Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 140 dell'8/5/2002
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DICHIARAZIONE DI VOTO FINALE DEL DEPUTATO LUANA ZANELLA SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2144

LUANA ZANELLA. Voglio ricordare come questo disegno di legge di riforma


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fiscale sia stato presentato al Parlamento dal Governo alla fine del 2001, evitando accuratamente in precedenza il confronto con i sindacati su una questione di così grande rilevanza.
È cronaca di queste ore l'incontro tardivo chiesto dal Governo ai sindacati sul fisco proprio mentre la Camera si accinge ad approvare questa delega sulla riforma fiscale.
Analizzando il testo del provvedimento, la prima cosa che si nota è l'assoluta genericità della parte relativa alla riforma complessiva dell'imposta sul reddito; generica per quanto riguarda la definizione puntuale dei principi e criteri direttivi a cui la riforma stessa dovrebbe attenersi.
Il Governo promette - in via teorica - che il meccanismo delle deducibilità correggerà gli evidenti limiti di progressività dell'imposta conseguenti alla riduzione a due delle aliquote. Ma di come, quali e quante saranno queste deducibilità e di chi sarà la platea dei beneficiari non c'è alcuna traccia nel testo.
Siamo, in questo ambito, ad una vera e propria delega in bianco. E questo rende il provvedimento intollerabile.
Non sono indicati i criteri di delega per ciò che concerne la determinazione delle soglie esenti, non vi è nessun accenno puntuale al sistema di deduzioni variabili in funzione del reddito, non c'è neppure alcun accenno ad una deduzione ulteriore per i lavoratori dipendenti - come prevede invece il regime attuale - rispetto ai lavoratori autonomi (i quali possono invece portare in deduzione le spese di produzione del reddito). In pratica non è possibile fare alcuna valutazione seria sugli effetti redistributivi della riforma proposta. Non vi è nessun accenno neanche al problema degli oltre 4,7 milioni di soggetti incapienti (di cui più della metà pensionati) che proprio per il loro basso reddito sono nell'impossibilità di godere delle deduzioni e detrazioni che saranno stabilite.
L'Irpef proposta - e questo non trova riscontri in nessun altro paese d'Europa e negli stessi Stati Uniti spesso presi a modello - è a due sole aliquote: 23 per cento fino a 100 mila euro (in pratica riguarda il 99,5 per cento dei contribuenti) e 33 per cento oltre tale importo. L'aliquota al 33 per cento oltre i 100 mila euro, diventa di fatto un'aliquota proporzionale - perdendo quindi ogni caratteristica di progressività - con conseguenti vantaggi fiscali tanto maggiori quanto più elevato è il reddito.
Tutto questo in nome della semplificazione, ma a quale prezzo? Questa ipotesi di riforma viola pesantemente 1'articolo 53 della Costituzione secondo il quale «il sistema tributario sia informato a criteri di progressività», così come gli articoli 2 e 3 sempre della Carta costituzionale sul rispetto dei principi di solidarietà e uguaglianza.
L'Irpef attualmente assicura un gettito di circa 251 mila miliardi di lire proveniente per oltre i due terzi dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, e la sua riforma riguarda oltre 37 milioni di contribuenti.
Siamo di fronte ad una autentica controriforma, a tutto vantaggio dei ceti sociali ed economici più agiati. Praticamente nulla si dice e nulla si fa in relazione all'eterno scandalo dell'evasione fiscale. Vale la pena rammentare qualche dato recente: il 40 per cento dei soggetti Irpeg (Società di capitali ed enti) dichiara un reddito imponibile negativo, il 20 per cento nullo. Dei soggetti Irpeg con reddito imponibile positivo, quasi il 54 per cento si trovano nella classe di reddito più bassa, mentre solamente poco più del 10 per cento in quella con redditi compresi fra 50 e 100 milioni di lire. I lavoratori dipendenti hanno un reddito complessivo medio di oltre 27 milioni di lire, mentre gli imprenditori dichiarano un reddito complessivo medio di poco inferiore a 24 milioni.
A fronte di tutto questo, come dicevamo, sono praticamente assenti misure volte a combattere il troppo diffuso fenomeno della illegalità fiscale. Il Governo prevede solo il potenziamento degli studi di settore e 1 'istituzione del concordato preventivo triennale.
Si prevede inoltre l'abolizione della DIT, il depotenziamento dell'Irap fino alla


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sua eliminazione e l'Irpeg a133 per cento. Non si capisce poi come verrà ristabilito l'equilibrio di finanziamento della sanità che, come noto, dipende in larga misura dalle entrate Irap.
Sotto questo aspetto è interessante ricordare come la riforma fiscale DIT-Irap introdotta nel biennio 1997-1998 dal ministro Visco - e che Berlusconi si appresta ora a modificare totalmente - è stata oggetto, pochi mesi fa, di uno studio della Banca d'Italia. Secondo tale studio gli effetti della riforma Visco sono risultati coerenti con l'obiettivo di incentivare la patrimonializzazione delle imprese. Le imprese che si sono avvalse della DIT si sono caratterizzate per una maggiore redditività e produttività rispetto alle imprese che non l'hanno sfruttata.
Quei pochissimi miglioramenti apportati durante l'esame del provvedimento in Commissione, penso alla previsione di una agevolazione fiscale a favore dei cosiddetti fondi etici o all'allargamento delle future deduzioni previste che dovranno prendere in considerazione ulteriori valori e criteri quali il numero dei figli, anziani e dei soggetti disabili, le attività non-profit in campo sociale e assistenziale, la cultura, gli asili nido, eccetera, non possono in nessun modo compensare un provvedimento ingiusto, iniquo. Chiarissimo nella difesa e nel rafforzamento dei soliti e solidi privilegi e del tutto fumoso e astratto nel riconoscimento dei diritti, nella tutela dei ceti meno abbienti, pericoloso perché in esso non sono indicate con chiarezza e trasparenza le coperture finanziarie indispensabili per l'equilibrio finanziario dello Stato e il rispetto della Costituzione.

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