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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta dei disegni di legge: Rendiconto generale dell'Amministrazione
dello Stato per l'esercizio finanziario 2001; Disposizioni per l'assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l'anno finanziario 2002.
La ripartizione dei tempi è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione congiunta sulle linee generali.
Il presidente del gruppo parlamentare Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Il relatore, onorevole Zorzato, ha facoltà di parlare.
MARINO ZORZATO, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione in Assemblea dei disegni di legge recanti, rispettivamente, il rendiconto per l'anno 2001 e l'assestamento per l'anno 2002 si colloca in prossimità dell'avvio della sessione di bilancio per il 2003 e, al tempo stesso, viene a coincidere con l'inizio dell'esame del decreto-legge n. 194, adottato dal Governo allo scopo di introdurre misure di controllo e trasparenza nella gestione della spesa pubblica. Tale circostanza consente al Parlamento di effettuare una approfondita analisi che non riguardi soltanto indirizzi generali di politica economica, ma che si riferisca anche a profili più puntuali i quali, pur avendo un prevalente carattere tecnico, rivestono comunque un indubbio significato politico.
In linea generale, si può rilevare che l'evoluzione delle entrate delle spese del bilancio dello Stato evidenzia come il 2001 e, in parte anche il 2002, siano stati caratterizzati da notevoli e in larga parte imprevedibili difficoltà, riconducibili, in primo luogo, all'evoluzione negativa registrata a livello internazionale. In particolare, si è verificato una significativa contrazione dei tassi di crescita dell'economia, che non poteva non riflettersi sull'andamento dei saldi di finanza pubblica. Ciò vale anche con riferimento alla più recente evoluzione del fabbisogno del settore statale, su cui nelle scorse settimane si è innescata una polemica dai toni prevalentemente pretestuosi. L'andamento degli ultimi mesi (luglio e agosto) evidenzia un peggioramento rispetto allo scorso anno tale da ingenerare il timore che si determini uno scostamento molto ampio rispetto alle previsioni iniziali. Il Governo, peraltro, ha già parzialmente fornito alcuni elementi; stante l'importanza della questione, è comunque necessario che dati e informazioni più precise siano trasmessi al Parlamento, sia per quanto concerne l'andamento delle entrate sia per quanto riguarda il versante delle spese. Sì può, tuttavia, sin da ora rilevare, quanto alle entrate, che per ragioni prudenziali, le previsioni iniziali di bilancio vengono definite in una misura che risulta, di regola, inferiore al dato definitivo. Sarebbe quindi opportuno evitare drastici giudizi che potrebbero essere smentiti alla luce dell'evoluzione che si registrerà nei prossimi mesi sulla quale incideranno anche le misure contenute nel decreto-legge recentemente adottato dal Governo.
Occorre, comunque, dare atto al Governo e alla maggioranza dell'impegno profuso, in presenza di condizioni obiettivamente difficili, per mantenere i conti pubblici e il bilancio dello Stato in linea con il rispetto dei vincoli derivanti dal patto di stabilità e di crescita, senza porre in essere manovre di tipo tradizionale che avrebbero prodotto l'inevitabile risultato di indebolire ulteriormente la domanda e di pregiudicare le prospettive di ripresa.
Il bilancio dello Stato, così come l'assestamento e il rendiconto, offrono ad una lettura accurata, numerosi spunti per una attenta valutazione del livello qualitativo dell'attività svolta dalle amministrazioni statali e della capacità delle amministrazioni stesse di realizzare concretamente gli obiettivi prefissati. Il raggiungimento di più elevati standard di efficienza da parte delle amministrazioni statali, sia sul versante della spesa che sul versante delle
entrate, si tradurrà in evidenti vantaggi per tutta la comunità nazionale. Allo stesso tempo, l'eventuale emersione di stanziamenti sovradimensionati rispetto alle effettive capacità di utilizzo delle amministrazioni competenti potrebbe offrire al Governo e al Parlamento margini aggiuntivi per una riqualificazione della stessa spesa ovvero per un suo parziale ridimensionamento, in tal modo liberando risorse che potrebbero esser destinate ad altre e più meritorie finalità.
Occorre in sostanza verificare se non si possa pervenire ad una definizione e ad una gestione del bilancio caratterizzate da una maggiore consapevolezza politica, che implicherebbe, tra le altre cose, il superamento della mera logica incrementale nella determinazione degli stanziamenti. Ciò implica una verifica sull'attività delle diverse amministrazioni e sulla pregressa legislazione di spesa, anche grazie alla piena collaborazione del Governo nel fornire alcune informazioni aggiuntive. In tal senso, il decreto-legge n. 194, sui cui contenuti si potrà svolgere un più approfondito confronto nei prossimi giorni, intende fornire alcuni efficaci strumenti di intervento.
Venendo, in particolare, al contenuto del disegno di legge di rendiconto per il 2001, occorre che, per quanto concerne i saldi più rilevanti, in materia di finanza pubblica, nel 2001 il saldo netto da finanziare si è attestato a 63 mila 400 miliardi di lire; l'avanzo corrente ha evidenziato un risultato positivo di 26 mila 300 miliardi di lire; il saldo primario si è attestato ad un valore positivo di 88 mila miliardi di lire, mentre il ricorso al mercato è stato di 424 mila 100 miliardi di lire.
I dati di consuntivo, pur segnando un peggioramento rispetto all'anno precedente, evidenziano un netto miglioramento rispetto alle previsioni definitive effettuate in sede di assestamento. Risulta, in particolare, che i dati a consuntivo sono molto più prossimi a quelli previsionali iniziali rispetto a quelli definiti in sede di assestamento.
Questi dati mostrano che nella seconda parte dell'anno il Governo ha posto in essere alcuni interventi che si sono dimostrati efficaci ai fini della correzione di andamenti fuori linea, soprattutto per quanto riguarda la gestione di cassa. Al tempo stesso, tuttavia, il divario che emerge tra previsioni e risultati sollecita una specifica riflessione.
Per quanto riguarda, in particolare, la gestione di competenza, le entrate extratributarie segnano uno scarto tra il dato consuntivo e le previsioni iniziali che, tanto nel 2000 quanto nel 2001, si può quantificare nell'ordine dell'85 per cento.
Le dimensioni obiettivamente rilevanti dello scostamento inducono a manifestare forti dubbi sulla capacità delle strutture amministrative di valutare le potenzialità di gettito dei cespiti loro affidati. Il rappresentante del Governo ha fornito al riguardo, nel corso dell'esame in Commissione, alcune indicazioni riferite, in particolare, a recenti modifiche della normativa che riguardano, tra l'altro, il pagamento dei corrispettivi minimi garantiti dovuti dalle agenzie concessionarie della gestione delle scommesse. Tali indicazioni, tuttavia, non sembrano offrire una piena esplicazione del fenomeno evidenziato, per quanto meriti senz'altro di essere condivisa la considerazione che la riforma del comparto dei giochi, impostata dal Governo con la legge n. 383 del 2001 e con il decreto-legge n. 138 del 2002 potrà, tra l'altro, contribuire in misura significativa ad un più attendibile controllo dei flussi di entrata.
Quanto alle spese, merita apprezzamento l'incremento registrato di quelle di parte capitale, quantificato nella misura del 20,6 per cento rispetto al 2000; si tratta di un segnale importante dell'impegno del Governo a destinare una quota consistente delle risorse impegnate a favore di spese di investimento. Le spese correnti registrano, invece, un andamento più contenuto, con un aumento nell'ordine del 6,7 per cento.
Alcune considerazioni devono essere effettuate in ordine all'andamento dei residui. In linea generale, il rendiconto 2001 evidenza una crescita dei residui complessivi rispetto al dato dell'anno precedente.
Ciò vale sia per i residui attivi che per quelli passivi. In particolare, l'aumento dei residui attivi si può quantificare nel 12,3 per cento, mentre per i residui passivi l'aumento è contenuto nella misura del 3 per cento.
La crescita dei residui attivi richiede, quindi, una specifica attenzione, anche alla luce dell'aumento del rapporto fra residui di nuova formazione e accertamenti delle entrate, passato, tra il 2000 ed il 2001, dal 6,2 per cento all'8,1 per cento.
Anche in questo caso è opportuno che il Governo verifichi se non si debbano adottare ulteriori interventi per rafforzare la capacità di riscossione delle amministrazioni, in modo da evitare che consistenti flussi di entrata vengano meno per le difficoltà di una loro acquisizione all'erario. In proposito, merita segnalare che con il decreto-legge n. 138 del 2002 sono state introdotte alcune misure di incentivazione dei concessionari della riscossione finalizzate a promuovere il conseguimento dei risultati più consistenti.
Per quanto concerne i residui passivi, da una più attenta analisi risulta che, nel corso del 2001, sono stati drasticamente ridotti quelli derivanti da esercizi precedenti; ciò induce a credere che vi sia stato un chiaro intento del Governo di accelerare i tempi con i quali le diverse amministrazioni concludono le procedure di spesa. A fronte di tale tendenza va, tuttavia, segnalato il formarsi di nuovi residui passivi in una misura che, seppure inferiore a quella registrata nel 2000, continua a risultare eccessiva.
Nell'ambito dei residui passivi, suscita particolare preoccupazione la consistenza di quelli relativi a trasferimenti agli enti territoriali. Al riguardo, il rappresentate del Governo ha opportunamente ricordato, nel corso dell'esame in Commissione, che i residui passivi relativi al fondo sanitario nazionale devono essere posti in relazione ai termini dell'accordo raggiunto tra Stato e regioni l'8 agosto 2001, in base al quale l'incremento delle risorse statali per il finanziamento della spesa sanitaria sarà erogato alle regioni in esito alla verifica del rispetto dei parametri contenuti nel patto di stabilità.
La consistenza dei residui rimane, comunque, una questione di rilievo, in relazione sia ai riflessi sulla situazione finanziaria e contabile dello Stato sia alle problematiche di buon funzionamento delle amministrazioni ad essa connesse. Con specifico riferimento ai residui relativi ai trasferimenti alle autonomie territoriali è, inoltre, evidente che l'adozione, mediante il patto di stabilità interno, di regole efficaci di coordinamento e di finanza pubblica presuppone la definizione di un quadro chiaro e tendenzialmente certo delle risorse spettanti ai singoli enti ed effettivamente disponibili.
In considerazione delle dimensioni complessive del fenomeno va, quindi, valutato positivamente l'avvio, previsto dal 1o gennaio 2003, di una procedura informatizzata che consentirà di disporre con cadenza mensile, e non più soltanto a fine anno quindi, di un monitoraggio puntuale sull'andamento delle spese e di conoscere tempestivamente eventuali carenze di disponibilità. Sulle materie dei residui interviene, inoltre, il decreto-legge n. 194, adottato recentemente, che dispone la riduzione da tre anni ad uno del periodo di conservazione in bilancio delle somme in conto capitale non ancora impegnate alla chiusura dell'esercizio (i cosiddetti residui di stanziamento).
La disposizione potrebbe determinare una considerevole riduzione dei residui passivi che saranno accertati a chiusura dell'esercizio in corso. Al riguardo, occorre, però, segnalare l'esigenza di assicurare la realizzazione di investimenti il cui iter sia già pervenuto ad uno stato avanzato, pur non essendo ancora stati impegnati i relativi stanziamenti.
Anche per la gestione di cassa valgono le considerazioni di carattere generale svolte con riferimento alla gestione di competenza. Quanto alle spese, anche nella gestione di cassa si registra una crescita nettamente superiore in termini percentuali di quelle di parte capitale rispetto a quelle di parte corrente. Le
prime sono, infatti aumentate, rispetto al 2000, di circa il 35 per cento, mentre le seconde registrano un incremento inferiore al 9 per cento. L'impegno che, con tutta evidenza, il Governo ha profuso nell'accelerazione dei pagamenti relativi alle spese di parte capitale va valutato positivamente; occorre, quindi, che tale impegno prosegua, in modo da ridurre drasticamente il prodursi di nuovi residui.
Sotto il profilo dell'analisi economica, la ripartizione della spese per categorie evidenzia una riduzione degli oneri connessi ai consumi intermedi e alle retribuzioni corrisposte al personale dipendente. Ulteriori progressi potranno essere conseguiti con le misure prospettate nel documento di programmazione economico-finanziaria. Riguardo agli oneri relativi al personale, di fatto il documento stesso preannuncia il disegno del Governo di ricorrere, con maggiore intensità, a forme più flessibili di impiego.
Per quanto concerne il conto generale del patrimonio, i dati evidenziano una riduzione delle attività finanziarie rispetto alla consistenza risultante alla fine dell'esercizio 2000, nell'ordine di 6.788 miliardi, cui si aggiunge una riduzione relativa alla voce crediti e partecipazioni di circa 9.900 miliardi.
Segna invece un aumento per 8.768 miliardi l'entità dei beni patrimoniali; in relazione a tale incremento, sarebbe opportuna un'indicazione dei cespiti ai quali deve attribuirsi.
Quanto alle passività, si evidenzia un aumento di 52.328 miliardi di quelle finanziarie e di 34.872 miliardi per quelle patrimoniali.
Merita peraltro osservare come, in generale, il conto del patrimonio non sia in grado di offrire un'esposizione fedele della situazione patrimoniale dello Stato, in particolare sul versante delle attività, che non sono registrate in modo completo e alle quali è attribuito un valore lontano dall'effettivo prezzo di mercato. Anche dall'esame del rendiconto emerge pertanto l'opportunità delle misure adottate con il decreto-legge n. 63 del 2002, con il quale è stata istituita la società Patrimonio Spa, con il compito principale di valorizzare i beni di cui è costituito il patrimonio dello Stato.
Per quanto concerne il disegno di legge di assestamento, occorre segnalare che il provvedimento prospetta alcune variazioni degli stanziamenti relativi a unità previsionali di base del bilancio dello Stato, che si aggiungono a quelle già effettuate nei primi cinque mesi dell'anno per atto amministrativo, di cui in sede di assestamento viene offerto al Parlamento a fini conoscitivi un quadro completo.
A seguito delle variazioni proposte con il disegno di legge e di quelle operate con atto amministrativo, il saldo netto da finanziare passerebbe da 32.763 milioni di euro a 36.155 milioni. Il risparmio pubblico subirebbe una riduzione, rispetto alle previsioni iniziali, di circa 1.450 miliardi, attestandosi complessivamente a 8.194 miliardi; l'avanzo primario diminuirebbe di circa 3.400 miliardi, risultando pari a 40.314 miliardi e il ricorso al mercato aumenterebbe di circa 53 mila miliardi, collocandosi complessivamente a 260.583 miliardi.
Si determinerebbe, per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, il superamento del limite massimo previsto dalla legge finanziaria per il 2002, il che peraltro è già avvenuto altre volte in anni recenti. In ogni caso, occorre ricordare, alla luce delle considerazioni svolte in precedenza, che il dato di consuntivo potrebbe risultare più basso rispetto a quello preventivato in sede di assestamento.
Per quanto concerne le variazioni di competenza che vengono proposte nel disegno di legge, si tratta di importi sostanzialmente contenuti, con l'unica eccezione del rimborso di prestiti, che subirebbe un aumento pari a 49.165 milioni di euro, collocandosi complessivamente a 224.428 milioni di euro. Analoghe osservazioni possono essere avanzate con riferimento alla gestione di cassa; oltre alle variazioni relative al rimborso prestiti, va in questo caso segnalata la correzione della previsione relativa alle spese correnti che aumenterebbero,
considerando le variazioni intervenute per atto amministrativo, di circa 2.150 miliardi.
Nel corso dell'esame da parte della Commissione, al disegno di legge sono state introdotte alcune limitate modifiche, a seguito dell'approvazione di due emendamenti, i quali, comunque, per il loro carattere compensativo, non modificano i valori dei saldi.
Più in generale, per quanto riguarda il disegno di legge di assestamento, potrebbe essere utile una valutazione dell'opportunità di ridefinire la data della sua presentazione in relazione al differimento dei termini relativi all'autotassazione, che sono stati definitivamente fissati con il decreto-legge n. 63. Alla luce di tale disposizione risulta, infatti, che soltanto successivamente alla data del 20 luglio risulteranno disponibili, in primo luogo per l'amministrazione finanziaria, e successivamente per il Parlamento, i dati sull'andamento delle entrate tributarie.
In conclusione, nel ribadire l'importanza che assume un accurato esame parlamentare dei provvedimenti all'ordine del giorno, auspico che esso possa offrire occasione, come già avvenuto nel lavoro di Commissione, per ulteriori integrazioni informative che permettano di approfondire alcune delle problematiche cui ho accennato.
Preannuncio, in ogni caso, una valutazione ampiamente favorevole sul contenuto dei disegni di legge, che confermano l'impegno del Governo e della maggioranza a condurre politiche in grado di riconciliare efficacemente le ragioni della stabilità con quelle della crescita. (Applausi).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Rocchi. Ne ha facoltà.
CARLA ROCCHI. Signor Presidente, le disposizioni per l'assestamento del bilancio per l'anno finanziario 2002 appaiono, ad un esame attento, non particolarmente degne di rilievo, per il fatto che le variazioni non risultano essere molto importanti e le cifre considerate non sono molto elevate. In genere, quando un commento inizia con una dichiarazione di questo tipo, si presume che il seguito del discorso sia tranquillo: nulla succede, tutto è tranquillo, tutto va bene.
In realtà, dal mio punto di vista, proprio la non rilevanza delle variazioni costituisce invece il punto di critica a quanto il Governo ci presenta con i documenti che stiamo esaminando. Per quale ragione affermo queste cose? Perché nel documento di programmazione economico-finanziaria il Governo sembra non tenere conto della possibilità della flessione della domanda e della flessione delle esportazioni. L'assestamento delle cifre riportate è coerente con un quadro di finanza pubblica, ma con il quadro di finanza pubblica del 2002 e non con la revisione delle stime per il secondo trimestre del 2002.
In particolare, appare difficile che vengano rispettate le cifre dell'indebitamento netto e del saldo netto indicate nell'articolo 1 della legge finanziaria per il 2002. Inoltre, la revisione al ribasso del dato del PIL è stimata pari allo 0,6 per cento da Confindustria e allo 0,8 per cento dal Fondo monetario internazionale, mentre l'indebitamento netto è pari - secondo le ultime stime di Confindustria - all'1,4 per cento. Solo questo dato rappresenta lo 0,3 per cento in più rispetto al dato del DPEF per il periodo 2003-2006. Ovviamente, ho scelto di citare un dato di Confindustria perché si tratta di una realtà certamente non ostile al Governo e certamente non fiancheggiatrice dell'opposizione.
Si ritiene pertanto necessaria una nota di aggiornamento del DPEF, nota che però ancora non risulta predisposta dal Governo, il quale non ha ancora messo mano all'aggiornamento delle stime relative alle grandezze macroeconomiche di crescita. Non intendo dire che il Governo non abbia la capacità tecnica per operare questi
correttivi: nessuno mette in discussione la profonda conoscenza di questa materia da parte del sottosegretario, senatore Vegas, che è una delle persone più (Commenti del deputato Giancarlo Giorgetti)... Eh no, io non la metto in discussione.
GIANCARLO GIORGETTI. Ora siamo tutti amici...
CARLA ROCCHI. Non è vero, si tratta di una constatazione che si basa su un'esperienza lunga di anni. Adesso che è al Governo, ma anche quando era all'opposizione, il sottosegretario Vegas era la persona più documentata e più critica...
GIANCARLO GIORGETTI. Lo faremo ministro.
CARLA ROCCHI. Non lo so, questo potete farlo voi, non certo io. La considerazione conclusiva del mio intervento è che al Governo non mancano le capacità tecniche per approntare questi cambiamenti e per tener conto dello scostamento dalla realtà che viene segnalato da soggetti come il Fondo monetario internazionale e la Confindustria (tanto per citarne qualcuno). La vera questione per noi oggetto di critica è che il Governo non si vuole arrendere all'evidenza, non vuole tener conto di dati che il trascorrere del tempo ed il mutamento della situazione economica mostrano implacabilmente, definitivamente diversi da quelli posti originariamente sul tavolo proprio dal Governo medesimo.
In altre parole, è necessaria una revisione politica di tutta questa materia, perché difficilmente il Governo potrà muoversi come se nulla fosse accaduto. Capisco che tornare sulle proprie previsioni è una cosa che nessuno fa volentieri, ma quando tali previsioni risultano, allo stato dell'arte, non più realistiche, credo non vi sia altra soluzione che tenere conto della situazione così come si è venuta a determinare, produrre le modifiche necessarie ed avviare un processo di correzione non più procrastinabile.
Quindi, la richiesta che rivolgo al Governo è quella di aggiornare i dati tenendo conto della realtà economica, che tutti possono valutare e, in particolare, dei suggerimenti e delle stime che provengono da Confindustria e dal Fondo monetario internazionale (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mariotti. Ne ha facoltà.
ARNALDO MARIOTTI. La ringrazio, signor Presidente. La discussione sul rendiconto generale dell'amministrazione dello Stato per l'anno 2001 e l'assestamento del bilancio per l'anno 2002 avviene dopo quattordici mesi dall'insediamento di questo Governo ed è anche l'occasione giusta per un primo bilancio, una prima riflessione sulle scelte di politica economica compiute dalla Casa delle libertà e sull'impatto che esse hanno prodotto sul sistema Italia.
Il rendiconto è il momento della verifica della gestione della politica di bilancio: è in questa occasione che si misurano gli scostamenti tra gli obiettivi programmatici e i saldi di finanza pubblica realizzati. Si verifica, quindi, la capacità di un Governo di centrare gli obiettivi di programma dopo aver avuto la possibilità, con lo strumento dell'assestamento di metà anno, di aggiustare o di correggere, se necessario, gli obiettivi programmatici fissati con il documento di programmazione economico-finanziaria e, soprattutto, con la legge finanziaria e di bilancio.
Il 2001 è stato, come è noto, l'anno delle elezioni politiche e del cambio di Governo, quindi, il bilancio di cui adesso discutiamo il rendiconto è un bilancio gestito «in condominio» da questo Governo e dal centrosinistra che ha gestito la prima metà dell'anno.
Infatti, il documento di programmazione economico-finanziaria, le leggi finanziarie e di bilancio sono il frutto della politica, delle scelte del Governo e della maggioranza di centrosinistra. Tuttavia, l'assestamento di bilancio e la gestione
della seconda metà dell'anno è patrimonio di questo Governo e della sua maggioranza, compresi, naturalmente, il documento di programmazione economico-finanziaria, le leggi finanziarie e di bilancio e la gestione dei primi otto mesi dell'anno 2002. Di tutto ciò, in questo momento, non possiamo non tener conto. Per tali ragioni credo sia ragionevole e giusto compiere un primo bilancio.
La congiuntura economica internazionale - soprattutto dell'area euro che ci riguarda più da vicino - nell'autunno del 2000, quando è stata approvata la legge finanziaria e, ancor prima, quando è stato predisposto il documento di programmazione economico-finanziaria per l'anno 2001, non era certamente quella che si è manifestata durante l'anno. È bene ricordare che già nella primavera del 2001 (quindi, molto prima dei tragici e non prevedibili atti terroristici dell'11 settembre) la congiuntura internazionale - ed in particolare quella americana - iniziava ad andare in controtendenza, tanto che il Governo di centrosinistra, nella primavera del 2001, ricontrattò con i partner europei il previsto 0,8 per cento del deficit rispetto al PIL con un più realistico 1-1,1 per cento.
Il nuovo Governo, appena insediatosi, si mosse in altre direzioni e soprattutto con altri obiettivi, cosa che denunciammo tempestivamente, ma era ancora forte il desiderio di continuare una campagna elettorale che, peraltro, era terminata da tempo. Ricordiamo tutti il polverone attorno al buco di bilancio, all'extradeficit, coniugato con la teoria del nuovo inizio e della svolta radicale rispetto alle scelte di politica economica compiute dai governi di centrosinistra.
Naturalmente, in quel momento, in sede di assestamento - lo dichiarava anche il relatore nella sua relazione -, sostenevamo che, se i dati del deficit erano gli stessi denunciati dal ministro Tremonti e dalla sua maggioranza, il Governo aveva il dovere di porre in atto azioni correttive rispetto agli obiettivi programmatici fissati dall'Ulivo con la legge finanziaria e ancor prima con il documento di programmazione economico-finanziaria. Si affermava, da parte del ministro Tremonti, che un nuovo miracolo economico italiano era alle porte, bastava cancellare la strumentazione e le leggi di sostegno alla crescita e per lo sviluppo economico, pensate ed attuate dal centrosinistra. Questa era la tesi, peraltro ben condivisa anche da una serie di soggetti economici e sociali che sostenevano, più che le forze politiche, la posizione del ministro a quell'epoca.
Cosa si prevedeva sostanzialmente? L'abrogazione di alcune leggi e di alcuni provvedimenti di incentivo all'imprenditoria (mi riferisco alla DIT e alla super DIT) già dal mese di giugno, infatti, il Governo in carica cancellò questi provvedimenti. Il credito d'imposta, sebbene fosse considerato uno dei migliori incentivi per l'impresa, veniva messo in discussione come qualcosa di vecchio, di statalista che occorreva comunque cancellare. Anche il sostegno all'imprenditoria giovanile ha dato frutti straordinari, soprattutto nel Mezzogiorno. Erano tuttavia leggi da abrogare e da sostituire con altri interventi mai precisati. Anche il prestito d'onore che aveva prodotto frutti rilevanti, specie nel Mezzogiorno, e che puntava alla nascita e alla crescita dell'imprenditoria basata sui giovani veniva messo in discussione.
Erano tutti vecchi arnesi da cancellare perché, per realizzare il miracolo economico, in questo paese vi era bisogno di una nuova strumentazione di sostegno all'economia e allo sviluppo!
Il miracolo sembrava dovesse farlo la Tremonti-bis, il cui disegno di legge, ancor prima di essere presentato e discusso in Parlamento, veniva sponsorizzato a destra ed a manca con i potenti mezzi a disposizione della Casa delle libertà! L'eliminazione del reato di falso in bilancio ha fatto il resto con riferimento a quella fiducia che, all'interno di un paese, fa in modo che i risparmi vengano indirizzati verso gli investimenti nel campo produttivo anziché in quello speculativo.
A proposito, sono rimasto colpito dalle dichiarazioni fatte ieri, a Venezia, dal ministro Bossi.
GIANCARLO GIORGETTI. Favorevolmente colpito, immagino!
ARNALDO MARIOTTI. Sono rimasto favorevolmente colpito e sorpreso perché, al di là del linguaggio che gli è tipico, il ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione ha affermato di essere contro quei farabutti che, rendendosi responsabili del reato di falso in bilancio, danneggiano i risparmiatori. Questo è vero. Ma io mi chiedo, allora: dov'erano il ministro e, soprattutto, i deputati della Lega quando, in questo Parlamento, veniva approvata la disposizione che cancellava il reato di falso in bilancio...
GIANCARLO GIORGETTI. Non per le quotate!
ARNALDO MARIOTTI. ...che non solo ci ha posti in controtendenza rispetto alle prese di posizione ed alle correzioni di rotta registratesi, per esempio, negli Stati Uniti d'America nei confronti del reato di falso in bilancio, ma ha anche compromesso la fiducia dei piccoli risparmiatori, distogliendoli dagli investimenti nel sistema delle imprese?
L'altro tema molto discusso e molto propagandato era l'emersione del sommerso. Fortemente voluto dalla Casa delle libertà, sembrava che il provvedimento in parola dovesse fare emergere chissà quante imprese, soprattutto nel Mezzogiorno, facendole finalmente passare da un'economia sommersa (quindi non misurabile) ad una pienamente emersa. I risultati sono davanti agli occhi di tutti! La verità è che, per far emergere le imprese, bisogna dare loro incentivi forti, tant'è che, da quando sono esauriti i fondi destinati al finanziamento del credito di imposta, si assiste ad un ritorno nel sommerso che viene denunciato da tutti, a cominciare da Confindustria e da Confapi per finire alle associazioni degli artigiani e dei piccoli imprenditori. Il provvedimento sul rientro dei capitali esportati clandestinamente all'estero, l'eliminazione totale della tassazione sulle successioni e donazioni dei grandi patrimoni ed i ripetuti annunci di condoni fiscali e previdenziali, più o meno tombali, hanno fatto il resto!
Insomma, la finanza creativa al potere ha portato alla situazione che il Parlamento e, soprattutto, il paese hanno oggi di fronte: crollano le entrate fiscali nel primo semestre del 2002 (il minor gettito è quantificato intorno ai 5 miliardi di euro, pari a circa 10 mila miliardi di vecchie lire)! In particolare, calano l'IRPEF del 15 per cento e l'IRPEG del 18 per cento! Ciò va in controtendenza rispetto al rendiconto del 2001 ed ai richiami del relatore perché, nonostante le difficoltà dell'economia e, quindi, la diminuzione, rispetto ai parametri a base dell'impostazione del DPEF e della legge finanziaria, in questo paese vi è stata una crescita delle imposte nell'anno 2002 (esattamente il contrario di quello che era previsto).
Il blocco degli investimenti, per effetto dell'attesa legge Tremonti, alla quale ho fatto riferimento in precedenza, è avvenuto - oggi, disponiamo di dati di fatto - già prima dell'11 settembre. Il mondo delle imprese, rivendicando con forza interventi di sostegno, fa riferimento esplicito al credito di imposta, che occorre rifinanziare.
Almeno a chiacchiere, con le dichiarazioni, uomini di questa maggioranza sostengono che bisogna trovare in questo bilancio i fondi per rifinanziare questo credito di imposta. Naturalmente, con il decreto n. 138 si è introdotta una variazione per la quale non è più automatico il credito di imposta ma si deve passare attraverso l'agenzia delle entrate, presentando delle domande. C'è stata una rincorsa alla presentazione di domande, per cui chi è arrivato prima ha fatto fuori il malloppo, e, oggi, le imprese (il più delle volte quelle meno avvezze a questo, meno ammanicate) che avevano più bisogno di altre sono rimaste senza fondi perché la capienza non c'è più.
Cresce la sfiducia tra i cittadini e gli imprenditori onesti e lo Stato per effetto di questa politica che premia i furbi. Abbiamo visto la quantificazione del rientro dei capitali all'estero: 59-60 miliardi di euro. Quindi, si tratta di un bel malloppo,
che era stato portato all'estero. Dai dati rileviamo anche che non si trattava di Roma ladrona, ma era un'altra area del paese...
GIANCARLO GIORGETTI. Non riportano dentro neanche quello che hanno portato fuori. Non emerge proprio niente!
ARNALDO MARIOTTI. ...che è vicina al confine. Era così più facile fare questa operazione tramite le banche (perché poi non è che portavano le valigie - come sembrava quando discutevamo di questo provvedimento - piene di soldi. Fatto sta che questa questione e quelle legate al dibattito sul condono creano sfiducia nei cittadini onesti, ed anche indignazione e rabbia, diciamo la verità. Infatti, c'è una lamentela diffusa non solo nell'elettorato del centrosinistra, ma anche in fasce di elettorato che un anno e mezzo fa hanno sostenuto questa maggioranza, che, però, quando hanno ascoltato un programma di nuovo inizio non pensavano certamente ad un ritorno al passato, ai vecchi vezzi del passato, fatto di condoni e di leggi premianti i furbi che hanno truffato lo Stato. Senza considerare il grave guasto che si sta creando all'interno dell'apparato. Provate a pensare a tutto il lavoro che era stato impostato volto a scoprire e perseguire gli evasori, gli elusori: quanti funzionari, quante professioni erano state messe in campo negli anni passati! È frustrante! Infatti, tutto questo lavoro non serve più, visto che oggi bisogna preparare delle leggi di condono (si tratta di decidere se deve essere tombale o meno).
Quindi, si abbandona la politica del risanamento e del rigore, cresce l'inflazione che falcidia i salari e le pensioni, per la prima volta dopo sette anni ricomincia a crescere il debito pubblico, anziché scendere, secondo gli impegni che erano stati presi con l'Europa attraverso il patto di stabilità e di crescita; dopo i primi otto mesi dell'anno 2002 i conti pubblici tornano nel completo marasma. Il fabbisogno esplode a più del 60 per cento e si ha la sensazione che il ministro abbia perso il controllo della situazione. Un giorno si attacca l'Europa e il patto di stabilità e di crescita, il giorno dopo si afferma che noi siamo pronti a rispettare tutti parametri di Maastricht e del patto stesso. Tutto ciò ha portato ad una situazione di sfiducia tale che persino il presidente della Confindustria, grande sponsor di questo Governo e del suo ministro dell'economia e delle finanze, abbandona la nave e quindi si pone in una situazione più che critica, se non all'opposizione. Il patto per l'Italia, che aveva visto tutti uniti nell'isolare il più grande sindacato dei lavoratori, la CGIL, a distanza di poco più di un mese non ha più padri. Nessuno difende più questo patto. Qualche segnale lo avevamo recepito nelle audizioni svolte in sede di discussione del documento di programmazione economico-finanziaria per l'anno 2003-2006; passato il mese di agosto, man mano la situazione e il clima peggiorano ed oggi gli stessi firmatari del patto per l'Italia rivendicano gli impegni presi da questo Governo.
Intanto il prodotto interno lordo reale non cresce mentre crescono le spese giustificate tecnicamente da questa previsione. Credo non sfugga ad alcuno che le previsioni di crescita molto elevate ed irrealistiche servono ad uno scopo semplicissimo: aumentare le spese facendo riferimento a quella copertura elevata; quando poi, con il rendiconto, si verificheranno i dati reali, si sarà creato un buco nel bilancio. Dunque, tutta la discussione preventiva sul buco e sull'extradeficit dell'anno scorso era premeditata: chi la faceva sapeva quali erano le politiche che si intendeva portare avanti e dunque sono stati creati l'alone ed il contesto adatti. Dunque, oggi si fa fatica a far comprendere che le politiche finanziarie e le politiche economiche di questo Governo stanno portando un aggravamento dei conti pubblici. Il debito pubblico torna a crescere e l'economia cala. Questa è la situazione che abbiamo di fronte.
Per quanto riguarda il rendiconto generale del 2002, nonostante le cose dette verso la metà dello scorso anno e nonostante la pesante inversione di tendenza verificatisi nell'intera area euro durante
l'anno 2001 che ha peggiorato tutti i parametri di previsione (a livello europeo, nel 2001, il PIL è cresciuto dell'1,5 per cento rispetto ad una previsione del 3 per cento e l'indebitamento netto, dell'1,3 per cento, è aumentato rispetto allo 0,6 programmato), il quadro di riferimento in area euro è peggiore di quello registrato nel rendiconto al nostro esame. In Italia gli scostamenti, così come correttamente riportati dal relatore, tra gli obiettivi di programma e i saldi di finanza pubblica nel 2001 sono più positivi di quelli registrati nei paesi dell'area euro.
Voglio esprimere una forte preoccupazione, come, peraltro, ho già fatto in Commissione, relativamente alla consistenza dei residui passivi e soprattutto alla consistenza dei residui passivi derivanti dai trasferimenti agli enti territoriali. La consistenza dei residui passivi nel bilancio dello Stato aumenta perché i trasferimenti destinati alle regioni, ai comuni ed alle province non vengono effettuati; sono bloccati a Roma. Sono oltre 15 mila i miliardi da destinare alle regioni: 6.680 per il fondo sanitario, dunque per sostenere la spesa sanitaria e, eventualmente, impedire i balzelli tipo i ticket che tutte le regioni, a cominciare soprattutto quelle governate dal centrodestra, stanno imponendo ai malati; 2.736 miliardi per il fondo per il federalismo fiscale, anche questi sono soldi destinati alle regioni ma ancora residui passivi; 1.800 miliardi di entrate erariali spettanti alle regioni a statuto speciale e che rappresentano, a tutt'oggi, residui passivi; 8.744 miliardi di residui derivanti da trasferimenti alle province ed ai comuni. Sappiamo bene cosa accade quando cresce la consistenza dei residui passivi a livello centrale: i residui passivi per gli enti territoriali sono entrate certificate, i bilanci regionali, provinciali e comunali sono stati fatti sulla base di quelle entrate, cioè ponendo quelle entrate come certe. Se tali somme non vengono effettivamente trasferite (vi sono casi di arretrati di dieci anni, penso ad esempio agli arretrati del Ministero dell'interno che deve pagare ai comuni gli affitti per le caserme, si deve ricorrere all'anticipazione di cassa perché quei soldi sono stati già spesi dai comuni, cioè i comuni, le province e le regioni andranno in banca a prelevare denaro pagando, quindi, su quel denaro interessi passivi.
In tal modo si ottengono due risultati: innanzitutto, si mettono in difficoltà gli enti territoriali, che difficilmente saranno in grado di rispettare il patto di stabilità interno (è infatti impossibile rispettarlo se lo Stato non trasferisce loro quanto dovuto); in secondo luogo, gli enti territoriali si indebitano ulteriormente attraverso le anticipazioni di cassa, sulle quali pagano interessi passivi: ebbene, in tal modo viene ad incrementarsi il debito pubblico complessivo italiano (anche questo, infatti, è debito pubblico: non lo è certamente solo quello del bilancio dello Stato).
Il disegno di legge per l'assestamento del bilancio per l'anno finanziario 2002 è stato presentato al Parlamento il 28 giugno. In quella data già nutrivamo alcune incertezze, aggravate dal contestuale e sostanziale peggioramento dei saldi di bilancio rispetto alle previsioni (le cause le ho già elencate prima, e sono tutte di natura politica, relative all'applicazione del programma della maggioranza): il saldo netto da finanziare è peggiore rispetto alle previsioni ed è aumentato il ricorso al mercato, nonché lo scarto tra il fabbisogno di cassa e l'indebitamento in termini di competenza. Ricordo che su questo punto l'anno scorso si accese una forte polemica, perché non solo il ministro Tremonti ma tutta la maggioranza e l'intero staff del Governo (non escludo alcun sottosegretario che interloquì allora con la Commissione bilancio) sostenevano che l'aumento del fabbisogno di cassa, di fatto, non rappresentava altro che un debito nascosto e che sarebbe stato poi difficile, con la competenza, coprire tutto quell'aumento di fabbisogno. Con questa tecnica, veniva sostenuto, si poteva pertanto accrescere l'extradeficit e, quindi, il debito pubblico in qualche modo mascherato. In tale polemica intervenne senza risparmiarsi anche il Governatore della Banca d'Italia, che fu pesantissimo nei confronti della maggioranza di centrosinistra e del Governo
uscente, un Governatore che, stranamente, da qualche mese non parla più, non esterna più sull'economia del paese. Un anno e mezzo fa egli era invece presente tutti i giorni con le sue dichiarazioni sulla stampa e pesantemente interveniva in ambito politico: oggi, di fronte allo sfascio reale che stiamo registrando, egli non ha invece alcuna parola da spendere.
A giugno non conoscevamo le cifre relative alle entrate tributarie, in quanto quando la legge di assestamento del bilancio è stata presentata al Parlamento i dati non erano ancora disponibili (le scadenze erano state infatti prorogate a fine giugno). Oggi conosciamo queste cifre: meno 15 per cento di IRPEF e meno 18 per cento di IRPEG. Di fronte a tali dati pongo il seguente quesito: possiamo noi approvare questa legge di assestamento che, di fatto, oggi sappiamo non essere reale? Quando ne abbiamo discusso in Commissione non conoscevamo i dati relativi alle entrate tributarie, dati che invece oggi sono noti. A mio avviso il presente testo di legge dovrebbe quindi essere ritirato ed aggiornato da parte del Governo con i dati reali relativi al bilancio dello Stato. Ciò per evitare che il Parlamento approvi una legge di assestamento che, in realtà, sappiamo non assesterà alcunché (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maurandi. Ne ha facoltà.
PIETRO MAURANDI. Signor Presidente, i colleghi che mi hanno preceduto hanno già ampiamente chiarito le ragioni della nostra critica ai disegni di legge in discussione e, quindi, non ripeterò le loro osservazioni. Vorrei però svolgere alcune considerazioni di carattere generale sull'andamento della finanza pubblica e della politica economica del Governo che emerge dai dati esposti anche in questi disegni di legge. Innanzitutto, devo dire che la discussione dei disegni di legge sul rendiconto per il 2001 e sull'assestamento per il 2002 rappresenta finalmente l'occasione per ricominciare a discutere nella sede propria, cioè in Parlamento, dello stato effettivo della finanza pubblica.
La maggioranza ha «inchiodato» il Parlamento a discutere del legittimo sospetto con una fretta di cui ben pochi sentivano il bisogno, impedendo, di fatto, che finora si discutesse dei problemi realmente urgenti del paese: mi riferisco, ad esempio, allo stato della finanza pubblica e dell'economia italiana. Pertanto, vorremmo cogliere l'occasione di questa discussione per sottoporre nuovamente al Parlamento questi temi e lo faremo in modo organico e compiuto con la mozione presentata dall'Ulivo e che verrà discussa nei prossimi giorni.
Tuttavia, analizzando le cifre relative all'assestamento del bilancio per il 2002, si chiarisce, sia pure in modo ancora sfocato ed impreciso, il colpo che avete assestato all'economia italiana in poco più di un anno di Governo. Il modo sfocato e impreciso deriva dal fatto che i dati di assestamento non comprendono - come si ricordava poco fa - l'autotassazione di luglio; infatti, come è noto, i dati di luglio sull'autotassazione rendono la situazione ancora più grave e già da essi si può misurare il vero e proprio disastro dei conti pubblici.
Trovano conferma con una puntualità impressionante i giudizi e le previsioni che, come opposizione, avevamo già formulato in occasione dall'esame della legge finanziaria e del DPEF dell'anno scorso, nonché di quello del 2002. Avevamo parlato di un ottimismo ingiustificato sull'andamento del PIL e sulle previsioni di entrata, un ottimismo contraddetto dalle previsioni dei più importanti centri di analisi. C'è veramente da chiedersi il motivo per cui commettete errori così vistosi ed il motivo per cui continuate pervicacemente a compierli, rifiutando di correggerli anche di fronte alla più plateale evidenza.
Persino ora, di fronte al ridimensionamento di tutte le previsioni di crescita da parte di tutti gli istituti e di fronte agli ultimi dati che sostengono quel ridimensionamento,
il ministro dell'economia e delle finanze si rifiuta di correggere le previsioni del DPEF, relative ad una crescita reale del PIL dell'1,3 per cento e ad una sua crescita nominale del 4 per cento, pur essendo ormai chiaro che il tasso di aumento del PIL nel 2002 non andrà molto al di sopra dello 0,5 per cento reale e del 3,5 per cento nominale.
Questo ridimensionamento da solo (lo ripeto: da solo) comporterà minori entrate per più di quattro miliardi di euro e porterà il rapporto fra l'indebitamento ed il PIL al di sopra dell'1,5 per cento, superiore quindi all'1,1 per cento previsto dall'ultimo DPEF.
All'aumento del rapporto fra deficit e PIL dovuto ad un errore di previsione sul PIL devono aggiungersi altri errori derivanti dalla sovrastima delle entrate e da un inefficace controllo del flusso di spesa, come dimostrato dal decreto-legge che il Governo è stato costretto ad adottare nelle scorse settimane.
Se il Governo si decidesse a dire al paese la verità, a correggere gli errori, a fornire numeri fondati e non frutto della fantasia o della finanza allegra e fantasiosa del ministro dell'economia e delle finanze, diventerebbe chiaro che l'indebitamento si avvicina pericolosamente al 3 per cento del PIL.
Di fronte a questi puntuali rilievi dell'opposizione, che vengono confermati dai fatti, il Governo risponde in un modo singolare. Finora, ho potuto rinvenire due risposte, entrambe singolari. Il ministro dell'economia semplicemente rifiuta di dare le cifre esatte e di riferire correttamente al Parlamento e le sue affermazioni secondo le quali non intende correggere il DPEF sono espressione di questo atteggiamento. Inoltre, il Presidente del Consiglio, per fornire una spiegazione, ricorre ad una categoria logica finora ignota agli economisti: quella dei catastrofisti.
Il dissesto della finanza pubblica deriva dal fatto che l'opposizione è catastrofista: questo sembra dire Berlusconi. Bene, il Presidente del Consiglio si sarà accorto, fra un incontro internazionale più o meno turistico-conviviale e l'altro, che il numero dei catastrofisti in Italia è cresciuto: si sono aggiunti di recente la Confindustria, il suo centro studi, ed il suo presidente. Dunque, vediamoli questi numeri dei catastrofisti di nuova acquisizione: per il 2002 il centro studi di Confindustria - non della CGIL - prevede un aumento del PIL dello 0,6 per cento e per il 2003 del 2,2 per cento, contro una previsione del DPEF rispettivamente dell'1,3 e del 2,7 per cento. Per il rapporto deficit/PIL la Confindustria prevede l'1,8 per cento per il 2002 e l'1,4 per il 2003, contro le previsioni del DPEF dell'1,1 e dell'1,6 per cento. Questo dicono i nuovi catastrofisti e gli ultimi dati dell'ISTAT non fanno che confermare e sostenere tali previsioni. Il PIL del secondo trimestre è aumentato di un misero 0,2 per cento su base congiunturale e su base annua. La produzione industriale ha subito un vero e proprio crollo del 7,7 per cento e gli investimenti continuano a scendere.
Cos'è questo, catastrofismo dell'opposizione o catastrofe del Governo? Il Governo di fronte a tale situazione, a parte affermazioni ridicole, quali atti compie? Con il decreto-legge sul controllo della spesa si fa proprio una bella uscita: i provvedimenti non coperti devono essere nuovamente approvati dal Parlamento con idonea copertura. Benissimo, aspettiamo con fiducia che tutte le leggi approvate da un anno a questa parte prive di copertura o con copertura largamente insufficiente vengano ripresentate dal Governo.
A proposto di leggi senza copertura, signor Presidente, vorrei rivolgere a lei una preghiera che la prego di rivolgere al Presidente Casini. Una delle leggi senza copertura - come è noto - è la Tremonti-bis. Il Governo tentò di correre ai ripari prevedendo la copertura nella legge finanziaria, cioè a posteriori. Poiché si trattava di una procedura anomala, la maggioranza della Commissione bilancio prese l'iniziativa decente di sostituire il testo del Governo con un altro nel quale si prevedeva che il Governo, entro il mese di giugno, dovesse presentare al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della Tremonti-bis: tale previsione è contenuta
nell'articolo 1 della legge finanziaria approvata dal Parlamento. Bene, giugno è passato, sta per passare settembre e della relazione non abbiamo visto neanche l'ombra. Vedo assentire anche il presidente della Commissione, quindi non è sfuggita a me, la relazione proprio non c'è.
Dunque, signor Presidente, abbiamo già sollevato il problema in Commissione bilancio ed in aula ottenendo assicurazioni dal Governo, ma non è successo niente. Mi rivolgo di nuovo al Presidente della Camera affinché voglia sollecitare il Governo a compiere un adempimento richiesto dalla legge. Almeno fissate un altro termine se proprio non riuscite a rispettare il termine previsto dalla legge!
Ciò che più mi risulta difficile capire è perché il Governo continui a sbagliare le previsioni e perché rifiuti pervicacemente di correggerle. È vero che vi è incertezza ed è vero che l'incertezza ha costretto importanti centri di previsione a rivedere le loro stime. Tuttavia, proprio in ragione di tale clima, il Governo dovrebbe essere prudente e non collocarsi sempre nella fascia alta delle stime, ma in quella prudenziale. Perché comportarsi in questo modo scriteriato? Sono indeciso tra due spiegazioni. Naturalmente devo scartare quella più spontanea e banale, cioè che non sapete fare i conti perché anche se fosse vero - e probabilmente è vero - vi sono sul mercato istituti ed enti pubblici e privati che i conti li fanno, basta ascoltarli, basta consultarli. Dunque, devo scartare questa spiegazione.
Ne rimangono, allora, altre due: la prima è che si voglia mettere in piedi una gigantesca operazione di propaganda, una sorta di eterna campagna elettorale. Ma quando si è al Governo e non più in campagna elettorale, per promettere tutto a tutti e per raccontare che l'Italia diventerà, nel giro di qualche anno, il paese di Bengodi, servono i soldi. Non bastano più le lavagnette alla televisione! E per dire che i soldi ci sono occorre dire che aumenteranno le entrate in modo consistente e per dire questo è necessario dire che il PIL aumenterà più del 2 per cento, mentre tutti gli analisti lo davano al di sotto del 2 per cento; oppure bisogna dire che esso aumenterà più dell'1 per cento, quando tutti gli analisti lo danno intorno allo 0,5 per cento.
La seconda spiegazione possibile è che voi avete creduto davvero di essere giunti nel Governo del paese di Bengodi. I governi di centrosinistra - questo lo sapete anche voi, perché ogni tanto, anche se non sempre, lo riconoscete - hanno compiuto molte azioni importanti sulla strada del risanamento della finanza pubblica, facendo uscire l'Italia dalla situazione disastrosa degli anni novanta e conducendo il paese al rispetto dei parametri di Maastricht e all'ingresso nell'euro: un'opera difficile che ha richiesto sacrifici al popolo italiano, ma che ha prodotto importanti risultati, mettendo sotto controllo i flussi della finanza pubblica, riducendo drasticamente il rapporto deficit-PIL e riducendo altrettanto drasticamente il tasso di inflazione.
Ebbene, voi avete creduto che una volta acquisiti questi risultati si potesse allora imboccare la strada della «allegra finanza». Avete cominciato con l'approvazione di leggi prive di copertura e inefficaci; con l'abolizione dell'imposta di successione per i grandi patrimoni; avete continuato con i regali agli evasori, cioè coloro che hanno portato i soldi all'estero, e ai falsificatori di bilanci societari e di nuovo avete promesso tutto a tutti. Non vi siete resi conto, forse, che vi era ancora la dura necessità di tenere sotto controllo i flussi della finanza pubblica e l'inflazione e di non abbassare la guardia per non far correre rischi al paese.
Certo, vi è la sfavorevole congiuntura internazionale, che non dipende da voi (non avete ancora questo potere di provocare le congiunture internazionali!). Ma non si tratta di un fatto nuovo negli anni novanta; vi sono stati infatti altri periodi di congiuntura negativa a livello internazionale. Ciò che è nuovo ed inedito è la vostra incapacità di fronteggiarla, se non dicendo continuamente che vi sarà la ripresa. Certo: prima o poi la ripresa vi sarà e infatti il ciclo economico ha un andamento di questo tipo. Prima o poi vi
sarà, ma nel frattempo qual è la politica economica che volete mettere in piedi? Gli economisti - diceva Keynes - svolgono un compito troppo facile e troppo banale quando affermano che dopo una tempesta tornerà la quiete. E questo vale tanto più per i governanti, perché nel frattempo, in attesa della mitica ripresa, qual è il bilancio della vostra politica economica per l'economia italiana? Quali sono gli effetti, per esempio, della legge finanziaria approvata lo scorso anno? Quali sono le misure di politica economica che avete adottato? La Tremonti-bis? O il condono che avete fatto e che vi apprestate a fare di nuovo? La legge sull'emersione del lavoro nero? O la cancellazione del credito di imposta, che se non correggerete manderà in rovina molte imprese o le costringerà a tornare nel sommerso? Oppure la circolare Lunardi che voleva bloccare le opere pubbliche, che poi il ministro si è rimangiato?
Allora, queste sono le domande che vi poniamo e che non trovano risposte né nel disegno di legge di assestamento né nel DPEF che non intendete correggere.
Al collega relatore, il quale nella sua relazione ha scritto che il Governo ha cercato di creare e preservare condizioni generali nelle quali fosse possibile avviare un complesso di interventi di ampia portata e in grado di accrescere stabilmente il reddito disponibile e la domanda, principalmente attraverso la riforma del sistema fiscale e di incidere su caratteri strutturali del sistema economico e produttivo nazionale, in modo da elevarne in via permanente le potenzialità di crescita, vorrei chiedere se davvero è successo questo. A me, francamente, non pare!
Voglio dire al collega Zorzato: ammettiamo che sia vero che il Governo ha cercato di realizzare tutto ciò; ma i risultati vi sembrano adeguati? E, se i risultati non sono adeguati, non vi è sorto il dubbio che le misure adottate siano, a loro volta, largamente inadeguate e insufficienti, da rivedere e da correggere? Ecco, questa è la domanda fondamentale che intendo porre.
Mi direte che il mio non è stato un discorso costruttivo, che ho svolto solo delle critiche; è vero.
GIANCARLO GIORGETTI. Catastrofista!
PIETRO MAURANDI. Ma il ragionamento costruttivo lo faremo. Il nostro punto di vista sulla situazione economica e sulla necessaria strategia di politica economica lo esporremo nei prossimi giorni attraverso la nostra mozione sulla situazione economica e sulla finanza pubblica.
Per il momento, la richiesta pressante che vi rivolgiamo, e che rappresenta il senso del mio discorso, è una e semplice. Intanto dovete dire la verità al paese; non raccontate più balle sullo stato della finanza pubblica, sui buchi inesistenti e su quelli esistenti, sulla crescita del PIL e delle entrate. Non raccontate più balle; incominciamo dicendo la verità. Infatti, se partiamo dalla verità, si potrà ragionare davvero sul modo in cui affrontare la difficile situazione economica del paese. Certamente, questa difficoltà non è stata provocata interamente dalla politica del Governo, ma quest'ultima non ne è estranea (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di Sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Garnero Santanché, iscritta a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta sulle linee generali.
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