Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 123 del 26/3/2002
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DICHIARAZIONI DI VOTO FINALE DEI DEPUTATI ANGELA NAPOLI, PIETRO FONTANINI E MICHELE SAPONARA SUL TESTO UNIFICATO DELLE PROPOSTE DI LEGGE COSTITUZIONALE NN. 750-1386-2289

ANGELA NAPOLI. Durante la fase della discussione sulle linee generali del provvedimento in esame, il sottosegretario di Stato, senatore Ventucci, intervenendo in rappresentanza del Governo, ha dichiarato testualmente: «È stato più volte ricordato che la presente revisione costituzionale inerisce ad un principio già presente nel nostro ordinamento ed implicito nella Costituzione».
Lo ringrazio molto per aver ricordato che il principio è «implicito» nella Costituzione, perché di fatto c'è una situazione abbastanza originale: l'unità e l'indivisibilità della Repubblica sono ricordate solo in un inciso della Carta costituzionale, mentre si parla di autonomie locali (articolo 5); le minoranze linguistiche sono citate nel successivo articolo 6, ma rintracciamo l'affermazione che «la lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano» soltanto nell'articolo 1 di una legge ordinaria molto recente, la n. 482 del 1999.
In Spagna il problema della lingua viene messo in chiaro nella Costituzione, prima ancora di definire i colori della bandiera; in Francia, si precisa, sempre a livello costituzionale, che il francese è la lingua della cultura, della scienza e del commercio.
Siamo in un momento in cui, nella comunità continentale e nell'ambito più ampio delle comunicazioni planetarie, abbiamo


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il diritto-dovere di presentarci con la nostra identità, pronti a trasmettere i contenuti e l'espressione della cultura italiana, così come a recepire il patrimonio delle esperienze spirituali altrui.
Tutte le lingue sono espressione profonda della storia dei popoli, ma ogni iniziativa politica che le riguardi deve anzitutto riconoscere e valutare il ruolo che ciascuna lingua ha svolto nell'accompagnare e guidare il cammino di quel popolo. Sono divenute ed attualmente sono considerate «lingue nazionali», riconosciute ufficialmente, quelle lingue che hanno risposto ininterrottamente per secoli - nel caso della lingua italiana si raggiungono ben sette secoli pieni - alle esigenze sia della comunicazione ai vari livelli sociali, sia dell'elaborazione culturale nei più diversi campi, dalla letteratura alle scienze, dal diritto alla filosofia, sia dell'amministrazione e organizzazione dello Stato.
Il ruolo delle lingue nazionali risulta quindi inconfondibile e non complanare con quello svolto dagli idiomi solitamente definiti locali o regionali. Certamente anche questi idiomi costituiscono, nel loro insieme, un patrimonio culturale nazionale: tale è il caso di tutti i dialetti italiani. La loro tutela è doverosa, allo scopo di preservare la ricchezza dei contenuti culturali che essi tramandano e di valorizzare le forme di comunicazione e di espressione, anche artistica, che essi offrono a coloro che ne sono depositari o pervengono ad acquisirli con modi cosiddetti «naturali». Ma pur essendo strutturalmente lingue (tali sono tutti gli idiomi umani), questi idiomi svolgono tipicamente funzioni limitate ad alcuni ambiti socio-geografici e cognitivi e raramente sono dotati di uno standard sovracomunale storicamente e socialmente consolidato (condizione indispensabile perché possano aspirare ad altri funzioni, quando queste siano realisticamente ipotizzabili).
Voglio, altresì, ricordare che le Raccomandazioni di Mannheim (2000) e Firenze (2001), elaborate da membri di istituzioni centrali di ricerca e di pianificazione linguistica di diversi paesi europei, rendono concreti i principi dello sviluppo dell'Unione europea fondato sulla diversità culturale e linguistica, quali sono stati fissati nei trattati di Maastricht e di Amsterdam.
L'introduzione alle citate Raccomandazioni dice: «Gli attuali mutamenti nell'economia e nella società investono ugualmente l'intera realtà linguistica europea, specialmente le varietà linguistiche usate nei rispettivi paesi come lingue standard, nazionali, ufficiali, studiate e utilizzate per l'insegnamento scolastico e riconosciute internazionalmente». Prosegue l'introduzione: «Tali lingue garantiscono all'interno del loro dominio d'influenza il massimo di funzioni linguistiche e assicurano l'identità culturale di coloro che le parlano. L'integrazione europea, in particolare, rappresenta al tempo stesso una sfida ed un'occasione per prendere iniziative di promozione di queste lingue. La ricchezza culturale dell'Europa, sulla quale si fonda l'identità europea, può essere salvaguardata solo mantenendo la diversità linguistica del continente e quindi curando lo sviluppo delle singole lingue ed il loro adattamento ai bisogni di comunicazione del mondo moderno». Il documento delle Raccomandazioni, delle quali ho citato il contenuto introduttivo, conclude invitando tutti gli Stati dell'Unione europea ad attuare tutte le iniziative utili a promuovere le lingue europee standard dei paesi dell'Unione e di favorire in tal modo il perdurare di un'Europa plurilingua.
Concludo affermando che il gruppo parlamentare di Alleanza nazionale valuta la grande importanza di questo fatto e - usando le parole della relatrice, onorevole Erminia Mazzoni (che ringrazio personalmente) - è convinta che «questo doveroso riconoscimento non costituisce minaccia nei confronti di alcuno», pertanto esprime il suo consenso nei confronti della modifica all'articolo 12 della Costituzione, concernente il riconoscimento della lingua italiana quale lingua ufficiale della Repubblica.

PIETRO FONTANINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Lega nord


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Padania ha lavorato in questi anni per attenuare uno spirito nazionalistico che aveva ispirato i proponenti della modifica dell'articolo 12 della Costituzione.
Già nella scorsa legislatura un'anomala maggioranza (Polo più Ulivo) aveva introdotto questa modifica.
Noi che rappresentiamo la forza politica che s'ispira al federalismo ed al rispetto di tutte le culture storiche che vi sono in Italia, ci siamo battuti affinché nella nostra Costituzione sia riconosciuta una delle peculiarità fondanti della nostra Repubblica e cioè la ricchezza di pluralità linguistiche.
La moltitudine di lingue che ancora vengono usate da milioni di persone vanno considerate una benedizione divina.
Infatti, secondo un'esegesi più attenta il racconto della torre di Babele va interpretata come il tentativo di Babele di massificare tutto e tutti, di andare contro la volontà di Dio che vuole gli uomini con le loro identità di diversità. Babele rappresenterebbe, dunque, la volontà di un potere unico che vuole una città unica con una lingua unica: in pratica il tentativo di realizzare quel potere centralizzante e massificante che è contro il volere di Dio. La pluralità delle lingue è proprio la garanzia che Dio vuole a favore della umanità composta da tanti popoli.
L'ufficialità della lingua italiana non va considerata come il superamento delle varie diversità e pluralità linguistiche che ancora vi sono in Italia. Essa va vissuta come insieme delle culture grandi e piccole che vi sono nel nostro paese.
La Lega nord Padania esprimerà un voto favorevole a questa modifica convinta che sia giunto il momento di riconoscere le tante lingue che rappresentano i popoli che storicamente hanno fatto grande la nostra Repubblica.

MICHELE SAPONARA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, i deputati del gruppo parlamentare di Forza Italia votano a favore della proposta di legge di modifica dell'articolo 12 della Costituzione, al quale vengono aggiunti i seguenti commi: «La lingua italiana è la lingua ufficiale della Repubblica. La Repubblica valorizza gli idiomi locali».
La collocazione della nuova disposizione nell'articolo 12 è certamente più corretta di quella, pur prospettata da alcuni, all'articolo 6.
Infatti si è ritenuto di collocare in un unico articolo i due elementi di riconoscibilità esterna del nostro paese: la bandiera e la lingua.
In verità, contrariamente a quanto è stato sostenuto dall'onorevole Bellillo, la proposta che ci occupa non è nuova bensì ripete altra, di identico contenuto, che era stata presentata nella XIII legislatura dall'onorevole Mitolo e da altri. Detta proposta, pur essendo condivisa da quasi tutte le forze politiche, non ha completato l'iter previsto dall'articolo 138 della Costituzione.
Che fosse necessaria l'introduzione nella Costituzione della previsione relativa alla lingua italiana è dimostrato dalla circostanza che la proposta trova concorde anche l'opposizione che è contraria, invece, solo all'emendamento relativo agli idiomi locali.
Altro argomento importante si ricava dal contesto politico che stiamo vivendo.
Nel momento in cui con l'Unione europea i popoli rischiano di perdere un po' di sovranità, con il federalismo (quello prodotto dalla modifica del Titolo V della Costituzione e quello che sarà prodotto dalla «devolution») è importante individuare tutti gli elementi che possano rafforzare l'unità nazionale.
Infine, nel momento in cui l'articolo 6 della Costituzione prevede la tutela delle minoranze linguistiche è inevitabile che si individui la lingua della maggioranza: che ovviamente non può che essere la lingua italiana.
Quanto alla valorizzazione dell'idioma locale, la stessa può essere considerata un corollario dell'articolo 6. Comunque lo spirito di detto emendamento è identico a quello degli emendamenti respinti: tutelare il patrimonio culturale relativo alle diverse espressioni linguistiche.

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