoversi con grande spirito innovativo. Non ci convincono, tuttavia, le modalità con cui è stato gestito, a livello di lavoro parlamentare, il provvedimento in esame.
È stata persa un'occasione perché si poteva fare un lavoro comune, fornire una risposta più compiuta ad alcune esigenze che anche noi riconosciamo fondate. Noi Socialisti ci riconosciamo in molte parti del Libro bianco redatto da Biagi.
Esiste un problema e mi rivolgo sia al signor ministro Maroni sia al sottosegretario Sacconi: nel momento in cui si dà una forte dose di flessibilità, vi è la parallela necessità di accrescere gli ammortizzatori sociali e la formazione. Se si procede solo in questa direzione, senza accompagnarla da altri interventi molto forti nel campo degli ammortizzatori sociali e della formazione, avremo uno squilibrio reale e la flessibilità diventerà veramente precarietà.
Questa è, secondo me, una visione riformista, non solo quella della modifica di un pezzo, ma di diversi pezzi, in modo da fornire una risposta.
Guardate, onorevoli colleghi, - e mi avvio alla conclusione - questo senso di insicurezza e di incertezza che nasce nelle nuove generazioni è molto forte e noi dobbiamo sapere che quando introduciamo maggiore flessibilità, dobbiamo prevedere qualcosa che risponda a questo senso di insicurezza.
Questo è il senso del nostro voto contrario sul provvedimento, che non vuole
essere assolutamente contro l'innovazione del mercato del lavoro, ma vuole essere diretto ad un disegno organico e riformista, in cui tale innovazione non crei i problemi, ma li risolva (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Potenza. Ne ha facoltà.
ANTONIO POTENZA. Signor presidente, onorevoli colleghi, non posso non essere d'accordo con l'intervento svolto dall'onorevole Violante. Anch'io vorrei segnalare come il Governo abbia superato, in questa occasione, se stesso; infatti occorre valutare come, dall'inizio della legislatura, attraverso una serie di decreti-legge e leggi delega, di fatto la funzione legislativa sia attestata impropriamente presso l'esecutivo. In questo caso, come ricordavo, il Governo è andato al di là, facendosi attribuire una serie di deleghe sull'intera materia del lavoro, approfittando di una maggioranza dell'Assemblea che, a volte, non si rende conto dello stravolgimento istituzionale che tutto questo comporta.
Nel merito devo dire che, per quanto la delega sia a «maglie larghe» e, quindi, molto dipenderà dai decreti legislativi attuativi al fine di un giudizio definitivo, già oggi si sentono segnali di pericoloso superamento di alcune garanzie dei lavoratori, che pure erano state conquiste formidabili del movimento sindacale e delle civiltà occidentali.
Si leggono tra le righe anche possibili incursioni sul versante delle problematiche interessanti in modo particolare il Mezzogiorno d'Italia.
Ci auguriamo che la buona intenzione di ammodernare le regole del mercato del lavoro offra occasioni per accrescere l'occupazione al sud d'Italia e non per introdurre meccanismi penalizzanti nei confronti dei lavoratori meridionali. Per questi dubbi, non possiamo che esprimere un voto contrario sul provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.
ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'onorevole Campa ha avuto la bontà di chiamarmi in causa e quindi tengo particolarmente a ribadire le ragioni per le quali questa legge è inaccettabile. Essa liberalizza le forme di collocamento di rapporto all'interno del mercato del lavoro senza limiti; crea confusioni e toglie vincoli, nonché soprattutto protezione nei confronti della figura debole rappresentata dal lavoratore.
Si ampliano a dismisura le forme di lavoro, da quello a chiamata sino addirittura all'affitto a tempo indeterminato; per fortuna ne sono usciti almeno i disabili. Lo dico perché qui gli argomenti avanzati dall'onorevole Buontempo sono già stati esaustivi circa la gravità di questa legge. Questa non è flessibilità: è deregolazione selvaggia, per di più con l'attribuzione di compiti a enti bilaterali e ad organizzazioni che non hanno una rappresentanza pubblica e che creerà inevitabilmente forme di consociativismo e di corporativismo, perché colloca le organizzazioni rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro in un ruolo di controllore-controllato determinando un gravissimo problema.
Alla liberalizzazione selvaggia e senza regole si collegano contemporaneamente un ruolo delle organizzazioni improprie ed una sorta di ruolo parastatale per forme che nascono in realtà dai contratti di lavoro. Il lavoratore per di più...
PRESIDENTE. Onorevole Grandi, la prego di concludere.
ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, al lavoratore per di più viene inibita, attraverso la certificazione, la possibilità di adire la magistratura. È un ulteriore mattone che viene portato sulla creazione di una giustizia ingiusta in questo paese. L'unica risposta quindi a tale complesso di disposizioni è rappresentato da un voto contrario.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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