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PRESIDENTE. L'onorevole Gibelli ha facoltà di ANDREA GIBELLI. Signor Presidente, PRESIDENTE. Il Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento, senatore Ventucci, ha facoltà di COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, con l'interpellanza urgente iscritta all'ordine del giorno, l'onorevole Gibelli, unitamente ad altri onorevoli, denuncia attività illecite commesse da appartenenti a centri islamici presenti in Italia, con particolare riferimento all'applicazione della legge islamica.
fatti dell'11 settembre 2001, pronunciò un sermone, i cui toni lasciavano intendere una giustificazione ideologica dell'ala oltranzista islamica, risulta che, sempre nell'ambito della più volte citata operazione «Moschea», il predetto vice-imam, unitamente ad altro cittadino marocchino, anch'esso abituale frequentatore della moschea, è stato condannato dal tribunale.
PRESIDENTE. L'onorevole Gibelli ha facoltà di ANDREA GIBELLI. Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione la relazione oggi esposta dal Governo e ho avuto la sensazione - al di là della puntualità della risposta, per la quale ringrazio - che questo paese non sia nel XXI secolo ma rischi di precipitare in una sorta di neomedioevo, in cui le considerazioni che sono state svolte nella relazione fanno riferimento a pratiche che l'Europa, per nostra fortuna, con grandissimo sacrificio pensava di aver abbandonato non da anni ma, forse, da secoli.
Capo dello Stato egiziano in occasione di alcuni moti di piazza che inneggiavano a quanto stava accadendo in quel momento a New York. Quindi, gli interventi di natura straordinaria, sia di carattere tassativo sia di potenziamento degli strumenti delle forze dell'ordine, sono diretti a fornire questa doppia risposta.
Prendendo spunto dalla sentenza di condanna emessa a seguito dell'operazione di polizia giudiziaria denominata «Moschea», l'interpellante chiede di avviare un'indagine sulle citate attività e l'adozione, con riferimento a Napoli, di specifiche misure di ordine pubblico.
Desidero innanzitutto premettere (il Parlamento mi consenta una breve digressione che valga solamente come memoria) che il fenomeno dell'applicazione della sharia (legge islamica) all'interno delle numerose comunità musulmane presenti in Europa, è oggetto di particolare attenzione da parte di tutti i governi europei.
Com'è noto, il diritto islamico è vincolato ad un testo sacro, il Corano, e subordinato al rituale religioso. Il complesso di norme religiose, giuridiche e sociali basato sulla dottrina coranica prende il nome di sharia «la via da seguire». Le fonti del diritto islamico sono quindi il Corano, la tradizione sacra o sunna, l'opinione della comunità e l'interpretazione analogica. Ricordo che i sunniti distinguono il potere spirituale da quello temporale che non può mai interpretare il Corano, mentre per gli sciiti la guida dell'Islam va cercata negli imam che possono anche detenere il potere temporale.
Il diritto islamico non è, quindi, unitario e si distinguono quattro scuole sunnite: quella hanafita (Turchia, Egitto, Pakistan, India, ex Unione Sovietica) la più liberale; quella rigorosa, malikita del Maghreb; la shafita (Asia e Africa orientale) con posizioni intermedie e la hanbalita più tradizionale e diffusa in Arabia.
Il diritto penale islamico risente di tutto ciò, distinguendo i reati espressamente puniti dal Corano (adulterio, bestemmia, furto) e per i quali il giudice non ha discrezionalità, i delitti di sangue, le cui pene sono determinate dal Corano e dalla sunna con la legge del taglione, che può essere sostituita dal prezzo di sangue, ed i comportamenti nocivi alla convivenza la cui pena è applicata discrezionalmente dal giudice.
Da quanto esposto si evince, quindi, che la tutela della libertà religiosa, costituzionalmente garantita, non può assolutamente estendersi a pratiche che realizzino fattispecie penali di delitti contro la persona quali mutilazioni, violenze e privazioni di libertà.
Posso, comunque, rassicurare gli interpellanti che in questo campo la vigilanza degli organi investigativi è massima anche se il fenomeno dell'applicazione della sharia nel nostro paese risulta essere limitato. Gli sporadici eventi amplificati dalla cronaca vengono puntualmente perseguiti dalle competenti autorità e, per quello che riguarda la provincia di Napoli, non risultano essersi verificati episodi cruenti riferibili a pratiche musulmane.
Una costante ed attenta attività di intelligence viene svolta, comunque, nei confronti di soggetti legati a gruppi islamici radicali che, all'interno di istituti culturali o luoghi di culto, potrebbero porre in essere attività illecite.
Devo precisare, tuttavia, che in tali ambienti non sempre prevalgono orientamenti integralisti, anche se gli ultimi avvenimenti internazionali possono aver favorito le istanze radicali.
La diffidenza verso l'esterno e la tendenza ad evitare atteggiamenti che possono sollecitare l'attenzione degli organismi di controllo inducono, tuttavia, a non escludere, pur in assenza di concreti riscontri, che i credenti più ortodossi possano essere portati ad osservare rigidamente la legge islamica.
Sui fatti specifici rilevati dagli interpellanti è emerso che il 13 gennaio scorso militari del nucleo operativo e radiomobile della compagnia carabinieri di Eboli si recavano presso l'ospedale civile di Battipaglia ove era stato segnalato il ricovero di un cittadino extracomunitario che presentava gravissime lesioni da arma da taglio in varie parti del corpo.
La persona ricoverata veniva identificata e trovata sprovvista di permesso di soggiorno. Alla stessa venivano riscontrate l'amputazione delle prime quattro dita della mano sinistra ed ampie ferite ad entrambe le gambe.
Il cittadino extracomunitario riferiva che mentre si trovava all'interno dell'ex opificio Mellone, in località Tavernanova di Eboli, era stato aggredito da quattro cittadini algerini che «lo avevano punito in quel modo perché cattivo osservante della religione islamica durante il trascorso periodo del Ramadam». Gli stessi lo rapinavano del denaro che aveva con sé oltre ad una catenina d'oro.
Le indagini consentivano di attribuire, invece, l'evento ad un regolamento di conti tra gruppi rivali nel contesto della spartizione delle zone di influenza per lo spaccio di stupefacenti. La competente stazione dei carabinieri denunciava così alla procura della Repubblica di Salerno quattro cittadini algerini, irreperibili, tutti di età compresa tra i 25 ed i 37 anni, poiché ritenuti responsabili di lesioni volontarie gravissime e rapina aggravata.
Non sono, altresì, emersi riscontri positivi in merito all'altro episodio su interventi di personale medico operante nella provincia di Trapani, volti a curare amputazioni e mutilazioni in applicazione della sharia.
L'operazione «Moschea», cui fa cenno l'onorevole interpellante, è stata attivata nel 1995 dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Napoli, sulla scorta di indagini condotte dai ROS in ordine a soggetti, appartenenti al Fronte islamico di salvezza algerino, sospettati di traffico illecito di armi e falsificazione di documenti e passaporti.
Nel corso dell'operazione sono state emesse quattordici ordinanze di custodia cautelare, per reato di associazione a delinquere finalizzato al traffico di armi e falsificazione di documenti, a carico di esponenti e di fiancheggiatori del citato Fronte islamico. Successivamente, il tribunale di Napoli, con sentenza del 22 marzo scorso ha condannato, per tale titolo di reato, quattro imputati a otto anni di reclusione ed altri nove a pene detentive di minore durata.
Quanto al punto dell'interpellanza in cui si chiedono notizie su di un cittadino algerino che, in qualità di vice-imam della citata moschea, all'indomani dei tragici
Affermo ciò perché abbiamo due ordini di problemi. Il primo è un problema di ordine pubblico interno legato alle considerazioni che lei ha esposto, cioè al fatto che, sicuramente, la libertà di religione prevista dalla Costituzione non può andare oltre le misure che abbiamo individuato proprio nelle stesse parti della Costituzione che garantiscono la libertà di culto, vale a dire la libertà dell'individuo, mentre, invece, l'utilizzo estremo di pratiche legate al rito e alla pratica islamica non hanno nulla a che fare con la nostra tradizione recentissima.
Ritengo che la risposta del Governo debba essere interpretata - o, almeno, vorrei che venisse interpretata e personalmente la interpreto - in considerazione della necessità di individuare strumenti non convenzionali per lottare contro questo fenomeno. Siamo di fronte ad un progetto di legge che ha già fatto discutere, la cosiddetta proposta di legge Fini-Bossi, e che interverrà sicuramente per regolare il fenomeno di un'immigrazione sbagliata. Al riguardo, se prendiamo, ad esempio, la relazione sull'attività delle forze di polizia e dello stato dell'ordine e della sicurezza pubblica nel territorio nazionale trasmessa dalla Presidenza il 18 settembre del 2001 - è una data vicinissima all'11 settembre, casualmente, vicina ad un fatto terroristico e politico di rilevanza spropositata -, si noterà che i cosiddetti imam non si sono mai dissociati da questa azione.
A noi non basta che vengano definiti dei cattivi musulmani coloro che compiono degli atti terroristici di quelle dimensioni ma vogliamo che ci sia una ferma condanna e chiediamo al Governo proprio di andare in quella direzione, per evitare che si legga quanto sto per leggere proprio dal suddetto rapporto: «L'Italia e gli altri paesi europei non sono completamente immuni da questa minaccia» (si parla, appunto, del problema del terrorismo), «atteso che investigazioni condotte in un contesto di collaborazioni internazionali hanno evidenziato l'esistenza di basi di supporto logistico, di proselitismo e di finanziamento anche con il ricorso ad operazioni illecite, soprattutto di gruppi integralisti islamici algerini, egiziani e marocchini».
Questo non fa altro che confermare quanto da lei prima precisato, ma si aggiunge: «Sono state inoltre avviate, in particolare in alcune città del nord e del centro Italia, indagini su presunte cellule islamiche, che sembrano costituire strutture di supporto logistico e organizzativo per gruppi estremisti radicali operanti specialmente nei paesi di provenienza, con intenti di destabilizzazione nei confronti dei rispettivi Governi»; e questo è il secondo aspetto.
Non si tratta solo di un problema di ordine pubblico interno, in quanto tale situazione si ripercuote su paesi musulmani con regimi sicuramente moderati. Dunque, l'Italia logisticamente si presta ad essere piattaforma di contestazione rispetto a questi paesi che, comunque - per quanto mi riguarda - hanno fornito una risposta molto più convincente con riferimento a certi imam, che sono ospiti del nostro paese. Mi riferisco anche a quanto affermato, con grandissimo imbarazzo, dal
Faccio presente che il sottoscritto, insieme ad altri colleghi, è stato testimone di altre situazioni di questo tipo. Infatti, il mio collegio di provenienza è Lodi, in cui vi è stata una battaglia politica per la costruzione di un'altra moschea su un terreno di proprietà pubblica. Sappiamo che gli standard urbanistici riguardano tutti, soprattutto le comunità, ma sicuramente non chi non ha contribuito al benessere della città di Lodi.
Tra l'altro, ho notato un grandissimo nervosismo da parte del rappresentane della comunità islamica che ha proposto questo progetto, il quale - non essendovi altre strutture - pretendeva questo terreno, allo stesso modo del responsabile della comunità islamica di Milano, il quale - in una trasmissione televisiva relativa al problema delle madrasse, che sono scuole coraniche - affermava: se il comune non mi dà altri spazi io mi prendo gli spazi che voglio. Peccato che gli spazi indisponibili, a causa di norme urbanistiche di sicurezza che noi tutti siamo chiamati a rispettare, non facciano parte della cultura di qualcuno che pensa che ci sia sempre una scappatoia per il volere di Allah o di qualcun altro!
Quindi, la situazione è molto delicata e, a mio modo di vedere, molto pericolosa e l'interpellanza aveva proprio l'obbiettivo di tenere alta l'attenzione.
Purtroppo domani non potrò essere a Roma, dunque ho chiesto al Governo la possibilità di posticipare la discussione di un'altra mia interpellanza relativa alla scuola islamica clandestina di Cremona. Anche in questo caso la comunità islamica pretende, in un paese ospitante, di distogliere i propri figli dall'insegnamento obbligatorio, che dovrebbe rappresentare il primo spazio di confronto culturale - come una certa parte politica di questo paese sostiene -, prevedendo solo l'insegnamento dell'arabo, del diritto islamico e, dunque, costituendo per persone minorenni una sorta di isola completamente distinta dal tessuto sociale della città.
Ciò non vuol dire che io sia favorevole a questo tipo di soluzione, però è singolare che amministrazioni di centrosinistra - tanto per dare alla politica ciò che la politica pretende - citino un provvedimento legislativo del 1994 nel quale si dice che, sotto la responsabilità dei genitori, i figli possono anche seguire un percorso di insegnamento diverso. Io credo - e penso che converrà con me - che il legislatore nel 1994 intendesse non le comunità straniere localizzate nel nostro paese ma i casi eccezionali di genitori che intendano assolvere ad un obbligo di Stato sotto la propria responsabilità, ma dentro la comunità. Se questo tipo di argomento arriva candidamente sui giornali, in risposta alle mie interpellanze e a quelle dei miei colleghi, se in tutto il paese c'è qualcuno che si può permettere di usare un'altra legge e non quella del paese ospitante, noi abbiamo il dovere, rispetto ai nostri cittadini, di dare risposte inequivocabili.
Quindi, rivolgo un invito ad insistere nella direzione delle parole del Governo, proprio perché non è oggi il momento di sottovalutare qualcuno o qualcosa che, per motivi culturali o di natura terroristica - ma soprattutto per motivi culturali - non ha alcuna intenzione di integrarsi. Concludo con una provocazione su un problema che non riguarda l'Italia ma il mondo del cattolicesimo. Non c'è un documento, firmato dopo il Concilio Vaticano II e sottoscritto dalle comunità islamiche del mondo, che preveda una parola: il principio di reciprocità. Quindi, se il principio di reciprocità non esiste, non lo garantiamo nemmeno noi per la nostra sicurezza e, soprattutto, per la nostra cultura.


