Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 181 del 22/7/2002
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Discussione del disegno di legge: S. 1490 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 giugno 2002, n. 107, recante disposizioni urgenti in materia di accesso alle professioni (approvato dal Senato) (3030) (ore 15,05).

PRESIDENTE. L'ordine giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 10 giugno 2002, n. 107, recante disposizioni urgenti in materia di accesso alle professioni.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 3030)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che le Commissioni II (Giustizia) e VII (Cultura) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Il relatore per la VII Commissione, onorevole Orsini, ha facoltà di svolgere la relazione, anche in sostituzione del relatore per la II Commissione.

ANDREA GIORGIO FELICE MARIA ORSINI, Relatore per la VII Commissione.


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Signor Presidente, il decreto-legge che siamo chiamati a convertire serve a regolamentare l'accesso alle professioni in una fase transitoria nella quale abbiamo ancora i titolari di diplomi di laurea che si sono laureati prima dell'applicazione del decreto del Presidente della Repubblica n. 328, relativo alla riforma universitaria. Tra l'altro, siamo anche in una fase in qualche modo transitoria per quanto riguarda l'ordinamento delle professioni, in relazione al quale - come è noto - sono in atto una serie di provvedimenti di modifica che il Governo e il Parlamento stanno affrontando.
L'urgenza e la necessità di questo decreto-legge nascevano dal fatto che era già in previsione una sessione di esami di Stato per il giugno 2002 che, nel frattempo, si è svolta. Da un lato, quindi, si sono prospettate la necessità e l'urgenza di procedere con lo strumento del decreto-legge proprio per ottenere normative necessarie e funzionali a consentire ai laureati - prima della riforma - di partecipare agli esami di Stato, dall'altro si è palesata la parimenti rilevante necessità di convertire il decreto-legge in tempi utili perché, evidentemente, essendosi già svolti gli esami, si creerebbe - nel caso in cui questo decreto-legge non fosse convertito - una situazione anomala ed insostenibile per coloro che hanno sostenuto gli esami sulla base di queste normative. Vi è anche la necessità di evitare ulteriori modifiche a questo decreto-legge visti i tempi limitati. Infatti, al di là del merito delle singole richieste emendative, credo sia troppo elevato il rischio di far decadere questa normativa.
Il decreto-legge in esame consiste in quattro articoli, il primo dei quali prevede la possibilità per i titolari di diploma e di laurea conseguiti prima della riforma di sostenere gli esami di Stato per il 2002 e per il 2003, secondo l'ordinamento previgente: in pratica, con i criteri ed i requisiti per l'abilitazione previsti prima del decreto-legge. Inoltre, vi è il secondo comma dell'articolo 1 che colma una lacuna del decreto del Presidente della Repubblica n. 328 per quanto riguarda l'albo degli assistenti sociali.
La questione è abbastanza complessa e di dettaglio. Basti dire che l'albo degli assistenti sociali è diviso in due sezioni: la sezione A e la sezione B, alle quali si accede con il possesso di titoli diversi (in un caso, occorre la laurea specialistica, mentre nell'altro la laurea triennale). Per il passaggio da una sezione all'altra dell'albo, il regolamento prevede che gli aspiranti siano esonerati da una delle prove scritte, ma non specifica quale. Il provvedimento coglie l'occasione per colmare la suddetta lacuna, precisando la prova scritta dalla quale alcuni aspiranti sono esentati.
L'articolo 2 riguarda l'ammissione alle scuole di specializzazione per le professioni legali. Come è noto, la cosiddetta legge Bassanini 2 ha previsto l'istituzione delle scuole di specializzazione per l'accesso alle professioni legali cui sono preliminari il tirocinio e l'esame di Stato.
L'ammissione avviene a numero chiuso, sulla base della prova d'esame costituita da 50 quesiti a risposta multipla, di contenuto identico su tutto il territorio nazionale.
Anche a parere del Governo, le modalità esecutive di questi esami con lo strumento dei quiz appaiono del tutto inadeguate a selezionare efficacemente l'accesso ad una scuola giuridica. Nonostante sia in atto - cito la relazione - un ripensamento sulla struttura delle scuole e sull'articolazione dei percorsi formativi, anche in relazione al valore dei diplomi rilasciati, essendo le prove di esame imminenti (avverranno nel novembre 2002) e, quindi, presumibilmente non in tempo utile perché tale ripensamento e tale articolazione possano essere compiute, con il provvedimento si stabilisce il mantenimento del sistema a quiz, disciplina transitoria già utilizzata per gli esami del 2001.
All'articolo 3 si unifica l'accesso al tirocinio per le professioni di dottore e di ragioniere commercialista per i titolari sia di laurea triennale sia di laurea specialistica. Si tratta di una norma che riguarda


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una fase di transizione perché il Governo sta lavorando sulla disciplina di riordino delle professioni di dottore, di ragioniere commercialista e di perito commerciale che comporta, di fatto, una sostanziale omogeneità delle attribuzioni di tali professionisti; di conseguenza, non vi è ragione di mantenere questa differenziazione.
L'articolo 3 prevede, inoltre, l'iscrizione nel registro dei praticanti per l'esercizio della professione di dottore commercialista, di ragioniere e di perito commerciale per tutti coloro che abbiano ottenuto la laurea in economia e commercio, secondo l'ordinamento previgente alla riforma universitaria. Il terzo comma, introdotto dal Senato, fissa in tre anni la durata del tirocinio per l'esercizio della professione di dottore commercialista, di ragioniere e di perito commerciale. Ricordo che la durata dei tre anni del periodo di tirocinio, che corrisponde ad una normativa europea, a criteri europei, è funzionale alla possibilità di esercitare la professione in ambito europeo.
L'articolo 4 proroga la durata degli organi collegiali, provinciali, regionali e nazionali di numerosi ordini professionali fino alla data dell'entrata in vigore del nuovo regolamento con cui verranno definite le procedure elettorali ed il funzionamento degli organi in sede disciplinare. Anche in questo caso si sta lavorando su un altro degli aspetti delle riforme in atto degli ordini professionali. Si tratta di una riforma dei regolamenti per l'elezione degli organi. In attesa della riforma e onde evitare disparità fra consigli eletti prima della riforma e quelli eletti successivamente, aventi, quindi, regolamenti diversi e quant'altro, con il provvedimento si prorogano e si mantengono in essere, fino al compimento della riforma o comunque non oltre il giugno del 2004, i consigli degli organi collegiali attualmente costituiti. Si tratta degli ordini di dottore agronomo e forestale, architetto, assistente sociale, attuario, biologo, chimico, geologo, ingegnere e psicologo.
Su tale materia vi è una forte richiesta, razionale e comprensibile, da parte di molti ordini professionali (ripresa in Commissione da diversi colleghi), di consentire, in qualche modo, il completamento delle operazioni elettorali già avviate per il rinnovo di alcuni consigli di organi.
Va osservato però che, se il problema è reale, la soluzione non può essere questa. Valuteremo meglio la questione nel corso dell'esame di eventuali proposte emendative, ove venissero ripresentate, anche in aula, anche se mi sento di anticipare che la materia ha una sua sostenibilità logica, ma penso che, da un lato, sia difficilmente ipotizzabile emendare il decreto-legge proprio per una questione di tempi, cui facevo riferimento prima, che metterebbero a grave rischio la conversione, e, dall'altro, sia comunque opportuno evitare una disparità di concetti e criteri. Dobbiamo infatti mantenere un concetto di certezza del diritto e quindi di omogeneità del diritto, per cui non è opportuno che si proceda ad alcuni rinnovi oggi, stante il regime di una disciplina, mentre se ne sta predisponendo una nuova che di fatto delegittimerebbe coloro che venissero eletti da oggi con questa normativa.
È dunque preferibile attendere e mantenere in essere un regime di prorogatio e successivamente procedere con serenità, in tempi ragionevoli, anche perché ritengo che il Governo intenda garantire una tempistica ragionevole per la disciplina di tali questioni, al fine di procedere al rinnovo in termini omogenei su tutto il territorio nazionale.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

MARIA GRAZIA SILIQUINI, Sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Colasio. Ne ha facoltà.

ANDREA COLASIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento oggi in discussione, la conversione in legge del decreto-legge n. 107, è sicuramente un


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atto di rilievo, la cui necessità e la cui urgenza, a monte, rinviano all'esigenza di governare gli effetti che la riforma del nostro sistema universitario ha prodotto rispetto al sistema delle professioni e ai suoi canali di accesso e selezione. La riforma, avendo prodotto significative innovazioni degli ordinamenti universitari, ha comportato la necessità di produrre innovazioni legislative che meglio la raccordino al mondo del lavoro e all'universo delle professioni.
Sistema universitario e sistema delle professioni sono del resto attraversati da profondi processi di trasformazione congruenti con il definitivo mutamento di scenario che vede la società italiana sempre più lontana dal vecchio modello fordista, incentrato sulla tradizionale linea di frattura fra capitale e lavoro, sempre più attratta nell'orbita della società post-tayloristica, della società della conoscenza dove il ruolo delle libere professioni viene ad acquisire status e funzioni sempre più centrali e strategiche.
Da tale intreccio, ovvero fra riforma del sistema universitario, mondo delle professioni e loro ordinamenti, può nascere un profondo processo di modernizzazione del paese e qui occorre operare con intelligenza politica, superando inerzialità burocratiche a lungo sedimentatesi, nonché le vischiosità e le tentazioni corporative, aprendo alla competizione le attività professionali che sempre più si situano in un contesto globale e devono fornire nuove risposte, in termini di qualità e responsabilità, ai cittadini e al sistema delle imprese.
Con la società cambiano infatti anche il ruolo, la funzione e la stessa fisionomia delle professioni. Se si considera che oltre al milione e mezzo di professionisti iscritti ad ordini e collegi, si possono individuare, stando ad un'analisi del CNEL, almeno 200 nuove figure professionali prive di specifica disciplina professionale, si comprende come se gli interventi-tampone sono necessari, non sia meno improrogabile una riforma globale del mondo delle professioni che non può essere normato da una legislazione e da regole che affondano le loro radici nella storia del novecento.
Non meno importante è sottolineare come già del 1994, secondo i dati ISTAT ed INPS, il contributo dei servizi professionali rispetto al PIL fosse pari al 3,3 per cento ed oggi si situi, secondo alcune analisi, su valori intorno al 10 per cento.
Va ancora precisato come la categoria «servizi professionali», utilizzata in sede comunitaria e internazionale, sia denotativa di un universo estremamente variegato ed articolato di attività diverse, nonché bisognosa, a tutela dei cittadini, di legislazioni, regolamenti e codici deontologici specifici.
Si va, infatti, dalle figure più tradizionali del medico e dell'avvocato al comunicatore d'impresa ed al grafico pubblicitario per finire con quelle, prodotte e innestatesi sulla rete di Internet, del progettatore di siti e portali fino al gestore di rete. Il settore, in sintesi, rappresenta una parte di tutto rilievo del nostro mercato del lavoro ed è oggi, in continuità con l'operato dei precedenti Governi, suscettibile di una riforma organica le cui profonde implicazioni, anche di natura concettuale, devono essere chiare.
Diversi sono i punti di rilievo: le professioni intellettuali esprimono, infatti, una specificità di valori cognitivi tecnici non assimilabili e riducibili alla realtà delle ordinarie imprese commerciali. È fondamentale, infatti, la distinzione che incorre, per il cittadino-utente, tra l'acquisto di una prestazione professionale e l'acquisto di una merce o di un prodotto: nel primo caso, ci si confronta con un rapporto fiduciario, i cui risultati sono correlati alla qualità, alla correttezza ed alla responsabilità del professionista; nel secondo caso, invece si acquistano merci, vale a dire oggetti esistenti, definiti e definibili, misurabili nella quantità, nelle caratteristiche, nei requisiti e nel prezzo, e la possibilità per l'utente-acquirente di procedere, ai fini della scelta, a processi comparativi è più marcata.
Molto più accentuata è poi la relazione di asimmetria informativa che permea il


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rapporto intercorrente tra l'utente e il prestatore di servizi professionali, depositario di competenze e di saperi tecnico-specialistici non privi di una certa aurea di sacralità. Tale naturale asimmetria relazionale tra utente e professionista (medico, avvocato o tributarista che sia) impone un suo bilanciamento tramite regole deontologiche, requisiti di qualità, controlli e responsabilità non intesi quali privilegi di natura corporativa - sia chiaro -, ma nell'interesse del cittadino-utente. A ciò si aggiunga che, in sintonia con i principi di sussidiarietà orizzontale e verticale, la più recente legislazione ha riconosciuto in più campi il ruolo ausiliare dei professionisti nell'espletamento di servizi pubblici; ciò rende persino superfluo il dibattito sviluppatosi, anche in sede comunitaria, circa l'inquadramento dei servizi professionali all'interno della nozione di impresa.
Precisata la specificità della prestazione professionale rispetto all'oggetto prodotto dall'impresa, va detto come siamo convinti che l'esigenza di tutelare i saperi ed i valori professionali sia compatibile con gli ordinamenti specifici dei mercati, nonché un imperativo sempre più sentito nella società della conoscenza. Ne consegue che, nel contesto del nuovo mondo del lavoro, va riconosciuto al sistema delle professioni tutta la sua dignità, il suo ruolo ed il suo status, nella consapevolezza che le professioni autonome ed intellettuali sono una grande risorsa (anche politica) del paese, a condizione, però, che vi sia uno statuto moderno di esse, con regole e principi nuovi, introdotti da una legge generale di principi.
Tale esigenza, peraltro, è sollecitata anche dalla riforma costituzionale, che al nuovo articolo 117 della Costituzione prevede, come è noto, le professioni tra le materie oggetto di legislazione concorrente. Sarebbe assurdo, tuttavia, immaginare nel mercato europeo dei servizi e nel mondo dei mercati globali ordinamenti professionali differenziati per regioni, come in qualche caso sta avvenendo, con il rischio di innalzare barriere normative e burocratiche. Sarebbe sbagliato, ovviamente, escludere l'esercizio di potestà regionali su vari temi di natura organizzativa, di collaborazione ai servizi, di formazione ed anche di strutturazione su base regionale. Tuttavia, proprio a questi fini è indispensabile la sollecita approvazione di una legge di principi - non di una legge delega - che fissi i punti fondamentali validi sull'intero territorio nazionale, delineando un quadro certo e moderno di riferimento per l'intera materia, senza provvedimenti parziali, stralci o altre misure che rischiano di disperdere il bene prezioso di soluzioni condivise sia dalle professioni tradizionali, sia dal mondo delle nuove professioni del lavoro autonomo. D'altronde, lo Stato ha un dovere preciso di intervento, poiché (è bene non dimenticarlo) la materia della concorrenza è di competenza esclusiva del livello nazionale, e quindi del Parlamento.
Per questo, noi deputati del gruppo della Margherita, vogliamo una riforma delle professioni che, muovendo da un modello, peraltro condiviso dall'OCSE, affermi i seguenti principi: la creazione di un sistema duale che legittimi, accanto agli ordini e ai collegi professionali, anche il mondo delle nuove professioni, basato sulle libere associazioni riconosciute tramite requisiti statutari previsti per legge; l'iscrizione ad un albo presso il dipartimento delle professioni da istituirsi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il rilascio dell'attestato di competenza degli iscritti, secondo il modello previsto dalle direttive comunitarie (il nuovo sistema duale costituirà un incentivo notevole all'autorganizzazione nel mondo del lavoro, con forme di garanzia per i cittadini; si tratta di un modello che dischiude potenzialità notevoli, soprattutto per i giovani, liberando e legittimando spazi per la creatività, l'innovazione e la nuova occupazione); il pieno riconoscimento dell'esercizio professionale tramite società di professionisti con esclusione del socio terzo di puro capitale per le attività riconosciute e società commerciali per le nuove attività (si tratta di un progresso enorme e decisivo che consentirà maggiore competitività anche sul piano internazionale, attuando in concreto la riforma del 1997 e superando


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la vecchia legge del 1939 che impediva l'esercizio professionale in forma societaria); la revisione dei minimi tariffari che vanno mantenuti per l'attività di pubblico interesse, privilegiando i meccanismi negoziali con la gestione di essi da parte di un organo aperto alla partecipazione di rappresentanze di tutela dei consumatori e degli utenti; il riconoscimento per i giovani praticanti del diritto all'equo compenso e comunque ad un minimo riconosciuto e la possibilità di svolgere il tirocinio che non dovrà comunque essere superiore ad un anno, all'interno della formazione universitaria, in alternativa al praticantato oggi svolto quasi esclusivamente negli studi professionali che spesso genera un ingiustificato sfruttamento dei giovani subito dopo la laurea; la riforma dell'esame di Stato secondo criteri di oggettività, imparzialità e semplificazione, prevedendo la possibilità di valutazione abilitante direttamente collegata al tirocinio; il riconoscimento della pubblicità del contenuto informativo in grado di promuovere meglio l'offerta e di stimolare la concorrenza, senza cadere, tuttavia, in eccessi dannosi; il riconoscimento dell'ordine professionale come ente pubblico non economico ma limitatamente a precise funzioni pubblicistiche, tenuta degli albi, deontologia, tutela dei soli interessi generali, senza pericolose sovrapposizioni con il libero associazionismo sindacale; la promozione della formazione continua e obbligatoria e di crediti d'imposta per la ricerca di elevato contenuto scientifico e tecnico disciplinare; l'obbligo di copertura assicurativa per tutti i professionisti per meglio garantire i cittadini utenti dai rischi e dagli eventuali danni derivanti da errori o adempimenti professionali; l'aggancio dei profili professionali al nuovo assetto delle lauree brevi e specialistiche, incentivando le nuove forme di organizzazione del lavoro; il riconoscimento del principio della libera scelta dell'iscrizione a più albi professionali nell'ambito di equipollenze di percorsi formativi, dichiarate sulla base di intese cioè di ordini e di collegi strettamente interessati.
Naturalmente, una legge generale di principi deve riservare ampio spazio regolamentare per l'attuazione alle organizzazioni professionali, nell'ambito di un progetto condiviso e concertato dell'interesse generale del paese.
Nell'ambito di questa nostra visione delle professioni, riteniamo che il provvedimento in esame, espressamente dedicato all'accesso alle professioni, abbia il pregio di far fronte alle seguenti esigenze: evitare che i possessori di titoli, rilasciati ai sensi dei vecchi ordinamenti, siano costretti a sostenere prove d'esame basate su nuovi percorsi; assicurare uno sbocco professionale ai possessori dei nuovi titoli in materie economiche; assicurare il regolare svolgimento delle prove selettive per l'accesso alle scuole di specializzazione per le professioni legali nell'anno 2002-2003.
Tuttavia, il decreto-legge proposto per la conversione contiene numerosi errori, insufficienze ed omissioni. In particolare, viene escluso ogni riconoscimento alla categoria professionale degli informatici, sia laureati in scienze dell'informazione sia in informatica senza che tale problema ben noto sia affrontato né con proposte di accesso al settore degli ingegneri dell'informatica né con altre soluzioni. Inoltre, vengono omesse fondamentali decisioni nell'ambito della disciplina delle scuole di specializzazione per le professioni legali ove è del tutto evidente che il conseguimento del titolo di specializzazione non può avere effetto solo sulla durata del tirocinio ma anche sulle modalità di svolgimento dell'esame di Stato nel senso di sostituire almeno la prova scritta secondo un ragionevole principio di semplificazione all'accesso nel rispetto sempre dell'attualità del percorso formativo.
Vengono parimenti aggravati, nell'ambito del giusto processo di omogeneizzazione delle professioni di commercialista, ragioniere e perito commerciale, i percorsi di accesso, con l'innalzamento del tirocinio a tre anni, senza precisare che ciò debba valere soltanto per i titolari di laurea triennale e non per tutti. Viceversa, è omessa la disposizione, anch'essa espressione del ragionevole principio di semplificazione


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dell'accesso, secondo cui i titolari di lauree specialistiche che abbiano compiuto stage formativi attestati da università ed ordini competenti per un monte ore determinato debbano essere ammessi agli esami di Stato.
Vengono, altresì, omesse - e sprecate - altre preziose opportunità: ad esempio, quella di riconoscere, finalmente, il diritto dei giornalisti all'esame di Stato sulla base di una disciplina moderna che premi la professionalità e la consapevolezza deontologica, elementi essenziali nell'attuale società dell'informazione ed affranchi il riconoscimento professionale dalla mera soggezione al contratto con gli editori. È un tema, questo, su cui il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo presenterà una specifica proposta di legge.
Anche l'articolo 4 del decreto-legge - che congela, in un certo qual modo, gli attuali consigli degli ordini fino al 30 giugno 2004, in attesa della riforma - è il segno di una non volontà del Governo di provvedere in via organica, con l'effetto di acuire le critiche nei confronti degli organismi delle professioni, che sono in tal modo sottratti, sia pure in via del tutto transitoria, all'ordinaria dialettica democratica.
Su questo e sugli altri temi enunciati abbiamo presentato numerosi emendamenti, che auspichiamo vivamente siano accolti, per migliorare un provvedimento importante, che può e deve essere migliorato.
Sulla base del confronto parlamentare e delle modalità con le quali verranno recepiti o meno i nostri emendamenti, ci riserviamo, come gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo, di esprimere in sede di dichiarazioni di voto un definitivo parere in merito.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tocci. Ne ha facoltà.

WALTER TOCCI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge 10 giugno 2002, n. 107, è, tutto sommato, un piccolo provvedimento composto di pochi articoli; eppure, in questi pochi articoli, il Governo è riuscito a scontentare tante persone. Ho fatto un calcolo: gli articoli sono appena cinque, ma sono almeno cinquantamila le persone scontentate da questo testo legislativo!
Infatti, con questo decreto-legge, avete impedito a tanti italiani, a tanti laureati, di partecipare agli esami di Stato, di accedere ai tirocini per dottore commercialista ed avete anche impedito, in alcune situazioni, la libera partecipazione alle elezioni per il rinnovo degli organi degli ordini professionali.
Sarà cura dell'opposizione spiegare a tutte queste persone scontente come stiano davvero le cose. Credo che tra questi (più o meno) cinquantamila scontenti vi siano anche tanti elettori della Casa delle libertà, ai quali cercheremo di aprire gli occhi anche tramite la discussione di questo disegno di legge di conversione. I casi sono due: o cambiate questo decreto-legge oppure vi faremo perdere migliaia di voti tra queste cinquantamila persone che non hanno gradito norme così restrittive.
E non vale, onorevole relatore, l'alibi dei tempi: se anche voi vi siete accorti che ci sono errori, cose da modificare - e mi sembra di capire dalle sue parole che questa coscienza dell'errore sta maturando - si può benissimo pensare di correggerle.
Quando il Parlamento ha piena conoscenza che un testo legislativo merita una correzione, deve farlo; ci sono i tempi per tornare al Senato nei prossimi giorni e, se domani in sede di votazione, ci fosse da parte vostra la volontà di modificare in questa Assemblea alcune cose, non mancherà da parte dell'opposizione una piena disponibilità ad accelerare i tempi, sia nella discussione alla Camera sia nella discussione al Senato.
D'altro canto, già nella discussione al Senato, la nostra parte politica ha dimostrato ampia disponibilità ad accelerare i tempi, a non fare ostruzionismo, a non impedire l'esame del provvedimento. Quindi, non nascondetevi dietro questo alibi; è possibile correggere il testo, e, se correggerete qualcosa - ciò che è necessario, evidentemente - , dall'opposizione avrete la massima disponibilità a fare un


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nuovo passaggio al Senato prima della scadenza del decreto stesso. Altrimenti, noi spiegheremo a questi 50 mila italiani che vi siete pervicacemente attestati su una linea di chiusura e che, pur avendo preso coscienza, in seguito alle nostre denunce e alle nostre proposte, dei limiti ed errori di questo decreto, non avete voluto modificarlo.
Mi scuserete se, per argomentare la nostra posizione, non ricorro ad argomenti molto aulici, ma vi ricordo che è possibile che voi perdiate voti, perché il fatto di perdere voti è quello che vi allarma di più; questo - non certo la razionalità legislativa e neppure il buon Governo - può convincervi a modificare la vostra posizione.
Prendiamo, ad esempio, i ragazzi che sono iscritti all'università nell'ultimo anno del vecchio ordinamento, quindi nell'anno accademico 2000-2001. Voi dite a questi studenti, a questi ragazzi, che potranno fare l'esame di Stato con le vecchie regole, quindi con il vecchio ordinamento secondo il quale si sono iscritti, entro il 2003. Che cosa significa? Qual è la ratio di questa norma? Voi dite ad uno studente, per esempio di ingegneria, che si è iscritto nel 2000, che deve chiudere gli studi entro il 2003, cioè in tre anni, per poter utilizzare le norme del vecchio ordinamento. Oppure state dicendo a quello studente che deve immediatamente scegliere il nuovo ordinamento. Questo è curioso perché tutti i giorni sulla stampa, nei convegni, parlate contro la riforma universitaria proposta e approvata dall'Ulivo e poi, con questa norma, costringete migliaia di studenti ad iscriversi secondo il nuovo ordinamento, a passare dal vecchio ordinamento, in base al quale si sono iscritti, al nuovo ordinamento. È curiosa questa forzatura, questo voler obbligare quei ragazzi.
Noi riteniamo che bisogna lasciare liberi quei ragazzi; se vogliono continuare con il vecchio ordinamento, possono farlo sino alla scadenza del tempo congruo - cinque anni, la durata di un corso di laurea - secondo le vecchie regole di accesso all'esame di Stato.
Ho l'impressione - anche in questo caso non so se ho interpretato male, sottosegretario di Stato - che la senatrice Siliquini in Commissione si sia accorta di questa discrasia e abbia risposto: prima che quei ragazzi arrivino alla laurea, noi presenteremo un nuovo disegno di legge che prolungherà i tempi. Quindi, anche in questo caso, siete consapevoli che avete scritto una norma fallace e, sostanzialmente, dite a questi ragazzi: cominciate a studiare; mentre voi studiate cambieremo la legge.
È sconcertante questo modo di affrontare le questioni, perché significa che voi dite a questi studenti che, mentre studiano, mentre si concentrano sui libri di testo, nello stesso periodo, debbono tenere d'occhio la Gazzetta Ufficiale, aspettando che il Governo proponga un disegno di legge, un decreto-legge, che allunghi sino alla data congrua il tempo a disposizione per sostenere l'esame di Stato secondo le vecchie regole, così come ci si è iscritti al vecchio ordinamento.
Questa è la lotta alla burocrazia che avevate promesso in campagna elettorale? Costringere uno studente, mentre svolge il suo programma di studi, a controllare, giorno per giorno, la Gazzetta Ufficiale per decidere cosa fare del suo futuro? Questa è la liberazione, che avevate promesso ai cittadini, dalle norme burocratiche? Penso sia un palese errore di questo testo legislativo ed è colpevole, avendolo visto come errore, non correggerlo in tempo.
Ma ancora più grave è la situazione dei laureati in scienza dell'informazione. Voi negate a questi informatici, circa 25.000 informatici italiani, di accedere all'esame di Stato. Sono 25.000 informatici che hanno iniziato, i più anziani, nel 1969, quando fu introdotta in Italia la facoltà di scienze dell'informazione e voglio ricordare che, fino al 1992, quando fu istituito il corso di laurea in ingegneria informatica, questi laureati erano anche gli unici laureati in informatica nel nostro paese. Si tratta quindi di 25.000 professionisti che hanno introdotto l'informatica in Italia, che sono stati i pionieri di questa importantissima disciplina e voi, con questa


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norma, dite a questi 25.000 informatici che non possono partecipare all'esame di Stato. È una cosa enorme ed è una cosa che non ha alcuna giustificazione. Se infatti poteva averla in passato, quando l'ordine degli ingegneri era un ordine complessivo che comprendeva tutte le diverse professionalità, oggi questa negazione, questa discriminazione, questo divieto di accesso non ha più alcun senso. Con la riforma, infatti, l'ordine degli ingegneri è stato diviso in tre settori tra i quali anche quello dell'informatica. Tanto è vero che i nuovi laureati in scienza dell'informazione possono benissimo accedere a questa sezione dell'ordine degli ingegneri e non solo, anche un vecchio ingegnere, magari con una laurea in un ramo molto diverso dall'informatica (un ingegnere edile o meccanico) può benissimo sostenere l'esame di Stato per la sezione informatica dell'ordine degli ingegneri. Non può farlo, invece, un professionista laureato in scienze dell'informazione negli anni settanta, da pioniere in questo settore e che, quindi, ha sviluppato un'esperienza professionale di grande livello. Voi state dicendo a questi 25.000 professionisti che non potranno mai firmare un progetto di un sistema informativo mentre può firmarlo un ingegnere edile o un ingegnere meccanico. Voi state dicendo a questi 25.000 informatici che non possono partecipare all'esame di Stato, cioè voi state dicendo che, a prescindere dalle valutazioni dell'esame di Stato, questi informatici non sono all'altezza, non hanno la professionalità adeguata per firmare un progetto di un sistema informativo. State dicendo una cosa enorme. Andiamo a valutare le singole professionalità di queste persone! Noi non diciamo, ovviamente, che tutti debbano entrare nell'ordine degli ingegneri; noi chiediamo di dare la possibilità a questi venticinquemila informatici italiani di partecipare all'esame di Stato che è un esame rigoroso, severo, e in quella sede si vedrà chi ha le capacità e le competenze specifiche per firmare progetti e per svolgere quelle attività tipiche correlate all'iscrizione ad un ordine professionale. Voi negate alla radice questa possibilità e dite, alla radice, che questi 25.000 informatici non sono capaci di svolgere lavori che, probabilmente, svolgono già da tanti anni in attività equivalenti.
Ecco, quindi, che siamo in presenza, anche in questo caso, di una negazione della libera professione: voi impedite, totalmente, a questi 25.000 liberi professionisti di esercitare la libera professione. E la chiamate Casa delle libertà! Devo dire che è una Casa delle libertà molto stretta ed angusta: chi è dentro è dentro, chi sta fuori rimane fuori.
Secondo questa norma, anche i diplomati universitari in economia e commercio non potranno più svolgere il tirocinio. Anche in questo caso la norma riguarda direttamente migliaia di persone, studenti che hanno creduto nella riforma del diploma universitario del 1992, una delle prime innovazioni introdotte nel sistema universitario italiano. Anche se complessivamente tale riforma non ha riscosso grande successo (tant'è vero che alla fine degli anni 90 è maturata una riforma più organica, quella di cui appunto siamo qui a discutere), in quasi un decennio molte persone hanno creduto al nuovo strumento del diploma universitario, studiando proprio per questo ed ottenendo tale titolo. Oggi, chi ha il diploma universitario in economia e commercio non può più partecipare al tirocinio. Francamente, non penso - voglio credere alla vostra buona fede - che ci sia perfidia nell'esclusione di questi diplomati. Penso piuttosto che si sia trattato di una svista: nel redigere tale norma avete citato tutte le lauree coerenti con quella data posizione, dimenticandovi però del diploma universitario. Si tratterebbe di un errore, che può sempre capitare. Ebbene, se si tratta di un errore, siamo qui per correggerlo.
Ritorno a quanto detto all'inizio del mio intervento: se, da parte vostra, vi è la volontà di apportare correzioni al testo laddove necessario, laddove cioè oggi vi sono norme veramente assurde, incongrue, irrazionali, capaci di produrre danni per migliaia di persone; se, ripeto, ci fosse da parte vostra questa volontà, noi saremmo qui pronti a corrispondervi con la piena


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disponibilità ad accelerare i tempi di esame per concludere l'iter del provvedimento entro il termine per la sua conversione in legge.
Il fatto più clamoroso, più illogico e perfino un po' persecutorio è la pretesa di stabilire un triennio di tirocinio per chi abbia conseguito la laurea in economia e commercio. Per diventare dottore commercialista un nostro laureato dovrà svolgere tre anni di tirocinio. Non so se abbiate fatto bene i conti: un ragazzo che ha terminato le scuole medie superiori, secondo il nuovo ordinamento, dovrà studiare tre anni per conseguire la laurea breve, poi altri due per ottenere la laurea specialistica in economia e commercio ed infine, voi prevedete, altri tre anni di tirocinio. Si tratta, in totale, di otto anni di formazione superiore per poter diventare dottore commercialista; otto anni se questo giovane è un fenomeno, che rispetta tutte le tappe, che non perde una sessione di esami, che fa subito il tirocinio; insomma, se si tratta di uno studente che raggiunge il pieno successo durante la sua carriera universitaria, altrimenti questi otto anni potrebbero diventare 9,10 e così via.
Voi dite perciò che un giovane, per diventare dottore commercialista, deve stare circa dieci anni nell'alta formazione. È questo ciò che state dicendo ai nostri ragazzi. È assurdo! Abbiamo tanto bisogno di professionisti, di laureati che entrano nel mercato del lavoro, e voi dite invece ad un ragazzo di rimanere otto, dieci anni nella fase di formazione.
È sbagliato il riferimento che fate alla direttiva europea. Vi invito a leggerla bene. La direttiva europea fa riferimento alla laurea breve di tre anni. Pertanto, i tre anni di tirocinio rappresentano, in quel caso, una durata logica e congruente, perché con tre anni di formazione universitaria e tre di tirocinio abbiamo un totale di sei anni per il ciclo di formazione. Quando però pretendete di stabilire tre anni di tirocinio per il laureato che ha conseguito la laurea di specializzazione di cinque anni, arrivate al paradosso che ho appena ricordato.
Vi ricordo che nel nostro paese la legislazione vigente, non a caso, con specifico riferimento ai laureati in giurisprudenza ed in economia, già stabilisce che il tirocinio abbia una durata di due anni (mi riferisco alla legge n. 1068 del 1953). Pertanto, peggiorate la situazione, facendo una cosa che, lungi dall'essere coerente con le direttive europee, in realtà le smentisce; soprattutto, anche in questo caso, rendete molto più difficile il cammino dei nostri giovani per giungere ad esercitare la libera professione.
Vi è poi l'articolo 4, che blocca le elezioni per il rinnovo degli organi degli ordini professionali. Francamente, ho cercato di capire (e mi sforzerò ancora di farlo) la ratio di questo articolo, ma non riesco a comprenderla. Che bisogno c'è di bloccare le elezioni per il rinnovo degli organi dirigenti degli ordini professionali? Certamente, vi è una legislazione in itinere, ma ciò è sempre vero, perché, magari, fra un anno vi saranno altre norme; del resto, voi stessi avete annunziato un disegno di legge organico di riordino del settore.
Ciò significa che, quando verrà approvato il disegno di legge che avete annunciato, vi sarà un'altra proroga della scadenza dei termini con riferimento alle elezioni degli ordini professionali? È evidente che la materia in questione, dal punto di vista normativo, è in una fase di work in progress e ciò significa che nei prossimi anni vi saranno diverse occasioni per ritornare su questi aspetti. Tuttavia, secondo il vostro criterio, ogni anno si dovrebbe stabilire un rinvio delle elezioni; in altri termini, state dicendo che, con riferimento agli organi degli ordini professionali, non vi saranno più elezioni.
Ritengo che soprattutto chi si definisce Casa delle libertà debba stare molto attento quando blocca un procedimento elettorale. Infatti, per fare ciò bisogna avere ragioni forti ed ineccepibili, che non occorre neanche spiegare, considerata la loro evidenza ed il loro carattere cristallino.
Al contrario, francamente, si fatica a capire il motivo che sta alla base di questa disposizione, così come si fatica a comprendere


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la durata spropositata di questo rinvio: si parla addirittura di due anni, nel corso dei quali - lo ripeto - interverranno ulteriori norme. Pertanto, seguendo la ratio (si fa per dire!) di questa vostra norma, saremo sempre in una fase di cambiamento normativo e, quindi, sempre in una fase di rinvio.
E che dire a proposito di coloro per i quali sono già iniziate le procedure elettorali? Che cosa bisogna dire a quelle migliaia di ingegneri che hanno partecipato al voto, che hanno stilato le liste elettorali e che, magari, hanno speso anche soldi per fare le campagne elettorali? Dobbiamo dire loro che abbiamo scherzato e che ci rivediamo fra due anni?
Ritengo che questa norma sia veramente incredibile e che sia veramente triste che, con un decreto-legge, senza motivazioni, venga bloccata l'attività principale della democrazia, ossia l'elezione degli organi rappresentativi, in questo caso, con riferimento ad una categoria così importante, quale l'ordine degli ingegneri.
Infine, il decreto-legge in discussione si occupa dell'accesso alle professioni, ma è evidente che gran parte di queste norme funzionano se il motore principale che le anima gode di buona efficienza e di buona salute. In questo caso, il motore principale che le anima sono le università e, pertanto, la situazione in cui versano queste ultime è materia connessa al decreto-legge.
Voi state mostrando un grande impegno volto a convertire il decreto-legge in discussione ed anche noi - lo ripeto - siamo d'accordo ad accelerare i tempi. Tuttavia, è abbastanza curioso che non abbiate dimostrato la stessa tempestività, lo stesso attaccamento e la stessa passione per accelerare i tempi di un altro provvedimento: mi riferisco al disegno di legge n. 2238, anch'esso delicato ai problemi dell'università e della ricerca scientifica. Quest'ultimo provvedimento, all'articolo 6, finanzia le nostre università: si tratta di un finanziamento importante, molto atteso dalle nostre università, che con la vostra legge finanziaria hanno subìto un pesante taglio nei loro bilanci. A quei rettori avevate promesso che con il disegno di legge n. 2238 si sarebbe potuti tornare almeno alla situazione di equilibrio.
Si riconoscevano, almeno, le spese derivate dai rinnovi contrattuali. Tuttavia, vi siete dimenticati del disegno di legge n. 2238. Capisco che per voi sia diventata una materia molto complicata perché, a forza di dare retta a Tremonti, vi siete imbarcati in una complicata legislazione sui brevetti. Ricordo che l'anno scorso siete venuti in questa sede baldanzosi: avete fatto una legge come le fate voi, tipo volantini di propaganda, sull'invenzione agli inventori. Appena approvata vi siete accorti che quella legge era una buona propaganda ma assolutamente inefficiente, tant'è vero che siete tornati in questa sede dopo pochi mesi, con la coda tra le gambe, dicendo che forse tali norme avrebbero dovuto essere modificate ed avete presentato un altro disegno di legge. Tuttavia, poiché si tratta ancora di un disegno di legge che ha il vulnus di essere un ciclostile, un volantino, è evidente che avete predisposto altre norme. Probabilmente, nessuno di voi ha il coraggio di prendere il toro per le corna e di dire al ministro Tremonti che si occupi del buco di bilancio, un problema difficile, e non faccia il ministro dell'università perché, ogni volta che interviene «a gamba tesa» in questo settore, propone sfracelli che ci costringono ad affrontare tanti articoli di leggi per cercare di metterci delle pezze.
Dunque, poiché vi siete «incartati», come si dice nella mia città, sulle norme dei brevetti avete pensato bene che tutto il disegno di legge n. 2238 si potesse benissimo rinviare a settembre-ottobre senza porre attenzione al fatto che tale disegno di legge, oltre alle norme sui brevetti, contiene al suo interno la linfa vitale per le nostre università per continuare a svolgere i programmi, per respirare, per riprendere i bilanci così come erano stati programmati l'anno scorso. Questo abbandono del disegno di legge n. 2238 sta creando sconcerto in tutte le università italiane. Penso sia a voi nota la grande preoccupazione che la CRUI sta esprimendo in queste ore. Si possono lasciare


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le università italiane in una situazione di incertezza di bilancio in un momento così delicato?
Voi stessi - mi riferisco ai deputati che operano in questo campo e che hanno a cuore i problemi delle università, a cominciare dal relatore Orsini - sapete benissimo che, se lasciate tali fondi non impegnati, quando, a settembre-ottobre, il vero ministro dell'istruzione, il ministro Tremonti, troverà quel capitolo di spesa non impegnato, è molto probabile che, avendo grandi buchi di bilancio da coprire, sottrarrà tali fondi. Dunque, per il bene dell'università, per il bene degli studenti che stanno affrontando questa nuova riforma con grande impegno, cerchiamo di apportare una correzione. Inseriamo in questo decreto-legge quanto previsto all'articolo 6 del disegno di legge n. 2238, diamo la sicurezza e la certezza di finanziamenti alle nostre università. Si può fare: se avete la voglia di correggere e di fare norme di garanzia per tutti, di buon senso, che diano certezza a tanti soggetti che in questo momento la chiedono, i problemi potranno essere risolti in poche ore.
Non siamo qui per fare ostruzionismo e per ritardare i tempi, ma per chiedervi di correggere i vostri errori. Soprattutto, lo chiediamo ai deputati perché è legittimo che un Governo commetta alcuni errori: è una cosa che capita lavorando. Tuttavia, per questo c'è un Parlamento: per correggere gli errori. Se anche i deputati rinunciano all'elementare funzione di correggere laddove c'è da correggere, non aiutano il Governo, oltre a non aiutare il paese.
Sono queste le ragioni che ci spingono a chiedervi di prendere coraggio, di intervenire in diversi punti di questo decreto-legge con la celerità necessaria per fare una legge decente che risolva i problemi e dia certezza agli ordini professionali, che per noi sono istituti molto importanti.
Gli ordini professionali sono, a nostro avviso, delle sedi «partecipate», che hanno il compito di valorizzare le professioni e non quello di impedirle. Gli ordini professionali sono molto importanti proprio perché danno valore ad una professione; per fare ciò occorre certamente selezionare e attribuire qualità, ma non bisogna - come invece fate voi - bloccare a priori l'accesso ad una determinata professione, perché così facendo non si fa il bene di quella professione.
Gli ordini professionali sono molto importanti perché sono la casa delle professioni, ma non devono diventare dei fortini inaccessibili, nei quali si vieta per legge ad altri laureati, i quali pure hanno le competenze per svolgere quelle attività, di entrarvi. Gli ordini professionali sono luoghi di partecipazione e di libertà e quindi essi non meritano di vedere bloccate le loro procedure elettorali. Non si fa l'interesse degli ordini professionali italiani se si blocca, senza alcun motivo, la partecipazione democratica all'interno di essi.
Si tratta quindi di un aspetto molto importante e oggi siamo di fronte ad un piccolo decreto-legge, contenente cinque articoli, ma che rende scontenti cinquantamila cittadini italiani. La scontentezza nasce dal fatto che si tratta di norme tutte tese ad impedire la libertà di esercizio della professione a chi lo merita e a chi ne ha le competenze per farlo. L'Italia...

PRESIDENTE. Onorevole Tocci, la invito a concludere.

WALTER TOCCI. ...ha bisogno (concludo, Presidente), di libertà, mentre voi con questo provvedimento la negate a tanti cittadini italiani. L'Italia ha bisogno di innovazione, ha bisogno di laureati, ha bisogno di professionisti, ha bisogno di informatici e voi invece mortificate queste professionalità. L'Italia ha bisogno di giovani che entrino nel mercato del lavoro, mentre voi li tenete bloccati per circa dieci anni, come fate con i commercialisti,...

PRESIDENTE. Se può concludere, per cortesia, onorevole Tocci.

WALTER TOCCI. ... bloccando quindi l'accesso al mondo del lavoro (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).


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PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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