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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia sulla promozione e protezione degli investimenti, con Protocollo, fatto a Roma l'8 marzo 2000, che la III Commissione (Affari esteri) ha approvato ai sensi dell'articolo 79, comma 15, del regolamento.
La ripartizione dei tempi è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Deodato.
GIOVANNI DEODATO, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'accordo tra l'Italia e la Slovenia sulla promozione e protezione degli investimenti, che è stato siglato a Roma l'8 marzo 2000, costituisce l'ultima di una serie di intese stipulate dall'Italia con i paesi sorti dalla disgregazione dell'ex Jugoslavia, tese a stabilire un appropriato quadro giuridico di riferimento a garanzia degli imprenditori italiani che operano in quell'area.
Tra il 1996 ed il 2001 sono stati già stipulati altri accordi sulla promozione degli investimenti con la Repubblica federale jugoslava, con la Croazia, con la Bosnia Erzegovina e con la Repubblica macedone; con i medesimi paesi e con la stessa Slovenia sono stati, peraltro, stipulati appositi accordi per prevenire le doppie imposizioni.
Sotto altro profilo, dagli incontri che si sono tenuti a Lubiana lo scorso luglio tra una delegazione della Commissione affari esteri della Camera dei deputati ed i rappresentanti del Parlamento e del Governo sloveno, è emerso che una delle priorità strategiche di questo paese è costituita dal miglioramento delle relazioni bilaterali con i paesi confinanti e con gli altri che risultano dallo smembramento dell'ex Iugoslavia. Una grande rilevanza assume, quindi, proprio l'intensificazione della cooperazione economica con l'Italia, anche alla luce della collaborazione già sviluppata con alcune regioni italiane; si fa presente che l'Italia è il secondo principale partner commerciale sloveno. Quindi, l'entrata in vigore dell'accordo favorirà l'auspicata moltiplicazione degli investimenti italiani in Slovenia. È utile, inoltre, ricordare che, nell'ambito degli ottimi rapporti diplomatici con la Slovenia, l'Italia ha fattivamente sostenuto la candidatura di questa giovane Repubblica per entrare a
far parte sia dell'Unione europea, già dal prossimo allargamento, sia della NATO.
In base agli articoli 1, 2 e 3 del presente accordo le parti si impegnano ad assicurare sul proprio territorio piena protezione agli investitori dell'altra parte, astenendosi da provvedimenti arbitrari o discriminatori e garantendo un trattamento non meno favorevole di quello riservato ai propri cittadini o agli investitori di paesi terzi; la protezione degli investimenti, poi, secondo gli articoli 4 e 5 dell'accordo, è assicurata dal previsto risarcimento dei danni derivanti da guerre o da stati di emergenza a carico della parte nel cui territorio si verifichino tali eventi. Gli investimenti effettuati non potranno, poi, essere oggetto di espropriazione, di requisizioni o di misure similari, se non per motivi di interesse nazionale, in conformità alla legge e dietro equo indennizzo. È anche garantito dall'articolo 6 il diritto per l'investitore dell'altra parte a trasferire all'estero, dopo aver assolto gli obblighi fiscali, tutti i capitali investiti e guadagnati; gli articoli 9 e 10 prevedono le procedure arbitrali per la composizione delle controversie insorte nell'esecuzione dell'accordo e un protocollo aggiuntivo reca precisazioni utili in sede di interpretazione.
La durata dell'accordo, per effetto dell'articolo 14, è prevista in dieci anni, trascorsi i quali esso resterà in vigore per altri cinque anni, salvo denuncia di una delle parti. I tre articoli del disegno di legge in esame recano rispettivamente l'autorizzazione alla ratifica, l'ordine di esecuzione e l'entrata in vigore. Non sono previsti maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato; ad eventuali maggiori spese si farà fronte con appositi provvedimenti legislativi oppure con gli ordinari stanziamenti di bilancio. Sul piano tecnico-normativo l'accordo non sostituisce alcun accordo previgente in materia e non incide su leggi e regolamenti vigenti.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, nell'ultima riunione della Commissione, quando è stato approvato questo disegno di legge, l'onorevole Valdo Spini ha auspicato che il Ministero degli affari esteri fornisse precisazioni in merito allo stato delle relazioni tra il nostro paese e la Slovenia. Colgo, quindi, brevemente l'occasione per riassumere quanto richiesto dall'onorevole Spini.
In linea generale, i rapporti bilaterali sono andati consolidandosi negli ultimi anni, soprattutto con riferimento ad alcuni sviluppi concreti, tra i quali: l'approvazione da parte del nostro Parlamento, nel febbraio dell'anno scorso, della legge di tutela della minoranza slovena in Italia, provvedimento fortemente atteso da parte slovena; (il previsto comitato paritetico ha tenuto la sua prima riunione il 19 giugno ultimo scorso); l'intesa tra i porti di Trieste e Capodistria per la gestione del molo n. 7 del primo, presupposto per la creazione di un sistema interportuale dell'alto Adriatico, che verrebbe esteso anche a Monfalcone ed a Fiume, concorrenziale con i porti del nord Europa per i traffici con l'Europa dell'est; l'individuazione del tracciato del collegamento ferroviario fra Italia e Slovenia nel quadro del corridoio n. 5, (la linea ferroviaria che collegherà Barcellona con Kiev, che dovrebbe servire i porti dell'alto Adriatico nonché promuovere lo sviluppo della dell'area a cavallo del confine); l'approfondimento della cooperazione nell'ambito di diverse iniziative a livello regionale, quali la Quadrangolare, l'Iniziativa Adriatica e l'Iniziativa Centroeuropea (INCE); la creazione di pattuglie miste incaricate di sorvegliare il confine italo-sloveno quale misura per intensificare la lotta all'immigrazione clandestina.
Inoltre, in tema di beni degli esuli italiani dall'Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia, un tema molto sentito, sono venute delineandosi fattispecie che esulano dal disposto degli accordi in vigore - Trattato di Osimo e Trattato di Roma -, il cui rispetto non può essere messo in discussione. Su queste fattispecie, sta lavorando a Roma un'apposita commissione giuridica istituita nel dicembre scorso che dovrebbe concludere i propri lavori prossimamente.
Quindi, sarà cura del Governo italiano riprendere contatto con il Governo sloveno su questa materia.
Ci attendiamo che Lubiana continui a porre una particolare attenzione alla piena attuazione nella legislazione interna del principio della non discriminazione sulla base della nazionalità, parte del patrimonio comune europeo. Inoltre, riteniamo indispensabile continuare a guardare alle rispettive minoranze come ad un ponte tra le nostre realtà nazionali, una fonte di comune arricchimento culturale. Per parte nostra, abbiamo mostrato una speciale e sempre crescente attenzione per le esigenze della minoranza slovena in Italia e, al riguardo, ci siamo dotati nel 2001 di una nuova legge, la n. 38, ad essa esclusivamente dedicata.
I rapporti economici li ha già esplicitati il relatore, ma molto attive sono state negli ultimi anni le imprese italiane nelle partecipazioni a gare di appalto per la realizzazione di progetti infrastrutturali, malgrado una certa ostilità da parte di imprese locali forti di appoggi politici e di una stampa a volte critica nei confronti degli stranieri ed, in particolare, nei confronti del nostro paese. Inoltre, il nostro paese è interessato ad approfondire la cooperazione economica e segue con attenzione i processi di liberalizzazione e di privatizzazione dell'economia slovena, incluso il settore bancario. In proposito, occorre che tali processi avvengano con il massimo di trasparenza. Dalle autorità slovene ci attendiamo un atteggiamento di sincera apertura verso gli investimenti italiani e internazionali quale strumento strategico di cooperazione e crescita condivisa nell'ottica dei principi del mercato europeo.
Per quanto attiene ai rapporti culturali con la Slovenia tali relazioni sono regolate dal nuovo accordo culturale, firmato l'8 marzo 2000 e dal primo protocollo esecutivo culturale, firmato a Roma il 20 ottobre del 1994 sulla base del vecchio accordo del 1960 e scaduto nel 1999. In occasione delle firme del nuovo accordo culturale è stato concordato il programma di collaborazione culturale per gli anni 2001-2004. In campo scientifico è in vigore l'accordo di cooperazione scientifica e tecnologica firmato a Lubiana il 4 febbraio 1998, con il relativo protocollo esecutivo concluso il 13 aprile 1999, di validità triennale. Il rinnovo è previsto a Roma entro quest'anno. Si registra un'ampia diffusione della lingua e della cultura italiana in Slovenia soprattutto nelle aree del litorale. L'istituto di cultura è presente a Lubiana dal 1999. Nell'ambito della cooperazione interuniversitaria per l'anno accademico 2001-2002 l'Italia ha offerto 56 mensilità di borse di studio a cittadini sloveni e 36 a cittadini appartenenti alla minoranza italiana. Tale impegno è stato confermato per l'anno accademico 2002-2003. Per quanto riguarda la tutela del patrimonio culturale attualmente non operano in Slovenia missioni italiane; tuttavia, esiste una specifica collaborazione su queste materie tra i docenti delle università di Venezia e di Lubiana.
Questo è quanto sinteticamente aveva chiesto l'onorevole Spini e ritengo che questa risposta sia esauriente.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, colleghi, noi condividiamo l'esigenza di procedere ad una sollecita approvazione del provvedimento in esame, ma avvertiamo anche l'esigenza di approfondire la questione relativa allo stato delle relazioni tra il nostro paese e la Slovenia. È questa un'esigenza che, come ha ricordato il rappresentante del Governo, è stata richiamata dall'onorevole Spini in Commissione e condivisa anche dall'onorevole Nardo. Infatti, non credo sfugga a nessuno la particolare rilevanza dell'accordo in esame riguardante un paese con il quale l'Italia è interessata a sviluppare rapporti di buon vicinato e di fiduciosa collaborazione. È appena il caso di ricordare che durante la breve stagione di politica estera del primo governo Berlusconi l'Italia ha assunto una posizione molto rigida nei confronti di Lubiana ponendo il veto in sede europea ad ogni avvicinamento fra la Slovenia e
l'Unione europea fino a quando le annose questioni bilaterali non fossero state risolte. Si trattò di una scelta che irrigidì Lubiana, non permise di fare alcune passo avanti circa le rivendicazioni degli italiani nati oltre Trieste e la soglia di Gorizia e che ci isolò in Europa.
Per disinnescare le tensioni bilaterali ed europee sui beni degli esuli istriani il Governo Prodi - invertendo subito la rotta - ha invece puntato sulla strategia opposta: la creazione di un rapporto forte con Lubiana sposando le sue richieste di avvicinamento all'Unione europea e alla NATO. Come del resto è noto, in politica estera la strada scelta dai governi di centrosinistra è stata quella di far coincidere dichiaratamente l'impegno per il rafforzamento di alleanze e organismi unilaterali con la tutela degli interessi propri del nostro paese, come ad esempio evitare l'arrivo sulle coste adriatiche di migliaia di disperati in fuga da miseria e distruzione, favorire la creazione di un'area di stabilità nel Mediterraneo, promuovere la presenza della cultura italiana all'estero e aiutare i piccoli e medi imprenditori a penetrare con successo nei nuovi mercati dell'est europeo o dell'estremo oriente.
Ora si tratta di cementare questo nuovo tipo di rapporto bilaterale italo-sloveno tentando di mettere un coperchio su una eredità storica fatta di rivendicazioni di dolori reciproci prendendo atto, come afferma la risoluzione del Parlamento europeo, della distensione dei rapporti con l'Italia a seguito dell'approvazione dell'attesa legge sulla tutela della minoranza slovena fortemente voluta dal centrosinistra e che ha restituito credibilità al nostro paese. Si è preso atto della fattiva collaborazione lungo l'intera frontiera italo-slovena. Tanto sul piano politico quanto su quello economico la Slovenia è riuscita ad avanzare in modo da conformarsi all'Acquis communautaire, ma l'allargamento non è destinato a fornire soltanto un solido incentivo alla crescita economica, rappresenta anche una politica di sicurezza in senso proprio.
Dopo un'iniziale avversione per il coinvolgimento nelle vicende balcaniche ora la Slovenia si adopera attivamente per la stabilizzazione del sud est europeo nei progetti internazionali e con l'invio di personale armato nelle zone destabilizzate. Inoltre, la Slovenia si prepara all'ingresso nel sistema di Schengen e in questo contesto sta predisponendo sei punti di controllo lungo i futuri confini esterni dell'Unione. Lo stesso Parlamento europeo si è compiaciuto dei buoni risultati ottenuti dalle pattuglie miste italo-slovene operanti al confine tra i due paesi e create per bloccare il passaggio di clandestini provenienti da paesi terzi. Ciò ha dimostrato, peraltro, che la strada obbligata per contrastare l'immigrazione clandestina non è quella di alzare una rete da Treviso a Muggia - come voleva l'onorevole Bossi -, ma quella della collaborazione internazionale come si affanna a ripetere lo stesso procuratore Vigna.
Nel quadro dei rapporti con la Slovenia mi voglio soffermare brevemente su un altro aspetto e cioè quello rappresentato dal corridoio 5 che considero - come credo molti altri - una priorità geopolitica del sistema Italia. Infatti, il consolidamento del processo di unificazione europea, la prospettiva di adesione a medio termine dei paesi dell'Europa centro-orientale e il graduale sviluppo di forme di integrazione nei confronti dei Balcani ripropongono in termini di urgenza il problema della qualità delle vie di accesso, stradali e ferroviarie, tra l'Unione europea e queste aree. Non è un mistero per nessuno che l'Italia e, in particolare, il sistema portuale dell'alto Adriatico potrebbero essere avvantaggiati rispetto ai nostri partner europei e ai porti del Mare del nord vista la prevedibile intensificazione dei traffici con l'Asia sud orientale e meridionale. Però, proprio a causa dei forti ritardi nella realizzazione del corridoio multimodale n. 5 l'Italia risulta sfavorita nei confronti dei partner europei situati a nord delle Alpi dalla mancanza di moderne vie di accesso diretto all'Europa centro-orientale. Non sarebbe male se questa consapevolezza si facesse strada nelle riflessioni riguardanti il futuro del nostro paese nel mutato contesto europeo
e nei rapporti con la Slovenia. Infatti, si tratta anche di pensare a quei tratti di comunicazione di esclusivo interesse nazionale posti al di là delle frontiere dello Stato, ma non al di là dell'economia italiana.
Le tratte collocate in Slovenia ed in Ungheria non sono meno importanti di quelle interne proprio per le indispensabili funzioni di connessione. Nel corso della discussione della legge finanziaria avevamo proposto di concorrere alla realizzazione e al mantenimento degli attuali programmi di realizzazione del sistema autostradale sloveno verso il confine ungherese; non basta, infatti, migliorare i collegamenti interni se poi, oltre frontiera, non riusciamo a raggiungere quei mercati in rapida crescita, senza contare che vi è il rischio concreto che la Slovenia si colleghi all'Europa, passando per l'Austria e la Germania, tagliando fuori l'Italia e le regioni frontaliere come il Friuli-Venezia Giulia ed il Veneto.
Vi sono, infine, gli aspetti legati alla collaborazione transfrontaliera; essa è per tutto il nord est non soltanto una vocazione, ma una necessità. Vi è, infatti, la necessità di sostituire alle vecchie rendite di posizione che provenivano da confini duri, sui quale per cinquant'anni si sono ammassate forze armate ideologiche, i vantaggi che possono derivare da un confine che, finalmente, sta per diventare - in parte lo è già diventato - un confine virtuale. Ciò potrà accadere se riusciremo a collocare quelle regioni, una volta periferiche, lo spazio comune transfrontaliero e con essi il nostro paese nel crocevia degli spazi di comunicazione tra le diverse «europe» (est, ovest, nord e sud). Procedere in questa direzione significa, innanzitutto, attivare risorse cooperative e collaborative. Per far questo, occorre ripensare ed attualizzare gli strumenti di intervento, a cominciare dalla legge sulle aree di confine, perché la logica della legge n. 19 del 1991 era quella di favorire, valorizzando il ruolo cooperativo del nord-est nel suo complesso, la trasformazione di quei paesi da un'economia centralizzata ad un'economia di mercato.
Oggi il contesto è cambiato: si tratta di favorire, anticipandole, le condizioni di integrazione economica e sociale tra le regioni frontaliere ed i paesi limitrofi dell'est europeo che aderiranno, mano a mano, alla formazione dell'Europa unita. Per far questo, occorre riequilibrare il mercato del lavoro. Vorrei, al riguardo, chiedere quale è lo stato di avanzamento della proposta di convenzione italo-slovena in materia di lavoratori frontalieri, elaborata dall'agenzia regionale del Friuli-Venezia Giulia e dall'omologo servizio di Nova Gorica, proprio per consentire la libera circolazione dei lavoratori italiani e sloveni nelle zone confinarie, definite dall'accordo di Udine del 1982, al di fuori dei flussi programmati di ingressi di lavoratori stranieri dei rispettivi Stati. È ancora necessario potenziare gli strumenti di collaborazione e di cooperazione economica, migliorandone le modalità operative e ampliando i limiti di intervento, la realizzazione di infrastrutture energetiche per favorire l'importazione di energia a basso costo e l'incremento della produzione energetica, favorire la crescita dimensionale ed innovativa delle piccole e medie imprese. Per fare ciò, occorrono nuove misure, oltre alle tradizionali politiche degli strumenti agevolativi, per fronteggiare i problemi che sorgeranno, per far fronte alle problematiche di ristrutturazione e di conversione che l'allagamento renderà necessari, per fronteggiare l'esigenza di consolidamento e di potenziamento della struttura economica delle zone di confine.
Propongo, al riguardo, due esempi: l'entrata della Slovenia nell'Unione europea impone la creazione di una nuova zona vitivinicola che abbracci la Slovenia e l'arco alpino per non penalizzare le nostre produzioni, i nostri vini. La crisi indotta dalla caduta delle barriere doganali colpirà i lavoratori delle case di spedizione, le imprese di media e piccola dimensione, gli spedizionieri con attività professionale. Sono a rischio Gorizia, Trieste e Pontebba; occorre un'iniziativa urgente, anche per sostenere il progetto di collaborazione nel campo della sanità fra
gli ospedali confinari di Gorizia e Nova Gorica. Potrebbe diventare perfino un progetto pilota di integrazione. Potrei continuare con mille esempi, ma le questioni che ho accennato indicano in modo sufficiente la direzione, la strada obbligata per rispondere alla domanda fondamentale che ci rivolge la gente di quelle parti: con quali risorse, in che modo si reggono le sfide dell'allargamento? Il documento programmatico della presidenza belga ha affermato efficacemente che tutti parliamo di allargamento, ma, in realtà, si tratta di un mutamento. Di qui la necessità di cementare in questo nuovo contesto europeo il rapporto italo-sloveno perché, altrimenti, il rischio è che i nostri partner al nord delle Alpi intervengano, come spesso accaduto, per rafforzare quelle relazioni cooperative e comunicative che noi non abbiamo saputo o non abbiamo voluto irrobustire (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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