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IGNAZIO LA RUSSA. Il valore della patria e dell'identità collettiva del popolo italiano non vanno affermate solo attraverso mere enunciazioni formali ma meritano atti concreti, a partire dal riconoscimento più alto che si può conferire, l'inserimento nella Costituzione e nella sua tutela.
L'Italia è una nazione, quale si è venuta definendo attraverso una storia millenaria che ha avuto nel Risorgimento e nel 1860 il suo efficace riconoscimento in Stato nazionale. Prima ancora, l'Italia, però, si era forgiata attraverso le tappe essenziali del diritto romano, dell'umanesimo e soprattutto della letteratura volgare. All'unità politica il nostro paese ha fatto precedere quella culturale e linguistica. La riconoscibilità della comune identità culturale e spirituale costituisce un valore irrinunciabile, un principio primo della stessa azione politica. La lingua nazionale è l'essenza di tutto ciò.
Tutti i maggiori storici del Novecento Croce, Chabod, De Felice, Volpe - hanno riconosciuto nella lingua volgare italiana (quella di Dante, Petrarca e Boccaccio) l'atto di nascita della nazione italiana. Prima di loro era stato il Manzoni ha evidenziare questo momento: «Siamo diventati Nazione italiana soprattutto quando ci siamo uniti nella stessa lingua, quindi abbiamo fondato una cultura comune».
Un discorso sull'alto significato della lingua nell'identità nazionale ci potrebbe impegnare per giorni. È stato, non a caso, uno dei temi forti del Risorgimento, ricorrente in Mazzini, Leopardi, Crispi, Cavour.
Ma ci basti qui ricordare il legame di coesistenza con l'identità nazionale: cosa sarebbe l'Italia senza la sua lingua e, evidentemente, la sua letteratura.
La lingua non è un simbolo della nazione, è l'essenza stessa dell'Italia. Riconoscere il valore della lingua significa riconoscere uno degli «elementi fondanti» della nostra identità. Si è popolo e nazione soprattutto per la comunanza di lingua e tradizioni, così - ce lo ci ha insegnato Giambattista Vico - si crea l'idem sentire. Non voglio facile retorica, ma vale la pena ricordare che durante la prima guerra mondiale gli ufficiali italiani avevano difficoltà a dare ordini a quei giovani che provenivano da esperienze dialettali così diverse: dalla Sicilia al Veneto. Ebbene, quel sangue versato rafforzò, in quelle trincee, la lingua comune, fino ad allora debole. Poi è venuta la televisione ad esercitare un ruolo in tal senso.
Noi crediamo nella modernità. Dunque, siamo coscienti della necessità che i nostri giovani conoscano bene, anche attraverso l'istruzione pubblica, le lingue straniere. Questa è una necessità della competizione globale, alla quale non ci si può sottrarre. Ma, allo stesso modo, abbiamo come più alti riferimenti della nostra azione politica il valore della nazione e della sua identità. Del resto in Europa, altre nazioni, di pari tradizione linguistico-letteraria, hanno assunto misure in difesa della loro lingua, penso alla Francia e alla Germania. Non è questo, propriamente, l'argomento di oggi. Ma è un problema correlato.
Per lungo tempo. Purtroppo, nel nostro paese c'è stato un insensato pudore che ha portato a nascondere l'amor di patria, il sentimento di un'autentica e prolungata «morte della patria» ci ha accompagnati per lunghi decenni in cui la stessa parola Italia sembrava desueta. È stata l'azione devastante di certa cultura radicalchic che credeva nel mondialismo indistinto e bollava come una vergogna il sentimento nazionale. Questo tentativo di annullamento dell'identità italiana, l'errore che vi era insisto e i danni che ha prodotto nello sviluppo sociale, economico e morale del paese sono stati ampiamente riconosciuti da una vasta pubblicistica e da intellettuali di più latitudini politiche.
Ora ci sembra che questa assurda condizione sia stata finalmente superata. E ci fa piacere che altri si siano uniti a noi nel cantare l'inno nazionale. Ecco perché quello che ci apprestiamo a fare, e che doveva essere fatto molto prima, riveste un alto significato.
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