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ALBERTO ARRIGHI. Ed è proprio riguardo all'insieme dei suddetti aspetti che i nostri consumatori nutrono i maggiori dubbi e timori in ordine ai rischi che potrebbero derivare a seguito dell'impiego di organismi transgenici.
I consumatori, insomma, non ritengono la produzione di organismi geneticamente modificati una tecnologia di cui fidarsi e, soprattutto, a cui affidarsi in un campo delicato quale l'alimentazione.
In altre parole, il consumatore teme che gli organismi geneticamente modificati possano definitivamente alterare il rapporto che lega l'agricoltura al territorio, alle identità locali ed alle tradizioni alimentari e culturali.
Se e quanto tali timori siano giustificati è difficile dirlo. Di certo non possono e
non devono essere ignorati anche perché il suddetto atteggiamento del consumatore non è il frutto estemporaneo di paure irrazionali, ma il risultato di una evoluzione della domanda che è propria delle società avanzate.
L'attenzione del consumatore alla qualità nella sua accezione più vasta è, infatti, un punto a cui si arriva e dal quale non si torna indietro.
D'ora in avanti vi è, infatti, da attendersi che il consumatore sia sempre più attento, esigente ed informato e, quindi, sempre meno disposto ad accettare prodotti o processi produttivi rispetto ai quali possa nutrire sospetti o timori.
Chi è favorevole agli organismi geneticamente modificati sostiene che i timori del consumatore siano frutto della disinformazione se non, addirittura, di una mirata campagna di contro-informazione.
Eppure giornali e televisioni, quando parlano degli organismo geneticamente modificato lo fanno, soprattutto, in termini positivi. Eppure le multinazionali interessate alla produzione di organismi transgenici non lesinano risorse da destinare a campagne di immagine in favore degli organismi geneticamente modificati (dalla campagna mondiale sul golden rice, alle continue mobilitazioni di scienziati, fino all'esempio nostrano del libricino «informativo» stampato in sessantamila copie da Assobiotech e distribuito a tutti i medici di base...).
Da quanto finora detto risulta evidente che la produzione e l'immissione in commercio di organismi transgenici genera contrapposizioni e conflitti di interesse forti: a livello produttivo tra i coltivatori di organismi geneticamente modificati e gli agricoltori convenzionali; a livello commerciale tra i produttori di organismi geneticamente modificati e la stragrande maggioranza dei consumatori.
Ciò perché la questione stessa degli organismi geneticamente modificati si fonda su un conflitto di interesse tanto grande quanto evidente. Il nodo di tutta la vicenda - e qui ritorniamo al problema della brevettabilità e quindi del recepimento della direttiva 98/44 - è, infatti, costituito dalla richiamata decisione di estendere il brevetto industriale alle scoperte genetiche maturata, come già detto, nel quadro dell'accordo conclusivo dell'Uruguay Round.
Grazie a ciò, i produttori di organismi transgenici, come abbiamo visto, hanno avuto la possibilità di divenire proprietari in via esclusiva delle loro scoperte e di tutte le utilizzazioni da esse derivate.
Forti di ciò le poche multinazionali che, nel mondo, operano nel settore della produzione degli organismi geneticamente modificati si sono contestualmente impegnate nell'acquisizione delle principali ditte sementiere.
L'obiettivo strategico di tale modo di procedere è evidente: sostituire le sementi tradizionali con quelle transgeniche sulle quali detengono i diritti di brevetto, acquisendo, così, il controllo del mercato di tali, importanti fattori produttivi e, quindi, della produzione agricola a livello mondiale.
Ed ecco il conflitto di interessi di cui parlavamo prima e attorno al quale ruota l'intera questione della produzione e dell'impiego degli organismi transgenici in agricoltura: da un lato le imprese multinazionali, per le quali la produzione degli organismi geneticamente modificati è sicuramente un affare, e la grande maggioranza dei consumatori per i quali non sembra derivare alcun particolare vantaggio dalla diffusione di questi prodotti che, peraltro, risultano essere, in molti casi, sgraditi o visti con sospetto.
Il problema, tuttavia, non è solo economico, ma anche politico. Grazie alla brevettabilità delle scoperte genetiche si stanno, infatti, creando le condizioni affinché il controllo di un settore strategicamente importante come l'agricoltura si trasferisca dagli Stati - e, di conseguenza, dai popoli che in essi risiedono - ad un ristretto numero di soggetti privati, quali sono le multinazionali interessate alla produzione di organismi transgenici.
I suddetti problemi politici e di controllo strategico generano contrapposizioni difficili da superare. Ciò non significa,
tuttavia, che non si possa e non si debba cercare un punto di incontro e di equilibrio tra i diversi interessi in campo.
Anche per questo motivo è necessario che si giunga quanto prima alla definizione di una linea di indirizzo chiara, riguardo alla possibilità che l'agricoltura italiana abbia ad aprirsi o meno alle coltivazioni transgeniche. Il che significa anche - e soprattutto - acquisire la consapevolezza che i problemi delle applicazioni biotecnologiche in agricoltura, per la loro complessità e particolarità, devono essere sempre e comunque oggetto di specifiche valutazioni e che, pertanto, non si può perseverare nell'errore commesso con la direttiva 98/44 di non prevedere, all'interno delle norme di carattere generale, gli spazi e - perché no - le deroghe necessarie a modulare le stesse norme in funzione delle legittime esigenze e delle reali caratteristiche dell'agricoltura.
Il problema è quanto mai attuale in questo momento nel quale l'attività legislativa comunitaria in materia di organismi transgenici e di biotecnologie è particolarmente vivace e vede, purtroppo, il ripetersi dello stesso modo di procedere adottato per la direttiva 98/44 anche nella messa a punto di altre importanti norme comunitarie; prima fra tutte il regolamento sul cosiddetto «food and feed» che sembra, ancora una volta, limitarsi a dettare norme di carattere generale, senza tenere in debito conto le peculiarità dell'agricoltura.
Un dato negativo, questo, che sembra, purtroppo, riprodursi anche nel modo in cui sta prendendo forma il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2001/18: altra norma di fondamentale importanza ai fini della produzione e dell'impiego di organismi transgenici, nella quale le esigenze e le caratteristiche dell'agricoltura sembrano colpevolmente trascurate.
Su un tema di straordinaria rilevanza come quello delle biotecnologie, il perdurare di una situazione di sostanziale disattenzione riguardo alle peculiarità ed al ruolo strategico dell'agricoltura rischiano di esporre il settore al rischio di veder compromesso il suo futuro sviluppo economico e produttivo.
Sotto il profilo economico, commerciale e politico appare, infatti, evidente che, dall'apertura al transgenico, l'agricoltura italiana ha molto più da perdere che da guadagnare.
Non fosse altro perché con l'introduzione degli organismi transgenici la nostra agricoltura perderebbe in tipicità e, di conseguenza, sarebbe maggiormente esposta alla concorrenza da parte dei paesi terzi.
Nell'attuale quadro, dominato dall'avanzamento del processo di globalizzazione, il mantenimento delle tipicità e delle identità territoriali assume un rilievo strategico particolare.
Il futuro dell'agricoltura italiana non si gioca, né si può giocare, sul piano della competitività pura e semplice (costi di produzione) e della concorrenza aperta a livello mondiale, ma sul terreno della valorizzazione delle nostre peculiarità.
Solo valorizzando e preservando le tante diverse identità in cui si articola la nostra agricoltura sarà, infatti, possibile creare i presupposti, affinché ciascuna di esse possa ricavarsi una dimensione propria e, quindi, possa essere riconosciuta ed apprezzata dal mercato.
Questi motivi dovrebbero essere, già di per sé, sufficienti a giustificare la scelta di una agricoltura italiana libera dalla presenza degli organismi transgenici.
Una tale scelta non può, tuttavia, essere imposta, ma, per essere adottata, deve essere condivisa dalla maggioranza, sia degli addetti ai lavori, sia dei cittadini. A tal fine è, dunque, giunto il momento che il Parlamento fornisca indicazioni chiare riguardo ai percorsi di sviluppo che, in materia di organismi transgenici, dovranno essere seguiti, nel prossimo futuro, dalla nostra agricoltura.
Una tale indicazione è di fondamentale importanza perché è oramai evidente che dalla scelta di aprire o meno alla produzione di organismi transgenici dipenderanno sia i futuri assetti produttivi e commerciali della nostra agricoltura, sia la
possibilità per i governi ed i cittadini di domani di continuare a mantenere il controllo strategico del settore.
LUANA ZANELLA. Come si accennava nel consentire la brevettazione di piante, animali e parti del corpo umano si rischia di consegnare il patrimonio genetico - che appartiene alla collettività umana - nelle mani di poche industrie, con l'effetto che la ricerca scientifica sia finalizzata non tanto al benessere collettivo, quanto piuttosto ad un mero sfruttamento economico e commerciale.
La direttiva europea in esame si inserisce quindi a pieno titolo in quello che rappresenta il vero nuovo business del terzo millennio, ossia quello delle nuove biotecnologie, che sono sempre più presenti nella nostra vita quotidiana, pur non essendo sufficientemente collaudate (nella Convenzione sulle biodiversità si fa espresso riferimento al principio della precauzione neppure menzionato nella direttiva 98/44).
Il provvedimento in esame, inoltre, non prevede che debbano essere note le valutazioni dei rischi (pensiamo per esempio all'impatto degli organismi geneticamente modificati nel breve, medio e lungo periodo sulla salute umana sui sistemi ecologici, sui sistemi agrari) al momento della richiesta del brevetto.
Il Parlamento italiano ha in questi anni espresso per ben tre volte un parere negativo sulla direttiva: con il documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sulle biotecnologie, in Commissione agricoltura della Camera nella XIII legislatura; con la risoluzione firmata all'unanimità in Commissione affari sociali alla Camera (10 marzo 1998); con l'ordine del giorno del Senato del 10 marzo 1998, firmato da tutti i capigruppo di maggioranza, che impegnava ad «attivarsi affinché venga sospesa l'emissione della direttiva fino alla sua radicale rielaborazione». Va ricordato ancora una volta che non sono per nulla chiari gli impatti sanitari e ambientali, troppo poco approfonditi soprattutto a medio e a lungo termine, nonché i numerosi problemi etici che ne derivano.
Questi aspetti, peraltro, vanno ben oltre i meri parametri commerciali che al fondo ispirano la direttiva e più in generale tutta questa materia.
L'aumento, che presumibilmente avverrà, della diffusione nell'ambiente di organismi geneticamente modificati (OGM), conseguente all'applicazione di questa direttiva, sarà causa di inevitabili maggiori rischi, a tutt'oggi ancora troppo poco prevedibili per: la salute (non si conoscono gli effetti delle modificazioni genetiche nel tempo e nello spazio); l'ambiente (modificazione radicale degli equilibri naturali creatisi nei millenni); l'economia ed i rapporti socio-culturali del mondo. La scelta di alcune, poche specie di maggiore rendimento, imposta dalle industrie detentrici dei brevetti, sarà peraltro causa di una forte riduzione della biodiversità. Saranno penalizzati i paesi più poveri, con il rischio più che concreto di far aumentare ancora di più la loro dipendenza dai paesi industrializzati, possessori delle tecnologie e dei brevetti. Le società multinazionali, attraverso i brevetti organizzano infatti un sistema di controllo delle sementi del pianeta che rischia di strangolare ancora di più le economie dei paesi del terzo mondo.
Rammentiamo che la Convenzione sulle biodiversità (Rio de Janeiro 1992), ratificata dall'Italia con legge n. 124 del 1994, sottolinea espressamente l'esigenza di una ripartizione giusta ed equa dei benefici economici derivanti dalla utilizzazione delle risorse genetiche, attraverso un accesso alle risorse stesse e un trasferimento di tecnologie, anche di quelle sottoposte a brevetto, ribadendo con forza che gli Stati «hanno diritti sovrani sulle loro risorse biologiche». La sovranità degli Stati sulle loro risorse genetiche è stata ulteriormente ribadita con una risoluzione dall'Assemblea congiunta ACP-E.U. in Belgio il 24 settembre 1998 (ACP è la sigla che riunisce 71 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico ). E sempre in questa direzione va il Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura, adottato nel 2001 dalla Conferenza della FAO. È un trattato molto
importante - l'Italia lo ha firmato e sottoscritto lo scorso 6 giugno, ora deve ratificarlo - per la tutela delle risorse genetiche vegetali, che mira ad introdurre maggiore trasparenza ed a garantire maggiore accesso per i paesi più poveri al mercato globale delle sementi. In sostanza l'accesso a queste risorse e anche ai geni di queste piante non viene inibito dalla proprietà intellettuale, ma rimane libero, con l'obiettivo di garantire che in futuro resti disponibile la diversità delle risorse fitogenetiche per l'alimentazione e l'agricoltura. Un primo passo - questo del Trattato FAO - per la tutela della biodiversità agricola, in una prospettiva rivolta al raggiungimento della piena sovranità alimentare dei paesi in via di sviluppo, con l'obiettivo non ultimo di ripartire equamente i benefici derivanti dalle attività legate alle risorse genetiche.
Biotecnologie, brevettabilità di piante e animali, difesa delle biodiversità e accesso equo alle risorse genetiche sono tutti aspetti tra loro inscindibili. Il testo del disegno di legge così come uscito dopo il dibattito in Commissione della Camera, se da un lato ha introdotto alcuni miglioramenti (per fare solo tre esempi: l'impegno a rispettare gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Oviedo del 1997 per la protezione dei diritti dell'uomo; l'obbligo di dichiarare la provenienza del materiale biologico che sta alla base dell'invenzione e il rispetto della legislazione d'accesso e di esportazione; l'obbligo per il futuro decreto legislativo dell'acquisizione del parere delle competenti Commissioni parlamentari), dall'altro ha introdotto dei peggioramenti circa la possibilità di brevettazione, in quanto più estensivi rispetto alla direttiva 98/44. Basti pensare alla possibilità di brevettare materiale biologico anche se preesistente allo stato naturale (autorizzando in definitiva a brevettare qualunque cosa) o alla possibilità di brevettare qualsiasi applicazione nuova di un prodotto già brevettato.
Rimane comunque a monte la valutazione fortemente critica e contraria rispetto alla brevettabilità degli organismi viventi e ad un mercato delle biotecnologie dominato da poche grandi società multinazionali private. Da qui l'esigenza che la Commissione europea riconsideri l'intera materia.
Va riaperta in Europa la discussione sulla attuale disciplina dei diritti di proprietà intellettuale e sul regime brevettuale al fine di assicurare un regime di protezione efficace ed equilibrato e di rivedere a livello comunitario tutta la materia delle manipolazioni genetiche e del loro sfruttamento commerciale.
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