Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 184 del 25/7/2002
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(Dichiarazioni di voto - Doc. LVII, n. 2/I)

PRESIDENTE. Passiamo dunque alle dichiarazioni di voto. Avverto che è previsto un tempo di 10 minuti per ciascun gruppo ed un tempo aggiuntivo per il gruppo Misto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Peretti. Ne ha facoltà.


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ETTORE PERETTI. Grazie, Presidente. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, il gruppo parlamentare dell'Unione dei Democratici Cristiani voterà a favore della risoluzione della maggioranza, risoluzione che abbiamo contribuito a scrivere. Abbiamo esaminato molto attentamente il DPEF, lo abbiamo trovato condivisibile nei contenuti, credibile e coerente nel rapporto fra l'analisi conoscitiva che fa della realtà economica e sociale e, soprattutto, rispetto agli impegni e ai programmi che sono stati presentati in campagna elettorale. Siamo consapevoli che le promesse elettorali vanno rispettate e mantenute: le nostre sono molto significative e vanno nel senso di una riduzione delle imposte, di un aumento degli investimenti e di una ripresa dello sviluppo economico per poter garantire le necessarie risorse per le riforme. Sappiamo, però, che i numeri sono molto importanti nell'economia e nella politica economica e precedono la politica, anzi la informano, ed è a questi che noi vogliamo fare molta attenzione. I numeri, dal punto di vista sociale, parlano di un forte invecchiamento della popolazione, che sta mettendo a repentaglio il nostro programma di tenuta dei conti sulla sanità e sulle pensioni. Questi numeri parlano anche di un'economia molto matura nel nostro paese, lo dimostra la crisi subita dal settore dell'auto e, segnatamente, dalla FIAT: c'è molto difficoltà nel sostenere la crescita economica, anzi, per molti aspetti, la crescita economica può presentarsi cedente.
Esiste un problema legato ai numeri nella finanza pubblica. L'intervento del ministro dell'economia e delle finanze, onorevole Tremonti, l'ha dimostrato questa mattina: dall'opposizione e dal Governo precedente ci vediamo consegnato un deficit dei conti pari al 2,2 per cento. Sostanzialmente, si tratta di una spesa pubblica fuori controllo.
Il ministro Tremonti si è soffermato, in modo molto lucido, sulle responsabilità del Governo precedente di aver messo in moto un ciclo elettorale del quale ancora oggi subiamo le conseguenze. Devo aggiungere che la responsabilità va ricercata all'origine, nel modo con cui è stata conseguita l'entrata dell'Italia nell'euro, ossia con un aumento delle tasse e con una riduzione degli investimenti. Oggi, dunque, per quanto riguarda il rispetto dei conti, non siamo nelle condizioni di accettare lezioni di rigore e di morale dal centrosinistra.
I numeri indicano anche una crescita economica insufficiente. Sappiamo che, per poter assicurare alle nostre riforme le necessarie risorse, abbiamo bisogno di una crescita economica che si attesti attorno al 3 per cento, quindi, sostanzialmente maggiore rispetto a quella attuale.
Nonostante ciò, poiché esiste una grande interdipendenza tra le necessarie riforme, lo sviluppo economico e la necessaria coesione sociale e una grande interdipendenza tra le diverse economie, siamo convinti - l'abbiamo sottolineato bene nel documento di programmazione economico-finanziaria - che la politica economica debba recuperare tutti i gradi di libertà possibili, poiché senza gradi di libertà la politica economica è inefficace. Senza una politica efficace, dunque, mettiamo a repentaglio non solo le riforme, ma anche la necessaria coesione sociale, che è un valore fondante della nostra democrazia e al quale facciamo costantemente riferimento.
Siamo favorevoli, dunque, al programma delle cartolarizzazioni, ad un programma che preveda lo spostamento delle risorse per investimenti al di fuori dei parametri di Maastricht. Saremmo anche favorevoli a che finisca la finzione secondo la quale, nell'ambito dell'Unione monetaria europea, non si può utilizzare il meccanismo della golden rule.
Abbiamo valutato molto positivamente le riforme di politica economica presentate dal Governo, la riforma fiscale innanzitutto; chiediamo di prestare la necessaria attenzione al suo costo, al rispetto dei meccanismi di una forte progressività, al meccanismo di deduzione a vantaggio delle famiglie.
Esprimiamo un giudizio favorevole sul patto per l'Italia, anche se riteniamo secondario l'accordo sulla sperimentazione dell'articolo 18, nel senso che la consideriamo


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una utile sperimentazione. Consideriamo, tuttavia, molto positivo l'aver trovato risorse aggiuntive per gli ammortizzatori sociali, poiché ciò può determinare l'avvio di una politica di riordino degli ammortizzatori sociali.
Vi è un elemento che, invece, ci vede completamente in disaccordo e riguarda il tasso d'inflazione programmato. Per quest'anno, esso è pari all'1,7 per cento, mentre quello proposto per l'anno successivo è pari all'1,4 per cento. Poiché - è a tutti noto - l'impegno per l'anno in corso non potrà essere rispettato e l'inflazione sarà ben oltre - anche per la responsabilità della pubblica amministrazione che non riesce a calmierare i prezzi -, crediamo che sarebbe stato opportuno mantenere, come tasso programmatico, quello dell'anno in corso.
Nonostante ciò, crediamo che il quadro del DPEF delinei un insieme d'iniziative e di azioni di politica economica compatibile con la necessità di assicurare risorse per lo sviluppo e per le riforme. In questo quadro, dichiariamo il voto favorevole del nostro gruppo sulla risoluzione presentata dalla maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (CCD-CDU), di Forza Italia e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, nel dichiarare il voto favorevole del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI, sulla risoluzione Alberto Giorgetti n. 6-00027, vorrei svolgere alcune brevissime considerazioni di carattere generale suggerite dall'esame del documento di programmazione economico-finanziaria.
Ancora pochi anni fa - i colleghi lo ricorderanno - noi votavamo, con il documento di programmazione economico-finanziaria, la legge finanziaria ed il bilancio, il CIPE stabiliva i flussi monetari e creditizi ed il Governo e la Banca d'Italia decidevano le politiche del cambio. Quindi, il Parlamento era investito dell'insieme degli strumenti di politica economica e finanziaria: il cambio, la politica monetaria e quella del credito, le politiche di bilancio e fiscali.
Oggi, siamo entrati - e sembra quasi che non ce ne rendiamo conto - in una fase completamente diversa, nella quale sono venuti meno tutti, o quasi, quegli elementi che davano concretezza e sostanza all'esame della politica economica da parte del nostro Parlamento. Forse, signor Presidente della Camera, dovremmo chiederci se sia ancora opportuno questo tipo di discussione o se, invece, non sia il caso di aggiornare, in qualche maniera, gli strumenti di impostazione di questi documenti.
Oggi, il tasso di cambio non ci appartiene più poiché, all'interno dei quindici paesi europei (che rappresentavano e rappresentano metà del nostro commercio internazionale), il cambio è fisso per definizione e nemmeno ci appartiene la politica monetaria, stabilita dalla Banca centrale in totale autonomia dai Parlamenti nazionali, dal Parlamento europeo e dai singoli Governi, mentre il patto di stabilità limita al 90 per cento del PIL il debito (nel caso dei paesi con un forte debito pregresso, al 110 per cento) e, in tal modo, non ci dà neanche il fiato per respirare!
In questa situazione, il documento di programmazione economico-finanziaria riguarda i dettagli di una politica economica, mentre ciò di cui abbiamo bisogno è l'impostazione della politica economica, che non appartiene più, dobbiamo prenderne atto, all'ambito nazionale dei Parlamenti, ma a quello internazionale dei Governi.
Però, vorrei aggiungere, procedendo per sintesi estreme, allo scopo di non superare il brevissimo tempo concessomi, che da questo dibattito sarebbe dovuta emergere anche qualche indicazione al Governo (se ci fosse il ministro dell'economia e delle finanze ad ascoltare, come sarebbe suo dovere, gli interventi per dichiarazione di voto).
Ci sarebbe, ad esempio, l'indicazione di porre ai colleghi ministri dell'economia e


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delle finanze europei il seguente tema: se non sia necessario, oggi, porre agli Stati Uniti ed al Giappone il problema di una sorveglianza multilaterale del cambio. Non possiamo pensare che il tasso di cambio tra l'euro e il dollaro possa portare il dollaro molto in basso e l'euro molto in alto quando in Europa vi è un'alta percentuale di disoccupazione! Dobbiamo esaminare, ministro Tremonti, una gestione internazionale delle zone di cambio tra yen, dollaro ed euro. Vogliamo parlare di questo problema?
In secondo luogo, vogliamo affrontare con serietà, a livello europeo, il problema dei mercati finanziari e dei riflessi che la crisi nel mercato finanziario americano potrà avere in Europa? Vogliamo apprestare meccanismi europei di sorveglianza della stabilità e della trasparenza dei mercati finanziari prima che questa crisi che riguarda l'America (ma temo possa riguardare anche l'Europa) arrivi da noi?
Vi è, poi, il problema della revisione del patto di stabilità, non soltanto nel senso che voi ministri dell'economia e delle finanze avete stabilito a Siviglia, dove avete affermato che bilancio in equilibrio equivale a bilancio più o meno in equilibrio (che è già qualcosa): occorre anche stabilire che gli investimenti pubblici produttivi non possano essere soggetti alle stesse regole di equilibrio di bilancio che, giustamente, si applicano alle spese correnti.
Per esempio, io accetterei una regola per la quale fosse la Commissione economica europea a giudicare se un progetto di investimento infrastrutturale di un Governo possa essere sottratto al vincolo del pareggio del bilancio in base a una valutazione dell'utilità, ai fini delle infrastrutture europee del progetto medesimo. Cioè immaginerei l'ipotesi di un bollino europeo sugli investimenti.

PRESIDENTE. Onorevole, la invito a concludere.

GIORGIO LA MALFA. Concludo, Presidente, dicendo che gli obiettivi del DPEF, il 2,9 di crescita, e l'1,4 di inflazione, rappresentano oggi più che mai un traguardo programmatico. Non è una previsione che richiede uno sforzo molto ampio di politica sociale. In questo senso, e concludo, è politicamente cruciale il fatto che un gran numero di organizzazioni economiche sociali e sindacali abbiano convenuto su questa impostazione di carattere generale (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Armani. Ne ha facoltà.

PIETRO ARMANI. Signor Presidente, ho grande stima della cultura letteraria e classica del collega Gerardo Bianco, quindi non voglio riprendere la polemica alla quale, del resto, ha risposto molto elegantemente il ministro dell'economia e delle finanze quando ha ricordato che il progress delle previsioni economiche si sviluppa nel corso del tempo. Il mio discorso era semplicemente limitato al fatto che le grandezze macroeconomiche del DPEF consentono poi rettifiche, note di aggiornamento, in corrispondenza della legge finanziaria, nel quadro della riforma della sessione di bilancio, che, peraltro, è per ora ferma al Senato. Credo che dovremmo fare una riflessione sull'avvicinamento temporale del DPEF alla finanziaria, proprio per rendere coerenti le previsioni macroeconomiche alle grandezze finanziarie stabilite nella legge di bilancio e per evitare che la situazione dell'economia italiana, oggi condizionata per l'80 per cento da variabili esterne di carattere internazionale, addirittura da variabili politico-militari (come sappiamo), non ci costringa poi a rifare tutto il discorso delle previsioni alla vigilia della legge finanziaria. Questo era semplicemente il mio discorso; non vedo altra ragione per la quale il collega Bianco ne abbia fatto un elemento di polemica, se non quella di attaccare il ministro dell'economia e delle finanze.
Fatta questa precisazione, sono orgoglioso di esprimere il voto favorevole di


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Alleanza nazionale alla risoluzione - primo firmatario il collega relatore Alberto Giorgetti (poi tutti gli altri della maggioranza) -, che, tra l'altro, nella parte che riguarda gli obiettivi di finanza pubblica, pone dei precisi e quantificati obiettivi per quanto riguarda il limite massimo del saldo netto da finanziare, il fabbisogno di cassa, l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, l'avanzo primario, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Si mettono, dunque, dei paletti anche in relazione alle verifiche sulle grandezze macroeconomiche che faremo in sede di approvazione della legge finanziaria.
Credo che questa risoluzione sia completa ed integrata con riferimento a tutti gli aspetti affrontati dal DPEF. Per questo la valutiamo positivamente e diamo un voto favorevole anche alla stesura del DPEF, le cui argomentazioni, fra l'altro, hanno gratificato con una notazione positiva alcuni esponenti responsabili dell'opposizione. Quindi, credo che noi possiamo tranquillamente, con grande certezza e grande sicurezza, votare a favore della risoluzione della maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Villetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO VILLETTI. Signor Presidente, la nostra valutazione sul DPEF era e resta negativa, a prescindere da quanto ha detto il ministro Tremonti, che non si è occupato della questione.
Il ministro si esercita, ormai da un anno, nel mestiere dello storico dell'economia italiana. Tra l'altro non si accorge che non parla più dai banchi dell'opposizione, ma dai banchi del Governo e quindi deve rispondere dell'azione che sta svolgendo il Governo.
Nella lettura del quinquennio dei governi di centrosinistra, il ministro si guarda bene dal mettere in risalto che è stata realizzata e portata a compimento la più grande operazione di risanamento mai realizzata in Europa; si guarda bene dal valutare quanto sia stato positivo aver ereditato un paese come l'Italia, che aveva un deficit superiore al 7 per cento e che è entrato nel primo gruppo di paesi che sono passati all'euro, cogliendo tre dei quattro parametri di Maastricht.
Cosa fa Tremonti? Cerca la pagliuzza nell'occhio del centrosinistra ma non vede la trave che c'è nell'azione attuale del Governo. E come fa? Prende le critiche, anche le più esasperate ed estremizzate, per potersi difendere meglio. Preferisce l'attacco come migliore difesa.
Vorrei dire al ministro che quando parliamo di finanza creativa non ci riferiamo a falsificazioni di bilancio, sappiamo bene che le falsificazioni di bilancio, tipo caso Enron, riguardano le imprese private americane e, nonostante le assicurazioni sul complesso delle imprese europee fornite dal Presidente Prodi, anche l'Italia, ma le imprese private, non lo Stato! Noi diciamo che le misure assunte dal Governo sono, non solo tecnicamente, ma anche politicamente, inadatte e ispirate a criteri molto creativi.
Forse è stato molto più sincero il Presidente del consiglio Berlusconi quando ha parlato alla Farnesina ed ha detto che le riforme non si fanno con i fichi secchi. Ebbene, parliamo dei fichi secchi, perché questo è l'argomento che manca nella discussione del documento di programmazione economico-finanziaria. Ebbene, noi diciamo che le coperture, gli sgravi fiscali e le nuove spese previste sono coperte con una tantum o con previsioni macroeconomiche sull'eventuale ripresa, tutte da verificare. E cosa significa questo approccio? Significa che tra le entrate strutturali e le spese strutturali si sta determinando un crescente divario e noi siamo molto preoccupati perché non vorremmo trovarci, per davvero, nella prossima legislatura, a parlare, noi, non di un buco, ma di un cratere lasciato dal centrodestra. Dunque, questo approccio è ben diverso da quello dell'Ulivo negli anni del suo governo.


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Devo dire che, nel complesso, l'azione del Governo è risultata veramente molto, ma molto modesta: grandi annunci ma assai poche realizzazioni. Devo aggiungere una cosa che ritengo fondamentale: uno dei cardini della politica di risanamento dei governi di centrosinistra è stata la concertazione tra le imprese, i sindacati ed il Governo. Ebbene, questo Governo ha teso a dividere i sindacati; lo considero un grave errore. L'Ulivo si muove per creare le condizioni dell'unità sindacale e contrasta fortemente la demonizzazione del segretario della CGIL, Cofferati, fatta dal Governo.
La deroga sull'articolo 18 non darà un contributo alla crescita ed alla competitività. Il Governo non ha saputo affrontare questo problema con un sistema di sicurezza allargato. D'altra parte, che cosa ci si sarebbe potuti attendere da un Governo di destra? Non certo di coniugare insieme sicurezza, equità e sviluppo. Sull'impianto del documento di programmazione economico-finanziaria esprimiamo pertanto un giudizio negativo, chiaro e ben determinato. Se nel documento vedevamo qualche aspetto che poteva presentare lati positivi, la replica del ministro Tremonti ci ha invece confermato che esso si muove interamente in una logica negativa, contraria agli interessi del paese.
Per questo motivo, i deputati socialisti, e dell'Ulivo, voteranno contro la risoluzione presentata dalla maggioranza ed a favore della risoluzione dell'Ulivo, facendolo in modo pienamente convinto. Speriamo veramente che la vostra politica non produca tutti i danni che pensiamo possa in realtà arrecare al paese, perché anche noi amiamo molto l'Italia (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pagliarini. Ne ha facoltà

GIANCARLO PAGLIARINI. Signor Presidente, a nome dei parlamentari della Lega nord Padania dichiaro il nostro voto favorevole alla risoluzione della maggioranza. Ci mancherebbe altro, dato che l'abbiamo firmata anche noi dopo aver partecipato al gruppo di lavoro che ne ha redatto il testo.
Se il Governo riuscirà a realizzare quanto la Camera dei deputati gli chiede di concretizzare con questa risoluzione, l'organizzazione del sistema paese diventerà molto più razionale e, di conseguenza, la qualità della vita dei nostri concittadini migliorerà in modo significativo. Ieri, durante la discussione generale, avevamo detto che il testo del documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal Governo ci convinceva molto dal punto di vista tecnico, ma avevamo anche espresso la nostra delusione perché in esso non avevamo trovato alcun riferimento alla necessità di impostare subito l'iter legislativo per recepire l'articolo 119 della Costituzione in modo che comuni, province e regioni dispongano di compartecipazioni significative al gettito dei tributi erariali riferibili al loro territorio e godano dell'autonomia finanziaria, di entrata e di spesa, prevista dalla Costituzione. Se la risoluzione della maggioranza sarà approvata, la nostra delusione ed i nostri timori non avranno più motivo di essere, perché il testo che stiamo per votare inizia e termina proprio con chiari e precisi riferimenti al trasferimento di poteri, responsabilità e risorse finanziarie dallo Stato alle regioni ed agli enti locali. Infatti, come potete constatare, nei primi «considerando» si riconosce che il documento di programmazione economico-finanziaria si colloca in un quadro istituzionale in via di radicale e progressiva evoluzione verso nuove e più avanzate forme di autonomia e che l'evoluzione del sistema economico e del sistema istituzionale devono procedere nella stessa direzione, vale a dire, lo ripeto, verso una radicale e progressiva evoluzione tendente a nuove e più avanzate forme di autonomia. Inoltre, l'elenco degli interventi che la Camera dei deputati chiede al Governo di realizzare termina proprio con un riferimento all'articolo 119 della Costituzione.


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Desidero solo ricordare che la struttura del documento che stiamo per votare, e che spero sia approvato, impegna il Governo in quattro aree: quella degli obiettivi di carattere macroeconomico, quello delle tante politiche e riforme da realizzare, quello degli obiettivi di finanza pubblica e, infine, quello della struttura della legge finanziaria per l'anno venturo.
Per quanto riguarda gli obiettivi di carattere macroeconomico, mi pare che ci sia poco da discutere: chiediamo un aumento del PIL ed una diminuzione del tasso di disoccupazione.
Le politiche e le riforme da realizzare, sulle quali richiamiamo l'attenzione del Governo, sono ben ventuno: la Lega nord Padania è d'accordo su ognuna di queste, ivi inclusa, qualora ci fossero dubbi, quella contrassegnata con lettera f), con la quale si impegna il Governo ad assumere tutte le iniziative prospettate nel documento di programmazione economico-finanziaria allo scopo di consentire al Mezzogiorno di ottenere tassi di sviluppo costantemente superiori a quelli medi dell'Unione europea.
Vorrei restasse agli atti parlamentari una considerazione sulla politica contrassegnata dalla lettera z), considerazione che, si tratta di una mia colpa, non ho fatto in tempo a segnalare al gruppo di lavoro per il suo inserimento nel testo che ci accingiamo a votare. La lettera z) impegna il Governo ad adottare efficaci interventi a favore delle comunità nazionali all'estero che riguardino i profili istituzionali, sociali e previdenziali, scolastici e culturali che non abbiano trovato ancora adeguata soluzione. Tutto questo è un omaggio al grande ministro Tremaglia. La Lega nord Padania, però, vorrebbe anche che fosse favorito il rientro in Italia dei discendenti degli italiani che, in passato, sono stati costretti ad emigrare all'estero.
Insomma, non ho assolutamente niente contro gli albanesi o i marocchini che vogliono venire a lavorare nel nostro paese, ma è logico che, se dovessi scegliere fra uno di loro e un signore nato in Argentina, figlio di un italiano che ha dovuto emigrare tanti anni fa, è chiaro che sceglierei il secondo e, se tornasse, sarei anche contento e commosso (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania e di deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Gli obiettivi di finanza pubblica che chiediamo al Governo di realizzare sono molto impegnativi: pensate solo al rapporto del debito pubblico sul PIL, che dovrebbe scendere sotto quota 100 già nell'anno 2004. È un obiettivo che dobbiamo realizzare per i nostri figli a qualunque costo e, dunque, se sarà necessario, a mio parere, anche a costo di qualunque sacrificio.
Infine, per quanto riguarda la struttura della legge finanziaria per l'anno venturo, segnalo che, tra le altre cose, la Camera con questo testo impegna il Governo a promuovere spazi per nuove competenze e responsabilità delle autonomie locali, che, naturalmente, per non essere controproducenti, devono essere trasferite assieme alle necessarie risorse finanziarie.
Insomma, per intenderci, se attribuiamo un nuovo compito a una regione, ad una provincia o ad un comune, ma non diamo loro i quattrini, possono succedere solo due cose: o non lo svolgono (e, allora, i cittadini diranno che con il federalismo non si ricevono i servizi) oppure, per svolgerlo, devono imporre le tasse (e, allora, ecco che i cittadini diranno che con il federalismo aumenta la pressione fiscale). Pertanto, dobbiamo attribuire nuovi compiti, ma essi devono essere sempre accompagnati dal trasferimento delle necessarie risorse finanziarie, altrimenti vi saranno problemi.
Tutto ciò, naturalmente, avverrà, finché non sarà recepito l'articolo 119 della Costituzione sull'autonomia e sulla responsabilità fiscale delle regioni e degli enti locali; dopodiché, sarà tutto molto più facile (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Letta. Ne ha facoltà.

ENRICO LETTA. Signor Presidente, il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo esprimerà


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oggi un voto contrario. Lo farà in modo convinto e preoccupato, ancora più convinto e preoccupato dopo l'intervento del ministro Tremonti. Questo DPEF rappresentava, a nostro avviso, l'ultima occasione, l'ultima possibilità, perché il Governo non imboccasse la via di non ritorno. Noi ci speravamo e ci credevamo, perché siamo un'opposizione che vuole bene prima al paese che a se stessa.
I segnali che indicavano la necessità della svolta erano già forti e chiari prima di stamani, ripetutamente espressi dalle solenni bocciature che, una dopo l'altra, la manovra del Governo ha subìto: Corte dei conti, Governatore della Banca d'Italia, Unione europea. Questi segnali sono talmente forti che, a una lettura attenta del DPEF (voglio darne atto, ma ciò è ancora più grave), le parti di analisi che lo compongono, sono scritte da mani che lasciano evidenti tracce di aver compreso quei segnali e la necessità di frenare, fermarsi, girare e prendere un'altra strada. Vi era questa possibilità ed era evidente nelle dichiarazioni di tanti rappresentanti della stessa maggioranza.
Il ministro dell'economia e delle finanze ha preferito smentire se stesso sul passato, invece che sul futuro (e anche stamani continua a farlo con riferimento al passato). Mi basta far notare al ministro dell'economia e delle finanze Tremonti che, prendersela con le scelte del Ministero dell'economia e delle finanze del 1999 e del 2000, è come prendersela con l'attuale Capo dello Stato. Vorrei che ciò non fosse mai dimenticato (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
Allora, dopo aver ripetuto ossessivamente agli italiani che vi sarebbe stata una crescita al 2,3 e un deficit allo 0,5, oggi si presenta con la scusa della forchetta e dice agli italiani che, in fondo, dimezzare le previsioni di crescita e triplicare quelle sul deficit, non è un problema. In un'azienda privata, un amministratore delegato che si comportasse in questo modo, dopo il primo anno verrebbe licenziato in tronco e senza stock option: a tal riguardo, vorrei invitarvi a pensare al vostro amministratore delegato e a dove vi porterà dopo qualche bilancio come questo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

GIANCARLO GIORGETTI. Vuoi fare il Presidente della Repubblica come Ciampi?

ENRICO LETTA. Invece si va avanti - e questo è il problema - reiterando l'errore, rilanciando previsioni basate sulla fantasia ed immaginando che dopo il fallimento della prima legge finanziaria a questo ministro possa essere abbonato tutto.
Se il problema stesse solo nella fervida fantasia e nel campo delle previsioni, poco male. Il guaio, per tutti noi, è che con questa stessa fantasia si vogliono forzare le cifre e creare un'economia che non c'è. Intanto si vuole tornare indietro ai tempi delle mega finanziarie, tipiche di un paese il cui bilancio statale è strutturalmente ingovernabile e vive di una tantum. In un paese che funziona la finanziaria dovrebbe non contenere più manovre ed essere prossima allo zero. Si vuole tornare indietro ai tempi in cui le difficoltà che si paravano dinanzi a chi governava venivano risolte con le risorse di chi sarebbe venuto domani. Oggi riparte il deficit e si ricomincia con i debiti spostandoli, però, fuori dal bilancio dello Stato, che è sotto la lente dell'Unione europea, e creando una nuova società fatta apposta per fare debiti.
A rovinarsi, cari colleghi, ci si mette poco, non ci se ne accorge nemmeno. Sono bastati tre anni di follie, dal 1989 al 1991, per raddoppiare in percentuale il debito pubblico del nostro paese. Non sono ancora bastati dieci anni di sacrificio per avvicinare il livello di prima di quel triennio nero. Poi, quegli errori tutti li paghiamo. Ecco perché speravamo che le conclusioni del DPEF fossero conseguenti con le premesse. Invece no, avete preferito imboccare quella strada, avete preferito il paese dei balocchi, il miraggio alla realtà,


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avete ascoltato il vostro moderno Lucignolo. Tutti ne pagheremo le conseguenze.
Il nostro voto contrario oggi è per il detto del DPEF, per il non detto che si intuisce dietro le righe e per il contraddetto che fa da sfondo di riferimento generale. In questo grigiore annegano anche le poche cose che in un altro contesto avremmo sicuramente colto come prospettive interessanti.
Per quanto riguarda il detto del DPEF vi è un rinvio di tutte le scadenze più impegnative, un tentativo di mantenere lo scheletro di una riforma fiscale che voi stessi sapete essere ormai irrealizzabile, un ricorso a strumenti incerti e pericolosi per recuperare risorse ed indebitarsi tentando di farla franca.
Per quanto riguarda il non detto del DPEF - la cosa probabilmente peggiore - si tratta di una manovra così rilevante, figlia del fallimento della vostra prima legge finanziaria e del pacchetto dei cento giorni. L'abbiamo ascoltata anche in questa sede, la Tremonti-bis, senza copertura e senza le verifiche che avevate promesso (il 30 giugno sareste dovuti venire in questa sede a portarci le verifiche sulla Tremonti-bis). Per quanto riguarda l'emersione cito le parole del ministro delle attività produttive, che dovrebbe intendersene: il provvedimento sull'emersione - commenta Marzano - meglio non parlarne; soldi tolti alle politiche per il sud.
Tutto questo colpirà laddove non dice ma lascia intendere, ed io provo ad intendere. Sanità, pensioni ed enti locali: questo è il terno secco sul quale un buon bookmaker annullerebbe ogni scommessa. Sanità, pensioni, enti locali: dov'è finito il grande patto dell'agosto scorso? Dov'è finito l'innalzamento delle pensioni minime per tutti quelli che ne hanno diritto? Al posto di tutto questo ci si prepara a colpire il principio dell'universalismo nella sanità. Si annunciano le mutue sostitutive e si prova a tamponare, con misure una tantum e con un colpo mortale all'industria farmaceutica nazionale, una situazione ormai ingestibile. Gli enti locali: meno risorse trasferite agli enti locali - l'ha detto ieri il nostro collega Marco Stradiotto, che è anche sindaco - vuol dire o più tasse locali o meno servizi ai cittadini, o tutti e due. Fatto sta che, dopo due anni di riduzione della pressione fiscale, nel 2002 le tasse aumentano di nuovo, e questo con il Governo che avrebbe dovuto liberare i cittadini dalle tasse e che ora si stupisce perché cala il gettito. Tuttavia, qualunque cittadino italiano che vede il ministro Tremonti in televisione e si pone il problema se pagare una tassa o non pagarla non ha dubbi: la tassa non la paga, tanto è tornato il tempo dei condoni. Nel non detto del DPEF vi è questo ed altro: vi è molto sguardo all'indietro e non vi sono pensieri declinati al futuro. Non vi è nulla su quei temi che vogliono dire futuro, non vi è nulla sulla ricerca, sulla scuola, sull'innovazione.
Per quanto riguarda il contraddetto del DPEF sono talmente tante le smentite e le contraddizioni che elencarle è difficile.
Ne cito soltanto una, la più macroscopica, che è contraddetta addirittura al di fuori del DPEF. Il Mezzogiorno, che è il grande assente, trova un'unica misura concreta (il cumulo tra Visco-sud e Tremonti-bis), salvo poi venire completamente eliminata nel maxiemendamento al cosiddetto decreto omnibus.
Si capisce che c'è un ministro sempre più isolato politicamente; lo si è capito dall'imbarazzo evidente di oggi dai banchi della maggioranza. È un ministro che si rifugia sotto l'ombrello del suo asse protettivo con la Lega e chi ne paga le conseguenze sono le politiche per la crescita del Mezzogiorno. È una scelta miope, perché quella di far crescere il sud è una grande strategia nordista e di tutto il paese. Voi invece, tra diminuzione di risorse per la legge n. 488, soldi alla Tremonti-bis (che non è selettiva) e tetto alla cumulabilità, avete trasferito dal sud al nord, in un solo anno, qualcosa come 3 miliardi di euro. Nel nostro «controDPEF» invece il Mezzogiorno è centrale, così come lo sono le scelte sul futuro, sulla ricerca, sulla scuola e sull'innovazione.
La conclusione è l'invito alla coerenza e allo stesso tempo la logica conseguenza di una politica economica di cui, ahimè, ci


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ricorderemo a lungo. Purtroppo, a partire dal Presidente del Consiglio, la coerenza non è più una virtù; dopo mesi di dichiarazioni e contraddizioni, ieri l'annuncio che non si trova un nuovo ministro degli esteri. Ma per noi, signor Presidente, la coerenza è una virtù.
Allora, visto che il ministro dell'economia e delle finanze ha sbagliato oggi data, presentandosi qui come se fosse l'anno scorso, vorrei allora portare all'attenzione un giornale dell'anno scorso, o meglio Il Giornale dell'anno scorso, proprio per non dire che scelgo un giornale che non è obiettivo. Le leggo, signor ministro, cosa lei diceva lo scorso anno: al Tesoro c'è la scrivania di Quintino Sella; sarebbe libera, sarà libera, se non ci fosse il pareggio di bilancio nell'anno 2003. Signor ministro, non la rimpiangeremo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bersani. Ne ha facoltà.

PIER LUIGI BERSANI. Signor Presidente, c'è un curiosum - come direbbe il ministro dell'economia e delle finanze presente qui in spirito -, perché abbiamo un ministro dell'economia e delle finanze che dedica le migliori energie a dei sofismi difensivi, a togliersi nervosamente e saccentemente dei sassolini dalla scarpa (viene il dubbio che il ministro a scuola fosse da solo al banco). Noi abbiamo bisogno di un ministro più sereno, che abbia uno sguardo più ampio, che sappia dialogare con un paese che ha dei problemi e non parli solo con le sue idiosincrasie e con le sue acredini, in una sorta di solipsismo polemico.
A tal proposito, il ministro Tremonti aveva detto che, in assenza del pareggio di bilancio nel 2003 si sarebbe dimesso. Ora dice che nel 2003 vi sarà un pareggio virtuale. Si potrebbero avere almeno delle dimissioni virtuali (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo - Si ride)! Con le polemiche mi fermo qui, perché non intendo seguire Tremonti nel labirinto di micropolemiche.
Vorrei invece cercare di sintetizzare il senso della nostra preoccupazione e del nostro voto contrario, cercando di ragionare, così come si è ragionato prima dell'intervento del ministro.
Dall'ultimo DPEF è passata parecchia acqua sotto i ponti e tutti ormai avvertono - ci avessero creduto o no - che miracoli non ce ne saranno. Le cose sono complicate e sono difficili. Di fronte a ciò, come si atteggia l'opposizione? Vogliamo criticare il Governo per non essere riuscito ad invertire le tendenze economiche internazionali? No.
Semmai è il Governo che ha lasciato credere di poterlo fare. Noi rimproveriamo al Governo di aver scelto, dall'inizio, una linea economica francamente un po' à la carte, molto consona alle proprie corde politiche ed elettorali, ma altrettanto dissonante dalla realtà economica, così come chiaramente si vedeva già lo scorso anno.
Questa linea l'abbiamo denunciata molte volte. Si tratta di una linea fatta di aspettative, di previsioni che dovrebbero autoadempiersi, di psicologia delle briglie sciolte sul piano normativo e fiscale, di indebolimento del lavoro, di tecniche finanziarie e contabili capaci di usare oggi le risorse di domani con l'idea che, poi, lo sviluppo di dopodomani possa ricostituirle, rimpinguarle. Vorrei dire al ministro che non si tratta di un problema di questa o di quella misura di cartolarizzazione o di una tantum, qui vi è una filosofia delle cartolarizzazioni, delle una tantum e dei condoni.
Com'era ovvio che fosse, con questo tipo di avviamento, il motore non è partito; la finanza pubblica è finita nei guai e, del resto, quella ricetta - con buona pace di tanti commentatori condiscendenti della prima ora - da tempo, ormai, è tra gli attrezzi in disuso delle politiche economiche del mondo.


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Oggi, dunque, occorrerebbe un ripensamento vero, una presa di contatto meno volontaristica, con i dati reali dell'economia attuale. Ecco, nel DPEF questo ripensamento non c'è; questa è la nostra preoccupazione, che comincia a farsi seria e che sentiamo come cittadini, prima che come oppositori.
Da questo DPEF viene, sostanzialmente, una conferma della linea economica, sia pure con toni e numeri meno baldanzosi ed enfatici. Insomma, non c'è più la favola di un anno fa, ma la storia più o meno è la medesima, per questo siamo preoccupati.
Il Patto per l'Italia ha segnato un punto politico per il Governo: gli ha consentito di prendere tempo con le forze economiche e sociali e di tentare l'isolamento, la marginalizzazione - nelle intenzioni del Governo - del sindacato più forte e più critico. Un risultato politico - dicevo - che il Governo vuole trasferire, oggi, nel DPEF e, domani, nella legge finanziaria, ma non ci riuscirà. Si aprirà un cuneo, perché i problemi sono altri e a risolverli non bastano le parole ancorché sottoscritte.
Qualche esempio. Questo non è un momento semplice per le piccole e medie imprese italiane, per i distretti, per il made in Italy. L'euro c'è, tende a rafforzarsi, ci sono nuove aggressioni dei concorrenti e si fa presto a trovarsi fuori prezzo e fuori mercato. Sono necessari ed indilazionabili nuovi salti tecnologici ed organizzativi, ma innovazione, ricerca e sviluppo sono insufficienti. Finanza, management, servizi per l'internazionalizzazione delle piccole imprese scarseggiano; i soldi delle banche sono affaccendati, sempre di più, altrove.
Quanto al lavoro, i bacini di manodopera dei distretti, in molti casi, sono ormai prosciugati, mancano profili professionali, non c'è una legislazione amichevole per l'immigrato che lavora e si inserisce. Quali risposte vengono fornite? Bisognerebbe intervenire, probabilmente, sugli oneri sociali, ma si pensa solo e malissimo al fisco. Si vorrebbero risorse per l'innovazione e, invece, migliaia di domande aspettano le leggi a sostegno dell'innovazione, mentre impariamo da Il Sole 24 Ore - non dalla Gazzetta dello sport - che, con la legge Tremonti, si possono finanziare le compravendite di calciatori.
Faccio notare ai colleghi che la legge Tremonti, dopo l'unico decreto, è l'unica legge che può vivere senza plafond. Può darsi che ciò avvenga per meriti acquisiti sul campo, visto che con la legge Tremonti, ci sono investimenti che rappresentano un terzo di quelli che avevamo senza questa legge. E non si preoccupi il ministro, non ho parlato a casaccio (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani)! La Tremonti costerà lo stesso, in quanto apre varchi enormi a spese ordinarie, non di crescita e non di sviluppo, come ad esempio con riferimento alla formazione; quindi, costerà senza avere efficacia.
Quanto al lavoro, bisognerebbe occuparsi di come si entra nel mondo del lavoro, di come si acquisisce la professionalità anche nel lavoro a termine, di come ci si qualifica sul lavoro.
Invece, si discute soltanto di come se ne esce. Bisognerebbe mobilitare credito per l'internazionalizzazione delle piccole imprese, fare leggi diverse sull'immigrazione e smettere, finalmente, con la tela di Penelope delle politiche per il Mezzogiorno, sulle quali già si è aperto un problema con i firmatari del patto. Bisognerebbe, ma non si fa.
Si fa, allora, qualcosa di risolutivo dal lato dei consumi? Dal lato dei consumi, come si può pensare di dare qualcosa con una mano - il fisco - e di togliere, poi, con l'altra dal salario, stabilendo un tasso di inflazione largamente irrealistico, come si è visto dai dati di questi giorni? Si fa, allora, qualcosa di vero sulla finanza pubblica? Ma come pensiamo di tenere in equilibrio i fondamentali della finanza pubblica? Da quale conto salta fuori il 100 per cento debito-PIL? Pensiamo davvero che l'Europa ci creda e che ci crederanno Francia e Germania, quando si discuterà davvero sulle condizioni di adempimento dei parametri? E visto che il deficit viaggia


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piuttosto velocemente, in che modo si pensa di cambiare le carte in tavola ai firmatari del patto? Perché cambiare le carte si dovrà. Per che verso? Si pensa di farlo aggredendo i grandi comparti sociali, quali sanità o pensioni? Qualcosa abbiamo sentito ed abbiamo capito da quel che ha detto oggi Tremonti: l'istruzione, il pubblico impiego oppure la sicurezza. Si pensa di farlo, invece, con ulteriori misure condonistiche, magari in materia fiscale? Si pensa di farlo con una colossale partita di giro sulla fiscalità regionale e locale?
E, ancora, sugli investimenti pubblici si ritengono sufficienti le inquadrature di sei telegiornali al Presidente del Consiglio che reinaugura opere del centrosinistra o si pensa di fare qualcosina di più (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo)? E come si pensa di fare qualcosina di più, quando si prevede un andamento piatto o, forse, addirittura calante delle spese per investimenti? Guardate la relazione tecnica degli uffici della Camera. Come si pensa di fare, quando i margini chiesti a Bruxelles vengono impegnati non per investimenti ma per riduzione finanziata in disavanzo del carico fiscale? A questi interrogativi e ad altri il DPEF non dà risposta. Attenzione: la finanziaria qualcosa in più dovrà dire.
E noi vi invitiamo serenamente e ragionevolmente ad un'assunzione di responsabilità, ad un gesto di concretezza e di verità, perché la realtà - ne sono certo - voi la vedete come noi: la produzione è ancora stagnante; la ripresa è molto debole e ancora incerta; gli investimenti sono bassi; i consumi sono bassi e così la fiducia delle famiglie e delle imprese; gli equilibri competitivi si modificano, e non in meglio, per le nostre imprese. L'inflazione non sarà quella che è scritta. Il debito non calerà come è scritto. Le aspettative di molte categorie sociali sono alte, nonostante questo, e voi non le avete selezionate; le avete, anzi, suscitate per convincere e per vincere le elezioni. Tutto quanto sto dicendo era già vero un anno fa e lo avevamo denunciato. Si poteva reagire. E io vi dico: si può reagire. Perbacco, abbiamo affrontato momenti cento volte più difficili di questo! Sto parlando di problemi, non sto parlando di drammi. Ma il Governo per tutto l'anno ci ha fatto parlare d'altro. Per tutto l'anno il paese è stato stressato su altro; è stato stressato su problemi non centrali e, invece, è stato falsamente rincuorato sui problemi veri e seri (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo). Ed è ancora così. In questi stessi giorni si è cercato di far parlare d'altro, introducendo confusamente temi rilevanti come quelli istituzionali. Non è un segno di forza.
Ho concluso, signor Presidente. Nel paese tornano elementi di inquietudine e di insicurezza sulle prospettive economiche e sociali. Se il Governo scendesse dal piedistallo, smettesse di ascoltare solo le sue stesse parole, come ha fatto oggi, e mettesse l'orecchio a terra, potrebbe percepire questa inquietudine. Non è così. Si prosegue imperterriti e si rubrica tutto sotto la voce: propaganda delle opposizioni. E noi, invece, siamo qui, signor Presidente, con il timore non propagandistico ma sincero, che cresce ogni giorno, il timore che il Governo ci porti tutti al largo e poi non sappia più cosa fare (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.

MARCO RIZZO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo per motivare il nostro voto contrario sul documento di programmazione economico-finanziaria, un documento che dovrebbe informare la politica economica del paese e che invece rivela grande indeterminatezza e grande approssimazione. Sarebbe interessante poter dialogare con il ministro Tremonti, che


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però quando parlano i deputati al Parlamento non è mai presente: infatti, anche adesso, durante le dichiarazioni di voto finale, non è presente. Sarebbe interessante perlomeno sentire qual è il parere del ministro Tremonti relativamente a un DPEF che quantomeno sovrastima il tasso di crescita del nostro paese e sottostima il tasso di inflazione. La vostra ipotesi, l'ipotesi di maggioranza per questo documento di programmazione economico-finanziaria, è quella di un modello di competitività per il nostro paese che può apparire - e lo è - molto pericolosa e per nulla condivisibile, con un'idea di trasferimenti alle imprese assolutamente non selettiva, slegata dalla qualità del prodotto e dagli elementi necessari di innovazione. La vostra scelta è quella che potremmo definire una via bassa alla competizione, che sicuramente non facilita lo sviluppo del paese. La vostra linea è figlia di una sottocultura economica e questo DPEF è sbagliato, inefficace e pericoloso: se si arriva al tasso dell'1,3 per cento del PIL possiamo dire, francamente, che è grasso che cola. Non si capisce, ministro Tremonti, perché dovremmo avere meno problemi degli altri paesi europei. Non vi è alcuna ipotesi di sostegno all'economia interna; le tasse, tra le deduzioni e le imposte, non ottengono gli stessi risultati dei governi di centrosinistra. Il sostegno ai consumi non si sa dove sia; rimane solo la vostra promessa elettorale, quella di diminuire le tasse per tutti, a partire anche dai ceti meno abbienti. Tuttavia, ora voi volete una sorta di quadratura del cerchio, perché la domanda importante da farvi è questa: dove prenderete le risorse per una proposta di tassazione anticostituzionale, perché abbatte la progressività? Ce lo ha insegnato il processo democratico che chi più ha più deve contribuire: ora voi volete fare il contrario.
Questo DPEF prevede il più grande trasferimento di risorse verso i ceti più abbienti, verso i ricchi. Allora, c'è un allarme, un allarme vero, perché dietro questa manovra voi date un'unica indicazione, quella di cancellare e smantellare lo Stato sociale: cancellare la scuola pubblica, la sanità pubblica, le pensioni; cancellare i diritti dei lavoratori, quelli attuali e quelli futuri. In questo modo, voi fate male a tutto il paese. L'impoverimento, la precarietà senza diritti non faranno crescere il paese. Per voi la modernità significa ridurre e comprimere, sempre e solo, il costo del lavoro, ma non vi accorgete che in qualunque angolo del mondo c'è qualcuno che ha un costo del lavoro più basso del nostro, perché c'è uno sfruttamento ormai globale. Non investite nulla nella ricerca, nulla nell'innovazione, nulla nella sicurezza. Da Linate al disastro del treno in Sicilia non è stato investito un solo euro in termini di sicurezza.
Tuttavia, pensate che lo strapotere televisivo e mediatico vi salvi dalla critica e dall'indignazione. Certo il vostro strapotere televisivo e mediatico è importante ma non sarà sufficiente. Ci sono voci, anche da parte vostra, che dicono che temiate l'autunno: evidentemente, tra voi c'è qualcuno che ha capito.
La vostra propaganda è forte, ma i fatti hanno la testa dura. In autunno, non vi torneranno non solo i conti economici del paese, ma anche il rapporto con esso. Lo sciopero generale sarà un antipasto del vostro fallimento, che ormai ha nomi illustri: da Ruggiero a Taormina, da Sgarbi a Scajola. Vi sarà anche il fallimento del ministro Tremonti e del suo DPEF, ma con il fallimento di Tremonti fallirà anche l'intero Governo Berlusconi (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 13,35)

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, il giudizio contrario di Rifondazione comunista è molto aspro, è molto netto, come hanno già ben motivato, nell'ambito della discussione sulle linee generali, il compagno Alfonso Gianni e le


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compagne Deiana, Titti De Simone e Valpiana. Infatti, siamo in una fase che muta a livello internazionale e nazionale e questo mutamento impone un ritorno della politica, come potere e come responsabilità pubblica di incidere sul ciclo economico.
Il documento del Governo si muove all'interno di un contesto del tutto inedito, che spiazza concettualmente ogni apologia del paradigma liberista. Il documento stesso rappresenta un salto di qualità in negativo, non è puramente continuista, ma è portatore di una rottura regressiva: un capitalismo più fragile diventa più feroce, più distruttivo. Il documento del Governo va preso sul serio, non va considerato soltanto una sciocchezza o il frutto del dilettantismo contabile di un ministro spocchioso e, in verità, anche molto, molto antipatico. Mentre la società Worldcom dichiara bancarotta si dissolve l'ottimismo: esso muta in recessione economica, in depressione psicologica ed insicurezza. Dall'altra parte, in Italia e in Europa cresce un conflitto sociale che in autunno sarà articolato, diffuso, con forti momenti di generalizzazione. In autunno si salderanno in una connessione plurale - badate, signori del Governo - conflitto sindacale, conflitto sociale ed atti di disobbedienza civile non violenta contro quella pessima, xenofoba e razzista legge Bossi-Fini che avete fatto approvare dal Parlamento. Proprio questo conflitto rappresenta l'occasione - che vogliamo cogliere - per l'elaborazione dei primi elementi di una politica economica alternativa, che sfugga allo strangolamento del capitale finanziario e del comando capitalistico globale. Ne indico alcuni assi: espansione qualificata della spesa sociale, salario sociale, nuove rigidità dei lavori, difesa dei diritti (a partire dalla difesa e dall'estensione dell'articolo 18), una diversa politica fiscale (a partire dalla tassa Tobin che mira a scoraggiare la speculazione finanziaria di breve periodo). Si tratta di una griglia che contrasta con la filosofia del Governo che consiste in un'organica manovra antipopolare con tempi furiosi di deregolamentazione, di smantellamento del pubblico e di privatizzazione, persino di quelli che l'economia americana chiama i beni comuni. Poiché non ci lasciamo abbagliare dagli specchietti per le allodole rifuggiamo dalla polemica sui numeri, pur inventati, di Tremonti. Questi numeri prevedono tassi di inflazione programmata non coerenti con quelli di crescita del PIL, con obiettivi di crescita scorrettamente e furbescamente stimati. Quei numeri celano non solo una colossale redistribuzione delle risorse dal basso verso l'alto, dalla società verso le oligarchie economiche e finanziarie, ma una privatizzazione persino delle funzioni e dei servizi della pubblica amministrazione. Colleghe e colleghi, si pensa ad una privatizzazione finanche delle carceri; beffardamente, l'espiazione della pena viene anch'essa imprigionata dentro i processi di accumulazione del capitale. I territori vengono deregolamentati, ridotti a nicchie liberiste, liberate da ogni vincolo umano, ambientale, sindacale: un vincolo visto come impaccio. Questi territori vengono messi selvaggiamente in concorrenza fra loro. Vi è una sorta di secessionismo liberista - partorito dalle menti di Tremonti e di Bossi - che distrugge ogni concezione di comunità.
Tali territori diventano i distretti degli affari, armati, l'uno contro l'altro, per strappare investimenti illusori. È impressionante: il Governo pone esplicitamente in questo DPEF l'obiettivo di riduzione dei consumi pro capite che penalizza programmaticamente le fasce deboli della popolazione.
Sono impressionanti - lo voglio dire - le valutazione del Governatore della Banca d'Italia per il quale la dottrina sociale della Chiesa sembra sia solo un discorso o l'omelia della messa domenicale, mentre, dal lunedì al sabato, il dottor Fazio frusta il Governo, accentuando un rigorismo ancora più antipopolare, con la smania ossessiva che si metta subito mano all'abbattimento pieno delle pensioni e della sanità. Questo rigorismo - questo è il punto - è anche figlio delle rigidità del patto di stabilità europeo.


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Il contesto ci dice che ogni intervento di politica economica alternativo o, perlomeno, attivo non può che trascendere e mettere in discussione il patto di stabilità. Sono i suoi rigidi vincoli macroeconomici, infatti, che hanno un'impronta fortemente privatizzatrice, liberalizzatrice e classista e che hanno generato in larga parte dell'Europa la crisi della politica, la negazione di ogni spazio pubblico, un'alienazione politica di massa, nonché una crescita dei populismi.
In verità, mi pare - lo voglio dire senza enfasi e con precisione - una coazione a ripetere incomprensibile, un errore grave il fatto che i gruppi dirigenti del centrosinistra non sembrino intenzionati a mutare rotta, perpetuando la acritica adesione agli attuali paradigmi stabiliti a Lisbona nel 2000, in gran parte ribaditi qualche settimana fa a Siviglia. Ma non si sfugge. La stessa battaglia sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori si accompagna ad una radicale riforma del Trattato dell'Unione europea per aprire spazi reali ad una politica monetaria anticiclica, definire un embrione di strategie industriali della ricerca e dell'innovazione, lottare per una redistribuzione delle risorse, capace di sostenere una domanda interna.
Questa mi sembra la griglia di proposte su cui ci si può confrontare con tutte le opposizioni, dal centrosinistra a Rifondazione comunista, in vista della convention autunnale. Quanto al Mezzogiorno, la mistura micidiale di precarizzazione e di cementificazione alla Lunardi ne fa un territorio privato della feconda connessione tra risorse e sviluppo autocentrato, una zona franca liberista in cui, colleghi e colleghe, mentre si allude all'infame miraggio, al corto circuito vero e proprio del ponte sullo stretto, intanto a Messina - lo dobbiamo dire con sofferenza - si muore di treno, di privatizzazione della manutenzione.
In questo DPEF, il Governo tenta, in maniera collegata, un'operazione complessiva di assetto politico istituzionale, un assetto neocorporativo. Vi è un disegno pessimo unitario che tiene insieme il ritorno odioso della vecchia mutua (si tratta dell'assicurazione sostitutiva del sistema sanitario nazionale perché, al di là dei merletti odiosi del ministro Tremonti, di questo si tratta) e l'attacco all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Si abbatte l'universalità dei diritti, si costruisce un assetto sociale neocorporativo basato su mille posizioni differenti e su mille disperate contrattazioni individuali. Questo, cosa altro è se non corporativismo! Non a caso il patto separato con CISL e UIL diventa, con un'inedita forzatura istituzionale, parte integrante del DPEF.
Mi pare di poter dire che i sindacati firmatari del patto rischiano di trasformarsi in agenzie parastatali (Gramsci avrebbe detto «segmenti di uno Stato allargato»), con la gestione di collocamento, servizi e appunto mutualità. È qui che rischia di chiudersi il cerchio.
Si tratta, quindi, di un sistema neocorporativo. Pertanto, esso sarebbe un tassello decisivo della nuova democrazia autoritaria, magari presidenzialista come piace a Berlusconi, vale a dire di un assetto istituzionale grave.
È proprio il caso di concludere, affermando - mi piace farlo in questo modo - che un caldissimo autunno di lotte sindacali, sociali e ambientali, che già è un bene in sé, per difendere i diritti universali a partire da quello alla salute, farà anche molto bene, colleghi e colleghe, allo Stato di diritto e alla stessa dialettica democratica (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Verdi-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Zanella. Ne ha facoltà.

LUANA ZANELLA. Signor Presidente, il ministro Tremonti ha svolto una replica molto polemica ed aggressiva ed ora non è neppure presente in aula ad ascoltare le dichiarazioni di voto sia dell'opposizione sia della sua stessa maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo). Davvero un bel segno di correttezza istituzionale nei rapporti fra il Governo ed il Parlamento.


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Evidentemente il ministro era soltanto interessato alla sua recita a soggetto, da teatrino della politica, per citare il suo Presidente del Consiglio. Egli non dimostra alcun interesse nell'ascoltare le dichiarazioni dei gruppi parlamentari, compresi quelle dei gruppi parlamentari che lo sostengono.
Ad un anno dall'insediamento, un Governo che ha impostato un'efficace azione di intervento sull'economia del paese potrebbe avere l'ambizione di vantare qualche primo, consistente risultato. Al rientro dal vertice Ecofin di Siviglia, dove lo sconto di circa 6 miliardi di euro ha reso meno stringente il cappio del Patto di stabilità, il Governo ha comunque dovuto rifare i conti.
Il Presidente del Consiglio Berlusconi ha affermato a Siviglia che sarebbe stato possibile il calo di due punti percentuali dell'aliquota IRPEG e l'estensione della platea di soggetti destinatari della riduzione del carico IRPEF. Al ritorno invece parla d'altro, per esempio del suo sacrificio a candidarsi sin d'ora alla carica di primo Presidente presidenzialista della storia d'Italia.
Anche oggi abbiamo ascoltato l'onorevole Tremonti affrontare il problema della cartolarizzazione su cui si è soffermato a lungo. Noi consideriamo l'uso sconsiderato che ne fa il Governo attuale una misura che droga i conti, camuffa il deficit e mette a serio rischio la tenuta contabile e finanziaria dell'intero sistema.
È insopportabile che ancora una volta si tenti di colpevolizzare il Governo precedente rispetto a scelte precise di quello attuale, così come fanno certi adolescenti che rinfacciano ai genitori, in modo maniacale, le colpe dei propri insuccessi.
Ma il ministro si è confrontato con i sindacati, la Confcommercio e gli altri soggetti che a livello nazionale ed internazionale hanno espresso dure critiche, spesso impietose, nei confronti del documento di programmazione economico-finanziaria? I rappresentanti degli enti locali, l'ANCI, hanno rilevato che il documento di programmazione economico-finanziaria mortifica le autonomie locali, costrette, sin dalla scorsa legge finanziaria, a vincoli di spesa indiscriminati, private persino della possibilità di essere partecipi della definizione di obiettivi, parametri e procedure relative al patto di stabilità interno. Un federalismo fiscale lacunoso, liquidato in undici righe e nemmeno un cenno sull'impegno rispetto al riordino dei trasferimenti e della previdenza per i comuni minori. L'autonomia finanziaria e impositiva degli enti locali è una meta che si allontana, a fronte di urgenze ed emergenze che soprattutto le istituzioni più vicine ai cittadini sono chiamate ad affrontare.
Ventitré righe dedicate alle cosiddette pari opportunità, con indicazioni vuote, generiche, risalenti rispetto al problema dell'occupazione giovanile e di quella femminile, ritenuto invece uno dei punti prioritari in Europa.
Anche oggi il ministro ha praticamente sorvolato sulla politica sociale e sanitaria. Le misure adottate o in corso di adozione vanno progressivamente smantellando il sistema sanitario e socio-sanitario pubblico, senza nemmeno ridurre gli sprechi; anzi, si svendono beni culturali, si privatizzano gli IRCCS, si usa il territorio come una risorsa infinita. Si risparmia su scuola, ricerca e formazione. Gli entusiasmi della prima ora, la baldanza con cui si presentò il programma dei cento giorni sono smorzati, come le luci della ribalta spente dopo la fine dello spettacolo.
Rimane la scena vuota: un programma dai toni demagogici, con punti di arroganza, nella sostanza scialbo ed inconsistente, nondimeno non poco pericoloso.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 13,50)

LUANA ZANELLA. Il gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo esprime dunque voto contrario ed esprimerà voto favorevole sulla risoluzione presentata dall'Ulivo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Potenza. Ne ha facoltà.


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ANTONIO POTENZA. Grazie Presidente, come ci spiegava il ministro Tremonti, il DPEF 2003-2006 traccia le grandi linee del disegno politico economico che il Governo prevede di attuare nel prossimo triennio. Esso costituisce anche l'occasione per rivisitare la qualità e l'attendibilità delle previsioni contenute nell'analogo documento redatto dal Governo nello scorso anno. L'eccessivo ottimismo che aveva caratterizzato le previsioni dello scorso anno si è scontrato con una realtà decisamente diversa, che rivela, in notevole grado, l'insostenibilità logica e programmatica che aveva caratterizzato le ambiziose ipotesi del Governo fin dall'atto del suo insediamento. Gli intenti programmatici del Governo sono stati difatti smentiti su tutti i fronti. Sono stati smentiti sul fronte della crescita del PIL, che per il 2002 era stata stimata al 3,1 per cento, mentre l'economia italiana si attesterà intorno ad un incremento che ancora, con una punta di ottimismo, si prevede nell'ordine dell'1,3 per cento. Non si tratta di una mera inversione di cifre, ma soltanto l'indicazione di quanto fervida sia stata la fantasia del Governo nell'ipotizzare i dati della crescita del PIL. È inutile sottolineare quanto rilevante sia questa variazione ai fini dell'impianto complessivo di politica economica che si rivela ora essere stato costruito su ipotesi irrealizzabili. Anche questa nuova previsione di crescita potrà essere raggiunta solo a condizione che la nostra economia subisca un'accelerazione dell'attività negli ultimi due semestri a tassi intorno al 4 per cento in ragione d'anno, come ha opportunamente osservato il Governatore Fazio. Sono smentiti sul fronte del tasso di inflazione, che era previsto intorno all'1,7 per cento e che si è rivelato invece nell'ordine del 2,2 per cento. Sono stati smentiti sul fronte dell'indebitamento sul PIL, fissato allo 0,5 per cento nel 2002 proprio in relazione all'ipotesi di crescita del PIL del 3,1 per cento, e che ora andrà a collocarsi intorno all'1,1 per cento, in misura cioè più che doppia di quella prevista. Tutti sappiamo che su quest'aspetto si è anche innestata la polemica, vivace ma purtroppo affatto convincente, tra il ministro Tremonti ed il commissario europeo Solbes sui criteri di legittimità e di valutazione del rispetto dei vincoli imposti dal Patto di stabilità. Sono stati smentiti sul fronte della riduzione fiscale, un aspetto questo che interessa da vicino tutti i cittadini, dove le buone intenzioni del Governo non hanno avuto un riscontro sul livello della pressione tributaria nel 2002. Essa rimarrebbe sostanzialmente invariata, come testimonia anche il Governatore Fazio nella sua relazione a pagina 12. Nei fatti si discute di un documento che si segnala, purtroppo, per la sua scarsa attendibilità sul piano previsionale e programmatico, sia sul piano della compatibilità interna sia sui dati forniti. La profonda revisione al ribasso del dato di riferimento per lo sviluppo del PIL avrebbe dovuto indurre il Governo ad una più drastica e realistica rivisitazione dell'intera architettura programmatica, che in effetti poggia sul duplice pilastro delle previsioni di espansione del PIL e delle attese sul tasso di inflazione.
Le previsioni si solo rivelate ben lontane dalla realtà e il tasso di inflazione, sia pure rivisto al rialzo, non riflette ancora le sensazioni diffuse tra i consumatori ossia che il livello dei prezzi sia cresciuto molto di più rispetto a quanto è indicato nel documento.

PRESIDENTE. Onorevole Potenza...

ANTONIO POTENZA. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente, dichiarando l'insoddisfazione dell'UDEUR circa il taglio, la forma ed i contenuti del documento che, così come è stato presentato, difficilmente può determinare quella solida base di ipotesi, stime e previsioni sulla quale costruire una sana e trasparente azione di Governo ed una manovra finanziaria efficiente e credibile.
Per questi motivi esprimeremo un voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-UDEUR-Popolari per l'Europa, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onore Casero. Ne ha facoltà.

LUIGI CASERO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la pesante crisi finanziaria che sta colpendo le principali economie industrializzate desta ombre e preoccupazioni sulla possibilità di crescita economico-produttiva del mondo occidentale.
Tale crisi, seguita dalle ripercussioni negative avute sull'andamento dei consumi dopo i fatti dell'11 settembre, frena la crescita dell'economia italiana nel breve periodo. L'andamento del prodotto interno lordo subirà un effetto negativo anche dall'evoluzione monetaria mondiale caratterizzata, nel breve periodo, da un euro forte o da un dollaro debole.
La nostra struttura industriale che per molti anni si è sviluppata sulle svalutazioni competitive della lira e che fa ancora molta fatica ad adattarsi alla moneta unica avrà nel breve periodo un ulteriore svantaggio dalla rivalutazione del supereuro.
In questa situazione, diventa più che mai necessario varare una serie di riforme strutturali che ridiano competitività al nostro sistema industriale, al fine di dotarlo degli strumenti atti a sfruttare al meglio una futura ripresa economica.
Con questo documento di programmazione economico-finanziaria il Governo si accinge ad assumere una serie di impegni di riforma strutturale del sistema nei punti di debolezza dello stesso. Il sistema Italia è carente a livello di dotazioni infrastrutturali, di qualità dei servizi; vi è una debolezza complessiva delle imprese stesse, spesso troppo piccole e a basso contenuto tecnologico nell'offerta produttiva.
Per poter partecipare a pieno titolo all'evoluzione dell'economia mondiale e sfruttare al meglio i punti di forza delle nostre imprese - in cui abbondano dinamicità, capacità di innovazione, creatività e flessibilità - diventa impellente affrontare riforme non più rinviabili al futuro, come quella del fisco, della previdenza, del mercato del lavoro, della funzione pubblica e della dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno.
L'avvio della riforma fiscale con la riduzione del prelievo che parta dai redditi medio-bassi, oltre a finalità etiche e sociali, permetterà di ridurre le imposte verso categorie con un elevata propensione marginale al consumo. Tale azione favorirà l'incremento del prodotto interno lordo, accrescendo il potenziale produttivo e creando le condizioni per una crescita sostenibile ed equilibrata.
La riforma del mercato del lavoro, sulla base del patto per l'Italia, renderà più flessibile ed equilibrato questo mercato, rendendo più competitive le imprese italiane e più attraente il sistema Italia per eventuali investimenti esteri. Permetterà la razionalizzazione e l'ampliamento degli ammortizzatori sociali e un forte sviluppo dell'occupazione.
La riforma del sistema previdenziale permetterà di affrontare i nodi che i precedenti governi colpevolmente non avevano mai affrontato, creando grande difficoltà alla situazione finanziaria del paese e incertezze e instabilità sulla solvibilità futura del sistema previdenziale.
Lo sviluppo della previdenza integrativa e complementare, l'incentivazione della propensione del lavoratore ad allungare la propria vita lavorativa e lo sviluppo dei fondi pensione sono strumenti atti a favorire la riforma della previdenza e danno risposte concrete a fenomeni naturali come l'allungamento della vita media e l'invecchiamento della popolazione.
D'altro canto, la riforma della pubblica amministrazione (che dia maggiore efficienza e responsabilizzi i singoli soggetti), la valorizzazione del patrimonio pubblico italiano, gli interventi per favorire la costruzione delle opere pubbliche, il proseguimento della politica di privatizzazione e di liberalizzazione e lo sviluppo dell'innovazione tecnologica sono le ulteriori azioni, contenute in questo DPEF, dirette a colmare il deficit tra il sistema Italia e gli altri paesi industrializzati.
Particolare attenzione dovrà essere posta alle politiche del Mezzogiorno, vero


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punto di forza per lo sviluppo del prodotto interno lordo italiano. In aggiunta alle riforme strutturali, che favoriranno quest'area del paese, diventa necessaria - ed è prevista - una destinazione al Mezzogiorno di forti quote di tutte le spese in conto capitale sia della pubblica amministrazione sia del settore pubblico allargato. Questi fondi che, uniti a quelli dell'Unione europea, dovranno essere utilizzati al meglio e nella loro unità (cosa mai fatta in passato), in aggiunta a strumenti fiscali e finanziari destinati unicamente allo sviluppo delle aree svantaggiate, permetteranno al Mezzogiorno di sfruttare le sue grandi potenzialità, spesso inespresse, a favore non solo dello sviluppo di quest'area, ma anche di quello dell'intero paese.
Inoltre, il documento pone particolare attenzione alla salvaguardia dei conti pubblici. Tutte le riforme strutturali dovranno essere attuate nell'ambito degli impegni comunitari presenti e futuri. In tale ambito, lo Stato italiano continuerà ad esercitare un ruolo di componente attiva e propositiva nella politica comunitaria. In una situazione economica mondiale caratterizzata da una forte imprenditorialità e dinamicità, diventa più che mai necessario avere strumenti economici comunitari di decisione immediata, utili a rendere l'Europa più competitiva di fronte a nuovi scenari e prospettive.
Lo Stato italiano sta svolgendo, in questa partita, un ruolo fondamentale e decisivo e sta riacquistando importanza e forte influenza nelle decisioni economiche comunitarie. Dobbiamo esserne fieri e non dobbiamo utilizzare qualsiasi inconveniente per attaccare il nostro Governo e per indebolire, indirettamente, il nostro paese.
Le riforme previste e la situazione internazionale richiedono grande unità, a difesa del paese, e non l'attuazione, come ebbe a dire un onorevole in un vecchio intervento, della politica dello sciacallo, sempre pronto ad attaccare l'avversario senza preoccuparsi dei destini comuni. Diventa sempre più necessario che la maggioranza svolga un ruolo di maggioranza e l'opposizione uno di opposizione e che, nell'interesse comune del paese, esse dialoghino, evitando di delegittimare l'avversario e criticando le proposte nel merito, senza attaccare a testa bassa qualsiasi proposta venga fatta. Mi riferisco, in particolare, all'intervento dell'onorevole Letta: provo dispiacere nel vedere che un profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche come lui faccia solo demagogia e rinunci all'analisi critica.
È stato detto che vi è sfiducia nei confronti del paese, ma il provvedimento sul rientro dei capitali ha dimostrato che vi è, al contrario, grande fiducia. Si è parlato di politica dei condoni, ma i grandi condoni sono stati fatti dalla sinistra. Si è detto della riduzione di un terzo degli investimenti dopo la Tremonti, ma non si è considerato l'11 settembre. È ora che l'opposizione valuti con attenzione le proposte fatte dal Governo - che almeno le legga prima di attaccarle in interviste, come ha fatto la scorsa settimana l'onorevole Rutelli - e capisca che questa maggioranza, eletta regolarmente dagli italiani, governerà questo paese per cinque anni e solo allora si ripresenterà davanti agli elettori.
Il gruppo di Forza Italia voterà a favore della risoluzione Alberto Giorgetti n. 6-00027: con questo documento il Governo Berlusconi si accinge ad avviare una serie di riforme strutturali che sono decisive per modernizzare il paese e per promuovere un percorso di sviluppo e di crescita nel pieno rispetto degli equilibri finanziari europei.
Vi chiediamo di discutere queste proposte senza acuire strumentalmente la tensione sociale, di criticare le proposte che non condividete, ma di non delegittimare le istituzioni italiane e di ascoltare il volere degli italiani, i quali chiedono un paese unito e forte nel confronto internazionale (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.


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GIANCARLO GIORGETTI, Presidente della V Commissione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIANCARLO GIORGETTI, Presidente della V Commissione. Signor Presidente, prima di procedere alla votazione della risoluzione di approvazione del documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2003-2006, desidero svolgere alcune rapide considerazioni in qualità di presidente della Commissione bilancio. Non intendo entrare nel merito del contenuto specifico per quanto concerne i diversi aspetti trattati, avendo già il relatore per la maggioranza, i colleghi che sono intervenuti e il ministro approfondito ampiamente le relative problematiche. Piuttosto, desidero richiamare l'attenzione dei colleghi su alcuni elementi innovativi che sono rintracciabili nell'impostazione del documento e che la risoluzione, che ci accingiamo votare, ha inteso sottolineare con particolare evidenza.
Si tratta, in primo luogo, di rilevare che il documento e la prossima sessione finanziaria si inseriscono in una situazione contrassegnata da un profondo ed intenso processo evolutivo dell'assetto istituzionale, processo che il Governo e la maggioranza intendono promuovere in vista di più avanzati equilibri sia sotto il profilo economico sia relativamente al riparto delle competenze e delle funzioni tra i diversi livelli di Governo.
Il tratto più significativo di questo processo è costituito dalla convinzione che si debbano realizzare forme più avanzate di autonomia e che lo sforzo delle istituzioni debba essere quello di stabilire le condizioni idonee a liberare risorse per lo sviluppo attraverso l'allargamento delle potenzialità di crescita del sistema produttivo, sulla base delle energie attivabili sul territorio. In questo senso le riforme strutturali prospettate nel documento assumono un evidente carattere prioritario, in quanto intendono rimuovere quegli ostacoli che attualmente condizionano negativamente le prospettive di sviluppo della società.
La consapevolezza dell'importanza del processo evolutivo in atto richiede anche un aggiornamento degli strumenti di gestione della finanza pubblica. In proposito, la risoluzione sottolinea l'utilità dell'adozione di forme di intervento più flessibili, che, in parte, già sono state poste in essere con alcuni recenti interventi legislativi, idonee a consentire l'acquisizione di tutti i possibili vantaggi che possono derivare da un proficuo rapporto tra pubblico e privato, in modo da assicurare alla politica economica le condizioni per conseguire più efficacemente gli obiettivi prefissati. Allo stesso tempo, il processo evolutivo in atto deve esplicitarsi attraverso forme idonee a garantire alcune compatibilità imprescindibili, a partire dal rispetto dei vincoli derivanti dal patto di stabilità e di crescita. A tal fine la risoluzione evidenzia l'importanza centrale che dovrà assumere, nella definizione della prossima legge finanziaria, la determinazione delle regole da applicare per assicurare la corresponsabilizzazione di tutti i livelli di governo ad una gestione della finanza pubblica coordinata e coerente con l'obiettivo del rispetto dei saldi prefissati. Per questo motivo assume particolare importanza la definizione di regole condivise. È questo un metodo che il Governo sta perseguendo, anche per quanto concerne le riforme strutturali, come dimostra la stretta correlazione tra il DPEF e il patto per l'Italia stipulato recentemente con le parti sociali. Sotto questo profilo, la risoluzione indica al Governo un chiaro percorso in vista della definizione della prossima legge finanziaria, in linea con le indicazioni largamente condivise contenute nella risoluzione approvata presso la Commissione bilancio nella seduta del 4 giugno scorso.
La risoluzione prospettava l'esigenza di procedere ad un riordino complessivo della normativa vigente in materia di bilancio, in primo luogo allo scopo di definire le regole per assicurare il coordinamento della finanza pubblica indicato nell'articolo 119 della Costituzione. Peraltro, stante la difficoltà di pervenire all'approvazione di un provvedimento di legge in


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materia prima dell'inizio della prossima sessione finanziaria, è bene che il Governo assuma pienamente le indicazioni contenute nella risoluzione di approvazione del DPEF e provveda, in particolare, a strutturare la prossima legge finanziaria nei termini indicati, anche alla luce del rafforzamento del ruolo attribuito alla legge finanziaria da alcuni provvedimenti già approvati o attualmente in discussione al Parlamento, a partire dal disegno di legge di delega per la riforma fiscale.
Signor Presidente, volevo inoltre segnalarle un piccolo refuso tipografico al punto 4 della mia risoluzione n. 6-00027: dove si fa riferimento alla manovra di finanza pubblica per il 2002 deve intendersi, ovviamente, 2003 (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).

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