Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 145 del 15/5/2002
Back Index Forward

Pag. 7


...
Si riprende la discussione.

(Ripresa dichiarazioni di voto finale - A.C. 2426)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vendola. Ne ha facoltà.

NICHI VENDOLA. Signor Presidente, oggi la Camera dei deputati è chiamata a celebrare una sua piccola sagra dell'ipocrisia. Nello stesso giorno in cui verranno


Pag. 8

ratificati i protocolli di Kyoto, probabilmente, con la cosiddetta «manovrina» avremo dato un colpo a ciò che resta della cultura e della armatura a difesa dell'ambiente e del patrimonio dello Stato: ma di questo discuteremo fra un po'.
Questo dibattito è stato per certi versi una finzione e una pantomima notturna, a dimostrazione della scarsa sensibilità e del carattere, per l'appunto, meramente ipocrita di questa ratifica. Sullo sfondo abbiamo problemi drammatici che ci vengono segnalati dalla comunità scientifica, che entrano nella consapevolezza della grande opinione pubblica mondiale e che sono uno dei cuori del movimento contro la globalizzazione capitalistica: la rottura dei cicli climatici; il conseguente fenomeno del surriscaldamento del clima del pianeta; la modifica complessiva delle condizioni metereologiche: anche in Italia facciamo esperienza di questa concentrazione di tipo alluvionale, di precipitazioni sempre più stravaganti rispetto alla tradizione metereologica del nostro paese (sono anche questi gli effetti della desertificazione del clima); l'innalzamento dei livelli medi dei mari.
Ecco, il protocollo di Kyoto prova con grande timidezza a intervenire su questo scenario, proponendo un inizio di regolazione negoziata, di regolazione pianificata degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, obiettivi che valgono paese per paese, azienda per azienda, situazione per situazione. Su Kyoto si scatena l'ira di Dio, anzi l'ira dei principali produttori di gas serra al mondo, gli Stati Uniti d'America. Vorrei dire ai colleghi del centrosinistra che il conflitto di interessi, se si guarda a Kyoto, si può accorgere che non è una peculiarità berlusconiana o un'anomalia italiana, ma il conflitto di interessi, così come clamorosamente viene fuori dall'accanimento dell'amministrazione Bush, per conto dei grandi elettori del Presidente Bush, contro questa griglia minima di regole per contrastare l'inquinamento atmosferico dovrebbe indurre a una riflessione sul fatto che in qualche maniera il tema del conflitto di interessi, forse, più che al carattere di un ceto politico nostrano, attiene invece proprio alla natura di questa globalizzazione capitalistica.
Certo, sullo sfondo vi è lo scontro tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America che sono i primi produttori al mondo di gas serra, ne producono cioè quasi il 25 per cento di tutto quello che viene prodotto nel mondo. Gli Stati Uniti d'America, con una popolazione inferiore al 5 per cento della popolazione mondiale, producono un quarto di tutta l'emissione di gas serra che avvelena il pianeta. Questo dovrebbe essere considerato un crimine, dovrebbe aprire un dibattito internazionale su cosa significa legalità internazionale e su quale sia la disponibilità che gli Stati Uniti ritengono di avere della vita e della salute dell'intero pianeta.
Purtroppo, i pur deboli obiettivi di Kyoto sono stati fortemente ridimensionati, ed in parte stravolti, nella conferenza di Marrakech. In quella conferenza del novembre scorso le pressioni nordamericane sono riuscite a sabotare in maniera parziale, ma assai significativa, quella svolta che Kyoto aveva perlomeno evocato.
Noi consideravamo importante - nonostante la timidezza degli obiettivi che ci si era prefissi - il fatto che una grande parte dei governi del mondo si assumesse un impegno così importante e così cruciale nei confronti del pianeta e nei confronti delle future generazioni; a Marrakech però si è intervenuti per ridimensionare quegli impegni. Intanto, si è ridotta la soglia - obiettivo di Kyoto - di una riduzione delle emissioni del 5 per cento entro il 2012. Signor Presidente, il 5 per cento già rappresentava una cifra inadeguata, non lo sostenevamo noi ma l'intera comunità scientifica. A Marrakech, quel 5 per cento è divenuto un vergognoso 3,8 per cento, una soglia ridicola se comparata con la straordinaria gravità dei problemi relativi all'inquinamento atmosferico e al mutamento climatico, a meno che non si considerino talune notizie - che leggiamo sui giornali - come degne di un repertorio folkloristico. Se si staccasse un pezzo di Antartide grosso come la Svizzera non so


Pag. 9

se si potrebbe trovare una sede politica per discutere l'entità del problema che un fenomeno del genere può evocare.
Dopo Marrakech non saremo in presenza di una riduzione effettiva dell'emissione di gas serra ma saremo in presenza di un gioco degno dei migliori illuministi. Il fatto scandaloso è che le quote di emissione potranno essere commercializzate, in quanto diventeranno permessi di emissione, cioè crediti da far valere secondo gli interessi del sistema di impresa. Per cui, anche questi obiettivi, in realtà, andranno interpretati e la loro contabilizzazione è resa praticamente impossibile: siamo al mercato dell'aria. Un tempo, scherzando, qualcuno affermava che si sarebbe giunti alla monetizzazione dell'aria, in realtà la monetizzazione dell'aria rappresenta già il contesto in cui ci tocca vivere. È questo l'oggetto della nostra discussione reso particolarmente ostico dal fatto che ci troviamo in Italia e che la ratifica del Protocollo di Kyoto si compie in questo Parlamento in contemporanea con una serie di atti politici e di scelte concrete che rappresentano l'esatto contrario delle indicazioni di Kyoto.
Signor Presidente, per interpretare lo spirito di Kyoto bisognerebbe adottare una seria politica per i trasporti, per la mobilità, centrata su un obiettivo che superi l'idea privatistica della movimentazione, della mobilità, su un obiettivo che possa, per esempio, trasferire su rotaie gran parte della movimentazione delle merci.
No, in Italia, grazie soprattutto all'azione incessante, degna di altri tempi e di altri regimi, del tecnocrate di punta di questo Governo, del fantasista dell'ambiente, il ministro Lunardi, e del fantasista dell'economia, il ministro Tremonti, ci è stato proposto questo quadro di assoluta deregolamentazione di qualunque cultura del vincolo del rispetto della tutela ambientale. Voi avete compiuto, in termini di trasporti e di infrastrutture, scelte che sono contrarie agli interessi del paese e che amplieranno quei rischi e quei danni ambientali che costituiscono la base su cui si alimentano i fenomeni che a Kyoto si è tentato di denunciare.
Pertanto, occorre una nuova politica dei trasporti, delle infrastrutture e delle opere, contrariamente a quella prevista da Lunardi; in questi giorni, a Sarno, è piovuto poco, ma già si è manifestata l'emergenza alluvione e fango e quel fango, signor Presidente, non è soltanto l'effetto della cattiva pioggia, ma di una cattiva politica e del malaffare che continua e si moltiplica durante il Governo Berlusconi (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Realacci. Ne ha facoltà.

ERMETE REALACCI. Signor Presidente, il protocollo che giunge in quest'aula per la sua ratifica - ha ragione il collega Vendola - risulta indebolito. Era già insufficiente quando fu varato a Kyoto e, successivamente, ha subito ulteriori ammorbidimenti a causa di una serie di fattori. Mi riferisco al fatto che gli americani, dopo aver inizialmente acceduto alla richiesta di ridurre le emissioni di CO2, si sono ritirati dalle trattative (gli Stati Uniti, come è stato ricordato dagli interventi precedenti, producono da soli il 25 per cento delle emissioni che causano l'effetto serra); inoltre, la necessità di tenere assieme tutti questi paesi a Marrakech ha portato al perfezionamento di un protocollo che, indubbiamente, si pone obiettivi meno stringenti e forti di quello previsti inizialmente.
Si tratta, comunque, di un passo importante perché ci troviamo di fronte ad un problema molto serio. È molto strano che, a volte, la politica non sia in grado di collegare i vari eventi fra di loro.
In questi giorni in Sicilia - come possiamo leggere su tutti i giornali e vedere in televisione - è scoppiata una rivolta per l'acqua, dovuta oggi prevalentemente a cattiva gestione e ad un suo cattivo uso; in Sicilia ed in tante altre parti d'Italia sappiamo che vi sono perdite di rete ed usi impropri dell'acqua, in settori che potrebbero farne a meno e che non sono produttivi.


Pag. 10


Tuttavia, in prospettiva, nel nostro paese la riduzione delle piogge e la loro progressiva imprevedibilità possono produrre il doppio effetto - è una possibilità estremamente concreta - di inaridire alcune parti d'Italia o di accentuare in altre rischi di alluvione nel caso di piogge straordinarie. Si tratta solo di un esempio, tra i tanti, degli effetti di una politica che non è in grado di affrontare la questione dei mutamenti climatici per tempo, questioni che, al contrario, richiederebbero politiche molto serie.
Vorrei essere franco: queste politiche serie non sono state avviate nemmeno dal centrosinistra quando era al Governo. Ci si era assunti l'impegno a Kyoto di ridurre le emissioni al 6,5 per cento ma l'Italia rispetto al 1990, anziché ridurle (lo dovrà fare entro il 2008-2012), le ha aumentate significativamente del 5,6 per cento; pertanto, anche i ridotti obiettivi fissati a Marrakech appaiono oggi estremamente ambiziosi, alla luce delle tendenze in atto e delle politiche messe in campo dal Governo che peggiorano, per esempio nel campo dei trasporti, le impostazioni del centrosinistra, ma, soprattutto, assolutamente irraggiungibili. La pur importante ratifica del protocollo suddetto sul piano internazionale rischia di divenire lettera morta se queste politiche non divengono trasversali.
Vorrei ricordare al sottosegretario Tortoli - egli conosce bene il problema - che è evidente che le politiche ambientali non sono le politiche del Ministro dell'ambiente. Sono politiche che influenzano l'attività del Governo nel suo insieme ed, in quanto tali, devono essere legate - lo ricordava prima il collega Vigni - al problema del traffico e dei trasporti.
Durante quest'inverno molte città italiane sono state chiuse al traffico al fine di salvaguardare la salute dei cittadini. Non si tratta di un tema diverso dalle misure che sono necessarie per affrontare il protocollo di Kyoto.
Nei giorni scorsi vi è stata una manifestazione lungo i versanti italiano e francese sulla riapertura del traforo del Monte bianco per combattere un inquinamento locale: anche quelle politiche della riduzione del trasporto su gomma, però, non sono cosa diversa rispetto alle politiche necessarie ad affrontare il protocollo di Kyoto.
Lo stesso vale per le politiche di difesa e di incentivazione delle foreste, di ambientalizzazione delle produzioni di energia, di innovazione in campo industriale, di riduzione dei consumi nel settore domestico. Sono tutte politiche che ottengono il doppio effetto di avvicinare gli obiettivi previsti dal protocollo di Kyoto, ma, al tempo stesso, di consentirci di vivere meglio, migliorando la qualità della vita, riducendo l'impatto sulla salute delle produzioni inquinanti e di produrre un industria più innovativa.
Vedete, onorevoli colleghi, vi è stato un dibattito nell'ambito di questa ratifica che fa rispuntare lo spettro del nucleare, sotto l'aspetto della partecipazione di imprese italiane alla costruzione e alla gestione all'estero di impianti nucleari nell'Est europeo.
Questo dibattito, che è stato poi risolto positivamente dall'emendamento presentato e dagli impegni presi dal Governo, è un dibattito che è velleitario rispetto alle prospettive dell'industria italiana. Oggi, con le attuali regole, nulla impedisce alla nostra industria di contribuire alla costruzione di centrali nucleari all'estero, attraverso la partecipazione ad appalti; tuttavia, è evidente che chi cerca di ottenere la competitività della nostra industria, a partire dalla penetrazione nel mercato nucleare, parla di cose che non esistono. Si tratta di un mercato ristretto, che non è sicuramente privilegiato per l'industria italiana.
Vi è invece un settore nel quale l'Italia può eccellere ed è quello in cui la qualità, l'innovazione tecnologica, il rapporto con l'ambiente, un'economia basata sulla bellezza e sulla cultura, nonché sulla nostra straordinaria civilizzazione costruita nel corso dei secoli, produce ricchezza, adoperando un numero minore di beni ambientali, inquinando meno e in definitiva consumando meno energia. Vorremmo che il nostro paese si avviasse su questo terreno


Pag. 11

della competitività: per fare questo, è necessario predisporre a livello di politiche fiscali, di incentivi e di misure legate all'innovazione tecnologica, tutta una serie di scelte che consentano di avvicinare tutti gli obiettivi previsti dal protocollo di Kyoto, non soltanto attraverso politiche di intervento statale, ma anche per mezzo di politiche che consentano al nostro paese di evolvere verso la qualità.
Nei giorni scorsi, persino la Confindustria ha avviato una positiva ed ampia azione di ampliamento delle certificazioni ambientali. Questo è avvenuto non per bontà, ma perché oggi essere avanti sul tema ambientale significa essere più competitivi. Su questo terreno l'industria italiana può competere con il resto del mondo ed essere in prima fila, non certo riducendo i diritti dei lavoratori ed il costo del lavoro; ben altro è la competitività stracciona e degradata che porta al dibattito sull'articolo 18, rispetto ad una competizione che avviene sul terreno della produzione di cose utili, a minore impatto, per il mantenimento della qualità italiana.
C'è un ultima considerazione che vorrei sottoporre in sede di approvazione di questo disegno di legge di ratifica del protocollo in questione, ma anche in vista degli impegni futuri, a tutti noi: dopo l'11 settembre 2001, come sapete, in molti nel mondo hanno sottolineato quanto fosse importante, nel combattere un fenomeno tremendo e pericoloso come il terrorismo, affiancare ad un'iniziativa sul terreno militare, sulla quale ci siamo divisi, un'azione che mirasse ad eliminare i punti di sofferenza e di tensione nel mondo, non solo nel Medio oriente, ma anche rispetto alle condizioni che generano povertà, insicurezza, fame e disperazione in tante parti del mondo.
L'azione sui mutamenti climatici è parte di questo progetto. In tante parti del mondo, l'inaridimento non significa rivolta dell'acqua a Palermo ma significa disperazione, fame e flussi migratori che sarebbe velleitario pensare di arrestare facendo intervenire la Marina militare al largo delle nostre coste. Per affrontare questo riequilibrio del mondo, in cui l'Europa può svolgere un'azione di primo piano, trattandosi di un continente più civile e più attento alle ragioni di tutti, al proprio interno, e quindi anche all'esterno, è assolutamente necessario partire dalla ratifica del protocollo di Kyoto e da un aumento degli aiuti previsti verso i paesi in via di sviluppo. Nei prossimi giorni, tra l'altro, saremo chiamati a discutere su mozioni che prendono sul serio il nostro ministro degli esteri, - che mi pare in questo caso abbia il consenso anche del Presidente del Consiglio - per quello che riguarda la possibilità di portare all'un per cento il contributo dei paesi più avanzati verso quelli in via di sviluppo.
Come sapete, oggi l'Italia è ferma ad un misero 0,13 per cento. Tutte queste misure, che sono collegate fra loro, delineano un mondo che non solo è più giusto e più equilibrato, non solo è più attento alle ragioni dell'ambiente, ma è un mondo in cui la sicurezza vera e la prospettiva di una vita migliore è garantita per tutti, anche per i cittadini italiani (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lion. Ne ha facoltà.

MARCO LION. Signor Presidente...

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego. Onorevole Ventura...

MARCO LION. Onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, le gravi perturbazioni meteorologiche che abbiamo conosciuto in questi anni, sia in Europa che in altre regioni del mondo, ma anche nel nostro paese, ricordano alle popolazioni e ai loro responsabili politici - ed anche a questo Governo - che una delle più grandi sfide con la quale è chiamata a confrontarsi l'umanità è quella di evitare una catastrofe climatica di grandi dimensioni, dovuta all'eccessivo consumo di combustibili fossili.


Pag. 12


Dopo anni di discussioni, è diventata convinzione comune che l'emissione dei gas inquinanti sia alla base del riscaldamento del pianeta...

PRESIDENTE. Colleghi, vi chiedo scusa, il collega sta parlando. Prego, onorevole Lion.

MARCO LION. La ringrazio, signor Presidente. 23 miliardi di tonnellate di CO2 sono infatti versate ogni anno nell'atmosfera, la temperatura aumenta in maniera preoccupante e gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi del secolo. I ghiacciai terrestri e polari si riducono a ritmi impressionanti, l'innalzamento del livello dei mari minaccia le Maldive, le Mauritius, il Bangladesh, ma anche le coste dell'Adriatico settentrionale. Le catastrofi si intensificano - alluvioni e frane al nord, siccità e incendi al sud - e si prevedono parossismi climatici che, a livello planetario, potrebbero far deviare la corrente del golfo con effetti meteorologici difficili da immaginare.
Il gruppo dei climatologi convocati dalle Nazioni Unite per analizzare le preoccupanti statistiche sulla febbre del pianeta, sentenzia che l'azione dell'uomo ha contribuito sostanzialmente al riscaldamento del pianeta osservato negli ultimi cinquant'anni. E se c'è ancora chi vuole dibattere sulle responsabilità dell'uomo alla base dei mutamenti climatici, non si può dubitare del riscaldamento globale, un fatto dal quale la politica e l'economia non possono prescindere. Secondo le Nazioni Unite l'aumento della temperatura può far crescere il livello degli oceani di 50 centimetri entro un secolo. Una prospettiva inquietante, se si pensa che l'80 per cento delle terre emerse si trova soltanto ad un metro sopra il livello del mare.
Ma i mutamenti climatici già pesano sulla nostra economia. Secondo l'Unione europea i danni nel nostro continente ammontano a circa 600 mila miliardi di vecchie lire l'anno e la cifra è destinata a crescere di anno in anno. L'ultimo decennio è stato quello più caldo da quando esiste una misurazione sistematica della temperatura. Sono più di vent'anni che la temperatura terrestre supera la media del secolo. Il 1999 è considerato un anno caldo, nonostante abbia subito l'effetto della niña, un fenomeno climatico caratterizzato da un'enorme massa di acqua fredda sulla superficie dell'oceano Pacifico, che abbassa le medie della temperatura e genera correnti d'aria fredda. È il fenomeno opposto del niño, che ha caratterizzato gli anni 1997-1998 e che pare si riprodurrà anche quest'anno; entrambi questi fenomeni hanno avuto effetti devastanti sul pianeta e hanno provocato molti disastri naturali.
Nella maggior parte dei casi la temperatura è aumentata. Solo nel Pacifico equatoriale, nel Sudamerica occidentale e nella parte settentrionale del continente euroasiatico è diminuita, provocando gravi siccità e carestie nei paesi più poveri, ma la temperatura globale del pianeta continua a salire. Il 1900, infatti, ha avuto una temperatura media maggiore del secolo scorso di circa 0,7 gradi Celsius. Il mancato cambiamento dei nostri modelli produttivi e di consumo comporterà, rispetto al problema dei mutamenti climatici, i seguenti impatti negativi: riduzione delle produzioni agricole, diminuzione della disponibilità di acqua, emergenza idrica. Se pensiamo a quanto è accaduto a Palermo, potremmo chiedere a questo Governo: non sarebbe meglio dare acqua ai siciliani piuttosto che spendere tante migliaia di miliardi per un inutile ponte sullo stretto di Messina?
Altri mutamenti riguarderanno: l'aumento delle persone esposte alle malattie trasmesse da vettori e dall'acqua, con un aumento della mortalità da stress termico; un diffuso aumento del rischio d'alluvione; un aumento della frequenza delle intensità di altri eventi atmosferici calamitosi, come le trombe d'aria e gli uragani.
Tutto ciò non è il frutto - come pensa qualche ministro del Governo Berlusconi - della farneticazione degli ecocatastrofisti, ma di accurati studi e della realizzazione di attendibili modelli che tengono conto del contributo delle attività umane alle alterazioni climatiche.


Pag. 13


Sminuirne o, peggio, eliderne i contenuti e le conclusioni è un atteggiamento arrogante che denota la scarsa conoscenza della materia in questione.

PRESIDENTE. Onorevole Tuccillo, la prego!

MARCO LION. Da oltre dieci anni, centinaia di paesi stanno lavorando ad una strategia complessiva per affrontare quest'emergenza globale, e non riconoscere l'importanza di questo lavoro è un segnale a dir poco preoccupante.
L'atteggiamento catastrofistico è ravvisabile in chi pensa che l'intervento per la riduzione delle emissioni dei gas clima alteranti porterebbe alla perdita di milioni di posti di lavoro.
I primi interventi nella direzione fissata con il protocollo di Kyoto sarebbero a costo zero e sono basati sulla promozione di tecnologie pratiche per l'efficienza energetica negli edifici, nei trasporti e nelle attività produttive. Altri interventi di facile ed immediata attuazione sono costituiti dal ricorso alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Sono opportune modifiche degli stili di vita che comportano spreco di risorse, sovrapproduzione di rifiuti, uso irrazionale del sistema di trasporto. Attraverso queste politiche, è anche possibile la riduzione dell'inquinamento atmosferico, la dipendenza dal petrolio e le inefficienze energetiche, con benefici per la collettività, sia economici ed ambientali sia per la salute.
Non è un caso, infatti, che chi si oppone con maggiore determinazione sia George Bush junior, che vanta, tra i finanziatori della sua campagna elettorale, colossi della chimica e del petrolio per milioni di dollari. E dire che gli Stati Uniti continuano ad avere il primato delle emissioni di carbonio, contribuendo alla crescita globale con valore tra il 22 ed il 24 per cento!
La freddezza degli Usa nei confronti dei problemi legati alla sovrapproduzione di gas clima alteranti ha contagiato l'attuale Governo che si ritrova a subire controvoglia la ratifica di un trattato considerato dannoso per l'economia e l'industria. Ne è la riprova la sostanziale mancanza di incisività del provvedimento che appare un enunciato di buone intenzioni, più che un concreto atto di indirizzo delle politiche legate all'inquinamento, dal comparto industriale e dei trasporti alla produzione di energia elettrica.
Preoccupa che il provvedimento di ratifica non contempli l'accoglimento dell'obiettivo della quota assegnata al nostro paese, pari ad una riduzione del 6,5 per cento, rispetto ai livelli del 1990.
Un altro elemento sul quale, invece, sarebbe stato opportuno aprire un serio dibattito è il criterio delle emission trading, previsto dallo stesso protocollo di Kyoto e che è stato inserito per poter consentire ai paesi più ricchi di continuare ad inquinare, acquistando il diritto a mantenere le proprie emissioni al di sopra dei livelli consentiti dagli accordi internazionali.
Per raggiungere gli obiettivi di Kyoto, dobbiamo investire massicciamente nel risparmio energetico e nel passaggio alle energie rinnovabili, misure che combinate potrebbero creare più di un milione di posti di lavoro nella sola Europa.
Dobbiamo concentrarci sul settore dei trasporti, nella misura in cui il suo impatto sul clima è più pesante e i problemi di dipendenza petrolifera sono più importanti. La crescita illimitata del trasporto stradale ed aereo deve essere rivista. Le infrastrutture dei trasporti e la loro gestione devono guadagnare in efficacia.

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Lion, se la interrompo; onorevole Pennacchi, la prego!

MARCO LION. Infine, il trasporto deve orientarsi verso modalità più sostenibili, come il trasporto su rotaia, grazie ad un'integrazione del prezzo con i costi dell'energia e delle infrastrutture. Se c'è un'occasione da non perdere, è quella del risparmio energetico. L'utilizzazione razionale dell'energia nell'abitazione, come negli edifici pubblici, deve diventare la regola a lungo termine. L'ottimizzazione delle apparecchiature elettriche, come i frigoriferi,


Pag. 14

permette di realizzare un sostanziale risparmio energetico. L'elettricità prodotta localmente, attraverso piccoli impianti di cogenerazione, offre possibilità ancora più ampie.
Per quanto riguarda la produzione dell'energia, adesso dobbiamo tentare di operare una transizione verso le energie rinnovabili, fonti inesauribili e senza pericolo. L'Italia è matura per compiere un investimento strategico nella ricerca e nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nelle installazioni per l'energia solare su vasta scala, specialmente nel Mezzogiorno, dove l'irraggiamento solare è pari all'equivalente di un barile di petrolio per metro quadro ogni anno.
Noi crediamo che il Governo non ci abbia detto, nel corso della discussione, quali strumenti normativi di attuazione ed anche finanziari intenda mettere in campo per rendere concrete quelle politiche che oggi ci accingiamo a ratificare dal punto di vista formale e per far sì che, tra le priorità economiche e finanziarie, vi sia un impegno alla realizzazione concreta dello sviluppo di questo paese e al rispetto di ciò che è scritto nel protocollo di Kyoto.
Il protocollo di Kyoto, pur con le sue lacune e contraddizioni, specialmente dopo la conferenza di Marrakech, poteva costituire un'occasione per dare più sostenibilità al nostro futuro. Purtroppo, la politica di questa maggioranza, che, nelle azioni di Governo, antepone, sempre e comunque, il profitto immediato alla compatibilità ambientale, si riflette in questa ratifica. Nonostante il lavoro appassionato svolto, in Commissione e in Assemblea, per migliorare il provvedimento e per eliminare il riferimento al nucleare, non rimane ai Verdi che astenersi dal voto, oggi, su questo disegno di legge, anche perché, mentre siamo favorevoli al protocollo di Kyoto, siamo fermamente contrari alle politiche di questo Governo!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, parlerò, molto brevemente, a titolo personale: esprimerò, infatti, un voto contrario sul disegno di legge di ratifica del protocollo di Kyoto, non perché sono contrario alla ratifica, ma poiché mi pare che, nel corso della discussione ed anche nelle dichiarazione di voto di stamani, si stiano delineando talune scelte che dovrebbero far riflettere soprattutto il centrosinistra e tutta l'opposizione.
Non si può, come hanno fatto i gruppi dell'opposizione anche oggi nelle loro dichiarazioni, da un lato, condannare in maniera inequivocabile le scelte negative di questo Governo concernenti il protocollo di Kyoto e proporre, altresì, considerazioni importanti sulle questioni dei mutamenti climatici, delle energie alternative e della forestazione e, dall'altro, tutto sommato, dichiararsi favorevoli alla ratifica e predisporsi ad approvare il relativo disegno di legge. Credo che a questa logica si debba porre fine: ognuno di noi si deve assumere la responsabilità di ciò che fa e di ciò che afferma!
La ratifica del protocollo, per ciò che riguarda le questioni della diminuzione delle emissioni e, conseguentemente, delle ripercussioni di queste ultime sul clima del pianeta, è sicuramente importante. Tuttavia, tale ratifica dovrebbe inserirsi in un contesto di grande impegno del Governo italiano anzitutto per la parte di sua specifica competenza e, quindi, soprattutto per quanto riguarda le questioni di rilevanza nazionale.
Ebbene, basta guardare ai provvedimenti che avete approvato nei mesi trascorsi per capire che l'azione di questo Governo non va affatto nella direzione di determinare le condizioni per uno sviluppo ambientale serio ed ecocompatibile. L'hanno già detto altri colleghi poco fa: vi è un'inversione di tendenza nelle politiche sui trasporti, in cui emerge una maggiore attenzione per le grandi opere infrastrutturali stradali rispetto a quelle ferroviarie; vi sono determinazioni che non tendono ad un serio riassetto idrogeologico del territorio, soprattutto nel Mezzogiorno; non sono chiare le intenzioni del Ministero


Pag. 15

delle politiche agricole e forestali in ordine alla riforestazione del territorio nazionale, ancora una volta soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia (nel rapporto con le regioni, per quanto riguarda, più specificamente i piani operativi regionali, non si vedono interventi volti alla forestazione); tanto meno vi è, per quanto riguarda la questione energetica, un aumento dell'attenzione per le fonti rinnovabili (soprattutto per quelle che sfruttano l'energia solare).
Anzi, nei provvedimenti che abbiamo approvato qualche tempo fa vi è una condizione per cui aumenterà a dismisura, e già vi sono elementi chiari. Infatti, vi è la richiesta, fatta da grandi gruppi industriali, di moltissime centrali a turbogas anche in quei territori dove non vi è la necessità. Se questa è la verità, se i colleghi del centrosinistra che sono intervenuti hanno evidenziato con chiarezza i pericoli che corriamo per un intervento difficile e anomalo di questo Governo, credo che bisogna anche avere la grande onestà intellettuale di dire con chiarezza che non si è contro il protocollo di Kyoto, ma si è contro questo Governo, che si è contro il consociativismo che in quest'Assemblea si sta manifestando in modo evidente con interventi chiari e rapporti che si creano all'interno dei ministeri di questo paese. Queste cose dobbiamo dirle con estrema franchezza e con estrema onestà se vogliamo veramente costruire un rapporto serio, in base al quale la maggioranza governa e la minoranza fa l'opposizione; una opposizione svolta con serietà nel Parlamento e nel paese, per dire ai cittadini che questo Governo sta sbagliando in tutte le politiche economiche e anche in quelle ambientali (Applausi del deputato Lion)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Parolo. Ne ha facoltà.

UGO PAROLO. Signor Presidente, intervengo solo per aggiungere alcune considerazioni a quelle che sono già state fatte e, ovviamente, per annunciare il nostro voto favorevole. È evidente, è sotto gli occhi di tutti quello che sta avvenendo; anche il cittadino più profano in materia ambientale può prendere atto e rendersi conto dei cambiamenti climatici a cui è soggetto il nostro pianeta. Basta ricordare, se ci limitiamo soltanto ai dati relativi al nostro Stato, quello che avviene ormai in modo ordinario nel nostro paese; infatti, abbiamo sempre più di frequente, nel nord d'Italia, degli inverni secchi, mentre al sud sono umidi, e delle estati, invece, che al nord provocano grandi disastri ed al sud sono secche. Quindi, già da questo dato si può capire che effettivamente qualcosa sta cambiando. Collegare questi cambiamenti in modo esclusivo alle emissioni di gas serra, invece, è ancora tutto da dimostrare, anche se, certamente, il maggiore inquinamento del nostro pianeta è tra le cause che producono questi effetti. È dal 1992 che si discute di questa problematica, dalla conferenza di Rio in avanti, e vorrei ricordare che ci sono state ben sette Conferenze delle Parti, tra cui quella più importante, che è quella di Kyoto, che ha definito il relativo protocollo.
Quello che ci interessa è affrontare il problema in modo corretto e credo che, per farlo, da un lato, dobbiamo uscire da quel dualismo o da quell'estremismo che porta ad affrontare il problema in maniera ideologica, cioè con una visione accusatoria ed estremamente infarcita di ideologia ambientalista; dall'altro, dobbiamo uscire dalla logica che tende ad affrontare il problema semplicemente tutelando interessi di parte o di lobby. Dobbiamo trovare una sintesi e credo che gli sforzi che stanno facendo gli Stati a livello mondiale vadano in questa direzione. Certamente, si può fare di più, certamente quando si afferma che si vuole perseguire l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dal 2008 al 2012 rispetto alle emissioni al 90 esclusivamente di una minima percentuale, come quella che è stata fissata a Marrakech (un obiettivo minimale), si dice certamente una verità, ma d'altra parte ciò che è importante è il dato politico, cioè


Pag. 16

che si sia acquisita ormai la coscienza di affrontare a livello planetario e mondiale il problema.
In conclusione, anche per non ripetere considerazioni già fatte, credo che dovremmo, anche in Italia, evitare reciproche accuse a destra e a sinistra e tentare, invece, di presentarci al 2008, data di applicazione completa del protocollo di Kyoto, in modo tale da poter affrontare seriamente gli obiettivi che ci siamo proposti, ed arrivare al 2012 con le carte in regola per poterci porre, a partire da quella data, altri obiettivi ben più importanti per tutelare il nostro pianeta.
Per queste ragioni annuncio il voto favorevole del gruppo della Lega nord.

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.

Back Index Forward