Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 184 del 25/7/2002
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Discussione sui temi contenuti nel messaggio del Presidente della Repubblica (Doc. I, n. 2) (ore 15,08).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione sui temi contenuti nel messaggio del Presidente della Repubblica (Doc. I, n. 2).
Onorevoli colleghi, ringrazio a nome dell'intera Assemblea il Presidente della Repubblica per aver sollecitato l'attenzione del Parlamento su un tema fondamentale per il nostro futuro e per averlo fatto in modo compiuto, puntuale e attento rispetto ai principi della nostra Costituzione e dell'ordinamento europeo.
Sarebbe sbagliato discutere il messaggio del Capo dello Stato leggendolo con le lenti deformanti delle strumentalizzazioni di parte, o all'opposto, rifugiandosi in un unanimismo di facciata. Dobbiamo rispondere ai temi sollevati dal Presidente con serietà e responsabilità istituzionale, assolvendo il nostro dovere di legislatori.
Le indicazioni che vengono dal messaggio non potranno essere messe tra parentesi dopo il dibattito odierno: dovranno invece rappresentare un punto di riferimento per atti concreti, per una concreta azione di riordino legislativo, che garantisca appieno il pluralismo e l'imparzialità nel mondo della comunicazione.
Qualsiasi progetto di riforma della società e delle istituzioni italiane non può infatti prescindere da questi valori. Ciò è ancor più vero oggi, alla luce del carattere maggioritario e bipolare ispirato al principio dell'alternanza che contraddistingue il nostro sistema politico e che richiede coerenti adattamenti istituzionali.
In questa prospettiva, il Parlamento non solo è chiamato a stabilire le regole, ma anche a vigilare sulla loro osservanza, attraverso idonei organismi e strumenti che rendano attivamente coinvolte le forze politiche di minoranza.
Al Parlamento spetta inoltre delineare un quadro normativo all'interno del quale le regioni possano dispiegare i nuovi poteri legislativi riconosciuti loro nel settore delle comunicazioni dal nuovo titolo V della parte seconda della nostra Costituzione.
Dal dialogo tra Stato ed autonomie potrà determinarsi un ulteriore arricchimento dei valori del pluralismo, che, nella salvaguardia dell'identità culturale della nazione, offra strumenti concreti di crescita civile a ciascun italiano.
Una speciale attenzione merita la tutela dei soggetti deboli ed in particolare dei minori; ad essi i nuovi mezzi di comunicazione offrono un ventaglio di opportunità e di sollecitazioni più ampie rispetto al passato, ma, come ogni forma di progresso, anche questo non è immune da pericoli, poiché può esporre i più giovani a gravi condizionamenti negativi. La loro tutela è un nostro dovere imprescindibile e su questo tema è necessario l'impegno di tutti gli operatori del settore, sia privati che pubblici.
Onorevoli colleghi, auspico che il dibattito odierno possa costituire la prima occasione per una meditata risposta del Parlamento sui temi che il messaggio del Presidente della Repubblica solleva; una prima occasione, perché altre iniziative seguiranno in adempimento ad un nostro dovere costituzionale, quello di una riflessione forte e serena e di conseguente azione in ordine al messaggio del Presidente della Repubblica (Applausi).

(Discussione - Doc. I, n. 2)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
Ricordo che, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei presidenti di gruppo nella riunione del 23 luglio scorso, potrà intervenire un oratore per ciascun gruppo e per ciascuna componente politica del gruppo misto in ordine crescente secondo la rispettiva consistenza numerica.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Craxi. Ne ha facoltà. Segnalo che ha 4 minuti a disposizione.

BOBO CRAXI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere solleva questioni


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centrali per la vita democratica del nostro paese. È un messaggio opportuno più che mai, ed è rivolto a tutto il Parlamento, ma in particolare si rivolge alla maggioranza di questo paese perché sappia affrontare in maniera convincente tutti i nodi legati alla questione del pluralismo e dell'informazione. L'ingresso prorompente e decisivo dei mezzi di comunicazione di massa impone al nostro paese ed alla politica un rigoroso adeguamento ed aggiornamento delle proprie normative, sapendo calibrare con equilibrio e saggezza il proprio impegno legislativo.
Se il Capo dello Stato ha inteso richiamare la nostra attenzione, vuol dire che egli, al pari di molti di noi, avverte che al nostro sistema democratico se ne è affiancato uno nuovo, quello videocratico, che senza i necessari controlli e senza robusti contrappesi produce squilibri e vistose iniquità.
Onorevoli colleghi, noi questo lo sappiamo bene, perché non possiamo non ricordare la vera e propria gogna mediatica a cui sono stati sottoposti parlamentari, uomini di Stato, partiti, letteralmente travolti dallo squilibrio informativo e dalla faziosità degli operatori dell'informazione. Allora non vi fu alcun Presidente della Repubblica che osasse intervenire. Il problema è accentuato dall'impianto maggioritario del nostro sistema politico, dal mutamento rapido e traumatico e dalla presenza di forze politiche nuove che esprimono sensibilità ed esigenze che non facevano parte del vocabolario e della politica sino ad un decennio orsono.
Esiste un problema generale che riguarda la riforma del sistema dell'informazione nel suo complesso, la necessaria apertura della nostra azienda radiotelevisiva verso un modello di public company, un controllo più robusto di tutta l'informazione, pubblica e privata. Esiste un problema che riguarda la tutela delle opinioni delle minoranze. Esiste un problema che riguarda la cultura nazionale e la nuova spinta di carattere regionalista. Noi che siamo stati nel passato nella maggioranza politica di questo paese, come ho detto prima, abbiamo conosciuto tutti gli effetti perversi di una informazione che sfugge a qualsiasi tipo di controllo. Oggi siamo praticamente e drammaticamente alle prese con i problemi di una minoranza politica spesso ignorata dai mezzi audiovisivi.
Ma proprio perché siamo stati noi, socialisti, repubblicani, forze essenziali e determinanti di questo paese, non possiamo non vedere le anomalie e gli squilibri che questo nuovo sistema politico contiene in sé. Il problema dell'anomalia sembra essere il cuore dell'azione politica dell'opposizione. L'anomalia c'è, esiste, è vistosa. Risolverla con i divieti, le censure, è manifestamente un'azione che porterebbe il nostro paese verso una china finora sconosciuta, ma è esattamente la ragione per cui l'imprenditore della comunicazione è sceso sul terreno della politica.
Il problema esiste, c'è e non si può fare finta di non vederlo. Esiste un problema di equilibrio dell'informazione, certamente, ma su questo terreno l'attuale opposizione - ieri maggioranza di Governo - non dette affatto una grande prova di pluralismo.
Esiste un problema che riguarda la difesa di professionisti dell'informazione, ma non vi possono essere amici da tutelare secondo le stagioni. Michele Santoro fu cacciato dalla RAI di Siciliano, così come fu cacciato Sandro Curzi.
Onorevoli colleghi, il Presidente della Repubblica è un arbitro cui non può essere tirata la giacca per la propria convenienza; è il Presidente di tutti e non di una parte e l'esigenza che egli ha richiamato vale per tutti, per il presente ma soprattutto per il nostro futuro. Le sue parole, i suoi inviti ragionevoli devono essere presi sul serio.

PRESIDENTE. Onorevole Craxi...

BOBO CRAXI. Ho concluso, signor Presidente. Essi non possano essere accolti da sorrisi di circostanza o peggio dalla diffidenza, ma neppure dallo strumentale entusiasmo di parte.
Il suo messaggio è un'ottima base di partenza per una discussione che deve


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vedere innanzitutto la maggioranza di Governo capace di dare su questo terreno delle risposte convincenti (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI e di deputati del gruppo dell'UDC (CCD-CDU).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cusumano, al quale ricordo che ha cinque minuti a sua disposizione.

STEFANO CUSUMANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il messaggio del Capo dello Stato rilancia il confronto politico parlamentare sulle garanzie all'interno di un sistema autenticamente democratico.
I forti accenti sul pluralismo, sull'imparzialità dell'informazione, con la richiesta di una legge quadro che sostituisca la legge Mammì ormai inadeguata, conferma l'attenzione con la quale il Capo dello Stato segue le questioni che incidono sul rafforzamento della nostra democrazia.
L'opportunità del messaggio del Presidente della Repubblica ha la sua genesi nel permanere di diversi problemi distinti ma connessi. Uno di questi sollecita la soluzione di quello snodo fondamentale della democrazia italiana, costituito dall'imponente concentrazione di potere politico, economico e mediatico che anche noi abbiamo sostenuto essere il primo problema dell'Italia di oggi.
C'è nel messaggio del Capo dello Stato una forte esortazione a definire regole certe, trasparenti, inequivoche, per assicurare al nostro paese il massimo di pluralismo. Infatti, la garanzia del pluralismo vuol dire anche interrompere la dipendenza del servizio pubblico dalle maggioranze parlamentari. Sostengo con forza che questo sistema andava cambiato prima, anche durante i governi di centrosinistra.
Rispetto alle indicazioni che emergono dal messaggio, l'impianto della legge sul conflitto di interessi appare decisamente inadeguato e non sufficiente a risolvere i problemi sollevati nel messaggio stesso.
Il fatto che nel messaggio siano espressamente citate le direttive del Parlamento europeo e del Consiglio dell'Unione europea - tra cui la direttiva quadro che impone una regolamentazione del mercato dell'informazione -, ispirate ai valori....

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, scusate. Onorevole Mantovano...

STEFANO CUSUMANO... del pluralismo e alla necessità di assicurare un regime concorrenziale del mercato, conferma l'interesse della suprema magistratura dello Stato a definire, con norme adeguate ed equilibrate, il compito dell'informazione, per renderlo funzionale alla sana crescita della democrazia del nostro paese.
Per queste ragioni, senza altri attardamenti, ci sentiamo impegnati a condividere con la coalizione di centrosinistra una proposta di legge sul pluralismo e sulle posizioni dominanti.
Guai a leggere il messaggio del Capo dello Stato come la risposta alla ventata presidenzialista del Presidente del Consiglio! È evidente, invece, ed è in linea con precedenti prese di posizione, il desiderio di accompagnare il dibattito politico e parlamentare sull'informazione, sul pluralismo e sull'identità culturale del paese con un forte richiamo ad alcuni punti fermi, a cominciare dalle direttive comunitarie sulla materia, e con la consapevolezza di aiutare la riflessione di tutte le forze politiche parlamentari, chiamate a definire la legge sul conflitto di interessi e ad avviare, così, la risistemazione del sistema dell'informazione.
«Nel preparare la nuova legge, va considerato che il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione» - dice il Capo dello Stato - «così come lo spazio da riservare (...) alla dialettica delle opinioni, sono fattori indispensabili di bilanciamento dei diritti della maggioranza e dell'opposizione»; ed aggiunge che «la vigilanza del Parlamento, in coordinamento con l'Autorità di garanzia, potrebbe estendersi all'intero circuito mediatico, pubblico e privato, allo scopo di rendere uniforme ed omogeneo il principio della par condicio».
Sulle riforme e sulle regole per un sicuro pluralismo dell'informazione bisogna


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lavorare uniti, coinvolgendo il paese, il mondo della cultura, dell'arte e della scienza. Le linee guida debbono guardare al rilancio di un robusto servizio pubblico, come avviene in tutti i paesi europei e come ha indicato il presidente Ciampi, e debbono guidare la transizione tecnologica verso l'avvento del digitale. Una corsa senza regole non sarebbe pluralista: ad essa potrebbero partecipare i grandi gruppi, ma non i piccoli.
Il messaggio del Presidente Ciampi dà la possibilità di inaugurare una stagione nuova e suggerisce, molto chiaramente, di smantellare le posizioni dominanti nell'informazione trovando un equilibrio ed un salutare compromesso che serva ad esaltare al meglio la funzione positiva della politica rispetto ai grandi filoni della cultura democratica nazionale ed europea. Per queste ragioni, consideriamo la legge Frattini l'ostacolo prioritario sulla via del pluralismo. La mancata riapertura del confronto sulla Frattini impedisce la scrittura di regole generali sul pluralismo ampiamente condivise.
Diceva Panebianco sul Corriere della Sera: Ciampi ha posto il Parlamento di fronte a problemi la cui importanza per la democrazia italiana non diminuirà nel tempo. Sarà ancora inalterata quando tutti i protagonisti politici di oggi saranno ormai usciti di scena. È un modo per dire che il pluralismo è un grande bene che va comunque tutelato, al di là del quadro politico-istituzionale del nostro paese.
Noi lo condividiamo. La nostra democrazia parlamentare, lontana dal rischio di derive populiste e plebiscitarie, ha bisogno di un robusto rafforzamento, con regole certe negli snodi essenziali, primo tra tutti quello del pluralismo dell'informazione. Grazie (Applausi dei deputati del gruppo Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa).

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Cusumano.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Pecoraro Scanio. Ne ha facoltà.

ALFONSO PECORARO SCANIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, per noi Verdi il messaggio del Presidente della Repubblica è particolarmente significativo, sul piano del merito come del metodo. Si tratta della prima volta che il Presidente Ciampi, ai sensi dell'articolo 87 della Costituzione, invia un messaggio alle Camere. Soprattutto, è significativo il tema che il Presidente della Repubblica ha scelto per sollecitare il Parlamento ad un intervento.
È evidente che non è casuale il collegamento alla democrazia del tema del pluralismo dell'informazione; altrimenti, dovremmo dire che il Presidente ha inviato un messaggio alle Camere soltanto per rimarcare una cosa ovvia. Che non c'è democrazia senza pluralismo nell'informazione lo sa chiunque abbia un minimo di cognizioni democratiche e di cultura minimamente liberale (non c'è bisogno di chissà quali particolari esperienze): il pluralismo dell'informazione, in quanto qualifica e caratterizza la capacità di libera espressione, la libertà di parola, la libertà di comunicare, è un principio fondamentale della democrazia.
Peraltro, nella nostra Costituzione, questi sono già valori essenziali. Allora, due sono le ipotesi: o il Presidente della Repubblica ha deciso di utilizzare uno strumento così forte come il messaggio per ribadirci principi già scritti nella Costituzione e comunemente conosciuti nella storia delle forze politiche, oppure il Presidente della Repubblica - e questa è l'unica lettura possibile, visto che abbiamo rispetto per il Capo dello Stato - ritiene importante inviare a questo Parlamento, che è composto anche da questa maggioranza parlamentare, per essere chiari, un messaggio che dice: il pluralismo dell'informazione è un tema sul quale dovete legiferare, e dovete farlo garantendo due pluralismi: il pluralismo esterno e quello interno. E badate, sono a rischio tutt'e due. Questo è un tema che le forze politiche, anche quelle dell'opposizione, devono cercare di affrontare in modo attento.
Il pluralismo esterno è quello che ha consentito la libertà di trasmissione, la libera emittenza, quello nato con la sentenza della Corte costituzionale del 1975.


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In Italia dobbiamo dire che c'è una carenza storica parlamentare da questo punto di vista, perché per anni si è dovuta attendere una regolamentazione legislativa dopo una sentenza della Corte costituzionale, che però ha un senso. Infatti, in questo paese la libertà di informazione, di antenna, in quel caso la libertà di radiotelevisione, tre le origini da una sentenza della Corte e, quindi, da un riconoscimento che si trova direttamente nella Costituzione. Detto questo, oggi sono a rischio tutt'e due i pluralismi, per la cosiddetta evoluzione del digitale. Mi spiace che si sia ora allontanato il ministro delle comunicazioni, sarebbe utile che il Presidente richiamasse un membro del Governo.

DAVIDE CAPARINI. C'è un membro del Governo!

ALFONSO PECORARO SCANIO. So benissimo che non è obbligatorio, ma credo che la sua presenza sia utile, in occasione di un dibattito su un messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere. Mi sarei atteso la presenza del Presidente del Consiglio, che ha controfirmato e che ha detto di condividere, prima ancora che fosse reso noto, questo messaggio, ma non di non vedere neanche il ministro delle comunicazioni, che però, evidentemente, è andato a telecomunicare, perché qui non è presente.
Va detto che noi abbiamo un'esigenza anche di pluralismo esterno, perché in questo paese le emittenti locali e regionali rischiano di essere massacrate anche dalla cosiddetta iniziativa del digitale. Mediaset, che è una società importante, ha stanziato 400 milioni di euro, quindi circa 800 miliardi di vecchie lire, per comprare frequenze per l'avvento del digitale, acquisendo radio e televisioni private, in particolare televisioni. Tutto questo significa che non solo non si sta evolvendo verso il superamento - come il Presidente della Repubblica chiede - del duopolio, ma si sta estendendo l'operazione di acquisizione anche delle emittenti locali da parte della più grossa realtà nazionale del nostro paese.
Quindi, la battaglia di questo Parlamento, che troppe volte si è diviso nel partito RAI e nel partito Mediaset, dovrebbe consistere in una iniziativa seria dei parlamentari a favore della libertà di informazione, del pluralismo, a sostegno anche delle emittenti locali e regionali e a garanzia delle regole e della legalità.
Credo che il Presidente della Repubblica solleciti anche l'altro pluralismo, quello interno. Il Parlamento non può non considerare che egli parla di necessità di garantire il pluralismo dell'informazione, la sua completezza, l'imparzialità, ma soprattutto parla di opposizione e minoranze. Anche qui c'è un problema. Noi non possiamo pensare che il livello della libertà di informazione e di espressione si limiti alla tutela dell'opposizione parlamentare, alla quale pure teniamo moltissimo. Troppo spesso anche noi parlamentari dimentichiamo che la vera battaglia di democrazia e di libertà consiste nel garantire il pluralismo dell'informazione delle realtà sociali che esistono in questo paese.
Siamo ancora una volta di fronte alla chiusura nei confronti delle forze politiche non rappresentate in Parlamento, anche nei confronti dei comitati dei referendum. In questo periodo, noi Verdi stiamo raccogliendo le firme su tre referendum ambientali e su alcuni referendum sociali, e su questa raccolta di firme c'è il blackout totale.
Stiamo andando avanti lo stesso grazie all'apporto di Rifondazione comunista, dei comitati civici e delle associazioni dei consumatori, e, probabilmente, raggiungeremo il numero di firme necessario, superando questa grande difficoltà del blackout totale dell'informazione (nonostante in ottomila comuni d'Italia si raccolgano le firme).
È un caso concreto, elementare di un problema che non riguarda l'opposizione (in questo caso noi non abbiamo un ruolo in quanto opposizione parlamentare) ma le minoranze e le realtà che esistono nel paese e che possono essere le più variegate. Ci sono, ad esempio, le associazioni mazziniane; se queste vogliono lavorare


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sulla battaglia, da loro condotta, su una parte della riforma alla Costituzione, è giusto che abbiano un accesso: ovviamente non sto parlando di spazi illimitati, ma qui siamo in presenza di un vero e proprio blocco dell'informazione e della pluralità dei soggetti democratici. Ieri l'ho sollecitato anche presso la Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi e credo che anche il riferimento del Presidente della Repubblica al servizio pubblico come elemento di garanzia democratica del pluralismo debba essere interpretato e tenuto presente quando approveremo la legge, e dovremo approvarla; come Verdi chiediamo che venga approvata entro dicembre, che si lavori seriamente e che questa maggioranza dimostri una determinazione non di facciata.
Tutti hanno detto che il messaggio del Presidente della Repubblica è buono, è molto interessante, è molto particolare e molto bello però vedo che oggi, in aula, il centrosinistra e l'Unione dei democratici di centro schierano a parlare i loro segretari di partito per rispetto verso il Capo dello Stato, mentre le altre forze del centrodestra (ovviamente i loro segretari di partito fanno i ministri ma sarebbero potuti venire qui a seguire il dibattito; poi, avranno pure i vicesegretari o i capigruppo) non fanno parlare nemmeno gli esponenti politici e riducono il messaggio del Presidente della Repubblica ad un fatto meramente tecnico. Ci sembra un atto di poco rispetto, un atto irriguardoso nei confronti del Presidente della Repubblica ma speriamo che si tratti solo di una mancanza che non si traduca nella volontà di dire sì a parole, come sempre è stato detto sul pluralismo dell'informazione, per poi boicottare, nei fatti, una nuova legge che può essere realizzata anche se si chiude la vicenda della posizione dominante del Presidente del Consiglio che deve saper fare il Presidente degli italiani e non il padrone di un pezzo del settore radiotelevisivo del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo, Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boselli. Ne ha facoltà

ENRICO BOSELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il messaggio del Presidente della Repubblica è imperniato sul pluralismo dell'informazione come valore fondamentale della democrazia. Il Presidente Ciampi, che nell'esercizio della sua alta funzione ha dimostrato di essere, effettivamente, un garante, ha l'autorità politica e morale per rivolgere al Parlamento un invito che si muove strettamente nell'ambito segnato dalla nostra Costituzione e noi deputati socialisti condividiamo, pienamente, lo spirito e la lettera del messaggio presidenziale. Come lei ci ha invitato a fare, signor Presidente della Camera, non vogliamo strumentalizzarlo a fini di parte né vogliamo svuotarlo dei suoi forti contenuti. Il Capo dello Stato riafferma il valore del pluralismo che è essenziale in una democrazia liberale. Il tema, come tutti sappiamo, è stato al centro di un confronto molto aspro tra maggioranza e opposizione. Quanto dirò non è a commento di quanto ha scritto alle Camere il Presidente della Repubblica ma è, ovviamente, il contributo nostro, dei deputati socialisti, su una questione che il Presidente della Repubblica, e non solo lui, considera decisiva nel rapporto tra maggioranza e opposizione. Noi, infatti, ci troviamo in una situazione che non ha eguali nelle democrazie occidentali. Il Presidente del Consiglio dei ministri, in quanto capo della maggioranza, controlla la televisione pubblica e, in quanto proprietario, controlla Mediaset. Questo trasforma una situazione di duopolio nel campo televisivo in una di monopolio politico.
Quanto detto non è un argomento polemico con il quale intendo attaccare il Governo, la maggioranza, il Presidente del Consiglio ma è la pura e semplice descrizione di uno stato di cose che nessuno può negare. Si può certo rispondere che questo monopolio politico non è esercitato, o non è esercitato in modo assoluto; si può dire che l'onorevole Berlusconi, in quanto proprietario, lascia una larga autonomia alla


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gestione di Mediaset; si può aggiungere, e ciò è un po' più difficile da dimostrare, che la RAI TV non è dominata dal capo della maggioranza e tiene conto anche delle minoranze. Ciò si può sostenere, ma non si può negare che l'onorevole Berlusconi abbia, almeno in potenza, se non di fatto, il potere per influenzare quasi tutto il sistema dell'informazione televisiva. Ammettiamo che il Presidente del Consiglio sia tra i più convinti ed accesi liberali e non si faccia mai tentare dallo spirito di fazione, fino al punto di lasciare, da liberale, che nell'ambito dei mezzi di comunicazione, RAI TV e Mediaset, da lui potenzialmente controllabili, lascino largo spazio alle opposizioni.
Ebbene, non sarebbe accettabile neppure questa situazione. In una democrazia liberale il pluralismo non può essere concesso per benevolenza, ma deve essere garantito attraverso regole che assicurino una reale concorrenza tra opinioni diverse. Questa situazione nel campo dell'informazione televisiva fa dell'Italia un caso anomalo tra le democrazie occidentali.
La questione è semplice: bisogna assicurare regole. Il cuore del conflitto di interessi dell'onorevole Presidente del Consiglio sta proprio nei problemi che insorgono nella sua duplice veste, che ne fanno, indirettamente, il vero capo della RAI e, insieme, il vero capo di Mediaset. Questo nodo deve essere sciolto al più presto. La proposta del ministro Frattini, per quanto riguarda il pluralismo televisivo, è un pannicello caldo. So bene che la strada maestra sarebbe stata la vendita di Mediaset da parte dell'onorevole Berlusconi una volta diventato Presidente del Consiglio, ma so altrettanto che una proposta così severa non può essere introdotta retroattivamente.
Credo tuttavia che, senza arrivare a tagliare la testa al toro, sia possibile arrivare a soluzioni adeguate. Alcune, a dire il vero, potevano essere realizzate, per esempio indicando alla presidenza della RAI una personalità che fosse davvero al di sopra delle parti. Non si è voluto seguire questa strada e, quindi, bisognerà muoversi sul piano della costruzione di nuove regole.
Il messaggio del Presidente della Repubblica ci invita ad assicurare il pluralismo dell'informazione con nuove regole. Il Capo dello Stato lo fa in maniera solenne, con un messaggio alle Camere. Vi è un invito a ricercare, nell'ambito di uno statuto delle opposizioni e delle minoranze, in un sistema maggioritario, le soluzioni più efficaci, anzitutto - come dice il messaggio - nel quadro di un assetto della comunicazione che consenta l'equilibrio dei flussi di informazione e di opinione. Si suggerisce poi una soluzione: anche a tal fine la vigilanza del Parlamento, in coordinamento con le autorità di garanzia, potrebbe estendersi all'intero circuito mediatico, allo scopo di rendere uniforme ed omogeneo il principio della par condicio. Noi ne siamo convinti, tant'è vero che abbiamo presentato, il 14 maggio scorso, una specifica proposta di legge che va in questa direzione. Da qui, infatti, si può ripartire per creare un nuovo assetto in grado di assicurare quel pluralismo che è essenziale per la nostra democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.

MARCO RIZZO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è ricorso allo strumento del messaggio alle Camere sollevando il problema, noto a tutti, della libertà nel sistema dell'informazione nel nostro paese. Il Presidente della Repubblica è intervenuto, con accuratezza ed autorevolezza, nel metodo e nel merito delle questioni che riguardano l'essenza di una democrazia moderna.
Il sistema delle comunicazioni oggi costituisce un elemento portante della democrazia ed uno dei luoghi di scambio di conoscenze e di opinioni per la formazione della coscienza civile dei cittadini. In


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Italia abbiamo praticamente il monopolio dell'emittenza nazionale privata, la quale ricade sotto il controllo del Presidente del Consiglio Berlusconi; abbiamo le tre reti del servizio pubblico che ricadono, nella maggioranza dei loro assetti dirigenziali, sotto il controllo politico dell'area di Governo; abbiamo un sistema editoriale dove vi è una cospicua presenza degli interessi del Presidente del Consiglio, nei quotidiani, nell'editoria libraria, nella radiofonia, nei portali Internet; abbiamo un mercato della pubblicità, considerato il motore del sistema, dove il 90 per cento delle risorse è assorbito da RAI e Mediaset e dove la società che fa capo agli interessi del Presidente del Consiglio è leader nella raccolta delle risorse medesime; abbiamo un'emittenza televisiva schiacciata dal peso delle concessionarie nazionali di pubblicità; abbiamo sentenze della Corte costituzionale e direttive europee in materia di reti televisive e di pubblicità che non vengono rispettate.
Chi ha provato a mettere in piedi una concorrenza nel settore delle TV è rimasto scottato. Lo smantellamento sistematico de La7, lo scorso anno, è un'operazione che chiede ancora chiarezza.
L'autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha avviato un'istruttoria per accertare se - a quanto risulta dai dati in possesso della stessa autorità - siano state violate le leggi dello Stato sulle concentrazioni nel settore delle televisioni. Sarebbe ben grave se fosse certificata l'illegalità del sistema dell'informazione televisiva, un'anomalia che noi denunciamo da tempo.
Le leggi sono tali, vanno rispettate e fatte rispettare, senza eccezione alcuna. Su questo terreno non vi possono essere ambiguità e non vi possono essere ammiccamenti tra maggioranza e opposizione. La concentrazione monopolistica dell'informazione non è solo un problema di interessi personali del Premier, ma è soprattutto un problema di democrazia. Le norme antitrust vanno adeguate allo sviluppo delle nuove tecnologie, ma vanno anche rafforzate contro lo strapotere del Presidente del Consiglio nei media. In questo quadro, occorre una riforma della RAI, che ne rafforzi il carattere di servizio pubblico e metta fine alla vergognosa occupazione di poltrone da parte della maggioranza e, purtroppo, alla miserrima partecipazione consociativa che si compie anche da questa parte.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, il rispetto del pluralismo è cosa seria. Il rispetto del pluralismo dell'informazione è essenziale per garantire ai cittadini il diritto costituzionale di usufruire di un'informazione libera, molteplice, fatta anche di voci critiche, comprese quelle più avverse.
Il Presidente del Consiglio si è sempre sottratto ad ogni confronto e ad ogni contraddittorio; ad ogni critica si risponde con l'intimidazione, e l'accusa di faziosità viene agitata, come una clava, contro chiunque osi approfondire temi o argomenti non graditi. La maggioranza finge di ignorare la faziosità di molte testate Mediaset e finge di ignorare l'oscuramento sistematico, non solo di forze e soggetti politici, ma di argomenti e temi che potrebbero nuocere agli interessi del Presidente del Consiglio.
Non riusciamo a vedere una (dico una!) trasmissione televisiva che ci spieghi con chiarezza e profondità e con diverse opinioni a confronto quali siano i veri problemi giudiziari del Presidente del Consiglio, dell'onorevole Previti e di altri esponenti del partito di maggioranza. Facciamo attenzione: quando si esercitano pressioni sul più autorevole dei quotidiani nazionali, quando si intima a popolari conduttori televisivi di adeguarsi al nuovo clima politico, si compie un'opera di intimidazione nei confronti di quelle migliaia di operatori dell'informazione e di giornalisti che ogni giorno dovrebbero rispettare i fondamenti della loro deontologia: obiettività e pluralismo.
Stiamo camminando su un piano inclinato e scivoloso, dove giorno dopo giorno vediamo aumentare il serio pericolo di nuove ed inedite forme di autoritarismo. È stato detto che si vuole cambiare il modo di narrare la storia in televisione. Nulla è


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più importante della libertà di ricerca, di analisi e di rappresentazione della storia e della cultura nella sua complessità.
In una democrazia moderna non è possibile sottrarsi al confronto e al vaglio critico dei media. Questo modo di operare introduce una grave distorsione nel sistema dell'informazione, cambiandone la sua funzione principale. Si vuole trasformare la voce critica del potere in uno strumento duttile e servile per la creazione del consenso. I regimi autoritari vivono sulla propaganda; non certo così quelli liberi e democratici.
Dal monito del Presidente della Repubblica occorre trarre delle conseguenze. La legge sul conflitto di interessi va completamente riscritta. Il testo in discussione alle Camere è un buon alibi da sbandierare all'opinione pubblica. Troppe leggi sono state fatte ad uso e consumo dello status quo televisivo; adesso occorre affrontare il cuore del problema.
Oggi serve più libertà, ma la libertà nell'informazione non passa attraverso la presenza di mille fedeli sudditi che dicono la stessa cosa. Occorrono voci diverse, in grado anche di disturbare il manovratore, nel rispetto delle regole della democrazia e della convivenza civile, ma nella più totale indipendenza ed autonomia. Chi ha paura della critica, ha paura della libertà (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.

FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, abbiamo condiviso lo spirito e la lettera del messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica. Non essendo un rito frequente, un rito a cui il Presidente fa ricorso con disinvoltura (è la prima volta che ciò avviene) esso ha un valore in sé. Quel messaggio, a nostro avviso, pone un problema sulla democrazia nel settore informativo e carica di significato la necessità del pluralismo. Evidentemente, la massima istituzione del nostro paese è allarmata dalla situazione di forte anomalia creatasi per il perverso rapporto tra i poteri economici ed il mondo della rappresentanza politica.
Nel caso specifico di una concentrazione economica nel settore dell'informazione la ferita è, a nostro avviso, doppia perché incide sulla libertà non solo a comunicare, ma anche ad essere informati. Da questo punto di vista - vogliamo dirlo apertamente e senza infingimenti - la legge sul conflitto di interessi che vi apprestate a licenziare non risolve alcunché, anzi legittima la clamorosa commistione tra interesse pubblico e interesse privato e cancella, a nostro avviso, quel fondamentale riferimento costituzionale sancito dall'articolo 51 della Costituzione che garantisce il principio di uguaglianza di tutti i cittadini alle cariche elettive dello Stato. I nostri padri costituenti teorizzavano e formalizzavano la separazione netta tra impresa e politica. Voi fate discendere dalle ragioni dell'impresa la necessità della politica e oggi proponete una modifica dell'assetto istituzionale del nostro paese in chiave presidenzialista per evitare che le forme consolidate della democrazia possano essere di impaccio alle ragioni dell'impresa.
Plebiscitarismo, controllo mediatico e grandi concentrazioni finanziarie: questi sono gli ingredienti che impastate per favorire e valorizzare in tempo reale gli interessi dell'impresa nella competizione sullo scenario globale. Come si vede con grande evidenza, liberismo e concezione persino liberale dello Stato confliggono fino ad essere oggi incompatibili. Proveremo a contrastare questa volontà e questi processi e ad aprire un'iniziativa di massa sul pluralismo reale del sistema informativo. In questo senso i richiami del Presidente della Repubblica sono ineccepibili e puntuali. Quando si cita la legge n. 249 del 1997 si fa riferimento alla necessità di superare le posizioni dominanti, così come le due citate sentenze della Consulta che parlano dell'incostituzionalità della proprietà di tre reti private. Appare evidente che con la citazione delle sentenze si conferma che il pluralismo non può essere


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solo esterno, come è già stato detto, ma anche interno, vale a dire parità di accesso delle forze politiche.
Il pluralismo a cui pensiamo non può essere quello sancito dalla logica bipolare, signor Presidente (questa logica non è scritta nella nostra Costituzione finché essa non è cambiata), ma quello che intreccia il profilo della rappresentanza parlamentare con il profilo della rappresentatività culturale e sociale del paese. Vi sono voci, soggetti, realtà sociali critiche verso il liberismo e verso la guerra che vengono escluse, qualche volta addirittura interpretate dal sistema informativo pubblico e privato persino fino al punto di essere percepite come diverse nella loro natura e nella loro finalità.
Vi sono comitati promotori di referendum sull'estensione dell'articolo 18, sull'ambiente e sulla scuola. Per questi, nonostante avessero perfino titolo giuridico a guadagnarsi uno spazio nel sistema informativo, nonostante abbiano raccolto centinaia di migliaia di firme, vi è stato il silenzio più assordante dei mass media: neanche una citazione nel servizio pubblico.
Infine, mi pare si possa porre uno stop - mi spiace che non sia in aula il ministro Gasparri - a tutte le frenetiche fantasie di privatizzazione di parti del servizio pubblico. La dimensione pubblica del servizio è per noi l'unica garanzia sul suo carattere di autonomia.
Se il Presidente della Repubblica chiede un controllo da parte del Parlamento, attraverso i suoi organi vigilanza, anche alle reti private, evidentemente sente che l'informazione e la comunicazione sono beni e risorse strategiche, che non possono essere manipolate fino al punto di alterare i consensi e prospettare omologazioni sul terreno culturale e sociale.
Allo stesso tempo bisogna definitivamente mettere da parte un dibattito greve, aperto sulla RAI in chiave di devolution. Vi sono - il Presidente Ciampi lo ha detto in maniera inequivoca - fondamentali e insostituibili diritti dell'identità culturale nazionale, sui quali non si può disinvoltamente soprassedere.
Con la stagione del digitale e di Internet, i principi di imparzialità e di pluralismo dell'informazione non possono essere una mera conseguenza automatica del processo di innovazione tecnologica: è vero esattamente il contrario. Oggi siamo di fronte ad un bivio: o si investe sul rilancio della centralità del servizio pubblico e sulla sua autonomia per fondare una grande democratica operazione culturale o la mercificazione e l'omologazione alle culture di mercato e di impresa sarà l'amore sorte che ci aspetta. Tale politica è l'esatto contrario della logica spartitoria, tra poli, del controllo sul servizio pubblico. Essa allude ad un'altra idea plurale e democratica di società, in cui culture diverse si confrontano, e se del caso confliggono, e in cui soggetti diversi (le forze sociali e associative) possano esprimersi. Questa nuova democratica idea del servizio pubblico, come grande azienda culturale del paese, non c'era ieri e men che meno c'è oggi.
Credo che questo modello di società sia tutto da costruire e che per poterlo fare bisogna sconfiggere i mercanti, gli imbonitori e i conservatori dell'oggi (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Caparini. Ne ha facoltà.

DAVIDE CAPARINI. Riteniamo le dichiarazioni del Presidente della Repubblica condivisibili ma tardive. Il pluralismo e la libertà di informazione sono condizioni fondamentali per l'esercizio dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione. Partendo da tale assioma abbiamo invano sperato di sentire la voce del Quirinale a difesa delle minoranze e per la tutela della democrazia (cito le parole del Presidente), anche quando la RAI dell'Ulivo cancellava la Lega dalla televisione pubblica. Venne messa in atto una vera e propria campagna di diffamazione, di falsificazione e di


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censura; siamo stati insultati e calunniati ed ogni nostro atto strumentalizzato o taciuto, a seconda della convenienza.
Sono stati cancellati milioni di elettori, identità e culture diverse, istanze di persone che vogliono, ieri come oggi, il cambiamento. Ma dal Colle il silenzio assoluto. Come quando, per il solo fatto di parlare di libertà dei popoli, molti di noi - non solo politici, ma anche studenti, operai e liberi professionisti - vennero processati e condannati sulla base di un codice fascista. La televisione pubblica tacque, mentre le nostre sedi venivano perquisite dalla polizia giudiziaria o fatte oggetto di attacchi da parte di gruppi estremisti.
Presidente, ho invano atteso l'intervento del Capo dello Stato quando, incredulo, ho assistito alle faziose trasmissioni di Santoro o alle esibizioni coprofagiche di Luttazzi. Ho sperato in un richiamo al rispetto dell'etica professionale, quando un direttore di rete dell'Ulivo si vantava di aver fatto perdere un milione e mezzo di elettori al centrodestra. Purtroppo dal Quirinale nessun messaggio, nessun intervento. Eppure la legge di sistema, proposta dall'allora Governo di centrosinistra era impantanata da anni in Commissione, al Senato, perché l'allora maggioranza di centrosinistra non riusciva a trovare l'accordo tra le sue numerose componenti.
Registriamo con particolare favore il richiamo al rispetto dei principi del federalismo nel servizio pubblico, ma mi permetta, Presidente, una considerazione. Compito precipuo del servizio pubblico non è esclusivamente quello di promuovere l'identità nazionale, bensì di valorizzare e diffondere le diverse culture e identità locali, come sancito dall'articolo 11 del contratto di servizio tra il ministero e la RAI, in attuazione della convenzione che regola il servizio pubblico.
Anche in questo caso paghiamo paurosi ritardi. Uno standard qualitativo ed una netta differenziazione dei programmi irradiati dalle reti private implica per il servizio pubblico, innanzitutto, la necessità di liberarsi dalla eterodirezionalità e dal generalismo, tipico del modello pubblicitario e commerciale, per cercare la propria missione in un servizio sempre più autonomo dalle ideologie nazionalpopolari e sempre più pluralista, nel quadro della modifica federalista della Costituzione e del processo di devoluzione in atto.
Rivendichiamo, quindi, la paternità della vocazione federalista del servizio pubblico, confermata dalla delibera del consiglio di amministrazione della RAI del 16 aprile del 2002, nella quale, tra gli obiettivi primari ed immediati, si rileva quello di un'autentica televisione federalista. In tale delibera vengono individuate tre linee strategiche di intervento: l'informazione di prossimità con i Tg regionali di Raitre, la valorizzazione dei centri di promozione e la creazione di adeguati spazi quotidiani sulle reti.
Quindi, dallo stallo di una rete regionale ancora allo stato embrionale si deve ora passare ad una fase più matura, estendendosi ad una segmentazione strategica dell'intero palinsesto, attraverso una programmazione su base macroregionale che coinvolga le tre reti. Infatti, la citata delibera del consiglio di amministrazione della RAI sottolinea che le trasmissioni dovranno avvenire in contemporanea, differenziandosi per le tre zone geografiche. A tal fine, si deve incentivare il passaggio di attività verso i più centri di produzione, togliendo a Roma l'attuale monopolio culturale.
Presidente, non può sfuggire la coincidenza temporale del suo messaggio con la polemica intentata dal partito RAI, che vuole riaffermare il primato della capitale anche sulla scelta degli uscieri. Interpretiamo, quindi, il suo passaggio come un rinnovato stimolo al progetto federalista.
Presidente, abbiamo particolarmente apprezzato il riferimento ad una più severa regolamentazione dei programmi a protezione dei diritti dei minori. Un recente studio ha fornito gli ennesimi dati agghiaccianti: nella fase che va dalla nascita alla fine della scuola elementare, un bambino assiste in televisione ad oltre ottomila omicidi e a centomila atti di violenza. L'abitudine alla violenza, favorita dalla televisione, conduce alla lunga i giovani a perdere la sensibilità morale e,


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perfino, ad indebolire la consapevolezza della differenza tra bene e male, tra giusto ed ingiusto.
L'assenza o la sottovalutazione delle problematiche morali - che costituisce già di per sé una scelta ideologica negativa - è capace di produrre effetti diseducativi di enorme portata. La televisione trasmette implicitamente una forma di banalizzazione della vita, di relativismo e di nichilismo etico, carico di conseguenze negative per la crescita dei nostri ragazzi.
Un'altra ricerca - vi invito a leggere gli atti della Commissione parlamentare per l'infanzia - riferisce che un telespettatore viene sottoposto, in media, a circa 2.500 scene di erotismo all'anno. Quindi, non solo la televisione non educa, ma genera un popolo di guardoni.
Violenza e pornografia sono due veleni distillati da questa scatola magica; vi è la manifesta volontà di demolire i più autentici valori morali. La fedeltà e il mutuo rispetto vengono ridicolizzati a vantaggio degli antivalori.
La legge Mammì, all'articolo 30, prescrive che, nel caso di trasmissioni radiofoniche o televisive che abbiano il carattere di oscenità, l'emittente colpevole viene punita con le pene previste dall'articolo 528 del codice penale. Anche in questo caso, Presidente, la legge è rimasta quasi lettera morta.
Presidente Ciampi, il suo invito a guardare il futuro è condivisibile, ma non ci può chiedere di dimenticare il passato, durante il quale abbiamo assistito all'impotenza delle istituzioni che avrebbero dovuto garantire pluralismo, imparzialità e rispetto delle regole democratiche.
Presidente, è vero che non c'è democrazia senza pluralismo ed imparzialità dell'informazione; lo sappiamo molto bene noi che lo abbiamo provato sulla nostra pelle, che abbiamo vissuto la censura del Governo di centrosinistra. Proprio perché conosciamo i reali e i profondi pericoli per la democrazia, promuoveremo una legge di sistema, che garantisca il pluralismo delle fonti e dei programmi.
Stia tranquillo, Presidente, la cultura del pensiero unico e della censura non appartengono a questo movimento (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e di Forza Italia)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Follini. Ne ha facoltà.

MARCO FOLLINI. Signor Presidente, è la prima volta - lo abbiamo notato in tanti - che un messaggio del Capo dello Stato investe i temi della libertà, del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione. Voglio dire subito che noi condividiamo quel messaggio, che certamente non merita alcuni rilievi critici che ci sono sembrati del tutto impropri.
Possiamo considerare questa circostanza - il fatto che per la prima volta il messaggio riguardi questi argomenti - come la sottolineatura della centralità che il tema dell'informazione riveste in tutte le democrazie moderne. E possiamo considerarla anche come un richiamo particolare al fatto che questi temi rimandano da sempre - non da oggi, da sempre -, nel nostro paese, all'esperienza democratica; rimandano ad una serie di anomalie che caratterizzano - vorrei dire - storicamente la questione del rapporto tra le strutture portanti dell'informazione scritta e televisiva e la vita politica.
Rivolte a tutti, maggioranza ed opposizione, le parole del Presidente Ciampi hanno trovato in tutti - o in quasi tutti -, maggioranza ed opposizione, attenzione e consenso. Ora, poiché su questi argomenti ferve da tempo una polemica politica accesa e, qualche volta, fuori misura, credo si debba partire da quelle parole per cercare il minimo comune denominatore di principi e di regole che possano essere condivise. Sappiamo tutti per lunga esperienza quanto questa impresa sia difficile, ma sappiamo anche tutti che, se l'impresa non verrà neppure tentata, alla lunga risulterà più debole la qualità della nostra stessa democrazia.
Il messaggio del Capo dello Stato pone il Parlamento e, più in generale, la politica di fronte a tre fondamentali doveri. Il primo dovere è quello di legiferare. C'è bisogno di una legge di sistema. Noi siamo


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ancora alle prese con una legge che risale a dodici anni fa e, in questo campo, dodici anni possono costituire una sorte di era geologica; nel frattempo, in tutto il mondo è cambiato lo scenario tecnologico; sono cambiati i codici della comunicazione; sono cambiate le logiche delle imprese. Abbiamo ricevuto in eredità una legge che segmenta il mercato mentre, in tutto il mondo, il mercato tende ad integrarsi ed a cercare sinergie sotto il segno della multimedialità. Rimettere mano a quella legge e a quell'architettura del sistema dell'informazione significa mettere il nostro paese e le nostre imprese - quelle di oggi e quelle di domani - nella condizione di misurarsi con tutto ciò che avviene al di là delle nostre ormai fragili e permeabili frontiere.
Il secondo dovere è quello di liberalizzare, rendendo più competitivo ed insieme più pluralistico un sistema che appare in qualche misura troppo chiuso. Negli anni ottanta l'avvento della televisione commerciale ha rotto gli argini di un vecchio monopolio pubblico, a cui tanti di noi e tanta parte della politica erano rimasti a lungo affezionati. Ma quella rivoluzione imprenditoriale è rimasta, per così dire, incompiuta: le due grandi emittenti del nostro paese si sono affrontate e scontrate duramente e, al tempo stesso, si sono trovate ad assomigliarsi più di quanto la loro concorrenza e la loro contrapposizione lasciasse prevedere. Ora, avvertiamo tutti che quel duopolio, inizialmente liberatorio, rischia di diventare un limite che ci proponiamo, invece, di cercare di oltrepassare.
Liberalizzare significa anche ripensare la missione del servizio pubblico: una vecchia concezione vede nel servizio pubblico la proprietà dello Stato e un alto grado di dirigismo culturale. È tempo di aggiornare quella concezione. È tempo di considerare che tutta l'emittenza televisiva, per la sua influenza grandemente pervasiva, costituisce servizio pubblico, quale che sia la natura ed il colore del suo assetto proprietario. E, del resto, se viene ipotizzato che anche l'emittenza commerciale sia, in qualche modo, ricondotta ad una forma di vigilanza istituzionale e, addirittura, parlamentare, ne discende per conseguenza logica che la tradizionale divisione del campo tra pubblico e privato perde gran parte del suo significato.
Avviare una graduale e progressiva privatizzazione della RAI, oppure ripensare la RAI nella chiave della public company, di un azionariato diffuso, sottratta a un gioco politico che tutti abbiamo praticato fin troppo e di cui tutti abbiamo riconosciuto, diciamolo, non senza un qualche grado di reciproca ipocrisia, la inesorabile consumazione. Queste parole d'ordine, lungamente minoritarie nel dibattito politico, hanno diritto ad essere ascoltate e io dico anche, per quanto possibile, ad essere praticate, senza suonare né eretiche né sconvenienti. Liberalizzare significa, infine, favorire un pluralismo imprenditoriale che non può certo essere determinato per decreto, ma che può trovare in una diversa e più favorevole legislazione il suo terreno di coltura.
Infine, esiste un terzo dovere a cui le parole del Capo dello Stato fanno riferimento ed è quello più difficile e più controverso: è il dovere di assicurare che il sistema dell'informazione, dando conto di tutte le voci in modo equo, non alteri i termini della competizione politica. Su questo argomento possiamo fare ognuno di noi - e siamo abituati a farlo - un discorso partigiano.
Gli occhi dei nostri avversari sono pieni di pagliuzze e qualche volta di vere e proprie travi. Personalmente, considero sia una trave e non una pagliuzza la linea che la RAI ha tenuto nella campagna elettorale di un anno fa: è stata una linea militante, che ha preso posizione e, nel prendere, posizione, ha disatteso le ragioni del servizio pubblico. Riterrei un errore, lo dico con lo stesso spirito, se oggi una maggioranza di segno diverso cercasse di fare lo stesso uso, e magari lo stesso abuso, di una televisione che dovrebbe essere di tutti e, soprattutto, dei suoi abbonati e spettatori. Tuttavia, un discorso partigiano non ci porta lontano, alimenta le rispettive propagande fino a renderle rumorose e contemporaneamente irrilevanti. Credo che


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dovremmo riflettere tutti sul fatto che in questi anni sono finiti partiti che avevano insediamenti televisivi fin troppo robusti e sono fioriti e si sono affermati partiti che televisivamente erano figli di un Dio minore.
Continuare a pensare che l'occupazione degli spazi televisivi porti con sé, come conseguenza inesorabile, la crescita del consenso elettorale, significa indugiare in una visione antiquata e pedagogica del rapporto tra informazione e politica. Questo, ovviamente, non esime nessuno dal dovere di equità nella rappresentazione di tutte le opinioni; ci spinge però a considerare che l'equità non consiste nella lottizzazione dei minuti, ma piuttosto nella varietà delle opinioni, nel pluralismo degli angoli visuali, in una scelta di libertà. Infatti, è nella libertà di informazione e non nella sua divisione che dobbiamo cercare la ragionevole garanzia di quel pluralismo e di quella imparzialità a cui il messaggio del Capo dello Stato ha fatto riferimento.
Esistono dei diritti dell'opposizione, tanto più esigenti in un sistema, almeno tendenzialmente, maggioritario. Esistono limiti ben precisi, che conosciamo, all'esercizio delle prerogative della maggioranza. Esistono regole e doveri a cui il sistema dell'informazione, tutto, è tenuto a conformarsi. Esistono, soprattutto, libertà fondamentali che una informazione libera può coltivare e fare crescere: è dentro questo perimetro di libertà e di regole che dovrà formarsi una nuova legislazione in materia. Noi, per parte nostra, vi concorreremo - lo dico al Governo - con tutta la lealtà di comportamento e con tutta l'autonomia di pensiero con cui concorriamo alla vita - e spero al successo - di questa maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (CCD-CDU) e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rutelli. Ne ha facoltà.

FRANCESCO RUTELLI. Signor Presidente, Il Capo dello Stato ha investito il Parlamento di una responsabilità che dobbiamo saper cogliere. Egli ha concluso il suo messaggio con queste parole: «Non c'è democrazia senza pluralismo e imparzialità dell'informazione: sono fiducioso che l'azione del Parlamento saprà convergere verso la realizzazione piena di questo principio».
Non è un male oscuro quello che affligge il sistema italiano delle comunicazioni. Il male è chiaro e perciò il Presidente della Repubblica Ciampi ha dedicato, proprio a questo tema, il suo primo messaggio in oltre tre anni di Presidenza, il tredicesimo dalla nascita della Repubblica, uno strumento usato con grande parsimonia dal complesso dei suoi predecessori.
Dov'è il male? In nessun grande paese occidentale un singolo proprietario detiene il 90 per cento delle risorse del settore televisivo privato; in nessun paese al mondo, grande o piccolo, orientale od occidentale, questo singolo proprietario è anche Capo del Governo. A questa posizione dominante, a questo vero e proprio rischio di monopolio dobbiamo mettere mano.
Siamo pronti al confronto sul terreno tracciato dal Capo dello Stato; se invece si vuole dare solo un'ennesima prova di furbizia, il confronto si esaurirà ancor prima di nascere: signor Presidente, non possiamo permettercelo, troppi anni sono trascorsi senza soluzioni e il male si è aggravato.
La nuova legge dovrà contenere cruciali indicazioni: dalla tutela dei minori all'incentivo all'innovazione tecnologica rappresentata dal digitale terrestre che, peraltro, l'inerzia del Governo e la mancata conclusione dell'accordo di RaiWay rischiano di rinviare nel tempo. Noi non pensiamo - lo sa il Parlamento, il Governo, il paese - ad azioni per cui regolare significhi impoverire, disperdere o mortificare risorse e professionalità nel settore pubblico, ma anche in quello privato.
Sono tre i pilastri su cui la legge, a nostro avviso, dovrà ispirarsi. Innanzitutto, bisogna superare posizioni dominanti applicando la legge che prevede che ciascuno non possa avere più di due concessioni, e


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come ha detto il Presidente della Repubblica Ciampi (guai a tralasciare questa parte del suo messaggio): «Dato essenziale della normativa in vigore è il divieto di posizioni dominanti, considerate di per sé ostacoli oggettivi all'effettivo esplicarsi del pluralismo». Questa normativa va applicata - come ha ripetutamente indicato la Corte costituzionale, cui il Presidente della Repubblica ha fatto riferimento nel messaggio - senza ulteriori rinvii, magari mascherati dall'attesa di innovazioni tecnologiche futuribili. Questo sarà il vero banco di prova della serietà delle vostre intenzioni, signori del Governo.
Naturalmente, non si tratta solo di rispettare le leggi vigenti - questa è una buona regola quando si discute di leggi future - ma anche di creare le condizioni minime per una corretta liberalizzazione e per il superamento delle posizioni dominanti. Noi riteniamo si debba farlo mettendo in discussione il duopolio televisivo nell'unico modo possibile e cioè facendo entrare altri protagonisti nel mercato televisivo. Per questo restiamo legati all'obiettivo di mettere sul mercato una rete Mediaset e una rete RAI. Riteniamo si debba farlo con una revisione degli attuali divieti di incroci che, ferme restando le barriere antitrust per chi detiene quote dominanti del mercato pubblicitario (senza le quali la revisione degli incroci sarebbe solo un ulteriore regalo al monopolista TV), consenta una maggiore e migliore convergenza tra i diversi mezzi di comunicazione.
In secondo luogo, la legge deve indicare i principi generali cui dovrà ispirarsi il servizio pubblico. Quest'ultimo, a nostro avviso articolato su due reti, resta una risorsa decisiva, Ciampi lo ha ribadito. Si tratta di un patrimonio di creatività, capacità professionali e tecniche di primissimo ordine che ci batteremo sempre per valorizzare.
La riforma del titolo V della Costituzione, che introduce la legislazione concorrente delle regioni in questo campo, richiede che il Parlamento fissi i principi generali di quella che resterà la principale azienda culturale del paese. In particolare, sottolineo due di questi principi: prima fra tutti la riforma del meccanismo di elezione dei vertici RAI, che va sottratta a logiche di maggioranza.
La prima volta ciò avvenne con il cosiddetto decreto salva RAI; erano due i presidenti che avrebbero dovuto fare quelle designazioni; uno aveva l'orientamento della maggioranza, mentre l'altro della minoranza. Successivamente si è sbagliato a non modificare la legge. Credo che, come da lei, Presidente Casini, affermato, debba essere l'ultima per davvero.
Vi deve essere il necessario equilibrio tra un servizio pubblico, aderente alla ricchezza culturale e civile del territorio e ad un'autentica ispirazione federalista, ed i principi, ispirati dal Presidente Ciampi, di «salvaguardia dell'unità della nazione e dell'identità culturale italiana»; identità che ha radici nella formazione della lingua italiana e che, prosegue la citazione, «si è sviluppata in una continuità (...) di valori, dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana».
Non vi è spazio in questo indirizzo per chi volesse, in nome di un immaginario spirito padano, trasformare la RAI in uno spezzatino, privo di solidità strategica, di funzione culturale e di coerenza imprenditoriale.
Terzo: la legge deve individuare gli strumenti per un'effettiva garanzia di pluralismo politico e culturale. Tale garanzia, come prevede la legge Mammì e, come ha ricordato pochi mesi fa la Corte costituzionale, deve essere assicurata in tutto il sistema televisivo, pubblico e privato, visto che anche le TV commerciali sono concessionarie di un bene pubblico limitato, come le frequenze. Di richiami generici, signor Presidente, al pluralismo è lastricata la via dell'inferno. Pertanto, niente appelli vuoti, ma, come indica il messaggio, un sistema di garanzia!
In un sistema di garanzia si può anche prevedere un ruolo del Parlamento purché questo si limiti ad indirizzi e vigilanza generali e non rappresenti un passo indietro, rispetto alla necessaria maggiore autonomia del sistema televisivo, dalla politica, dai partiti in particolare. Deve, tuttavia,


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prevedersi innanzitutto un ruolo decisivo dell'autorità per le comunicazioni. Perché ciò possa realizzarsi davvero, occorre rivedere il meccanismo di nomina del suo presidente e del suo vertice che non può più essere affidato direttamente al Governo.
Ecco un altro banco di prova della serietà della vostre intenzioni.
Signori del Governo, la configurazione di questa aula - non lo dico per mancanza di rispetto per gli oratori e per i colleghi presenti - è un segno di non adeguata considerazione per l'importanza del momento istituzionale cui il messaggio del Capo dello Stato ci ha chiamato. L'assenza dei leader del Governo e delle forze politiche e parlamentari è, purtroppo, eloquente. Agiremo, signor Presidente, con serietà; cercheremo di seguire l'impulso del Presidente Ciampi che chiarisce l'alto ruolo e le funzioni, tutt'altro che formali, del supremo garante dell'assetto istituzionale attuale. Questo contesto è stato molto significativo e mi riferisco al richiamo, da parte del Presidente Ciampi, allo statuto delle opposizioni.
Permettetemi di dire che a ciò si sono accompagnati proprio in questi giorni due alquanto imbarazzanti svarioni istituzionali da parte del Capo del Governo il quale ha «schizzato» un disegno di presidenzialismo che non può esistere. Proprio la riaffermazione da parte del Capo dello Stato delle sue funzioni, nel nostro ordinamento, di custode della Costituzione e di garante delle istituzioni ha evidenziato tutta la differenza tra chi gestisce, tra chi guida l'esecutivo e chi interpreta la correttezza e si fa garante della vita delle istituzioni. Questo espediente di tattica politica, sovrapposto ad un atto del Capo dello Stato, precisamente disegnato dalla Costituzione, è al di fuori delle prerogative del Presidente del Consiglio dei ministri.
Concludo, Presidente, ricordando che, per quanto ci riguarda, della serietà dell'impegno sui temi che riguardano le grandi regole della vita democratica e lo statuto del Governo, della maggioranza e delle opposizioni noi continueremo ad occuparci con intransigenza; in particolare, continueremo ad occuparci del tema del conflitto di interessi, se non accetterete di rendere la legge in discussione in Parlamento meno indecorosa e meno inefficace.
Scriveva colui che tutti consideriamo il padre della separazione dei poteri: «secondo una esperienza eterna, chiunque abbia del potere è portato ad abusarne. Si spinge» - scrive Montesquieu - «fino a quando non trova dei limiti. Perché non sia possibile abusare del potere è necessario che tramite la disposizione delle cose il potere fermi il potere».
Il compito del Parlamento non è quello un «di votificio»; non è come quello di quei cori di tragedie greche che si lamentavano o al massimo esprimevano stupore. Qui nel Parlamento c'è il potere democratico che controlla, indirizza, legifera e sanziona l'esecutivo; qui il Capo dello Stato ha incardinato un processo che deve portarci, attraverso un limpido e leale confronto, a decidere. Siamo chiamati a farlo; noi siamo pronti a farlo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Butti. Ne ha facoltà.

ALESSIO BUTTI. Signor Presidente, siamo lontani mille miglia da chi considera le parole del Presidente della Repubblica Ciampi - e cito testualmente - «soltanto banali luoghi comuni», come ha detto il senatore Cossiga. Ma è del tutto evidente che nel messaggio del Presidente della Repubblica Ciampi, accanto ad elementi di indubbio interesse e di indubbio valore, vi siano sollecitazioni che - vi possiamo garantire - non trovano impreparato il mondo politico, né il Governo, né tantomeno il Parlamento. Non vogliamo polemizzare sul tempismo o sull'anacronismo del messaggio del Presidente della Repubblica; non vogliamo fare, come chi ci ha preceduto, dietrologia e nemmeno ci affascina sapere se il Capo dello Stato nel


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suo messaggio intendesse parlare a nuora perché suocera intendesse, come si suol dire.
Riteniamo che sulle parole del Presidente della Repubblica non sia utile né tanto meno consigliabile speculare politicamente. Il Capo dello Stato ha inteso comunicare alle Camere, utilizzando lo strumento previsto dalla Costituzione, il proprio punto di vista in materia di informazione. Non è un fatto straordinario ed anzi ci auguriamo che anche su altri temi il Presidente della Repubblica renda noto il proprio pensiero alle Camere.
Credere che il Presidente della Repubblica abbia inteso mettere in mora il Parlamento ed il Governo è una forzatura che non conviene a nessuno; non conviene al centrodestra, che è al Governo da poco più di un anno, non conviene al centrosinistra che al Governo è stato per cinque anni, lasciando irrisolti tutti i problemi legati al mondo dell'informazione e della comunicazione.
Al Presidente della Repubblica va riconosciuto un grande merito, ovvero quello di aver riportato in Parlamento, in queste mura, un dibattito che si era sviluppato in modo disorganico ed assai disordinato sugli organi di stampa, che hanno amplificato anche l'ignoranza, nel senso di non conoscenza della materia, di alcuni interventi e che hanno enfatizzato inutili e sterili polemiche.
Certamente, quindi, non nella sede più idonea, ma il dibattito sull'informazione era già in corso. Mi piace ricordare la relazione del presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Cheli il quale, il 12 luglio, durante la presentazione dell'attività dell'Autorità in un suo passaggio ha chiesto chiaramente al Parlamento una nuova legge di sistema.
Ancor prima però vorrei ricordare l'impegno del ministro Gasparri - e risaliamo al mese di maggio - quando istituì una commissione ad hoc per elaborare una seria riforma del sistema radiotelevisivo. Potrei concludere dicendo che in questo ramo del Parlamento giacciono diverse proposte di legge sul riordino del sistema televisivo presentate da diversi colleghi, appartenenti a diversi gruppi in rappresentanza di più partiti politici.
Può quindi essere considerato un fulmine a ciel sereno il messaggio del Presidente della Repubblica o è meglio definirlo un valido, autorevole e prestigioso contributo al dibattito in corso?
Non è opportuno speculare politicamente sulle parole di Ciampi; se volessimo farlo, dovremmo ricordare che il centrosinistra in ben cinque anni non ha saputo, o forse non ha voluto risolvere il problema della legge del sistema, lasciando che il mitico atto Camera 1138, ormai consegnato definitivamente ai posteri e alla storia, marcisse negli armadi della Commissione competente al Senato, presieduta dal senatore Petruccioli, lo stesso che oggi guida la Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi. Quanti litigi tra i partiti del centrosinistra in quella maggioranza! Le cose ora sono invece sostanzialmente diverse, perché in materia di informazione e di comunicazione, come più volte abbiamo dimostrato, il centrodestra è compatto, ma è anche consapevole, e perciò tende la mano al centrosinistra, che una legge così importante di riordino del sistema radiotelevisivo debba avere il massimo del consenso parlamentare. Stendiamo poi un velo pietoso sulla legge relativa al conflitto di interessi, che avreste potuto risolvere rapidamente in cinque anni di Governo.
Pongo una domanda ai colleghi della sinistra: cosa significa tutto ciò? Significa che intervenire legislativamente, e farlo in modo organico, su materie così delicate, e anche sconfinate, non è facile per nessuno e voi avete dimostrato che per il centrosinistra è stato impossibile. Non siamo chiamati a rimediare una legge occasionale, contingente, utile a tamponare qualche falla che si è aperta qua e là, ma siamo chiamati a forgiare un provvedimento di lungo respiro, legato anche all'incredibile processo di innovazione tecnologica in corso, richiamato più volte anche dal Presidente Ciampi nel suo messaggio. Si tratta di una legge attesa da


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decine di migliaia di operatori che, ancora oggi, navigano a vista, attesa da milioni di cittadini.
Colleghi, qui siamo chiamati a volare alto per affrontare una riforma multimediale che sia figlia del nostro tempo, così come era figlia del suo tempo la legge Mammì del 1990, che certamente fotografò il sistema dell'epoca, ma che oggi va azzerata. Che non fosse una grande legge fu chiaro da subito, la superficialità del legislatore vene a galla immediatamente perché fu lo stesso Presidente della Repubblica, allora Presidente del Consiglio, nel 1993 ad istituire un comitato interministeriale per studiare la riforma della legge Mammì. Quindi, colleghi, si tratta di una legge di sistema che dopo tre anni già necessitava di riforma. Neanche quel comitato interministeriale, ideato da Ciampi, funzionò, tanto che per tornare sul tema il centrosinistra attese il 1997, e lo fece con un'altra leggina superficiale, pavida, senza coraggio e contingente, la legge Maccanico, quella che viene ricordata solo perché, in teoria, avrebbe dovuto spedire sul satellite Rete 4 e congelare le risorse pubblicitarie per il terzo canale RAI.
Noi non vogliamo cadere nell'errore commesso, e reiterato, di affrontare superficialmente la vastissima materia. La legge che auspichiamo dovrà guidare la rivoluzione digitale fissata per il 2006, anche se si tratta della data più ottimistica per quanto riguarda le previsioni europee, e dovrà far proprie le risultanze del dibattito sul conflitto di interessi, che, dopo la pausa estiva, terminerà al Senato, dovrà eliminare il divieto di incroci tra editoria e televisione per far crescere le aziende e dovrà ridefinire l'ammissione del pluricitato, a volte a vanvera, servizio pubblico.
Bisogna ridisegnare la funzione istituzionale del servizio pubblico, individuandone esattamente il profilo qualitativo: non ci bastano le quote di servizio pubblico, vogliamo la qualità, arrivando, se sarà il caso, anche alla separazione contabile, come chiede l'Europa, per far capire al cittadino utente, con trasparenza e con chiarezza, quali siano i programmi di servizio pubblico pagati dal canone e quali no (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale). Non fu un politico, cari colleghi, ma un professionista della televisione ad avere l'idea di identificare, anche con apposita segnalazione visiva, i programmi del servizio pubblico, affinché la Rai potesse veramente, come dice lo slogan, fare di tutto con la pubblicità, ma di più con le risorse del canone.
Fu Giovanni Minoli, un uomo del centrosinistra, epurato dalla RAI di sinistra, reintegrato solo recentemente a RAI Educational, alla faccia della lottizzazione nel centrodestra.
Dobbiamo pensare anche ad una legge che garantisca l'accesso al servizio pubblico e recepisca le direttive europee in materia di pluralismo, perché non è più possibile assistere a trasmissioni di approfondimento trasformate in pulpiti nei quali il conduttore di turno proclama, senza alcun contraddittorio, le proprie inconfutabili verità (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale), assurgendo - è questo il paradosso - anche al ruolo di vittima!
Allora la domanda che ci poniamo è la seguente: i vari Biagi e i vari Santoro, soci, si sono sentiti lambiti dai richiami del Presidente Ciampi? E ancora: intendiamo un pluralismo di testate (ognuna, ovviamente, collegata all'orientamento culturale e politico) o un pluralismo all'interno delle testate e delle trasmissioni? Il problema è questo; dobbiamo dircelo senza ipocrisia! Ci consentirete di rivedere quella che è una delle leggi più illiberali del mondo, quella sulla par condicio, quanto meno per sfilare il mondo dell'emittenza locale da quel provvedimento? L'emittenza locale è stata vilipesa, umiliata, colpita da questa legge, soprattutto in campagna elettorale, mentre la carta stampata poteva essere libera di fare ciò che riteneva più opportuno.
Ciampi ha fatto un richiamo anche sulla tutela dell'infanzia. È importante stabilire per legge le sanzioni - il ministro Gasparri è, su questo fronte, attivissimo - ed unificare tutti i codici di autoregolamentazione.


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Un altro richiamo portante del messaggio riguarda la - chiamiamola in questo modo - RAI federalista. Ha anche invocato la conformità della nuova legge, ovviamente, al titolo V della Costituzione. Ha ragione. Non è più procrastinabile, infatti, un chiaro confronto sul tema perché il Presidente parla - cito testualmente - di comunicazione come espressione delle identità e delle culture locali; parla cioè di federalismo dei contenuti, l'elemento fondante delle battaglie, non solo della Lega, ma di tutto il centrodestra! Non parla ancora di federalismo societario che è cosa ancora diversa dal decentramento della produzione RAI. È stata fatta troppa confusione in questi giorni.
C'è chi, invece, parla, altrettanto chiaramente, di federalismo societario (perdonatemi questo neologismo, ma credo che renda perfettamente l'idea), coinvolgendo le regioni, gli enti locali in venti piccole RAI, magari correndo anche il rischio di trasferire in periferia i tanti problemi dell'azienda che ancora non sono stati risolti e anche i governatori regionali non sono tutti d'accordo ma, comunque, il dibattito è iniziato! Nessuna preclusione, ma attenzione!
Questa seconda ipotesi, se non armonizzata, se non ammortizzata, troverà il secco contrasto del mondo dell'emittenza locale, quello stesso mondo che, in tutti questi anni, senza alcuna risorsa pubblica, senza canone, ha garantito un autentico servizio pubblico nelle zone più recondite del territorio nazionale, al nord come al sud. In ogni nostro collegio elettorale vi è una piccola seria o meno seria televisione locale e in aula c'è il ministro Gasparri che più di ogni altro ha mostrato attenzione verso il mondo dell'emittenza locale.
Non facciamo anticipazioni sul futuro della RAI. Non vogliamo ingessare il dibattito o anticipare le nostre posizioni. Non parleremo di azionariato popolare, di privatizzazione, di holding, ma il dibattito è aperto. Dubitiamo che l'attuale Commissione di vigilanza sul servizio pubblico possa estendere le proprie competenze anche nell'ambito privato. Sono altri gli organi preposti, basterebbe ovviamente far funzionare quelli, ma anche su questo argomento siamo pronti a discutere.
Alleanza nazionale auspica che il Parlamento possa essere coinvolto quanto prima in un dibattito politicamente adulto e maturo, tecnicamente esaustivo, non solo per dare risposte definitive a milioni di utenti e a decine di migliaia di operatori - che, come dicevo prima, navigano ancora nel buio -, ma anche per far comprendere al centrosinistra la volontà politica e la capacità di questo Governo, della sua maggioranza e del ministro delle comunicazioni che sta tentando, al momento con successo, di mettere ordine nel far west che ha ereditato (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e dell'UDC (CCD-CDU).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.

PIERO FASSINO. Signor Presidente, il Presidente Ciampi è, come tutti sappiamo, una persona prudente e anzi, proprio per la sua prudenza, è riconosciuto dalla nazione intera come Presidente di tutti gli italiani.
Se, dunque, egli ha ritenuto di dover ricorrere, per la prima volta da quando è Presidente, allo strumento straordinario del messaggio alle Camere, io credo che, di per sé, ciò sottolinei non solo l'urgenza di affrontare con leggi adeguate un nodo cruciale per la nostra democrazia, ma anche la gravità della situazione attuale, che vede configurarsi rischi seri per un effettivo pluralismo e per il diritto di tutte le parti politiche a vedere compiutamente rappresentate e diffuse le proprie opinioni.
Non è certo casuale che, nel messaggio presidenziale, la parola imparzialità venga ripetuta dieci volte e la parola pluralismo diciannove! Si tratta di principi che il Presidente Ciampi ha riaffermati in ben undici discorsi, tenuti in diverse sedi, negli ultimi mesi. Non sfugge a nessuno che l'eccezionalità della forma scelta dal Presidente sottolinea la preoccupazione per una sordità e per un'insensibilità di troppi.
È chiara la preoccupazione di fondo che ispira l'intervento del Presidente


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Ciampi: il pericolo vero, per ogni democrazia moderna, sta nell'affermarsi e nel consolidarsi, nell'informazione, di posizioni dominanti, le quali possono influenzare e distorcere la libertà d'accesso alle fonti di informazione televisiva e, di conseguenza, il pluralismo culturale e politico.
Insomma, il Presidente della Repubblica svela al paese l'esistenza di una patologia, consistente in un'idea - sbagliata - della libertà come licenza indiscriminata di una maggioranza, al di là di ogni regola; e gli attacchi al giornalismo ed al mondo della cultura - perfino alla satira - che sono venuti dal centrodestra e dallo stesso Presidente del Consiglio, indicano che la predetta patologia, purtroppo, è radicata nella politica italiana! Sì, perché la comunicazione è libertà; più è libera, più forte diventa l'esercizio del diritto di scelta dei cittadini.
È tanto più seria una simile preoccupazione quando si pensi all'esistenza di gravi situazioni di fatto che configurano, già di per sé, nel caso italiano, rischi gravi di posizioni dominanti: il Presidente del Consiglio detiene, infatti, come imprenditore, tre reti televisive, la principale società di pubblicità, la principale casa editrice del paese, due quotidiani ed il principale settimanale di attualità politica. Si tratta di una situazione anomala, cui si aggiunge l'esistenza di irrisolti conflitti di interesse che riguardano, in questo delicatissimo settore, la posizione stessa del Capo del Governo.
Né basta, come ci ricorda ancora il Presidente Ciampi, affidarsi allo spontaneo procedere dell'evoluzione della tecnica, perché «il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione non potranno essere conseguenza automatica del progresso tecnologico»: saranno necessarie nuove politiche pubbliche.
Un uomo autenticamente liberale come l'ex Presidente Einaudi, premesso che la Costituzione degli Stati moderni è fondata sul principio della maior pars, della maggioranza, scriveva di non essere persuaso e di sentire che vi può essere una tirannia del cinquantuno per cento altrettanto dura ed altrettanto odiosa come la tirannia dell'uno e dei pochissimi su cento. Sono parole non dissimili da quelle usate dal Presidente Ciampi quando, nel suo messaggio, parla di uno «statuto» delle opposizioni e delle minoranze in un sistema maggioritario e trova «le soluzioni più efficaci (...) nel quadro di un adeguato assetto della comunicazione».
Proprio perché è grande il pericolo, più preziose, allora, sono le indicazioni che vengono dal messaggio del Presidente; ed io credo che sia una responsabilità di questo Parlamento accogliere le sue sollecitazioni. Serve un assetto garante di una vera concorrenza e pluralismo per tutti i soggetti che hanno un ruolo nella comunicazione, da realizzare mediante una liberalizzazione che non esaurisca l'informazione televisiva nell'attuale duopolio dominante RAI-Mediaset e che valorizzi energie e competenze attraverso l'ingresso ed il rafforzamento di nuovi attori nel sistema.
Lo diciamo senza alcun intento punitivo o penalizzante; anzi, proprio perché un'azienda come Mediaset rappresenta un patrimonio di lavoro, di professionalità e di conoscenze, tanto più è necessario sottrarla a sospetti di collusione con il potere politico e vederla inserita in un sistema che favorisca una concorrenza reale e non fittizia. Allo stesso modo, noi consideriamo di importanza strategica la necessità di difendere, valorizzare e qualificare il servizio pubblico, finalità che, come è anche indicato nei trattati europei e nelle relative direttive ricordate proprio dal Presidente Ciampi, non è venuta meno per il solo fatto che il settore ha conosciuto un'evoluzione tecnologica accelerata.
La RAI rappresenta la più grande industria culturale italiana, una risorsa fondamentale, un patrimonio prezioso per la crescita costante dell'identità nazionale e dell'unità del paese, e serve per questo una RAI liberata da condizionamenti e conformismi, da estemporanee ipotesi di riorganizzazioni politiche, logistiche e tecniche che ne deprimono il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione. Serve un nuovo e più incisivo ruolo delle autorità di garanzia, di controllo, di vigilanza, che ne rafforzi


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i poteri, non solo per riparare alla situazione di squilibrio oggi esistente ed evidente, ma anche per permettere al nostro paese un ruolo da protagonista nel futuro industriale del settore e nella prossima convergenza digitale.

PRESIDENTE. Onorevole, la invito a concludere.

PIERO FASSINO. Risulta chiaro, allora, qual è l'intento non rituale, ma, invece, forte ed, in questo senso, anche alto e nobile, del messaggio alle Camere del Capo dello Stato, e noi crediamo che non solo il Parlamento debba porre mano con urgenza alla nuova legge di sistema - e noi con altre forze del centrosinistra presenteremo una proposta di legge - , ma si debba aprire nel Parlamento e nel paese una riflessione nuova e più matura rispetto a quella fin qui compiuta.
Vi è una sorta di angustia, di insufficienza, un prevalere di punti di vista tattici o grettamente condizionati da interessi di parte che ha caratterizzato la discussione sulla riforma del nostro sistema radiotelevisivo e la stessa complessa vicenda del conflitto di interessi. Né si può tacere che nella stessa conduzione del servizio pubblico televisivo di questi ultimi mesi ha prevalso una inadeguatezza, una esaltazione smodata dello spirito di maggioranza che contribuisce a rendere ancora più preoccupante lo scenario.
Per questo invitiamo ancora una volta a riconsiderare la legge sul conflitto di interessi, e, nel prossimo esame qui alla Camera dei deputati, ad aprire finalmente un confronto vero per una legge seria ed efficace. E qualora ciò non avvenisse, noi pensiamo che la legge di sistema debba essere l'occasione non solo per dare attuazione alle indicazioni del Presidente Ciampi, ma anche per riprendere i temi non risolti dalla legge sul conflitto di interesse.
Ma la questione che il Presidente ha voluto porre al Parlamento, oltre il pur cruciale nodo dell'assetto del sistema informativo, pone un problema più generale di assetti istituzionali del nostro Stato.

PRESIDENTE. Onorevole Fassino, ha tempo, prima mi sono sbagliato.

PIERO FASSINO. Mi sembrava.

PRESIDENTE. Mi scusi, era tre minuti in anticipo.

PIERO FASSINO. Proprio perché il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione costituiscono strumento essenziale per una democrazia compiuta non sfugge a nessuno come stia di fronte a noi il tema di come dare compimento ad una transizione istituzionale incompiuta. Noi sappiamo che la trasformazione dell'assetto politico avviato dal 1992 non è approdato ancora ad un assetto definitivo; abbiamo avviato la trasformazione federalista dello Stato, ma il quadro delle norme che regola la vita di molte pubbliche amministrazioni è ancora figlio dell'assetto centralistico fino ad oggi vigente, né è stata introdotta quella Camera delle regioni e dei poteri locali che darebbe coerenza al rapporto tra assetto federale dello Stato e assetto federale del Parlamento. Abbiamo introdotto leggi elettorali di tipo maggioritario, ma regolamenti e norme che vigono nelle Assemblee rappresentative rispecchiano logiche proporzionalistiche e delicati istituti parlamentari, basti pensare alla Giunta per le elezioni, alla Giunta per le autorizzazioni a procedere, alle Commissioni d'inchiesta, si stanno trasformando da organi di garanzia in strumenti di battaglia politica che la maggioranza usa contro l'opposizione. Abbiamo introdotto, de facto, una forma di indicazione del primo ministro con l'indicazione del nome dei leader delle coalizioni nei simboli sottoposti al voto degli elettori senza che a questo corrispondesse alcuna riforma del Governo e dei poteri di chi lo presiede.
Potrei continuare, ma credo che bastino questi esempi per dire che il tema delle riforme istituzionali è un capitolo aperto che richiama le responsabilità di ciascuno. E noi questa responsabilità sentiamo di doverla onorare; per questo, alla ripresa dell'attività parlamentare avanzeremo proposte che consentano di dare


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all'assetto istituzionale della Repubblica forma compiuta e chiara. Tali proposte, senza ricorrere a sedi speciali, dovranno trovare la loro sede naturale di confronto, discussione e decisione in Parlamento e nelle sue commissioni ordinarie. Vi diciamo con altrettanta chiarezza che non ci interessa discutere di forme plebiscitarie, non riteniamo che sia opportuno né utile per la democrazia italiana che vi siano forme di elezione diretta del Presidente della Repubblica o del capo del Governo, né, tanto meno, riteniamo utile la coincidenza della figura del Presidente della Repubblica con quella del Capo dell'esecutivo.
Noi riproponiamo la proposta che l'Ulivo indicò nel suo programma del 1996 e del 2001: legge elettorale maggioritaria a doppio turno, indicazione preventiva del premier da parte delle coalizioni e dei partiti che si presentano alle elezioni (affidando così ad un unico voto dei cittadini, la scelta della maggioranza governativa e del Capo dell'esecutivo), rafforzamento dei poteri del Capo del Governo sull'esecutivo, estensione di maggioranze qualificate nelle materie di rilievo istituzionale, rafforzamento dei diritti dell'opposizione a cui vanno assicurate precise garanzie e tutele e, in questo quadro, quello statuto dei diritti dell'opposizione che, come ha ricordato Ciampi, ritrova nelle norme sull'informazione un cardine essenziale.
C'è bisogno insomma - ed ho concluso Presidente - di un colpo d'ala collettivo che proporzioni tutta questa materia rispetto alle più vere e più alte finalità di salvaguardia democratica sottraendola ai rischi di una riduzione personalistica delle istituzioni. Una democrazia è forte e sana quando sa pensare le proprie regole non in ragione degli interessi dei singoli, tanto meno di un singolo per quanto forte e potente possa essere, ma in funzione di una difesa rigorosa ed imparziale delle prerogative di tutti ed in fondo è proprio questa consapevolezza che ispira, mi pare, il messaggio di Ciampi, e noi a questa stessa consapevolezza intendiamo ispirare le nostre responsabilità e i nostri comportamenti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Romani. Ne ha facoltà.

PAOLO ROMANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'alto richiamo del Capo dello Stato, che condividiamo e sottoscriviamo pienamente, si fonda su un principio con il quale tutti noi dobbiamo confrontarci: adeguare il sistema della comunicazione alle nuove evoluzioni tecnologiche preservando, ed anzi, estendendo il pluralismo dell'intero sistema. In coerenza con questo principio, la maggioranza e il Governo stanno già lavorando ad un nuovo quadro di regole che proprio a partire dalla rivoluzione digitale in atto sappia trasformare questa nuova, straordinaria opportunità di potenziare la capacità informativa del sistema della comunicazione in un quadro di nuove norme. Quello che occorre e a cui si deve puntare è, insomma, una legge in positivo senza aprioristiche contrapposizioni, imposizioni punitive e ripiegamenti rivolti al passato ai quali, troppe volte, in questi ultimi anni, abbiamo assistito.
Occorre invece una legge che dia più opportunità a tutti, più opportunità ai cittadini di essere informati, più strumenti per le imprese per crescere ed essere competitive, non solo in Italia, più occasioni alle istituzioni ed alla pubblica amministrazione per mettersi al servizio della collettività. Si crea una nuova prospettiva per mettere da parte ogni polemica e, senza contrapposizioni strumentali, in coerenza con l'invito del Capo del Stato, quindi, dare vita ad una legge innovativa che apra, anziché comprimere, la straordinaria potenzialità di crescita e di moltiplicazione degli spazi informativi e di comunicazione che l'evoluzione tecnologica oggi consente.
Se è vero, infatti, che il pluralismo e la pluralità dell'informazione sono il fondamento della democrazia, non devono più accadere episodi come quelli di un anno fa, che hanno visto un uso deliberato e


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strumentale del servizio pubblico - che del pluralismo dovrebbe essere per definizione il principale interprete - per demonizzare e colpire una ben definita parte politica.
È sufficiente questo semplice principio per individuare quei fondamenti che dovranno ispirare la nuova legge di sistema, in sintonia con i richiami del Capo dello Stato. Come ci ha ricordato proprio in questi giorni il presidente dell'autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l'avvento del digitale terrestre, ormai previsto e regolamentato non solo in Italia, ma in tutti i paesi europei, cambia in modo radicale la prospettiva, e ci fa guardare, con ottimismo, al nostro futuro, che può fare esprimere tutte le potenzialità di crescita del sistema anziché immaginare soluzioni ispirate alla penalizzazione ed a logiche ormai definitivamente superate.
Ecco perché credo che la nuova normativa possa e debba tradursi in cinque capisaldi fondamentali, che trovano piena corrispondenza nel messaggio del Capo dello Stato. Il primo consiste nell'ulteriore accelerazione per giungere, prima possibile e con efficacia, alla trasformazione del sistema televisivo con il passaggio dall'analogico al digitale; si tratta, infatti, di una rivoluzione vera e propria, che modifica strutturalmente gli spazi di comunicazione e di informazione sia nel numero (moltiplicandoli per quattro o cinque volte) sia nelle modalità di fruizione (consentendo approfondimenti ed interazioni finora impensabili). Occorre quindi individuare tutti gli strumenti, dalla pianificazione delle frequenze alle sperimentazioni, dalla produzione alla distribuzione dei decoder, fino agli incentivi per la loro diffusione, perché tale passaggio, che da solo apre il sistema senza nessun intervento di tipo ideologico, possa essere rispettato e accelerato.
Il secondo caposaldo: come ricordato anche dal Presidente Ciampi, occorre arrivare ad un quadro legislativo che affronti, nel suo complesso, l'intero sistema della comunicazione, anche in questo caso per dare più opportunità a tutti, imprese, cittadini ed istituzioni. Proprio grazie alla irreversibile convergenza digitale-multimediale sarà quindi opportuno, anche sulla base di principi e riferimenti normativi in materia e delle esperienze recenti negli Stati Uniti, eliminare vincoli anacronistici tra stampa e televisione, ma anche individuare criteri efficaci e rispettosi sia dell'esigenza del pluralismo sia della dimensione e della competitività delle imprese, al fine di definire soglie e limiti per la tutela della concorrenza.
Il terzo caposaldo: occorrerà affrontare con decisione il problema, non più rinviabile, della riforma del servizio pubblico radiotelevisivo; da questo punto di vista non si potrà che seguire la strada che, da anni, abbiamo indicato: l'apertura del capitale della RAI ad un insieme di soggetti che, anche in questo caso, rappresentano un'opportunità di crescita non solo per la stessa RAI ma per l'intero sistema. Mi riferisco ad utenti cittadini, agli stessi dipendenti RAI, ad istituzioni quali università e fondazioni che avranno la possibilità di partecipare al capitale di una nuova public company dell'informazione e della comunicazione. È questa una strada non solo originale, ma anche progressivamente percorribile per dare dignità, autonomia ed indipendenza ad un servizio pubblico che troppo spesso si è perso alla ricerca di una sua identità.
Il quarto caposaldo: l'estensione della vigilanza del Parlamento sul sistema. Non abbiamo alcuna preclusione a parlare sul tema, anche se è bene ricordare che l'Italia si è dotata di uno strumento di Governo e di regolamentazione del sistema della comunicazione, l'autorità, deputata proprio alla vigilanza sul nuovo sistema radiotelevisivo e delle comunicazioni e sulle sue evoluzioni tecnologiche. Occorre quindi riflettere se non sia opportuno percorrere una direzione già da noi intenzionalmente tracciata - ad esempio in occasione del disegno di legge sul conflitto di interessi - di potenziamento ulteriore dei compiti della stessa autorità e della sua capacità di intervento, ampliamento dei compiti da definire e coordinare con i poteri di indirizzo e vigilanza del Parlamento.


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Il quinto caposaldo: appare irreversibile l'introduzione, nel nuovo assetto televisivo, di un quadro normativo che tenga conto della modifica della nostra Costituzione secondo quanto previsto dal nuovo titolo V.
Recentemente, abbiamo assistito a polemiche e contrasti sulla localizzazione produttiva del sistema pubblico, ma anche questo dibattito nasconde, sostanzialmente, la necessità di una maggiore attenzione alla complessa articolazione politica e culturale del sistema Italia. Il pluralismo è la rappresentazione di quelle diversità, che sono sì sociali, culturali e politiche, ma anche geografiche; pluralismo verticale, ma anche orizzontale.
Stiamo, in fondo, cercando di definire il ruolo del servizio pubblico che, soprattutto nel campo dell'informazione «valorizzi il criterio dell'articolazione territoriale come espressione delle identità e delle culture locali». Vi ho citato, come ben sapete, in modo letterale, una frase del messaggio del Presidente della Repubblica.
Vi saranno altre occasioni per analizzare in profondità quale sia il ruolo del servizio pubblico, dibattito che si protrae negli anni e che non è mai stato risolto. Vorrei solo aggiungere che se, da un lato, contestiamo il fatto che il sistema pubblico dell'informazione possa diventare organo di parte, dall'altro, non siamo nemmeno interessati ad una informazione cloroformizzata ed appiattita sul potere e sul Palazzo.
Siamo tutti molto sensibili alla presenza nei telegiornali di ogni partito, dal più grande al più piccolo; ma siamo veramente sicuri che, ad esempio, i problemi dei 7 milioni di italiani che vivono al di sotto della soglia di povertà siano adeguatamente rappresentati nel sistema complessivo dell'informazione? Siamo proprio sicuri che le problematiche della sicurezza dei cittadini, dei più piccoli paesi del profondo nord, invasi da poche decine di clandestini violenti e, di fatto, in regime di coprifuoco dalle 9 di sera in poi, siano conosciute da tutti? Siamo proprio sicuri di veder rappresentato il senso della solidarietà nei confronti di chi cerca asilo nel nostro paese, non per importare criminalità, ma per cercare scampo dalla corruzione, dalla repressione, dalla povertà dei paesi d'origine? Tuttavia, questo - come dicevo prima - è un dibattito che avremo modo di approfondire.
Cinque punti qualificanti sui quali vi sono idee precise e, dunque, in piena sintonia con il messaggio del Capo dello Stato. Cinque punti sui quali la maggioranza ed il Governo vogliono intervenire presto e con proposte significative, al contrario di quanto avvenuto nella scorsa legislatura con la passata maggioranza, senza alcuna volontà di contrapposizione, ma sulla base di precisi principi: aprire il sistema a un maggiore pluralismo, moltiplicando le voci, senza farne tacere nessuna o qualcuna in particolare; favorire le opportunità di crescita per i cittadini, le imprese e le istituzioni, accrescendo le innovazioni tecnologiche in atto; rinnovare il servizio pubblico radiotelevisivo, trasformandone le caratteristiche salienti per avvicinarlo ai cittadini, incentivando le prerogative positive per l'intero sistema; dare complessivamente più competitività al mondo della comunicazione dell'audiovisivo, non solo all'interno del nostro paese, ma anche in chiave europea.
Sia chiaro: non vogliamo percorrere scorciatoie strumentali o soluzioni di comodo, come qualcuno maliziosamente vorrebbe far credere. Vogliamo innovare profondamente, dando opportunità a tutti di crescere, sostenendo l'evoluzione e l'alfabetizzazione tecnologica del nostro paese, conservando e sviluppando il tasso di pluralismo del sistema.
Se su questo terreno, sul terreno positivo delle riforme, sarà possibile intraprendere un dialogo costruttivo con le opposizioni, proprio sulla base del monito del Capo dello Stato, questo sarà prezioso.
Altrimenti, qualora prevalga la politica faziosa e strumentale, questa maggioranza, come ha già fatto in passato, si assumerà fino in fondo le proprie responsabilità, riformando in senso moderno e innovativo anche il sistema della comunicazione e vincendo questa impegnativa scommessa


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sul piano dei contenuti e non delle polemiche ideologizzanti, sul piano della crescita complessiva della comunicazione del paese, anziché delle strumentalizzazioni politiche (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, dichiaro chiusa la discussione.
Onorevoli colleghi, avrei auspicato una maggiore presenza in aula in questa importante occasione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Margherita, DL-l'Ulivo). Comunque, intendo ringraziare gli intervenuti per la qualità dei loro interventi e ribadire la convinzione, già espressa nel mio iniziale intervento, che il messaggio del Capo dello Stato dovrà avere seguiti concreti. A tal fine solleciterò i presidenti della Commissione affari costituzionali, della Commissione cultura e della Commissione trasporti a porre all'ordine del giorno delle Commissioni che presiedono, alla ripresa di settembre, un dibattito di approfondimento sui temi oggetto del messaggio del Presidente della Repubblica per assumere le conseguenti iniziative. Lo stesso potranno fare i presidenti delle Commissioni bicamerali per la vigilanza sui servizi radiotelevisivi e per l'infanzia.
Infine, poiché l'onorevole Rutelli ha sollevato il problema, vorrei ribadire in Assemblea quanto ho già avuto modo di auspicare fuori da quest'aula. Mi auguro che la nomina del consiglio di amministrazione della RAI venga sottratta dal legislatore alla responsabilità, che ritengo impropria, dei Presidenti delle Camere. Una disposizione di carattere emergenziale non può diventare normalità.
È così esaurita la discussione sui temi contenuti nel messaggio del Presidente del Repubblica.

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