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GIANNI VERNETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come primo firmatario della risoluzione sulla «questione tibetana» voglio innanzitutto ringraziare tutti i gruppi parlamentari che in questi giorni hanno compiuto uno sforzo notevole per giungere alla definizione di un documento oggi largamente condiviso da tutto il Parlamento.
La risoluzione che ci accingiamo a votare è sicuramente un fatto storico che restituisce un protagonismo internazionale all'Italia sul tema della difesa dei diritti umani, politici e religiosi.
Il Tibet rappresenta un ferita per la comunità internazionale, che per troppo tempo ha dimenticato la lotta non violenta del Dalai Lama per la democrazia e la libertà del suo popolo.
Può apparire anomalo discutere oggi di democrazia e libertà in Cina e in Tibet, in un contesto internazionale di forte turbolenza geopolitica.
Molti paesi sono impegnati su «altri fronti»: la lotta internazionale per sconfiggere il terrorismo, i nuovi venti di nuova guerra in Medio Oriente.
Non è anomalo invece discutere di Tibet. Il Tibet è una questione che riveste una drammatica attualità.
Vorrei, prima di entrare nel merito della risoluzione, ricordare alcuni fatti storici.
Il Tibet fu invaso e occupato nel 1949 e 1950 dalle forze armate del regime di Pechino ed è tuttora occupato e la lotta di resistenza del popolo tibetano negli anni '50 e '60 provocò la morte di oltre un milione di tibetani, cioè di oltre un quinto della popolazione di allora.
L'occupazione militare provocò la distruzione di oltre 6.000 monasteri tibetani, l'incendio di centinaia di biblioteche, il saccheggio di templi, la razzia di tesori religiosi e culturali, le esecuzioni sommarie di decine di migliaia di tibetani eseguite dalle guardie rosse durante la cosiddetta rivoluzione culturale.
Dopo anni di silenzio, nel 1987-88 riprendono le manifestazioni di protesta contro l'occupazione cinese, alle quali fa seguito una violenta repressione scatenata dalle autorità di Pechino che imporrà poi la legge marziale nel 1989 e nel 1990.
La massiccia opera di colonizzazione di centinaia di migliaia di cinesi sta pesantemente alterando l'equilibrio demografico in Tibet, e rischia di rendere i tibetani minoranza nel loro stesso paese.
Nonostante tutto ciò il Dalai Lama e gli organismi democratici della diaspora tibetana (il Parlamento e il Governo tibetano in esilio in India) hanno in modo sistematico optato per il rifiuto della lotta armata e per la scelta della lotta pacifica e non violenta.
I fondi che vengono inviati a Dharamsala (sede del Governo tibetano in esilio) dalle organizzazioni umanitarie di tutto il mondo, vengono esclusivamente utilizzati per preservare l'identità, la lingua, la cultura, l'arte e la tradizione tibetana, sempre più minacciate dalla repressione cinese.
In questi 50 e più anni il Tibet ha sofferto tremendamente e ancora oggi nelle carceri cinesi sono rinchiusi, senza garanzie giuridiche, centinaia di prigionieri politici, perlopiù religiosi, fra i quali il Panchen Lama, un monaco bambino scomparso oramai da anni.
Con questo documento proponiamo un percorso per risolvere il dramma tibetano: la strada del dialogo e del negoziato fra le parti.
Voglio esprimere un giudizio positivo in merito ai recenti contatti avviati fra il Governo cinese ed i rappresentanti del Dalai Lama, ma auspico che questi si trasformino quanto prima in un vero e proprio negoziato diretto fra il Governo cinese e il Governo tibetano in esilio con l'obiettivo di definire un nuovo statuto che garantisca la piena autonomia per il Tibet in seno alla Repubblica popolare cinese.
Il Governo, una volta approvata questa risoluzione, dovrà fare proprie le importanti
risoluzioni del Parlamento Europeo del 6 luglio 2000 e dell'11 aprile 2002, che individuano come legittimi rappresentanti del popolo tibetano il Dalai Lama, il Governo e il Parlamento tibetano in esilio.
Il Governo dovrà, inoltre, adottare, nel quadro delle risoluzioni sopra richiamate del Parlamento europeo, tutte le iniziative possibili nei confronti della Repubblica popolare cinese affinché, attraverso il dialogo, si creino le condizioni per l'apertura di negoziati fra Pechino e il Dalai Lama e il Governo tibetano in esilio, finalizzati alla realizzazione di un nuovo statuto per il Tibet che garantisca la piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale.
Con questa risoluzione approvata, il Governo italiano dovrà invitare il Governo cinese a riconoscere e rispettare pienamente i fondamentali diritti politici, sociali e culturali delle minoranze religiose, etniche e di altro genere nonché le loro specificità culturali, compresa la libertà di culto.
Infine, il Governo italiano, una volta approvata questa risoluzione si dovrà adoperare presso la Commissione europea affinché nomini un osservatore della Unione europea, per la questione tibetana.
Mi si consenta, Presidente e onorevoli colleghi, un'ultima riflessione, anche in seguito al recente e positivo ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio (WTO).
Il libero mercato è totalmente incompatibile con un sistema dirigistico, centralistico e illiberale quale quello cinese.
Approvando questa risoluzione, e con l'occasione dichiaro ovviamente il voto favorevole del mio gruppo, la Margherita-Democrazia e Libertà-l'Ulivo, il Parlamento italiano dà un importante contributo per l'affermazione della libertà e della democrazia in un paese, quale la Cina, nel quale vive un quinto della popolazione mondiale.
PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. La risoluzione che oggi anche Forza Italia sottoscrive, interviene in un momento estremamente delicato dei rapporti tra il Governo cinese ed i rappresentante della comunità spirituale tibetana.
Se è vero, come è certamente vero, quanto afferma il Dalai Lama, e cioè che si deve essere assai più interessati al presente ed al futuro piuttosto che al passato, allora occorre cercare di comprendere in quale cornice deve oggi inscriversi la presente risoluzione.
Il 20 settembre di questo anno due emissari del Dalai Lama, Lodi Gyaltsen Gyiari e Kelsan Gyaltsen si sono recati a Pechino, accompagnati da due assistenti, per riallacciare i contatti con il governo cinese, interrotti nel 1993. Questo incontro, sebbene non risolva certamente i gravi problemi della situazione tibetana, denota tuttavia una volontà di distensione da parte del governo cinese nei confronti del dignitario tibetano.
Del resto questa speranza di intesa era serpeggiata anche nell'ultimo discorso ufficiale del Dalai Lama in occasione del quarantatreesimo anniversario dell'insurrezione del popolo tibetano, pronunciato il 3 marzo di quest'anno.
Il Dalai Lama affermava infatti: «Spero sinceramente che la dirigenza cinese troverà il coraggio, la saggezza e la visione per poter risolvere il problema tibetano attraverso dei negoziati. Non solo sarebbe utile per creare un'atmosfera politica che aiuterebbe una transizione morbida della Cina verso una nuova era, ma» - sosteneva il Dalai Lama - «migliorerebbe anche la sua immagine internazionale».
Io ritengo che il Dalai Lama abbia ragione. In effetti una distensione dei rapporti con il Tibet potrebbe significare per la Cina un miglioramento dei rapporti con le popolazioni dei paesi vicini e forse anche un risanamento delle relazioni sino-indiane.
Esistono dunque dei segnali positivi, segnali positivi che la forte mobilitazione internazionale in atto in Europa, negli Stati Uniti ed in Canada deve sostenere, da una parte affermando la necessità di far rispettare i diritti umani e dall'altra tenendo sempre aperta la via del dialogo.
È necessario essere ben fermi nel chiedere il rispetto dei diritti umani, chiederlo
risolutamente e senza imbarazzo; con orgoglio posso dire da liberale, ché non ci sono mai, per noi liberali, tempi nei quali certe richieste diventano tabù in ossequio a qualche Realpolitik o sono sottaciute anche semplicemente in ossequio alla, sempre più fastidiosa, nozione del politicamente corretto. Per noi l'affermazione dei diritti umani è una bandiera e non possiamo per nessuna ragione sottrarci dal difenderla.
Tuttavia, nessuna esibizione di facciata potrà mai farci perdere il senso di responsabilità indispensabile perché si realizzi un'autentica intesa che possa dare origine a quanto auspica la popolazione tibetana: non l'indipendenza dalla Cina, ma l'opportunità di preservare la propria civiltà e la propria peculiare cultura, religione, lingua, perché il proprio stile di vita possa svilupparsi e continuare ad esistere.
Non si può, per altro, non considerare il fatto che il governo di un paese di oltre un miliardo e duecento milioni di abitanti possa trovare delle inerzie e delle pesantezze rilevanti sulla strada di quelle riforme politiche necessarie per un adeguamento ai cambiamenti avvenuti nel campo dell'economia nel senso di una progressiva liberalizzazione.
Vorrei concludere con le parole pronunciate da Dalai Lama in occasione della cerimonia di del conferimento del Premio Nobel per la pace: «E di poca utilità tentare di risolvere un problema, se così facendo se ne crea un altro altrettanto grave. In realtà, quindi, non abbiamo nessuna alternativa: dobbiamo sviluppare una consapevolezza di responsabilità universale non solo nel senso geografico ma anche per quanto riguarda i diversi problemi presenti nel nostro pianeta. Ci sono sempre dei modi in cui possiamo lavorare coscientemente a sviluppare sentimenti d'amore e di benevolenza. Per alcuni di noi, il modo più efficace di farlo è attraverso la pratica religiosa. Per altri può esserlo attraverso pratiche non religiose. Ciò che è importante è che ciascuno di noi faccia un sincero sforzo di assumere sul serio la propria responsabilità per ciascun altro e per tutti gli altri».
Con questo spirito sottoscriviamo la risoluzione presentata ed esprimeranno su di essa un voto favorevole.
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