Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 145 del 15/5/2002
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TESTO INTEGRALE DELLA DICHIARAZIONE DI VOTO DEL DEPUTATO ANDREA COLASIO SUGLI IDENTICI EMENDAMENTI PECORARO SCANIO 7.1, GRANDI 7.2, GIORDANO 7.50 E MAZZUCA POGGIOLINI 7.173 - DISEGNO DI LEGGE DI CONVERSIONE N. 2657

ANDREA COLASIO. Signor Presidente, colleghi, come qualcuno ricorderà, ancora negli anni settanta, alcune agenzie di viaggio inglesi erano solite promuovere i loro «pacchetti» con una formula - che certo non faceva onore al nostro paese - e che costituiva la cartina di tornasole delle modalità con cui - in Italia - si declinavano le politiche in materia di beni culturali: «Visitate l'Italia prima che gli italiani la distruggano».
Questa era la formula. E di certo qualche ragione dovevano ben averla, se ancora pochi anni prima autorevoli studiosi come Cederna e Bandinelli evocavano, in merito allo stato del nostro patrimonio culturale, scenari non certo lusinghieri: «I vandali in casa»; «Il patrimonio storico-artistico del paese allo sbaraglio».
Pensavamo, pensavamo che il nostro paese volesse voltar pagina, e proprio la rinnovata attenzione al nostro patrimonio culturale quale componente costitutiva dell'identità e delle identità plurali del paese sembrava preludere ed implicare un punto fermo, un punto di non ritorno.
E invece constatiamo come elemento invariante ciò che rappresentava il vecchio limite culturale delle classi politiche dell'epoca, ovvero la non percezione della «specificità» e dell'assoluta irripetibilità che denota, che definisce la cifra del nostro patrimonio culturale e identitario.
Eravamo convinti che le politiche culturali nel nostro paese avessero superato il ruolo ancillare, marginale e parentetico, cui per tanti - troppi anni - erano state relegate.
Eravamo convinti che la consapevolezza del ruolo centrale delle politiche di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio costituisse un elemento oramai condiviso dalle diverse culture politiche del paese.
Le politiche dei beni culturali infatti possono essere correttamente denotate solo se e a condizione che definiscano una loro logica d'azione modulandola sulla lunga durata e non certo sulla contingenza; la lunga durata - la trasmissibilità quindi - della nostra «consistenza patrimoniale», di quegli oggetti, strutture, luoghi, territori, simboli, nei quali si è progressivamente sedimentata la nostra identità culturale.
Vi è stato un tempo nel nostro paese in cui le politiche dei beni culturali e ambientali sono state posposte alle esigenze - assunte come prioritarie - di altre politiche.
La logica della modernizzazione è stata spesso cocente, pregnante salvo poi percepire un diffuso sentimento di perdita dell'identità, di lacerazione di una fitta trama simbolica e relazionale entro la quale si costruisce il senso dell'appartenenza comunitaria: senza miti da perduta età dell'oro. Sia chiaro.
Con il ministro Urbani siamo stati spesso d'accordo sulla diagnosi relativa allo stato del settore: la strutturale inadeguatezza della spesa per la cultura rispetto al PIL, la residualità della stessa rispetto alla spesa pubblica; l'obiettivo (come obiettivo di lungo periodo) dell'1 per cento, che si assume come «frontiera» e che era stato individuato come prioritario da Malraux sin dal 1959, l'anno dell'istituzione del Ministero della cultura francese.
Ebbene, in questi ultimi anni - proprio a partire dai governi locali - si è assistito ad un mutamento di scenario e di strategia, e ad una progressiva correlazione delle politiche dei beni culturali con la riscoperta delle radici più profonde dell'identità.


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La politica - come tutti noi sappiamo - è intrisa di significati simbolici, ed è questo il punctum dolens, il punto di caduta regressività culturale che - abbiamo ben motivo di ritenere - si nasconde dietro il provvedimento in discussione.
Conveniamo con il ministro Urbani, persona seria; dissentiamo allora sulla diagnosi, sulle terapie assunte - temiamo imposte - dal nostro ministro della cultura.
Il conferimento alla Patrimonio dello Stato di tutto o parte - non è dato sapere - del nostro patrimonio culturale è grave, sbagliato, inopportuno per ciò che implicitamente afferma, per la sua cifra, il suo codice implicito: l'identità culturale è contabilizzata, è un bene, alla stregua di altri beni, uffici, caserme, magazzini, eccetera.
L'immagine per il nostro Ministero dei beni culturali è quella di un attore istituzionale, le cui strategie operative sono residuali, variabile dipendente di politiche più pesanti e «serie»; ma quali?
Questo, colleghi della maggioranza, è - piaccia o meno - il senso politico che rischia di commutare in negativo tutto il processo.
La relazione della Corte dei conti è chiara sul punto: le modalità con cui si procede al conferimento dei beni dalla Patrimonio dello Stato Spa alla Infrastrutture Spa e ad altre società non definiscono contenuti e «limiti», con il rischio - si legge - di esporre ai rischi del mercato i beni culturali eventualmente conferiti.
Sia chiaro, il vero errore contenuto nel provvedimento concerne il modello - statalista e centralistico - che confligge con il modello a rete - federale e flessibile, tipico della programmazione negoziale concertata; un modello che poggia sui distretti culturali, sui sistemi museali territoriali e diffusi, sull'inflazione tra attori locali, fondazioni e associazioni culturali, soggetti privati, con cui già oggi il ministero può stipulare accordi, come prevedere l'articolo 10 del decreto legislativo n. 368 del 1998; un modello che sarebbe reso inoperativo, inefficace dall'eventuale conferimento dei nostri beni culturali alla Patrimonio dello Stato Spa, generando linee di frattura tra una gestione centralizzata e le esigenze dei distretti culturali.
Il ministro Urbani ha dichiarato che non si venderà nulla di significativo; se ciò è vero, allora scriviamolo nel testo.
Colleghi della maggioranza, in questi ultimi anni le nostre politiche culturali hanno faticosamente cercato il riallineamento ai grandi paesi europei. Sarebbe grave che per inadeguata valutazione della gravità delle decisioni che state assumendo, voi gettaste via il lavoro e i risultati che con fatica, rigore e grande passione civile, i governi territoriali, le comunità locali, le fondazioni e le associazioni culturali non-profit, i funzionari del ministero hanno conseguito per portare con dignità il nostro paese a ricoprire quel ruolo che gli spetta nello spazio culturale della nuova Europa. È un lusso che non potete permettervi. È una grave sconfitta culturale, prima ancora che politica, che non dovreste imporre al paese.

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