Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 123 del 26/3/2002
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(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 1579)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.

LAPO PISTELLI. Signor presidente, sono consapevole che le circostanze inducono


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ad una sinteticità telegrafica anche se spero che non sfugga a nessuno dei colleghi componenti l'Assemblea che siamo dinanzi ad un atto di enorme importanza. Possiamo scherzare con tutto e prenderci in giro ma se affrontiamo anche atti di questo genere come se si trattasse dello svolgimento di interrogazioni abbiamo sbagliato il posto, la sede e l'ambito (Applausi di deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania).
Sono rispettoso del calendario però voglio dire che quando il Presidente Amato si recò a Nizza per negoziare ciò che poi è uscito da quella conferenza (il Trattato oggi all'esame della nostra ratifica), con un mandato molto ampio e ricco di speranze e di attese, all'indomani di quel vertice ci fu chi disse che non era stato fatto un grande balzo in avanti ma che comunque si facevano dei significativi passi in avanti. Le impostazioni più coraggiose e più federaliste rimasero deluse. In realtà, devo dire, soprattutto alla luce degli eventi che sono occorsi dopo Nizza, che se oggi possiamo discutere dei possibili frutti del lavoro della Convenzione, insediatasi il 28 febbraio scorso, ciò è possibile grazie alla base posta dal Trattato di Nizza. Dunque, all'indomani di quel trattato vi furono voci e giudizi di grande delusione; oggi, in realtà, dobbiamo prendere atto che quella è la base che permette di sperare che il prossimo anno sarà un anno decisivo per le sorti dell'allargamento dell'Europa, della sua integrazione politica, della nascita di una vera e propria politica estera e di difesa comune. Tutto questo è possibile grazie ai compromessi raggiunti a Nizza.
Voglio utilizzare i prossimi ed ultimi 30 secondi, però, per chiedere una cosa al Governo, qui rappresentato, ed al Presidente della Camera in modo esplicito e formale. Signor Presidente, questa Camera ha svolto un interessante e solenne dibattito alla sua presenza, alla presenza del Presidente del Senato, Marcello Pera ed alla presenza del Capo dello Stato, per dare un grande «abbraccio politico» al Governo che si recava al vertice di Laeken nella speranza che quel vertice fosse davvero la tappa che tutti speravamo: l'apertura di una nuova stagione europea. Il vertice di Laeken ha dato risultati positivi; la Convenzione si è insediata il 28 febbraio scorso.
Ebbene, signor Presidente, lo dico a lei, nonché, se mi ascolta, al ministro per le politiche comunitarie: siamo in una situazione paradossale, in quanto i membri che il Parlamento ha inviato alla Convenzione sono, ad oggi, privi di un mandato discusso dal Parlamento stesso. Il dibattito su quale Costituzione europea possa scaturire dalla Convenzione è stato un tema che ha diviso la maggioranza e che ha costretto il Capo dello Stato a convocare un vertice per avere rassicurazioni formali e politiche sulla continuità della nostra politica estera e della nostra politica europea, che ha una lunga e gloriosa tradizione.
Credo che sia il minimo, mentre ci apprestiamo a ratificare il Trattato di Nizza, chiedere al Governo ed a lei, signor Presidente, di sollecitare lo svolgimento, nei modi e con la solennità dovuta, di un dibattito alla Camera ed al Senato che dia ai nostri stimatissimi colleghi, che rappresentano il Parlamento ed il Governo alla Convenzione, un mandato chiaro e vincolante sui nodi che la conclusione del vertice di Laeken ha assegnato a quella stessa Convenzione. Non si è lì in nome di un curriculum o di un prestigio personale, bensì a rappresentare il Governo ed il Parlamento del paese, ed il Parlamento esige - lo ripeto, esige - che questo mandato sia discusso con la solennità e con i modi che gli competono.
Fedeli ad un'impostazione che europeista è da sempre, confermiamo il voto favorevole alla ratifica del trattato di Nizza dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, intervengo solo per annunciare il voto


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favorevole dei deputati del gruppo dell'UDC (CCD-CDU) alla ratifica del Trattato di Nizza. Chiedo inoltre l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna della mia dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza senz'altro.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rivolta. Ne ha facoltà.

DARIO RIVOLTA. Signor Presidente, anch'io chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna della mia dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza senz'altro.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Spini. Ne ha facoltà.

VALDO SPINI. Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, chi vi parla è per l'appunto uno di quei parlamentari che è stato investito del mandato di partecipare alla Convenzione europea, e proprio per questo credo che non possiamo farci in qualche modo intimidire dal fatto che sono le 9 di sera, ma dobbiamo dare a questo dibattito il tempo che è necessario. Sarà anche questa una prova di europeismo.
Ebbene, care colleghe e cari colleghi, noi democratici di sinistra votiamo sì, un sì convinto, sincero, trasparente. Non siamo tra coloro che quando pensano all'Europa pensano a forcolandia; pensiamo, invece, ad un'Europa unita nella battaglia contro la mafia, contro la camorra, contro il terrorismo, per una collaborazione sul tema dell'immigrazione; pensiamo ad un paese pacifico e di cooperazione. Non siamo tra coloro che pensano o parlano dell'unione sovietica europea, bensì siamo tra coloro che vedono un'Europa che si sviluppa con principi federalisti, che è capace di estendere la sua democrazia e la sua capacità di partecipazione. Pensiamo ad una grande impresa democratica, ad una ripresa democratica.
Tempo fa, in un articolo di Barbara Spinelli sul quotidiano La Stampa - articolo a mio parere molto bello - si metteva in evidenza come dietro i discorsi di tanti tra coloro che sostengono la necessità, da parte degli stati nazionali, di riprendersi i propri poteri, vi sia in realtà un deficit di analisi, l'illusione di potersi riprendere poteri che sono già a livello europeo e che invece dobbiamo essere in grado di controllare democraticamente e dei quali dobbiamo riappropriarci, appunto, a livello europeo.
Ecco allora le sfide (dico questo anche per rispondere al bel discorso svolto dall'onorevole Pistelli): la prima sfida è riappropriarci, attraverso tale processo, di una capacità di influenza democratica su ciò che avviene a livello europeo. Ma vi è una seconda sfida: Giscard d'Estaing, nel suo discorso di insediamento, ha detto che tra altri 25 anni il mondo avrà un nuovo soggetto politico a tutto tondo, l'Europa. Ve ne è un gran bisogno negli equilibri mondiali. Ecco allora perché è effettivamente giusto che si cominci a riflettere, da parte italiana, su quale soluzione si debba dare al problema della Presidenza di turno del Consiglio europeo, a quale soluzione si debba dare, così come hanno già fatto ad esempio i tedeschi, ai poteri della Commissione, a quale architettura istituzionale si voglia portare avanti.
Vorrei integrare questo intervento rivolgendomi proprio al Presidente della Camera per rendere nota questa informazione. La Convenzione sta vivendo un periodo di ascolto; è previsto che questo ascolto sia europeo ed è anche previsto che ogni nazione organizzi un ascolto sul piano nazionale. Chi meglio delle Camere è in grado di organizzare questo dato? Credo che proprio le Camere, in quanto costituite dall'insieme dei rappresentanti dei cittadini - lo diceva bene anche l'onorevole Beatrice Magnolfi - debbano essere in grado di organizzare questo momento.
Certamente, voteremo a favore della ratifica del trattato di Nizza molto più volentieri perché - come ha detto l'onorevole Rognoni - questo è, forse, l'ultimo trattato ad essere elaborato con la tecnica


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intergovernativa. Il Trattato di Nizza è stato, infatti, elaborato e portato ad una Conferenza intergovernativa nell'ambito di un rapporto fra governi, ma la novità della Convenzione è che, pur redigendo un documento nella Conferenza intergovernativa, esso è la risultante di una strana assemblea costituita dai membri dei Parlamenti nazionali ed europei, dai rappresentanti dei governi e dagli osservatori delle regioni. Tali soggetti, tutti insieme, devono provocare un fatto nuovo, una capacità di riappropriazione di quello che sarà un vero e proprio trattato costituzionale. Ciò è stato ribadito anche nella seduta di insediamento.
Se così è, credo veramente che questo tema debba essere preso molto sul serio dal nostro Parlamento. Vi è una grande possibilità: stavolta si partecipa più di prima, più di quando vi erano solo i governi. Certo, se l'idea di partecipare più di prima viene presa (così come accade oggi) come una specie di corsa al cronometro verso l'obiettivo finale, care colleghe e colleghi, noi non svolgiamo positivamente il nostro ruolo ed il nostro mandato nei confronti degli elettori.
Il voto a favore della ratifica del trattato di Nizza era molto atteso - lo devo dire - nella Convenzione europea. Il fatto di svolgere i lavori della Convenzione, avendo ottemperato alla ratifica dei trattati (voi sapete che vi è ancora un problema irlandese, ma certamente il fatto che l'Italia abbia portato a termine questo punto rende la situazione più forte) è certamente importante.
Vorrei anche dire che, votando per l'Europa, sappiamo di votare per il riformismo. Certamente, speriamo di poter inserire nella Carta costituzionale la Carta dei diritti che già è stata elaborata positivamente; votiamo per un ruolo di pace e di cooperazione dell'Europa nel mondo attraverso un rafforzamento e, contemporaneamente, una democratizzazione delle sue strutture e votiamo per una difesa non statica ma dinamica del nostro modello sociale. A tal proposito, effettivamente, dobbiamo dire che vi è una grande tradizione italiana e lo dico volentieri in quest'aula. Mi riferisco, certo, alla tradizione di De Gasperi, di Spinelli...

ALFREDO BIONDI. Martino!

VALDO SPINI. Tuttavia, siccome non sono stato un uomo di servo encomio mi posso anche permettere di ricordare un altro episodio: il voto del 1985, quando Bettino Craxi era Presidente di turno, che poi aprì la strada per l'Atto unico europeo e determinò un grande salto di qualità verso la costruzione dell'Europa. Questa è storia ed è giusto che sia ricordata.
Allora, colleghi del Governo, vedo con piacere i colleghi con cui in passato ci siamo trovati insieme in tante battaglie europeiste; inviterei, però, gli europeisti del Governo a darsi una mossa e a avere un po' più di grinta. Non è giusto e non è pensabile, infatti, che si possa utilizzare questa specie di teoria delle doppie verità e cioè che si possano dire le cose più inverosimili e poi affermare che si tratta di colore e di carattere: ciò indebolisce l'Europa. Dirò, francamente, che a volte si ricevono richieste di interviste, anche a livello internazionale, e ci si sente chiedere se il fatto che il tale partito abbia detto una determinata cosa significhi che sta uscendo dal Governo. A tali domande si deve rispondere che si tratta di rumore; ma questo non è serio.
Allora, nel momento in cui ci apprestiamo a votare, vorrei rivolgere a tutti un meditato invito a votare con grande sincerità. Chi vota «sì», vota «sì» e chi, invece, parla di «forcolandia» e così via, abbia il coraggio civile di distinguersi e di dissentire. Tuttavia, oggi in quest'aula vi deve essere un mandato chiaro del Parlamento italiano al Governo italiano per proseguire con forza e con coerenza su una politica europeistica che è la sola che può portare al progresso civile e sociale del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.


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RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, parlerò tutto il tempo che mi è assegnato dal regolamento e credo che sarebbe ora di smettere di discutere dei trattati in questo modo dando fiato, poi, alla tromba della retorica, sempre, quando se ne parla fuori da quest'aula.
Noi, per giunta, riteniamo di dover prendere la parola e di dichiarare il nostro voto perché saremo l'unico gruppo ad esprimere un voto contrario alla ratifica di questo Trattato. Se non vi fossero altri motivi, chiedo alle colleghe ed ai colleghi di avere la pazienza sufficiente per ascoltare le uniche ragioni contrarie alla ratifica di questo Trattato.
Parlavo di retorica ed infatti la retorica è tanta, tantissima quando si parla dell'Unione europea, direttamente proporzionale alla pochezza democratica di questa Unione europea, direttamente proporzionale all'insussistenza politica di questa Unione europea. Non sarà aumentando il volume della retorica che si riuscirà a colmare questo deficit democratico e politico.
L'Unione europea oggi è sostanzialmente la Commissione, è costituita dai vertici che si tengono periodicamente. Il Parlamento europeo - lo ha ricordato anche l'onorevole Selva nella sua relazione durante la discussione sulle linee generali - è chiamato in alcuni casi, e non in tutti, a codecidere. Ma chi domina e decide l'ordine del giorno e l'iter da seguire è la Commissione, sono i vertici intergovernativi. Per giunta, l'Unione europea è dominata da qualcuno che sta dietro le quinte.
Vorrei ricordare a qualcuno, se qualcuno vi ha assistito, un episodio: il Presidente della Commissione, l'onorevole Prodi, che rispondeva imbarazzatissimo ad una documentata giornalista che gli contestava il fatto che nelle delibere della Commissione europea firmate da lui erano contenute integralmente le indicazioni che una lobby comprendente tutte le principali società multinazionali con sede a Bruxelles aveva elaborato qualche settimana prima che fossero promulgate dalla Commissione. Pagine, pagine, pagine che si sono trasferite direttamente dai consigli di amministrazione di quelle società multinazionali nelle delibere della Commissione europea. Forse è per questo che l'onorevole Prodi, nella veste di Presidente della Commissione, va bene sia all'Ulivo, sia al Polo. Forse è per questo che va bene così anche l'onorevole Monti, forse è per questo che vi è questa adunata (che mi puzza di interessi) che dà vita a quello che voi chiamate un atteggiamento bipartisan e che, in realtà, nasconde l'eclissi della politica perché destra e sinistra dovrebbero dar vita, su una vicenda come quella riguardante il futuro dell'Unione europea, a progetti ben distinti e ben alternativi fra di loro.
Noi, colleghe e colleghi, siamo contrari a questo Trattato per la pochezza democratica, perché non si sono fatti passi in avanti sostanziali nel processo di assegnazione al Parlamento di poteri reali e, al contrario, si sono dati ulteriori poteri di fatto alle tecnocrazie che dominano la costruzione dell'Unione europea. Noi siamo contrari perché il sistema che è stato previsto per contrattare - perché di questo si tratta - l'allargamento ai tanti paesi dell'est europeo candidati ha imposto a quei paesi misure draconiane che hanno provocato gravissimi danni sociali a quei paesi: privatizzazioni, delocalizzazioni di industrie italiane in quei paesi, però senza pagare tasse e pagando agli operai ed ai lavoratori di quei paesi stipendi che fanno inorridire (50 euro al mese, 100-120 mila lire al mese). Questi paesi sono cooptati all'interno di un'Unione europea dopo essere stati ridotti sul lastrico e dopo essere stati deprivati di qualsiasi sovranità, dopo essere stati trattati come vassalli. Non è in questo modo che si può costruire un'Unione europea che possa avere una funzione propria dal punto di vista di una missione propria nel mondo.
Vorrei ricordare che sull'Unione europea e sul processo che accompagna il Trattato di Nizza vi è un giudizio nostro assolutamente negativo, anche sulla Carta dei diritti: una Carta dei diritti che, per fortuna, non è entrata a far parte del Trattato. Vorrei ricordare alle tante colleghe


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e ai tanti colleghi del centrosinistra che noi, in occasione di quel dibattito, dicemmo che in questa Carta dei diritti si parla dello sciopero come di qualcosa sostanzialmente corporativo e cioè si nega la possibilità che si potesse fare uno sciopero politico.
Le polemiche di queste ore dovrebbero indurre ad una qualche autocritica quelli che salutarono quella Carta dei diritti come un avanzamento democratico: non lo fu e non lo è. Oggi, c'è qualcuno che impugna quelle stesse armi per tentare di cancellare la capacità e il protagonismo dei lavoratori organizzati nei loro sindacati, anche dal punto di vista politico, perché questa è la democrazia. Infatti, la società non è fatta solo di individui, non è una società solo automatizzata ma organizzata anche in classi, una società che dà ragione e dà conto nelle rappresentanze politiche anche di ben precisi interessi.
Tuttavia, a qualcuno stanno a cuore solo alcuni interessi e non altri, e questi signori vogliono cancellare la rappresentanza sindacale - e, domani, anche politica - dei lavoratori. Colleghe e colleghi, noi siamo contrari a questo Trattato perché è stato accompagnato, preceduto e seguito da un vero snaturamento di quella che avrebbe potuto essere un'Europa con una propria missione di pace nel mondo, per il fatto che c'è la guerra. Infatti, il nuovo modello di difesa che si va imponendo in questa Europa e che è anche contenuto per accenni nel Trattato di Nizza parla non già di una difesa europea, ma di una forza di pronto intervento, che intervenga come gamba europea della Nato e delle iniziative militari degli Stati Uniti d'America.
Qui c'è l'eclissi non la costruzione dell'Europa e, per quanta retorica si faccia, non di Europa bisognerebbe parlare, ma di mercato liberalizzato europeo o - per meglio dire, come piacerebbe a Tony Blair - del mercato transatlantico, di un'unificazione più vasta che cancelli politicamente questo continente dalla faccia della terra.
Care colleghe e cari colleghi, noi esprimeremo un voto contrario per un motivo definitivo, cioè vorremmo un'Europa diversa. È troppo facile che qualcuno ci venga a rimproverare che abbiamo una posizione antieuropea: no, non abbiamo una posizione antieuropea e potremmo rimandare al mittente questa accusa perché chi si fa servo delle intenzioni e delle iniziative militari degli Stati Uniti, chi si fa servo delle società multinazionali, chi non costruisce nulla di democratico, va incontro a qualcos'altro ben diverso dalla costruzione europea.
Avete costruito un grande mercato ma non avete un popolo europeo: non potete dire che avete fatto l'Europa e adesso farete gli europei perché quello che avete prodotto con questa politica dissennata liberista sono i localismi, i razzismi, le xenofobie, i particolarismi, che furoreggiano anche dentro quest'aula e che hanno intriso moltissimo il dibattito avvenuto anche su altri temi.
Colleghe e colleghi, questi sono i motivi per i quali esprimeremo un voto contrario e per i quali andammo a Nizza a protestare contro quel vertice, insieme a tante lavoratrici, tanti lavoratori e giovani del movimento contro la globalizzazione (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cè. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO CÈ. Signor Presidente, vista l'importanza dell'argomento dovrò chiedere ai colleghi di avere un po' di pazienza perché la Lega nord Padania spesso è stata attaccata su questo tema. Onorevole Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli deputati, la Lega nord Padania esprimerà un voto favorevole alla ratifica del Trattato di Nizza. Si tratta di una scelta che conferma il nostro orientamento favorevole al processo di integrazione europea, che riteniamo importante per un futuro di pace e di prosperità nel nostro continente.
Riteniamo altresì doveroso ribadire quelli che, a nostro parere, rappresentano gli aspetti più negativi dell'attuale costruzione


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europea. L'odierna comunità, più che un modello di Stato federale, è, nella versione politica promossa dalla sinistra europea, un modello di super Stato, livellatore di tutte le diversità e delle diverse realtà storiche presenti nel nostro continente, un super Stato che è unicamente una variante di scala rispetto allo Stato-nazione.
Secondo le intenzioni della sinistra, l'Europa dovrebbe originarsi da un processo costituzionale identico a quello che ha portato alla costituzione dello Stato-nazione ottocentesco, attraverso il trasferimento sistematico dei poteri dalla periferia al centro. Dunque, un modello gerarchico che riproduce l'ideologia statalista, sospinto da una concezione elitaria e giacobina, secondo la quale il disegno di pochi dovrebbe razionalmente imporsi sulla storia, sulle tradizioni e sui popoli. Un disegno che utilizza il monetarismo, la moderna religione dei banchieri, come collante e come strumento di progressiva obbligazione all'integrazione politica.
Con l'entrata in vigore dell'euro si è esaurita la prima fase, vale a dire quella nella quale si sosteneva che è la moneta che fa la politica e sta scattando la seconda fase, con il nuovo slogan giacobino: è il super Stato europeo che fa l'Europa. In questa seconda fase, estrinsecano maggiormente i propri effetti il positivismo filosofico e, in particolare, il positivismo giuridico della sinistra europea, secondo il quale il diritto può sancire la legalità anche indipendentemente dalla legittimazione popolare.
Il mandato di cattura europeo, le norme invasive nel comparto agroalimentare, il tentativo di rendere lecita la detenzione di un quantitativo minimo di materiale pedopornografico, rappresentano in modo evidente gli obiettivi di questa filosofia, che vuole imporre modelli comportamentali, scelte di vita e codici etici in assoluto contrasto con gli ordinamenti giuridici e con la civiltà dei singoli popoli europei.
Questo modo di procedere ingenera il rifiuto dell'integrazione da parte dei cittadini europei, sempre più consci dell'enorme distanza ed estraneità dei centri di potere rispetto alla loro realtà quotidiana.
L'attuale Comunità europea è caratterizzata, anche, da un deficit democratico delle istituzioni, con un Parlamento europeo con limitati poteri e una Commissione composta da tecnocrati non eletti, che hanno al contrario un potere spropositato. Esiste, inoltre, un eccesso di burocrazia che si esplicita attraverso migliaia di direttive bizantine, che non tengono conto delle esigenze peculiari dei singoli territori.
Il Trattato di Nizza rappresenta l'ultimo anello della strategia unionista della sinistra europea. Prima si è determinato allargamento ai paesi dell'est, successivamente, è l'allargamento stesso che, a cascata, postula una modifica della struttura costituzionale, espressa nel passaggio dal voto all'unanimità a quello a maggioranza.
Il superamento del voto all'unanimità è stato strenuamente sostenuto dal Presidente Prodi, senza spendere una sola parola sulla questione democratica di fondo, vale a dire su quale forma costituzionale si intende assumere per l'Europa: se quella di unione di Stati o quella di super Stato. In realtà, se ne è fatta solo una questione funzionale, quasi a voler sgombrare il campo da tutti i vecchi ostacoli politici e da tutti gli strumenti democratici, cioè i veti e i voti considerati ormai obsoleti, al fine di consentire ai tecnoburocrati di guidare più speditamente la macchina europea.
L'estensione del voto a maggioranza qualificata, prevista dal Trattato, impone alla sovranità nazionale limitazioni non sempre condivisibili. In particolare, per quanto riguarda lo statuto e il finanziamento dei partiti politici a livello europeo, gli accordi internazionali nel settore del commercio dei servizi e della proprietà intellettuale, la politica industriale, la circolazione dei cittadini degli Stati terzi, soggetti a visto all'interno della Comunità. Si tratta di materie sulle quali avremmo preferito fosse mantenuto il voto all'unanimità, vista la grande rilevanza che le decisioni in questi settori hanno sulla vita


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economica, sociale e politica dei singoli Stati membri. Ciò almeno fino a quando l'architettura costituzionale e istituzionale dell'Unione europea non fornirà maggiori garanzie di democraticità.
Ci rendiamo ugualmente conto che sarebbe irrealistico e politicamente controproducente esprimere giudizi definitivi sui processi politici in atto.
Siamo convinti che, allorché il processo di allargamento ripartirà dopo l'avvenuta ratifica del Trattato di Nizza da parte di tutti i paesi della Comunità europea, compresa la reticente Irlanda, occorrerà mettere in campo nuovi e più ragionati meccanismi politici, per consentire un futuro concreto e positivo all'Europa, non essendo sufficiente il solo passaggio al voto a maggioranza qualificata.
La ratifica del Trattato di Nizza rappresenta, pertanto, un momento interlocutorio anche in relazione al lavoro di complessiva rielaborazione dell'architettura costituzionale e istituzionale e dei fini da perseguire, demandato alla Convenzione europea. I quattro punti principali sui quali si dovrà concentrare il lavoro della Convenzione (la semplificazione dei trattati; l'applicazione corretta del principio di sussidiarietà, con separazione chiara di competenze fra Europa e Stati; la partecipazione dei Parlamenti nazionali al processo di elaborazione normativa e lo status della Carta dei diritti) rimettono al centro i problemi cardine sui quali si gioca il futuro dell'Europa.
Prima di prospettare pericolose fughe in avanti, occorre che su questi temi si raggiunga un'intesa che abbia come coordinate il rispetto dei popoli e l'aumento del tasso di democraticità delle istituzioni europee. Noi siamo per un'Europa in cui venga garantito il rispetto del principio democratico fondamentale, secondo cui il potere promana dai cittadini verso le istituzioni. La storia ci insegna che possono esistere Stati senza democrazia, ma che non esiste democrazia senza Stati.
Pertanto, la nostra idea di Europa è contrapposta a quella unionista di super Stato proposta dalla sinistra; il modello dell'unione degli Stati d'Europa che noi proponiamo supera la vecchia logica dei trattati e si basa essenzialmente sulla formula: confederazione più devoluzione. La struttura originaria dello Stato-nazione non viene azzerata ma modificata attraverso la cessione di quote di potere tanto verso l'alto quanto verso il basso. L'Europa che vogliamo non è l'Europa pianificata ed omologata della sinistra, ma l'Europa dei popoli e della tradizione umanistica cristiana e liberale.
Per raggiungere queste finalità, solleciteremo un ruolo più incisivo dell'Italia nell'attuale processo costituente dell'Unione europea sia attraverso una più attiva partecipazione del Parlamento nazionale sia con un mandato preciso ai rappresentanti nominati dall'Italia all'interno della Convenzione europea. Alcuni obiettivi devono essere, infatti, perseguiti con tenacia dai nostri rappresentanti. Innanzitutto, penso ad una corretta applicazione del principio di sussidiarietà nell'assoluto rispetto delle sovranità nazionali e con l'abolizione dei poteri impliciti previsti all'articolo 308 dei trattati, la cui applicazione ha consentito un accentramento in proprio di poteri a livello europeo. In secondo luogo, la riforma delle istituzioni comunitarie deve essere congiunta all'introduzione di meccanismi che consentano una maggiore partecipazione alla fase ascendente del processo di formazione normativa da parte dei Parlamenti nazionali.
La definizione dello status della Carta dei diritti proclamata a Nizza deve essere l'occasione per riaprire la discussione su aspetti a nostro parere problematici. Nel caso in cui si voglia fare di questa Carta dei diritti un preambolo alla futura Costituzione europea, essa dovrà comunque essere sottoposta al vaglio dei popoli della Comunità europea. A questo proposito è iniziato l'iter parlamentare della nostra proposta di legge di modifica dell'articolo 11 della Costituzione italiana, nella quale prevediamo che ulteriori limitazioni di sovranità del nostro paese siano approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera e dal corpo elettorale mediante referendum.


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Crediamo che sulla nostra proposta ci possa essere ampia convergenza da parte di tutte le forze parlamentari; abbiamo già raccolto questa disponibilità da parte di molti esponenti della Casa delle libertà, ma abbiamo ascoltato con soddisfazione anche l'opinione favorevole da parte dell'ex Presidente del Consiglio dei ministri ed attuale Vicepresidente della Convenzione europea, Giuliano Amato.

PRESIDENTE. Onorevole Cè, la invito a concludere.

ALESSANDRO CÈ. Concludo, signor Presidente.
Questo ci fa molto piacere anche perché dimostra che anche chi, sino a ieri, sosteneva l'elitarismo ne sta constatando i limiti. Il referendum si dimostrerà uno strumento indispensabile, anche per svolgere la funzione di informazione presso l'opinione pubblica che, purtroppo, fino ad oggi è mancata.
Il nostro voto favorevole è, pertanto, una testimonianza di Realpolitik e non un'adesione alla visione acritica ed ingenuamente euforica che contraddistingue anche frange minoritarie della maggioranza.
Siamo convinti che l'Italia, con il Governo della Casa delle libertà, saprà farsi valere in Europa, dando un'impronta nuova al processo di integrazione, portando in Europa più libertà, più diritti per le persone e per i popoli, e più democrazia nelle istituzioni. A questo fine, non sarà indifferente l'evoluzione del quadro politico nei singoli paesi comunitari, che sembra prefigurare una predominanza di forze liberaldemocratiche nei futuri equilibri politici a livello europeo. Anche su questo buon auspicio si basa il nostro ottimismo (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.

LAURA CIMA. Signor Presidente, è veramente un peccato che lei, assieme alla Conferenza dei presidenti di gruppo, abbia deciso di relegare questo dibattito alla fine di questa giornata molto complessa e, quindi, abbia indotto molti gruppi a non fare la propria dichiarazione di voto e a iniziare un dibattito che, nelle premesse di chi ha parlato, poteva essere un importante momento di confronto per capire che cosa sta maturando nella nostra delegazione in vista della Convenzione. Il collega che mi ha preceduto diceva che occorre un mandato preciso alla nostra delegazione. Mi chiedo quando questo mandato verrà espresso dal nostro Parlamento per trasformare quella che ora non è una delegazione italiana, perché presenta troppe posizioni diversificate, che non si ritrovano in un mandato politico preciso: evidentemente, è un vero peccato, se anche quest'occasione sta andando persa o parzialmente persa.
I Verdi si asterranno sul voto di ratifica per motivi molto chiari. Il Trattato di Nizza ha rappresentato il momento più basso del metodo dell'intergovernabilità. Questo trattato, preparato appunto solo dai governi, con il deficit di democrazia che anche altri colleghi hanno denunciato nel corso del dibattito, non ha risolto nessuno dei tre leftover di Amsterdam, che erano necessari per affrontare il problema dell'allargamento o della riunificazione, come vogliamo chiamarlo. Infatti, il trattato non estende in modo significativo il voto a maggioranza nel Consiglio, non aumenta i poteri del Parlamento europeo e neanche il ruolo di governo della Commissione. L'unica cosa che riesce a fare, dopo i conflitti inenarrabili a cui abbiamo assistito, è di mettere ordine sul numero dei deputati e dei commissari dopo l'ampliamento. Questo, peraltro, si poteva tranquillamente fare anche con degli accordi bilaterali con ognuno dei nuovi paesi, come già fu fatto al momento dell'ampliamento ad Austria, Svizzera e Finlandia. Quindi, non è vero che per l'ampliamento è necessario ratificare il Trattato di Nizza e la dimostrazione viene proprio dal fatto che hanno acquisito molta più importanza i due atti collaterali al trattato: la dichiarazione dei diritti e la


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dichiarazione sul futuro dell'Europa. Quest'ultima dichiarazione che si è resa necessaria proprio per la pochezza del trattato, ha portato prima al vertice Laeken e, successivamente, alla Convenzione, che ha riaperto quelle speranze, per chi crede in un'Europa dei popoli e non solo dei mercati, che il Trattato di Nizza aveva miseramente fatto crollare.
Proprio il metodo usato per la Carta dei diritti, che è stata scritta a varie mani, non solo dai Governi, ma dal Parlamento europeo, dai parlamenti nazionali, dai governi e dalla Commissione, è quello che si sta affermando. Quindi, la storia va avanti, al di là delle cadute che il Trattato di Nizza ha rappresentato. Questo è anche un consiglio e un'attenzione che la nostra delegazione e i suoi rappresentanti più autorevoli dovrebbero tenere in conto.
Per esempio, le ultime dichiarazioni del Vicepresidente del Consiglio Fini sembrano, infatti, andare verso questa antistorica direzione, cioè quella diretta a potenziare il rapporto intergovernativo. Questo porterebbe il Governo italiano ad assumere una posizione gravemente errata, che confuterebbebe la nostra storia, la nostra tradizione, ma anche la stessa posizione dell'esecutivo portata avanti sino a quando Renato Ruggiero ha ricoperto la carica di Ministro degli affari esteri.
La valutazione dei Verdi italiani - e, ovviamente, dei Verdi europei - su Nizza é diffusa; nell'ambito delle audizioni sul futuro dell'Europa portate avanti dal Parlamento, autorevoli intervenuti hanno confermato la necessità di ricordare che l'Unione europea ha una doppia legittimità. Si tratta di un'unione di Stati, di governi e di popoli. Peccato che, proprio il Trattato di Nizza - per questo miseramente fallito -, ha recepito solamente il fatto che l'Unione europea è costituita da Stati e da governi.
Comunque, nonostante ciò, la dichiarazione sul futuro dell'Europa e il metodo inaugurato dalla Carta dei diritti hanno superato - la storia infatti va avanti al di là delle miserie, degli egoismi e degli Stati - questa visione egoistica, poco democratica e molto parziale che, purtroppo, alcuni autorevoli esponenti della nostra delegazione - mi pare - stiano portando avanti. Oggi sarebbe stata un'occasione molto importante per verificare queste posizioni. Mi dispiace molto, ad esempio, che i gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia non siano intervenuti e che, quindi, non si sia capito, nell'ambito delle dichiarazioni di voto, quali posizioni si stiano delineando nella conferenza in atto, al di là dell'unanimismo del tutto formale che nasconde diversissime posizioni e che è stato rotto da noi e dai colleghi di Rifondazione comunista.
L'unico articolo in qualche misura positivo e su cui nessuno si è soffermato durante il dibattito, approvato nel Trattato di Nizza è l'articolo 1, ovvero la sostituzione dell'articolo 7 del Trattato sull'Unione europea: su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento europeo o della Commissione, il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri, previo parere conforme del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro di uno o più principi costitutivi dell'Unione europea. È la prima volta che si affronta anche il problema del rischio. Credo siano state alcune influenti vicende - come quelle relativa ad Haider - a determinare questo articolo.
Anche in questo caso hanno ragione i colleghi intervenuti quando hanno affermato che, forse, sarebbe finalmente ora di chiarire se la posizione della sinistre a livello italiano ed europeo va nella direzione di riaffermazione del fatto che l'Europa deve essere un'Europa dei popoli e non solo un'Europa dei mercanti, e se la posizione delle destre va in un'altra direzione.
Nel suo intervento il collega Mantovani ricordava che, finora, l'Europa è stata spesso l'Europa delle lobby; un'Europa in cui le lobby hanno ottenuto moltissimo trattando direttamente con la Commissione. Ricordo anche che l'Europa è l'Europa delle banche, perché la Banca centrale


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europea ha più poteri del Parlamento europeo, dei parlamenti nazionali e degli stessi governi.
Ha un potere più ampio degli organismi politici perché può emanare regolamenti con valore erga omnes. Ciò la dice lunga su quanto è stato giustamente fatto rilevare in ordine ai vizi che l'Europa dei mercanti ha finora portato avanti.
Pertanto, è ora che, invece, si riaffermi l'Europa dei popoli, l'Europa dei cittadini, l'Europa che superi i vizi ed il deficit di democrazia che vi sono stati fino adesso, se l'Europa vuole veramente rispondere alle esigenze che, in particolare, dopo l'11 settembre...

PRESIDENTE. Onorevole Cima, ha esaurito il tempo a sua disposizione!

LAURA CIMA. ...pretenderebbero - e concludo signor Presidente - nel mondo un modello diverso, un modello di unione forte, ma anche di sussidiarietà e, quindi, un modello federale.
La parlamentarizzazione e la costituzionalizzazione dell'Europa, l'affermazione dell'Europa dei popoli, infatti, non può che passare attraverso un federalismo di cui, credo, che anche i colleghi della Lega dovrebbero farsi portatori (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.

GUSTAVO SELVA, Relatore. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Prego, presidente Selva.

GUSTAVO SELVA, Relatore. Signor Presidente, le chiedo un minuto per assolvere a due doveri.
Vorrei, in primo luogo, ringraziare tutti i partecipanti all'ampio dibattito che si è svolto in Commissione, anche quello ha avuto luogo ieri. Un ringraziamento particolare lo rivolgo all'onorevole Mantovani che ha avuto il coraggio di esprimere le sue idee, che non condivido dalla prima parola all'ultima, ma che è giusto, comunque, che le abbia espresse, e all'onorevole Cè che, forse, doveva essere ascoltato con maggiore attenzione perché, in effetti, doveva spiegare una cosa molto importante.
Vorrei poi fare un annuncio: vado incontro ai desideri espressi dagli onorevoli Lapo Pistelli, Cè e Valdo Spini, di seguire con maggiore attenzione, attraverso le nostre Commissioni e l'Assemblea, i lavori della Convenzione. Ebbene, ho il piacere di annunciare di avere già convocato per giovedì 11 del mese di aprile le Commissioni esteri della Camera e del Senato, nonché le Commissioni e la Giunta dell'Unione europea del Senato per la continuazione di quello che lei, signor Presidente, ed il Presidente del Senato avete voluto, ovvero un'indagine per il futuro dell'Europa.
Mi auguro soltanto, signor Presidente, che i partecipanti alle Commissioni siano più numerosi di quanto non lo siano stati fino ad ora; in tale modo ci potremmo scambiare le idee utili per costruire quella Europa che non deve essere fondata soltanto sulle parole, né sui principi, ma su atti politici importanti (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e della Lega nord Padania).

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