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PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore per la VII Commissione, onorevole Orsini.
ANDREA GIORGIO FELICE MARIA ORSINI, Relatore per la VII Commissione. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei svolgere solo poche considerazioni. Mi fa piacere constatare dalla discussione sulle linee generali che, al di là di osservazioni specifiche, vi sia anche da parte dei colleghi dell'opposizione una convergenza sulle esigenze di fondo, sulla base delle quali è nata la decisione del Governo di presentare questo decreto-legge per la sua conversione, e quindi evidentemente anche sull'importanza di una sua conversione nei tempi e nelle forme possibili. È una convergenza sulle esigenze di fondo, che forse è anche una convergenza sui principi, perché - come ricordava poco fa l'onorevole Tocci - la valorizzazione degli ordini professionali e delle loro funzioni è anche e soprattutto - se mi è consentito dirlo - una priorità di questa maggioranza e del Governo Berlusconi. La materia degli ordini professionali è stata oggetto, anche nella scorsa legislatura, di duri scontri e ricordo che furono i precedenti governi a creare situazioni di difficoltà e a formulare ipotesi, se non di smantellamento, quanto meno di forte indebolimento del ruolo degli ordini professionali.
Naturalmente non si tratta da parte nostra di voler limitare la possibilità di accesso alle professioni, bensì di attenersi al criterio che ha sempre ispirato la nostra politica in materia di libere professioni, cioè il criterio di garantire la qualità del professionista e della prestazione professionale da lui erogata. Tale tipo di prestazione non è un lavoro qualsiasi - anche se ovviamente qualsiasi lavoro ha grande dignità e grande importanza -, bensì richiede una competenza molto specifica e un rapporto fiduciario fra il cliente ed il prestatore della prestazione intellettuale: un rapporto fiduciario che deve essere garantito e certificato sulla base di un rigoroso criterio qualitativo.
Ricordo che - e lo rammento anche all'onorevole Colasio il quale, dianzi, faceva riferimento al problema delle società di professionisti (ma tralascio l'argomento perché esula dalla materia oggetto delle previsioni recate dal provvedimento in esame) - l'Europa (che spesso evochiamo), vale a dire il quadro europeo in materia di accesso alle professioni, rivela molti aspetti degni di considerazione, ivi inclusa la circostanza che molti paesi europei esercitano un meccanismo di selezione all'ingresso ancora più rigoroso del nostro. Lo fanno giustamente; tutt'altro che illiberale, è, anzi, un principio profondamente liberale nel senso della garanzia che, rispetto alle prestazioni d'opera, si appresta a tutela del cittadino e contro gli abusi in settori e in materie estremamente specialistiche. In queste ultime, infatti, sono in gioco anche valori fondamentali per la convivenza civile e per la tutela degli interessi del cittadino. È questa l'unica logica che ci ha ispirato e ci ispira.
Ogni intervento, onorevole Tocci, naturalmente, è migliorabile ed il relatore, nella premessa, ha evidenziato l'esistenza di alcuni problemi; il decreto non risolve tutte le questioni esistenti in materia di libere professioni né in materia di accesso alle stesse né in materia di attuazione del nuovo ordinamento universitario. Quest'ultimo, da noi non voluto e sul quale si dovrà ancora riflettere in futuro, è, però, oggi, legge dello Stato. Qualunque Governo, evidentemente, è chiamato, non soltanto ad applicare tale normativa ma anche ad adoperarsi perché venga applicata nel modo più funzionale e più utile per la collettività. Sarebbe curioso immaginare che, trattandosi di provvedimento a suo tempo non condiviso da parte dell'attuale maggioranza di governo, il Governo stesso, oggi, agisca in modo tale da renderne difficile o difficoltosa l'applicazione. E sarebbe, altresì, curioso immaginare, per
esempio, di potere prorogare all'infinito l'applicazione del vecchio ordinamento senza fissare un termine temporale. Certo, qualunque termine - 2002, 2003, 2004 - sarebbe sempre arbitrario per definizione; ma sarebbe altrettanto arbitrario - e ancora più grave - immaginare che un termine non vi sia.
Riconoscere l'esistenza di alcuni problemi, onorevole Tocci, non vuol dire riconoscere l'esigenza di intervenire sul testo in esame; non significa neanche ipotizzare che si possano risolvere problemi estremamente complessi come quelli cui lei ha accennato: per esempio, quello degli informatici, un problema reale, che deve trovare una soluzione ma nei modi, nelle forme e nei tempi necessari e non attraverso un emendamento presentato ad un decreto che disciplina una materia eterogenea il quale non potrebbe sciogliere un nodo che è invece estremamente complesso e che richiede un provvedimento a sé stante (peraltro, il Governo ha annunciato che se ne sta occupando). Al riguardo, una tale intenzione manca da parte del relatore e credo non sarebbe utile una sua maturazione in Parlamento.
Ciò vale anche per le altre materie cui lei ha accennato, ma ne riparleremo in sede di emendamenti; mi limito a considerare che la garanzia democratica è evidentemente la prima delle preoccupazioni, non solo del Governo, non solo della maggioranza, ma di un Parlamento democratico.
Nel rinvio delle elezioni degli organi degli ordini professionali, tuttavia, non è in gioco una questione di democrazia; ovvero, se è in gioco una questione funzionale e se è in gioco anche una questione di garanzia democratica - e in qualche modo lo è -, lo è esattamente in senso opposto a quello cui lei, onorevole Tocci, fa riferimento; lo è proprio perché nulla sarebbe di più anomalo che immaginare di svolgere delle elezioni in base ad una normativa che è in corso di trasformazione e immaginare che organi analoghi di ordine diverso - addirittura, nell'ambito dello stesso ordine, in aree territoriali diverse - vengano eletti secondo leggi diverse e secondo criteri diversi, per esempio tenendo conto dell'ipotesi che si potrebbero costituire, in base alla riforma dei regolamenti in atto, sezioni apposite di albi o di ordini in relazione a specifiche competenze e a specifiche professionalità.
Quindi, si creerebbe una grande confusione e non una situazione di certezza e di garanzia; situazione di certezza e di garanzia che sarebbe utile, non solo per la chiarezza funzionale ma anche per la chiarezza democratica.
Ritengo la conversione di questo decreto-legge un atto dovuto; noi non abbiamo preoccupazioni elettorali riguardanti il numero di cittadini che, così facendo, si scontenteranno o si accontenteranno, perché ritengo che questa sia obiettivamente una contabilità - me lo consenta, onorevoli Tocci - di piccolo respiro. Noi abbiamo invece la preoccupazione di garantire a migliaia, non so quanti siano e non interessa saperlo, di aspiranti professionisti la possibilità di accedere a professioni in condizioni di chiarezza e in condizioni coerenti con la formazione che hanno ricevuto e, soprattutto, di garantire ai cittadini che si rivolgeranno ai professionisti di poter contare su un apporto professionale qualificato e di alto livello evitando scorciatoie ed improvvisazioni che sarebbero pericolose e dannose per tutti.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.
MARIA GRAZIA SILIQUINI, Sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, mi sembra doveroso svolgere alcune precisazioni sui punti più salienti della questione.
Come è stato ripetuto dai vari parlamentari, il dibattito sul tema in questione tiene conto di problemi molto importanti; richiamando anche quanto è stato detto or ora dal relatore, quello alla nostra attenzione è un provvedimento che deve intervenire su delle problematiche urgenti e, quindi, necessariamente non può avere né il respiro né la volontà di disciplinare parti più ampie della materia, quali ad esempio
la disciplina degli ordini professionali, come detto dal collega del gruppo della Margherita, o altre discipline.
Desidero precisare che noi ci siamo fatti carico di prendere delle decisioni immediate nell'interesse di tutti coloro i quali ricevevano un danno da una mancata regolamentazione della materia. Chi erano costoro? Ad esempio coloro - i laureati del vecchio corso - che dovevano sostenere gli esami di Stato il 25 giugno secondo la nuova disciplina; ciò avveniva a causa di una previsione normativa non dipendente da questo Governo o da provvedimenti normativi adottati dalla Casa delle libertà, ma dipendente da leggi approvate in precedenza; mi riferisco, in particolare alla legge n. 328 del 2001 che prevede l'accesso dall'università alle professioni e la riforma universitaria.
Si tratta, quindi, di riforme che abbiamo ereditato; senza scendere nel merito di questa disciplina, occorre tuttavia evidenziare che abbiamo ereditato molte controversie, molto contenzioso, molti ricorsi presentati dai chimici, dagli ingegneri, dai biologi, dagli psicologi, dagli architetti e così via. Ciò perché la legge n. 328 del 2001, approvata nella precedente legislatura, ha creato delle ampie zone d'ombra, prevedendo delle competenze non chiare tra i professionisti; questo ha determinato il sorgere di una serie innumerevole di conflittualità; cosicché la legge n. 328 del 2001 oggi si trova sotto il vaglio dell'autorità amministrativa, il TAR.
Poiché esiste un contenzioso ampio, questo Governo si è fatto carico degli errori commessi nella legislatura precedente e si accinge ora a correggerli; ciò avverrà innanzitutto con il decreto-legge alla nostra attenzione che consentirà ai giovani laureati del vecchio corso di sostenere un esame idoneo al corso di studi svolto, e non, come aveva deciso il precedente Governo, sulla base di un nuovo esame di Stato che essi, evidentemente, non erano in grado di sostenere. Sono circa trentamila i laureati che hanno, in tal modo, potuto usufruire di un esame di Stato corretto, congruo e idoneo; giovani laureati che ritengo ci siano veramente molto grati.
Un'altra circostanza, su cui vi era massima urgenza, era quella di consentire la realizzazione delle scuole di specializzazione legali; al riguardo, noi non siamo d'accordo sulla previsione, per gli avvocati, di esami svolti a quiz . Ci rendiamo conto che questo esame, che non abbiamo voluto noi, previsto a seguito di una scelta effettuata nella scorsa legislatura, non va bene. Ovviamente, trovandoci nella situazione di dover prendere una decisione, proprio nel momento in cui erano in scadenza gli esami, abbiamo deciso di mantenere questo tipo di esame per un anno, sebbene, ripeto, non riteniamo che vada assolutamente bene.
Noi ci faremo carico, pertanto, nei tempi giusti e non con un decreto-legge di rivedere la materia.
Voglio ancora dire che nelle materie commerciali, riguardanti i commercialisti e i ragionieri, con l'articolo 3 abbiamo creato una previsione di portata storica, epocale, perché abbiamo detto che i giovani laureati di nuove università (quindi, in materie economico-contabili) non sono più né aspiranti commercialisti né aspiranti ragionieri, ma studiano le loro materie con un corso di laurea triennale (poi, chi vuole, altri due) e, in questo anno, costoro hanno diritto di iscriversi al tirocinio presso il registro dei praticanti ove vogliono, commercialisti o ragionieri, perché non ci saranno più né i commercialisti né i ragionieri.
Quindi, si tratta di una massima liberalizzazione. Ho sentito più volte dire che noi abbiamo tolto o togliamo la libertà a qualcuno. Su questo emendamento invito a leggere i comunicati stampa della scorsa settimana in cui si riporta il plauso comune dei presidenti dell'ordine nazionale dei commercialisti e dell'ordine nazionale dei ragionieri. Infatti, per la prima volta il Governo ha fatto un atto concreto sulla strada dell'unificazione che andremo a realizzare in questi mesi (e per ottobre o novembre sarà realizzata); tuttavia, il primo passo vero è stato di consentire a
tutti i nuovi laureati di cominciare una strada nuova, indistintamente iscrivendosi a un albo o all'altro. Quindi, non è solo un atto di grande libertà ma anche un massimo riconoscimento del lavoro che andranno a fare.
Sulla questione del tirocinio triennale, saranno studiate le formule per valutare se un anno dei tre servirà, a seconda delle scuole di specializzazione che si andranno a fare, per una possibile integrazione, ma questa è materia in corso di esame. Tuttavia, ricordo che con il triennale si può entrare nel mondo del lavoro subito: non esiste la necessità per tutti di arrivare fino agli otto anni. Questo in base alla riforma universitaria voluta nella scorsa legislatura, che noi applichiamo in maniera molto precisa. In questo senso, vogliamo che ci siano figure di rango europeo, ossia il «triennale», più il tirocinio se lo vogliono, o un immediato inserimento nel mondo del lavoro, se lo vogliono, oppure, ancora, uno studio superiore (ossia, il «più 2») con possibilità di procedere nel tirocinio. Ho sentito dire che otto anni sono troppi; in realtà, otto anni sono la norma per una serie di professioni: basti pensare che il corso di laurea in medicina dura sei anni. Quello in materia economico-contabile, sulla base della riforma universitaria che nella scorsa legislatura è stata adottata, è di tre più altri due anni: quindi, si parte già da cinque; scienze giuridiche è di tre più altri due anni, per cui si arriva a cinque. Quindi, la rivisitazione del tirocinio, che sarà oggetto del lavoro dei prossimi mesi, non può prescindere da un «più tre» che è conforme a tutte le altre posizioni europee.
Ancora, sul fronte delle procedure elettorali, quella che abbiamo introdotto è una norma di garanzia. Infatti, nella scorsa legislatura il passato Governo non si è fatto carico di dare esecuzione al decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001, che prevedeva di stabilire le procedure elettorali per i nuovi consigli dell'ordine, e, visto che oggi esistono i «triennali» e i «quinquennali» e, quindi, i consigli dell'ordine dovrebbero tener conto di questa novità e rappresentarli democraticamente, e poiché chi ci ha preceduto non lo ha fatto, lo dobbiamo fare noi e per poterlo fare - e farlo bene - non ci vogliono certo quindici giorni, ma ci vorranno sei mesi. Allora, per dar vita alle nuove procedure elettorali che noi dovremo al più presto prevedere con un disegno di legge, dovremmo necessariamente lasciare in piedi quelle procedure già in corso secondo la legge precedente. A questo punto, l'unica soluzione è stata quella di sospendere il rinnovo per due anni in modo che tutte le procedure siano innovate e si potranno eleggere dei consigli dell'ordine che rispecchiano il «triennale» e il «quinquennale» che una volta non c'erano, altrimenti sarebbero stati eletti dei consigli dell'ordine non rappresentativi sul piano democratico. Ripeto, è una norma che dobbiamo adottare perché non è stata fatta prima, non perché ce la vogliamo inventare noi.
Voglio rispondere ancora sui giornalisti e sugli informatici, perché sono argomenti di estrema importanza. Quello relativo agli informatici è un argomento talmente importante che il Governo si è fatto carico di presentare al Senato un ordine del giorno che ha proposto alla maggioranza e all'opposizione. Mi auguro e auspico che, su questa particolare questione, vi sia un'identica visione nell'interesse della collettività e dei nostri giovani.
Attraverso questo ordine del giorno il Governo ha preso atto che nella precedente legislatura per gli informatici non si è previsto un chiaro inserimento. Vi è, quindi, un problema di rapporti tra i laureati in scienza informatica e i laureati in ingegneria informatica: si tratta, infatti, di due cose diverse. Bisogna capire se si tratti di due realtà compatibili, quali siano le rispettive competenze e dove e come debbano essere inseriti i laureati in scienza informatica. È un altro problema che il Governo ha ereditato. In questo caso, non si tratta di agire tramite decreto-legge, ma di istituire una commissione di studio che rivisiti e aggiorni il decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001, laddove siano presenti quei problemi che hanno dato vita al contenzioso. Bisogna,
cioè, stabilire cosa fanno gli informatici, gli ingegneri, se gli stessi rientrino nella sezione B o nella sezione A. Per fare tutto questo con la massima coscienza e consapevolezza del nostro lavoro non possiamo usufruire di un decreto-legge a casaccio; ciò mi sembrerebbe veramente una cosa poco seria.
Proprio per risolvere questi problemi abbiamo presentato un ordine del giorno che impegna il Governo a procedere con la massima urgenza per capire quale sia la posizione degli informatici e, di conseguenza, inserirli regolarmente e valutarne le competenze in rapporto alla laurea in ingegneria. Ricordo che l'ordine del giorno presentato è stato accolto dal Governo e sottoscritto anche dai gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e dai Verdi, i quali hanno convenuto sulla sua bontà. Questo ordine del giorno effettivamente riconosce l'esistenza di un problema e si propone di affrontarlo, ma non attraverso un decreto-legge.
Ribadisco, quindi, che il Governo ripresenterà questo ordine del giorno. Inoltre, ricordo che gli iscritti agli albi sono un milione e mezzo e i giovani sono centinaia di migliaia; il Governo si è preoccupato di loro e, ovviamente, se vi è un settore che è rimasto scoperto a causa di un precedente provvedimento, non si può pretendere che il Governo prenda provvedimenti immediati relativamente ad una questione della quale, in precedenza, ci si è totalmente disinteressati.
Da ultimo, per quanto riguarda i giornalisti, ci siamo fatti carico della necessità di un corso di laurea. I giornalisti, così come i commercialisti, i ragionieri e gli informatici, non sono stati presi in considerazione dal decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001. Si tratta di problemi che abbiamo ereditato. Vogliamo disciplinare tutti questi casi attraverso commissioni di studio che sappiano esattamente come rivedere il decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001, alla luce di tutti i problemi che il Governo si è trovato ad affrontare.
Ho voluto fare queste precisazioni per dar contezza di una volontà di disciplina ampia; l'urgenza che oggi stiamo affrontando deve riguardare questi pochi, isolati casi.
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
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