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un presunto traffico di armi, che coinvolgeva la flotta di pescherecci italo-somala denominata «Shifco»;
il 20 marzo 1994 a Mogadiscio (Somalia), un commando somalo uccideva la giornalista inviata del Tg3 della Rai Ilaria Alpi e l'operatore tv Miran Hrovatin, entrambi impegnati a seguire le vicende relative alla missione Onu denominata «Restore hope»;
il 22 marzo 1994 la procura della Repubblica di Roma apriva un'inchiesta;
la giornalista Ilaria Alpi, prima di essere uccisa, aveva intervistato il sultano di Bosaso (Somalia), da cui avrebbe avuto notizie sulla cooperazione italiana e sulle presunte violenze perpetrate da alcuni soldati dell'esercito italiano a danno di cittadini somali; il tutto veniva annotato su un taccuino, che stranamente non venne più rinvenuto;
a Roma il 17 gennaio 1995, si insediava la Commissione bicamerale di inchiesta sulla cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. La citata Commissione si occupò anche del «caso Alpi», tant'é vero che, nel corso di in un'audizione, veniva alla luce che la giornalista Ilaria Alpi era impegnata in un'inchiesta giornalistica su
la procura della Repubblica di Roma, in data 9 aprile 1995, iscriveva nel registro degli indagati il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogar, quale mandante del delitto; la sua posizione successivamente veniva archiviata;
la procura della Repubblica di Roma, in data 25 giugno 1996, ordinava una seconda perizia balistica, che contrastava radicalmente con la prima perizia e che induceva a concludere che il colpo d'arma da fuoco, che aveva ucciso Ilaria Alpi, fosse stato sparato a bruciapelo ad una distanza ravvicinata. Alla stessa conclusione arrivò anche la terza perizia (18 novembre 1997), che sostenne che si trattò di una vera e propria esecuzione;
in data 12 gennaio 1998, veniva tratto in arresto per concorso nel duplice omicidio il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, indicato quale componente del commando. Il 18 gennaio 1999 incominciava a Roma il processo contro Hassan;
il pubblico ministero, in data 9 luglio 1999, chiedeva l'ergastolo per Hassan, il quale, in data 20 luglio 1999, veniva assolto per «non aver commesso il fatto»;
tale Gianpiero Sebri, coinvolto in indagini sul traffico internazionale per lo smaltimento di rifiuti tossico-nocivi, nel dicembre del 2000, in un'intervista rilasciata al settimanale Famiglia Cristiana, affermava che l'allora direttore del Sismi, il generale Luca Rajola Pescarini, nella primavera del 1994, lo aveva informato che la questione dei due giornalisti Rai era stata «sistemata»; versione questa confermata nei giorni scorsi davanti ai giudici della Corte di assise di Roma, titolare del processo d'appello bis al somalo Hassan;
nel corso dell'interrogatorio, il signor Sebri riferiva di due distinti incontri con il generale Rajola e con l'imprenditore Giancarlo Marocchino, nel corso dei quali si sarebbe discusso dell'interesse dei giornalisti per i traffici illeciti in Somalia. L'incontro più importante sarebbe avvenuto con Rajola e Marocchino (imprenditore con interessi in Somalia) nell'ottobre del 1993;
la Corte d'assise dinanzi a tali dichiarazioni si riservava, così come chiesto dal procuratore generale Salvatore Cantaro, di mettere a confronto Sebri, Rajola e Marocchino, disponendo, conseguentemente, l'audizione nel mese di giugno 2002 dell'attuale direttore del Sisde, generale Mario Mori, e dell'ex ambasciatore somalo presso la Santa Sede, Hussen Alì;
la Corte d'assise, prima di sentire il signor Sebri, aveva sentito Antonietta Donadio Motta, vicequestore della polizia di Stato in servizio ad Udine all'epoca dei fatti, e il dirigente della Digos di Roma, Lamberto Giannini;
al centro dei loro interrogatori ci sarebbe stato il nominativo della fonte, che, alla questura di Udine ed al Sisde, indicò i presunti mandanti del duplice omicidio;
la dottoressa Donadio avrebbe affermato di non poter rivelare la fonte delle notizie ed il dottor Giannini, che ha svolto le indagini, di non aver mai appreso tale nominativo;
il direttore del Sisde, generale Mario Mori, durante l'interrogatorio davanti alla Corte d'assise di appello di Roma, confermava l'esistenza di rapporti del servizio segreto civile nei quali si faceva riferimento all'organizzazione del duplice omicidio da parte di un gruppo di mandanti. Al generale Mori il collegio della Corte d'assise chiedeva se intendesse rivelare la fonte delle notizie, ma il generale Mori si rifiutava di rispondere, rifacendosi all'articolo 203 del codice di procedura penale, che consente al personale dipendente dei servizi di non rivelare i nomi dei propri informatori -:
se non ritenga, di fronte a vicende gravissime quali quelle considerate, di assumere iniziative affinché la ricerca della verità non sia subordinata alle esigenze dei servizi segreti. (3-01132)
(25 giugno 2002)