Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 123 del 26/3/2002
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TESTO AGGIORNATO AL 27 MARZO 2002


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Informativa urgente del Governo sulle recenti dichiarazioni di esponenti del Governo in ordine alla manifestazione indetta dalla CGIL (ore 21,38).

PRESIDENTE. Come stabilito dalla Conferenza dei presidenti di gruppo nella riunione svoltasi questa mattina, avrà ora luogo lo svolgimento di un'informativa urgente sulle recenti dichiarazioni di esponenti del Governo in ordine alla manifestazione indetta dalla CGIL.
Dopo l'intervento del rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, avranno luogo gli interventi dei rappresentanti dei gruppi per sei minuti ciascuno, in ordine decrescente, secondo la rispettiva consistenza numerica. È previsto un tempo aggiuntivo per il gruppo misto.
Ha facoltà di parlare il ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Carlo Giovanardi.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, come già avvenuto stamani, al Senato della Repubblica, il Governo ha modo di confrontarsi direttamente, con i senatori stamattina e i deputati stasera, in ordine a richieste che sono pervenute circa dichiarazioni rese da alcuni ministri nella giornata di ieri e che tuttavia i colleghi mi permetteranno di inserire in un quadro più ampio, in grado in qualche modo chiarire una serie di situazioni che si sono andate evolvendo nelle ultime settimane.
Esse hanno come riferimento il dibattito apertosi nel paese sui temi del lavoro, specificatamente del mercato del lavoro, in ordine ad un disegno di legge collegato alla legge finanziaria nel quale sono state presentate, da parte del Governo, alcune proposte da sottoporre successivamente al Parlamento in ordine ad innovazioni ed ammodernamenti del nostro mercato del lavoro.
Si tratta di dibattiti che hanno sempre appassionato il paese, trovando sempre momenti di confronto e di dialogo, qualche volta di scontro, fra i governi, che si sono succeduti nei decenni passati, e le parti sindacali. Qualche volta queste ultime sono state compatte nel difendere determinate posizioni, altre volte le organizzazioni sindacali si sono collocate su posizioni differenziate: anni di appassionati dibattiti che hanno portato ad una serie di soluzioni che, nel momento in cui venivano dibattute nel paese, avevano suscitato grandi passioni, ma che oggi vengono in qualche modo sostanzialmente accettate da tutti, dallo stesso sindacato.
Faccio per esempio riferimento al problema della chiamata numerica, al part-time, al lavoro interinale, alla scala mobile che pure fu oggetto di un referendum e di grandi passioni politiche, sociali e sindacali. Tutte le volte che si toccano i temi collegati al mercato del lavoro, in un paese democratico con un forte associazionismo ed una forte presenza sociale e sindacale come l'Italia, evidentemente sorge un grande dibattito. Così è stato su questo disegno di legge collegato alla legge finanziaria che, oggettivamente, cerca di dare una risposta ad un elemento, anche numerico, che è quello di una realtà italiana in cui vi sono, come è noto, meno di dieci milioni di lavoratori dipendenti coperti dalla disciplina dell'articolo 18 e 13 milioni di lavoratori subordinati e parasubordinati,


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atipici ed autonomi, che non hanno sostanzialmente alcuna protezione.
Il Libro bianco sul lavoro e il dibattito che in queste settimane vi è stato anche su una parziale e «modesta» modifica dell'articolo 18, sono stati aspetti di un dibattito appassionato che verteva su questi temi che sono certamente discutibili e che certamente possono essere visti da angolature diverse, ma che - mi preme sottolinearlo proprio perché questo confronto di stasera, come quello di stamattina al Senato, è molto sereno, - non riguarda le tematiche che le parole forti, spese da tutte le parti in questi giorni, tendono a sottolineare. Non vi è nessuno scontro di civiltà, non c'è alcuna libertà democratica in pericolo, non vi sono attacchi selvaggi ai diritti dei lavoratori, non c'è macelleria sociale.
Vi è un dibattito appassionato attorno, in particolare, a questa proposta di modifica dell'articolo 18. Come è noto, questo confronto era giunto ad una conclusione non favorevole dal punto di vista dell'accordo con i sindacati, nel senso che gli sforzi che questo Governo ha sempre intrapreso - e credo di poterlo dimostrare - per cercare di trovare un accordo con le parti sociali, anche su questo punto, hanno trovato un ostacolo pressoché insormontabile. Ad un certo punto il Governo, avendo sostanzialmente delegato al tavolo delle parti sociali la possibilità di trovare un punto di incontro anche sull'articolo 18, ha purtroppo dovuto prendere atto (pur rendendosi disponibile a scrivere nella delega il testo derivato da una mediazione che potesse soddisfare le parti sociali) che questo punto di incontro le parti sociali non lo hanno trovato e in qualche modo è stato dovere del Governo, in Consiglio dei ministri, approvare un testo da sottoporre al Parlamento.
A dimostrazione di quello che sto dicendo - e cioè che il dibattito nel merito è un dibattito su questioni serie, che non mettono in pericolo la libertà e la democrazia e i diritti acquisiti dai lavoratori, ma sono strumenti che possono essere più o meno funzionali ed efficaci per dare una risposta al problema della disoccupazione - devo ricordare con un po' d'angoscia (lo ho detto anche questa mattina e lo devo fare perché è giusto, perché corrisponde alla verità dei fatti) che il testo che abbiamo scritto nella delega, che riguarda l'articolo 18 nella parte della trasformazione del lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, contiene proprio l'ultima proposta, che quasi contemporaneamente appariva sui giornali, del professor Biagi, quella di circoscrivere questo strumento soltanto ad alcune regioni del sud.
Era una proposta, lo ripeto, che può essere condivisa o meno, che però proveniva da una serie di esperienze di persone impegnate a livello sindacale, nel sociale e nell'università che hanno sempre collaborato - e questa credo sia la cosa impressionante - con governi di centrodestra o di centrosinistra e che erano suggeritori di politiche di analogo segno, quando il Governo D'Alema o i governi della precedente legislatura si erano posti lo stesso problema ed avevano anche loro avanzato proposte di parziale modifica innovativa dell'articolo 18, in un confronto con le parti sociali e sindacali.
In quel momento è accaduto il tragico episodio, l'efferata esecuzione del professor Marco Biagi, che come D'Antona è stato barbaramente ucciso, o come Tarantelli: siamo in epoche politiche diverse, ma c'è un filo che evidentemente guida questa follia omicida delle brigate rosse, cioè colpire persone impegnate in prima persona, in prima linea, a dare il loro contributo perché il paese diventi più moderno, il mercato del lavoro diventi più efficiente dal punto di vista dei lavoratori. Le persone che ho citato hanno pagato con la vita la loro tensione ideale, che è sempre stata spesa a favore dei lavoratori, quindi la loro vocazione a trovare innovazioni che fossero e si muovessero in quella direzione.
Certo, la morte del professor Biagi ha suscitato grandi emozioni nel paese e in questo contesto il Governo ha formalmente, ufficialmente riaperto - o tentato di riaprire - il dialogo con i sindacati, facendo appello alla responsabilità di tutti


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perché attorno ad un tavolo riprendesse il dialogo - che avrebbe dovuto riprendere nella giornata di oggi - perché o sul Libro bianco o sull'articolo 18 (tempi e modi sarebbero stati da determinare) comunque si aprisse nuovamente una riflessione fra le parti sociali ed il Governo sulla direzione da prendere.
Sembrava che questo dovesse avvenire, quando, nella giornata di ieri, sono apparsi alcuni articoli o interventi di ministri o sottosegretari che hanno suscitato una reazione molto dura da parte del sindacato, che si è sentito colpito da quegli articoli, in particolare da alcuni passaggi che potevano far ritenere che vi fosse un'accusa nei confronti del sindacato di non essere sufficientemente attrezzato per isolare quei gruppi e quei gruppuscoli, insomma coloro che in qualche modo erano i responsabili dell'uccisione del professor Biagi.
Questo Governo ritiene che, viceversa, se il terrorismo armato ha connotato tutto il periodo che va dai 20 ai 40 anni per chi è della mia generazione (gli anni settanta, gli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta), l'esperienza storica indichi che il terrorismo - forse più terribile, più temibile, più organizzato, più radicato di quello di oggi - è stato battuto proprio dalla grande mobilitazione che ha visto tutto il paese.
Ricordo ancora l'uccisione dell'onorevole Moro e della sua scorta, quelle terribili settimane, quelle grandi manifestazioni di tutti, per isolare e battere il terrorismo. E, come allora, noi abbiamo pensato - le forze politiche di allora - che il terrorismo si battesse isolandolo nella società. Il Governo, in quanto tale, ha fatto lo stesso appello: solo attraverso l'isolamento dei violenti, di coloro che pensano di risolvere i problemi sociali ed economici con la violenza, si può arrivare a rendere compiuta la nostra democrazia, a rendere fattivo il rapporto tra la maggioranza e l'opposizione, qualunque essa sia. L'ho dichiarato anche questa mattina e lo affermo come ministro dei rapporti con il Parlamento. Chi vince le elezioni al 51 per cento è giusto che governi, perché 51 è più del 49 per cento. Ma chi ha il 49 per cento non ha sempre torto, e chi ha il 51 per cento non ha sempre ragione! Quindi, il dibattito e la dialettica parlamentare servono proprio per arricchire i contenuti e le proposte del Governo, come il dialogo con le forze sindacali e sociali serve per dare una piattaforma di consenso alle proposte del Governo.
Davanti alle proteste dei sindacati e ad una domanda di rettifica, ieri, nel pomeriggio, vi è stato un comunicato - lo voglio rileggere perché credo che le parole abbiano un loro significato, ed un loro peso, in queste vicende - della Presidenza del Consiglio che recitava esattamente: «In momenti di forte contrapposizione come questo, i fatti devono prevalere sulle parole. E i fatti dimostrano che, poche ore dopo l'assassinio del professor Marco Biagi, la Presidenza del Consiglio ha preso l'iniziativa di convocare le parti sociali per riavviare il confronto su due temi specifici: la lotta al terrorismo e il dialogo sul cambiamento delle relazioni industriali per la creazione di nuovi posti di lavoro. Proprio in questo invito, rivolto a tutti, è chiara ed implicita la convinzione del Governo che non esistono collusioni, ambiguità o contiguità del sindacato nei confronti del terrorismo». Questo è stato il comunicato della Presidenza del Consiglio che ho ripreso questa mattina e lo riconfermo questa sera.
Il Governo riconosce il ruolo fondamentale del sindacato, in un paese democratico. Il Governo, davanti a grandi manifestazioni, come quelle che sono avvenute l'altro giorno, ne riconosce la legittimità, ci mancherebbe altro! Noi abbiamo organizzato, quando eravamo all'opposizione, nel 1996 e nel 1997, due grandi manifestazioni di piazza a Roma, con un milione di persone, che erano una testimonianza di partecipazione democratica (Commenti dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)... se non era un milione, era mezzo milione, saranno stati 250 mila, comunque...

PRESIDENTE. Non facciamo la contabilità.


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CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. ...era la testimonianza di una partecipazione democratica che serviva a sottolineare che c'era una parte del paese in dissenso rispetto alle politiche che erano portate avanti. Non ci siamo fatti soverchie illusioni, tant'è vero che la manifestazione è del 1996, la legislatura si è conclusa nel 2001 e la maggioranza, che ha vinto le elezioni nel 1996, ha governato per cinque anni. Ma la partecipazione democratica, attraverso le manifestazioni di piazza, è certamente un momento di grande partecipazione e di espressione di coinvolgimento dei cittadini nella vita democratica di questo paese ed il Governo riconferma questo indirizzo.
Certo, se poi sostenete che il Governo deve chiedere scusa, a mia volta sarei tentato, leggendo anche gli atti parlamentari, gli interventi di qualche autorevole leader parlamentare o i comunicati delle agenzie, di affermare che il Governo dovrebbe chiedere le scuse di chi ha usato, in questi dieci giorni, epiteti, qualche volta insulti, a volte cartelli di una pesantezza estrema e ragionamenti che sicuramente dipingevano questo Governo come fascista, come liberticida, come conculcatore delle libertà civili e sociali, un Governo che vuol far tornare l'Italia ai tempi del totalitarismo fascista. Mi sembra di aver dimostrato in precedenza che non è così, perché la materia del contendere e ciò che poi ha suscitato tutte queste passioni, questo confronto, questo scontro - se volete - tra Governo e sindacato, è una materia opinabile, che vuole ammodernare, su cui sicuramente nessuno ha la verità rivelata.
Allora, se, come è avvenuto, il Governo ha preso questa posizione; se, come è avvenuto, coloro che hanno parlato ieri, in una maniera o nell'altra, in qualche modo hanno rettificato le loro posizioni, oggi si può a ragione affermare che non solo il Governo, nel suo indirizzo generale, ma anche coloro che si erano espressi in un certo modo hanno chiarito che l'interpretazione data alle loro parole era sbagliata e che la loro intenzione non era quella di offendere i sindacati.
Vi è, mi pare, anche un appello del Capo dello Stato a riprendere pienamente il confronto parlamentare e con le parti sociali.
A tale proposito, colgo l'occasione per una replica a Cofferati. Una notizia di agenzia di poche ore fa ha diffuso una sua dichiarazione, nella quale egli sostiene che non sarebbe stata sufficiente una comunicazione in Parlamento per consentire al Governo di spiegare la sua linea e il suo indirizzo, ma sarebbe stato necessario anche un appello del Governo direttamente al sindacato.
Orbene, io credo che il dibattito, il confronto e l'appassionarsi di ognuno alle proprie idee siano effettivamente il sale della democrazia. Credo, però, che non si possano chiedere autocritiche o, addirittura, scuse dirette perché, in questo modo, passeremmo la nostra vita politica a rinfacciarci a vicenda dichiarazioni, magari un po' forti, ed a chiederci, per queste, vicendevoli scuse. Non è questo il compito della politica!
Compito della politica è, in questo caso, di capire se, nelle cose che ho detto ed in quelle che il Governo ha fatto, negli atti formali del Governo e nelle proposte che sono state avanzate, vi sia materia - attenzione! - per uno scontro politico, se volete serio, in cui ognuno sottolinei le differenze di impostazione e di prospettiva politica, la differenza di tensione riformista in ordine agli argomenti che ho indicato ovvero se, addirittura, si debba arrivare al punto che, all'interno e fuori del Parlamento, ogni canale di discussione democratica, tra maggioranza ed opposizione, tra Governo e parti sociali e sindacati, debba essere chiuso.
Ho detto stamattina - e ribadisco questa sera - che, se a ciò che ho detto rispetto al sindacato vi è da aggiungere qualcosa, mi suggerisca l'opposizione le parole adatte per sottolineare questo concetto molto chiaro che noi abbiamo del rapporto con il sindacato.


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Però, se così stanno le cose, non possiamo neanche accettare il processo alle intenzioni né che parole o frasi circolanti nel dibattito politico vengano pretestuosamente utilizzate come motivi per portare lo scontro ad un livello tale da rischiare davvero - ahimé, ho già visto, stamattina, qualche vignetta satirica sui giornali! - di far vincere le brigate rosse: chi pensava, utilizzando la violenza, di mettere in crisi il sistema politico, rischia di metterlo in crisi davvero (Commenti)!
Non sto dando la colpa ad alcuno! Sto soltanto affermando che la situazione si è evoluta in maniera tale che il sistema politico nel suo complesso rischia di avere ...

MARCO FUMAGALLI. Dillo a Bossi!

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Guardi che io non ho fatto nomi! Ho qui dichiarazioni - i giornalisti possono andare a verificare - che l'onorevole Diliberto e l'onorevole Rizzo hanno reso in questi giorni; eppure, se ne dovessi parlare, dovrei dire che, come democratico, mi sento indignato e che le respingo. Ma non voglio farlo! Se entrassi nella logica della singola dichiarazione, perderei il filo di un ragionamento che, invece, voglio fare con la maggioranza e con l'opposizione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'UDC (CCD-CDU) e della Lega nord Padania).
Desidero riconfermare che il Governo è per la politica della mano tesa, per la politica del dialogo, per la politica del confronto con il sindacato. Spero davvero che questa volontà del Governo venga raccolta dall'opposizione e dal sindacato perché un sistema di democrazia compiuta, un sistema bipolare, funziona solo sul riconoscimento reciproco pieno: senza tale riconoscimento, la nostra rischia di rimanere, purtroppo, una democrazia zoppicante.
Per quanto può, e per quanto potrà, il Governo farà sicuramente la sua parte (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'UDC (CCD-CDU) e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per i rapporti con il Parlamento.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Adornato. Ne ha facoltà.

FERDINANDO ADORNATO. Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, l'assassinio di Marco Biagi ci ha chiamati, come altre volte è successo nella storia d'Italia, e ci chiama ancora oggi, a far prevalere - in tutti - il senso di responsabilità, la vocazione ad unirsi piuttosto che quella a dividersi.
Abbiamo davanti a noi delle travi che pesano sulla democrazia italiana; sarebbe sommamente ridicolo accapigliarsi sulle pagliuzze allo scopo di appiccare incendi. Le travi sono due: il riemergere del terrorismo e l'apertura di un importante e aspro confronto sociale sulle riforme del mercato del lavoro. La nostra posizione politica principale è questa. Occorre evitare tutti insieme che questi due problemi si sovrappongano e si intreccino, occorre evitare che, anche per un solo istante, si determini un corto circuito esiziale per la democrazia, tra battaglie sociali e violenza. Bisogna essere uniti contro il terrorismo, divisi, se si ritiene, sulle riforme. E intanto si può essere divisi sulle riforme in quanto si è uniti contro il terrorismo, guai a non capirlo! Guai davvero per tutti! Da questo punto di vista voglio dire con molta chiarezza - lo ha già fatto il ministro Giovanardi - che per noi il sindacato non è un nemico, ma è un interlocutore sociale; alle volte può essere un avversario, ma si tratta di una forza determinante per la democrazia italiana.
Le manifestazioni sindacali o politiche - al di là dei loro contenuti, che possono essere più o meno condivisibili - che abbiano al centro l'ispirazione contro il terrorismo rappresentano momenti importanti della nostra democrazia. Lo sono stati nel passato, lo sono ancora oggi. Non facciamo fatica a riconoscerlo, ma allora, da questo punto di vista, ci aspettiamo dall'opposizione che si dica analogamente ad alta voce (e lo dico senza alcuna polemica).


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Si dica a Nanni Moretti, a Tabucchi, al direttore de l'Unità Furio Colombo, ad alcuni settori della FIOM, che proprio quella manifestazione, ripresa in diretta su due reti televisive, proprio quella manifestazione di democrazia è la più clamorosa dimostrazione che l'Italia è una grande e libera democrazia, che non c'è alcun regime autoritario (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale), che il fascismo non è alle porte, che non c'è un uso strumentale delle televisioni, che non c'è un neoduce contro il quale resistere. Non è la piazza la nemica della democrazia, ma la demagogia, e fin dai tempi dell'antichità. Abbiamo ritenuto - è questo il vero punto politico - che ci fosse e che ci sia ancora molta demagogia nel proporre una falsificazione della famosa riforma dell'articolo 18, che non mette in discussione, in nessun modo, il posto di lavoro per chi ce l'ha (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'UDC (CCD-CDU) e della Lega nord Padania). Può essere giusto o sbagliato, ma cerca di trovare nuovi posti di lavoro per chi non ce l'ha (e sono tanti nel nostro paese) (Commenti dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).

(Una voce: Vergogna!).

FERDINANDO ADORNATO. Del resto, se ritenete giustamente parole offensive - e io sono molto lieto che i ministri e il Governo abbiano chiarito - quelle di chi sostiene che la piazza può essere un pericolo per la democrazia, perché ritenere meno gravi quelle di chi dice, magari andando a Parigi, che è il Governo a mettere in pericolo la democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)?
Credo che sia l'ora di capire che è la mancata legittimazione reciproca tra di noi, tra i due poli, a mettere alle volte il nostro paese di fronte a rischi istituzionali. E non è giusto, onorevole Fassino, che ciascuno di noi tiri da una parte all'altra il Presidente Ciampi, pensando che le sue dichiarazioni siano a favore o contro quello schieramento. Lasciamo che il Presidente Ciampi lavori per tutti noi, lavori sopra le parti e lavori per il bene della nazione, senza pretendere di tirarlo di qua o di là.
Questa è dunque la seconda proposta politica che noi vogliamo fare in questo dibattito. La proposta che vi facciamo è quella di incontrarci anche a livello ufficiale tra i partiti, di non rendere vano l'assassinio di Marco Biagi, di non tradire la sua memoria e di aprire proprio in questi giorni una nuova stagione politica del paese, in cui i due poli possano legittimamente riconoscersi reciprocamente, lasciando le risse, le polemiche e gli insulti di cui questo paese non sente il bisogno.
Sul terrorismo c'è una battaglia culturale da fare insieme. E non può che essere interesse nazionale che questa battaglia sia comune contro le zone di ambiguità, contro i pericoli, non che le parole si trasformino direttamente in pallottole - perché questo non sarebbe giusto dirlo - , ma che le parole aiutino a creare un clima di difficoltà per la democrazia e per ciascuna parte politica.
Noi non cercheremo mai, nonostante le polemiche, di auspicare che, alla fine, vi siano due poli che si combattono, ma auspichiamo che vi siano due poli che si rispettano e che prevalgano le idee di una sinistra riformista che possa essere sponda di un dialogo istituzionale tra maggioranza ed opposizione, non antagonista alla democrazia istituzionale; una sinistra riformista, non massimalista, non ideologica, non dietrologica, perché bisogna che stiamo tutti attenti a non strumentalizzare a fini politici chi purtroppo cade vittima di attentati terroristici.

PRESIDENTE. Onorevole Adornato, la invito a concludere

FERDINANDO ADORNATO. Ancora 30 secondi e concludo.
Bisogna dire con chiarezza che Moro è stato ucciso perché voleva un'ipotesi politica che è quella che si ricorda; Falcone e Borsellino sono stati uccisi perché combattevano contro la mafia; Marco Biagi è


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stato ucciso perché voleva le riforme e la modernizzazione del paese. Riforme che non sono un capriccio del Governo ma che sono un grande dibattito aperto in Europa. La riforma del mercato del lavoro ce la chiede l'Europa perché deve superare il proprio modello sociale europeo, trovare nuove tutele per chi non ce l'ha, nuovi ammortizzatori sociali, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro che assicuri occupazione. Il nostro, dunque, non è un atteggiamento subdolo, come ha detto Sergio Cofferati alla manifestazione di sabato. L'atteggiamento del Governo è aperto. Noi abbiamo il dovere di governare, dando corpo ad un riformismo che voi, a differenza di Blair, non riuscite, oggi, a praticare; voi avete il diritto di opporvi. Nessuno di noi ha il diritto di trasformare questa discussione in una sorta di dramma, di ultima spiaggia resistenziale della democrazia. No, perché la democrazia italiana è forte ed il terrorismo si batte con la democrazia e con le riforme (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell'UDC (CCD-CDU) e della Lega nord Padania - Congratulazioni)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Violante. Ne ha facoltà.

LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, signor ministro, colleghi, credo che chi ci ascolta abbia difficoltà a capire quale sia l'oggetto della nostra discussione.
Abbiamo chiesto che il Governo venisse a rispondere su alcuni punti specifici ed in particolare abbiamo chiesto se il Governo condividesse le dichiarazioni barbare rese dal ministro Bossi e le dichiarazioni inaccettabili rese dal ministro Martino. Di questo si parlava.

GIUSEPPE ROSSIELLO. Barbare, sì, barbare!

LUCIANO VIOLANTE. Il problema non è quale sia il giudizio del ministro Giovanardi, che noi stimiamo, o il giudizio del Governo sul sindacato. Il ruolo del sindacato contro il terrorismo è scritto nella storia d'Italia, onorevole ministro, non c'è bisogno che il Governo venga qui a confermarlo. Il problema è un altro.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Ce lo avete chiesto voi!

LUCIANO VIOLANTE. No, noi abbiamo chiesto un'altra cosa! Noi abbiamo chiesto quale sia il giudizio che il Governo dà sulle dichiarazioni di Bossi e di Martino, questo è il punto, e lei non può equiparare le dichiarazioni di due ministri della Repubblica a dichiarazioni di parlamentari, ai cartelli o cose di questo genere.

GIUSEPPE ROSSIELLO. Ci ha raccontato una favoletta, ministro!

LUCIANO VIOLANTE. Il Governo rappresenta il paese e i ministri di un Governo devono tenere un comportamento coerente con le loro responsabilità.
A Bologna, quando c'è stata la manifestazione per Marco Biagi, sono state insieme le bandiere di Alleanza Nazionale e le bandiere dei Democratici di sinistra, le bandiere della CGIL e le bandiere dell'UGL; è stato un punto di seria unità ed io credo che bisogna andare su quella strada.

ALFREDO BIONDI. Siamo d'accordo!

LUCIANO VIOLANTE. Poi ci sono i conflitti e le divisioni che riguardano tutto il resto, ma non dobbiamo consentire che il terrorismo venga a dividerci. Però, le dichiarazioni rese da questi due ministri ed anche alcune affermazioni rilasciate dal Presidente del Consiglio, oggi, in ordine alle gite e cose di questo genere - che, francamente, poteva risparmiarsi - e l'affermazione inaccettabile nella quale ha parlato di colpi di piazza o colpi di pistola...! Queste sono cose che non si dicono! Ma come? Ci avete detto che non bisognava parlare di odio, che non bisognava invitare all'odio e poi avete usato


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quelle espressioni e non avete preso le distanze da quelle espressioni! Questo è il punto.
Presidente, noi abbiamo bisogno di unità nel paese. Questo paese deve andare avanti nell'unità su alcuni valori fondamentali. Abbiamo interpellato il Governo perché il Governo prendesse le distanze, in modo formale, come non ha fatto - e mi dispiace - il ministro Giovanardi, da quel tipo di dichiarazioni.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Più di così!

LUCIANO VIOLANTE. Non volevamo che il ministro Giovanardi venisse a dirci cosa pensa il Governo. Ci mancherebbe altro che il Governo sposasse quel tipo di tesi! Ma avrebbe dovuto prendere le distanze da quelle dichiarazioni e questo non è stato fatto.
Voglio dire una cosa, molto sommessamente.
Onorevole Giovanardi, lei ci ha detto che l'ultima proposta fatta dal Governo è quella che aveva presentato il professor Biagi, ma se il professor Biagi era così importante per il Governo perché non gli avete assicurato la vita (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo - Commenti di deputati del gruppo di Forza Italia)? Perché gli avete tolto la scorta? Questo è il punto. Lo dico non polemicamente, lo dico per un altro motivo: non ci si può impossessare della vita di una persona dopo che questa è caduta in queste condizioni tragiche.

ALFREDO BIONDI. Nemmeno della morte!

LUCIANO VIOLANTE. Questo non può essere fatto da nessuno.
Quando si compie una tale azione, si fa l'operazione inversa rispetto a quella svolta da quei due ministri, cioè utilizzare il terrorismo, le vittime del terrorismo, nello scontro politico. Questo, cari colleghi, dobbiamo bandirlo! Dobbiamo bandirlo, perché altrimenti diamo uno strumento in mano al terrorismo! Ciò deve essere chiaro! Sarebbe terribile se si utilizzassero gli assassini, o le vittime, nelle competizioni politiche! Questo non va fatto, e l'espressione che ha utilizzato il Presidente del Consiglio oggi parlando di «riforma Marco Biagi» credo vada messa da parte, non fa onore. Rispettiamo le vittime, tutti: una corsa ad accaparrarsi la memoria non credo serva a nessuno e penso che ciò non sia rispettoso neanche per quelle persone.
In ordine alla questione relativa all'articolo 18 - che lei, signor ministro, ha menzionato - vorrei esplicitare quale sia la differenza di fondo. Essa non riguarda tanto l'articolo 18, bensì riguarda la concezione dei rapporti tra Stato, società e relazioni di lavoro: noi riteniamo che lo Stato debba intervenire per sovvenire il soggetto più debole nel contratto di lavoro, per aiutarlo e, come dire, per sollevarlo da questa sua debolezza; voi ritenete, invece, che lo Stato debba ritirarsi e lasciare che i rapporti tra le parti sociali si svolgano in omaggio a relazioni di forza. Questa è la differenza tra noi e voi, perché altrimenti non si capirebbe questo intestardirsi sugli ottanta, cento casi di cui si parla. Qual è il punto di fondo? Il punto di fondo è questo: noi e voi abbiamo una concezione diversa dello Stato; noi riteniamo che lo Stato debba aiutare i soggetti più deboli, voi ritenete che esso debba ritirarsi e che i diritti debbano essere assicurati soltanto dai rapporti di forza. Questa è la differenza! È legittima, ma di questo stiamo parlando, non di altro.
Oggi noi volevamo sentire parlare di Bossi e di Martino, ed invece abbiamo sentito parlare di Nanni Moretti e di Furio Colombo: non è questo il tema, assolutamente. Se si parla di unità, sono convinto, onorevole Adornato, che bisogna essere uniti su tali problemi e credo che alcuni di voi conoscano quale sia la nostra opinione a tal proposito; credo inoltre che sia necessario rispettare gli avversari. Domando però se il Governo abbia posto le condizioni affinché ciò avvenisse. È una domanda non retorica: mi chiedo questo


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perché, siccome non sono state poste in essere tali condizioni, ritengo che il Governo debba cambiare atteggiamento. Avverto, infatti, elementi di tensione eccessiva. Le parole utilizzate da chi ha responsabilità politica nazionale creano effetti nel paese, creano opinioni, allargano varchi e dobbiamo assumerci la responsabilità di questo.
Ripeto, la cosa che abbiamo in mente e che abbiamo a cuore è come si possa riuscire a costruire un'unità, come si possa dare un messaggio di unità al paese. Speravamo che il Governo, prendendo le distanze in un modo formale e chiaro...

PRESIDENTE. Onorevole Violante, la invito a concludere il suo intervento.

LUCIANO VIOLANTE. Signor Presidente, sto per concludere. Dicevo che speravamo che il Governo, prendendo le distanze in modo formale e chiaro da quel tipo di dichiarazioni, riconfermasse l'interesse all'unità. Il Presidente del Consiglio ha ritenuto di non venire in Assemblea; ha tenuto una conferenza stampa ma non è venuto in Assemblea. Signor Presidente, questo è stato grave e ne discuteremo in un altro momento. Penso però che sarebbe stato utile, proprio per creare quel clima, che il Presidente del Consiglio fosse stato qui presente per rispondere.
Non siamo per nulla soddisfatti delle cose che sono state dette. C'è stata anche irrisione da parte del Presidente del Consiglio, oggi, nei confronti di tali questioni. Devo dire che da parte nostra non ci fu alcuna reazione critica quando il centrodestra manifestò nelle piazze: lo riteniamo, infatti, un diritto di tutti quanti i cittadini.
Infine, signor Presidente, volevo dire a lei, al signor ministro ed ai colleghi, che il nostro impegno nell'unità contro il terrorismo resta assolutamente saldo e fermo. L'unità, però, è possibile quando anche l'altro la vuole, e noi esigiamo rispetto...

ALFREDO BIONDI. Anche noi!

LUCIANO VIOLANTE. ...noi esigiamo rispetto....

ROBERTO TORTOLI, Sottosegretario di Stato per l'ambiente e la tutela del territorio. Anche noi....

GUIDO CROSETTO. Anche noi!

LUCIANO VIOLANTE. ...perché quando c'è rispetto tra Governo, maggioranza ed opposizione si può andare avanti.

GUSTAVO SELVA. Vi stiamo ascoltando con rispetto!

LUCIANO VIOLANTE. Poi vi saranno divisioni, lacerazione, conflitto, questa è un'altra questione! Se però non c'è rispetto, ed in questi giorni non c'è stato rispetto da parte del Governo, si arreca un danno grave al paese. Vorrei che questo fosse chiaro e fosse fermo, all'attenzione di tutti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Landolfi. Ne ha facoltà.

MARIO LANDOLFI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo soddisfatti dell'informativa testé resa dal ministro Giovanardi perché, a nostro avviso, fa chiarezza su tutta la linea: sulle cose dette ieri, su quei toni eccessivi, stigmatizzati subito ed in modo deciso da Alleanza nazionale (non foss'altro perché hanno fornito l'alibi ed il pretesto a chi non vuole entrare nel merito della questione) e perché fa chiarezza sul merito del problema.
Tale informativa, infatti, ci ha ricordato che il collegato alla legge finanziaria e la delega che il Governo chiede per riformare il mondo del lavoro non si fermano e non si esauriscono nella modifica dell'articolo 18, ma vanno oltre e riguardano altri temi: il prolungamento dell'indennità di disoccupazione da sei mesi ad un anno, gli ammortizzatori sociali, l'orientamento e la formazione professionale. In altri termini, si tratta di un pacchetto di proposte che possono effettivamente migliorare e riformare un mercato del lavoro oggi asfittico


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e ingessato, che produce disoccupazione nelle aree depresse e represse del paese e, soprattutto, nel Mezzogiorno d'Italia.
Questo clima risente - diciamocelo all'interno di quest'aula con molta chiarezza - di una mistificazione di fondo che ha accompagnato e sta accompagnando la proposta del Governo. Tale mistificazione sta facendo passare la proposta di modifica dell'articolo 18 da parte del Governo (e forse è un difetto del Governo e della maggioranza il fatto di non aver saputo comunicare bene e per tempo ciò che intendono fare) come una volontà di licenziare. È vero l'esatto contrario: vogliamo modificare l'articolo 18, insieme alle altre misure che dovranno essere adottate, per rendere più snella e più forte la questione dell'incremento dell'occupazione in Italia.
Colleghi dell'opposizione, vi sfidiamo civilmente e democraticamente a sostenere che la modifica del Governo, così come è stata proposta, produrrà un solo disoccupato tra coloro i quali oggi sono occupati e operano nel mondo del lavoro. Vi sfidiamo a sostenere questa tesi nelle piazze, davanti alle fabbriche, in Parlamento e ovunque; vi invitiamo ad avere il coraggio di sostenere questa tesi. Voi non potrete accettare questa sfida, perché sapete che ciò non è vero e che questo clima risente di una mistificazione che sta contrabbandando la posizione del Governo, finalizzata a creare occupazione soprattutto nelle aree svantaggiate e deboli del paese, come una misura, invece, finalizzata a creare nuova povertà e nuova disoccupazione.
Ecco perché oggi non accusiamo alcun imbarazzo nel rivendicare la nostra posizione, la stessa che abbiamo assunto ieri; è una posizione molto forte e determinata dal fatto che già ieri ogni dubbio è stato spazzato via dal comunicato di palazzo Chigi, oggi dalla conferenza stampa del Presidente del Consiglio con i leader della Casa delle libertà e stasera dal ministro Giovanardi.
Siamo preoccupati di questo clima e ci rendiamo conto che quello della legittimazione tra gli schieramenti è un problema serio; ci rendiamo conto che il terrorismo va combattuto e può essere vinto solo se vi è una unità vera e sostanziale, non di facciata; ci rendiamo conto che l'Italia diventerà un paese normale - e direi migliore - il giorno in cui si potrà scioperare e protestare contro il Governo senza che il sindacato possa essere sospettato di collusione con l'estremismo e il giorno in cui il Governo stesso potrà portare avanti le sue riforme e il suo progetto senza essere accusato di fare macelleria sociale o di attentare alla vita e alla convivenza democratica dei cittadini.
Questo è lo scopo che ci dobbiamo prefiggere ed è una missione alta, qualcosa che riguarda tutti e ci riguarda come Parlamento e come classe dirigente. Ognuno deve ripercorrere i passi della propria storia e della propria esperienza. Qui non è in discussione la volontà di combattere il terrorismo né il fatto di aver combattuto il terrorismo. Sono stati compiuti alcuni errori e li richiamo alla memoria della sinistra. Ricordo l'occupazione delle fabbriche e, in particolare, l'occupazione della FIAT del 1980 che terminò con la marcia dei 40 mila, l'isolamento del sindacato, l'instaurazione di nuove relazioni industriali e sindacali, il referendum sulla scala mobile e la sconfitta del sindacato. Ogni qual volta il sindacato si è arroccato nella pervicace difesa e conservazione dell'esistente è stato sconfitto.
Riteniamo il sindacato un importante interlocutore sociale e una forza determinante per la vita e la democrazia stessa del nostro paese, ma non possiamo seguirlo nel momento in cui si intestardisce nella difesa di posizioni indifendibili.
Abbiamo la necessità, il dovere, il diritto che ci viene dalla legittimazione popolare di portare avanti le riforme che ci siamo prefissi. Le vogliamo fare con il sindacato, le vogliamo fare con l'intesa, con il dialogo, se volete anche con la concertazione, ma abbiamo un preciso dovere verso gli elettori.
Noi aspettiamo, perché realisticamente non possiamo dire: oggi riprendiamo il


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dialogo. Sappiamo che è stato già indetto uno sciopero generale e aspettiamo questo sciopero generale.

PRESIDENTE. Onorevole Landolfi...

MARIO LANDOLFI. Concludo, signor Presidente.
Ricordo che l'ultimo sciopero generale è stato celebrato quando al Governo c'era l'attuale Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Quello sciopero generale fu fatto e poi riprese il dialogo. Noi auspichiamo che dopo lo sciopero generale si riprenda il dialogo. Non abbiamo paura della piazza arringata da Cofferati, perché sappiamo che Cofferati è persona responsabile. Ci preoccupa la piazza eccitata dai giullari, dai buffoni e dalle ballerine. Ecco perché richiamiamo la sinistra ad un impegno più forte nella ricerca del dialogo, senza demonizzazioni o criminalizzazioni reciproche, nella difesa comune del paese, contro il terrorismo, contro le demagogie (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, dell'UDC (CCD-CDU) e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Loiero. Ne ha facoltà.

AGAZIO LOIERO. Signor Presidente, signor ministro, vi è stupore e sbigottimento nel paese e non tra gli elettori di centrosinistra, ma anche tra i vostri elettori. Infatti, si avverte improvvisazione e caduta di stile nel governare questo paese ed anche un uso incongruo, talvolta violento, delle istituzioni. Vi è, insomma, l'impressione nel paese di non essere all'altezza della funzione istituzionale avuta dagli elettori.
In tanti anni di storia democratica in questo paese è successo di tutto, ma non si era mai visto che il potere democratico, legittimamente costituito, attaccasse invece di difendersi. Questo lo dico con pacatezza: è uno stravolgimento delle regole elementari della democrazia. Vedete, noi abbiamo presentato al capo del Governo una serie di interpellanze su temi delicati, dal Medio Oriente al terrorismo. Direttamente il confronto è sempre stato eluso in quest'aula dal Presidente del Consiglio, talvolta irriso. Eppure la fiducia, il potere di governare, il Presidente del Consiglio li riceve in quest'aula. Possiamo stravolgerla quanto vogliamo la Costituzione, ma la fiducia il Governo la ottiene qui.
Assistiamo, invece, a questo strano paradosso: il Presidente Berlusconi diserta l'aula, il sindacato va in piazza e viene demonizzato e, poi, ci viene annunciato dal Governo che in piazza ci andranno la maggioranza ed il Governo l'11 aprile. Andare in piazza è un diritto garantito dalla Costituzione alle minoranze. La manifestazione contro il terrorismo di sabato è stata pacifica: c'erano padri, figli, mogli, bambini. Vi era un'immagine plastica del desiderio di convivenza civile radicato profondamente in questo paese. Si è trattato di un evento di grande dimensione che per certi versi va anche in direzione del Governo.
Quella al terrorismo dovrebbe essere una lotta comune, come lo è stata in passato anche se io, signor Presidente, mi rivolgo a lei, dubito che ci sia quel senso profondo di appartenenza ad una comunità che rende, al di là delle differenze ideologiche, forte un paese come avveniva negli anni settanta.

GERARDO BIANCO. Presidente, per favore, chieda al ministro di restare almeno seduto. Un po' di rispetto (Commenti del deputato Rizzi)!

PRESIDENTE. Onorevole ministro, effettivamente può sedersi perché penso che questo sia il modo consono per seguire il dibattito.

GERARDO BIANCO. Mi pare sia una cosa elementare, se non capisce questo!

PRESIDENTE. Prego, onorevole Loiero.

AGAZIO LOIERO. È tanto vero, purtroppo, ciò, che la manifestazione di sabato è stata addirittura trasformata dal Governo in una certa forma di collusione con il terrorismo. Non valgono le precisazioni


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e le rettifiche del giorno dopo. Questo è un gioco goffo che ci discredita in Europa, discredita tutti noi, ci discredita come italiani.
Oggi - lo voglio dire agli amici della Lega - il ministro Bossi, giustificandosi per le cose che aveva detto ieri, ha affermato che la violenza del linguaggio è propedeutica al terrorismo. Certo, il linguaggio è uno strumento pericoloso che va governato. Tuttavia, mi domando con onestà: il linguaggio di Bossi in questi anni è stato non violento?
Signor Presidente, termino il mio intervento con un appello che rivolgo a lei e all'Assemblea. In questo anno di governo abbiamo ascoltato dalla maggioranza un solo ritornello, che gli italiani le avevano concesso la possibilità di governare e che essa voleva farlo: tutto ciò è giusto. Penso anche che il consenso in democrazia sia importante ma non sia tutto: in una democrazia che si rispetti esiste una gamma infinita di articolazioni che fanno grande il paese che le adotta. Anche il dissenso ha un valore altrettanto grande perché svolge una funzione pedagogica. Spero, da oggi, che anche voi della maggioranza sappiate usare il dissenso, come si usa il cibo, come fosse un alimento che serva a farvi crescere e ad alzare il tono, oggi troppo dimesso, della nostra vita democratica (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo e Misto-Socialisti democratici italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, le parole pronunciate ieri non ci sono più, ma non c'è stato nemmeno il tanto auspicato incontro tra le parti sociali che, fin da venerdì, il Presidente del Consiglio dei ministri aveva convocato per oggi. Le parole di ieri non sono le parole del Governo ma qualcuno le ha pronunciate, si è corretto ed è stato corretto.
Belle le parole di oggi pronunciate in questa Camera: con ciò si rende ragione alla linea del Governo italiano che vede nel sindacato un partner utile e fecondo per le riforme del paese. Siamo certi del fondamentale ruolo del sindacato come quello del volontariato, dei partiti e di tutte quelle forme associative che stanno alla base di ogni democrazia. La responsabilità del momento, già emersa nel dibattito della scorsa settimana per la morte di Marco Biagi, conforta noi dell'UDC (CCD-CDU) nell'impegno mai cessato anche nei momenti più bui degli ultimi mesi e siamo certi che il dialogo sociale sulle grandi riforme, di cui il paese ha bisogno, passi anche per il Parlamento.
Più volte abbiamo lavorato per trovare soluzioni che valorizzassero anche quelle posizioni sindacali di merito e non di scontro politico. Non siamo stati ascoltati ma per noi sono state occasioni per scoprire e per approfondire motivi di collaborazione e di amicizia, non di offese e nemmeno di insulti. Il sindacato in tutti i paesi europei, soprattutto in Italia, ha sempre testimoniato saldezza e forza in difesa delle istituzioni democratiche, anche nello svolgimento del suo compito, dalla rimodulazione dei diritti all'apertura a nuove forme di doveri e di corresponsabilità nel successo delle imprese.
Ripetiamo senza sosta una verità: è possibile anche in questo paese affrontare le riforme nel dialogo, nel confronto con le imprese e con i sindacati. Si tratta di un dovere politico affrontare le riforme, evitando lo scontro, l'insulto e l'ironia mal posta. Chi voleva teorizzare che le riforme vere sono solo quelle che incontrano il disagio sociale, si è reso conto di aver sbagliato. Il Parlamento sarà attento uditore delle ragioni di tutti.
Il Parlamento e l'esecutivo hanno bisogno del dialogo con le parti sociali, come le parti sociali necessitano di un confronto serio e reciproco anche con le istituzioni del paese. Lavoreremo con questa coscienza, con questa prudenza, con questo senso dello Stato che, a volte, purtroppo, viene colpevolmente smarrito. Nel dialogo bisogna essere leali, sinceri e tenaci. Lealtà


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e sincerità nell'affrontare i temi dello sviluppo e della piena occupazione significa parlare con tutti e se, poi, un sindacato dovesse scegliere di non entrare nel merito dei problemi ma di volersi impegnare in scontri politici, allora non sarebbe colpa né del Governo né del Parlamento.
Libro bianco non è una parola magica, ma la memoria di chi lo scrisse ci deve vedere ancor più ancorati alla responsabilità di riempire quelle pagine di soluzioni concrete. Economia sociale di mercato nello sviluppo equilibrato dell'Italia: davanti a questo metodo e questo compito non ci sottrarremo mai perché la nostra storia e i nostri figli ce lo impediscono.
L'unica parte che vogliamo difendere è l'Italia. Già 30 anni fa questo paese ha vissuto una battaglia campale contro il terrorismo: la Democrazia cristiana, allora architrave di quel sistema politico, pur pagando prezzi altissimi, riuscì, coinvolgendo l'opposizione e vasti strati della società, ad isolare il terrorismo che godeva di vaste zone di simpatia.
Ora non possiamo né dobbiamo fare il contrario, vale a dire regalare ad un manipolo di terroristi, chiusi nella loro fortezza di morte, potenziali coperture per la pretesa di fare distinzioni, in modo sbagliato e politicamente nefasto, dentro la situazione (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (CCD-CDU), di Forza Italia, di Alleanza Nazionale, dei Democratici di Sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cè. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO CÈ. Signor Presidente, in questo momento è sicuramente importante smorzare i toni, altrimenti si corre il rischio che le dichiarazioni politiche vengano interpretate come atti di accusa.
Certo, il momento è difficile e cogliamo questa occasione per ribadire il riconoscimento del ruolo dell'opposizione e del sindacato nella vita democratica del paese. Con pacatezza poniamo altresì le nostre riflessioni all'attenzione del dibattito politico.
Vi sono dati oggettivi sui quali confrontarsi e, logicamente, attribuiamo qualche responsabilità in più alla sinistra e al sindacato. Per quanto riguarda la sinistra, più volte ci è parso che abbia basato la propria azione politica sulla delegittimazione del Governo che non sta facendo altro che realizzare quanto pattuito con gli elettori. Questa delegittimazione è spesso diretta, attraverso attacchi ad personam e, molte volte, senza proposte alternative, e indiretta, attraverso quei famosi girotondi che sembrano porre sotto tutela la democrazia. Mi riferisco alla sinistra che non prende sufficientemente le distanze da movimenti di piazza che sono di fatto violenti, da centri sociali che spesso esercitano violenza sul territorio.
Per quanto riguarda il sindacato, invece, non possiamo non aver notato che, nell'ultimo periodo, tale organizzazione ha esercitato un ruolo politico di supplenza, ponendo in essere una falsificazione sistematica sull'articolo 18 e arrivando, addirittura, ad una forma di terrorismo psicologico nelle fabbriche.

PIERO RUZZANTE. Spiegalo al sindacato padano!

ALESSANDRO CÈ. Stai zitto se sei un po' educato.
Nelle nostre fabbriche abbiamo parlato con i lavoratori, i quali ci hanno detto che il sindacato diceva loro che avrebbero rischiato il licenziamento. Vogliamo ribadirlo con chiarezza: nessun lavoratore, con un contratto a tempo indeterminato, può essere licenziato a seguito della modifica dell'articolo 18 proposta dal Governo Maroni. Le falsificazioni non possono portare allo scontro sociale e questa è una responsabilità del sindacato (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).

KATIA BELLILLO. Il Governo Maroni non c'è!

ALESSANDRO CÈ. Più di una volta abbiamo visto alcune frange violente del sindacato - e io le ho subite in prima


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persona - vietare l'ingresso nelle sedi in cui volevamo tenere gli incontri pubblici, proprio per proibire a me, al ministro Maroni, di poter spiegare alla gente in cosa consistesse la riforma dell'articolo 18. Siamo stati strattonati, ci è stato impedito di entrare a Lumezzane, nel mio collegio, da 200 esagitati del sindacato FIOM-CGIL. Questa è una forma esasperata di attuazione di un meccanismo democratico - quello del sindacato - che, tuttavia, non si deve esplicare in questo modo.
Avremmo voluto vedere anche da parte del sindacato - e di Cofferati in particolare - un minimo cenno all'autocritica, rispetto al clima che si era creato prima dell'omicidio Biagi e, invece, non lo abbiamo visto.
Tutti siamo contro il terrorismo ma, voglio ribadire, che alcuni comportamenti concreti hanno determinato le condizioni ideali, addirittura l'alibi, per portare all'azione il terrorismo che, logicamente, è un qualcosa di distinto sia dal sindacato sia dalle forze parlamentari. Su ciò non abbiamo assolutamente alcun dubbio.
Ciò detto riteniamo che tutti debbano fare autocritica. L'esecutivo si ricomponga e governi con la sua maggioranza, l'opposizione riconosca la legittimità del Governo e torni a contrapporsi con determinazione, ma all'interno delle istituzioni. Il sindacato ritorni a fare il sindacato, a difendere i reali interessi dei lavoratori e non a perseguire una strategia politica.
Per quanto riguarda l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, io credo che sia obiettivo comune quello di creare le condizioni per creare - appunto - maggiore lavoro e per stabilizzare il lavoro stesso. Ritengo che per ottenere questo risultato sia necessario l'apporto di tutti.
Senza riforme il paese muore; muoiono le piccole e medie imprese; la disoccupazione aumenta; le fabbriche vengono delocalizzate; nessuno investe più nel nostro paese.
La strada riformista, tra l'altro intrapresa da D'Alema, da D'Antona, da Biagi e oggi dal ministro Maroni, non ci vede così distanti. Vorrei ricordare che la flessibilità nel mercato del lavoro non l'ha introdotta il ministro Maroni, l'ha introdotta il Governo D'Alema.

PIERO RUZZANTE. Appunto, basta!

ALESSANDRO CÈ. Quindi, un accordo si può trovare; si può ragionare sugli ammortizzatori sociali, sulla formazione, sulla tutela dei lavoratori anziani, andando a racchiudere in questo ragionamento complessivo anche la possibilità di modificare in maniera sperimentale l'articolo 18.
Però, dobbiamo sapere tutti che questo accordo è doveroso, perché soltanto questo accordo può interrompere la lunga scia di sangue che tenta di far sprofondare il paese nell'anarchia (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, di Forza Italia e di Alleanza nazionale - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Russo Spena. Ne ha facoltà.

GIOVANNI RUSSO SPENA. Signor Presidente, è francamente insopportabile che il Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi non abbia sentito oggi il dovere di rispondere in Parlamento. Egli ama, evidentemente, la suggestione plebiscitaria dei messaggi televisivi e delle conferenze stampa, non la paziente fatica democratica del confronto e della dialettica in Parlamento. Il Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi, oggi alle 16 - di questo parliamo - ha detto che milioni di persone sono venute a Roma in gita pagata; ha parlato in maniera irresponsabile e un po' greve, a nostro avviso, di colpi di piazza e colpi di pistola.
Non possiamo quindi nascondere un allarme grave. Mentre, infatti, ogni democratico sa che l'antidoto vero contro il terrorismo sono la partecipazione, il conflitto, l'attivazione delle masse organizzate, in presenza di una manifestazione come quella di sabato, nella quale riemerge la politica in senso pieno, le parole che provengono da parti importanti del Governo la assumono come un attacco alla


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democrazia. Cito fra virgolette: qui ogni confronto diventa muto, addirittura impossibile, e qui sta la radice vera del pericolo autoritario. Le centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza a luglio a Genova, i milioni che scendono in piazza sabato a Roma, in quanto esprimono una critica di massa, sono considerate sovversive; i sindacati sono considerati la centrale di questa sovversione.
Quelle di Berlusconi non sono parole in libertà; sono state ripetute oggi. Questo è il punto politico. Siamo di fronte ad una linea politica, certamente cosciente e scientificamente calcolata. Questo è il nostro avviso. Vi è una connessione causale: se si sceglie una linea di sfondamento sociale thatcheriano, oggi, nel 2002, l'obiettivo non può che diventare coscientemente la cancellazione del sindacato quale forza organizzata, vissuto di milioni di donne e di uomini, coagulo costituzionalmente definito del fluire della vita democratica, in una democrazia organizzata che, in quanto tale, è necessariamente anche conflittuale, come ci hanno insegnato i padri costituenti.
Il Presidente del Consiglio dei ministri vuole spezzare le reni alla CGIL perché in lui non alberga l'idea semplice e, insieme, tremendamente complessa che l'opposizione ha il diritto di organizzarsi per opporsi appunto, e che questo non è un impaccio insopportabile per il Governo ma è semplicemente, colleghe e colleghi, la dialettica democratica.
Dov'è finito quel Silvio Berlusconi che amava alludere a se stesso come nuovo De Gasperi, come un governante moderato e centrista?

GUSTAVO SELVA. Per la verità voi eravate anche contro De Gasperi!

GIOVANNI RUSSO SPENA. Quel Silvio Berlusconi si è perso nelle nebbie della crisi della globalizzazione liberista, nel clima della guerra permanente e della nuova guerra fredda. Si fa dura la lotta della ridislocazione dei poteri in Europa, dove si tenta l'accerchiamento del modello sociale francotedesco, agganciandosi a quello statunitense. E il Governo italiano fa da battistrada a Bush.
Quel Silvio Berlusconi che diceva di essere un centrista si è dissolto perché le condizioni materiali che vuole imporre il Governo, la negazione dei diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori, appaiono ormai insopportabili. Cresce, questo è il dato di novità, un'opposizione sociale, fatta di movimenti antiliberisti e di conflitti sindacali e democratici: cresce nel corpo vivo della società e cresce, anche se non piace a Berlusconi, fra i padri come fra i figli, al nord come al sud; cresce fra gli italiani, come cresce fra emigranti. Vi è qui il grumo di un'alternativa, il nocciolo duro di un progetto che si contrappone al liberismo selvaggio, ai costi che esso impone ai lavoratori, agli insegnanti, agli studenti, ai pubblici impiegati, ai precari, ai disoccupati. Berlusconi sa che il consenso sociale a politiche antipopolari è oggi più difficile di ieri: è saltato il banco. E allora occorre picchiare - questo pensa -, occorre tentare lo sfondamento, diventare sempre più autoritario. Questo è il punto politico, al di là delle ipocrisie.
I signori del Governo sono sempre più intolleranti e sempre più autoritari, perché queste politiche liberiste incontrano sempre più difficoltà negli ultimi mesi a coniugarsi con la democrazia. Per questo, signor Presidente della Camera, sappiamo che è innanzitutto nella società che dobbiamo sconfiggere questo Governo, organizzando il dissenso sociale crescente, il dissenso democratico, organizzando la resistenza, ma anche il progetto alternativo.
Sabato è stata proprio una giornata straordinaria, democraticamente straordinaria, anche se al Governo non piace. È il segno di un mutamento di fase, di una difficoltà sempre maggiore che il Governo incontrerà a far passare le proprie linee politiche e antipopolari e noi andremo avanti così, con la democrazia di piazza e istituzionale insieme, con la dialettica democratica che si impone con la partecipazione di massa. Questa è la promessa che possiamo fare alla democrazia italiana (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione


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comunista, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.

MARCO RIZZO. Signor Presidente, colleghi, ministro Giovanardi, non possiamo essere soddisfatti della sua relazione, non possiamo esserlo perché volevamo al posto suo - pur con tutto il rispetto dovuto alla sua figura - il Presidente Berlusconi, che invece ha preferito fare una conferenza stampa, legittima, alle 16 di quest'oggi e non venire in aula. Ma siamo purtroppo ormai abituati a questo. Il Presidente della Camera sa che anche nelle riunioni della Conferenza dei presidenti di gruppo abbiamo più volte sollevato, noi del gruppo Misto-Comunisti italiani, il fatto che il Presidente del Consiglio dei ministri non è mai venuto, da quasi un anno che è al Governo, al question time del giovedì, cioè alle interrogazioni che vengono fatte con ripresa televisiva: non è venuto per ben 18 volte! Il regolamento della Camera dei deputati in questo caso prevede la presenza non solo dei ministri, ma anche del Vice Presidente del Consiglio e del Presidente del Consiglio. Qualcuno dirà che è venuto l'onorevole Fini, che è Vice Presidente del Consiglio: sì, è venuto, ma soltanto tre volte. Quindi, è passato un anno ed il Presidente del Consiglio, in questo che è uno degli atti importanti anche dal punto di vista della comunicazione con l'opinione pubblica, non è mai venuto in quest'aula. Evidentemente, quest'aula, anche questa sera, risulta a noia al Presidente del Consiglio.
Questo è un grave fatto, perché in questi giorni da esponenti del Governo sono state fatte provocazioni gravissime. I ministri di questo Governo hanno attuato una gravissima equazione tra ruolo e azione della CGIL ed il terrorismo; anzi, hanno parlato di contiguità e di collusione: parole gravissime. Dopo l'immensa, pacifica, determinata manifestazione di Roma, questo Governo ha letteralmente perso la testa. Invece di smentire le incaute provocazioni di Bossi e Martino, oggi il Presidente del Consiglio ha rincarato la dose e non si è ricordato più che la CGIL, il Partito comunista, la sinistra, il movimento dei lavoratori, in questi anni di Repubblica, si sono sempre tenacemente e assiduamente opposti al terrorismo ed hanno pagato per questo con vittime e uccisioni: da Berlusconi non abbiamo sentito oggi alcuna correzione, nessuna perplessità. Quando oggi Berlusconi ha affermato che in democrazia non ci sono scorciatoie con colpi di piazza o colpi di pistola, Berlusconi ha fatto un'operazione di equivalenza tra libero manifestare di milioni di persone ed il terrore di un gruppo di delinquenti.
Quando Berlusconi oggi ha detto che tanta gente è venuta a Roma a fare una scampagnata, perché il viaggio era gratis, egli ha offeso ed insultato uomini e donne che, per esercitare il diritto costituzionale di libera opinione e manifestazione del pensiero, hanno passato due notti insonni per raggiungere la capitale.
Quando oggi Berlusconi ha detto che lo sciopero generale, proclamato dai sindacati contro l'abolizione dell'articolo 18, sarà uno sciopero parziale perché non vi aderiranno tutti i lavoratori italiani, ciò significa che egli non conosce la storia del proprio paese, la forza, la rappresentatività del movimento sindacale italiano.
Ministro Giovanardi, è chiaro che il vostro Governo vuole tirare diritto, ma non capite che, così facendo, arriverete ad una cesura della dialettica democratica.
Signor ministro, quando questa drammatica vicenda dell'uccisione del professor Marco Biagi è arrivata alle cronache e all'opinione pubblica, il centrosinistra e l'opinione pubblica di sinistra avrebbero potuto lanciare una battaglia, anche strumentale, sul fatto che quest'uomo importante non è stato difeso, non aveva una scorta che, anzi, gli è stata tolta. Tutti i cittadini possono testimoniare che il centrosinistra non ha attuato questa strumentalizzazione e, forse, avrebbe potuto e dovuto farla in termini aperti, di giudizio dei cittadini. Ciò non è stato fatto per senso di responsabilità, una responsabilità che voi continuate a non avere. Non capite


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che vi assumete una responsabilità storica che vi sta portando a teorizzare e a praticare la dittatura della maggioranza.
Ognuno farà quello che crede; se non correggerete la vostra linea i Comunisti italiani e le forze dell'opposizione andranno avanti. La difesa dell'articolo 18 è a favore di tutti i cittadini, non solo dei lavoratori. Di una cosa potete stare certi: sulla difesa della democrazia, sulla lotta al terrorismo, sulla difesa dei diritti dei lavoratori noi non abbasseremo mai i toni (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Comunisti italiani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.

UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho apprezzato i toni del ministro Giovanardi e quelli tenuti da molti rappresentanti della maggioranza, ma il Capo del Governo - che non è presente in aula - oggi ha messo sullo stesso piano, come un ostacolo, la piazza del sindacato e le pallottole dei terroristi. Così facendo egli dimostra di aver perso la bussola.
La Democrazia cristiana sapeva dialogare col sindacato quando questo era comunista, sapeva allearsi con la CGIL contro le brigate rosse, quando le brigate rosse uccidevano il suo presidente Aldo Moro. Il PSI (il mio partito) sapeva scontrarsi sulla scala mobile con la CGIL e vincere un referendum; ciò perché era alleato di CISL e UIL e perché non delegittimava affatto la CGIL, poiché il segretario generale aggiunto della CGIL sedeva nella direzione socialista. Noi contestavamo una posizione sbagliata del sindacato, ma non contestiamo il sindacato, anzi lavoravamo lealmente al suo interno. Noi eravamo e siamo riformisti, ma questo Governo non è per le riforme, è per le controriforme, è per tornare agli anni cinquanta, per smontare quanto hanno costruito generazioni di sindacalisti riformisti.
Questo Governo è per le controriforme e si sta dimostrando non l'erede del moderatismo democristiano, ma qualcosa di molto diverso e potenzialmente inquietante.
È il momento di avere coraggio a destra e a sinistra. I liberali della destra devono far sentire la loro voce, frenando una deriva pericolosa. Non devono delegittimare l'opposizione, perché un'opposizione e una maggioranza rispettate rappresentano le due facce della democrazia, si rafforzano l'una con l'altra.
I liberali, i riformisti della sinistra e il partito dei Socialisti democratici italiani - che rappresento - sono disponibili a fare la loro parte, a contrastare una delegittimazione pregiudiziale della maggioranza.
Il Governo non ha capito che la marea entusiasmante di lavoratori in piazza ha messo ai margini «dipietrismo» e «girotondismo». Il popolo vero della sinistra ha sommerso la sinistra dei salotti giustizialisti e il qualunquismo di sinistra. Non vuole manette, ma dignità del lavoro; non vuole tentare la via giudiziaria per il solo potere, ma cose concrete, precise e sacrosante! È un bene per tutti, per il Governo e per noi!
Di più: sappiamo che la mobilitazione sindacale ci rafforza, ma sappiamo anche che la politica deve ritornare e non a rimorchio del sindacato. La cinghia di trasmissione tra sindacato e politica è un male della democrazia in qualunque direzione giri.
Se la sinistra è a rimorchio del sindacato e la destra è a rimorchio della Confindustria, ciò significa che la politica non sa più mediare, non sa svolgere il suo ruolo, è assente per malattia! Ritorni, dunque, la politica di sinistra e di destra, una politica capace di vivere in un sistema bipolare, una normale democrazia europea e una normale sinistra e destra europea, capaci di rispettarsi e legittimarsi a vicenda e di ascoltare fino in fondo il richiamo pressante del Capo dello Stato. O si seguirà questa strada o si dimostrerà che l'Italia non è un paese maturo per il bipolarismo perché considera il confronto politico tra i popoli come una rissa perenne, muro contro muro.


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Credo che l'Italia sia matura e che sia disgustata dalle risse. Credo, invece, che la classe dirigente politica debba diventare più matura!
Molti in questa sede hanno contribuito, negli anni settanta e ottanta, alla sconfitta di un terrorismo ben più pericoloso, perché sostenuto dalla guerra fredda e da un'ideologia leninista ancora viva. Soltanto una politica inetta e imbarbarita può oggi fare il gioco di un terrorismo sopravvissuto al suo retroterra internazionale e ideologico, sopravvissuto a se stesso.
Siamo certo in tempo, ma se il Capo del Governo delegittima il sindacato e sottovaluta il Parlamento, non aiuta la democrazia; corrode i pilastri della nostra democrazia ed anche il consenso elettorale del suo esecutivo perché, signor Presidente, gli italiani vogliono essere governati, non vogliono essere comandati (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Comunisti italiani)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.

LAURA CIMA. Signor Presidente, ci troviamo in questa sede, a tardissima ora, non per sostituire il tavolo di confronto che è saltato per le responsabilità soprattutto del Governo, per le dichiarazioni deliranti di due suoi ministri, ma anche per quanto il Presidente del Consiglio ha oggi nuovamente affermato.
Non voglio ripetere le citazioni che sono state già abbondantemente ricordate dai colleghi. Vorrei, però, rilevare che stiamo assistendo ad un gioco molto pericoloso delle parti, all'interno del Governo, perché le parole in libertà di due ministri, che non sono stati sconfessati (sono stati costretti a blande rettifiche), in realtà hanno poi portato ad un comportamento irresponsabile del Presidente del Consiglio che ha dato un ennesimo schiaffo al Parlamento, non presentandosi in questa sede e preferendo, ancora una volta, una conferenza stampa dove ha usato i suoi toni di arroganza e di autoritarismo, anziché l'autorevolezza che vogliamo provenga da un Presidente del Consiglio che, nel momento in cui è stato eletto dal gioco della democrazia, dal voto e dal consenso popolare, è di tutti. Il Presidente del Consiglio si è sottratto a questa responsabilità.
Questo Governo, troppe volte, ha usato questo Parlamento per imporre provvedimenti blindati, senza accettare il gioco democratico delle parti tra maggioranza e opposizione e non ha permesso che i provvedimenti approvati in questa sede portassero il contributo costruttivo che l'opposizione ha sempre tentato di apportare in quest'aula. Credo che il gruppo dei Verdi si sia distinto nel corso di quest'anno proprio per le responsabilità.
I Verdi hanno partecipato convintamente alla manifestazione svoltasi sabato; una manifestazione forte, gioiosa, piena di vita, che ha avuto uno spazio persino per i no global, per i centri sociali che hanno avuto l'opportunità di manifestare pacificamente, con le loro parole d'ordine, perché in essa vi era spazio per tutti coloro che volevano portare avanti un discorso democratico di opposizione, con il giusto gioco tra istituzioni e piazze, tra Governo ed opposizione che il nostro Presidente del Consiglio non riconosce.
È molto grave quello che è successo e le parole e i toni cauti, ed anche rispettosi, che ho sentito in quest'aula da parte del ministro Giovanardi e da altri colleghi non possono riparare e ricucire questo strappo. Purtroppo il Presidente del Consiglio lo ha riaffermato ancora nel corso della sua conferenza stampa.
Il gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo da sempre - è una ragione fondante della loro esistenza - pratica la non violenza: siamo ovviamente contro qualsiasi manifestazione di violenza. Abbiamo votato contro la guerra a maggioranza in questo Parlamento. Non tolleriamo quindi il terrorismo in Italia e in nessuna parte del mondo. Ci battiamo continuamente in questo senso. Per fare ciò, abbiamo bisogno di avere interlocutori validi ed autorevoli e questo Governo, signor Presidente, signor ministro, non lo sono proprio in questo momento. Gli italiani se ne stanno


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accorgendo fino in fondo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo e di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. È così esaurita l'informativa urgente sulle recenti dichiarazioni di esponenti del Governo in ordine alla manifestazione indetta dalla CGIL.

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