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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bricolo. Ne ha facoltà.
FEDERICO BRICOLO. Signor Presidente, intervengo per annunciare il voto favorevole del mio gruppo e chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maura Cossutta. Ne ha facoltà.
MAURA COSSUTTA. Intervengo brevemente, signor Presidente, per annunciare il voto contrario del nostro gruppo - un
voto convintamente contrario - su questo provvedimento. La nostra posizione abbiamo avuto modo di esprimerla ieri, in sede di esame dei vari articoli. La ratifica dell'accordo, a nostro avviso, non comportava necessariamente le modifiche della legge n. 185 del 1990 e soprattutto queste modifiche. Abbiamo votato a favore degli articoli 1 e 2 ed abbiamo sostenuto soprattutto la proposta di stralcio, perché secondo noi era indispensabile distinguere i due momenti: quello della ratifica - che era necessaria - e quello della modifica della legge n. 185. Quest'ultima infatti è una legge seria e rigorosa, che pone il nostro paese all'avanguardia in campo internazionale in materia di controllo del commercio delle armi. Era quindi semmai necessario che l'impianto della legge n. 185 potesse segnare le modifiche del trattato, perché come è noto i paesi sottoscrittori - ciò è previsto dal trattato - possono approvare degli emendamenti allo stesso. Quindi: d'accordo sulla ratifica, ma non al ribasso; semmai tutto il contrario.
Come dicevo, abbiamo votato favorevolmente sugli articoli 1 e 2, ma voteremo convintamente contro questo provvedimento, perché per noi, Comunisti italiani, scegliere la strada strategica della costruzione di un'Europa economica, sociale, politica ed anche di un sistema di difesa europeo, significa scegliere di opporsi soprattutto al mondo unipolare, a comando statunitense, e alle conseguenze devastanti del bellicismo e della guerra intesa come strumento di risoluzione dei conflitti, cioè contro i principi cardine del nostro dettato costituzionale.
Non saremo quindi mai favorevoli ad un modello e ad un'idea dell'Europa che si accoda a queste pericolose tendenze in atto né all'idea di un sistema di difesa che non sia al servizio di politiche internazionali di sicurezza, di pace e di prevenzione dei conflitti.
Il voto contrario al provvedimento è anche il voto che ci chiede il mondo delle associazioni, laiche e cattoliche, che voi oggi non avete ascoltato (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel merito del provvedimento sono già intervenuto nella seduta di ieri. Nel voto finale, noi Socialisti, avremmo potuto astenerci per mantenere l'unità dell'opposizione, se tutta l'opposizione si fosse astenuta. Purtroppo l'opposizione si presenta oggi divisa; esprimeremo perciò un voto di coerenza e di continuità, seguendo l'ex ministro della difesa del centrosinistra, l'onorevole Mattarella, il quale ha svolto argomenti efficaci nei suoi interventi nella seduta di ieri.
Non ci nascondiamo dietro un dito; vi è un problema politico enorme, che è sempre lo stesso, di qualunque tema si tratti. In Italia, ma anche in tutti gli altri paesi, esistono dovunque due sinistre: una sinistra pragmatica e moderata, che segue un vincolo internazionale e che segue la politica come l'arte del possibile; vi è poi una sinistra idealista (o ideologica), che segue una politica che affermi innanzitutto i propri principi. La sinistra pragmatica, senza la spinta alla passione e alla freschezza degli idealisti, è una sinistra senz'anima e senza giovani, ma se la sinistra pragmatica non guida le coalizioni, se è troppo condizionata dagli estremismi (o addirittura se ne è guidata), la sinistra perde per vent'anni. Questo è il problema che abbiamo di fronte come opposizione e che sta soprattutto all'interno dei Democratici di sinistra. Credo che lo risolveremo e che dimostreremo che una sinistra realistica può riprendere la maggioranza in Italia (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Grazie, Presidente. L'intervento che ha appena svolto, con l'abituale lucidità, il collega Intini mi dà la possibilità di chiarire un aspetto al collega Intini. Le sedute parlamentari sono
in genere destinate all'espressione degli indirizzi generali di ciascun gruppo o partito, però vede, onorevole Intini, è la sinistra pragmatica che vota «no», mentre è quella ideologica che ho l'impressione che voti «sì» e cerco di spiegarle perché. Noi siamo del tutto d'accordo - lo dico anche ai colleghi - sul trattato; abbiamo infatti votato favorevolmente e siamo d'accordo - credo peraltro che la Camera quasi all'unanimità si sia espressa favorevolmente - sugli articoli 1 e 2. La possibilità che l'Unione europea costruisca una propria politica estera e di difesa come base per una politica di pace è da noi tutti pienamente condivisa.
Le questioni relative alla politica estera e alla politica di difesa sono strettamente collegate. Tuttavia, in questo provvedimento, vi sono articoli e proposizioni che svuotano e che pongono a rischio tale situazione. In primo luogo, avete unito il trattato con le modifiche alla legge n. 185 del 1990. L'Ulivo aveva presentato una proposta di legge di modifica della legge n. 185, indipendente dal trattato e precedente rispetto a questo; quindi, non vi era connessione tra le due questioni. In secondo luogo noi, sulla base di questo provvedimento che la maggioranza sta per votare insieme ad altri colleghi, ratifichiamo la mancata conoscenza del valore del progetto, la mancanza del certificato di uso finale e la mancanza di informazioni sulle transazioni bancarie. Infatti, tutti sappiamo che la questione delle transazioni bancarie, in materia di commercio di armi e di traffico di armamenti, è una delle questioni di fondo della corruzione internazionale e costituisce la ragione per la quale, molto spesso, paesi non democratici, attraverso la corruzione, acquisiscono queste armi per questioni interne e non sempre per motivi internazionali. Inoltre, restano riservate tutte le intermediazioni creditizie e finanziarie.
Signor Presidente, colleghi, come si vede non è in gioco il coordinamento europeo nel campo della difesa, ma la strumentale utilizzazione di questa esigenza al fine di derogare alle regole fisse esistenti sul commercio degli armamenti. Credo che su ciò ci si debba misurare.
Più armi in circolazione senza controllo non vuol dire più sicurezza, ma meno sicurezza tanto sul versante internazionale quanto su quello interno.
Qualcuno parla di benefici economici. Credo si debba valutare la questione con una certa serietà, in particolare osservando l'aspetto relativo alle mine antiuomo, che molti colleghi conoscono. Durante il Governo di centrosinistra, abbiamo approvato una legge che mette al bando le mine antiuomo e non credo che fosse una legge ideologica.
Sappiamo che le fabbriche che producevano mine antiuomo ricavavano molti utili; infatti, abbiamo trovato le nostre mine antiuomo in tutte le parti del mondo dove vi erano delle guerre. I disastri umani provocati da queste mine antiuomo, che hanno riguardato soprattutto popolazioni civili e bambini, nonché i danni economici, derivanti dal fatto che vaste aree di questi territori non sono coltivabili per la presenza di tali mine, sono enormemente superiori ai benefici economici tratti da quelle imprese.
Allora, quando si parla di tali questioni, occorre sempre prendere in considerazione - lo dico all'onorevole Intini e a tutti gli altri colleghi - il progresso economico e i valori civili. A mio avviso, ciò che distingue il centrosinistra dal centrodestra è proprio la capacità di tenere insieme queste due questioni. Il progresso economico non può essere scisso dai valori civili; infatti, non esiste progresso economico serio e vero che non sia legato alla crescita civile di un paese.
Ciò premesso, ritengo sia veramente ideologico il tipo di atteggiamento che non considera le questioni pratiche e che si muove soltanto su un piano astratto. Ripeto, siamo d'accordo sulla ratifica del trattato, tuttavia, non condividiamo lo svuotamento di tale trattato attraverso le regole di cui ho parlato in precedenza.
Per quanto concerne il rapporto con il movimento pacifista, ieri ho ascoltato, in alcune dichiarazioni, espressioni quasi di disprezzo nei confronti di chi è pacifista. Come è noto, il nostro partito non ha
tradizioni pacifiste, ma antimilitariste, tuttavia, in questo tipo di atteggiamento, ho visto la vecchia autosufficienza della politica, che ha portato al disastro di molti partiti della prima Repubblica.
Noi siamo grati a quanti ci hanno segnalato pericoli ed errori del primo testo del disegno di legge e tengo a sottolineare che i colleghi della Commissione difesa - ringrazio in particolare gli onorevoli Minniti, Pinotti, Pisa, ma anche i colleghi della maggioranza - hanno lavorato con umiltà per evitare i pericoli e correggere gli errori; infatti, il testo oggi al nostro esame è profondamente modificato rispetto a quello originario. Ciò vuol dire che le obiezioni proposte erano fondate e che sono state raccolte da una grande parte della Camera.
Dunque, a nostro avviso, si poteva andare ancora avanti e, proprio per tale ragione, abbiamo chiesto lo stralcio e di votare subito a favore del trattato, per poi avere più tempo per ulteriori correzioni. Purtroppo, questo tempo ci è stato negato.
Ma si pone una questione politica di fondo: il problema della rappresentanza - e lo dico a tutti quanti noi - non è legato soltanto al momento del voto. La rappresentanza politica è legata alla capacità di avere un rapporto permanente e continuo con la società civile; altrimenti, nascono fratture sociali e politiche incolmabili tra società e politica. La politica non può arrogarsi la funzione di decidere in modo del tutto autonomo e separato rispetto a quanto pensano settori vasti della società, per poi presentarsi periodicamente a chiedere il voto, preoccupandosi se quella società non si interessa della politica. Ma la politica pensa alla società? Questa è la questione.
Mi rivolgo a tutti quanti noi: credo che occorra superare il principio oligarchico, in base al quale alcune élite dei partiti politici o dei gruppi parlamentari possono decidere bene e, comunque, separatamente da quanto pensa la società. Non è così. Lo ripeto: noi crediamo che i movimenti pacifisti o i movimenti contrari a questo provvedimento ci abbiano fornito una serie di giusti ed utili suggerimenti. In questi movimenti ci sono posizioni che condividiamo e posizioni che non condividiamo; tuttavia, certamente, dal loro interno è venuta una spinta di verità che ci ha indotto a correggere a fondo questo provvedimento, benché non come avremmo voluto. Ma è stato corretto.
Vorrei dire che, se non gestito rigorosamente, il commercio delle armi e dei sistemi d'arma genera i conflitti e non li risolve. Noi chiediamo una gestione più rigorosa e vogliamo sia chiaro che non c'è alcun rapporto tra la deregolamentazione del traffico di armi e dei sistemi d'arma ed il trattato di cui stiamo parlando. E usare il trattato di cui stiamo parlando al fine di andare ad una regolamentazione del traffico di armi e di sistemi d'arma credo sia un errore grave di cui potremmo pagare le conseguenze. Non c'è alcun rapporto tra la politica di pace che deve svolgere e che sta svolgendo l'Unione europea ed il segreto sulle transazioni finanziarie o sull'uso finale delle armi. Questi segreti rischiano di ledere la stessa credibilità del trattato.
È per questi motivi che noi esprimiamo un voto contrario al provvedimento, comprendendo le posizioni di altri colleghi dell'opposizione che assumeranno un atteggiamento diverso. Però, mi pare si debba tenere la barra molto fissa su alcune questioni di fondo. Sarebbe un grave errore cedere al ricatto: poiché c'è un trattato che riguarda molti paesi dell'Unione europea, chiudiamo gli occhi su altre questioni che possono minarne la stessa ratio. Noi non intendiamo commettere questo errore. Noi intendiamo continuare a batterci perché l'Unione europea abbia una sua politica estera di difesa che, però, non pregiudichi i valori fondamentali del nostro ordinamento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Castagnetti. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Signor Presidente, cari colleghi, mi perdonerete un riferimento autobiografico. Appena entrato in questo Parlamento, nel 1987, mi
misi al lavoro assieme al collega Matulli e ad altri per scrivere quella che fu la mia prima proposta di legge; grazie anche a pressanti sollecitazioni, il testo suggerì poi al Governo di allora un disegno di legge da cui trasse origine la legge n. 185 del 1990. Anche per questa ragione, sono affezionato alla legge n. 185. L'iniziativa legislativa mi venne suggerita da associazioni e da movimenti che sensibilizzarono, in quella campagna elettorale, tutti i candidati alle elezioni su un tema che aveva registrato il colpevole disinteresse del mondo politico: un commercio delle armi privi di ogni regola e di ogni limitazione, come se vendere armi fosse un'attività economica normale.
Senza il lavoro di quei giovani, di quegli ingenui - se volete - fondamentalisti della pace, di quei movimenti, che qui qualcuno ha definito incompetenti ma che tali non sono - vorrei sottolinearlo -, forse non avremmo avuto o avremmo avuto molti anni dopo la legge n. 185, una delle più serie, forse la più seria disciplina del settore che esista al mondo. Può darsi che anche i giovani pacifisti che ci hanno inondato di e-mail in questi mesi siano un po' ingenui e un po' faziosi; eppure, io credo che dovremmo essere lieti tutti di sapere che siamo seguiti, aiutati, incalzati, vigilati da una lobby di giovani che non difendono un interesse ma un ideale.
Proprio oggi si apre in Canada una difficile riunione del G8 che dovrà occuparsi soprattutto dell'Africa, di come aiutare l'Africa a non morire. Ebbene, quanti dei 45 conflitti oggi in atto nel mondo sono proprio in Africa? In che misura, nei decenni alle nostre spalle, l'Africa è stata un importante mercato per i commercianti di armi di tutto il mondo?
Che vi sia qualcuno che ci infastidisce tutti i giorni costringendoci a misurarci con le contraddizioni - le nostre contraddizioni -, dopo tutto non mi sembra un male: bene dunque il rigore morale di chi ci giudica, bene anche un po' di utopia in chi ci guarda. Noi sappiamo che tra la profezia e la politica ciò che fa la differenza è il piano della responsabilità: fra chi testimonia una posizione e chi deve assumere decisioni che riguardano tutta la comunità c'è una diversa responsabilità. Noi sappiamo che la storia ha un passo lento e che per raggiungere certi obiettivi - come quello di un mondo in pace - vi è bisogno di adeguarsi a questa andatura e camminare passo dopo passo. Sappiamo anche che in questo mondo così complicato - e a volte ci verrebbe da dire così fuori controllo - per raggiungere nuovi equilibri di pace è necessario rendere forte l'Europa. È necessario passare attraverso un protagonismo dell'Europa nel teatro mondiale oggi ancora insufficiente.
Quando l'allora Presidente del Consiglio Prodi assieme ad Andreatta iniziò con la lettera di intenti quel cammino che ha portato all'accordo fra i sei maggiori paesi dell'Europa, sottoscritto dal Governo Amato e dal ministro Mattarella - che anche per questo motivo sento il bisogno di ringraziare -, la politica italiana ha scritto una delle sue pagine più importanti e ciò non solo perché con il nuovo accordo si completava la legge 9 luglio 1990, n. 185, rispetto ad uno dei suoi limiti oggettivi e cioè la sua dimensione nazionale e la non previsione delle licenze globali di progetto, ma soprattutto perché con quell'accordo si individuava nell'Europa, non solo la scala giusta, ma la sede ineludibile per promuovere un sistema di sicurezza e di difesa moderno, integrato, finalizzato a preservare e ad estendere la pace.
Solo un'Europa forte nel mondo può aiutare la pace e l'Europa sarà forte se avrà una sua politica estera e una sua politica di difesa comune.
Inoltre, una politica di sicurezza e di difesa comune deve poggiarsi su una propria industria militare, capace di ricerca, di innovazione e, dunque, di autonomia. L'aver puntato a questo obiettivo è stato merito, soprattutto, dei governi di centrosinistra: la legge di autorizzazione alla ratifica che stiamo approvando va oltre quell'accordo. Il sottosegretario Berselli ieri ci ha detto che questo provvedimento intende anche modificare la legge 9 luglio 1990, n. 185; questa legge, pur essendo buona, non rappresenta un tabù e in alcune parti risulta datata.
È stato già detto riguardo il silenzio sulle licenza globali di progetto. Alcune modifiche sono oggettivamente indotte dall'accordo che si vuole ratificare, altre modifiche - che voi avete introdotto - invece no. Se proprio si voleva modificare la legge 9 luglio 1990, n. 185, avrebbe avuto senso apprezzare la proposta di stralcio per avere il tempo di apportare modifiche più organiche, più complete: penso, ad esempio, a tutto il settore delle armi leggere che si sta rapidamente espandendo, ponendo a noi tutti non pochi interrogativi.
L'opposizione, in ogni caso, ha avuto durante tutto l'iter parlamentare di questa legge un atteggiamento cooperativo. Abbiamo presentato diversi emendamenti, alcuni dei quali sono stati accolti ed hanno concorso a migliorare il testo. Altri emendamenti invece non sono stati accolti e ciò non è da considerarsi positivamente perché il provvedimento in esame ne avrebbe guadagnato sotto il profilo dell'efficacia, della trasparenza, sul piano delle transazioni finanziarie e non solo.
Non si deve mai dimenticare, cari colleghi, che il settore del commercio delle armi è oggettivamente esposto a rischi di abusi, al prevalere di logiche mercantilistiche, ad intenzionali e colpevoli ignoranze riguardo l'uso finale. Per questa vostra chiusura il mio gruppo si asterrà dal votare questo provvedimento.
Voi non avete voluto discutere con noi di un possibile intervento migliorativo - anche nei confronti della legge 9 luglio 1990, n. 185 - che affrontasse questi nodi. Con la nostra astensione intendiamo confermare il nostro consenso all'accordo, il valore dell'unità del paese di fronte ad alcune scelte che hanno rilevanza sotto il profilo internazionale, il nucleo del nostro riformismo che fa perno sull'Europa e, allo stesso tempo, registrare una diversa qualità delle responsabilità di governo e di opposizione che, peraltro, l'esecutivo stesso ho voluto sottolineare non accogliendo tutti gli emendamenti da noi proposti (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grandi. Ne ha facoltà.
ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, l'accordo di Farnborough è una scelta politica importante. Si è aperta, tuttavia, una discussione non solo sul rapporto tra il medesimo e la sua traduzione in legge dello Stato nel nostro paese, ma anche su alcuni dubbi che derivano da un'attenta lettura dell'accordo in esame e dei problemi che pone. Ciò non mette in discussione la validità dell'accordo, ma impone a tutti noi l'obbligo di tenere conto delle osservazioni, di ragionare sui problemi e, soprattutto, sulla delicatezza dell'uso della cooperazione rafforzata in un settore, come quello della costruzione delle armi da difesa, che meriterebbe un accordo ed una visione probabilmente più ampia. In ogni caso, sulla ratifica e sulla piena ed intera esecuzione dell'accordo tanti deputati di questa Assemblea ed, in particolare, quelli del mio gruppo (anch'io) hanno espresso un voto favorevole (mi riferisco ai articoli 1 e 2), nonostante i dubbi nutriti su alcuni aspetti del trattato.
Il vero problema è la traduzione nel nostro paese di tale accordo, nonché, come hanno ricordato anche altri oratori intervenuti prima di me, l'impatto sulla legge n. 185 del 1990 la quale, nonostante sia vecchia (risale, ormai, da più di un decennio), è pur sempre la legge più avanzata in Europa sulla produzione e sul commercio delle armi. Pertanto, gli articoli dal 3 in poi rappresentano un problema e rendono, per quanto mi riguarda, impossibile l'espressione di un voto favorevole sul disegno di legge di ratifica in esame.
È stato, del resto, rifiutato lo stralcio degli articoli dal 3 in avanti, con la richiesta di svolgere un ulteriore approfondimento e di ragionare con più calma. È questa la ragione per cui il testo del disegno di legge presenta il rischio di manomettere, di mettere in discussione e di eludere quanto meno parti importanti del controllo e della trasparenza in materia
di produzione e di commercializzazione dei sistemi di armi per la parte che interessa il nostro paese.
Vorrei sottolineare, tra l'altro, che questo dubbio rischia di compromettere la parte positiva ed accettabile dell'accordo, quella che, in sostanza, cerca di proporre alcune razionalizzazioni in un sistema con riferimento al quale il Governo e la maggioranza, anche recentemente, hanno fornito alcune controindicazioni piuttosto consistenti. Penso, ad esempio alle vicende che riguardano gli aerei militari.
Il Governo e la maggioranza avrebbero fatto bene ad essere più attenti non solo alle nostre osservazioni, a quelle di gran parte della minoranza, ma anche alle opinioni espresse dalle associazioni pacifiste, laiche e cattoliche, che hanno legittimamente sollevato alcuni problemi, cercando di fare in modo che la traduzione in Italia dell'accordo non mettesse in discussione i dettami della legge n. 185 del 1990. Il provvedimento al nostro esame è stato certamente migliorato grazie alla presentazione di emendamenti che, in parte, sono stati accolti; i miglioramenti, tuttavia, non sono sufficienti.
La licenza globale di progetto non è, come proposto da alcuni emendamenti, sotto l'influenza di un emendamento a carattere generale che dichiarava la priorità della legge n. 185 del 1990 e, comunque, ne limita le modifiche allo stretto necessario. È, pertanto, una legge che può diventare un grimaldello per sterilizzare le parti importanti della legge n. 185.
Non è da oggi che, in particolare, dai settori di produzione di armi e non solo, è stata proclamata un'iniziativa per mettere in discussione la legge n. 185 del 1990 e la sua presenza cogente nel nostro paese (è stata un'iniziativa fino a questo momento respinta) e oggi, purtroppo, si aprono varchi preoccupanti. Questa, pertanto, è la ragione per cui dichiaro il voto contrario insieme al gruppo dei Democratici di sinistra sull'insieme del provvedimento, nell'ambito di una preoccupazione, quella di fare appello all'opinione pubblica perché l'attenzione ed il controllo rendano impossibili stravolgimenti negativi alla legge n. 185 del 1990.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Detomas. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE DETOMAS. Signor Presidente, non nascondo che quando ho presentato 180 emendamenti al disegno di legge di ratifica che stiamo per votare mi proponevo di fare qualcosa per bloccare questo provvedimento e per sollecitare una riflessione ulteriore.
Devo dire che dallo svolgimento dei lavori parlamentari è scaturito un testo che viene incontro alle esigenze dell'integrazione europea e di una politica estera e di una difesa comuni. Si tratta di obiettivi assolutamente condivisibili; d'altra parte, la modifica apportata alla legge n. 185 ha preoccupato non soltanto il sottoscritto, ma anche larghi strati della popolazione di questo paese. Credo che su tale aspetto si sarebbe potuto fare qualcosa di più e di positivo, non toccando quei principi che pongono l'Italia, con la legge n. 185, all'avanguardia in campo internazionale.
Credo sarebbe stata opportuna una riflessione ulteriore e che i principi della legge n. 185 avrebbero dovuto permeare la legge di ratifica dell'accordo che stiamo approvando oggi.
I lavori che hanno impegnato questa Assemblea ed anche la Commissione hanno recepito soltanto qualcuna di quelle indicazioni che emergevano dai 180 emendamenti da me presentati. Credo tuttavia che il lavoro sia stato abbastanza positivo e per questo preannuncio l'astensione, non intendendo esprimere un voto favorevole sulle modifiche apportate alla legge n. 185. Mi rendo tuttavia conto della necessità di avere una politica estera comune nell'ambito del processo di integrazione europea; ciò rappresenta un passo importante e assolutamente indispensabile per questo paese.
Credo che vi sarà ancora tempo per ritornare su tale argomento e che una proposta di legge di iniziativa parlamentare
potrebbe in qualche modo venire incontro non soltanto alle nostre esigenze, ma anche a quelle emerse in gran parte della popolazione italiana.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisa. Ne ha facoltà.
SILVANA PISA. Chiedo alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lavagnini. Ne ha facoltà.
ROBERTO LAVAGNINI. Signor Presidente, il trattato al nostro esame non è altro che l'autorizzazione alla ratifica di un accordo fra sei paesi europei riguardante la cooperazione nell'industria per gli armamenti. Le finalità di tale accordo - è già stato ricordato da altri colleghi - sono quelle di abbassare i costi di progettazione e produzione degli armamenti, per essere più competitivi rispetto agli Stati Uniti d'America che la fanno da padroni nel mercato internazionale delle armi, e per uniformare e dotare la difesa e la sicurezza europea degli stessi armamenti.
È infatti intenzione dell'Unione europea sviluppare e dotarsi di una difesa e sicurezza comuni, avallate e sostenute da una politica estera comune che, apparentemente, non c'è ancora. Signor Presidente, quando si discutono argomenti concernenti le Forze armate e gli armamenti, sembra che l'Assemblea si divida tra pacifisti e guerrafondai. Non è così! La maggioranza dei parlamentari che compongono questa Assemblea, e che affrontano questi argomenti con raziocinio e buonsenso, sono dei moderati. Poiché personalmente penso di appartenere a questa schiera, vorrei ricordare ai colleghi che nell'ottobre del 1994, in quest'aula, fu presentata una mozione a firma di Emma Bonino e del sottoscritto che chiedeva il divieto della costruzione delle mine antiuomo, secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra.
Effettivamente, negli anni a seguire, le fabbriche che producevano mine antiuomo sono state convertite. Con grande soddisfazione di questa Assemblea che aveva approvato all'unanimità il bando delle mine antiuomo in Italia, si è arrivati a sostituire una produzione disastrosa con una pacifica.
PRESIDENTE. Prego i colleghi di prendere posto e di ascoltare l'intervento del collega Lavagnini.
ROBERTO LAVAGNINI. Quando questo provvedimento fu presentato in Commissione, sembrava esserci un accordo generale.
L'unico a sollevare una critica - penso costruttiva - fui io, ripetendo quanto feci osservare in occasione dell'esame della legge finanziaria del 1999, quando le risorse destinate alla ricerca tecnologica e scientifica del Ministero della difesa furono ridotte del 75 per cento. In quel contesto, feci presente che i quindici paesi dell'Europa spendono tutti insieme per la ricerca scientifica e tecnologica il 60 per cento di quello che spendono gli Stati Uniti, ma con un risultato e un'efficacia pari al 20-25 per cento, poiché divisi e frammentati in quindici piccole entità. Sempre nella stessa occasione, asserii che, se non fossimo arrivati ad una ricerca tecnologica e scientifica comune europea, non avremmo mai ridotto il gap tecnologico di 25 anni che ci distanziava dagli Stati Uniti. Questo dato fu fornito dal ministro Andreatta - allora ministro della difesa - dopo una visita al Pentagono.
Ritornando all'atto Camera n. 1927, oggi il nostro Governo, per poter ratificare il contenuto dell'accordo di Farnborough, deve necessariamente apportare modifiche alla legge n. 185 del 1990 che regola l'esportazione di armamenti, dando la possibilità ai sei paesi che hanno firmato l'accordo di collaborare nella progettazione e di trasferire da un paese all'altro informazioni, componenti ed armamenti
che sono il frutto di una collaborazione. Questo accordo, oltretutto, dovrebbe restituire ossigeno alla nostra industria della difesa che impiega circa 50 mila dipendenti ai quali questo Parlamento deve assicurare un posto di lavoro, rendendo le loro fabbriche competitive a livello internazionale; questo vale per circa mezzo milione di lavoratori europei appartenenti ai sei paesi che hanno firmato l'accordo.
Purtroppo, le associazioni pacifiste hanno interpretato erroneamente questo disegno di legge di ratifica, come se attuasse la liberalizzazione totale della vendita di armi a tutti i signori della guerra del mondo e la disinformazione ha permesso di strumentalizzarne le finalità, accusandoci di voler abolire la legge n. 185. Non è vero: la legge n. 185 è mantenuta nella sua essenzialità, anzi, è rafforzata da questo accordo e viene modificata solo per permettere ai sei paesi europei che hanno firmato l'accordo di collaborare tra loro. Mi dispiace che coloro che nel centrosinistra hanno firmato l'accordo, coscienti di fare il bene di questo paese, abbiano presentato degli emendamenti che in alcuni casi erano inutili ed in altri - laddove sono stati accolti - hanno perfezionato quello che il Governo aveva presentato.
Onorevoli colleghi, vorrei tranquillizzare tutta quest'Assemblea...
GIOVANNI RUSSO SPENA. Ci rassicuriamo da soli!
ROBERTO LAVAGNINI. ...e, soprattutto, i pacifisti: né l'Italia né l'Europa venderanno mai ai signori della guerra armi prodotte dai nostri paesi e, se saranno usate per la difesa comune, sarà solo per difendere la pace (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
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