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PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritta a parlare l'onorevole Cima, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00082. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, intanto voglio esprimere la soddisfazione del gruppo dei Verdi che, con la loro iniziativa, hanno permesso di promuovere questo dibattito, al momento politicamente opportuno in Italia, in preparazione del vertice di Johannesburg. I Verdi sono stati protagonisti già nella preparazione e nei suggerimenti per la stesura dei documenti che uscirono dalla grande stagione di Rio; in particolare, mi riferisco al documento sul clima, che ha dato poi seguito al protocollo di Kyoto, che il nostro paese ha ratificato, al documento sulla biodiversità, che purtroppo, invece, è rimasto in gran parte disatteso. Oltretutto, quest'ultimo argomento oggi si presenta molto più complesso da gestire, vista la diffusione delle tecniche di ingegneria genetica che attaccano direttamente la biodiversità naturale; ragione per cui, ad esempio, i Verdi, insieme a Jeremy Rifkin, hanno recentemente promosso a livello internazionale l'idea di un trattato internazionale per la condivisione del patrimonio genetico.
L'altro risultato importante del vertice di Rio è l'agenda 21, che, peraltro, si è articolata su tutto il territorio, di cui sono stati anche protagonisti gli enti locali, che anche a Johannesburg avranno un ruolo importante.
Per quanto riguarda la nostra mozione, che, purtroppo, non posso illustrare, perché è molto ricca, posso parlare solo di alcuni termini generali. Essa è stata peraltro firmata praticamente da tutti i gruppi della Camera, forse esclusi i due estremi, Rifondazione comunista, che, peraltro, ha presentato una sua mozione, e Alleanza nazionale, che non ha presentato mozioni ma ha il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, quindi, forse, avrà modo di intervenire. Dico questo perché ci sono le premesse che il vertice di Johannesburg non abbia il successo del vertice di Rio, che ebbe una presenza incredibile di Capi di stato e di Governo (mai successo in altri vertici); quindi, il vertice rischia veramente, sia per i contenuti sia per le presenze, di essere fallimentare. Credo che tutti in questo Parlamento dobbiamo impegnarci maggiormente, fornendo un documento il più possibile unitario di supporto ad azioni del Governo, chiedendo inoltre al Governo che a Johannesburg sia rappresentato al più alto livello - cioè dal Presidente del Consiglio - e che si muova anche per fare in modo che il Presidente Bush, che è indispensabile che venga a confrontarsi in questa fase con i temi di Johannesburg, sia lì presente.
Dico questo perché, ripeto, la situazione preparatoria è assolutamente insoddisfacente. Il piano di azione di 80 pagine uscito da Bali, nel confronto tra i governi, è molto debole. Tra l'altro, è stato raggiunto con grande difficoltà. Dall'altra parte, l'ultima stesura della draft declaration dei governi che sta circolando, anche se di nuovo - è vero - ha il limite di consistere in parole politiche, ha un altro peso. Allora, si tratta qui di arrivare a Johannesburg avendo chiari i contenuti fondamentali, in questa fase drammatica e difficilissima che viviamo a livello internazionale sia per quanto riguarda la politica sia per quanto riguarda l'economia. Il processo di globalizzazione sta creando anche delle crisi gravi nell'economia; non è vero che va tutto così bene. Basta vedere l'oscillare continuo delle borse.
Ieri ho partecipato con molto interesse all'audizione, nell'ambito dell'indagine conoscitiva svolta dalla Commissione attività produttive sulla situazione dell'industria dell'automobile (il caso FIAT), di Mediobanca e degli altri vertici delle banche italiane. E lì è uscita la grave preoccupazione che si tratti di una crisi strutturale. Le domande che venivano fatte non sono diverse da quelle che si faranno a Johannesburg.
Chi sta oggi nella cabina di regia? Chi è in grado di prendere decisioni e pretendere che si attuino in questo momento? Questo modello di sviluppo è insostenibile, non solo per i cambiamenti climatici, i guasti ambientali drammatici, le migrazioni delle popolazioni che non hanno acqua, non hanno energia, non hanno lavoro ma, dopo l'11 settembre, le minacce venute da parte del nuovo terrorismo creano una situazione di instabilità veramente drammatica. Dunque il vertice di Johannesburg è un momento che non può assolutamente essere sprecato perché altrimenti il pianeta rischia, veramente, di andare alla distruzione a causa della nostra specie che mai, come nell'ultima generazione, ha creato danni drammatici, a partire dalle guerre - e non è un caso che noi Verdi siamo assolutamente antimilitaristi - e conosciamo i disastri che le guerre producono nel mondo, non solo nell'immediato ma di continuo.
Darò soltanto due indicatori significativi riportati nell'ultima stesura dello state of the world, cui è premessa una presentazione di Kofi Annan: dopo il vertice di Rio abbiamo perso il 50 per cento delle zone umide nel mondo e il 12 per cento delle specie di uccelli che ci sono ancora è minacciato di estinzione; 1,1 miliardo di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile e il digital divide è enorme perché gran parte della popolazione del mondo non ha neanche l'accesso all'energia ed alle reti di comunicazione.
Quindi, una delle principali sfide che affronteranno i leader mondiali sarà quella di capire come si può governare questa globalizzazione che, peraltro, come dicevo dà già segni di crisi grave anche dal punto di vista economico, questo è il punto di fondo di Johannesburg, la novità rispetto ai precedenti vertici. In questi anni c'è stato un aumento enorme; ci sono ormai 60.000 multinazionali con fatturati annui che si aggirano intorno ai 15 miliardi di dollari, le quali, a loro volta, mentre crescono, si concentrano sempre più. Nel corso dell'audizione di ieri si diceva che, nel giro di pochi anni, le industrie produttrici di auto al mondo diventeranno 7 e non di più.
Dunque, c'è il problema dell'incapacità di gestire la produzione e il consumo (il commercio) perché, ovviamente, il crescente potere delle istituzioni economiche globali ha determinato anche, nel WTO, uno sviluppo del commercio non compatibile: in primo luogo, perché non è aperto a tutti, in secondo luogo, perché produce ulteriori guasti per la povertà nel mondo. Chi riuscirà e dove ad esercitare questo governo globale che, come diciamo dal vertice di Rio, occorre mettere in piedi? Si tratta di un sistema di Governo globale che sappia governare questi processi; una situazione in cui sia possibile rispettare i bisogni alimentari dell'uomo, i diritti umani, conservare l'ambiente naturale per
le future generazioni e cambiare totalmente rotta a questo modello insostenibile di sviluppo.
Il dibattito preparatorio svolto dalla società, a differenza delle debolezza dei governi, è ricchissimo. Le ONG internazionali si sono incontrate in Brasile su iniziativa del presidente ed hanno redatto un documento, che hanno inviato a tutti governi del mondo, nel quale si dice, tra le altre cose, che la pace e la sicurezza della terra dipendono dalla capacità di rispondere alle emergenze presenti oggi (acqua, biodiversità, povertà e così via) in modo sostenibile e si dichiarano molto preoccupate dal fatto che alcuni governi propongono, in alternativa agli accordi cosiddetti di tipo 1 tra governi, gli accordi di tipo 2, ossia accordi volontari e forme di partenariato pubblico-privato che non possono, assolutamente, sostituire l'azione concertata dei governi.
La nostra mozione prevede che, tra le prime iniziative che dovranno essere assunte a Johannesburg, vi sia finalmente la costituzione dell'agenzia ONU dell'ambiente, dotata di mezzi e di possibilità di controllo. Essa costituirà il primo tassello di un sistema di governo globale dei processi.
Molto interessante è anche il documento della Santa Sede, preparato per il vertice di Bali; tale documento è sottoscrivibile da tutti noi Verdi in quanto possiede veramente la forza etica di intervenire in modo forte su queste contraddizioni.
Non parlerò del problema della povertà, anche se questo rappresenta il primo punto dell'agenda di Johannesburg; non lo farò perché abbiamo già discusso di questa problematica e devo riconoscere che il Governo ha recepito molte delle osservazioni svolte nella discussione che ebbe per oggetto il vertice FAO. Ciò, sicuramente, costituisce una buona premessa.
Voglio ricordare un ultimo fatto, che giudico rilevante: in questo momento, che vede in Italia la presenza di un durissimo scontro sociale e politico, in modo stranamente unitario si sta varando un documento preparatorio congiunto per Johannesburg che vede la partecipazione di tutte le associazioni ambientaliste e di tutti i sindacati (CGIL, CISL e UIL insieme); tale documento sarà presentato tra poco e sarà base di trattativa con il Governo. Questo dimostra che, sul tema dell'ambiente, ci si muove in modo unitario e che la miopia dei governi nazionali e la loro incapacità di governare i processi globali (i governi nazionali trattano le grandi questioni della biosfera come se si trattasse dell'inquinamento del piccolo fiume di interesse locale) non permettono di affrontare fino in fondo i problemi.
Mi auguro che questa discussione si concluda, come auspicavo all'inizio del mio intervento, con la presentazione di una risoluzione unitaria, affinché il nostro Governo partecipi al vertice di Johannesburg in una posizione di forza (grazie all'appoggio dell'intero Parlamento) e possa lavorare seriamente perché altri capi di governo, a cominciare da Bush, si impegnino con forza e determinazione nella ricerca di soluzioni per i problemi che si pongono davanti a noi. Questo vertice rappresenta forse l'ultima spiaggia; da Monterrey si sono succeduti tantissimi vertici, ma rimane un problema di fondo, citato anche nei documenti che ho ricordato: mi riferisco al fatto che poco è stato realizzato rispetto a tutto ciò che si è detto da Rio in avanti; se si realizzasse un centesimo di tutto ciò che abbiamo detto - e scritto - da Rio, lo ripeto, se si realizzasse un centesimo di tutto ciò che abbiamo detto e scritto da Rio, forse riusciremmo ad invertire la tendenza prima che sia troppo tardi e prima che i nostri figli non trovino più una terra che li accolga.
GERARDO BIANCO. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GERARDO BIANCO. Signor Presidente, vorrei ricordare che l'articolo 112 del nostro regolamento prevede che, quando vi è un argomento in discussione, tutte le mozioni ad esso relative debbano, o possano,
essere raggruppate. Ebbene, vorrei accertarmi che tutte le mozioni siano state appunto iscritte all'ordine del giorno, perché rimango molto sorpreso dalla presenza di sole mozioni presentate dall'opposizione, mentre mancano mozioni presentate da forze della maggioranza. Non penso che la maggioranza sia così insensibile a temi di tale delicatezza da non presentare neppure un documento. L'onorevole Cima ha chiesto giustamente l'assunzione di una posizione unitaria, ma senza la presenza della maggioranza, che, peraltro, è assente anche dal punto di vista fisico in aula, dimostrando una insensibilità gravissima su temi di questo genere e non garantendo certo al Governo il giusto appoggio che una maggioranza dovrebbe dare, ritengo che ciò sia francamente difficile. Sono molto meravigliato e stupito di questo fatto, e vorrei pertanto sapere se tutti i documenti parlamentari presentati in ordine a questo delicato ed importante argomento siano oggetto dell'odierna discussione.
PRESIDENTE. Onorevole Bianco, vorrei segnalarle che non vi sono mozioni presentate dalla maggioranza, ma la mozione Cima ed altri n. 1-00082 è firmata anche da rappresentanti dell'attuale maggioranza.
GERARDO BIANCO. Hanno delegato: va benissimo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fioroni, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00094. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE FIORONI. Signor Presidente, credo che l'argomento sollevato poco fa dall'onorevole Gerardo Bianco dimostri che rispetto ad un tema come questo si riscontrano un interesse ed una sensibilità inversamente proporzionali: in quest'aula si parla di un argomento così delicato nell'assenza completa della maggioranza, di fronte a banchi desolatamente vuoti, mentre con riferimento allo stesso tema si riscontrano sensibilità ed attenzione non solo nel nostro paese, tra i cittadini e tra le nuove generazioni, ma nel mondo intero.
Il nostro è il tempo della globalizzazione, cioè di un modo di produzione economico caratterizzato dalla dimensione planetaria ed in tempo reale della comunicazione e, quindi, dalla possibilità di informazione, spostamento e comando a livello mondiale dei fattori e dei processi economici.
I limiti di spazio e di tempo che hanno da sempre vincolato l'azione dell'uomo in ogni campo della sua attività sono venuti meno. La regola di fondo di questa economia libero-globale è quella del mercato competitivo, in cui i soggetti si affrontano e competono secondo regole pattizie, poiché non esiste un potere di imposizione sopra le parti.
La globalizzazione è, quindi, sostanzialmente, un mercato senza soggetto politico? Una materia senza spirito? È una sorta di gigante smisurato e irrazionale oppure razionale come espressione di un ordine senza tempo e senza spazio, suddita di un regno di cui non conosciamo il re, con il quale l'umanità si dovrà confrontare per scrivere un nuovo capitolo della sua storia?
Parlando di globalizzazione bisogna, innanzitutto, sgombrare il campo da alcuni equivoci e mistificazioni: non si può essere contro la mondializzazione perché, se esiste, costituirebbe un fenomeno inevitabile. La mondializzazione - ha affermato Henry Kissinger - è come la pioggia: è possibile evitare la pioggia? Ebbene, questa tesi è doppiamente mistificatrice. Da un lato, essa vuol far credere che la mondializzazione attuale sarebbe un fenomeno naturale, così come è oggi, iscritto nel senso naturale della storia; non si potrebbe, quindi, andare contro natura. Dall'altro, essa stabilisce una relazione falsa, facendo credere che essere contro la mondializzazione attuale significa essere contro la mondializzazione tout court.
In realtà, la globalizzazione attuale non è, e non sarà, la sola forma possibile di mondializzazione. Ciascuno di noi può concepire la mondializzazione in modo
diverso. Anche noi abbiamo una nostra idea di globalizzazione e tenterò brevemente di esprimerla.
Prima di ragionare, però, sulle distorsioni della globalizzazione, vorrei sottolineare che essa non rappresenta né una novità né una follia. In una prospettiva storica, contribuisce da millenni al progresso del mondo attraverso viaggi, migrazioni, commerci, disseminazioni delle influenze culturali, del sapere e delle conoscenze. Fermarla avrebbe arrecato ed arrecherebbe al progresso umano danni irreparabili.
Ma allora qual è il problema? Mi sembra che l'oggetto del contendere siano le disuguaglianze internazionali ed intranazionali di ricchezza, le notevoli asimmetrie del potere politico, sociale ed economico e, quindi, la condivisione dei potenziali benefici della globalizzazione tra paesi ricchi e paesi poveri e tra i diversi gruppi all'interno di uno stesso paese.
Non basta convenire sul fatto che i poveri del mondo hanno bisogno della globalizzazione almeno quanto i ricchi. Bisogna anche assicurarsi che ottengano ciò di cui hanno bisogno e questo potrebbe richiedere e richiede una profonda riforma istituzionale dal momento stesso in cui si prendono le difese della globalizzazione.
Le sfide che la modernizzazione pone sono molteplici ed importanti e comportano una serie di derive, non solo sul piano politico ed economico, ma anche su quello sociale ed etico.
La prima sfida è quella della nuova economia. Ma in che cosa l'economia attuale si può considerare nuova? Sul piano tecnologico, sul piano dei meccanismi finanziari, dell'organizzazione e della gestione delle imprese lo è sicuramente. L'economia attuale non è affatto nuova, però, dal punto di vista delle dinamiche di creazione di ineguaglianze e di impoverimento. La nuova economia, lungi dall'aver allargato il campo dell'umano e del sociale, ha preteso di reificare tutto, di ridurre tutto a mercanzia. Anche la conoscenza come mercanzia è divenuta oggetto di approvazione privilegiata generalizzata.
La nuova economia ha gettato alle ortiche i principi di sicurezza sociale collettiva e solidale per sostituirli con i principi di individualizzazione atomizzata della sicurezza dipendente dal valore del capitale posseduto.
La seconda sfida consiste nello sviluppo della scienza e della tecnologia al servizio del bene comune, oggi sembra una parola desueta. Non c'è bisogno di dimostrare che la scienza e la tecnologia attuali, ad esempio nel campo nella salute, non sono sviluppate ed idealizzate per combattere le malattie di coloro che nel mondo ne hanno bisogno ma principalmente, se non esclusivamente, per una concorrenza che tende a generare la supremazia nel mercato dei paesi ricchi. Lo stesso accade nel campo dell'alimentazione, dell'educazione, dell'energia.
La terza sfida importante riguarda l'esproprio della persona umana ridotta, in un lungo cammino a partire dagli anni sessanta fino ad oggi, a risorsa umana. Ciascuno di noi rischia di non essere più una persona: siamo tutti diventati risorse umane il cui diritto all'esistenza rischia di essere in funzione del grado di utilità per il capitale, per lo sviluppo economico. Finché una risorsa umana è utile alla produzione di ricchezza essa avrà diritto ad un introito e ad una rispettabilità sociale. Questi diritti le verranno tolti non appena essa diventerà meno redditizia, non fosse che rispetto ad un'altra risorsa di un altro paese.
La peggiore delle situazioni, infatti, è quella in cui le competenze della risorsa umana rischiano di rimanere obsolete e per essa non è più possibile né la riqualificazione né l'aggiornamento. In tal caso l'uomo, la risorsa umana, viene escluso dal circuito produttivo redditizio e non costituisce più un soggetto interessante. La soluzione di questa sfida comporta una ridefinizione generale delle finalità e dei principi di organizzazione del sistema di educazione e di formazione. Essa implica una riappropriazione dell'essere persona
in contrapposizione alla reificazione dell'umano e del sociale operata attraverso la mercantizzazione della condizione umana.
La quarta ed ultima sfida deriva dal fatto che, a seguito della tecnologizzazione della condizione umana, quasi tutte le esperienze umane e sociali sono state ridotte ad un oggetto di scambio che si può vendere o comprare. Nulla sfugge più al dominio della logica mercantile e non esiste praticamente espressione umana che non abbia un corrispettivo economico. La domanda che a questo punto dobbiamo porci è: è possibile ideare e costruire una mondializzazione diversa? Quello che interessa in primo luogo i cittadini di diversi paesi non è la competitività nelle imprese, né la redditività del capitale, ma una vita sicura per tutti, una sicurezza di vita che presume il diritto di accedere ai mezzi che permettono di soddisfare i bisogni elementari e comuni a tutti noi.
Tra meno di venticinque anni la popolazione mondiale sarà pari a 8 miliardi di persone. Il vero problema per la società mondiale e per l'economia odierna non è quello di assicurare l'integrazione competitiva delle economie locali nel mercato mondiale, ma quello di sapere con quali principi, quali regole, quali istituzioni gli 8 miliardi di persone potranno essere protagonisti e cittadini degni di chiamarsi esseri umani, perché saranno in grado di darsi, e non di ricevere, i mezzi per soddisfare i loro bisogni elementari. In altre parole, il problema è di sapere su quali basi e con quali strumenti si possa costruire il vivere insieme di 8 miliardi di individui e, quindi, la ricchezza mondiale comune.
Sarebbe un errore ed una mistificazione credere che la sola ed esclusiva competitività possa essere compatibile con la coesione sociale e la solidarietà. La competitività porta con sé una logica di guerra per la sopravvivenza, è fondata sull'esclusione dei meno competitivi. La comune ricchezza mondiale non potrà svilupparsi solo attraverso guerre tecnologiche, commerciali, finanziarie ed economiche. Al contrario, il suo sviluppo richiederà che si inventino nuove forme di economia mutualistica, cooperativa e solidale rinegoziando un nuovo contratto sociale mondiale. Vi è bisogno di interrogarsi, quindi, non soltanto sull'economia e sulla politica della globalizzazione, ma anche sui valori che contribuiscono alla nostra concezione del mondo globale - dell'uomo globale direbbe padre Balducci, di cui quest'anno ricordiamo i dieci anni dalla scomparsa - perché su questi valori si gioca la partita difficile del futuro dell'umanità.
Con questi interrogativi si dovranno confrontare i leader mondiali al summit sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg. Con questi interrogativi si dovrà anche confrontare il nostro Governo. Nel corso dell'ultimo decennio i tentativi compiuti per favorire lo sviluppo umano e per invertire la tendenza del degrado ambientale non sono stati efficaci. Risorse troppo limitate, la mancanza di una volontà politica vera, un approccio frammentario e non coordinato, l'utilizzo continuativo di modelli di produzione e di consumo dispendiosi hanno contribuito ad ostacolare i tentativi tesi a realizzare uno sviluppo sostenibile, cioè uno sviluppo capace di bilanciare le esigenze economiche e sociali delle persone con la disponibilità delle risorse e la capacità degli ecosistemi del pianeta di soddisfare i bisogni presenti e futuri dei suoi abitanti.
La sfida di Johannesburg sarà quella di dimostrare che lo sviluppo sostenibile non è un concetto astratto, come sembra ad alcuni, ma che per milioni e milioni di persone - e potenzialmente per l'intero genere umano - si tratta di una questione di vita o di morte. I critici dell'integrazione globale dell'economia sostengono che il problema non sta solo nel fatto che la globalizzazione beneficia innanzitutto i ricchi, ma risiede piuttosto nell'imposizione di privazioni ulteriori ai poveri che vivono nei paesi in via di sviluppo, nell'aumento della vulnerabilità ad essa correlata e nel fatto che questa globalizzazione è pregiudizievole per le culture locali, oltre che dannosa per l'ambiente. In aggiunta, numerose crisi finanziarie hanno fatto temere che la globalizzazione possa
non soltanto dare, ma anche prendere; infatti dapprima in Messico, poi nell'Asia orientale, imponenti disinvestimenti di capitali impegnati in queste regioni hanno devastato l'economia e respinto milioni di persone in una situazione di povertà. In occasione del vertice del millennio delle Nazioni unite, svoltosi a New York nel 2000, i leader mondiali si erano accordati sul fatto che i primi quindici anni di questo secolo dovessero essere impiegati per portare un assalto decisivo alla povertà globale e per liberare le generazioni future dal pericolo di vivere su un pianeta rovinato irrimediabilmente dalle attività umane.
Il vertice di Johannesburg dovrà individuare delle modalità pratiche che consentano all'umanità di rispondere ad ambedue queste sfide: ovvero, migliorare l'esistenza di tutti gli esseri umani, proteggendo al tempo stesso l'ambiente, ma soprattutto dovrà assumersi l'onere di passare dalle dichiarazioni di intenti all'azione concreta (e questo sarebbe l'unico vero elemento di novità, dal vertice di Rio ad oggi).
Attualmente il 15 per cento della popolazione mondiale che vive nei paesi a reddito elevato assorbe il 56 per cento dei consumi mondiali complessivi, mentre il 40 per cento della popolazione mondiale che vive nei paesi poveri ne assorbe meno dell'11 per cento; il 29 per cento della popolazione dei paesi in via di sviluppo vive con un dollaro al giorno. In totale, il numero di persone che vive al di sotto della soglia di povertà è di 1,2 miliardi: una persona su 5 nel mondo. Il numero dei paesi nei quali i bambini malnutriti rappresentano più del 40 per cento è quasi raddoppiato, passando, dal 1992 al 1998, da 7 a 13 paesi; mentre i bambini che muoiono prima del quinto anno di età sono il 20 per cento nei paesi poveri, rispetto a meno dell'1 per cento nei paesi industrializzati. In base alle tendenze attuali, il mondo non sembra avviato verso il conseguimento dell'obiettivo indicato dall'OCSE di ridurre di due terzi, entro il 2015, i tassi di mortalità infantile, in parte a causa del fatto che il 20 per cento della popolazione mondiale non ha accesso ad acqua potabile (e sicura), mentre 2 miliardi e mezzo di persone nel mondo non hanno la possibilità di utilizzare strutture sanitarie adeguate e in parte a causa di malattie gravi, come l'AIDS. Proprio a causa di quest'ultima, infatti, la speranza di vita nei paesi in via di sviluppo non è aumentata negli anni novanta; anzi essa è diminuita di 6,3 anni. Attualmente circa 36 milioni di persone vivono con l'HIV e il 95 persone cento di esse si trovano nei paesi in via di sviluppo (di cui il 25 per cento nell'Africa subsahariana). Più di 12 milioni di africani sono morti di AIDS e hanno lasciato 13 milioni e 200 mila bambini orfani. Il 20 per cento della popolazione mondiale, cioè 1 miliardo e 100 milioni di persone, non ha accesso ad acqua potabile e sicura. Solamente cinque paesi (Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia) hanno raggiunto l'obiettivo dello 0,7 del PIL in aiuti allo sviluppo, nell'anno 2000.
Guardando queste cifre possiamo ancora affermare che il modello di sviluppo che si è realizzato fino ad ora è il migliore possibile? E, se è così, per quante persone lo è veramente? Nella sua forma attuale, certamente non per tutti i 6 miliardi di persone che già vivono sul nostro pianeta, senza parlare degli 8, dei 9 o dei 12 miliardi di persone che lo abiteranno nei prossimi decenni.
Allora le domande che il mondo dovrà porsi al prossimo vertice di Johannesburg sono le seguenti: come fare affinché lo sviluppo sostenibile, anziché rappresentare un peso, possa essere un'opportunità eccezionale; come costruire mercati e creare fonti di lavoro; come coinvolgere le persone ai margini; come ridurre le pressioni sulle risorse, che potrebbero portare alla violenza; come dare ad ogni uomo e ad ogni donna l'opportunità di far sentire la propria voce e la possibilità di decidere sul proprio futuro.
Com'è facilmente intuibile, le risposte a tali domande esistono, ma passano per la strada stretta di una globalizzazione qualitativa e sostenibile, che al di là dei proclami e delle dichiarazioni di intenti fa
storcere la bocca a molti in occidente. Difatti, il problema di fondo della globalizzazione è che il diritto allo sviluppo, così come oggi è stato inteso, è funzionale prevalentemente al concetto di sviluppo occidentale. Come diceva il filosofo Edgar Morin, lo sviluppo, nozione apparentemente universalistica, costituisce un mito tipico del sociocentrismo occidentale, un motore di centralizzazione forzata. Lo sviluppo così concepito rischia di ignorare tutto ciò che non è calcolabile e misurabile (la vita, la sofferenza, la gioia, l'amore) e la sua unica soddisfazione è la crescita economica. Definito in termini quantitativi ignora le qualità dell'esistenza, della solidarietà, dell'ambiente, della vita.
Siamo di fronte ad un diritto monco che individua nella crescita tecnica ed economica gli elementi decisivi per lo sviluppo umano e ha la constatazione del fallimento delle strategie mondiali utilizzate fino ad oggi per gestire un pianeta che, nel suo tumultuoso andare incontro al futuro, sembra aver smarrito, ogni giorno di più, la coscienza di sé.
Non è un mistero che l'attuale assetto dell'ONU sia anacronistico ed inadeguato a rispondere alle nuove sfide della globalizzazione e che le agenzie internazionali delle Nazioni Unite siano strutture troppo burocratiche e costose e non rivestano più quel ruolo indipendente e necessario a garantire i principi e i valori per il riconoscimento del diritto inviolabile ad un'esistenza dignitosa per ogni essere umano.
D'altra parte, l'ultimo anno di incontri internazionali - da Genova a Durban, a Monterrey - hanno dimostrato come sia divenuto indispensabile cambiare drasticamente l'atteggiamento nei confronti delle questioni umanitarie, che non devono essere affrontate come un problema di carità e di riconoscenza, ma come un aiuto allo sviluppo nel pieno rispetto del diritto all'autodeterminazione e all'autogoverno di ogni popolo.
Emblematico in questo senso è il vertice della FAO sull'alimentazione, svoltosi a Roma dal 10 al 13 giugno ultimo scorso, che ha rappresentato l'ennesima occasione mancata per ridare nuovo slancio alla politica dello sviluppo e della solidarietà. Infatti, se da un lato la FAO ha denunciato - a mio avviso con qualche ritardo - una mancanza di volontà da parte dei paesi sviluppati di tenere fede agli impegni assunti e sottoscritti in questi anni nei confronti degli 800 milioni di persone che muoiono di fame, dall'altro, l'atteggiamento dei governi dei paesi ricchi - e degli USA in particolar modo - ha chiarito quale sia la reale considerazione della vita umana, non riconoscendo a questo organismo l'autorità politica di negoziatore internazionale e il ruolo di interlocutore accreditato per la risoluzione dei problemi legati all'alimentazione.
Proprio partendo dalla constatazione del fallimento delle politiche dell'ONU per uno sviluppo sostenibile, inquinate da troppi veti e pressioni derivanti da interessi esclusivamente unilaterali, andrebbe rivisto e potenziato il ruolo dell'Unione europea.
Nella dichiarazione di Laeken sul futuro dell'Unione europea si afferma che, ora, la guerra fredda si è conclusa e che viviamo in un pianeta globalizzato ma, al contempo, totalmente frammentato. L'Europa deve assumersi le proprie responsabilità nella gestione della globalizzazione; l'Europa dovrà assumersi l'impegno di iscrivere la mondializzazione all'interno di un quadro di riferimento valoriale, calandola in un contesto di solidarietà, di sviluppo sostenibile e di rispetto della dignità dell'uomo.
L'impegno dell'Unione europea ad assumere un ruolo guida, tanto nei preparativi del vertice di Johannesburg quanto nella stessa conferenza, deve rispondere proprio a questa logica di rafforzamento della credibilità dell'Unione sulla scena internazionale. Non a caso, proprio in vista del summit di Johannesburg, la Commissione ha approvato un documento «Dieci anni dopo Rio», nel quale vengono fissati gli obiettivi strategici dei temi chiave da affrontare al vertice.
Gli obiettivi sono quattro e non possono non essere condivisi: una maggiore equità a livello mondiale e una cooperazione
efficace per lo sviluppo sostenibile; una migliore integrazione e una maggiore coerenza a livello internazionale; l'adozione di obiettivi ambientali e di sviluppo per rivitalizzare e delineare con maggior precisione l'impegno politico; un'azione più efficace a livello nazionale e un controllo a livello internazionale su queste politiche. A tali obiettivi aggiungerei anche una politica fatta di impegni precisi, soprattutto, nei fondi a disposizione, nelle risorse e nei tempi.
Coerentemente con questi obiettivi, nella mozione che abbiamo presentato al Governo, tra le altre vi è la richiesta di farsi promotore di un'agenzia europea per lo sviluppo sostenibile, che agisca come soggetto competente a stabilire rapporti di partenariato tra l'Unione e i paesi in via di sviluppo, con compiti operativi e di coordinamento delle strategie dei paesi membri in rapporto agli interventi e alle politiche di sviluppo sostenibile nei paesi poveri.
L'agenzia per lo sviluppo sostenibile può assolvere ad una funzione di osservatorio, di monitoraggio, con compiti di raccolta, elaborazione dati e gestione delle informazioni, fungendo da importante raccordo tra gli organi comunitari, gli organi degli Stati nazionali e i paesi in via di sviluppo, al fine di coordinare gli interventi di politica comunitaria e di espandere l'intervento dell'Unione anche mediante l'incoraggiamento e la spinta sulla predisposizione di accordi di partenariato con i paesi in via sviluppo, sull'esempio di quelli già stipulati con l'Africa, con i Caraibi e con il Pacifico.
Inoltre, potrà rendere più coerenti le iniziative della stessa Unione in materia di cooperazione internazionale, coordinando le azioni degli Stati membri e avvalendosi del supporto delle organizzazioni non governative per i compiti operativi e per l'individuazione delle tipologie di intervento più adeguate in rapporto alle diverse esigenze locali e realizzare progetti che abbiano quale obiettivo fondamentale la creazione delle condizioni sociali, culturali, ambientali e tecnologiche che permettono ai paesi in via di sviluppo di realizzare un proprio disegno di sviluppo sostenibile, coerente con le diverse realtà locali, coinvolgendo anche le popolazioni del luogo.
Dunque, uno sviluppo a misura d'uomo che riconosca il valore universale della vita umana, lo garantisca nel suo esistere e lo tuteli nella sua dignità.
Quest'ultimo valore può essere difeso soltanto attraverso un forte, condiviso e rispettato sistema di regole, in cui il più forte non abbia maggiori diritti del più debole.
Il perseguimento di questo tipo di sviluppo esige la ricerca di quello che Paolo VI nell'enciclica Populorum progressio definiva un umanesimo nuovo, che permetta all'uomo di trovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, di amicizia e di solidarietà; un umanesimo che spinge l'uomo ad incontrare l'uomo e che riapre gli spazi chiusi al mondo globalizzato, in cui le uniche unità di misura sono rappresentate dal profitto e dal mercato. In questo senso, la solidarietà deve essere la base concettuale su cui fondare l'altra cooperazione internazionale, quella che tiene conto dei diritti e delle necessità di tutti gli uomini che ci sono e che verranno, di quelli che vanno a piedi nudi o indossano le Nike, di quelli che bevono Coca Cola o acqua di pozzanghera.
Ci dobbiamo impegnare per la costruzione di un mondo nuovo, partendo da una nuova, vera e condivisa dichiarazione di interdipendenza. Dobbiamo riconoscere che la razza umana non può sopravvivere in frammenti, indipendentemente dal fatto che questi frammenti siano chiamati nazioni, tribù o mercati. Non ci sono oceani abbastanza larghi per difenderci dall'inquinamento o dalle malattie. Non ci sono muraglie che ci proteggano da un'ideologia malata. Nessuna nazione potrà avere prosperità sicura finché le altre non godranno delle stesse opportunità.
La globalizzazione, come idea dominante dove il profitto ed il progresso tecnico scientifico non sono più strumenti ma diventano fine ultimo, rischia di relegare la politica ad un ruolo di mera tecnicalità amministrativa, al massimo con
la capacità di esercitare una forza di contenimento. La politica deve riacquisire il proprio ruolo di supremazia sull'economia, in virtù del fatto di essere lo strumento a servizio della dignità dell'uomo, di cui deve essere riaffermato il primato e la centralità, insieme al perseguimento del bene comune, come principio e fine, come priorità negli impegni e nelle agende di ogni Governo a livello nazionale, internazionale e mondiale.
In conclusione, quando pensiamo al mondo che verrà, ci piace immaginarlo ricordando le parole di Paolo VI, mai attuali come oggi: «Ogni uomo è membro della società: appartiene all'umanità intera. Non questo o quell'uomo soltanto, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario. Le civiltà nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell'alta marea penetrano ciascuna un po' più a fondo nell'arenile, così l'umanità avanza nel cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio ma altresì un dovere», da cui non possiamo esimerci (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Vendola, che illustrerà anche la mozione Giordano ed altri n. 1-00095, di cui è cofirmatario.
NICHI VENDOLA. Signor Presidente, signor sottosegretario, dieci anni dopo Rio, forse bisognerebbe partire proprio dalla domanda fondamentale. Cos'era la conferenza di Rio e perché è fallita? Questi dieci anni hanno sciolto come neve al sole le speranze, le aspettative, forse, le illusioni che si erano depositate in quella conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo. Era il 1992: eravamo al culmine dello «squagliamento» della geopolitica del dopoguerra, del mappamondo disegnato a Yalta; eravamo alla fine della guerra fredda e allo sfaldamento di un intero punto cardinale, l'est. Ed eravamo, finalmente, alla presa di coscienza di quelle tragedie che avevamo relegato non soltanto nella periferia del pianeta ma anche nella periferia delle nostre coscienze e della nostra informazione.
Penso a quella nube, che era nube tossica, nube di veleni e nube metaforica di tante questioni del terzo mondo, sprigionatasi a Bhopal alcuni anni prima: una nube di isocianato di metile che aveva segnato di morte le popolazioni non soltanto in quei tragici giorni ma per lunghissimo tempo.
La nube tossica di Bhopal non parlava di una fatalità, ma degli interessi degli Stati Uniti d'America, della più grande multinazionale della chimica, la Union Carbide, che naturalmente delocalizzava le proprie produzioni più pericolose nei paesi del terzo mondo, dove la sensibilità ambientalista forse è più bassa, dove la richiesta, la fame di lavoro produce persino la possibilità di accettare produzioni così altamente rischiose. Le grandi multinazionali, naturalmente, si recano nel terzo mondo con i propri obiettivi di profitto e con i propri straordinari impatti ambientali e sociali, usando l'argomento retorico di farlo nel nome dello sviluppo di quelle popolazioni.
Era il 1992, l'anno della Conferenza mondiale di Rio, l'anno in cui la parola chiave nel vocabolario della politica, ma anche nel vocabolario della comunicazione massmediatica, era «interdipendenza». Scoprivamo finalmente di essere tutti appartenenti alla stessa famiglia, tutti legati allo stesso destino ed era difficile poter immaginare una porzione di pianeta, un punto della latitudine di questo mondo che non ci dovesse coinvolgere e che non fosse esso stesso coinvolto da ciò che noi facevamo. Si diceva che il battito delle ali di una farfalla a Chicago poteva causare un terremoto dall'altra parte dell'emisfero. In altre parole, si usavano metafore proprio a indicare questo carattere di interconnessione nei fattori di sviluppo dell'umanità.
Le culture che avevano segnato il corso del novecento, ma anche tanta parte della storia umana, in qualche maniera, tiravano fuori dal proprio bagaglio, dalla propria cassetta degli attrezzi, elementi importanti e persino profetici per portare acqua a questa nuova macina che era la possibilità di ragionare insieme di ambiente e sviluppo. Poco fa il collega Fioroni citava l'intuizione di padre Ernesto Balducci sull'uomo planetario; potremo ricordare la provocazione, appunto profetica, di don Tonino Bello sulla convivialità delle differenze; la riscoperta della cultura francescana, fuori da una lettura naïf, come riappacificazione dell'uomo con la natura. Insomma, da quel versante tutta una tradizione che certo poi finiva nella cultura conciliare, nella populorum progressio, ma anche altre tradizioni, con i temi della cultura marxiana legati alla critica dei processi di alienazione, alla reificazione, alla trasformazione in merce di ogni cosa e di ogni essere umano, portavano alla scoperta, appunto, del nodo stringente tra ambiente e sviluppo.
La globalizzazione si dice oggi. Il collega Fioroni ha citato la frase di Henry Kissinger per cui «fermare la globalizzazione sarebbe come fermare la pioggia». Il bracciante povero e analfabeta che mi ha insegnato a far politica quando ero ragazzo avrebbe risposto a Henry Kissinger, che dice che la globalizzazione è come la pioggia, «sì, ma piove sempre sul bagnato». In altre parole, avrebbe introdotto un elemento meno naturalistico nella descrizione dei processi di integrazione del mondo che sono segnati dal primato persino monopolistico del mercato e delle grandi aziende multinazionali. Il problema non è avere ritrosia nei confronti dell'immagine, persino utopica, del villaggio globale, ma è provare inquietudine nei confronti di una integrazione tutta al livello della moneta e del profitto, che viene pagata con un prezzo salatissimo in termini di disintegrazione di identità sociali, di identità collettive e di forme della convivenza. È curioso che al massimo grado di integrazione dell'umanità, con quella che viene chiamata globalizzazione, si proponga in termini persino inauditi una straordinaria crisi di civiltà.
Insomma, questi sono i temi che, durante la conferenza di Rio de Janeiro, aprirono il cuore al mondo intero. Gli impegni assunti allora sono stati tutti quanti disattesi, sono falliti clamorosamente dinanzi agli atteggiamenti concreti dei paesi ricchi del mondo, che adoperano la retorica compassionevole nei confronti della povertà e delle ferite che vengono inferte al nostro pianeta per coprire un nuovo circuito di affari. La conferenza di Johannesburg, che si svolgerà dal 26 agosto al 4 settembre - dieci anni dopo Rio de Janeiro -, riguarderà lo sviluppo sostenibile (the world summit on sustainable development). Sviluppo sostenibile è una locuzione entrata nel lessico corrente, pare si sia tutti d'accordo. Serge Latouche, un grande geografo francese, ci invita ad essere diffidenti nei confronti di questa nuova categoria del politicamente corretto sviluppo sostenibile. Egli afferma che lo sviluppo sostenibile rischia di rappresentare la nuova frontiera della mistificazione politico-economica ai danni del pianeta e ciò perché è come il grande tema del disinquinamento.
Vi sono due modi di affrontare il problema dell'inquinamento. La via maestra sarebbe quella di mettere le mani alla risoluzione del ciclo dell'inquinamento, affrontare a monte le cause dell'inquinamento. Il secondo modo di affrontare questo problema è costruire un'industria del disinquinamento, non intervenire sulle cause dell'inquinamento, ma produrre una specie di ciclo integrato: inquinamento-disinquinamento-inquinamento-disinquinamento, dove inquinamento e disinquinamento sono reciprocamente necessari l'uno all'altro e il disinquinamento non è lo strumento dell'abolizione dell'inquinamento, ma spesso rappresenta per le stesse aziende inquinanti un surplus di business.
Bisogna ragionare sul tipo di sviluppo da costruire, sui problemi drammatici che oggi assediano tanta parte dell'umanità. Riguardo alla povertà vi è un prete che
dice una battuta infelice per i tempi che corrono e cioè: perché quando aiuto un povero mi dicono che sono un bravo cristiano e quando domando cosa sia la povertà mi dicono che sono un comunista? Questi vertici evitano di porre questa domanda: perché c'è la povertà? Chi produce povertà? Se la povertà è moltiplicata dai processi di modernizzazione sì può fare una discussione meno metafisica, meno apologetica sulla modernizzazione, forse attribuendole un cognome, una connotazione sociale, economica e politica.
Nella nostra mozione chiediamo che il Governo italiano assuma degli impegni precisi per portare a Johannesburg un'agenda meno fumosa, più cogente rispetto alle attese dell'umanità. Intanto, chiediamo di aprire seriamente la partita della difesa della biodiversità, un tema su cui si fa molta retorica. Bisogna inibire alle società multinazionali di poter brevettare la vita, fare brevetti sulle piante, sui microrganismi, sugli animali, su parti del corpo umano. Che cosa straordinaria è la possibilità di brevettare la vita, di privatizzare ciò che viene dal ciclo naturale: quanti disastri, signor sottosegretario.
Dieci anni fa nel mondo vi erano circa diecimila tipologie di grano, mentre oggi ve ne sono solo due. Che cosa straordinaria è possedere le sementi e decidere, da questo punto di vista, di tutto il ciclo agroalimentare del mondo, vale a dire, decidere chi vivrà e chi morirà!
Da tanti anni, nella mia vita politica, mi occupo di mafia; certo, è una bazzecola la mafia di fronte al WTO (l'organizzazione mondiale del commercio), a chi, a porte chiuse, a chi non eletto da nessun popolo, a chi, nel nome della dittatura tecnocratica, assume decisioni che riguardano il ciclo agroalimentare del mondo, a chi può decidere di immettere sul mercato prodotti agricoli che risultano dalla manipolazione genetica. Le olive geneticamente modificate del latifondo tecnologico californiano, per esempio, renderanno quelle della mia terra, la Puglia, poco competitive, destinandole alle cartoline illustrate del bel tempo andato. Pertanto, dobbiamo inibire la possibilità di brevettare la vita; è una lotta contro gli OGM, gli organismi geneticamente modificati.
Per quanto riguarda la politica per l'acqua, il rischio è quello di appendere il futuro a dichiarazioni di principio e petizioni etiche, mentre avanzano determinati processi che procedono verso tutt'altre direzioni. Signor sottosegretario, credo che nel giro di un lustro, 4 società multinazionali saranno proprietarie, gestrici ed erogatrici di tutta l'acqua del mondo; quattro società multinazionali controlleranno le intere risorse idriche del mondo e sull'acqua si giocherà il futuro della geopolitica. Si faranno le guerre sull'acqua; già oggi un miliardo e mezzo di essere umani non hanno accesso a questa risorsa. La penuria di acqua diventerà più drammatica a causa della proprietà privata di questo bene così prezioso che proviene dal cielo e che appartiene alla natura. È incredibile! Soltanto ciò che Carlo Marx chiamava la follia del capitale poteva consentire di immaginare la privatizzazione, la mercificazione e la modernizzazione dell'acqua.
Chiediamo che vengano assunti provvedimenti precisi che si muovano nella direzione di quei protocolli di Kyoto che ci indicavano l'urgenza di limitare le emissioni di gas serra in un mondo che è sempre più soffocato e strozzato.
Come è disattenta la politica nei confronti di queste problematiche! Signor sottosegretario, si stacca un pezzo di Antartide, grande come un cantone svizzero, e sembra una notizia del costume-spettacolo; brucia un pezzo di foresta amazzonica grande come la Svizzera (dopo che, naturalmente, i killer, indigeni, mafiosi, al servizio delle multinazionali, hanno sterminato popolazioni locali) e ciò appartiene alla cronaca rosa, rossa, non lo so.
I diritti umani non valgono molto quando si tratta di talune parti dell'umanità. Io mi sono recato tante volte in quelle parti del mondo, signor sottosegretario. Mi è parso incredibile, per esempio, nel Chiapas, al sud del Messico, regione che produce un quarto di tutta l'energia elettrica che serve tutto il Messico (nazione
enorme e ricchissima), che nei villaggi si utilizzino ancora le candele per illuminare le case dei più poveri, in un territorio in cui un bambino ogni quattro muore prima dei cinque anni e la principale causa di morte è la dissenteria. Non sono disponibili i farmaci più elementari per curare neppure la dissenteria.
Noi siamo così bravi da considerare la rivolta indigena o quella zapatista (mi riferisco a tutti noi, non solo al centrodestra, ma anche al centrosinistra), alla stregua di una comica latino-americana e non alla stregua di una tragedia che parla di noi, della nostra cattiva modernità, della nostra pessima globalizzazione, pagata da loro, per i nostri banchetti di affluenza.
E ancora, signor sottosegretario, chiediamo che vengano assunti impegni precisi, per esempio, sul tema strategico dell'energia. Qui il terreno è scivoloso: il mondo ha bisogno di energia. E allora, non lo facciamo più noi, perché siamo un po' scottati da Chernobyl (argomento di cui sappiamo qualcosa, ma nella grande democrazia francese non si sa nulla delle centinaia di incidenti alle centrali atomiche e nella straordinaria democrazia militarizzata del Nordamerica non si sa niente di che cosa è accaduto a Three Mile Island o a Silkwood e che è stato raccontato soltanto da qualche libro coraggioso e da qualche film controcorrente). Il rischio è che, oggi, noi diciamo ai paesi del terzo mondo, camuffando le nostre scelte e i nostri interessi per un beneficio nei loro confronti: siate la fotocopia ritardata del peggio del nostro sviluppo per poter crescere, non valorizzate le vostre vocazioni territoriali, le vostre storie, le vostre culture, non costruite quello che Samir Amin chiama «lo sviluppo autocentrato». No, prendetevi, come a Bhopal, l'immondizia criminogena della Union Carbide oppure i brevetti della Westinghouse per fare pessime centrali nucleari, sulla cui sicurezza i Soloni della tecnocrazia tangentara dicevano che non c'era nessun problema, né in Italia né nel mondo. E allora no al nucleare, signor Presidente, signor sottosegretario: in tutto il mondo bisognerebbe finanziare politiche per la ricerca di fonti alternative di energia.
E ancora: quali impegni si assumeranno sul problema fondamentale della produzione dei rifiuti, grande tema e persino grande metafora? Viene in mente il film di Federico Fellini, Ginger e Fred, dove quel Marcello Mastroianni vagolava per una capitale sommersa dall'immondizia. Eppure i rifiuti potrebbero essere ricchezza, la loro raccolta differenziata, la loro trasformazione potrebbe essere davvero una straordinaria forma di riequilibrio economico, oltre che di riequilibrio ambientale. Ma anche qui vengono avanti gli interessi di quel partito bifronte che è il partito delle discariche, il partito degli inceneritori, e la possibilità che tutto il terzo mondo diventi un'immensa discarica ed uno sterminato e sterminante - visto che c'è di mezzo la diossina - inceneritore è una possibilità che ci deve far ragionare.
Io ho finito, signor sottosegretario. Questo è il quadro in cui noi chiediamo al Governo italiano, alla politica nel suo complesso, di assumere degli impegni precisi che consentano a Johannesburg di non essere un altro appuntamento «da vetrina», pieno di effetti annuncio e sollecitante nuove aspettative. In questi dieci anni abbiamo imparato molte cose. Abbiamo imparato che la fine del dopoguerra non era foriera di un mondo pacificato, di un universo irenico, ma che, viceversa, dopo il bipolarismo est-ovest della guerra fredda, è nato il bipolarismo, ancora più feroce, nord-sud del mondo e il muro di Berlino, che fortunatamente non esiste più, oggi è stato sostituito da infiniti e visibilissimi muri che spaccano il pianeta fra la sua parte minoritaria e ricchissima e la sua parte maggioritaria e pochissima.
La povertà aumenta. Negli ultimi cento anni il rapporto tra paesi più ricchi e paesi più poveri del mondo è aumentato di 100 volte. Dentro questo divario si può leggere anche la crisi che vivono gli ecosistemi, le ipoteche sul futuro dell'umanità, i problemi nuovi della democrazia che è anche democrazia della difesa dei diritti delle future generazioni.
Ecco, signor Presidente, signor sottosegretario, l'auspicio è che, in questa sede, questa discussione possa essere meno distratta, meno frettolosa, meno retorica e che Johannesburg possa fare ciò che non ha fatto Rio, ossia aprire una pagina nuova di vera speranza per tanta parte dell'umanità.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ruzzante, che illustrerà anche la mozione Calzolaio ed altri n. 1-00097, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.
PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, sarò breve anche perché mi riconosco perfettamente nelle riflessioni svolte dai colleghi Cima, Fioroni e Vendola, intervenuti prima di me.
Considerata l'importanza di questo tema sia dal punto di vista nazionale sia internazionale - soprattutto in termini strategici, quali il summit mondiale sullo sviluppo sostenibile -, devo rilevare che questa discussione sulle mozioni (sottoscritte anche da rappresentati della maggioranza) si è svolta con la totale assenza in aula di deputati del centrodestra. Trovo assurdo che, su argomenti così rilevanti e strategici, come quello dello sviluppo sostenibile, nessun rappresentante - neanche i membri delle Commissioni Affari esteri ed Ambiente - abbia ritenuto opportuno garantire la propria presenza. Sono intervenuti in quest'aula solo i deputati dell'opposizione. Rilevo ciò, riferendomi anche al presidente della III Commissione (Affari esteri), l'onorevole Selva che, spesso, in quest'aula, pone l'accento sull'assenza o la disattenzione del Parlamento sulle tematiche degli affari esteri. Credo che si sia persa un'occasione.
Ringrazio, ovviamente, il sottosegretario per essere intervenuto. Ritengo che il dialogo sia importante anche e soprattutto con il Governo che dovrà assumersi questi impegni e rappresentarli al summit mondiale. Credo, tuttavia, utile non sottovalutare l'importanza dei temi posti dalle mozioni. Il tema centrale, quello dell'interdipendenza, è stato affrontato da tutti i deputati intervenuti prima di me: è chiaro quanta importanza abbia nel settore ambientale. Questo tema deve assumere una valenza ed un indirizzo fondamentale. Sappiamo che di fronte ai grandi disastri ambientali non c'è confine che tenga, non c'è elemento che possa garantirci e tutelarci. Gran parte dei problemi ambientali riguarda i paesi industrializzati e causano danni anche ai paesi dove magari vi è una maggiore attenzione e sensibilità verso le tematiche ambientali.
Molti parlamentari del gruppo dei Democratici di sinistra - il gruppo ha presentato una propria mozione - hanno aderito anche ai contenuti delle mozioni presentate dagli altri gruppi. Mi, riferisco, in particolare, al tema posto al centro dell'attenzione della conferenza internazionale sui problemi della diffusione del morbo dell'HIV, affrontato nelle mozioni degli onorevoli Cima e Fioroni. Credo sia un argomento sul quale occorre prestare attenzione.
Ieri, si sarebbe dovuta svolgere una seduta dedicata al sindacato ispettivo. Insieme ai colleghi Battaglia e Grillini, ho presentato un'interrogazione a risposta immediata rivolta al Governo, relativa ai dati allarmanti presentati alla Conferenza internazionale. Credo ci si debba interrogare su cosa il nostro Governo stia facendo al fine di impedire la diffusione del virus dell'Hiv nel nostro paese e soprattutto per aiutare, in particolar modo, i paesi dell'Africa colpiti dalla diffusione di questo virus.
Credo che la riflessione rispetto al summit di Johannesburg debba partire proprio da quanto è avvenuto nel 1992 a Rio, in Brasile. Questi importanti summit, infatti, non si debbono fermare solo all'approvazione di documenti di indirizzo, sia pure sicuramente condivisibili ed importanti.
Anch'io, al pari di altri colleghi, ritengo che dobbiamo aprire una riflessione su quanto si è avuto la capacità di realizzare rispetto agli impegni assunti a Rio nel 1992. Il Parlamento italiano ha più volte approvato, in questa legislatura, atti di
indirizzo su vari aspetti dello sviluppo sostenibile, sull'accesso alle risorse idriche (anche recentemente) e sulla lotta alla fame. Il 13 giugno 2002 è stata approvata una risoluzione in occasione del vertice della FAO sull'aiuto allo sviluppo dei paesi poveri che, tra l'altro, poneva l'obiettivo di destinare l'1 per cento del PIL ai paesi in via di sviluppo, sottolineando anche la centralità del nesso tra povertà ed ambiente. Ovviamente, questi impegni, che il Parlamento vota, molto spesso, anche all'unanimità (almeno relativamente ad alcune parti delle mozioni e delle risoluzione di indirizzo al Governo), vanno verificati e mantenuti: non possono e non debbono rimanere impegni scritti solo sulla carta!
È importante anche sottolineare, in questo dibattito, che il Parlamento europeo ha approvato un'importante risoluzione proprio sui contenuti del summit mondiale sullo sviluppo sostenibile.
Noi chiediamo che, in sede di World summit on sustainable development (WSSD), al quale il Presidente del Consiglio ha più volte annunciato la sua partecipazione, il Governo garantisca il recepimento, nei documenti conclusivi, dei frutti dell'elaborazione del Parlamento italiano, più volte ribaditi. In particolare, chiediamo: impegni precisi e quantificati con riferimento al programma per l'accesso alla tutela sanitaria entro il 2015, con particolare attenzione al tema dell'AIDS; percentuali di energie rinnovabili da diffondere entro il 2010; l'adozione del principio di precauzione per i prodotti chimici entro il 2020; il parziale obiettivo di riduzione dei gas serra concordato a Kyoto e l'inversione di tendenza nella perdita di diversità e di risorse entro il 2010.
Credo che questi debbano essere gli obiettivi fondamentali da indicare nei documenti conclusivi.
Al Governo chiediamo anche di accelerare l'attuazione della legge sul debito estero, promuovendo, anche a livello internazionale, una gestione del debito attraverso un arbitrato equo e trasparente che protegga, in modo particolare, i diritti umani e l'ambiente.
Infine, credo esista un tema centrale. Noi siamo costretti a tenere questi grandi vertici, ogni dieci anni, sulle questioni dello sviluppo ambientale e, ogni anno, quelli di organismi come la FAO su temi come quello della fame nel mondo. Al fondo di tali temi, però, ve n'è uno più grande - che noi vogliamo porre nella nostra mozione - che riguarda il ruolo e l'organizzazione stessa dell'ONU. Da questo punto di vista, più volte, come Italia, abbiamo posto, in sede internazionale, l'esigenza di una profonda riforma dell'ONU, che non si limiti, però, alla sola struttura istituzionale.
L'ONU rimane l'unico sistema di regolazione pubblica multilaterale, ma è necessario rafforzare in maniera innovativa i meccanismi decisionali a livello multilaterale, proprio quando molti paesi cominciano a perseguire un'agenda mirata allo smantellamento progressivo del sistema multilaterale, all'evidente fine di risolvere ogni questione o controversia a livello bilaterale.
Noi riteniamo, invece, che il meccanismo creato in Europa, che si fonda sulla cessione, da parte del nostro come degli altri paesi, di pezzi di sovranità in relazione ad alcune scelte riguardanti punti sicuramente strategici per ogni paese a livello europeo, debba essere esteso, su scala mondiale, nell'ambito dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Restiamo legati all'idea lanciata, trent'anni fa, da Enrico Berlinguer: quella del governo mondiale.
Governare significa anche avere la capacità di assumere delle decisioni, di impegnare i singoli paesi sulle scelte strategiche fondamentali, come possono essere quelle relative all'ambiente e allo sviluppo sostenibile; e devono essere decisioni che poi, in qualche modo, riescano a tradursi in fatti, in realizzazioni concrete. Noi crediamo che risolvere questo problema fondamentale, che riguarda le sorti del nostro pianeta, sia molto più importante che non continuare ad assumere impegni
sulla carta all'interno di questi vertici mondiali, che poi nessuno è in grado di far rispettare. Nessuno, infatti, è in grado di verificare se questi impegni poi si traducono in fatti concreti.
Quindi, poniamo questo al centro della nostra mozione, perché crediamo che solo una ONU in grado di diventare non più il luogo di confronto e di dibattito, ma il luogo decisionale, quindi in grado di diventare governo mondiale, possa risolvere definitivamente, alla radice, una parte dei problemi che sono stati posti dalle nostre mozioni.
Credo veramente che sia possibile realizzare un mondo diverso, come diceva lo slogan usato da tante associazioni non governative alle manifestazioni (da Genova in poi), solo però se iniziamo a costruirlo davvero e nel concreto, cioè se riusciamo a cedere una parte delle nostre decisioni, una parte dei nostri poteri decisionali anche nazionali ad un organismo sovranazionale in grado di fare gli interessi della collettività, al fine di difendere e tutelare il nostro ambiente e il pianeta nel quale viviamo.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.
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