Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 165 del 26/6/2002
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(Esame dell'articolo 1 - A.C. 1534-B)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 e dell'unica proposta emendativa ad esso presentata (vedi l'allegato A - A.C. 1534-B sezione 3)
Ha chiesto di parlare l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.


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PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, interverrò, seppur rapidamente, in fase di discussione sull'articolo, partendo dal comma 1 dell'articolo 1 che, come è noto e come è stato testé ricordato, conferisce al Governo una delega per l'emanazione, entro 18 mesi dall'entrata in vigore del provvedimento, di uno o più decreti legislativi correttivi o modificativi di provvedimenti già emanati in base alla legge n. 59 del 1997, cosiddetta legge Bassanini.
Questi provvedimenti riguardano la riorganizzazione e l'articolazione delle competenze dei ministeri e della Presidenza del Consiglio dei ministri ed il riordino di enti pubblici nazionali, operanti in settori diversi dall'assistenza e dalla previdenza, nonché di tutte le istituzioni di diritto privato e delle società per azioni controllate dallo Stato che operino nella promozione e nel sostegno pubblico al sistema produttivo nazionale.
Risparmio di riferire per esteso l'oggetto e i campi di attività di questi enti, perché sono moltissimi; comunque, stante l'ampiezza del settore, si pone un primo problema: questo articolo è privo di criteri determinati per l'esercizio della delega, alla luce del mutato titolo V della Costituzione. Se esaminiamo il testo del primo comma dell'articolo 1, non troviamo indicazioni che tengano conto delle nuove competenze regionali. C'è un generico richiamo al fatto che occorre, ovviamente, tener presente quali siano queste competenze alla luce del nuovo titolo V della Costituzione; tuttavia, mancano criteri direttivi per l'esercizio della delega, ai sensi dell'articolo 76 della Costituzione.
La seconda questione assai rilevante è che, nel comma 2 dell'articolo 1, viene fatto salvo l'articolo 28 della finanziaria che incide sulla stessa materia; in pratica, si dà un ulteriore potere al Governo per procedere al riordino attraverso i regolamenti di delegificazione. Dunque, per quel che concerne la delega in materia di modificazioni e di riordino degli enti pubblici, abbiamo un doppio meccanismo, che il collega poc'anzi riteneva del tutto congruo e che a noi congruo non sembra. Anzi, ci pare grave. Operare attraverso decreti legislativi in attuazione della legge delega vuol dire seguire un certo procedimento di formazione del provvedimento: significa, per esempio, acquisire i pareri della Commissione bicamerale, all'uopo costituita per la riforma amministrativa; significa anche - lo ricordo - consultare, ai sensi dell'articolo 19, le organizzazioni sindacali più rappresentative, laddove l'esercizio della delega incida sull'organizzazione dei rapporti di pubblico impiego. Viceversa, intervenire sulla stessa complessa materia attraverso regolamenti di delegificazione vuol dire lasciare nelle mani del Governo i medesimi poteri, con una procedura completamente diversa nell'iter di formazione della volontà. Devo dire che questo doppio binario è sospetto di incostituzionalità per irragionevolezza, ai sensi dell'articolo 3 della nostra Costituzione.
Questo parallelismo tra i due modi di procedere, su cui la legge delega nulla ci dice, lasciando, a questo punto, entrambe le possibilità nelle mani del Governo, è peraltro confermato dall'articolo 2, che aumenta da 6 a 18 mesi il termine per l'emanazione dei regolamenti di delegificazione, ponendo anche qui un parallelismo perfetto tra i decreti legislativi previsti dall'articolo 1 e i regolamenti di delegificazione di cui all'articolo 2.
Inoltre, vi sono molte altre incongruità e lo potremo evidenziare con pacatezza nel corso del dibattito. In ogni caso, voglio qui citare semplicemente la stranezza dell'articolo 4, che modifica la normativa in tema di ineleggibilità presso gli enti locali, rendendo eleggibile la sola categoria dei capi di gabinetto ministeriale: su ciò mi auguro che qualcuno vorrà darci lumi e spiegazioni convincenti. Ed ancora vorrei sottolineare l'articolo 10 recante delega sui beni culturali (al quale, per il vero, sono state apportate modifiche solo formali da parte del Senato), che però continua a prevedere un ruolo ed una presenza dei privati, non solo nella gestione dei beni culturali - il che non sarebbe certamente scandaloso e, anzi, per certi versi auspicabile -, ma anche nell'individuazione


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della nozione di beni culturali protetti, compito che pacificamente in dottrina, in giurisprudenza, ma anche sulla base del buon senso, non può che essere funzione pubblicistica non delegabile ai privati.
In conclusione, voglio dire che l'assoluta leggerezza, l'indeterminatezza e anche la gravità di alcuni passaggi con cui viene trattata la rilevante materia del riordino degli enti pubblici nazionali e dell'organizzazione del Governo meriterebbe un'attenzione che mi auguro l'Assemblea vorrà oggi dedicare a questi provvedimenti, anche alla luce di inquietanti affermazioni che nei giorni scorsi abbiamo dovuto ascoltare. Mi riferisco al ministro per le riforme istituzionali Bossi, che ha parlato in una sede politica - ma non per questo meno significativa direi - di una nuova organizzazione dei poteri e anche del potere legislativo (insomma di tre parlamenti), e di una riforma istituzionale che evidentemente non può che inquietare e preoccupare, o comunque suscitare qualche legittima curiosità.
La riforma e il riordino del Governo e degli enti pubblici nazionali si colloca, evidentemente, dentro un quadro di riforme istituzionali che il ministro Bossi forse dovrebbe venire a spiegare in aula. Questo lo dico non per emulare indegnamente il collega Micheli, ma per affermare che, insomma, le spiegazioni e i momenti di dialogo su temi seri per il paese sono necessari. Infatti, in questo caso io ritengo di poter richiedere non solo la presenza del ministro Frattini, che spero vorrà onorarci, prima o poi, del suo intervento, visto che la materia lo riguarda assai da vicino, ma anche quella del ministro per le riforme istituzionali Bossi, poiché - mi si consenta di dire - non è pensabile una delega quasi in bianco al Governo per il riordino delle istituzioni di governo nazionale, degli enti pubblici nazionali e di tutti gli enti, in qualche modo, soggetti alla vigilanza, in mancanza di un contesto istituzionale e costituzionale chiaro nonché discusso in questo Parlamento.

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, prima sono intervenuto per un richiamo al regolamento ponendo una questione di forma e di sostanza e ringrazio lei e soprattutto il relatore per i chiarimenti: mi auguro che questo esempio possa servire anche per il futuro. Tuttavia, signor Presidente, ho voluto intervenire su questo provvedimento perché, com'è già emerso in sede di discussione sulle linee generali, negli interventi di tanti colleghi, in particolare dell'onorevole Bressa, e per quello che sta emergendo in questa fase di dibattito sull'articolo 1, e sull'unica proposta emendativa presentata - lei ha appena ascoltato l'intervento del collega Mantini molto puntuale su due aspetti di fondo di questo modo di procedere -, vi è tutta una serie di questioni in questo provvedimento che dimostrano quanto sia essenziale che noi si stia un po' più attenti nell'approvare provvedimenti di legge.
Infatti, se facciamo alcune considerazioni, in relazione ad una serie di articoli e di commi di questo provvedimento, appare evidente come vi siano una serie di dubbi, di perplessità, di necessità interpretative che, sicuramente, non segnano un punto a favore di una legislazione efficace, efficiente e, soprattutto, coerente.
Il Presidente della Repubblica Ciampi ha indirizzato una lettera alle Camere a proposito dei decreti-legge. In quella lettera, in qualche modo, era contenuto un richiamo al Governo a difendere i propri provvedimenti ed a mantenere una certa coerenza sia per quanto riguardava la decretazione d'urgenza sia per quanto riguardava le leggi di delega approvate dal Parlamento.
Signor Presidente, è evidente che il disegno di legge delega deve avere una sua uniformità ed omogeneità. È stato osservato dal Comitato per la legislazione che, fin dal titolo di questo provvedimento, vi è una forte disomogeneità con i contenuti. L'articolo 4 e l'articolo 8 del provvedimento sono stati inseriti al Senato ed introducono materie che nulla hanno a che fare con il riordino dell'organizzazione del Governo e della Presidenza del Consiglio: cosa c'entrano con il titolo l'articolo


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11, l'articolo 12, l'articolo 13 e l'articolo 14? Insomma, anche le parti descrittive relative ad un provvedimento legislativo debbono avere una loro coerenza.
Signor Presidente, vorrei ricordare al relatore che ha ancora del tempo a disposizione per apportare alcune modifiche al provvedimento in esame: al riguardo, sono stati presentati alcuni emendamenti che vanno in questa direzione.
L'articolo 11, comma 5, fa riferimento al personale che verrebbe mantenuto nella stessa posizione giuridica; come dice la nota tecnica, si tratta prevalentemente di personale comandato. Al riguardo nasceranno una serie di questioni inoltre, anche leggendo la relazione presentata dal relatore, non si comprende bene se questi contingenti di personale si attagliano a quelli previsti dal precedente comma 4. Infatti, in buona sostanza, il comma 4 dell'articolo 11 fa riferimento al personale del quale si tratta. Quali sono contingenti ai quali dobbiamo fare riferimento? Essi, infatti, vengono decisi con decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Se vi sono dei contingenti, come si fa poi al comma 5 dell'articolo 11 ad attribuire un diritto? O sussiste un obbligo a prendere in considerazione tutti i dipendenti - come prevede il comma 5 dell'articolo 11 - oppure vi è, al contrario, una facoltà che viene attribuita al Presidente del Consiglio dei ministri.
Delle due l'una: o è il Presidente del Consiglio dei ministri che fissa i contingenti di personale o è la norma, al comma 5, che stabilisce che tutti abbiano questo diritto. Inoltre, in maniera innovativa e generica nel linguaggio normativo, si fa riferimento ad una posizione giuridica; di che posizione giuridica si tratta? Ho notato che il relatore sulla qualità del comando ha fatto una precisazione nella sua relazione. Tuttavia, è evidente che si tratta di comandi che hanno una qualità diversa e che, quindi, andrebbero ricondotti alle norme che disciplinano la materia del comando.
Vorrei, pertanto, porre, onorevole relatore, una questione; se si opera un rinvio alla norma generale sui comandi, occorrerebbe almeno il consenso degli interessati, i quali potrebbero non darlo, e degli enti che comandano. Senza, infatti, il consenso degli interessati e degli enti che effettuano il comando questa norma è, francamente, centralistica e poco rispettosa delle autonomie delle amministrazioni. Si prevede, inoltre, che il personale soggetto al comando si vada ad aggiungere a quello dei ministeri o della Presidenza del Consigli dei ministri e nulla è detto, nemmeno in un inciso, se ciò debba avvenire nel rispetto del comma 2 dell'articolo 28 della legge finanziaria, vale a dire entro i limiti della disponibilità dei posti. Potremmo anche trovarci nella circostanza che gli organici dei ministeri o della Presidenza siano già coperti (quindi, in buona sostanza, in una situazione di soprannumero). Mi pongo, allora, una domanda: chi paga? Gli oneri per questo personale da chi vengono sostenuti? L'articolo 11, comma 4 e 5, prevede una situazione che sicuramente dovrebbe essere precisata meglio e mi auguro che si possa fare anche nel corso dell'esame del provvedimento con la presentazione di qualche emendamento (come è già stato fatto), ma anche con alcune aggiunte che il Comitato dei nove può compiere, rimediando a questa serie di interrogativi.
Vi è poi un'altra questione relativa all'articolo 10, comma 3; il Senato vi ha aggiunto l'espressione «fatta salva l'applicazione dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile». Mi chiedo cosa significhi l'inserimento di questa aggiunta.
Nella prima parte del comma 3 vi è, infatti, un chiarissimo invito ad indicare esplicitamente le disposizioni sostituite o abrogate, ma subito dopo si prevede che se ciò non dovesse avvenire esplicitamente, vale il riferimento alla norma generale. È evidente che si tratta di cattiva legislazione poiché abbiamo sempre evidenziato la necessità che nelle norme di abrogazione fossero esplicitamente indicate le norme da abrogare. Pertanto, in questo provvedimento, non possiamo prevedere, per iniziativa dei senatori (sapendo che non rispetteremo


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il dettato normativo), una clausola di trasgressione rispetto al dettato della prima parte del comma 3, operando un rinvio alla norma generale. Mi pare un'incongruenza che ci dovrebbe spingere a sopprimere l'espressione «fatta salva l'applicazione dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile» aggiunta dal Senato, oggettivamente indicativa di una cattiva legislazione.
Vi è poi un'altra questione relativa all'articolo 11, comma 2. L'articolo 11, comma 2, prevede la costituzione di un ufficio presso il dipartimento della formazione professionale.
È evidente che si sta intervenendo con una norma di rango superiore su determinate materie che, con la legge n. 303 del 1999, avevamo stabilito rientrassero tassativamente - lo devo sottolineare - nell'ambito della decretazione del Presidenza del Consiglio dei ministri. Si è così introdotta un'altra perversione, contrariamente agli indirizzi stabiliti nell'ambito della delegificazione; con l'introduzione, infatti, nelle leggi dello Stato di questioni e materie che non rientrano nell'ambito della loro competenza si lancia un segnale fortemente contraddittorio e negativo.
Ho inteso fornire altri esempi, analogamente a quanto hanno fatto i colleghi Bressa, Mantini e tutti coloro che hanno presentato emendamenti, al fine di tentare di apportare dei miglioramenti a questo provvedimento, evidenziando anche attraverso questo mio intervento che, quando si procede senza tenere in considerazione adeguatamente i pareri resi dal Comitato per la legislazione e dalle altre Commissioni, senza cioè fare un lavoro minuto e adeguatamente svolto in Commissione e si continua a lavorare a ora di pranzo, la mattina alle 8 o la sera alle 22, si produce una legislazione piena di queste piccole o grandi sbavature che sicuramente non aiutano ad esprimere un giudizio positivo sull'attività legislativa

PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, chiedo al relatore di esprimere il parere della Commissione sull'unica proposta emendativa riferita all'articolo 1.

NUCCIO CARRARA, Relatore. Il parere della Commissione è contrario.

PRESIDENTE. Il Governo?

LEARCO SAPORITO, Sottosegretario di Stato per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Il parere del Governo è conforme a quello della Commissione.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento Bressa 1.1.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, intervengo sull'emendamento 1.1. L'onorevole Carrara, rispondendo alle argomentazioni svolte dall'onorevole Boccia, ha in modo esplicito e netto affermato che non vi sono problemi relativamente all'articolo 1, in quanto si tratta di norme che esistono e che non confliggono tra loro. Nel corso della discussione sulle linee generali relativa alla prima lettura di questo testo normativo, ho ricordato un'espressione icastica di uno dei grandi costituzionalisti italiani, il professor Paladin, il quale lasciava una grande lezione nel momento in cui - e condivido questa sua tesi - sosteneva che le norme di diritto si distinguono dalle altre perché formano un sistema. Sarà anche vero, onorevole Carrara, che le norme che sono state ricordate non confliggono tra di loro; però è altrettanto vero che il provvedimento oggi al nostro esame tutto è meno che un provvedimento sistematico.
Vi è una accozzaglia di norme che si sovrappongono l'una all'altra; non vi è alcun criterio, nè principio ispiratore di fondo. Vi sono singole esigenze di ministri, sottosegretari, lobby varie che hanno posto questioni e, una per una, esse sono state affrontate dal Governo, nel tentativo disperato di fornire risposte, ma con il risultato pratico di creare un guazzabuglio mortale anziché predisporre un provvedimento che presentasse una sua filosofia di fondo, appunto un sistema.


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Questo è l'esempio tipico: siamo di fronte ad una norma che prevede due possibilità di intervento relativamente al tema degli enti pubblici e della loro soppressione. Come è stato ripetutamente ricordato, tali enti possono essere ordinati mediante un nuovo decreto legislativo emanato ai sensi dell'articolo che è al nostro esame, oppure possono essere trasformati o soppressi mediante un regolamento di delegificazione autorizzato dall'articolo 28 della legge finanziaria.
Non viene precisato un criterio di distinzione o di preferenza: siamo nella confusione più totale! È giusto che l'Assemblea sappia che non stiamo parlando di enti inutili, ma di enti quali l'Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l'Ente tabacchi, l'Istituto per la vigilanza delle assicurazioni private (ISVAP), il CONI, l'UNIRE, l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell'istruzione, l'ANAS, la SIAE, il CNR, l'Agenzia spaziale italiana, l'ENEA, l'Istituto nazionale di astrofisica, l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, le stazioni sperimentali per l'industria, il Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura. Voi ponete tutti questi enti, che rappresentano una parte importante della vita economica e sociale del nostro paese, in un regime indeterminato!
Vi pare il modo di legiferare? Vi pare davvero che il nostro paese abbia bisogno di una confusione di questo genere? Chiediamo di sopprimere questo articolo e poi, in merito all'articolo 2, di eliminare quanto meno il riferimento alla norma della legge finanziaria, non perché vogliamo impedire al Governo di fare quello che ha intenzione di fare, ma perché vogliamo impedire che lo faccia nel peggiore dei modi possibili, utilizzando uno strumento normativo inadeguato, inappropriato, che sarà foriero di ulteriore confusione! Avete davvero preso alla lettera il professor Paladin, ma state creando un sistema che determina confusione. Questa è la vostra novità: non avete la forza di riformare poiché non avete un'idea guida, e continuate ad affastellare norme a caso, rincorrendo, volta dopo volta, le esigenze minime - molte volte banali, altre volte inconfessabili - che vengono portate all'attenzione del Governo.
Spiace dirlo, da parte mia sembra quasi un atteggiamento monotono, però è così: state producendo una pessima normazione. Nessuno può impedire al Governo di fare politicamente quello che vuole, ma almeno fatelo bene, fatelo correttamente, fatelo in modo tale che una legge sia applicabile in un modo definito e non lasciando sempre aperte possibilità di interpretazioni che lasciano il paese, l'amministrazione pubblica ed il governo di enti importanti, quali quelli che ho ricordato, nella più totale e assoluta incertezza.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. La ringrazio, signor Presidente. Ci troviamo in una situazione abbastanza grave e, per certi versi, paradossale. Ormai, provvedimento dopo provvedimento, le riunioni del Comitato dei nove - il comitato che esamina gli emendamenti presentati in Assemblea - si trasformano in mera ritualità. Lo dico anche al presidente della Commissione, che in genere ha una grande sensibilità istituzionale, ma lo dico in primo luogo al Governo e al relatore.
Noi facciamo delle riunioni in cui il relatore, che esprime la maggioranza di centrodestra, inizia dicendo: contrario a tutto. Il Governo dice: contrario a tutto (anzi, mi pare che ogni tanto si dimentichi persino di dirlo, perché dà tanto per scontato ciò che sta avvenendo che neanche si ricorda di doverlo dire), così che in quest'aula affrontiamo provvedimenti rispetto ai quali non si può cambiare una virgola. Non mi riferisco alle questioni di linea politica, di programma, perché su queste si può capire che vi sia un confronto, anche duro, tra maggioranza opposizione e che chi è maggioranza pro tempore porti avanti la sua linea; questo lo possiamo criticare, ma non possiamo contestare tale diritto. Tuttavia, neppure quando noi poniamo con i nostri emendamenti


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questioni di coerenza tecnico-giuridica, in relazione alle stesse scelte che il Governo ha inteso fare con i suoi provvedimenti, riceviamo ascolto!
Io l'ho già affermato altre volte e lo vorrei ripetere: non è accettabile che, fuori di quest'aula, si continui a chiedere all'opposizione di avere un confronto costruttivo, di non fare ostruzionismo (stiamo facendo ostruzionismo pressoché su nulla), di fornire un contributo ad una leale dialettica maggioranza-opposizione, di porsi una linea di responsabilità - sia pure da parte dell'opposizione - e, in Parlamento, alla Camera e al Senato, in cui l'opposizione cerca di fornire spesso un contributo in termini di miglioramento dei testi, spesso di testi che non condivide (ma rispetto ai quali chiede un minimo di coerenza istituzionale), si continui a ricevere la medesima risposta, ossia il muro totale!
Vorrei suggerire alla maggioranza di centrodestra (lo affermo con toni non astiosi) di riflettere sulla necessità di modificare questo atteggiamento, perché richiedere, attraverso i mass media, un rapporto responsabile e praticare in Parlamento la linea del «muro contro muro», dell'opposizione, del rigetto di qualunque proposta emendativa - anche delle più ragionevoli e razionali - non porterà lontano la maggioranza. Certo la maggioranza è maggioranza (non sto facendo minacce, non posso cambiarla io), tuttavia, la praticabilità del confronto parlamentare dovrebbe essere interesse di tutti, non soltanto dell'opposizione.
A questo riguardo - condivido ciò che ha dichiarato, poco fa, il collega Bressa - mi limito a leggere, sul piano tecnico giuridico, ciò che è riportato nei nostri dossier (uno strumento al servizio di tutti in questo ramo del Parlamento e che ha quella che si chiama una doverosa terzietà, poiché non si esprimono giudizi politici - non si devono esprimere - ma si forniscono supporti informativi ed analitici a tutti i parlamentari), in relazione al secondo periodo del comma 1 dell'articolo 1 introdotto al Senato che, con l'emendamento al nostro esame, chiediamo di sopprimere.
Leggo ciò che è scritto nel dossier: l'ultimo periodo del comma 1, introdotto nel corso dell'esame al Senato, contiene una disposizione di coordinamento con quanto previsto dall'articolo 28 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 - ossia la legge finanziaria per il 2002 - nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'articolo 2 del disegno di legge in esame. L'articolo 28 della legge finanziaria reca anch'esso una disposizione relativa al riordino di enti pubblici, agenzie e amministrazioni, e, in particolare, contiene una autorizzazione al Governo alla delegificazione della materia, suscettibile di sovrapporsi con quanto disposto nell'articolo 1 in esame, in particolare, ma non esclusivamente, per ciò che riguarda gli interventi correttivi o modificativi del decreti legislativi emanati in attuazione delle lettere a), b) e d) del comma 1 dell'articolo 11 della legge n. 59 del 1997 (la legge Bassanini).
Con la nuova disposizione introdotta dal Senato viene fatto salvo quanto disposto dal menzionato articolo 28. Ne consegue che alcuni degli enti (sono gli enti che ha citato, poco fa, l'onorevole Bressa, riordinati con decreto legislativo emanato in base a delega della legge n. 59 del 1997, e precisamente quelli che hanno mantenuto carattere pubblicistico), verrebbero a trovarsi sottoposti a due possibilità di intervento: o riordino mediante nuovo decreto legislativo - emanato ai sensi dell'articolo oggi in esame - o trasformazione o soppressione mediante regolamento di delegificazione, autorizzato dall'articolo 28 della legge finanziaria per il 2002. E tutto ciò senza che venga precisato un criterio di distinzione o di preferenza per il ricorso all'una o all'altra possibilità di intervento.
Questa è la confusione istituzionale e legislativa di cui il collega Bressa ha parlato poco fa, in base ad una mera ricognizione tecnico-giuridica che il dossier - strumento che utilizziamo tutti i giorni per esaminare un provvedimento - ha ricostruito.


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Il nostro emendamento tende semplicemente a sopprimere questa sovrapposizione e questa confusione. Il fatto che voi diciate «no» anche a questa elementare proposta emendativa e migliorativa dell'opposizione mi pare che la dica lunga su quello che è il vostro modo di concepire il confronto parlamentare che - lo ripeto - non porterà lontano.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.

SESA AMICI. Signor Presidente, poc'anzi il collega Boccia si è lungamente soffermato su alcuni aspetti di richiamo ad alcune note di tipo normativo che ci giungono dal Comitato per la legislazione. Tale Comitato, non solo su questo, ma anche su altri provvedimenti, continua a segnalare un vizio sia di procedura sia di sostanza.
Spesso ci troviamo di fronte a provvedimenti che vorrebbero delegificare materie già delegificate. Quindi, il Comitato per la legislazione pone la questione di una maggiore attenzione ai provvedimenti portati all'esame del Parlamento: non si tratta, infatti, semplicemente di compiere un atto di attestazione, ma di entrare nel merito delle questioni.
È del tutto evidente che questo provvedimento, come gran parte di quelli già esaminati riguardanti la pubblica amministrazione e la riorganizzazione del Governo (ma il discorso vale anche per altre deleghe) appaiono manifestazioni di una volontà quasi pervicace che poco ha a che vedere con il famoso buon senso di cui parla l'onorevole Carrara. Non si tratta tanto di norme tese alla razionalizzazione ed al miglioramento di leggi che, in sede applicativa, hanno presentato difficoltà, quanto, piuttosto, di introdurre nell'ordinamento elementi che vanno a cozzare ora con altri elementi del sistema di rango legislativo ora con altri di rango regolamentare.
L'emendamento da noi proposto, le cui motivazioni sono state illustrate dai colleghi Bressa e Boato, propone la soppressione del secondo periodo del comma 1 dell'articolo 1, relativo ad un punto che sarebbe anche di chiarimento da parte del Governo. In virtù del predetto secondo periodo, introdotto dal Senato, del quale noi chiediamo la soppressione, gli enti pubblicistici - a cominciare dall'ANAS e dalla SIAE - o possono essere privati della loro funzione pubblicistica con un semplice decreto legislativo (che fa riferimento all'articolo 28 della legge finanziaria per il 2002) o, in attuazione della legge n. 59 del 1997, possono avere un'altra funzione: quasi una sorta di doppio binario!
Sebbene il provvedimento riguardi l'organizzazione - la quale presuppone, per il suo stesso valore semantico, una grande capacità e la certezza dei fini per i quali si vuole organizzare -, è del tutto evidente che, in questo caso, regna l'indeterminatezza. Forse (non è un sospetto dietrologico il mio), dietro l'indeterminatezza, vi è la precisa volontà politica di decidere, di volta in volta, le sorti di alcune funzioni, o statali o della pubblica amministrazione, nel segno di un determinato progetto politico. È un atteggiamento legittimo, ma allora si abbia il coraggio di dire che di questo si tratta (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento Bressa 1.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.
(Segue la votazione).

PIERO RUZZANTE. Signor Presidente, che ognuno voti per sé!

PRESIDENTE. Certo!

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).
(Presenti 417
Votanti 416
Astenuti 1
Maggioranza 209
Hanno votato
sì 196
Hanno votato
no 220).


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Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
(Segue la votazione).

PIERO RUZZANTE. Presidente!

PIETRO FOLENA. Presidente, guardi là!

PIERO RUZZANTE. Presidente, ma lì stanno votando in diecimila!

PRESIDENTE. Per cortesia, colleghi! O vi date un po' di autodisciplina o sarò costretto a disporre che i deputati segretari facciano i controlli del caso!
Se continueranno le segnalazioni, da una parte e dall'altra, sarò costretto a far scendere in campo i segretari (prima della partita, scenderanno in campo i segretari)! Allora, autodisciplinatevi!

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
(Presenti e Votanti 422
Maggioranza 212
Hanno votato
sì 225
Hanno votato
no 197).

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