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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Ratifica ed esecuzione del protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, fatta a Kyoto l'11 dicembre 1997; e delle abbinate proposte di legge d'iniziativa dei deputati: Calzolaio ed altri; Pecoraro Scanio ed altri.
Ricordo che nella seduta di ieri sono stati approvati gli articoli ed esaminati gli ordini del giorno.
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazione di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Anna Maria Leone. Ne ha facoltà.
ANNA MARIA LEONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il protocollo di Kyoto, approvato dalla Conferenza delle parti nella sua terza sessione plenaria tenutasi a Kyoto nel dicembre 1997, è un accordo internazionale contenente le prime decisioni sull'attuazione operativa di alcuni impegni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Più precisamente gli impegni più urgenti e prioritari, cui il documento fa riferimento, sono: gli obblighi nel breve termine, volti alla limitazione delle possibilità di cambiamenti climatici globali o, comunque, alla mitigazione di tali cambiamenti indotti dalle attività umane, mediante azioni o contromisure che agiscano soprattutto sulle cause principali degli stessi, quali, ad esempio, le emissioni in atmosfera di gas ed inquinanti capaci di aumentare l'effetto serra naturale del nostro pianeta; gli obblighi di natura politica e socio-economica nazionale nei settori più rilevanti delle attività umane, quali la produzione e l'uso di energia, i processi ed i prodotti industriali, l'agricoltura e le produzioni agroalimentari e la gestione dei rifiuti.
Ai fini attuativi, resta da fare ancora molto lavoro; tuttavia, le misure decise a Kyoto dalla conferenza delle parti rappresentano un punto di partenza fondamentale non solo nella direzione delle problematiche dei cambiamenti climatici ma anche nel quadro più generale dello sviluppo sostenibile. Dunque, vista l'importanza dei principi contenuti in tale documento, i paesi industrializzati si sono impegnati a ratificare il protocollo entro il giugno del 2002 e tutto ciò per permetterne l'entrata in vigore in vista della conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che si terrà a Johannesburg nel settembre del 2002.
È stato in tal modo avviato un processo di collaborazione mondiale su base consensuale che ha posto e sancito la centralità dei problemi del clima nello sviluppo socio economico mondiale e la centralità dello sviluppo sostenibile per il futuro del nostro pianeta e per la sopravvivenza dell'umanità stessa.
Allora, il protocollo di Kyoto rappresenta un punto di partenza per cercare di risolvere i problemi del clima e dello sviluppo sostenibile ma è anche e soprattutto un segnale forte di cooperazione mondiale che dovrà coinvolgere anche altri settori riguardanti tematiche mondiali (pensiamo alla desertificazione o alla biodiversità).
L'approvazione del presente disegno di legge rappresenta, dunque, non solo un segnale di continuità nella politica internazionale ma anche un primo passo verso la totale corrispondenza del nostro paese agli impegni contenuti nel protocollo di Kyoto. Sappiamo che esso obbliga i paesi industrializzati e quelli ad economia di transizione, cioè i paesi dell'est europeo, a ridurre complessivamente del 5 per cento le principali emissioni antropogeniche di gas capaci di alterare l'effetto serra naturale del nostro pianeta nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Questi gas di serra sono sei e solo tre rientrano nel protocollo Kyoto, mentre gli altri, lesivi comunque dell'azoto stratosferico, rientrano nel protocollo di Montreal.
L'anno di riferimento per la riduzione dei primi tre gas è il 1990 mentre la riduzione complessiva del 5 per cento non è uguale per tutti. Infatti, per ciò che riguarda i paesi dell'Unione europea nel loro insieme, essi dovranno ridurre le emissioni dell'8 per cento. Al fine della riduzione delle emissioni, il protocollo individua come prioritari alcuni settori: l'energia, intesa come combustione di combustibili fossili nella produzione ed utilizzazione dell'energia e come emissioni non controllate di fonti energetiche di origine fossile; i processi industriali, intesi come quelli esistenti nell'industria chimica, metallurgica e nella produzione di prodotti minerali nella produzione ed uso di solventi; l'agricoltura, intesa come zootecnia, uso dei terreni agricoli e combustione dei residui agricoli.
Per la riduzione delle emissioni di gas di serra si deve tenere conto non solo dei
rilasci in atmosfera di gas di serra provenienti da attività umane ma anche degli assorbimenti che vengono effettuati dall'atmosfera attraverso adeguati assorbitori che eliminano tali gas e li immagazzinano in modo da non aumentare l'effetto serra naturale. Uno dei principali assorbitori di gas serra, in particolare dell'anidride carbonica, sono le piante e gli alberi, per cui le azioni di forestazione, in particolare la riforestazione e la forestazione, sono previste come idonei a tale scopo. Dunque, con l'entrata in vigore del protocollo diventano legalmente vincolanti le disposizioni in esso contenuti. Si deve, però, tenere presente che gli obblighi che ne derivano potranno cambiare o modificarsi nel tempo, sia in relazione a nuove conoscenze scientifiche sia in relazione a problemi politici ed economici nelle relazioni internazionali sia, infine, in relazione all'influenza sugli attuali equilibri internazionali che i paesi in via di sviluppo potrebbero avere nel futuro assetto mondiale.
Quel processo di cooperazione mondiale, cui facevo riferimento all'inizio, dovrà ora diventare maggiormente effettivo, oltre che efficace, fra tutti i paesi, affinché le attività umane non solo non creino pericolose interferenze sull'equilibrio climatico e ambientale, ma non siano anche responsabili di cambiamenti climatici ed ambientali troppo repentini o, in ogni caso, in tempi non sufficienti da permettere sia agli ecosistemi di adattarsi naturalmente a tali cambiamenti sia all'umanità di procedere verso uno sviluppo socio economico compatibile con le capacità ricettive dell'ambiente che ci circonda.
In base alle considerazioni sopra esposte, il gruppo dell'UDC (CCD-CDU) si appresta ad esprimere voto favorevole sul provvedimento in esame, con l'impegno di attivarsi affinché le direttive e i regolamenti, tesi a stabilire gli obiettivi nazionali di riduzione e le misure comuni da adottare che verranno assunte in merito dal Consiglio dei ministri dell'Unione europea, siano ratificati in tempi brevi (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDC (CCD-CDU)).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vigni. Ne ha facoltà.
FABRIZIO VIGNI. Signor Presidente, se oggi l'Italia, con questo voto, avvia finalmente la ratifica del protocollo di Kyoto, ritengo che ciò avvenga anche perché il centrosinistra ha tenacemente lavorato per il conseguimento di questo obiettivo di fronte alle incertezze e alle ambiguità del Governo e del centrodestra. E lo dico non per amor di polemica, ma per spirito di verità.
Vorrei ricordare che la legislatura, da questo punto di vista, non era cominciata bene; infatti, il Governo non si era ancora formalmente insediato e già il Presidente Berlusconi sembrava rimettere in discussione l'adesione italiana, ponendosi più in sintonia con gli orientamenti dell'amministrazione Bush che con quelli dell'Europa.
Poi, il Presidente del Consiglio fece marcia indietro, corresse la rotta, dicendo che i patti vanno rispettati. Tuttavia, le ambiguità e le incertezze, all'interno del Governo e del centrodestra, non sono finite lì, ma sono proseguite. Infatti, nel luglio del 2001, in quest'aula fu votata una risoluzione, presentata dal centrosinistra, che impegnava il Governo a procedere sulla strada della ratifica e dell'attuazione del protocollo di Kyoto e in quella occasione vi fu un'incomprensibile astensione da parte dei deputati del centrodestra. Fino - per ricordare l'ultimo episodio - alle sconcertanti dichiarazioni rese, pochi giorni fa, dal ministro Martino che ha definito inutile l'accordo di Kyoto, dichiarando addirittura che sconfiggere gli ecocatastrofisti sarà più difficile di quanto non sia stato sconfiggere i nemici della libertà del passato, comunismo e nazismo; addirittura! Dunque, vi sono ambiguità, reticenze e contraddizioni che ci preoccupano.
In ogni caso, il fatto importante, oggi, è l'approvazione da parte della Camera di questo disegno di legge di ratifica del protocollo di Kyoto. Si tratta di un atto importante, nella lunga e complessa vicenda negoziale che prese il via nel 1992
a Rio de Janeiro e che, nel 1997, ha portato alla sottoscrizione, a Kyoto, del protocollo, per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra e per contrastare i cambiamenti climatici.
Noi non siamo del tutto soddisfatti del testo del provvedimento; infatti, questo disegno di legge poteva essere più stringente e più efficace dal punto di vista del rapporto tra l'atto di ratifica del protocollo e le azioni concrete da intraprendere per la riduzione delle emissioni.
Tuttavia, il fatto che alcuni nostri emendamenti siano stati approvati, che sia stato tolto il riferimento alla possibilità di prevedere interventi di imprese italiane all'estero sull'energia nucleare come interventi da considerare nell'ambito dei meccanismi flessibili internazionali e - prima ancora, ripeto - l'importanza in sé dell'atto di ratifica del protocollo di Kyoto, ci inducono ad esprimere un voto favorevole su questo provvedimento, sia pure con alcuni rilievi critici.
Vorrei sottolineare, da questo punto di vista, due questioni. In primo luogo, ritengo sia importante la ratifica del protocollo, ma credo che saranno ancora più importanti le politiche e le azioni concrete volte a ridurre le emissioni.
Già nel 1998, il CIPE aveva approvato una delibera, indicando le linee guida per la riduzione delle emissioni da parte dell'Italia, attraverso sei azioni nazionali: l'aumento di efficienza nel parco termoelettrico, la riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti, più produzione di energia da fonti rinnovabili, la riduzione dei consumi energetici nei settori industriali, abitativo e terziari, minore emissioni nei settori non energetici e assorbimento delle emissioni di CO2 dalle foreste.
Credo che la filosofia della delibera del CIPE rimanga ancora valida: l'attuazione del protocollo deve essere affidata non soltanto a strumenti di comando e di controllo ma anche a meccanismi consensuali, a sistemi di incentivazione, alla fiscalità ambientale, ad accordi volontari, vale a dire alla sollecitazione di dinamiche di mercato per orientare i comportamenti delle imprese e dei cittadini verso il rispetto degli impegni assunti in campo ambientale. A nostro parere questa filosofia è ancora valida. Servono politiche coerenti che noi non vediamo da parte del Governo di centrodestra; anzi, ci sembra che si vada in direzione opposta.
Faccio un unico esempio: il piano generale dei trasporti approvato dal precedente Governo prevedeva investimenti per il 56 per cento a favore della ferrovia e per il 28 per cento per il sistema delle strade e delle autostrade; nel piano delle grandi opere approvato da questo Governo e dal CIPE viene rovesciata la situazione, prevedendo più investimenti per le strade (42 per cento) che per le ferrovie (35 per cento). Noi crediamo che questa sia una contraddizione abbastanza vistosa rispetto alla necessità di attivare le politiche di attuazione del protocollo di Kyoto.
In secondo luogo, c'è chi dice - e abbiamo sentito queste voci all'interno del centrodestra - che Kyoto costerà molto, che i costi per la nostra economia sono troppo alti e che avranno effetti negativi sulla competitività delle imprese. A questo proposito, vorrei ricordare, innanzitutto, che, se è vero che gli investimenti necessari sono stati stimati in maniera grossolana intorno a circa 100 mila miliardi di lire per i prossimi dieci anni, soltanto con una maggiore efficienza energetica potremmo risparmiare circa 80 mila miliardi di lire. A parte questo, c'è un dato essenziale che non può sfuggire a nessuno: molti interventi finalizzati all'attuazione del protocollo di Kyoto sarebbero comunque necessari per modernizzare l'Italia.
Immaginiamo che non ci fosse il protocollo. L'Italia non avrebbe, in ogni caso, il problema di rinnovare il sistema dei trasporti, di decongestionare le città, di potenziare il trasporto delle merci su ferrovia? Non avremmo, comunque, il problema di migliorare le tecnologie nel settore energetico, di avere centrali a più basso impatto ambientale e a più alto rendimento? In altre parole, abbiamo vincoli da rispettare ma non tutti i costi di cui si parla sono addebitabili a Kyoto e molti di quegli interventi dovremmo farli comunque, se vogliamo essere un paese
più moderno. Inoltre, l'esecuzione del protocollo di Kyoto può essere per l'Italia un'occasione per riqualificare il sistema economico e industriale e per rendere più competitive anche le nostre imprese, se siamo convinti - come lo siamo noi - che l'Italia oggi, per essere più competitiva, non può giocare questa sfida sul piano della riduzione dei costi ma deve giocarla, anzitutto, sul piano della qualità, dell'innovazione e della ricerca. E l'ambiente è un elemento essenziale.
Durante le audizioni in Commissione ambiente, abbiamo ascoltato i rappresentanti di imprese che aderiscono al «club di Kyoto». È stato molto significativo che, nel momento stesso in cui il presidente della nostra Commissione - non me ne voglia - giudicava i costi legati a Kyoto come una sorta di castigo per le imprese e il vicepresidente di Confindustria sosteneva più o meno che saremo di fronte a costi insostenibili, abbiamo ascoltato i rappresentanti di queste imprese del nostro paese ricordarci alcuni elementi. Vorrei citare qualche passaggio della loro audizione: ci hanno ricordato che il 70 per cento delle imprese con il maggior tasso di crescita - e che quindi creano più occupazione - è rappresentato da quelle imprese che fanno politiche ecosostenibili; ci hanno ricordato che sul piano industriale non tenere presente l'innovazione ambientale oggi è totalmente sbagliato, anche quando si è quotati in borsa; ci hanno ricordato che ci sono imprese che si sono già poste nella logica di utilizzare gli strumenti di Kyoto come una forma di incentivo e di amplificazione dei profitti e dei propri mercati; ci hanno ricordato che il rispetto dell'ambiente comporta innovazione, che l'innovazione apre al mercato e che il mercato sostiene economicamente il rispetto dell'ambiente.
Ci hanno ricordato, cari colleghi, che la direzione in cui si sta andando in tutti i paesi, compresi gli americani - nonostante quanto si legga sui giornali, visto che dall'esame dei comportamenti di imprese statunitensi si evince che stanno investendo, e molto, sulle tecnologie ecompatibili e che, quindi, è qui che bisogna competere -, è quella per cui se non investiamo nell'innovazione dei prodotti e dei processi e in quella ambientale rischiamo di perdere un ulteriore treno dello sviluppo.
Per concludere, ci sorprende - ci hanno detto questi imprenditori - che mentre il resto del pianeta, Stati Uniti compresi, valuta il protocollo di Kyoto anche come un'opportunità di mercato, solo in Italia si lanciano urla disperate. Anche noi siamo convinti che il protocollo di Kyoto sia non solo un obbligo da rispettare per salvaguardare l'ambiente su scala planetaria, ma sia anche per il nostro paese un'occasione di modernizzazione e per le nostre imprese e per i nostri sistemi territoriali un'occasione di maggiore sviluppo, innovazione e competitività. Tutto ciò richiede oggi di saper orientare lo sviluppo verso una maggiore qualità ambientale e sociale (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
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