Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 153 del 4/6/2002
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(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 2666)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

Una voce: No!

RAMON MANTOVANI. Come no?

PRESIDENTE. Invito i colleghi a non dire «no» quando c'è una richiesta di parola perché il diritto a parlare non soltanto è previsto dal regolamento della Camera, ma è una prerogativa costituzionale fondamentale.
Prego, onorevole Deiana.

RAMON MANTOVANI. Uno era un «no», l'altro era un muggito.

ELETTRA DEIANA. Un muggito che si adatta a qualcuno...

PRESIDENTE. Era chiara l'espressività.
Prego, onorevole Deiana.

ELETTRA DEIANA. Signor Presidente, credo che tutta la vicenda legata a Pratica di Mare, di cui adesso si è parlato, sia strettamente connessa alle questioni che dovremo discutere più approfonditamente in relazione al contesto internazionale segnato dalla vicenda della cosiddetta lotta al terrorismo.
A nome del gruppo che rappresento annuncio il voto contrario a questo provvedimento per ragioni generali, di metodo, che ho avuto più volte modo di manifestare per un tipo di provvedimento, come questo, che mette insieme cose molto diverse ed impedisce una discussione adeguata ed una documentazione, egualmente adeguata, sul significato di queste missioni contestualmente, caso per caso. Si tratta di un vizio politico connesso a questa nuova strategia di difesa che, sempre più, si è venuta sedimentando e rafforzando, anche in Italia. Ma oltre a questa ragione generale, di metodo, di concezione e di impostazione dei provvedimenti di legge in materia di difesa (cioè su una materia così importante e delicata), il nostro voto contrario è motivato dalla internità, in questo provvedimento, della missione di guerra Enduring freedom in un momento in cui sarebbe particolarmente importante che il Parlamento desse la massima importanza a quello che sta avvenendo lì, ma non soltanto lì; a quello che sta avvenendo nei luoghi dove si definiscono i piani strategici del Pentagono, dove si definiscono le mosse di sviluppo e di concretizzazione della strategia complessiva di Enduring freedom, che non è un episodio isolato. Il ministro Martino, più volte interrogato da me su questo punto, o non è venuto in aula oppure ha detto che tutto va bene e per rassicurarci ha dichiarato, più volte, che qualsiasi nuova mossa gli Stati Uniti definiranno all'interno della strategia di Enduring freedom, egli avrà premura di informarne questo Parlamento. Ci mancherebbe altro! D'altra parte, considerando che il Parlamento viene sempre più esautorato del proprio potere, non mi meraviglierebbe neanche il fatto che il ministro Martino o il Premier Berlusconi stessero maturando accordi da presentare poi all'Assemblea solo per la semplice ratifica.


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Nel momento in cui non è chiaro alcunché su ciò che sta avvenendo in Afghanistan, in quanto, come dicevo prima, è calato il buio totale sulle vicende militari in quel territorio (con la luce accesa solamente sulla rappresentazione scenica del governo Karzai e sul tentativo di dare vita alla Loya Jirga); nel momento in cui non è chiaro quali iniziative l'amministrazione Bush stia concretamente maturando (ma, nello stesso tempo, tante cose a tal proposito si sanno attraverso fonti statunitensi); nel momento in cui fonti statunitensi confermano che nella strategia di Enduring freedom è contemplata la possibilità di sviluppi militari contro i cosiddetti Stati canaglia (così definiti dall'amministrazione statunitense); nel momento in cui l'Iraq continua ad essere al centro delle attenzioni bellicistiche di Bush in quanto Stato capofila del terrorismo internazionale; ebbene, in un tale contesto di incertezza (che, per un atto di responsabilità politica ed istituzionale da parte dell'Assemblea, dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita, a meno che il contesto non sia fin troppo chiaro, come d'altra parte le continue dichiarazioni di Bush sugli sviluppi futuri dell'operazione Enduring freedom lasciano intendere), ritengo che approvare un provvedimento di questo genere come fosse un pannicello caldo o un atto di routine sia segno della massima irresponsabilità politica o della massima internità e del massimo adeguamento alla guerra come nuovo ordine complessivo con cui reggere il mondo. Parlo della guerra esterna, verso l'Afghanistan, e della guerra interna, verso tutti quelli che sono diversi, cioè gli immigrati, i quali non sono altro che il frutto della stessa guerra esterna.
I processi di destabilizzazione ed il nuovo riassetto dei poteri su scala internazionale non faranno infatti che creare condizioni continue di fame, miseria e guerre locali (come, appunto, sta avvenendo tra i clan rivali in Afghanistan), e ciò produrrà nuove fughe di popolazioni verso l'unico eden di questo mondo, cioè l'occidente.
Ripeto, a noi sembra veramente irresponsabile rilasciare questa delega in bianco, continuata, ad un Governo che così ostinatamente fa mostra della sua fedeltà e della sua sudditanza ai diktat degli Stati Uniti.
Il contesto, per di più, è reso allarmante non solamente da ciò che ho appena detto, bensì anche dalle notizie preoccupanti che giungono dagli Stati Uniti d'America, dalle forze di intelligence e da moltissime fonti di stampa di quel paese, circa le responsabilità - gravissime - che la Casa bianca avrebbe avuto nel non tenere nel dovuto conto (ma anche questo è un elemento molto oscuro che, per utilizzare una espressione antica, dovrebbe farci tremare le vene dei polsi) le informazioni sulla possibilità di attentati terroristici ricevute proprio pochi giorni prima dell'attacco alle torri gemelle. Riceviamo cioè notizie con particolari inquietanti circa le informazioni che l'intelligence avrebbe fatto giungere sulla scrivania del Presidente Bush. Mentre fonti americane continuano a distillare indicazioni sempre più particolareggiate su tale disattenzione, la domanda è: fu veramente disattenzione o qualche cosa di diverso?
Mentre negli Stati Uniti il Congresso chiede una commissione d'inchiesta indipendente per fare luce sui misteri dell'11 settembre, noi con candore e incoscienza degni veramente di miglior causa, senza sollevare nessuna obiezione e nessun interrogativo, facciamo come le tre scimmiette che non vedevano, non sentivano e neanche parlavano. Questo Parlamento si appresta a concedere l'ennesima delega in bianco per la continuazione di una strategia che, sempre più chiaramente, si iscrive in un ordine mondiale che vuole, pretende e sceglie la guerra per mantenere interessi, poteri ed assetti geopolitici stabiliti in nome del primato degli Stati Uniti e dell'Occidente (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Onorevole Boccia, non capisco come possa essere contestato l'ordine


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dei lavori durante la fase delle dichiarazioni di voto finali. Sono curioso di ascoltare le sue argomentazioni. Prego, onorevole Boccia, ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, la mia richiesta è pertinente ed è semplicissima. Ieri ho chiesto di sapere l'orario in cui si iniziano e si finiscono i lavori dell'Assemblea, perché i colleghi mi domandano come organizzarsi. È possibile sapere a che ora si chiuderanno i lavori questa mattina ed a che ora si apriranno nel pomeriggio? Questo modo raffazzonato di procedere non aiuta i colleghi a lavorare serenamente (Applausi).

PRESIDENTE. Onorevole Boccia, a volte nei lavori vi è anche un certo lato di imprevedibilità...

RENZO INNOCENTI. Qualche volta!

PRESIDENTE. Ad esempio, con riferimento alle dichiarazioni di voto, inizialmente non si sa quanti colleghi interverranno. Allo stato dei fatti, vi sono ancora otto deputati che hanno chiesto di parlare e, quindi, le dichiarazioni di voto potrebbero proseguire.

ANTONIO BOCCIA. Allora, i lavori proseguiranno fino alle 13,30?

PRESIDENTE. Se non si aggiungono altre richieste di intervento, possiamo concludere la fase delle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento, procedere alla votazione finale e sospendere la seduta alle 13,30. Il Presidente Casini ha annunciato un'interruzione di un'ora e mezzo. Le Commissioni hanno chiesto che l'Assemblea non riprenda i lavori prima delle 15,15. Possiamo, dunque, riprendere anche alle 15,30 poiché il lasso di discrezionalità è piuttosto ampio. Pertanto, posto che vi è questa richiesta delle Commissioni, potremmo riprendere i nostri lavori alle 15,30. Onorevole Boccia, spero di aver soddisfatto la sua curiosità.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Minniti. Ne ha facoltà.

MARCO MINNITI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, voteremo a favore di questo decreto-legge coerentemente... signor Presidente, chiederei un po' di silenzio...

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, chi vuole uscire lo faccia. Chiedo agli altri di mantenere un comportamento più ordinato e di ascoltare: la questione ha anche una sua delicatezza. Prego, onorevole Minniti.

MARCO MINNITI. Signor Presidente, come dicevo, voteremo a favore di questo disegno di legge di conversione così come abbiamo fatto in altri passaggi di questa vita parlamentare, assumendoci precise responsabilità.
Tuttavia, vorrei dire con grande chiarezza che questo «sì» non costituisce in alcun modo una delega in bianco. Esso non è né una delega in bianco al Governo né, tanto meno, una rinuncia da parte di questo Parlamento a svolgere una funzione attiva in questioni che considero di estrema delicatezza. Avrei preferito, avremmo preferito che questo decreto-legge non mettesse insieme missioni internazionali che presentano natura e caratteristiche differenti. Avremmo, ad esempio, preferito che vi fosse un diverso quadro di proroga tra le missioni che agiscono e si muovono sotto l'egida delle Nazioni Unite e quella che viene denominata Enduring freedom.
Non c'è dubbio, tuttavia, che, nel momento in cui si è compiuta la scelta di mettere insieme tutte quante le missioni, debba essere svolto un ragionamento particolareggiato.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi voteremo anche per il prolungamento della missione Enduring freedom e della partecipazione italiana a quella missione. Vorrei, tuttavia, chiarire che quella missione e, soprattutto, la partecipazione italiana ad essa hanno un preciso indirizzo, un preciso ancoraggio dal punto di vista territoriale, un preciso riferimento a quale sia la mission alla quale le Forze armate italiane sono chiamate ad adempiere. Nel


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momento in cui è stato accolto un emendamento che prevede che la missione italiana in Enduring freedom debba limitarsi esclusivamente agli impegni militari attualmente assunti è del tutto evidente che un eventuale e non auspicabile - anzi, io sono assolutamente contrario e dirò anche perché - allargamento dei confini della nostra missione debba essere discusso ed approvato da questo Parlamento, anche attraverso provvedimenti formali di legge.
Sono contrario ad un allargamento del conflitto e voglio dirlo in questa sede con grande chiarezza. Penso che oggi, alla luce di quanto avvenuto in Afghanistan ed alla luce del mutato scenario internazionale, l'intervento militare non costituisca più una priorità. Anzi, se mi è consentito, vorrei dire con grande franchezza che, a mio avviso, siamo di fronte all'esaurimento dell'opzione militare per quanto riguarda la lotta al terrorismo.
La lotta al terrorismo dev'essere portata avanti su due direttrici fondamentali: la prima riguarda la collaborazione nel campo dell'intelligence, e su questo bisogna fare molto. Proprio ieri il Parlamento italiano ha incontrato una delegazione della Duma e in tale occasione si è convenuto che, mentre vi è un'internazionalizzazione del terrorismo, ancora oggi non abbiamo un quadro di riferimento internazionale per quanto riguarda la risposta al terrorismo. Su questo c'è molto da fare, c'è molto da lavorare.
In secondo luogo, bisogna comprendere che l'accento, in riferimento alla risposta al terrorismo, va posto sull'iniziativa politico-diplomatica tesa ad affrontare le grandi questioni che oggi turbano il mondo. Penso al Medio Oriente, ma anche, in maniera più ravvicinata, alla drammatica crisi indo-pakistana. Come è possibile pensare ad un allargamento del conflitto nel momento in cui vi è questa drammatica tensione tra Delhi e Islamabad? Chi ha in testa un'idea di questo tipo ha in testa un'idea che avrebbe dell'insensato e quasi del temerario. È per questo che, nel momento in cui riconfermiamo la partecipazione italiana, vogliamo chiarire fino in fondo qual è la nostra opinione: con la stessa convinzione con cui abbiamo detto «sì» alla lotta contro il terrorismo diciamo oggi «no» ad ogni ipotesi di allargamento del conflitto.
Ritengo molto positivo che questo Parlamento abbia accolto l'emendamento che prolunga la missione ISAF fino al 31 dicembre omogeneizzando, così, l'impegno per le varie missioni internazionali. Lo ritengo molto positivo perché, per quanto ci riguarda, quel tipo di impegno è il cuore dell'impegno italiano in Afghanistan. È il cuore nel senso che l'Italia è impegnata, insieme ad altre forze multinazionali e sotto l'egida dell'ONU, a ricostruire ed a stabilizzare democraticamente l'Afghanistan. Questa è una delle condizioni fondamentali per poter combattere un'efficace lotta al terrorismo.
In questo momento penso sia anche giusto richiamare l'attenzione di questo Parlamento sulla vicenda dei prigionieri di Guantanamo. Non vorrei che su tale vicenda scendesse un velo di silenzio. Nelle settimane scorse è stata approvata una mozione al Senato della Repubblica che considero importante. Mi pare giusto, in questa sede, sollecitare il Governo affinché vi sia una rapida azione sugli impegni che quella mozione proponeva al Governo del nostro paese. Guantanamo costituisce, a mio avviso, una ferita aperta alle convenzioni internazionali.
L'impegno della comunità internazionale, dell'Europa e dell'Italia deve essere profuso affinché quella ferita sia rapidamente rimarginata. Non c'è dubbio che la conferma dell'applicazione del codice militare di guerra costituisca una macchia seria per il decreto in esame. Come voi sapete, noi ed io personalmente ci siamo impegnati nella prima formulazione del decreto a sostenere questa applicazione straordinaria ma, appunto, quest'ultima derivava dalle condizioni particolari di emergenza che sussistevano nel momento in cui si interveniva nel teatro afgano.
Oggi, nel momento in cui è stata avviata la ricostruzione democratica di quel paese, sussiste un Governo ad interim e lo stesso re ritorna dall'Italia, penso che le condizioni


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siano sempre difficili e, in ogni caso, rischiose ma tuttavia non hanno quel carattere di straordinarietà. Se posso dire con grande franchezza - ha detto bene il collega Mattarella intervenendo in aula sugli emendamenti - non c'è una differenza radicale tra la partecipazione alla missione ISAF a Kabul e quella alla missione Amber Fox in Macedonia. Siamo di fronte a situazioni che, naturalmente, hanno in sé degli elementi di specificità ma sono sostanzialmente all'interno dello stesso quadro di missioni di peacekeeping, di mantenimento della pace ed è per tali motivi che non si comprendono le ragioni per le quali, invece, si stabiliscono trattamenti giuridici differenti per i militari impegnati in missioni analoghe.
Penso che, da questo punto vista, si tratti di accelerare la discussione e l'approvazione in Parlamento di un codice militare per le missioni all'estero. Il Governo in quest'aula aveva preso l'impegno di arrivare rapidamente ad un disegno di legge. So che è stata costituita una Commissione, mi auguro che l'esecutivo rispetti gli impegni presi e, per quanto ci riguarda - e come gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo abbiamo già presentato una proposta di legge - pensiamo che tale questione vada affrontata rapidamente perché un paese che è impegnato in missioni di peacekeeping non può non avere un codice che sia adatto a quel tipo di missione e non può continuare a pensare che esso non possa essere applicato in maniera sbagliata in riferimento ai diritti e agli interessi di coloro che, poi, sono chiamati a svolgere queste missioni, dato che loro sono i principali interessati rispetto a tutto quello che stiamo dicendo.
Infine, penso che l'accoglimento da parte del Governo dell'ordine del giorno che chiede una discussione impegnativa di questo Parlamento su ciò che succederà dopo il vertice di Pratica di Mare, costituisca un punto di riferimento che considero particolarmente rilevante. Mi sia consentito di sottolineare brevemente una questione. Credo che nessuno possa sottovalutare - nessuno vuole farlo - l'importanza di quell'incontro, di quel passaggio che segna un riferimento importante nello sviluppo delle relazioni internazionali e, tuttavia, c'è bisogno di affrontare con più chiarezza e nettezza i contenuti, le regole e gli elementi che sono stati messi a punto in quel vertice.
Per esempio, ieri, incontrando i parlamentari della Duma russa, mi ha sorpreso molto il fatto che ci abbiano comunicato che sanno che Putin ha firmato quell'accordo ma che non sappiano quali siano i contenuti dello stesso. Noi comprendiamo che siamo di fronte a questioni di grandissimo rilievo e penso che sia giusto che si svolga un dibattito impegnativo in Parlamento che consenta, non una discussione a spizzichi e bocconi, non di discutere di questo o di quell'altro aspetto, ma una discussione impegnativa sullo scenario complessivo.
Concludendo, nel momento in cui si prolunga in questo quadro l'impegno italiano nelle missioni internazionali, mi sia consentito esprimere a nome del mio gruppo - e penso che debba essere un'espressione a cui si possa unire l'intero Parlamento indipendentemente dalle valutazioni qui espresse - un ringraziamento per i nostri militari che, attraverso il loro lavoro e il loro impegno, rendono un grande servizio al nostro paese ma, soprattutto, alla pace e alla tranquillità del mondo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Morgando. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO MORGANDO. Signor Presidente, intervengo brevemente per sottolineare un problema che abbiamo evidenziato nella discussione in Commissione bilancio e che, peraltro, era anche contenuta nel parere reso all'Assemblea dalla Commissione stessa. Per la verità, si tratta di una questione non nuova che richiamo e che si riferisce alle modalità di copertura finanziaria del provvedimento in esame.
Come è noto la copertura finanziaria di questo provvedimento è assicurata mediante il ricorso al fondo di riserva per le


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spese impreviste. In Commissione, abbiamo più volte sottolineato - e, come ricordavo, ciò è contenuto nel parere - che si tratta di un'utilizzazione impropria del fondo di riserva per le spese impreviste, che non corrisponde né al contenuto dell'articolo 7 della legge n. 468 né al contenuto dell'elenco - che la legge prevede sia allegato al provvedimento di bilancio - che indica le spese per le quali è concessa la facoltà di prelevamento dal suddetto fondo di riserva.
Come ricordavo, la Commissione bilancio ha sottolineato tale questione. Infatti, ha espresso parere favorevole al provvedimento, evidenziando tuttavia come più volte si sia invitato il Governo a risolvere il problema della copertura finanziaria per la partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali in modo più coerente e più corrispondente al dettato delle norme di contabilità. In particolare, la Commissione ha richiamato la necessità di ripensare le modalità di copertura dei provvedimenti di questo tipo, in modo da tener conto del fatto che le missioni militari all'estero non hanno più carattere straordinario, avendo acquisito ormai carattere permanente.
Dunque, è assolutamente necessario prevedere, nella tabella A della legge finanziaria, un'apposita allocazione di risorse, finalizzata specificamente al finanziamento delle missioni italiane all'estero. Di questo il Governo è ben consapevole; infatti, il 25 luglio del 2001, in un'occasione analoga in Commissione bilancio, il Governo aveva assunto l'impegno di prevedere un apposito stanziamento, nella legge finanziaria per il 2002, in modo da superare questa discrepanza. Tuttavia, ciò non è accaduto, determinando periodici richiami da parte della Corte dei conti.
Infatti, nell'ultima relazione relativa alla tipologia delle coperture delle leggi di spesa trasmessa al Parlamento, inerente alle modalità di copertura delle leggi dell'ultimo quadrimestre del 2001, la Corte dei conti ha evidenziato come, contrariamente all'impegno assunto dal Governo il 25 luglio del 2001, l'annosa questione dell'utilizzazione del fondo di riserva per le spese impreviste a copertura delle spese connesse con interventi militari all'estero non abbia ancora trovato soluzione.
Vorrei, quindi, richiamare questo aspetto non indifferente del provvedimento in esame, portando a conoscenza dell'Assemblea le questioni discusse in Commissione bilancio e invitando, anche in questa sede, il Governo ad attenersi agli impegni assunti in passato in modo formale (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Kessler. Ne ha facoltà.

GIOVANNI KESSLER. Signor Presidente, colleghi, la discussione odierna è stata quantomeno chiarificante. Per la prima volta, è risultato chiaro che la partecipazione militare italiana ad Enduring freedom non è limitata all'attuale contesto operativo, vale a dire all'Afghanistan.
Vedo che il presidente Ramponi non è convinto; allora, mi si dovrà fornire una spiegazione del perché l'emendamento Minniti 1.6, che limitava la partecipazione delle forze armate italiane a questo contesto operativo, non è stato accolto dal Governo e dalla maggioranza. A tale voto do questa univoca e unica interpretazione.
Inoltre, la riformulazione dell'emendamento Minniti 1.1 rivela molto chiaramente un altro aspetto: vi sono impegni militari attualmente assunti dal nostro Governo e non coincidenti con la limitazione del teatro operativo delle Forze armate italiane all'Afganistan. È l'unica interpretazione possibile della riformulazione dell'emendamento citato, considerando anche il rifiuto da parte della maggioranza e del Governo a limitare esplicitamente l'impiego delle Forze armate italiane al teatro afgano. Dunque, vi sono impegni militari assunti dal nostro Governo che questo Parlamento ed il paese non conoscono e che si riferiscono a possibili ampliamenti del teatro di impiego delle Forze armate italiane.
Ritengo questa situazione del tutto inaccettabile, innanzitutto - ed è l'aspetto


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più importante - dal punto di vista costituzionale: l'impiego delle nostre Forze armate all'estero è sottoposto dalla nostra Costituzione a regole e a vincoli ben precisi, di forma e di sostanza, che vengono evidentemente aggirati se si dà una delega in bianco al Governo per l'uso delle Forze armate sulla base di impegni internazionali ignoti al Parlamento.
In secondo luogo, è una situazione inaccettabile dal punto di vista politico: un Parlamento non può concedere questo tipo di autorizzazione in bianco ad un Governo. Infine, per quanto mi riguarda, è anche inaccettabile nel merito. Ritengo non opportuno né utile, anzi, al contrario, assai pericoloso l'impiego di Forze armate di qualsiasi Stato e, in particolare, di quello italiano in altri paesi dell'area: si parla anche dell'Iraq, si parla di paesi dello scacchiere medio orientale nell'ambito della lotta al terrorismo. Ritengo che questa possibile scelta, autorizzata in partenza dal provvedimento che stiamo per approvare, sia anche nel merito assolutamente preoccupante e pericolosa. Sulla compatibilità costituzionale del provvedimento, cui mi sono appena riferito, auspico un'attenzione particolare ed un intervento da parte del Presidente della Repubblica per chiarire questi delicatissimi aspetti.
Per il resto, non posso far altro che annunciare, a titolo personale, il voto contrario a questo provvedimento per i motivi che ho appena esposto e che si riferiscono esclusivamente al comma 3 dell'articolo 1. Sono gli unici motivi di dissenso sull'intero testo del provvedimento che - come ben sappiamo - riguarda anche altre operazioni militari di pace nell'ambito delle Nazioni Unite o in ambito internazionale, sulle quali sono d'accordo. Tuttavia, i motivi cui mi sono appena riferito e che attengono all'impiego delle nostre Forze armate nell'ambito della missione Enduring freedom sono determinanti e mi inducono ad esprimere sul provvedimento un voto contrario, in dissenso con il mio gruppo.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE MOLINARI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario di Stato, ancora una volta ci troviamo in Assemblea ad esprimere un voto su un provvedimento concernente disposizioni urgenti per la prosecuzione della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali che noi deputati del gruppo della Margherita approviamo per senso di responsabilità nei confronti del ruolo del paese e, soprattutto, nei confronti dei nostri militari impegnati nelle missioni internazionali.
Sono passati alcuni mesi e penso sia giusto che il Governo e la maggioranza valutino attentamente la situazione e, in particolar modo, un aspetto che contiene un'evidente contraddizione, sollevata in modo egregio dal collega Mattarella. In questo momento abbiamo numerosissime missioni militari all'estero ma le uniche a cui si applica il codice militare di guerra sono le missioni Libertà duratura ed ISAF. Riteniamo non vi siano più le ragioni di particolare necessità che avevano giustificato l'adozione di un provvedimento di emergenza da parte di questo Parlamento. Libertà duratura, per la parte che vede la partecipazione italiana, è una missione di controllo dei traffici e di vigilanza sul mare.
La missione ISAF si svolge esclusivamente all'interno del recinto urbano di Kabul e, pur comprendendo le oggettive difficoltà legate all'esigenza di instaurare misure di sicurezza in queste città, bisogna ribadire che siamo di fronte ad un contingente militare che non ha il compito di muoversi oltre il territorio cittadino. Pur non esistendo alcuna gerarchia in termini di rischi delle diverse operazioni militari in cui sono impegnati i nostri contingenti, non si comprende perché in Macedonia vige il codice militare in tempo di pace e a Kabul vige il codice militare in tempo di guerra. Infatti, l'Italia è un paese che dispone sia di un codice militare in tempo di pace, sia di un codice militare in tempo


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di guerra, mentre non ha ancora un codice militare per le missioni all'estero. Abbiamo preso atto dell'iniziativa del Governo di istituire una commissione speciale composta da giuristi per risolvere il problema e anche le opposizioni intendono lavorare per offrire il proprio contributo alla soluzione di questo problema. L'emendamento Mattarella coglieva un'esigenza vera, finalizzata a disporre rapidamente di un codice militare per le missioni all'estero. Ritengo che un'Assemblea attenta e soprattutto una maggioranza non chiusa in posizioni pregiudiziali avrebbero potuto valutare meglio la nostra proposta di modifica.
La convergenza per senso di responsabilità non può essere un alibi per non affrontare nel merito problemi seri che l'opposizione pone. Il mutato quadro delle relazioni internazionali, a partire dalla caduta del muro di Berlino e con il venir meno di storici condizionamenti, ha comportato l'aumento dell'impegno del nostro paese nelle missioni internazionali condotte sotto l'egida dell'ONU, della NATO e di altre organizzazioni internazionali, volte al mantenimento o al ripristino della pace ovvero a portare soccorso alle popolazioni coinvolte in episodi di guerra.
Per tale motivo, vi è bisogno di un quadro normativo adeguato all'impiego del predetto personale in operazioni di concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni per esigenze di ordine politico e per la salvaguardia della vita umana nei casi di pubbliche calamità. Purtroppo, il trattamento del personale militare impiegato nelle missioni internazionali, come ha giustamente fatto rilevare il mio collega Morgando, continua ad essere disciplinato con provvedimenti di urgenza, mediante numerosi richiami normativi contenuti all'interno dei decreti-legge che autorizzano o prorogano la partecipazione di contingenti italiani nelle vari missioni. Dall'inizio della XIV legislatura sono stati convertiti in legge quattro decreti-legge concernenti, rispettivamente, la proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali di pace, la prosecuzione dei programmi delle forze di polizia italiana in Albania, la partecipazione militare italiana alla missione internazionale di pace in Macedonia, la partecipazione del personale militare all'operazione multinazionale denominata Libertà duratura, la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali ed infine quest'ultimo provvedimento. Ci auguriamo che si trovi, signor sottosegretario, una soluzione (e su questo sollecitiamo il Governo in tempi rapidi) all'assurda carenza di risorse che ha determinato l'arenarsi della proposta che era stata elaborata in Commissione difesa e con il contributo costruttivo di tutti i gruppi, sia di maggioranza che di opposizione.
Infine, noi ribadiamo la richiesta di una specifica sessione di lavori parlamentari per fare il punto sulla situazione delle varie missioni in termini di risultati conseguiti, anche per valutare le prospettive della loro prosecuzione alla luce della evoluzione delle diverse realtà nelle quali i nostri 10 mila uomini operano. Siamo tutti consapevoli che queste missioni sono molto rischiose: la morte di un nostro militare avvenuta recentemente in Macedonia ci ha riproposto drammaticamente quanto questi impegni siano pericolosi ma nello stesso tempo quanto gli stessi siano decisivi per l'assetto democratico e civile delle comunità. La lotta al terrorismo internazionale non è conclusa e si aprono nuovi scenari: l'opzione militare non può essere esaustiva e ribadiamo la netta contrarietà a qualsiasi estensione del conflitto ad altri paesi come Iran e Iraq, ad esempio, ipotizzata dallo stesso esecutivo americano. Bisogna rafforzare l'iniziativa diplomatica strettamente correlata alla capacità di prevenzione sui rischi di terrorismo.
Sulla base di queste osservazioni, il gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo esprime il proprio voto favorevole al provvedimento ma senza dimenticare i punti critici che come opposizione puntualmente abbiamo sollevato.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pinotti. Ne ha facoltà.


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ROBERTA PINOTTI. Signor Presidente, desidero motivare il mio voto contrario a questo provvedimento, nonché il voto contrario anche di altri colleghi che hanno firmato e condiviso l'emendamento che proponeva la soppressione del comma 1 dell'articolo 3, cioè il prolungamento della missione denominata Enduring freedom; tutto ciò, proprio a causa del mancato accoglimento di questo emendamento.
Colleghi, riteniamo importanti le altre missioni di pace contemplate dal decreto-legge, missioni in Albania, in Kosovo, in Macedonia, in Eritrea, in Etiopia, ad Hebron. Riteniamo particolarmente importante che sia stato accolto l'emendamento proposto sull'estensione temporale della missione ISAF, la missione ONU con il compito di seguire ed aiutare la stabilizzazione del processo di pace in Afghanistan, per creare un ambiente sicuro a tutela dell'autorità attuale.
Qual è la situazione attuale? Il Governo dei talebani è caduto, stanno aumentando ovunque, nel mondo e in Italia, i dubbi che la linea scelta con Enduring freedom sia la più efficace nella lotta al terrorismo: molti sono i dubbi. Di conseguenza, perché oggi deve continuare questa missione? C'è l'ISAF, inoltre la necessità oggi è che la stabilizzazione sia affidata alla comunità internazionale e non ai soli Stati Uniti. Altri debbono essere i sistemi di lotta al terrorismo: a questo proposito qual è il bilancio sugli impegni presi dopo l'11 settembre riguardo la lotta alla povertà, le politiche di cooperazione, la Palestina? Non mi pare vi siano consequenzialità significative. Poiché si mantiene in vigore il codice militare di guerra, vi è bisogno di lasciare aperto uno scenario di guerra? Vi è bisogno di mantenere aperto uno scenario di guerra per aprirne altri? L'emendamento accolto nell'ambito degli impegni militari attualmente assunti non ci rassicura, per questo punto specifico e non quindi per molte altre cose che il decreto-legge contiene e su cui siamo d'accordo. Per la contrarietà, non sulla libertà permanente, ma sul rischio di guerra permanente, il mio voto sarà contrario al provvedimento in esame (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.

LAURA CIMA. Signor Presidente, tradizionalmente i Verdi hanno sempre votato a favore delle missioni di pace dei nostri militari all'estero. Sono ben due volte che, in occasione del rinnovo di questo decreto-legge e in attesa di un provvedimento organico, poniamo due problemi. Il primo riguarda l'inserimento in questo provvedimento di una missione di guerra rappresentata da Enduring freedom; il secondo problema è rappresentato dalla previsione, per chi si trova in Afghanistan, di un trattamento differenziato e l'applicazione del codice militare di guerra. Riguardo a questi due problemi, che per quel che concerne l'attuale contingente sono divenuti ancora più gravi, il Governo e la maggioranza continuano a non dare nessuna risposta convincente. Sappiamo che il nostro contingente all'estero è impegnato in reali azioni di pace, di supporto alla popolazione, di aiuto umanitario, di aiuto al processo di democratizzazione. Il nostro contingente è sottoposto anche a dei rischi - i quali hanno causato la morte di un nostro militare in Macedonia a causa di una mina - dovuti anche al fatto che l'Italia, purtroppo, sta addirittura modificando una legge, come quella sul commercio delle armi; ciò permetterà una diffusione ancora più intensa e spesso non controllata delle nostre armi all'estero. Quindi, i rischi che corrono i nostri militari sono spesso causati da armi - in particolare mine - che il nostro paese ha esportato. Il Governo non ha minimamente modificato la sua posizione al riguardo, inoltre ha espresso parere negativo sull'emendamento dell'onorevole Minniti, che noi ovviamente, per coerenza, non abbiamo sottoscritto. Tale emendamento chiedeva conferme sul fatto che il nostro contingente non fosse impegnato in un diverso contesto operativo.


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Il fatto che il Governo non risponda e, soprattutto, che non informi il Parlamento è un segnale preoccupante; colleghi della maggioranza e rappresentanti del Governo, il ministro Martino, nonché il ministro ad interim Berlusconi non si sono recati in Parlamento per spiegare cosa sta accadendo con riferimento ad una situazione così complessa. Non conosciamo le reali problematiche del caso; anche sulle ventilate minacce di bombardamento dell'Iran, dell'Iraq o di allargamento del conflitto, nonché sulla situazione di sostanziale fallimento dell'opzione militare contro il terrorismo (è sotto gli occhi di tutti la realtà attuale che si manifesta ovunque, nonché la paura che anche lo stesso Bush ha diffuso, non solo nella sua nazione, ma in tutto il mondo, per probabili nuovi attentati terroristici da parte della rete di Al Qaeda), il Governo non ci viene a dire nulla! Non sappiamo cosa, a livello internazionale, il nostro Governo stia legittimando o se stia continuando, in modo gregario, ad appoggiare la posizione degli Stati Uniti che, peraltro, recentemente - mi pare evidente - ha mostrato alcune gravi pecche; ricordiamo che, secondo la FBI e la CIA (risulta anche dai giornali di oggi), si conosceva chiaramente l'operazione terroristica preparata contro gli Stati Uniti e sarebbe stato possibile anche bloccare chi la stava portando avanti (il Presidente Bush è costretto ancora oggi, con gravi difficoltà, ad affermare che il rischio terroristico continua).
Noi ci troviamo in una situazione in cui l'Italia non gioca un ruolo da gregario, ma autonomo che spinge ad abbandonare l'opzione militare nella guerra contro il terrorismo per raffreddare, tra l'altro, un contesto internazionale sempre più pericoloso (la guerra minacciata, e non così poco rischiosa, tra India e Pakistan per il controllo del Kashmir, con il rischio, tra l'altro, di una minaccia nucleare, ci fa tenere il fiato sospeso). Anziché lavorare per raffreddare i conflitti e per trovare altre vie più efficienti nella lotta al terrorismo, nel processo di democratizzazione nei luoghi in cui il fondamentalismo, purtroppo, porta a tali situazioni, nonché nei processi di pace, non conosciamo l'effettiva politica militare e la politica estera del nostro Governo in questo momento e ci ritroviamo a discutere, come se si trattasse di ordinaria amministrazione, di un provvedimento, che prolunga la durata delle nostre missioni di pace all'estero, all'interno del quale è compresa anche la missione di guerra cosiddetta Enduring freedom, con tanto di applicazione del codice militare di guerra con riferimento alla situazione afghana.
Siamo stati in Afghanistan, abbiamo visto l'utilità del nostro contingente sotto l'egida ISAF e riscontrato che il processo di democratizzazione in Afghanistan è ben lontano dall'attuarsi, nonostante la buona volontà sia del Governo provvisorio di Karzai sia dell'ex re che, anche a rischio della sua vita, è ritornato nella sua patria (ci preoccupano anche le notizie sulla sua salute).
Siamo ben lontani! Abbiamo visto la condizione disperante di quella situazione. Ed allora, in quel caso non c'è assolutamente bisogno di missioni di guerra, c'è invece bisogno di potenziare le missioni di pace.
Occorre potenziare la nostra cooperazione anche attraverso progetti bilaterali, che a volte non decollano e che spesso non ci sono. Continuiamo soltanto ad avere progetti multilaterali di cooperazione in quella situazione e quindi a finanziare agenzie ed organizzazioni dell'ONU che, pur lavorando bene, non conferiscono una linea politica chiara all'intervento italiano di cooperazione in quella situazione.
Al di là del voto che aveva visto tutti i Verdi contro la guerra, salvo l'onorevole Boato (in questo caso l'onorevole Boato ha inteso invece spiegare chiaramente che anch'egli è contrario all'applicazione del codice penale militare di guerra in questa situazione), siamo dunque tutti uniti su questo principio ed il fatto che il Governo non accolga questo principio, come non ha accolto la limitazione al contesto operativo, ci preoccupa non poco. Per questa ragione - ce ne rammarichiamo - esprimeremo,


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a differenza della precedente occasione nella quale ci astenemmo, voto contrario su questo provvedimento.
Nel frattempo stiamo lavorando per valutare le possibilità di presentare una proposta di legge che rappresenti una normativa organica in grado di chiarire i compiti dei nostri militari all'estero, le loro condizioni economiche, il loro preciso mandato e quale codice militare applicare.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bandoli. Ne ha facoltà.

FULVIA BANDOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io non seguirò l'indicazione di voto del mio gruppo parlamentare, come spesso purtroppo mi è accaduto di fare in questi anni sui temi della guerra e della pace.
È piuttosto preoccupante che nel discutere oggi questo provvedimento, che prevede ulteriori impegni economici e, forse, anche militari, il Governo non abbia sentito il dovere di dire alcunché sulla situazione in quell'area, sugli effetti dell'operazione militare sulle popolazioni civili, ma anche sui risultati concreti che si sarebbero ottenuti, secondo alcuni, nella lotta contro il terrorismo.
Io penso che come ci si è arresi subito alla guerra, senza neppure tentare altre strade, così oggi, in modo quasi asettico e superficiale, si esprime un altro voto parlamentare conseguente a quello di pochi mesi fa, come fosse un atto dovuto, senza pensarci e senza interrogarsi. Eppure il mondo ci rappresenta invece una realtà assai peggiore di quella che avevamo di fronte alcuni mesi fa, sia sul fronte del terrorismo, che non possiamo ritenere per nulla indebolito - se è vero che, non io, ma la CIA, alcuni giorni fa ha ribadito che l'allarme negli Stati Uniti d'America resta esattamente identico a quello dei giorni immediatamente precedenti l'11 settembre -, sia sul fronte dei conflitti e delle guerre che sono in questi mesi aumentati di numero e di intensità.
Voglio ricordare il conflitto tra Israele e la Palestina, ma anche ciò che sta accadendo tra l'India ed il Pakistan e i molti conflitti di cui non parliamo mai, come quelli in Africa, che provocano migliaia di vittime, ma che, non essendo collegati al petrolio, non interessano a nessuno.
Vedete, cari colleghi, negli Stati Uniti d'America in queste settimane molti studiosi, docenti universitari, commentatori e politici stanno discutendo su un fenomeno che loro chiamano - loro - «unilateralismo» degli Stati Uniti. Noi non lo chiamiamo così, noi abbiamo paura di usare termini a volte estremi. Bene, gli americani, per parlare della loro politica estera, usano questa parola: unilateralismo. Credono, pensano di essere eccessivamente unilaterali. Loro, noi no.
Invece non si può negare - nessuno può farlo, perché è palese, è nei fatti - che oggi l'unilateralismo degli Stati Uniti sia enorme, sia un pericolo per la pace e gli equilibri nel mondo, sia un elemento che preoccupa chi ha veramente a cuore i destini di questo mondo ed anche i caratteri così ingiusti della globalizzazione che vanno mutati, cambiando gli equilibri internazionali. E voglio anche dire che, soltanto mettendo in discussione questo pesante unilateralismo degli Stati Uniti d'America, l'Europa potrà finalmente avere qualche ruolo nella politica estera e sulle questioni internazionali.
Ma quali altri passi prevederebbe questa operazione che si chiama Libertà duratura e che sarebbe meglio chiamare «guerra duratura»? Non lo sappiamo, non lo sapete voi, colleghi del Governo, non lo saprete finché questi passi non saranno decisi, finché non saranno già avvenuti.
Non posso essere d'accordo, nemmeno con i colleghi del mio gruppo - e segnatamente con l'onorevole Minniti, il quale, pur avendo posto una serie di condizioni, ha comunque annunciato un voto favorevole - sul fatto che oggi la battaglia contro il terrorismo si possa combattere solo con l'intelligence o guardando al traffico della droga e delle armi. No, caro Minniti, non solo oggi, anche ieri si poteva combattere


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con queste armi che non si sono volute mettere in primo piano rispetto all'intervento militare.
Se si è contrari all'allargamento del conflitto, allora si vota contro questo provvedimento. Non si può dire: saremo contro l'allargamento quando e se ci verrà proposto. Credo che se il conflitto malauguratamente dovesse allargarsi - all'Iraq, per esempio - torneranno gli appelli di sempre: ma come, non volete lottare contro il terrorismo? Allora state dalla parte dei terroristi? Anche in quel caso temo che qualcuno possa dire: non possiamo che fare così, come abbiamo detto tante altre volte.
Per questa ragione non voglio correre rischi, voglio mantenere una coerenza: non credevo nell'intervento militare e nella guerra come strumento principale di lotta contro il terrorismo, non credo oggi che per testimoniare la contrarietà a ipotesi già presenti di allargamento del conflitto - ipotesi più che eventuali - si possa votare a favore di un provvedimento che propone il mantenimento delle nostre Forze armate, che non contiene alcuna riflessione autocritica su ciò che è accaduto né alcun cambiamento della politica internazionale. Per questa ragione, voterò contro questo provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzi. Ne ha facoltà.

CESARE RIZZI. Signor Presidente, è curioso assistere ai conflitti interni alle opposizioni che emergono in aula su questo decreto-legge.
Signor Presidente, il provvedimento in esame introduce disposizioni per la prosecuzione delle missioni internazionali nelle quali sono impegnati i nostri reparti militari. I presupposti di necessità ed urgenza, sanciti dall'articolo 77 della Costituzione, sono rispettati. Infatti, il Governo ha ritenuto necessario intervenire con lo strumento della normativa d'urgenza, al fine di emanare disposizioni volte ad assicurare la continuazione della partecipazione dei contingenti italiani alle operazioni internazionali in corso e lo sviluppo dei programmi di cooperazione delle forze di polizia italiane in Albania e nei paesi dell'area balcanica.
Il provvedimento non presenta problemi di costituzionalità. Pertanto, il gruppo della Lega nord Padania non può che esprimere giudizio tecnico e politico favorevole (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Ascierto. Ne ha facoltà.

FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, anch'io non posso condividere questa forma di diffidenza che nel centrosinistra sta aleggiando, a proposito di questo provvedimento.
Si tratta di un atto dovuto nei confronti dei nostri militari, di coloro che stanno servendo il paese nel vicino est, in Afghanistan, in Eritrea e in tante altre parti del mondo. Senza di loro - possiamo affermarlo con orgoglio - forse non ci sarebbe quel processo di pace all'est e neanche la prospettiva di risolvere il problema del terrorismo.
Con riferimento all'allargamento del conflitto, sono state fatte delle affermazioni. Ma chi l'ha detto che vi è l'imminente prospettiva di un allargamento del conflitto? Noi abbiamo la grande responsabilità di lottare, insieme ad altri paesi del mondo, per sconfiggere un comune nemico: il terrorismo internazionale e le organizzazioni terroristiche, soprattutto basate sul fondamentalismo islamico. Qualsiasi nuovo orientamento deve passare necessariamente attraverso il Parlamento. Lo ha affermato, in modo chiaro, il ministro e lo ha ribadito, poco fa, il sottosegretario, in fase di esame dell'ordine del giorno presentato. Quindi, sono pretestuose le affermazioni e gli indirizzi diversi della sinistra. Di fatto, vi sono due differenti concetti per esprimere la volontà


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di dare al mondo un indirizzo di pace attraverso l'impiego delle Forze armate. Vi sono valori differenti, è naturale. Noi, oggi, vogliamo ribadire la vicinanza ai nostri ragazzi, agli uomini e alle donne in divisa che stanno servendo il nostro paese in terra straniera. A loro va, non solo la nostra vicinanza, ma anche la solidarietà e l'impegno fattivo. Ci auguriamo che, da qui a poco, quella proposta di legge, attualmente all'esame della Commissione, possa essere varata. È una proposta di legge che omogeneizza i trattamenti economici di tutte le Forze armate impiegate all'estero e che potrà fornire un nuovo quadro nell'ambito dell'impiego delle Forze armate. Ci auguriamo anche che i lavori della Commissione sul nuovo codice penale per i nostri militari che saranno impegnati all'estero, trovino, al più presto, la conclusione.
Un grazie ai nostri ragazzi che servono la patria (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.

VALDO SPINI. Signor Presidente, è utile ribadire che l'apprezzamento nei confronti delle Forze armate non appartiene ad alcuna forza politica, ma all'intera Assemblea.
Intervengo perché il dibattito è di grande rilievo ed ha implicazioni molto importanti. Perciò, i pochi minuti che ho voglio dedicarli a due temi.
Pur condividendo l'ottimismo sui tempi rapidi entro cui si svolgerà un dibattito sull'ingresso nella NATO della Russia, non vorrei mancare di sottolineare, in questo dibattito, che quando, qualche anno fa, celebrammo il cinquantesimo anniversario della NATO, nel corso di un convegno tenutosi proprio qui alla Camera, com'è attestato dagli atti, il sottoscritto affermò - riscuotendo, in quel momento, pochi consensi - che la NATO doveva comunque, nel suo orizzonte, rimanere aperta alla Russia.
Allora, quella sembrava un'affermazione un po' sconsiderata, quasi avventuristica. Oggi, invece, prendo nota, con molto compiacimento, che essa sembra diventata addirittura una bandiera. Occorrerebbe tenere presenti, però, due cose che è bene mettere in risalto: la prima è che la Russia, a differenza di quanto è stato detto, non è entrata nella NATO, ma si è limitata a sottoscrivere con quest'ultima un trattato che la dota di un Consiglio più cogente e più effettivo rispetto al precedente. Questo è sicuramente un punto da considerare attentamente. Il secondo è che noi, realisticamente, dobbiamo agire per impedire che l'allargamento dell'Unione europea eriga barriere nei confronti della Russia. Ma da qui a dire che la Russia è pronta per entrare nell'Unione europea, ce ne corre! Quindi, credo che dobbiamo fare un dibattito serio e che sia necessario stare con i piedi per terra su questo problema.
Il secondo aspetto riguarda le missioni. È bene sottolineare che l'Italia deve dire una sua parola; e noi, come opposizione, siamo particolarmente vigili, in questo senso, su qualsivoglia operazione militare, antiterroristica o di altro genere. Tuttavia, mi chiedo se l'Italia sia più forte dicendo la sua, ma mantenendo fede agli impegni ovvero ritirandosi unilateralmente dall'operazione in Afghanistan, magari dall'oggi al domani. Io mi interrogo su questo e debbo dire, francamente, che non riesco a comprendere come la posizione italiana possa essere più forte o più autorevole se oggi, all'improvviso, dopo avere condiviso la necessità di intervento, in un momento certamente dubbio e difficile, l'Italia dicesse: no, noi non ci stiamo più. Credo, invece, che dobbiamo mantenere l'impegno preso nei confronti degli alleati e dei paesi con i quali condividiamo la lotta al terrorismo, ma che, nel contempo, dobbiamo utilizzare quest'occasione parlamentare per porre precise barriere ad eventuali altri interventi o missioni.
A differenza di altri colleghi, non me la sento, su questo, di fare una sorta di esplicito sconto al Governo: qualcuno potrebbe uscire di qui interpretando questo voto come se, in fondo, fosse stato lasciato al Governo il margine per fare altre cose.


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Che non sia così, invece, risulta chiaramente dall'ordine del giorno approvato. È bene che ciò rimanga con molta chiarezza agli atti, altrimenti, credendo - in buona fede, certamente - di servire una certa causa, si rischia, senza volerlo, di avallare un ministro od altri che potrebbero fare cose non previste né dall'ordine del giorno né dal disegno di legge al nostro esame.
Anche dal dibattito interno al Congresso degli Stati Uniti traspare un forte interrogarsi sul perché la vicenda dell'11 settembre non sia stata prevista (tra l'altro, sono venute fuori anche registrazioni italiane, non di italiani, ma fatte in Italia, sulle quali potrebbe essere interessante dibattere). Questo è un tema importante, il cui approfondimento deve precedere la riflessione sugli ulteriori passi da fare. Naturalmente, abbiamo sempre detto che il tema del Medio Oriente è fondamentale per isolare l'area di potenziale consenso o di potenziale neutralità nei confronti del terrorismo; però, la possibilità di dire la nostra su questo punto non è certo facilitata dall'idea di interpretare questo voto come una specie di mandato con zone grigie o addirittura in bianco.
Vi è una responsabilità oggettiva del Governo, bisogna dirlo. Perché? Ma perché non si verifica in nessun paese che il ministro degli esteri degni il Parlamento di una visita ogni tre o quattro mesi! Vi invito a verificare gli atti parlamentari. Guardate che se il ministro degli esteri viene in Parlamento non fa un piacere alla minoranza, ma esprime un segno di rispetto verso tutti; e sono convinto che anche voi della maggioranza avete qualcosa di interessante da dire al ministro degli esteri (o Presidente del Consiglio).
Guai se non fosse così! Vorrebbe dire allora che come parlamentari non sentite il ruolo, non sentite la dignità. Io credo che forse, anche vista la difficoltà del dibattito sulla politica estera, si senta veramente quest'assenza. Solo due volte il ministro degli affari esteri si è recato nelle Commissioni riunite esteri per un confronto. Non è normale. Quindi, anche da questo punto di vista, credo veramente che intensificare questo rapporto Governo-Parlamento potrebbe essere estremamente utile, anche per portare il nostro dibattito su un altro piano. Dico ciò rivolgendo anche un appello molto fermo, perché si tratta di un segno di rispetto verso l'istituzione parlamentare. Insomma, se si dice che l'accordo di Pratica di Mare è un fatto che entra a far parte della storia d'Italia, si ha il dovere di venire in Parlamento ad illustrarlo, perché altrimenti vuol dire che la storia passa dappertutto fuorché da quest'Assemblea.
Guardate, cari colleghe e cari colleghi, che su questa strada si va male; non si va affatto verso una posizione democratica che sia forte e radicata. Allora, voglio dire con molta chiarezza che certamente, come tutti i partiti democratici, siamo partiti articolati, e le posizioni, in particolare quelle di coscienza, meritano rispetto. Mi rendo conto che la mia provenienza - lo dico con franchezza - è un'altra. Io vengo da un'esperienza del partito socialista, della federazione laburista e poi dei Democratici di sinistra, che ho cofondato. Ma, pur essendoci pieno rispetto, sia chiara una cosa. Da parte dei democratici di sinistra che fanno parte dell'Ulivo, che è alternativa democratica all'attuale maggioranza e all'attuale coalizione, c'è la capacità di mantenere gli impegni internazionali e la capacità di essere forza potenziale di governo nei confronti degli impegni internazionali che ci attendono. Non so se lo posso dire, ma mi sembra di aver visto (non so se sia stato un errore o meno) che lo stesso presidente della Commissione difesa, il mio successore, l'amico e collega Ramponi, sull'emendamento Cima (se non vado errato) ha votato a favore (quindi, sul problema del codice militare di guerra). Sinceramente, non comprendo questo irrigidimento ed incaponimento del Governo. Però, nel corso della discussione siamo riusciti ad ottenere degli emendamenti importanti, precisi, che qualificano questo provvedimento.
Credo, quindi, che tutti insieme dobbiamo dare l'interpretazione giusta di questo provvedimento; nel senso che esso è diretto, correlato e a sostegno di quelle determinate operazioni militari in Afghanistan,


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ma emerge con molta chiarezza che esso non autorizza nessun'altra operazione, nessun altro allargamento.
È con questo spirito, allora, che noi confermiamo la nostra solidarietà nei confronti della battaglia del terrorismo, ma rivendichiamo certamente la nostra autonomia di giudizio e di pensiero che deve caratterizzare il nostro paese. Ho sentito il bisogno di intervenire proprio perché di questo voto si dia un'interpretazione giusta, chiara; che possa valere d'orientamento per questa Camera, per il Governo e per l'opinione pubblica (Applausi del deputato Luigi Ramponi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Deodato. Ne ha facoltà.

GIOVANNI DEODATO. Signor Presidente, signor sottosegretario, intervengo molto brevemente. Il 31 marzo del 2002 sono scaduti termini di diverse missioni internazionali, e quindi è chiara l'urgenza di colmare questo vuoto, sia giuridico sia finanziario, che si è creato dal 1o aprile del 2002. In particolare, l'articolo 9 di questo decreto dispone la convalida degli atti che sono stati compiuti e delle attività che sono state svolte fino alla data dell'entrata in vigore del decreto. Oltre all'urgenza, è altrettanto evidente la straordinaria necessità proprio di assicurare la continuazione della partecipazione italiana a queste missioni, poiché sviluppano azioni umanitarie ed interventi di emergenza su territori devastati da conflitti interni o di carattere internazionale. Quindi, si tratta di una presenza che permette all'Italia di contribuire attivamente alla gestione delle crisi internazionali e agli interventi di mantenimento della pace e della sicurezza, non soltanto proprio nell'ambito delle attività svolte dall'ONU e dalla NATO, ma anche nella nuova dimensione di cooperazione giudiziaria e di difesa comune dell'Unione europea. Quindi, ai contingenti italiani che sono impegnati nelle varie operazioni militari internazionali va tutta la nostra solidarietà, l'apprezzamento e la riconoscenza più ampia.
Per concludere, signor Presidente, credo sia opportuno ricordare il vasto consenso parlamentare con cui è stato convertito in legge il precedente decreto-legge, nella seduta del 14 febbraio 2002, con 314 voti favorevoli, 45 contrari e 4 astenuti. Il nostro auspicio è che, anche in questa occasione, possa aversi un amplissimo consenso parlamentare, tenendo conto anche del grande equilibrio con cui alcuni illuminati rappresentanti dell'opposizione - mi riferisco all'onorevole Minniti, soprattutto, e all'onorevole Spini - si sono dichiarati favorevoli all'approvazione di questo provvedimento.
A nome del gruppo di Forza Italia dichiaro voto favorevole.

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.

LUIGI RAMPONI, Presidente della IV Commissione. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUIGI RAMPONI, Presidente della IV Commissione. Signor Presidente, a nome anche del presidente Selva desidero esprimere la nostra gratitudine a tutti i parlamentari che hanno partecipato a questo dibattito che, però, mi ha dato l'impressione di essere un po' travolto da certe visioni di dettaglio e di non aver saputo esprimere il vero significato di questo decreto-legge che mantiene il sostegno finanziario all'impegno che l'Italia ha preso in ambito internazionale.
Alcuni degli intervenuti, alla fine del dibattito, hanno rivolto anche un pensiero di gratitudine a questi nostri diecimila uomini, ma mi sarebbe piaciuto molto di più, e lo faccio io oggi in conclusione, che, prima di tutto, ogni intervento fosse caratterizzato, in rappresentanza del pensiero personale o del pensiero del gruppo, dalla constatazione del comportamento eccezionale tenuto da più di diecimila uomini italiani in operazioni difficilissime nel mondo.


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Mi pare che abbiamo perso il senso della validità politica, nazionale e internazionale di questa partecipazione dell'Italia nel mondo; mi pare che abbiamo capito poco se continuiamo a discettare e a dibattere su eventuali allargamenti che in realtà non esistono e sull'opportunità o meno di essere trattati in un determinato modo giuridico, dimenticando la grande valenza della presenza italiana nelle operazioni di pace, in percentuale assolutamente superiore a quella di qualsiasi altro paese del mondo.
Allora, voglio prima di tutto esprimere - e spero di farlo a nome di tutti e con il consenso di tutti - la gratitudine vera del Parlamento a quei diecimila uomini, alle loro famiglie, ai loro figli. Non voglio cadere nel patetico, i soldati non ne hanno bisogno, ma non perdiamo questa occasione per mandare tale messaggio, un messaggio che dimostra la stima che abbiamo per ciò che fanno e che dimostra anche la sensibilità politica di capire che se l'Italia oggi recita quella parte da protagonista che ha svolto anche nell'ultimo frangente di Pratica di Mare, lo può fare solo ed esclusivamente perché quando si presenta nel contesto internazionale ha le carte in regola per dimostrare che, in termini di sforzo per la stabilità e la pace nel mondo, questa nazione svolge altissimamente il proprio dovere.
A nome, credo e spero, di tutta la Camera, desidero che si concluda questo dibattito con l'espressione, da parte di tutti, di un sentimento di gratitudine per quello che fanno i nostri soldati (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia).

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