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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Filippo Mancuso. Ne ha facoltà.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, signori deputati, durante la decorsa legislatura non ho trascurato di intervenire in nessuno dei casi analoghi a questo, sempre assumendo la tesi della difesa della prerogativa dei parlamentari volta a volta posti a rischio di cattura. Stavolta mi è tornato un dubbio se proseguire in questa attività e manifestarla nel medesimo senso perché, sia la prevedibile unanimità del voto contrario alla proposta, sia l'evidenza dell'abuso consumato nei confronti dei due parlamentari in questo caso, potevano esimermene. Però, proprio queste circostanze hanno avuto la meglio sulla mia riluttanza, perché qui sussistono circostanze, per così dire, comuni che rendono più facile trarre da questa occasione un momento di riflessione appunto comune sui rapporti fra politica (Parlamento, in modo particolare) ed esercizio della funzione giudiziaria.
Non spirito di recriminazione o insistenza nelle mie radicate opinioni al riguardo valgono, in questo momento, a tentare la vostra pazienza, gentili colleghi.
I relatori hanno posto in evidenza, forse con sovrabbondanza di argomenti, la radicale infondatezza di questa duplice richiesta attuale ed io non mi intratterrò sul merito di questi aspetti tecnico-processuali, ma possiamo o non possiamo finalmente accedere ad un esame di coscienza, noi stessi, davanti al caso limite di una richiesta di arresto radicalmente priva di motivazione? Un abuso, sia nella funzione esercitata dal magistrato, sia nei rapporti col Parlamento; una sorta di esorbitanza globale che rende preoccupati ma anche, se posso permettermi di dirlo, pensosi di ciò di cui noi siamo investiti.
PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi che si trovano dietro l'onorevole Mancuso...
FILIPPO MANCUSO. Li lasci parlare, Presidente.
PRESIDENTE. ...se possono desistere dal loro colloquio.
FILIPPO MANCUSO. Questa è l'occasione per chiederci se proprio da qui, dall'esercizio delle responsabilità politiche, questo clima non sia stato favorito da lunghi anni di comunicazioni trasversali nel nome della cosiddetta intangibilità, o della cosiddetta «non delegittimabilità» della funzione giudiziaria.
Noi qui ne abbiamo, talvolta, sentito i presupposti, perché questi abusi, questi casi limite, sono stati preparati nella compiacenza politica di un settore della nostra politica parlamentare.
Quando si è per anni sopportato che il Parlamento, e quindi i singoli parlamentari, venissero accusati di essere privi di onore (vedi dichiarazione di qualche tempo fa, ma non troppo tempo fa, di un certo procuratore della Repubblica di Milano), quando si asserisce qui che la mafia è stata abolita per legge del Parlamento (vedi dichiarazione di un antico ma, purtroppo, non dimenticato procuratore della Repubblica di Palermo), quando si sopporta che il di lui successore, anziché rispettare le leggi, onorarle ed applicarle, letteralmente dichiara che il Parlamento «vomita» leggi, quando, di recente, si è persino qui dentro sostenuto che la deliberazione assembleare di insindacabilità, in caso di conflitto di attribuzione, vada nuovamente valutata ai fini della costituzione in giudizio, così ponendo in forse persino l'autonomia e la dignità della difesa dei propri atti da parte del Parlamento, quando ciò avviene all'esterno ad opera di questi sicari: allora è possibile legarvi il fenomeno di cui ci occupiamo, in un rapporto, come dire, di causa ed effetto.
Noi non ci siamo difesi bene all'albeggiare di questi abusi, non ci siamo difesi dignitosamente quando essi hanno percorso la strada della privazione della libertà dei parlamentari.
Adesso ci troviamo di fronte al caso limite della richiesta di arresto di due parlamentari senza alcuna ombra di motivazione né processuale e neppure nell'ambito dei rapporti che assegnano al Parlamento il privilegio della permanenza dell'esercizio e delle responsabilità appunto parlamentari. Si tratta di un atto aggravato dall'ultima annotazione svolta dall'onorevole Fanfani, il quale attesta che non solo vi è ignoranza, malanimo e spirito di persecuzione, ma un programmatico dispregio per la funzione parlamentare. Ciò è evidente in modo particolare quando nella richiesta si afferma che la custodia sarebbe in ogni caso opportuna, ma risulta indispensabile per la ragione che, in questo caso, si tratta di delinquenti, come dire, per tendenza, trattandosi di parlamentari. Quel passo è atroce, e dovrebbe, anziché muovere finte distrazioni a queste mie modeste ammonizioni, tragicamente inverare in noi il senso della difesa delle istituzioni, innanzitutto dell'istituzione alla quale apparteniamo e verso la quale vorrei esprimere, nell'assumere questo modesto atteggiamento di difesa, un atto di amore e di onore indissolubili (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e di deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, mi consenta una sola osservazione. Un collega che ha parlato prima, credo sia l'onorevole Mario Pepe, ha fatto un accenno alla mia persona. Non voglio affrontare ora ed in questa sede la questione che egli ha posto, ma quando vuole sono a sua disposizione per discutere serenamente delle questioni sollevate. Credo che il momento dell'autorizzazione sia troppo serio per essere inquinato da valutazioni e scontri partitici o personali. Onorevole collega, quando vuole, sono perfettamente disponibile a discutere di tali questioni che lei ha posto, mi consenta, in modo sbagliato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mazzoni. Ne ha facoltà.
ERMINIA MAZZONI. Signor Presidente, prendo brevemente la parola solo per confermare anche in aula il voto favorevole alla richiesta di non procedere alla misura cautelare nei confronti dei colleghi Sanza e Luongo avanzata dai due relatori, parere e voto già manifestati personalmente nella Giunta per le autorizzazioni, la quale ha espresso unanimemente un parere conforme alla richiesta avanzata dai relatori. Assumo tale posizione non per spirito di appartenenza o per squadrismo, accusa della quale molto spesso l'organismo cui appartengo è destinatario, ma per la convinta verifica, dal carteggio esaminato, dell'assoluta inconsistenza, sia in fatto sia in diritto, di tutti gli elementi contenuti nel capo di imputazione.
Ritengo, però, doveroso non rendere vano il sacrificio personale dei due colleghi che sono stati oggetto di accuse portate alla conoscenza di tutti, grazie al clamore della stampa, in maniera sicuramente impropria. Allora, voglio partire da questo singolo caso solo per rivolgere un appello all'Assemblea. Questo singolo caso rappresenta e manifesta un problema generale: la piaga del conflitto tra i poteri dello Stato, la piaga della difficoltà di definire i confini tra attività legislativa e attività giudicante, tra i soggetti che devono fare le leggi e quelli che le devono applicare.
Allora, rispetto a ciò, così come ha fatto anche l'onorevole Gironda Veraldi, mi riporto all'antica questione della compiuta disciplina dell'articolo 68 della Costituzione, la cui assenza porta quotidianamente il lavoro della Giunta alla quale appartengo in un momento di odioso imbarazzo. Ci ritroviamo a dover assumere decisioni e a dover formulare dichiarazioni sempre al confine tra il privilegio e la prerogativa.
Ciò che è stabilito dall'articolo 68 della Costituzione non è sicuramente un favore personale, non è un privilegio personale, non è un beneficio a favore di qualcuno, ma è una prerogativa per la tutela dell'istituzione che rappresentiamo. Allora, momenti come questi, di esasperazione dell'attività giudiziaria nei confronti dell'attività politica e dell'attività di questo Parlamento che ciascuno di noi rappresenta non significano un'offesa ed un attacco al singolo. Non è il singolo che ritengo di dover tutelare rivolgendo questo appello all'Assemblea, ma l'istituzione che tutti quanti rappresentiamo. Vi è un'urgenza, un'impellenza che ci impone di uscire da questo imbarazzo, da questa opinabilità delle scelte dell'organismo preposto a decidere rispetto a casi così odiosi. Dobbiamo, pertanto, procedere senza indugio all'approvazione dei testi di legge già in discussione nella II Commissione, per definire una disciplina compiuta rispetto a quanto stabilito dall'articolo 68 della Costituzione. Faremo sicuramente cosa utile non ai singoli bensì alla massima istituzione del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (CCD-CDU), di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cola. Ne ha facoltà.
SERGIO COLA. Signor Presidente, la completezza delle argomentazioni dei relatori mi esime dall'entrare troppo nei dettagli in sede di dichiarazione di voto; pur tuttavia, mi sia consentito svolgere alcune notazioni. Vorrei iniziare ricordando i criteri che devono presiedere alla ricerca del fumus persecutionis e lo faccio rievocando quanto avvenuto nella scorsa legislatura. Nella scorsa legislatura ci siamo interessati di quattro casi: Previti, Giudici, Dell'Utri e Cito. Ebbene, dalla gran parte della sinistra è stato richiamato un criterio al quale mi sono fermamente opposto. Si diceva che il fumus persecutionis avrebbe dovuto essere tratto dal provvedimento stesso e che non si sarebbe dovuto assolutamente entrare nel merito della vicenda giudiziaria che ci occupava volta per volta.
Ebbene, mi fa piacere che questo orientamento sia mutato, perché noi opponevamo che il fumus persecutionis non poteva che trarsi proprio da un esame approfondito dei criteri di valutazione dei presupposti di cui agli articoli 273 e 274
del codice di procedura penale. Tuttavia, siamo andati anche oltre, assumendo che non potevamo non farci carico di esaminare e ricercare, a prescindere dalla sussistenza o meno del fumus persecutionis e quindi di un «dolo» del magistrato, anche eventuali anomalie rituali che avrebbero potuto rendere nullo o per lo meno discutibile il provvedimento.
Ebbene, ci fa piacere che tutto quanto noi asserivamo in quella sede in questo caso trovi la condivisione anche della sinistra. Ciò non perché in questo caso è coinvolto anche un deputato di sinistra, ma perché obiettivamente è così e vi è stata una rivisitazione di un criterio ritenuto all'epoca inidoneo.
Nel caso di specie, se volessimo esaminare a fondo questo provvedimento, dovremmo dire non solo che sono stati adottati provvedimenti che sono la spia di un fumus persecutionis ma, ove si dovesse mai accedere alla tesi che vi sia stata buona fede da parte degli inquirenti e del giudice per le indagini preliminari che ha emesso il provvedimento, ci troveremmo in ogni caso di fronte a procedure anomale ed in violazione al codice di rito. Ricordo solo che le fonti probatorie nel caso in esame, sia per Luongo, sia per Sanza, sono due: le intercettazioni telefoniche e la chiamata in correità - lo dico tra virgolette, perché vi sono anche chiamate in correità nel vero senso della parola - da parte di quel Geraldo Gastone.
Vorrei a questo punto dire, aderendo pienamente alle osservazioni dei relatori, che i gravi indizi di colpevolezza, oltretutto, vanno rivisti in questa sede non nell'ambito dell'articolo 273 come precedentemente formulato, ma alla luce dell'applicazione a tale articolo dell'articolo 192, commi 1, 2, 3 e 4, del codice di procedura penale e cioè come se il tutto dovesse avvenire a livello dibattimentale con la concordanza e l'univocità degli indizi di colpevolezza. Ci troviamo di fronte al caso scolastico di bocciatura di colui che è stato promosso magistrato, perché un magistrato veramente competente e preparato mai avrebbe emesso un'ordinanza di custodia cautelare di fronte all'insussistenza totale dei gravi indizi di colpevolezza.
Vi è di più: non so se ci troviamo di fronte ad una malafede o ad una buona fede. Come giustamente rilevava l'onorevole Gironda Velardi, addirittura è stata posta come verifica dell'attendibilità del contenuto fumoso delle intercettazioni telefoniche la dichiarazione di Geraldo Gastone. Quest'ultimo è stato sentito come testimone e, invece, avrebbe dovuto essere sentito come imputato in procedimento connesso, di guisa che le sue dichiarazioni sarebbero totalmente inutilizzabili, ponendo in essere quell'ulteriore violazione, in buona fede o in malafede, connessa ad un'anomala applicazione del codice di rito.
Non mi soffermerò sulle posizioni di Sanza e di Luongo atteso che veramente nulla sussiste. Vorrei soltanto dire una cosa molto importante che è la spia del fumus persecutionis: quando si afferma che vi è necessità degli arresti domiciliari per evitare un inquinamento probatorio non connesso alla sussistenza di un reato, ma di un reato che si dovrà ancora scoprire (le indagini patrimoniali su Sanza), veramente si è arrivati al colmo. Allora, a chi ha la capacità di ascoltarmi e di capire che il discorso è diretto a queste persone, devo dire che, purtroppo, si sono creati dei mostri che, da questo momento in poi, danno la sensazione di voler divorare proprio coloro che li hanno creati.
Vorrei chiudere queste mie brevi notazioni nel preannunciare il voto favorevole alla proposta della Giunta per le autorizzazioni. L'onorevole Ghedini e l'onorevole Kessler hanno svolto un'indagine commissionata dal Presidente della Camera per acclarare se negli atti processuali pervenuti alla Giunta vi fossero o meno intercettazioni telefoniche depositate che concernevano deputati, interlocutori indiretti ma non intercettati attraverso un provvedimento autorizzativo.
Voi sapete meglio di me che questa Camera si è pronunciata, nella scorsa legislatura, nel senso che l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche che vedevano
come locutore un parlamentare avrebbe dovuto essere autorizzato dal Parlamento. Ebbene, questa indagine è stata positiva non solo perché ci si è accorti che vi sono effettivamente delle intercettazioni che riguardano parlamentari che nulla hanno a che fare con questa vicenda - anche parlamentari illustri (ex Presidenti della Repubblica, sottosegretari alla Presidenza del Consiglio ed altri) -, ma anche perché ci si è accorti di un'ulteriore gravissima violazione: tali intercettazioni sono state il presupposto per consentire e richiedere una proroga delle intercettazioni telefoniche. Un fatto di una gravità inaudita, che comprova, in modo chiarissimo, la sussistenza del fumus persecutionis e che induce il sottoscritto a chiedere al Presidente Casini, nel momento in cui egli avrà raccolto questo materiale, di sollecitare il ministro della giustizia, affinché vengano assunte delle iniziative in sede disciplinare. Ciò in quanto chi si comporta in questa maniera, dopo aver detto al foglio 9 della premessa, come assioma, che sicuramente sussistono legami fra la corruzione degli imprenditori e quella dei pubblici amministratori e dei politici, senza poi dimostrare alcunché, non può assolutamente procedere nell'esercizio di un'attività giudiziaria così importante, senza che nei suoi confronti sia stata promossa un'iniziativa disciplinare, che finalmente metta fine una buona volta per sempre a siffatto modo di procedere.
Lo ribadisco: avete creato dei mostri; questi mostri stanno divorando in questo momento proprio appartenenti alla vostra parte politica! Mettiamo un freno a tutto ciò e cerchiamo di far sì che la giustizia sia veramente espressione di indipendenza e di autonomia e non il frutto demenziale di un'ormai presa di posizione di esaltazione quasi maniacale di esercizio del potere (non solo quello giudiziario, ma anche quello politico, legislativo ed esecutivo).
Ribadisco quindi il nostro voto contrario alla richiesta di autorizzazione a eseguire la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dei deputati Sanza e Luongo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pisapia. Ne ha facoltà.
GIULIANO PISAPIA. Non vi nascondo, signor Presidente, onorevoli colleghi, che intervengo sulla decisione che riguarda la libertà personale dei due parlamentari con una trepidazione pari alla rilevanza e alla delicatezza del caso e con la stessa trepidazione che chiunque creda nello Stato di diritto e nelle sue regole dovrebbe provare ogni qual volta si parla e si deve decidere della limitazione della libertà personale di ogni cittadino, ma non solo, anche della limitazione della libertà personale anche di quelle donne, uomini e bambini che vengono nel nostro paese, costretti a fuggire dalla fame, dalla guerra, dalla miseria e dalla discriminazione (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista), da luoghi ove ogni giorno vengono violati e negati i diritti civili, politici ed umani.
Dobbiamo prendere una decisione difficile e complessa, in quanto sono in gioco principi fondamentali inviolabili, talvolta non facilmente contemperabili e che mai Rifondazione comunista e il suo gruppo parlamentare hanno affrontato a senso unico. Mi riferisco in particolare al principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge; all'autonomia e all'indipendenza, non formale ma sostanziale, della magistratura; alla libertà e all'indipendenza della rappresentanza politica in una democrazia moderna; alle fondamentali prerogative parlamentari sancite dal nostro ordinamento e baluardo di garanzia democratica, che però non possono e non debbono mai tramutarsi in ingiustificati privilegi, come talvolta è accaduto, ma non certo come accadrà in questo caso.
Come gruppo parlamentare ci siamo confrontati, affrontando la questione sotto il profilo giuridico, politico, istituzionale e costituzionale, senza dimenticare l'aspetto umano, che pure è rilevante. Da questo punto di vista, vorrei dire che è ben difficile, cari colleghi - lo ha già ricordato molto bene l'onorevole Gironda Veraldi -, essere giudici imparziali di persone che si
conoscono e si stimano. Il che ci impone - lo ha ricordato anche l'onorevole Mazzoni - una riflessione e un confronto sulla delicata questione dell'interpretazione dell'articolo 68 della Costituzione, sul quale tanto si è detto e tanto si è scritto, ma non si è mai riusciti a legiferare.
Colleghi, non è più procrastinabile - come è già stato detto in quest'aula - una legge di attuazione dell'articolo 68 della Costituzione, che non renda più possibile quella lacerazione interna che vive chiunque deve giudicare persone che conosce, stima e con le quali ha rapporti di amicizia.
Dal punto di vista giuridico mi chiedo e vi chiedo fino a che punto oggi questo sia il nostro compito e il gruppo di Rifondazione comunista condivide i dubbi, le perplessità e i rilievi evidenziati dai relatori sulla richiesta della misura cautelare. Le motivazioni contenute nella relazione sono del tutto condivisibili sia per quanto concerne la posizione onorevole Sanza sia con riferimento a quella dell'onorevole Luongo nonché sotto il profilo degli elementi indiziari del tutto insussistenti e della mancanza di esigenze cautelari.
Non è certo casuale, ma è un dato di fatto oggettivo, che il tribunale del riesame abbia annullato alcune ordinanze di custodia cautelare e, in particolare, quelle che riguardava l'assessore della regione Basilicata, Vito De Filippo. Per la Giunta sarebbe stato rilevante ed importante acquisire ufficialmente questo documento, che avrebbe fornito un conforto al vostro e al nostro voto.
Abbiamo letto e apprezzato sia i toni usati dalla Giunta per le autorizzazioni e dai relatori sia il metodo seguito e, soprattutto, il richiamo puntuale e preciso nell'interpretazione, data all'articolo 68 della Costituzione, dalla sentenza della Corte costituzionale n. 462 del 1993. In tale sentenza si afferma, con forza e con nitidezza, che il potere attribuito alle singole Camere è circoscritto e funzionalizzato ed è esercitabile legittimamente e nei limiti con i criteri e le modalità che discendono dalla natura e dalla ratio propria dell'istituto, vale a dire dall'esigenza di garantire le Camere e non le persone dei parlamentari dal rischio di iniziative improprie e persecutorie dell'autorità giudiziaria, che si traducano in una minaccia alla libertà e all'indipendenza della rappresentanza politica.
Inoltre, siamo profondamente convinti che non spetti al Parlamento esprimere giudizi sull'inchiesta in corso, meritevole - come giustamente hanno sottolineato anche i relatori - del massimo rispetto, essendo tesa a disvelare un intreccio illecito di consistente gravità tra imprenditori e pubblici funzionari. Si tratta di illeciti contro i quali ci siamo sempre battuti, attraverso la nostra azione politica e sociale, in Parlamento e nel paese, con fermezza e coerenza, senza cadere mai in un facile e demagogico giustizialismo e difendendo sempre, spesso isolati, le vere istanze garantiste.
Ci convince anche l'iter logico seguito dai relatori nell'analisi delle posizioni degli onorevoli Sanza e Luongo nonché i rilievi della Giunta sulle anomalie dell'inchiesta, sulla debolezza indiziaria, sull'insussistenza di esigenze cautelari. Rimane, evidentemente, da affrontare l'aspetto politico, istituzionale e costituzionale.
Allora, nel rispetto del lavoro della magistratura e nel rispetto dei colleghi sui quali dobbiamo decidere, il quesito cui oggi dobbiamo rispondere e su cui dobbiamo pronunciarci non può che essere uno solo: esiste o meno il fumus persecutionis?
La lettura dell'ordinanza del GIP e, in particolare, il richiamo svolto dai relatori in merito a quelle frasi che sono chiaramente sintomo di un pregiudizio nei confronti dell'appartenenza politica e del Parlamento ci porterebbero a dire di sì. Tuttavia, esistono anche altri problemi e, in questo caso, per noi la risposta diventa difficile.
Il gruppo parlamentare di Rifondazione comunista non ha alcuna rappresentanza all'interno della Giunta per le autorizzazioni; dunque, non abbiamo potuto conoscere, verificare e confrontarci sugli atti processuali, che rappresentano gli elementi in base ai quali la Giunta è,
poi, arrivata a quella conclusione che, in linea teorica e di principio, noi condividiamo. Abbiamo potuto esaminare esclusivamente l'ordinanza di custodia cautelare che, evidentemente, riporta soltanto gli elementi processuali negativi per gli indagati; abbiamo letto le ottime relazioni dei colleghi Gironda Veraldi e Fanfani, verso i quali nutriamo profonda stima. Lo dico senza spirito polemico, ma ponendo un problema istituzionale e parlamentare: come gruppo di Rifondazione comunista, ci sentiamo privati del nostro diritto e, soprattutto, del nostro dovere di approfondire, di leggere, di verificare e di conoscere tutte le emergenze processuali, poste a fondamento della richiesta di esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare, e di confrontarci con i colleghi della Giunta. Questo è, secondo noi, il presupposto indispensabile per quella conoscenza complessiva necessaria all'espressione di un voto che, in scienza e coscienza, dobbiamo dare tra poco in quest'aula come parlamentari.
Questi sono i motivi che inducono il gruppo di Rifondazione comunista ad astenersi dal voto che - lo voglio sottolineare - ha un significato ben diverso da un voto di astensione (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mantini. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI MANTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le relazioni così esaurienti e dettagliate dei colleghi Gironda Veraldi e di Fanfani esimono anche me dal ripercorre gli elementi a sostegno della decisione, riguardante anche il gruppo della Margherita, di non concedere l'autorizzazione alla misura cautelare nei confronti dei colleghi parlamentari Sanza e Luongo.
Dal punto di vista processuale, si pensi esclusivamente alla totale mancanza di motivazione dell'ordinanza di custodia cautelare e, quindi, alla sua nullità ai sensi degli articoli 272 e seguenti del codice di procedura penale; quanto alla fattispecie sostanziale del reato imputato - reato associativo ai sensi dell'articolo 416 del codice penale -, essa non è sostenuta da circostanze di prova adeguate e neppure da ipotesi di reati mezzo: è davvero difficile immaginare un'associazione ove non si precisino i ruoli dei soggetti associati né le finalità e le occasioni che sorreggono l'associazione a delinquere. Inoltre, abbiamo rilevato varie irregolarità, oltre all'apoditticità iniziale con cui, nell'ordinanza, si sostiene la teoria di una sicura collusione tra potere politico e potere affaristico, anche qui indimostrata, e al ruolo assai ambiguo - per non dire di più - del teste o coimputato Gastone.
Insomma, questi ed altri elementi ci portano a ritenere che sussista in senso oggettivo il fumus persecutionis che è poi l'oggetto ed il limite del nostro giudizio. L'oggetto ed il limite: mi permetto di ricordarlo ai colleghi Mancuso e Cola, perché noi non siamo qui, certamente, per fare un processo al processo, fermo restando il diritto di critica e di giudizio anche sul modo con cui i processi vengono condotti. Se il collega Mancuso mi consente, non posso non far rilevare, brevemente e pacatamente, a lui e agli altri colleghi che l'epiteto di «sicari» indirizzato a magistrati è sempre e comunque sbagliato. Altri sono i nomi dei sicari: sono i Brusca e i Bagarella, sono i nomi di coloro che hanno ucciso i servitori dello Stato. Non è con questi modi che noi recuperiamo la serenità e l'equilibrio istituzionale di cui tutti abbiamo bisogno.
Dico al collega Cola - non so a chi si riferisca e quindi mi iscrivo d'ufficio, forse impropriamente, tra i soggetti a cui lui si è rivolto - che non abbiamo evocato alcun mostro. Il problema è che continuando, invece, un conflitto serrato e spesso immotivato con la magistratura (come accade in questi giorni a proposito della riforma dell'ordinamento giudiziario) noi alimentiamo ingiustamente i conflitti. Penso al fatto che anche se nessuno discute la legittimazione del Parlamento e del Governo a proporre riforme dell'ordinamento giudiziario - cui peraltro anche le forze dell'opposizione darebbero e daranno un
contributo positivo se svolte nell'interesse del paese -, non si può tuttavia continuare, come in questi giorni, a non chiarire le posizioni del Governo nei confronti della riforma stessa, della piattaforma di cui si discute e a rimandare all'adesione maggiore o minore allo sciopero la precisazione della proposta di riforma. Ecco, questi atteggiamenti forse generano più danni di quanti il collega Cola impropriamente ne denunci.
Concludendo, devo dire, tuttavia, che emergono almeno tre indicazioni positive da questa vicenda, nel senso che positivamente le dobbiamo raccogliere nell'esercizio della funzione parlamentare. La prima è forse quella di sfatare esattamente quelle affermazioni apodittiche che leggiamo nell'ordinanza, in cui vi è quell'affermazione che vuole che vi sia comunque, ancorché presunta, una collusione tra poteri politici, funzione politica e affarismo. Evidentemente, non occorre solo la critica di queste posizioni antipolitiche, ma anche un'assunzione responsabile, coerente - direi eticamente rigorosa - della necessità di nobilitare, rinobilitare e far apparire anche come nobile, agli occhi vasti del paese, la funzione politica.
Il secondo elemento è certamente quello della necessità di un contrasto più vero e serrato della corruzione, laddove dall'inchiesta essa si manifesti con tutta la sua forza e pericolosità, ossia nel settore dei lavori pubblici. Fatti assai rilevanti sono avvenuti sotto i nostri occhi, attraverso le relazioni e gli atti, e probabilmente abbiamo dimenticato che in Italia non vi sono se non scarne fattispecie di carattere penale (come la turbativa d'asta) e non vi sono soggetti pubblici preposti: penso agli scarsissimi poteri dell'authority sui lavori pubblici e al contrasto delle irregolarità nel mercato degli appalti dei lavori pubblici. Quindi, forse anche questa è un'indicazione che in positivo dovremmo trarre.
La terza ed ultima indicazione, delicatissima, è relativa all'uso e anche all'abuso delle intercettazioni telefoniche. Certamente, sussistono dei problemi, che non abbiamo intenzione di negare, anzi, abbiamo intenzione di affrontare come abbiamo fatto con una proposta di legge che offriamo alla discussione, con allo scopo esattamente di disciplinare con maggior nettezza e rigore le prerogative della funzione politica previste dalla Costituzione: in altre parole, la necessità che non vengano usate in alcun modo, neppure nell'ambito di intercettazioni ambientali, dichiarazioni, conversazioni e notizie di parlamentari senza le prescritte autorizzazioni.
Credo che questo sia il senso positivo che viene da questa vicenda e a queste conclusioni, nel terminare il mio intervento, richiamo i colleghi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Blasi. Ne ha facoltà.
GIANFRANCO BLASI. Signor Presidente, un po' per uno non fa male a nessuno, sembra sia questa la formula rivelatasi, almeno fino a questo momento, di straordinaria efficacia, adottata dai magistrati di Potenza. Un po' per uno, nelle incriminazioni di deputati fra Polo e Ulivo. Un po' per uno per ciò che riguarda le aree politiche di appartenenza di funzionari e dipendenti statali; un po' per uno anche per quel che riguarda il discredito di uomini politici delle due parti; un po' per uno anche per il gratuito tirare in ballo, addirittura, ex presidenti della Repubblica, un ex presidente del Senato e una «spolverata» di sottosegretari e di deputati a «frittura» mista.
A coloro che appartengono alla Casa delle libertà a livello nazionale - miei amici - sembra addirittura di sognare, strabuzzano gli occhi: incredibile, i magistrati senza preconcetti persecutori, evviva! Per noi, appartenenti alla Casa delle libertà della Basilicata, il sogno è alla rovescia: che c'entriamo noi con la gestione politica ed economica di questi sette anni di Governo ulivista nella nostra terra? Non è, però, di questo che voglio parlarvi, avremo modo di farlo in futuro proponendo analisi politiche e chiavi di lettura che ci potranno aiutare a dimostrare
come in Basilicata la seconda Repubblica sia arrivata solo di striscio.
Come dicevo in precedenza, la riflessione che voglio proporvi è un'altra: voglio dirvi che Cossiga ha ragione e, per certi versi, fa anche bene a chiedere l'intervento del Presidente della Repubblica Ciampi in difesa del Parlamento. Sbaglia invece - e gli chiedo scusa se lo dico - il senatore Mancino interpretando la Costituzione nel senso di mettersi a disposizione dei magistrati che niente gli hanno contestato ed ai quali, in verità, avrebbe dovuto chiedere che si mettessero loro a disposizione per un chiarimento, visto che il nome di un ex presidente del Senato viene intercettato in una telefonata e reso pubblico senza una spiegazione, permettendo al sistema mediatico di metterlo in piazza, in prima pagina.
Più ho letto gli atti dell'inchiesta per prepararmi in coscienza al voto sull'autorizzazione a procedere di due colleghi, più non accetto moralmente la divulgazione di registrazioni, di telefonate tra persone oggetto di indagini e di terzi che nulla c'entrano, verificando spesso, peraltro, che il contenuto delle telefonate è estraneo al procedimento, mentre il teorema giudiziario sembra perseguire l'obiettivo di adombrare un coinvolgimento di tali terzi estranei nella vicenda processuale.
Colleghi, è scioccante dover leggere - tra le altre cose - dello scambio di battute che in una telefonata tocca anche argomenti riservati, tipici di una conversazione maschile fra amici. Ciò travalica ogni minima condizione di privacy.
Non bisogna dimenticare che spesso questi terzi estranei, cari colleghi, sono dei parlamentari e dunque si viola un fondamentale diritto personale alla riservatezza una prerogativa del Parlamento che è anche di riflesso, direttamente prerogativa di ciascuno di noi, suoi componenti, e cioè la libertà assoluta di operare, esprimersi, informarsi, formare e manifestare opinioni. Cionondimeno, vorrei chiarire che, quando indico la privacy dei parlamentari, non voglio presuntuosamente argomentare su una prerogativa che potrebbe sembrare un privilegio, ma penso alla funzione pubblica degli stessi, che è, in uno, la funzione del Parlamento. Comprendo gli alti appelli alla necessità di smorzare i toni eccessivi, ma questa scelta tattico-politica non è sufficiente a determinare l'armonia fra le diverse istituzioni, anzi rischia di lasciare covare il fuoco sotto un'ipocrita cenere. Dunque, apprezzo il senso delle dimissioni di Cossiga e mi auguro non passino sotto traccia, anzi spero siano utili a rilanciare un dibattito forte ed autorevole sul rapporto fra magistratura e politica. Comprendo anche il disagio nel quale il pubblico ministero di Potenza ed il GIP si devono trovare in queste ore, sottoposti come sono al martellamento continuo del «picconatore», ma loro - e ciascuno di noi -, da questa brutta vicenda lucana, debbono trarre alcune indicazioni.
È tale l'esperienza, lo status di Cossiga ed è, peraltro, nota, notissima la sua capacità di districarsi in situazioni molto più difficili di questa per non comprendere che vi siano scenari più ampi oltre i quali guardare, nonché valutazioni politiche più complesse di quelle che richiamano al caratteraccio dell'ex presidente.
Malgrado - e concludo signor Presidente - alcuni osservatori politici abbiano commentato che Forza Italia ed il polo lucano di Basilicata possano trarre vantaggio da una vicenda tanto complessa quanto capace di danneggiare fondamentalmente l'immagine del centrosinistra lucano, noi del gruppo di Forza Italia - lo dico chiaro e forte - rinunciamo a qualunque speculazione e restiamo attestati su alcuni fondamentali convincimenti culturali ai quali, sempre, ci siamo riferiti e ci riferiamo per formazione. Crediamo che uno Stato di diritto si basi sulla certezza, che le libertà personali e le garanzie politiche individuali si fondino in uno nella nostra democrazia costituzionale.
La libertà, colleghi, ed il rispetto della libertà di ciascuno rappresentano un valore insopprimibile e per noi irrinunciabile (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mormino. Ne ha facoltà.
NINO MORMINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, possiamo a questo punto rilevare che è chiaro l'orientamento di questa Assemblea a rifiutare, anche questa volta, l'autorizzazione ad un provvedimento cautelare nei confronti di alcuni colleghi di questo Parlamento.
Mi pare di poter affermare che le considerazioni che sono state compiute dai relatori e che sono state esposte nella relazione indichino elementi di fatto, assolutamente banali e irrilevanti sotto il profilo penale, che sono stati valutati da chi procede in questa vicenda sotto il profilo e con una chiave di lettura preconcetta nei confronti dell'esponente politico.
Questa constatazione deve essere però ricollegata ad una certa considerazione; a mio avviso si tratta di un tema rispetto al quale questa Assemblea deve farsi carico di una profonda e significativa riflessione che vada aldilà dei problemi dello schieramento o delle valutazioni contrapposte che possono essere compiute da ciascuno di noi. Ancora una volta questo Parlamento e, per quanto mi risulta, anche quelli precedenti, rilevano e individuano in una iniziativa giudiziaria un significativo fumus persecutionis nei confronti di un parlamentare.
Pertanto, io, che mi ritengo una persona razionale e che credo di poter trarre dai fatti alcune conclusioni ragionevoli, devo concludere da tale constatazione che il suddetto atteggiamento della magistratura o di una certa magistratura nei confronti degli esponenti politici, rispetto ai quali manifesta continuamente iniziative che sono colpite da un significativo fumus persecutionis, rivela, svela e denuncia un atteggiamento generalizzato, complessivo, sistematico e metodologico che tende a colpire la classe politica, non solo quella parlamentare; si tratta di un aspetto che vorrei segnalare e sottolineare rispetto alla nostra complessiva conoscenza delle varie questioni.
Quando, infatti, raggiunge il livello parlamentare il problema si pone in termini significativi e di tutela delle garanzie dei rappresentanti politici, ma vi sono anche livelli diversi di una persecuzione giudiziaria di esponenti politici, non garantiti dalle salvaguardie parlamentari.
Ritengo questo sia un significativo elemento che deve condurci ad individuare, nell'atteggiamento di una certa magistratura, un fumus persecutionis nei confronti del potere politico e dei rappresentanti politici, aspetto che deve senza dubbio e significativamente preoccuparci.
Noi in queste iniziative non soltanto sveliamo l'atteggiamento di carattere specifico rivolto, di volta in volta, al singolo parlamentare o al singolo esponente politico perseguiti, bensì individuiamo un metodo di continua violazione o di abuso degli strumenti processuali che è estremamente preoccupante. In questo caso, poco si è parlato dell'abuso delle intercettazioni telefoniche che hanno colpito esponenti politici e che sono state utilizzate anche al di là della funzionalità processuale che esse avevano rispetto al fatto da provare e alla individuazione dei responsabili. In questo senso, cito il recente riferimento in un procedimento palermitano a intercettazioni di un nostro autorevole parlamentare, componente del Governo, l'onorevole Micciché, intercettazione riportate in un'ordinanza di custodia cautelare, senza che per dichiarazione esplicita del procuratore della Repubblica di Palermo ve ne fosse stata la necessità. Erano infatti intercettazioni irrilevanti.
Mi pongo allora tale quesito: dobbiamo davvero preoccuparci di questo diffuso atteggiamento, di carattere sistematico, e storicamente accertato attraverso le decisioni parlamentari di rifiuto dell'autorizzazione nei confronti della classe politica? È certamente preoccupante ed inquietante e vorrei, concludendo, citare una evocazione certamente significativa, e preconcetta anche quella, da parte di un autorevolissimo esponente della magistratura, in particolare di quella requirente; egli, di fronte alle continue e ricorrenti soluzioni positive e favorevoli in procedimenti instaurati
nei confronti di esponenti politici, ha affermato che in Sicilia, in particolare, appare preoccupante questa equazione, secondo cui, negli ultimi anni, nei confronti di mafiosi sono stati comminati, e giustamente, centinaia di ergastoli, mentre solamente nei confronti di imputati eccellenti, - chiaro è il riferimento ad Andreotti, Musotto, Mannino, Contrada, a tutti quelli cioè colpiti da un pregiudizio politico, - i processi si sono tutti regolarmente e costantemente conclusi con sentenze favorevoli di assoluzione.
La denuncia di questa situazione, a mio avviso, è proprio l'emergere di quel preconcetto e di quella preoccupazione che colpiscono la terzietà del giudice, indicando anche un motivo di sospetto rispetto a queste conclusioni favorevoli e riaffermando questo atteggiamento conflittuale permanente di certa magistratura nei confronti della classe politica. Di questo dobbiamo preoccuparci e credo che questo elemento debba contribuire a comporre il nostro giudizio anche per il caso che è al nostro esame.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, comunico che il mio gruppo esprimerà voto favorevole in ordine alla proposta della Giunta per le autorizzazioni, aggiungendo inoltre poche osservazioni.
Siamo di fronte ad un grande problema di fondo: il problema della politica italiana. Il Presidente della Camera Casini ha fatto bene a difendere la dignità del Parlamento. È incoraggiante che tutti i parlamentari di tutti i gruppi abbiano assolutamente concordato con la posizione espressa dal Presidente Casini. Una sola voce di dissenso ho ascoltato, quella di Di Pietro che ha parlato di attentato all'indipendenza della magistratura. Essa è tuttavia fuori dal Parlamento.
Il problema di fondo oggi può essere affrontato, perché è cambiata l'atmosfera del paese. Non c'è più la caccia alle streghe e, tuttavia, deve esserci memoria di quanto è accaduto, perché siamo arrivati a questo esattamente perché non abbiamo agito a suo tempo.
Oggi si difende la dignità del Parlamento, ma i magistrati di Milano, anni fa, hanno mandato i militari della Guardia di finanza in Parlamento a sequestrare i bilanci dei partiti. I militari alla Camera! A questo siamo arrivati, senza essere stati in grado di reagire.
Oggi si condanna la violazione del segreto istruttorio, ma quella è stata la regola, che è servita a sollevare campagne di linciaggio contro dirigenti politici, a far dimettere ministri in carica che erano fior di galantuomini, come, ad esempio, l'ex Presidente del Consiglio Goria, che ne è morto.
Oggi si difendono i diritti di libertà, ma un ministro della giustizia, un parlamentare, Darida, è stato arrestato, tenuto a lungo in carcere, assolto perché innocente. E il Parlamento lo ha consentito!
Oggi siamo ad un passaggio delicato, occorre equilibrio. In passato abbiamo avuto una prevaricazione della magistratura sulla politica; oggi dobbiamo evitare una prevaricazione della politica sulla magistratura, per vendicare ciò che è accaduto.
Tutto ciò è affidato alla saggezza del Parlamento. Ci aiuterà la saggezza del Capo dello Stato, che suggerisce continuamente alla magistratura e al Parlamento i passi giusti. La saggezza suggerisce a noi, alla sinistra, di non appiattirci sulla magistratura politicizzata. Alla sinistra, da sempre, spetta di alzare la bandiera della libertà. Deve solo spiegare all'opinione pubblica la differenza tra la libertà della destra e quella della sinistra: la libertà della destra è - talvolta - quella dei pochi; la libertà della sinistra dovrebbe essere - sempre - quella dei molti, dei parlamentari, certo, ma anche dei semplici cittadini, degli emarginati, degli immigrati, dei disgraziati che riempiono per mesi, anni le nostre carceri perché non hanno i soldi e le cognizioni per difendersi, stritolati da un sistema giudiziario che è una vergogna dell'Italia e che ci pone sul banco di accusa per il mancato rispetto dei diritti
umani di fronte alle Nazioni Unite. Questo sistema deve essere riformato, checché ne dicano i magistrati conservatori. Su questo terreno si ricostruisce la sinistra, la sinistra vera, storica, delle libertà e non delle manette (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Trantino. Ne ha facoltà.
ENZO TRANTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, un premio Nobel della letteratura diceva che quando vi sono fatti che ti colpiscono il trigemino, vuol dire che essi sono fatti importanti. E siccome il mio trigemino non è di marmo, ma è uguale a quello di tutti gli altri uomini di quest'Assemblea, sono convinto che il dovere di indignazione diventi diritto nel momento in cui abbiamo all'esame una vicenda che ci impone l'obbligo di testimonianza.
Non si tratta di una testimonianza corporativa: io sono tra coloro i quali rivendicano che il titolo di onorevole non sia uno status, ma debba essere riempito, giorno dopo giorno, di contenuti e di comportamenti, entrambi degni di rappresentanza del paese, perché esso significa il momento più alto della trasformazione del consenso in esercizio di potere. La mia testimonianza attiene ai principi, che qui sono abbondantemente violati ed offesi. I principi per me rappresentano le colonne d'Ercole, violate le quali, ogni abuso è consentito.
In questa vicenda non c'è la storia giudiziaria di un collega o dell'altro (e già sarebbero fatti amari, ma solo dal punto di vista umano). Vi è invece la ripresa di un concetto, che può apparire abusato e retorico, che è quello del fumus persecutionis, per il quale si intende non un'attività volta a colpire questo o l'altro per rancore, per ripicca o per malanimo, bensì quell'attività che non resiste alla prova oggettiva - la cosiddetta prova di resistenza - la quale vuole che tutti gli argomenti che possono essere puntati contro un parlamentare siano suscettibili di apprezzamento positivo, se rivestono contenuti di dignità quantomeno formale, prima, sostanziale, quindi.
Nel caso di specie, sostengo che la richiesta di autorizzazione all'arresto contro i due parlamentari potrebbe essere sicuramente accolta se, con un testo di legge nuovo, abolissimo tre principi: quelli degli articoli 273 e 274 del codice di procedura penale e 111 della Costituzione.
Se potessimo enucleare i due principi del codice del rito più quello del codice delle garanzie, tutto potrebbe svolgersi in campo aperto, senza limiti e confini. Ma nel caso di specie, non ho sentito ancora (e certamente il mio non è un contributo di novità) un richiamo ad un passaggio fondamentale, ossia che vi è, nella vicenda che ci occupa, la confessione del nulla probatorio, contenuto proprio nel testo di questi atti.
Leggiamo che «le esigenze cautelari assumono connotazioni particolarmente complesse, poiché risultano tuttora in corso i delicati accertamenti, i collegamenti societari» e via dicendo: ciò equivale ad affermare il seguente concetto: non so se tu sia un mio debitore, ma intanto ti vendo i beni. E dopo la confessione che «sono in corso codesti accertamenti e che gli stessi risultano complessi» (per complessi significa che ci arrendiamo quasi davanti all'insussistenza degli stessi, ma è una mia libera interpretazione) qual è il rimedio che io, magistrato paziente e prudente, adotto? Intanto salto tutta la sofferenza delle indagini e arrivo alla conclusione, ossia il totale precede in ciò l'opera di verifica. Allora il problema diventa ancora più grave quando, in un secondo passaggio del provvedimento, si legge: «accertamenti che, con molta probabilità, imporranno il ricorso all'istituto della rogatoria internazionale». Quindi, non prossimi alla conclusione, ma ulteriormente complessi ed intricati, al punto che devo fermarmi davanti alla mancanza di risultati o in attesa degli stessi, e quindi adottare i conseguenti comportamenti. Se questa richiesta fosse giunta alla fine di
codesto viaggio, direi che siamo nel corretto evolversi giudiziario. Qui siamo in presenza di un tale - per impoverire al massimo o forse per banalizzare, ma mi sia consentito per comodità di immagine - che si presenta al ristorante e gli viene presentato il conto ancor prima di ordinare. È come dire: gli accertamenti non te li faccio (essi saranno di là da venire); non so quando si concluderanno, ma intanto chiedo al Parlamento la privazione della libertà.
Non si fermano a ciò. Vi è perfino la profanazione delle suggestioni, quando viene evocata persona affettivamente cara ad uno degli indagati per dire che essa è coinvolta in quanto è funzionaria di un dato ente, sicché si confonde il notorio con l'accertamento. È come affermare che abitare in una certa via od avere due figli sia il risultato di una verifica probatoria e non banale notorietà che certamente non influisce sul corso degli eventi o degli «accertamenti». Si poteva anche affermare che la persona, essendo di sesso femminile, non è maschio, e potremmo avere un ulteriore «accertamento»: che è madre di figli, e ancora altro «accertamento»: che abita a Roma. Questi sono «accertamenti?» si può vertebrare il fumo? Non possiamo profanare immagini estranee al contesto di codeste indagini tirandole dentro la vicenda, con pubblicità negativa che certamente non depone a favore del diritto all'immagine che ognuno di noi deve avere.
È potere l'abuso di sfregio permanente, quello riservato a qualcuno che ha trasformato l'ordine in potere? Ma dobbiamo essere considerati soggetti privilegiati, noi? Di certo, no, ma soggetti differenziati si, perché siamo destinatari del consenso, due volte colpevoli nel momento in cui la colpevolezza si accerti, con l'aggravante che è quella delle funzioni esercitate, ma con un richiamo alla prudenza istituzionale, quando non proprio alla prudenza etica, al rispetto del simile, se non si ha la certezza che il simile sia pericoloso se libero.
Allora, la conclusione è la seguente. Se le presunte collaborazioni indiziarie si trasformassero in assegni di conto corrente, e se i magistrati potentini fossero funzionari di sportello bancario, onorerebbero un assegno, non coperto, virtuale, un assegno annunciato?
Allora, è desolante la conclusione: non si può inquinare un panorama che non c'è; così continuando si inquina la credibilità nei confronti della giustizia, che noi vogliamo alta e migliore di noi (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Gioia, il quale dispone di un tempo minore, essendo già intervenuto per la sua componente l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, quest'oggi, ci troviamo a dover decidere se concedere o meno l'autorizzazione ad eseguire la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di due parlamentari, ma sicuramente non siamo qui, io credo, per celebrare un processo riguardante i magistrati e i cittadini più in generale; siamo qui, invece, a deliberare, nell'ambito segnato dall'articolo 68 della Costituzione, se ricorrano quelle condizioni che consentano di acconsentire alla richiesta formulata dai magistrati di Potenza.
Bene hanno fatto i relatori a sottolineare, con estrema puntualità, che l'analisi della Giunta per le autorizzazioni si è svolta in modo tranquillo e sereno, senza che si facesse del caso una questione di parte e senza che avesse alcun rilievo l'esigenza di garantire una corporazione. È stata fatta un'analisi approfondita e serena perché era necessario e doveroso, non soltanto per rispetto delle istituzioni, ma soprattutto per rispetto dei parlamentari, capire se vi fossero elementi tali da determinare un provvedimento così grave. Ebbene, non è emerso nulla, a carico dei parlamentari, che potesse giustificare un provvedimento limitativo della libertà dei parlamentari in questione.
Allora, ci dobbiamo porre, con fermezza e con grande senso di responsabilità,
la questione sollevata, qualche minuto fa, dall'onorevole Intini: abbiamo il dovere di cominciare ad essere chiari su tali questioni, per fare in modo che i problemi posti all'attenzione del Parlamento, che coinvolgono i predetti parlamentari, trovino una soluzione chiara, politica ed istituzionale, che vada a rimettere ordine nel sistema delle garanzie delle libertà individuali nel nostro paese.
Com'è possibile richiedere l'autorizzazione agli arresti domiciliari per due parlamentari semplicemente sottolineando che essi avevano esclusivamente rapporti di amicizia e contatti con alcune persone? In qualche passaggio delle trascrizioni delle intercettazioni ambientali si fa riferimento a segnalazioni per assunzioni di personale. Noi avremmo qui la necessità di discutere con chiarezza, con forza, per capire se questo meccanismo possa determinare quelle condizioni che fanno in modo che i parlamentari vengano messi alla gogna all'interno del nostro paese. Quale risarcimento possono avere questi parlamentari che oggi sono usciti su tutti i giornali della nostra realtà nazionale? Credo che dobbiamo affrontare presto il problema delle intercettazioni ambientali, che non possono e non debbono essere utilizzate e il problema del segreto istruttorio, che molto spesso viene ad essere comunque superato con grande facilità.
PRESIDENTE. Onorevole Di Gioia, la invito a concludere.
LELLO DI GIOIA. Concludo, Presidente, dicendo che noi dobbiamo aprire un grande dibattito in questo Parlamento. I tempi sono cambiati, lo diceva giustamente l'onorevole Intini, anche se qualche tempo fa si facevano dimettere ministri e parlamentari per un avviso di garanzia, non certamente per una questione di custodia cautelare. Sono cambiati i tempi, dobbiamo riformulare le questioni politiche all'interno di questo Parlamento, ed è opportuno che se ne discuta in questa Assemblea. Voglio riaffermare il nostro voto favorevole alla non concessione dell'autorizzazione a procedere per i due parlamentari, chiedendo però ai capigruppo di maggioranza e di opposizione di affrontare nel più breve tempo possibile, all'interno di questo Parlamento, un dibattito serio (da avviare in Commissione) non solo sulle prerogative parlamentari, per una revisione dell'articolo 68, ma soprattutto sulla questione del superamento del segreto istruttorio, che va a ledere, come dicevo prima, la dignità di tutti i parlamentari: è una questione da affrontare con serietà e responsabilità (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bielli. Ne ha facoltà.
VALTER BIELLI. Signor Presidente, la richiesta, avanzata dal pubblico ministero di Potenza ed emanata dal GIP, di autorizzazione ad eseguire gli arresti domiciliari nei confronti dei deputati Sanza e Luongo, per il procedimento penale che li vede coimputati con altre 22 persone, attiene al capo di imputazione di associazione per delinquere aggravato, ai sensi del quinto comma dell'articolo 416 del codice penale. Le relazioni dei colleghi Gironda Veraldi e Fanfani hanno già esplicitato in modo chiaro che l'orientamento che si è manifestato nella Giunta per le autorizzazioni è quello di negare l'autorizzazione.
La posizione della Giunta per le autorizzazioni è maturata a seguito di un approfondito esame ed a seguito della audizione dei due colleghi, e si è manifestata con un voto unanime. Ciò che ha prevalso nel giudizio della Giunta non è stato tanto il riferimento alla necessità di non recare un vulnus al plenum dell'Assemblea, che pure ha un aspetto rilevante, quanto soprattutto la visione degli atti processuali e la considerazione che le esigenze cautelari prospettate a carico di due colleghi a tutti noi sono parse eccessive ed inconsistenti. Non spetta a noi entrare nel merito del processo. Il lavoro svolto da quella procura evidenzia un quadro di attività illecite che, qualora
confermate, non solo farebbe pensare, ma porrebbe problemi di approfondimento politico per quanto attiene a tutto il capitolo degli appalti e delle opere pubbliche.
Se qualcuno pensava che le tangenti, la corruzione e la concussione fossero finite con tangentopoli, di fronte al quadro evidenziato dal PM di Potenza, deve ricredersi, e per tutti noi si porrebbe il problema (e la preoccupazione, aggiungo) di quali procedure, di quale nuova legislazione ha bisogno un paese che vuole eliminare il fenomeno della tangente come mezzo per procacciarsi affari e appalti. Il quadro è inquietante. Intermediari, uffici che si prestano al malaffare, un intreccio messo in campo dal gruppo De Sio, che si articola e si dipana nei centri vitali dell'amministrazione pubblica. Da questo punto di vista il lavoro dei magistrati di Potenza è meritorio ed evidenza anche capacità di indagine tali da aver scavato, in profondità, in settori dove illegalità e corruzione, se non fossero combattute e sconfitte, minerebbero lo Stato di diritto. Ma a noi interessa la posizione dei nostri due colleghi, Sanza e Luongo, che per il pubblico ministero, con l'avallo del GIP, sarebbero inseriti organicamente in questa associazione a delinquere, in ragione, anche, del loro ruolo di esponenti politici di spicco e delle loro conoscenze.
Le posizioni dei due parlamentari sono simili - identico è il capo di imputazione - ma non uguali, anche se per ambedue, non pare a me e neppure alla Giunta, che sussistano ragioni per gli arresti domiciliari. A Sanza e a Luongo non vengono imputati fatti delittuosi specifici anzi, quelli che dovrebbero servire per connaturare il loro organico collegamento, o meglio la loro attiva partecipazione all'associazione a delinquere, di fatto, evidenziano un loro non coinvolgimento e la loro estraneità. Innumerevoli sono le intercettazioni ed anche il richiamo, in dette conversazioni, a nostri colleghi, ma mai si fa riferimento ad un fatto delittuoso preciso.
Per Sanza la richiesta di arresti domiciliari, sottoscritta dal GIP, fa riferimento al fatto che sono in corso delicati accertamenti per i rapporti che egli avrebbe con il Calza, altro coimputato. Tali accertamenti dovrebbero essere effettuati anche sulla famiglia dell'onorevole Sanza ed in società con sedi estere. Nelle indagini si parla della necessità di accertamenti ma gli arresti domiciliari non appaiono sicuramente convincenti. Per quanto riguarda, poi, la richiesta, che sarebbe stata avanzata dai parlamentari alla società De Sio, di assumere alcuni lavoratori, non si può prefigurare alcun reato perché, nei fatti, in epoca di libertà e tanto più in tempi di libertà di assunzione e di collocamento per via privatistica, non si può sicuramente pensare che avere indicato qualche assunzione possa essere considerato un fatto delittuoso. Da questo punto di vista è risibile l'osservazione che ci viene presentata dalla procura di Potenza.
Per il Luongo, poi, l'asserito versamento di dieci milioni al De Sio appare chiaramente finalizzato e consegnato alla squadra di pallavolo e di pallacanestro ma, soprattutto, nella fase successiva quando il De Sio dichiara «Speriamo che servano» ci si rende conto che, se fossimo di fronte ad una associazione a delinquere, coloro che dirigono l'associazione non avrebbero bisogno di dire «Chissà se serviranno».
Siamo di fronte ad una persecuzione giudiziaria verso i nostri due colleghi? Io, cari colleghi, cari parlamentari, non la penso a questo modo. Penso invece ad eccessi, a vizi di forma che divengono anche di sostanza e vedo il rischio di avere già definito, a priori, il contesto. In questo contesto, la politica, per chi ha definito a priori tutto, deve rientrare per forza; pertanto i riferimenti ai nomi dei politici, immediatamente, ne sono la prova. Ma così non è, e così non deve essere e credo che sarebbe grave se si accedesse ad un principio di questo tipo.
Vorrei aggiungere che l'opinione che ho espresso su questa situazione non è diversa da quella di ieri. Abbiamo sempre, come sinistra, fatto riferimento a fatti precisi ed abbiamo sempre valutato le
situazioni per quello che erano. Rispetto a questa situazione il nostro giudizio è chiaro e netto.
Ho già detto del quadro inquietante che emerge e mi auguro che le indagini portino a colpire il malaffare ed a scoprire tangentisti, corruttori e collusi. Non è giusto che, in quanto politici, possa essere mossa un'accusa senza riferimenti specifici, ai parlamentari in quanto tali.
Noi non siamo di fronte a sicari, collega Filippo Mancuso. Il termine sicario lo usano altri ed è un termine che non dovrebbe mai essere usato contro la magistratura e credo non farebbe piacere neppure a lei che, in qualche circostanza, venissero usati termini impropri. La richiesta di arresti domiciliari che ci viene presentata è quindi priva di fondamento, non è corroborata da ragioni oggettive e per questo motivo, con l'atteggiamento serio e responsabile che abbiamo sempre avuto, oggi noi diciamo di no alla richiesta di arresti domiciliari.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Kessler. Ne ha facoltà.
GIOVANNI KESSLER. Signor Presidente, intervengo per annunciare il mio voto favorevole all'accoglimento della proposta formulata dai relatori, proposta, e relazione, di cui ho apprezzato il contenuto, lo spirito ed anche i limiti corretti che ne hanno determinato la formulazione. Mi riferisco all'accertamento, ai sensi dell'articolo 68 della Carta costituzionale, dell'esistenza o meno di un fumus persecutionis nei confronti dei nostri colleghi, vale a dire di un ingiustificato pregiudizio negativo che possa aver pesato nei confronti dei due deputati.
Intervengo, sollecitato dal dibattito odierno, anche per pronunciare tre chiari «no». Il mio voto favorevole alla proposta dei relatori è anche un «no» chiaro a chi si intende sostituire oggi, in quest'aula, al tribunale, a chi vuole fare di quest'aula parlamentare un'aula di tribunale speciale per i parlamentari stessi. Non è nostro compito intervenire o sindacare sulle responsabilità penali dei singoli: per questo, per tutti i cittadini, c'è il tribunale, il giudice previsto dalla nostra Carta costituzionale precostituito per legge, che non è certo un'aula parlamentare.
No, dunque, a chi, in questo dibattito, ha voluto, per eccesso di zelo, forse per la propria funzione professionale di avvocato difensore esercitata fuori da questa aula, portare argomenti che possono essere assolutamente corretti e dignitosi in un'aula di tribunale. Non vogliamo che il Parlamento venga trasformato in un tribunale, anche perché altrimenti, colleghi, daremmo proprio all'opinione pubblica, ai nostri elettori, l'immagine di un privilegio dei parlamentari, per i quali varrebbe un tribunale specialissimo formato dalla corporazione dei propri colleghi.
Ancora, colleghi, diamo, o abbiamo dato, per buona parte del dibattito odierno, l'immagine di alcuni imputati più eguali degli altri, alcuni imputati parlamentari che dispongono di una forza di pressione nei confronti dell'autorità giudicante formidabile, forza che non è consentita, invece, ai comuni mortali imputati.
Il secondo «no» che accompagna il voto favorevole alla proposta dei relatori è rivolto a chi si vuole sostituire, onorevole Cola, alla Giunta per le autorizzazioni, la quale è stata chiamata dal Presidente Casini a dare una risposta sull'uso delle intercettazioni telefoniche nelle quali compaiono alcuni deputati; la Giunta non ha ancora concluso i suoi accertamenti e, pertanto, non ha ancora formulato il proprio giudizio su questa materia. Deve essere chiaro a tal proposito - è anche mio dovere fare chiarezza, dato che sono stato tirato personalmente in ballo - che dagli accertamenti effettuati risulta che nessuna telefonata intercettata, in cui compare il nome di parlamentari, è stata utilizzata come prova nel processo in questione. Nessuna registrazione che coinvolge parlamentari costituisce prova in questo processo. Vi sono, certamente, alcune telefonate in cui compaiono alcuni parlamentari, ma il magistrato, quando ordina un'intercettazione sull'utenza di un comune mortale, non può certo sapere
prima con chi questo andrà a parlare; di tale fatto, di tale ordine, perciò, non si può fare carico al magistrato stesso.
Alcune di queste intercettazioni sono state usate per richiedere la proroga delle indagini. Si può avere qualsiasi opinione sul punto, ma una cosa è certa: non è un atto illegittimo da parte dei magistrati per una semplicissima ragione che è emersa anche in questo dibattimento. Non vi è, infatti, alcuna legge che regola questa materia in modo diverso dal codice di procedura penale che vale per tutti i comuni mortali. Se non si vuole che vi sia questo limitatissimo uso delle telefonate in cui interloquiscono parlamentari bisogna fare una legge. Se la legge non esiste non si può certamente imputare una violazione di legge ai magistrati e, certamente, se colpe vi sono per la mancanza di una legge esse non sono imputabili alla magistratura bensì all'organo legislativo, ossia al Parlamento.
Un terzo ed ultimo «no» che accompagna questa mia dichiarazione di voto è rivolto a chi approfitta di questa sede (ciò nel dibattito è emerso chiaramente) - mi si consenta - in modo anche meschino, per regolare conti politici. Mi riferisco a conti politici tra opposizione e maggioranza, a quelli che scaturiscono da ricordi della scorsa legislatura o, ancora, da ricordi storici, a vendette, a piccole soddisfazioni che si prendono nei confronti della magistratura dalla quale si ritiene di aver subito, in passato, dei torti. Colleghi, non è questa la sede per le polemiche, per queste piccole vendette o per queste aggressioni davvero meschine, che sviliscono il nostro compito.
Anzi, strumentalizzando il nostro voto odierno sull'articolo 68 della Costituzione rendiamo più debole la nostra posizione, mostrandola legata a contingenze, a vendette o a solidarietà politiche. Purtroppo, ciò è emerso nel dibattito in Assemblea; devo riconoscere che nel dibattito in sede di Giunta non è stato così.
Infine, con la mia dichiarazione di voto voglio anche esprimere il rispetto, la fiducia e la solidarietà per il lavoro dei magistrati di Potenza, che hanno svolto queste indagini tra mille difficoltà e che hanno saputo, nonostante tutto, scoperchiare un diffuso fenomeno di corruzione esistente. Essi sono stati insultati, oggi per l'ultima volta in questo pubblico dibattito, in cui sono state pronunciate parole come «mostri» o «sicari». Essi sono stati insultati direttamente e vergognosamente sulle prime pagine di molti giornali e anche da autorità dello Stato, senza che alcuno si sia levato non per difenderli, ma semplicemente per affermare che, se dissenso legittimo vi può essere su alcune scelte dei magistrati, esso non deve trascendere nell'insulto personale. Pensavo che almeno oggi ciò si potesse evitare. Allora, mi corre l'obbligo di esprimere con questo voto anche il rispetto, la fiducia e la solidarietà nei confronti dei magistrati che compiono il loro lavoro senza alcun altro interesse. Se dissenso c'è - e vi può essere - ciò non significa che i magistrati non abbiano lavorato bene e, soprattutto, che non siano degni del nostro rispetto e anche della nostra ammirazione come cittadini.
Oggi esercitiamo legittimamente le nostre funzioni, che sono quelle che l'articolo 68 della Costituzione ci indica. In alcuni interventi abbiamo, giustamente, rivendicato la dignità ed abbiamo chiesto rispetto per le nostre decisioni. Colleghi, ciò è giusto; ma se vogliamo il rispetto, dobbiamo essere altrettanto capaci di riconoscerlo alle altre autorità dello Stato, pur in presenza di eventuali, possibili e legittimi dissensi. In caso contrario, la nostra posizione suona come posizione di privilegio di fronte agli altri cittadini e rischiamo di perdere ciò che più conta: la credibilità delle nostre scelte e delle nostre azioni di fronte al popolo degli elettori (Applausi dei deputati del gruppo Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Craxi. Ne ha facoltà.
BOBO CRAXI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, volentieri intervengo su tale questione facendo qualche rilievo di carattere
squisitamente politico e confermando che il mio voto seguirà l'indirizzo della Giunta per le autorizzazioni a procedere che negherà l'arresto dei colleghi parlamentari. Su questo punto ritengo si siano fatti passi in avanti e non all'indietro: un Parlamento libero decide di non farsi intimidire, non consegna ai magistrati uno o due dei suoi membri e respingerà, quindi, con forza la richiesta. Se ciò avviene, non è soltanto perché, nel merito, non si sono riscontrati uno o più fatti che ne autorizzino la richiesta e, quindi, inducano a concedere l'arresto, ma penso più in generale che il Parlamento della Repubblica sia sottoposto ad un'influenza diversa, ad un clima nuovo. È passata l'onda giustizialista, è passata l'epoca in cui anche i predecessori, ad esempio, dell'onorevole Cè sventolavano i cappi in questo Parlamento.
Vedete colleghi, non mi deve fare velo la mia umana simpatia nei confronti del collega e, se ho commesso ieri un atto di rabbia, me ne scuso con lui e con i colleghi parlamentari. Tuttavia, non contestavo il collega, ma una politica, contestavo non la persona, ma un clima che, vivaddio, è stato sconfitto. È passata l'epoca in cui un libero voto di questo Parlamento che negava l'autorizzazione a procedere e l'autorizzazione all'arresto di un parlamentare socialista faceva dire ad un esponente autorevole della sinistra italiana: oggi si è determinato un vulnus per la democrazia. Sono felice che non sia più così perché non vogliamo più che accada ad altri quello che è accaduto a noi. Questa è la ragione per cui oggi confermiamo un atteggiamento ed un'attitudine.
Conoscete bene le ragioni e l'occasione in cui fu abrogata l'autorizzazione a procedere contro i deputati. Si trattava di un istituto in vigore sin dalla nascita di questo Parlamento della Repubblica, fatto salvo il periodo del regime. Penso che oggi, tenuto conto del clima e delle mutate condizioni politiche, si possa benissimo ripristinare l'istituto dell'autorizzazione a procedere così come nelle scorse legislature veniva utilizzato. Ripristinare l'autorizzazione a procedere riequilibrando il rapporto tra la politica e la magistratura è un dovere di tutta la classe politica, tanto per la destra, quanto per la sinistra italiana, sebbene - lo dico al collega e compagno Intini -, come è accaduto sui temi laici, abbiamo visto esservi un possibile trasversalismo tra chi pensa che i magistrati abbiano sempre e comunque ragione e chi pensa, invece, che i magistrati abbiano sempre e comunque torto.
Ritengo che la sensibilità di questo Parlamento sia cambiata e che necessariamente il riequilibrio del rapporto fra la politica e la magistratura passi attraverso un riequilibrato buonsenso, che ripristini ciò che c'era e che definisca confini più certi; quindi un equilibrio più certo ed un rapporto più favorevole tra i parlamentari eletti e i magistrati.
Mi auguro che il voto di oggi non sia un'occasione perduta e non sia - per così dire - un voto ordinario, ma che possa costituire per noi un'occasione politica su cui riflettere, su cui far riflettere e alla fine decidere verso un obiettivo, che deve essere anche di cambiamento, proprio perché il clima che si è determinato è cambiato.
Voglio, infine, rinnovare la mia solidarietà all'amico Angelo Sanza, al compagno Luongo e alle loro famiglie (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI e di deputati dei gruppi di Forza Italia e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Antonio Leone. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, ritengo che di carne a cuocere, in questa vicenda e in questa Assemblea, ne sia stata messa in abbondanza, motivo per il quale vanno svolte alcune riflessioni, al fine di esplicitare il voto che sarà espresso da parte del gruppo di Forza Italia; tuttavia, tali considerazioni devono essere distinte.
Vi è un plauso all'innovazione compiuta dalla Giunta per le autorizzazioni, della quale mi onoro di far parte, per quanto attiene all'individuazione del fumus
persecutionis. Proprio tale innovazione deve fare intendere come, forse mai come in questa occasione, occorra portare all'attenzione dell'intera Assemblea non solo il metodo, ma anche il fatto che è giunto il momento di chiamare le cose per nome e cognome, per arrivare a conclusioni di convinzione, di equilibrio e di giustezza, con riferimento alle decisioni che dobbiamo prendere nei confronti di alcuni parlamentari. Dico ciò in quanto, poiché l'intersecazione tra l'individuazione del fumus persecutionis e gli atti processuali, che arrivano alla Giunta per le autorizzazioni (e quindi all'Assemblea), è inscindibile, allora non si possono sottacere i risultati di un'indagine svolta dalla Giunta nella sua interezza e all'unanimità, presentati oggi al plenum del Parlamento. Allora, non si può non dire che, allo stato degli atti, così come sono stati portati all'attenzione della Giunta, il collega Sanza è totalmente estraneo ai fatti che gli vengono contestati. Non si può sottacere che, dall'esame del provvedimento emesso dal giudice di Potenza, emerge con tutta evidenza l'affermazione di tutta una serie di circostanze in materia apodittica, categorica e correlata, peraltro, da argomentazioni congetturali, che portano necessariamente alla conclusione a cui è pervenuta la Giunta per le autorizzazioni.
Permeare un'ordinanza di misura cautelare di sospetto e di insinuazione, il dominio del sospetto e dell'insinuazione che sovrasta il documento, che sovrasta la prova, che sovrasta tutta un'attività di indagine che avrebbe dovuto essere svolta ma che invece non lo è stata, demandandola ad un momento successivo - dicendo: per adesso sono acquisiti questi elementi (elementi, peraltro, non probanti) -, per giungere poi definitivamente ad una conclusione accusatoria così grave e così pesante nei confronti dei due colleghi, questo mi sembra sia un metodo aberrante che porta alla luce quale sia lo sconcerto del Parlamento nell'esaminare tali atti.
L'ipotesi accusatoria formulata a carico del collega Sanza e del collega Luongo prende, quindi, corpo in uno sconcerto ed in una sorpresa legate alla genericità, alla non individuazione di alcuni fatti e ad un teorema, ad un quadro che lo stesso magistrato non ha saputo mai riempire con elementi precisi, probanti e scaturenti da un'indagine che - come hanno affermato meglio di me i colleghi che mi hanno preceduto - è meglio non ricordare.
Le forzature interpretative, i travisamenti, la straordinaria superficialità che hanno permeato questa ordinanza - messe in luce non solo dagli esponenti del centrodestra, ma anche da quelli del centrosinistra - devono farci riflettere.
Questa è la prima fase e, torno a ripetere, che non si può slegare individuazione del fumus persecutionis da questi elementi, affermando che non si deve e non si può entrare nel merito. Occorre entrare nel merito al fine di individuare gli elementi che il giudice ha posto alla base di una richiesta così grave e così infamante nei confronti dei due colleghi.
Tuttavia, mi si consenta di portare l'attenzione dell'Assemblea alcune riflessioni che scaturiscono da questa vicenda. Il collega Pisapia ha affermato che bisogna tener conto del fatto che, nel momento in cui si giudicano due colleghi, possa scattare un'ipotesi di affezione, di amicizia. È questa la questione che, invece, non bisogna far trapelare da quest'aula agli occhi dei cittadini, vale a dire il fatto che stiamo qui a difendere una tutela, una prerogativa, una corporazione, dunque non i colleghi Sanza e Luongo, ma un'istituzione: il Parlamento nella sua interezza. È questo che deve emergere oggi da questa vicenda, che ci trova concordi all'unanimità nell'assumere una decisione che deve costituire l'inizio di un percorso da completare in seguito.
Dunque, quali sono le riflessioni e gli spunti che, oggi, ci vengono offerti da questa vicenda? I rapporti tra i vari poteri dello Stato, l'autonomia nonché la necessità di porre paletti seri - mi riferisco ad una rivisitazione dell'articolo 68 della Costituzione nel senso che ho evidenziato in precedenza - per evitare che venga minata l'autonomia di un organo dello Stato da parte di un altro organo dello Stato, attraverso azioni che nulla hanno a che
vedere con la giustizia, essendo riferibili ad un teorema che esula dagli elementi previsti dal codice di procedura penale.
Quindi, vi è la necessità di tutelare i vari organi nella propria autonomia. In considerazione dei rapporti esistenti tra il Parlamento e l'esecutivo nonché tra i cittadini italiani e la magistratura, ciò che quest'Assemblea, oggi, deve porre all'attenzione di tutti non è la tutela del Parlamento, ma la tutela della stessa magistratura. Infatti, occorre che gli organi preposti ad individuare i comportamenti non consoni alla giustizia siano posti in condizione di segnalare gli atteggiamenti di natura «indisciplinare» nei confronti di alcuni magistrati.
Ciò non ha nulla a che vedere con le posizioni politiche; non voglio fare, in questo intervento, una contrapposizione politica tra magistrati di destra e magistrati di sinistra, mi riferisco a magistrati che, evidentemente, non si attengono al ruolo di giustezza cui sono costretti secondo i principi del nostro ordinamento giuridico.
Sono queste le considerazioni che sottopongo all'attenzione dell'Assemblea affinché si sappia, una volta per tutte, che un manipolo di sparuti magistrati non può inficiare la connotazione di una categoria che noi intendiamo tutelare, ma che deve essere tutelata principalmente da parte della stessa magistratura per le considerazioni cui accennavo in precedenza. Altrimenti, in quest'aula si finirebbe per valutare non l'immunità o l'impunità di un parlamentare ma l'immunità o l'impunità di un magistrato che, non rispettando alcune regole, evidentemente si accoda agli strumenti legislativi per evitare che ricada su di lui una qualsiasi responsabilità. Questo è l'altro spunto che vorrei sottoporre al Parlamento ai fini di una riforma: colleghi, cogliamo l'occasione per venir fuori da un'impasse in cui ci siamo messi nel rapporto con la magistratura. Non è vero che il Governo e la maggioranza stanno andando contro le attese dei cittadini, nel momento in cui sottopongono una riforma all'associazione nazionale magistrati, ottenendone soltanto una chiusura netta. Queste vicende mettono in risalto la necessità alta e vera che la riforma si faccia.
Allora, diciamolo per intero: anche alla luce di questa vicenda, una riforma deve essere fatta. Il confronto non deve essere scontro. Perché non richiedere, ai fini dell'accesso in magistratura, gli elementi che per qualsiasi altro sistema vengono auspicati? Penso anche ai test psicoattitudinali che vengono omessi per la sola magistratura e non per altre professioni. Perché non riformare, nel senso che prima auspicavo, tutto ciò che ruota attorno all'accesso in magistratura e al comportamento successivo dei magistrati?
Sono queste le considerazioni che mi sento di sottoporre all'attenzione dell'Assemblea, non dimenticando che la tutela di un'istituzione non è tutela del singolo parlamentare, ma è tutela dell'intera democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e dell'UDC (CCD-CDU)).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.
LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, non prendo la parola sul merito della questione, perché ne hanno già parlato i colleghi Kessler e Bielli: siamo tutti d'accordo. Ma alcuni autorevoli colleghi - e mi riferisco al presidente Mancuso, ai colleghi Intini, Craxi e, adesso, Antonio Leone - hanno affrontato un'altra questione. Si tratta della questione che ha attraversato la storia degli ultimi dieci anni del nostro paese: il rapporto tra politica e magistratura; il rapporto tra politica e risorse economiche, la corruzione è un capitolo di questa questione; la debolezza della politica nei confronti del potere giudiziario e così via.
Colleghi, devo dire che si tratta di una questione grave e non soltanto italiana. Se guardiamo alla Francia, alla Germania o agli Stati Uniti - penso allo scandalo Enron - verifichiamo che il problema si pone in termini abbastanza simili: c'è una debolezza complessiva della politica in
tutto il mondo occidentale; c'è una domanda di trasparenza della politica da parte dei cittadini; c'è il problema di vedere in che termini si regolino i confini dell'azione giudiziaria nei confronti della politica. Credo che nessun paese, oggi, abbia trovato un punto di equilibrio tra questi valori diversi. Lo sforzo deve essere quello. Signor Presidente, lo dico, tra l'altro, a lei che è anche un autorevole giurista.
Però, colleghi, se dovessimo scontrarci tra opposte corporazioni - avvocati e magistrati o politici e magistrati - non credo che ne usciremmo fuori. Non credo che risolveremmo questo tipo di problemi, se usassimo termini inutilmente offensivi. Mi scuso con lei, presidente Mancuso, ma ho l'impressione che li abbia usati oggi. Colleghi, a mio avviso, la questione si pone in questi termini.
FILIPPO MANCUSO. Glielo ripeto il termine che lei depreca!
LUCIANO VIOLANTE. Sì, ma questo non risolve alcun problema, onorevole Mancuso. In genere l'insulto non ha mai risolto alcuna di queste questioni. Lo dico con rispetto nei suoi confronti, come lei sa bene.
FILIPPO MANCUSO. Certo, ma neppure lei li sta risolvendo! Lei sta risolvendo i problemi della sua coscienza manchevole!
LUCIANO VIOLANTE. Colleghi, la questione che poniamo oggi ha due facce. Una è quella storico-politica e non si risolve qui dentro. La risolviamo innanzi tutto tra politici, ma fuori di qui, in un confronto con la società italiana.
Poi c'è un'altra questione: presidente Siniscalchi, credo che da cinque anni stiamo discutendo sulla possibilità di fissare regole all'azione della magistratura, quando essa si trova ad agire nei confronti di una persona che abbia responsabilità politica. E non siamo riusciti a farle, queste regole.
FILIPPO MANCUSO. Non le avete volute fare!
LUCIANO VIOLANTE. Questo è un problema che attiene alla nostra responsabilità. Questa Camera le fece queste regole e il Senato le bloccò: credo che ricorderete.
Allora, per concludere, signor Presidente, credo che occorre distinguere i due piani. Il piano della riflessione e della discussione politica, di cui hanno parlato alcuni colleghi e che va posto in tutti quanti i suoi aspetti: lo ripeto, politica e magistratura, politica e risorse economiche e così via. Poniamo anche la seconda questione, che è quella di come noi, con autorevolezza e non con spirito vendicativo, stabiliamo le regole che la magistratura deve osservare quando affronta questioni di questo genere, altrimenti andremo avanti continuamente a riproporre il problema del braccio di ferro, con il rischio della perdita di credibilità e di autorevolezza perché questa questione rischia di essere vista, fuori di quest'aula, come la tutela corporativa di questo o di quel parlamentare e non come una questione, come diceva adesso qualcuno, che riguarda l'equilibrio tra i poteri dello Stato. C'è da recuperare un nuovo livello di equilibrio nell'autorevolezza e nella responsabilità di questo Parlamento, ma anche nel riconoscimento dell'autorevolezza e della responsabilità della magistratura.
Se saremo in grado di arrivare a questo punto di equilibrio, credo che molti dei problemi che qui sono stati affrontati potremo risolverli. Quelli politici, onorevole Intini e onorevole Craxi, non si risolvono con una legge, ma con una franca discussione fra di noi su chi ha sbagliato e chi no: forse gli errori li abbiamo fatti tutti, su questo non ho nulla da nascondere. Forse gli errori li abbiamo fatti tutti, ma non è rinfacciandoceli che possiamo andare avanti. Con un atto di chiarezza e di onestà intellettuale, io credo che possiamo aprire una fase nella storia del nostro paese, un atto di chiarezza e di onestà intellettuale, riconoscendo gli errori, ma riconoscendoli per andare avanti,
non per sviluppare vendette (Applausi del deputato Acquarone).
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.
VINCENZO SINISCALCHI, Presidente della Giunta per le autorizzazioni. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VINCENZO SINISCALCHI, Presidente della Giunta per le autorizzazioni. Signor Presidente, intervengo soltanto per poche considerazioni, che ritengo doverose come presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, al fine sottolineare il valore del lavoro svolto dalla Giunta in quest'occasione, come in tutto il corso di questo primo anno della legislatura. Vorrei sottolineare il valore di questo lavoro, che certamente non è sorretto dal raggiungimento di quella definizione chiara che già dal 1993, con le 18 proposte di legge dei governi che si sono succeduti nel tempo, doveva dare corpo alla riforma dell'articolo 68 della Costituzione, ma che tuttavia, pur nell'assenza di questo importante strumento legislativo (la cui necessità è emersa dagli interventi di tutti i rappresentanti dei gruppi), è comunque il frutto di decisioni nelle quali, debbo riconoscere e dichiarare onestamente, non si riversano atteggiamenti preconcetti.
Vi è uno sforzo comune che oggi è approdato a questa proposta - che io spero raccolga la stessa unanimità che è stata raccolta nei lavori della Giunta - che emerge in maniera speculare e chiara, cari colleghi, proprio dal contenuto responsabile, sobrio e appropriato delle motivazioni dei due relatori - che ho il dovere di ringraziare, pubblicamente, per l'ampiezza della loro ricerca all'interno dei documenti inviatici dall'autorità giudiziaria di Potenza e per la pertinenza del loro lavoro e dei loro riferimenti, in assenza della legge sull' articolo 68 - ma anche nella profondità dell'analisi di un documento nei confronti del quale forse non c'è stato bisogno, una volta tanto, della legge applicativa dell'articolo 68, tanto era evidente il progressivo formarsi di una volontà comune, che non è una volontà di censura, né di blocco di alcuna indagine, come è perfettamente noto.
Era la volontà di riaffermare l'insussistenza dei presupposti che l'articolo 68, nella giurisprudenza unica che lo sorregge - quella della Corte costituzionale -, ha posto perché si autorizzi o si neghi l'autorizzazione alla privazione della libertà personale. Ce ne eravamo occupati in altra occasione all'inizio dei nostri lavori e l'unanimità - tengo a dirlo a nome di tutti i colleghi della Giunta - non vuole assolutamente significare un'orgogliosa chiusura corporativa, è esattamente l'inverso di quello che si legge nella motivazione di queste proposte.
Debbo, però, sottolineare che proprio questa unanimità ragionata, motivata, sofferta per il lavoro di approfondimento anche al di là della motivazione dell'ordinanza, in quel corteo di faldoni che, per altro verso (come dirò di qui a poco), anche per l'informazione globale nei confronti degli onorevoli colleghi, sta formando oggetto di esame in altro momento del nostro dibattito, si è trovata di fronte ad una sorta di cultura esattamente inversa a quella della razionalità all'interno di questo provvedimento.
L'evocazione di una figura giuridica complessa come quella dell'associazione, l'annunzio che i tre politici - due parlamentari ed un politico non parlamentare - compaiano, fin dalle prime righe in questa ordinanza, accompagnati da una sorta di cultura del sospetto in quanto politici, è una stravaganza, a dir poco, enunciata su cui i relatori hanno portato la loro attenzione; è una stravaganza forse anche - come dire - ingenua dal punto di vista della motivazione dell'ordinanza, ma è la proiezione di una cultura che, nell'ambito dell'articolo 68, ci ha profondamente sorpresi. Ogni caso somiglia a se stesso e noi non abbiamo fatto giurisprudenza perché ci auguriamo di non incontrare più provvedimenti di così evidente infondatezza riguardanti la privazione della libertà personale, certo nei confronti
di chiunque, ma che ci interessa nei confronti dell'istituto parlamentare. Noi consideriamo, con la Corte costituzionale, il pericolo della privazione della libertà di voto e della libertà di esercizio della funzione come prioritario nei confronti delle altre ragioni che valgono, ovviamente, per tutti.
Nel primo punto vi è, quindi, l'annunzio di un'associazione che coinvolge tre politici e che registra reati specifici io sono un giurista solo marginalmente e per l'occasione dell'intervento - e che registra come condizione il prodursi dell'evento. Colleghi, non vi è nessun riferimento alla qualificazione di un qualsiasi evento. I nostri colleghi rispondono anche a qualche conversazione - vedremo come acquisita - contenuta nel documento; i nostri colleghi subiscono le censure dei potenti, dei loro amici o dei loro conterranei; subiscono delle censure: «non si fa mai vedere, non mi ha fatto sapere il resto di niente»; questo è il contenuto sul quale si è portata l'attenzione dell'intera Giunta, in modo particolare dei relatori che, ancora una volta, ho il dovere di ringraziare per il lavoro penetrante; non, colleghi onorevoli, un lavoro di ingegneria particolare di interpretazione dell'articolo 68, ma un lavoro di constatazione dell'evidenza della mancanza dei presupposti, non per l'emissione di un provvedimento di arresti domiciliari, ma anche per l'inizio dell'esercizio dell'azione penale.
Qui ci fermiamo perché la riforma del 1993 ha impedito di accedere a questo campo, escludendo l'istituto dell'autorizzazione a procedere. Pertanto, come presidente di questa Giunta, ma anche come suo componente, mi preme sottolineare il grande lavoro compiuto anche con l'ausilio, come sempre, degli uffici che si trovano in una condizione particolare, su altri versanti, per la mancanza di questa legge. Si tratta di un primo rilievo - e ciò, onorevole Presidente, interessa per i lavori della Giunta - che ci introduce nel secondo rilievo in corso di elaborazione, vale a dire il problema dell'uso o dell'abuso delle intercettazioni nei confronti del terzo.
Il Presidente della Camera ha sollecitato la Giunta ed, al riguardo, è in corso un certo lavoro; noi ribadiamo che non vi sono elementi di intercettazione diretta, ovviamente, nei confronti di chicchessia. Vi sono, tuttavia, alcune forme della medesima che, al termine della nostra indagine, nella risposta al Presidente della Camera, comporteranno, ancora una volta, la necessità che si varino provvedimenti di legge in ordine all'applicazione dell'articolo 68 della Costituzione che, comunque, non riguarda il fondamento della nostra decisione odierna; è tuttavia certo, come mi sono sforzato di affermare più volte in queste occasioni, che ciò deve essere un adempimento da raggiungere. Era stato raggiunto nella scorsa legislatura, ma il Senato ha fatto decadere ancora una volta il progetto di legge.
Pertanto, ci siamo trovati di fronte - credo sia lo stesso anche per tutti gli uomini di buonsenso perché non occorre essere giuristi - per la prima volta alla contestazione di un'associazione per delinquere che, nei confronti di tutti gli altri, trova il riferimento in un reato, un reato-scopo come lo definiscono i giuristi, nell'assenza di qualsiasi riferimento anche a forme di raccomandazione e di intervento indiretto.
Colleghi, ho il dovere di dire - lo hanno fatto intendere gli onorevoli e i pazienti relatori - che non vi sono nemmeno interventi per raccomandare determinate pratiche, per dare senso quindi al vincolo associativo. È uno di quei casi in cui i giuristi parlano di evidenza dell'insussistenza della fattispecie, prima ancora che della responsabilità e questo ho il dovere di rilevarlo perché è il frutto del comune lavoro.
Un'ultima osservazione: abbiamo il sospetto che, questa volta, di fronte al vulnus all'integrità del collegio parlamentare, che ci sta a cuore e che è il fondamento della giurisprudenza costituzionale interpretativa dell'articolo 68 della Costituzione, nell'assenza di una legge regolatrice (in ordine alla quale debbo ringraziare i presidenti della I e della II Commissione per aver finalmente calendarizzato le proposte
di legge in questa materia), ci troviamo di fronte a provvedimenti del tutto immotivati e, a nostro avviso, del tutto non validi sotto il profilo giuridico, costituzionale e, soprattutto, sotto quello della possibilità di ledere l'integrità del collegio dell'organo parlamentare con argomenti che non hanno alcuna sussistenza.
Concludo, rendendo francamente onore ai parlamentari coinvolti; l'inchiesta continuerà e spero continui, ovviamente, con il raggiungimento almeno di un punto di chiarificazione sul motivo per cui i parlamentari siano stati coinvolti in questa associazione nell'inesistenza di un addebito specifico; tutto ciò, infatti, può anche contribuire a svelenire un certo clima e un provvedimento del genere certamente non aiuta a farlo. Mi auguro che ciò accada senza alcun blocco delle indagini, che continuano.
VINCENZO SINISCALCHI, Presidente della Giunta per le autorizzazioni. Ho, tuttavia, il dovere di dire che la Giunta, con questa partecipe e non sofferta unanimità, un'unanimità costituzionale, razionale, non politica e non contingente, si è trovata di fronte ad un provvedimento che non poteva determinare alcun dissenso per la sua infondatezza e per la sua sostanziale tendenza a rappresentare un vulnus all'integrità dell'istituto e del collegio parlamentare.
Io credo che il Parlamento possa registrare questa reiezione non in termini politici, ma come un momento di unità per la difesa di un onore, quello parlamentare, che non è stato assolutamente leso dai nostri colleghi e credo anche che l'analisi approfondita di questo documento non chiarisca le ragioni dell'adozione del provvedimento (Applausi).
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