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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazione di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfonso Gianni. Ne ha facoltà.
ALFONSO GIANNI. Signor Presidente, esprimiamo un voto risolutamente contrario sul testo proposto dal Governo, per le motivazioni più volte richiamate nei vari interventi.
PRESIDENTE. Scusi, onorevole Alfonso Gianni. Onorevoli colleghi, voglio avvisarvi che dobbiamo procedere, per circa un'ora e mezza, a votazioni molto intense e ripetute. Per cui, vi prego di non abbandonare l'aula.
ALFONSO GIANNI. Devo ribadire il giudizio contrario del nostro gruppo alla conversione in legge di questo decreto-legge. Infatti, in questo provvedimento, il Governo esprime una foga acceleratoria per la realizzazione delle opere previste, al di fuori di ogni logica di pianificazione ambientale ed energetica, per non parlare del rispetto del territorio e dei suoi abitanti.
Questo decreto-legge nasce dal provvedimento per sbloccare la costruzione di centrali, ma poi subisce, da parte dello stesso Governo, modifiche aggiuntive che introducono temi del tutto diversi dalla natura originaria del medesimo provvedimento.
Si tratta di un decreto-legge che noi riteniamo persino anticostituzionale. Infatti, prima ancora che inutile e dannoso, è un mostro giuridico in contrasto con il nuovo articolo 117 della Costituzione che assegna espressamente la produzione di energia alla competenza della legislazione concorrente delle regioni: in pratica, ciò significa che non spetta al Governo disciplinare le procedure autorizzatorie delle centrali termoelettriche di qualsiasi potenza. Tale contrasto non è risolto né con le modifiche apportate al Senato né con i tavoli di concertazione Stato-regioni promossi dal ministero a misfatto compiuto. Stupisce - ma non più di tanto, visto che la logica del potere fa premio su tutto - che ad approvare questo provvedimento siano forze che si proclamano federaliste.
La ratio del decreto-legge è quella di evitare un imminente pericolo di interruzione nella fornitura di energia elettrica su tutto il territorio nazionale; sulla base di tale finalità, la costruzione e l'esercizio degli impianti di energia elettrica di potenza superiore a 300 megawatt termici, gli interventi di modifica e di potenziamento nonché le opere connesse e le
infrastrutture indispensabili all'esercizio degli stessi sono dichiarati opere di pubblica utilità e, in quanto tali, soggetti ad un'autorizzazione unica rilasciata dal Ministero delle attività produttive, d'intesa con la Conferenza Stato-regioni.
Come abbiamo già avuto modo di dire, non esiste un'emergenza nazionale né oggi né nel breve periodo: la riserva di capacità installata è più che sufficiente, se confrontata con gli altri paesi europei, specialmente inglesi e scandinavi, che hanno già liberalizzato completamente il mercato elettrico. La stessa interconnessione è tra le più sviluppate dell'Unione europea e consente flussi rapidi di energia tra i vari paesi, per cui l'allarmismo praticato in questi giorni dal Governo e dal gestore della rete nazionale è ingiustificato sul piano tecnico, economico e sociale.
In realtà, allora, il vero obiettivo del decreto-legge è quello di accelerare il processo di privatizzazione della produzione elettrica, come si può notare anche dagli articoli aggiuntivi presentati dal Governo e approvati dal Senato. Si tratta di un disegno strategico ben chiaro, ma fortemente contestabile da chi, come noi, non crede nei benefici della privatizzazione e della liberalizzazione totale del settore energetico. Nulla ha a che fare con il problema immediato di eventuali deficit di produzione elettrica nazionale che giustificherebbero il ricorso alla categoria delle opere di pubblica utilità. Così com'è, risulta poco credibile la motivazione legata alla liberalizzazione: favorire la concorrenza e, tramite questa, la riduzione dei prezzi dell'energia elettrica.
Signori del Governo, siamo contrari alla liberalizzazione: non è vero che l'affermazione di questo principio di mercato crea concorrenza e riduzione dei prezzi; anzi, possiamo dimostrare l'esatto contrario. Basta guardare a ciò che è avvenuto nei cosiddetti mercati liberalizzati nel settore dei prodotti petroliferi, delle assicurazioni e delle banche. Come ha rilevato l'antitrust, all'interno di questi settori le imprese che dovrebbero farsi concorrenza tra loro hanno realizzato cartelli finalizzati a frodare gli utenti e i consumatori: la liberalizzazione c'è stata, la concorrenza e la riduzione dei prezzi assolutamente no.
In questo settore, poi, ciò è ancora più difficile perché non disponiamo, come paese, di combustibili che alimentino le centrali italiane, ma siamo costretti ad importare prodotti petroliferi e loro derivati. La nostra dipendenza dall'estero è pressoché totale, visto che nei decenni scorsi, anziché investire in ricerca e sviluppo di fonti rinnovabili, è stata fatta la scelta del CIP6 per finanziare i privati che costruivano centrali. Abbiamo dimostrato che i costi di generazione sono lievemente comprimibili anche se si agisce sul terreno dell'innovazione tecnologica, inserendo nel nostro parco diverse centrali a turbogas: la differenza con i costi dell'energia prodotta ammonta al 35, 40 per cento rispetto al nucleare francese e al 30 per cento rispetto all'idroelettrico e al carbone tedesco.
Se si volesse effettivamente ridurre il prezzo dell'energia elettrica in Italia, basterebbe eliminare i costi derivanti dal profitto che versiamo alle imprese autoproduttrici tramite il CIP 6 o, meglio ancora, ridurre la tassazione fiscale che pesa notevolmente sulla bolletta energetica dei consumatori italiani. Un Governo che si è caratterizzato per le promesse elettorali - non mantenute - in direzione di una riduzione del carico fiscale dovrebbe dare un segnale e compiere un atto di coerenza, portando la tassazione sull'energia elettrica alla media europea. Invece, con questo decreto-legge immotivato sul piano tecnico e politico si continua in un'azione finalizzata ad ingrossare le tasche alle nuove imprese di proprietà dei soliti noti che costruiranno le centrali.
Vi è poi la parte più grave del provvedimento in esame, relativa alla cancellazione di diritti ambientali, democratici e sociali.
La normativa precedente prevedeva un ruolo degli enti locali, che partecipavano a pieno titolo alla Conferenza dei servizi, istituita per acquisire tutti i pareri ed i nulla osta necessari, senza i quali la procedura si bloccava, salvo l'intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio. L'autorizzazione
unica del Ministero delle attività produttive contenuta in questo decreto-legge, costituendo titolo a costruire e ad esercire l'impianto in conformità dal progetto approvato, sostituisce le autorizzazioni, le concessioni e gli atti di assenso comunque denominati previsti dalle norme vigenti, quindi, anche quelle ambientali. In tal senso, le modifiche apportate al Senato, relativamente al maggior coinvolgimento delle regioni, attenuano di ben poco - di troppo poco - la gravità del provvedimento, poiché l'efficacia della valutazione di impatto ambientale risulta molto ridimensionata. In altre parole, nonostante le modifiche introdotte, rimane la possibilità che un impianto possa superare la valutazione di impatto ambientale, visto che rispetta i parametri per l'immissione in atmosfera e la localizzazione delle infrastrutture connesse, ma è scomparso lo strumento che consente di valutare la sommatoria degli effetti dei diversi impianti che vengono autorizzati su un determinato territorio. Per la popolazione di un territorio poco importa sapere che i singoli impianti sono a norma, se poi la loro salute è minacciata dalla somma delle ciminiere che inquinano l'aria. Le stesse amministrazioni locali sono spogliate dei loro diritti di decidere sul territorio, visto che a loro è riservato un ruolo non vincolante e non obbligatorio nella Conferenza dei servizi.
Quindi, si tratta di un provvedimento che, a prescindere dalla filosofia di politica energetica nazionale che ad esso è sottesa, è palesemente illegittimo, inutile e dannoso per il paese, per i motivi che abbiamo ricordato anche nell'esposizione degli emendamenti. La sua ratio non è fondata, in quanto non è vero che per sopperire i presunti deficit di produttività energetica nel paese si debbano costruire centinaia di megacentrali, peraltro con tempi di realizzazione che, anche nella logica acceleratoria del decreto, non saranno inferiori ai due anni. È in contrasto con la normativa comunitaria sulla VIA e tale normativa, infatti, prevede espressamente che la procedura di VIA debba concludersi con un provvedimento distinto e precedente all'autorizzazione principale dell'opera.
Avviandomi alla conclusione, va detto che, anziché affrontare i problemi del consumo energetico delle conseguenze sull'impatto ambientale e l'inquinamento con l'elaborazione di un piano energetico nazionale, con questo decreto-legge si sceglie la strada più facile, quella che colloca la costruzione delle centrali elettriche nella categoria delle opere di pubblica utilità, sguainando la spada dell'esproprio legittimo e della cancellazione dei diritti dei cittadini e delle istituzioni che vivono la loro vita nelle aree di insediamento delle centrali. Anziché sviluppare un progetto di potenziamento delle fonti rinnovabili, si prospetta l'insediamento di grandi nuclei produttori di energia elettrica, senza nessun criterio sulla equilibrata distribuzione sul territorio del paese. Pertanto consideriamo e ribadiamo la nostra assoluta contrarietà a questo testo, che non risolve e neppure minimamente sfiora un tema che è invece fondamentale dal punto di vista del futuro energetico, economico e di vita delle popolazioni, cioè lo sviluppo della ricerca dell'utilizzo delle fonti rinnovabili e la valorizzazione del potere decisionale degli enti locali e della possibilità delle popolazioni di incidere sulle scelte che riguardano la loro vita quotidiana.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gambini. Ne ha facoltà.
SERGIO GAMBINI. Signor Presidente, vorrei motivare il voto contrario del gruppo al quale appartengo, un voto che non pregiudica, tuttavia, l'apprezzamento per i risultati che la lunga ed impegnata discussione della nostra Commissione è riuscita a strappare.
Per essi manifestiamo soddisfazione; siamo consapevoli che si tratta di un risultato ottenuto dall'insieme della Commissione, al quale ha concorso, tuttavia, in maniera decisiva l'opposizione con le sue iniziative sia alla Camera, sia al Senato. Infatti, il decreto-legge è stato ricondotto alla sua finalità originaria - cioè quella
tendente a produrre un'accelerazione dei tempi per la realizzazione di nuove centrali - riconsegnando alla procedura ordinaria tutta la materia - che verrà sostenuta dall'indirizzo della X Commissione, a conclusione dell'indagine conoscitiva svolta - della riforma del mercato dell'energia, anche in seguito agli importanti sviluppi che si sono registrati nel vertice di Barcellona.
Durante la discussione alla Camera e, prima ancora, al Senato sono stati anche ottenuti miglioramenti sia per quello che riguarda l'acquisizione della valutazione di impatto ambientale, considerata decisiva ed ineliminabile per attivare il processo di autorizzazione, sia per ciò che concerne le nuove garanzie inserite a favore dei comuni, delle regioni e delle province.
In questa vicenda, il Governo è stato l'unico a non fare una bella figura, il solo a non scrivere una bella pagina. L'esecutivo ha oscillato, si è diviso, si è contraddetto; a distanza di pochissime ore ha fatto il contrario di ciò che aveva dichiarato: un comportamento sinceramente imbarazzante che ha messo in luce questa profonda divisione sulle questioni della riforma del mercato dell'energia.
Alla fine però il Governo è stato ricondotto al suo ruolo ed è stato piegato ad un corretto rapporto con il Parlamento. Ma se questi sono risultati che ci soddisfano, non li possiamo considerare sufficienti. Infatti, il decreto-legge contiene contraddizioni e problemi non risolti che rischiano anche di contraddire l'obiettivo che esso si pone. Invece di accelerare, di sbloccare i procedimenti per la realizzazione di nuove centrali, tale decreto potrebbe trasformarsi in un boomerang, il quale non farà altro che rallentare queste procedure.
Intendiamoci, noi siamo convinti che occorra aumentare la capacità di produzione energetica del nostro paese. Deve essere assolutamente scongiurata la possibilità che nel corso dei prossimi anni, con le previsioni di crescita dell'economia nazionale, possa prodursi una condizione di emergenza dell'approvvigionamento energetico.
In più di un'occasione, nel corso della nostra discussione, è stato richiamato l'esempio della California. Proprio tale riferimento mette in rilievo la questione centrale. Infatti, in quello Stato la crisi energetica si è manifestata in un regime di assoluta liberalizzazione del mercato che ha prodotto una forte concorrenza produttiva delle realtà territoriali vicine. La crisi energetica ha messo in ginocchio la California, a causa della sua dipendenza vista la scarsa remunerazione - in rapporto ai vicini territori concorrenti - della produzione di energia.
Emerge la questione centrale: il mercato da solo non basta, occorrono alcune linee guida di programmazione, se davvero vogliamo fare fronte allo scenario che tutti siamo intenzionati a scongiurare. Bisogna saper rispondere ad alcuni decisivi interrogativi. Quante sono le centrali di cui realmente ha bisogno il nostro paese? Dove è preferibile che esse siano collocate, visto il bilancio energetico delle diverse regioni? Quali carburanti devono essere usati per poter produrre la nuova energia? Non è forse utile dare priorità a tutti i progetti che utilizzano energie rinnovabili o a minore impatto di inquinamento o nel settore della cogenerazione?
Il sottosegretario, nella sua replica, ha affermato che dei seicento progetti depositati, per la richiesta di apertura di nuovi centrali, ve ne sono circa duecento che superano i trecento megawatt. Qualora venissero accolti tutti i progetti, la produzione potrebbe superare la stessa produzione che complessivamente oggi viene realizzata nel nostro paese.
Per tale motivo, hanno ragione le regioni quando chiedono che vengano stabiliti i criteri sulla base dei quali compiere l'istruttoria sull'apertura delle diverse centrali e che vengano inseriti principi minimi di programmazione, affinché non venga rilasciata l'autorizzazione per l'apertura di centrali che possano risultare addirittura controproducenti rispetto alle esigenze del nostro paese.
Per questa ragione il provvedimento che ci accingiamo a votare rischia di essere un decreto blocca-centrali. In questo
momento, in molte località del nostro paese (ad esempio, per citare quelle più note, in tutti i comuni del delta del Po, al confine tra la provincia di Pavia, di Alessandria e di Vercelli) sono attivi comitati di cittadini e quotidianamente vengono convocate assemblee di cittadini allarmati per i numerosi progetti che insistono su fazzoletti di terra di pochi chilometri quadrati che potrebbero, da soli, produrre energia pari, in un caso, ad un quarto o ad un terzo dell'intera energia oggi prodotta nel nostro paese.
Per quale ragione vogliamo accendere focolai di legittima protesta da parte dei cittadini, senza rispondere loro con un metodo trasparente? Quali saranno le scelte che verranno adottate in base alle reali esigenze del nostro paese e a priorità da individuare severamente?
Il sospetto è un altro: si sospetta che da parte di questo Governo si voglia adottare un altro metodo, quello di una strana concertazione con gli imprenditori privati, e tornare alla vecchia pratica della spartizione; chiamare attorno ad un tavolo i principali investitori per accordarsi sulle centrali che interessano maggiormente a questo o quell'imprenditore.
Non è questo ciò che serve al paese! Seguendo questa strada, si finirà soltanto per scegliere un percorso irto di difficoltà al quale si opporranno, in primo luogo, le regioni, le province, i comuni ma anche i diversi comitati di cittadini che già, da questo punto di vista, si sono attivati.
Si sarebbe potuta adottare un'altra strada, quella dell'accoglimento delle richieste delle regioni, del dialogo con i comuni e le province, della scelta di condividere, assieme a loro, l'individuazione di criteri e di priorità, sulla base delle quali operare la necessaria azione di sveltimento delle procedure per aprire nuove centrali.
Esprimendo questa valutazione negativa sul provvedimento, siamo in sintonia con le regioni (non solo quelle guidate dal centrosinistra, ma anche dal centrodestra), con le province e con l'associazione nazionale dei comuni italiani. Siamo, soprattutto, in sintonia con i tanti cittadini che, in questi giorni, ci hanno chiesto in quale direzione vogliamo procedere, con la consapevolezza che, adottando questa strada, si finirà per aprire uno scontro istituzionale e sociale che spingerà inevitabilmente le regioni ad adire la Corte costituzionale, i cittadini a ricorrere alle preture ed a portare la questione dell'articolo 117 della Costituzione di fronte alla Corte costituzionale.
Speriamo di essere profeti che preannunciano una sciagura che non si verificherà, perché il nostro paese ha davvero bisogno di realizzare nuove centrali. Siamo certi che se le nostre indicazioni fossero state accolte, avrebbero prodotto un risultato senza dubbio maggiormente positivo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lion. Ne ha facoltà.
MARCO LION. Signor Presidente, il decreto-legge al nostro esame, secondo il gruppo del Misto-Verdi-l'Ulivo, riflette un metodo ed un'idea del tutto inadeguati della programmazione territoriale e del problema dello sviluppo, non soltanto con riferimento al mercato energetico.
Lo abbiamo ribadito nei nostri interventi: riteniamo - i dati che sono stati portati in sede di X Commissione da diversi esponenti ed anche quelli dell'Enel lo confermano - che in Italia la capacità installata sia sufficiente a garantire la sicurezza sia nel breve sia nel medio periodo. Tuttavia, in Italia, quando si parla di energia si sente sempre qualcosa che puzza di bruciato. Sull'energia si sono fatte molte cose, anche sporche, in questo paese: pensiamo, nella storia di questo paese, alla vicenda di Ernesto Rossi, ai «padroni del vapore»; pensiamo al ruolo che hanno svolto l'ENI e l'ENEL, anche nella politica.
Tuttavia, noi abbiamo citato in diverse occasioni l'ENEL. Questo non certamente perché ci fidiamo dell'ENEL: su molte questioni e in molte situazioni ci siamo fortemente opposti alla politica di quest'ultima, alla realizzazione di sue centrali.
Quando però l'amministratore delegato dell'ENEL ripete più volte che è sufficiente un modesto incremento della capacità per sostenere la domanda elettrica del paese nei prossimi anni e quando prendiamo visione di questo decreto-legge che permetterebbe, se attuato interamente, di triplicare la produzione di energia elettrica in Italia, ci rendiamo conto che c'è qualcosa che non funziona. Non funziona non soltanto perché vengono calpestati i diritti alla gestione del territorio da parte dei comuni e della regione, diritti sanciti ormai nelle nostre leggi da oltre cinquanta anni.
C'è qualcosa che non funziona anche perché sicuramente non si tiene presente che a breve quest'Assemblea voterà la ratifica del Protocollo di Kyoto.
La finalità di questo decreto-legge riguarda soltanto le centrali con capacità superiore ai 300 megawatt ovvero le centrali più grandi, che andranno sicuramente a scontrarsi con le realtà locali e con i cittadini che vogliono vivere una vita degna di essere vissuta.
Tutti noi invece sappiamo, perché siamo a conoscenza delle vicende del territorio, come si stia svolgendo l'accaparramento delle autorizzazioni alla costruzione delle centrali. In particolare, sappiamo che molti di questi futuri produttori si aggirano nei piccoli comuni, quelli con poche migliaia di abitanti, promettendo loro magari qualche centinaio di milioni all'anno - quei comuni cui lo Stato e questa maggioranza sottraggono ulteriormente le risorse -, portandoli ad aderire ad iniziative che in prospettiva saranno devastanti per quelle realtà.
Vorrei citare un caso che ho seguito in provincia di Pesaro. Il comune di Isola del Piano è il comune nel quale la maggior parte del territorio agricolo viene utilizzato per produrre alimenti biologici, nel quale è nata la prima cooperativa biologica in Italia, forse la più grande in Italia che esporta in tutto il mondo. È stato promesso, per un piatto di lenticchie al comune, che verrà realizzata - speriamo di no - una centrale per diverse centinaia di megawatt.
Occorre quindi stigmatizzare questa indeterminatezza rispetto alle scelte che riguardano il nostro futuro, per cui sull'energia tutto va bene e tutto può essere fatto in qualsiasi luogo, in qualsiasi modo e senza alcuna forma di programmazione, senza ragionare minimamente di risparmio energetico, di efficienza, di emissioni, «facendo fuori» le normative ambientali e riducendo ad una barzelletta la valutazione di impatto ambientale per le grandi opere, come per questa centrale.
Credo che siamo di fronte non solo a processi arbitrari di deregolamentazione, ma anche a qualcosa che nei prossimi anni esploderà, purtroppo, tra politica e aziende che producono energia. D'altronde, una cosa che, per esempio, poteva essere fatta riguarda gli impianti CIP 6 che ricevono soldi dallo Stato per la produzione di energia. Su questo punto non si è ripreso a ragionare. Le leggi nn. 9 e 10 del 1991, che circa dieci anni fa questo Parlamento approvò in materia di risparmio energetico e di energie pulite, sono state poi forzate nel corso del tempo dai diversi ministeri con provvedimenti che, invece di favorire le piccole produzioni e la gestione di piccoli impianti di cogenerazione a servizio delle aziende - come era previsto dalla legge - hanno favorito i soliti noti, pochissime aziende che si contano sulle dita di una mano.
Ecco come si gestisce l'energia in Italia, ecco come si pensa di realizzare il risparmio energetico e come, in definitiva, si pensa di trattare il nostro territorio. Per tutte queste ragioni il nostro «no» è forte e convinto: vuole essere un «no» deciso contro la filosofia che sta dietro a queste leggi, vuole essere un «no» deciso alla malagestione del nostro territorio (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vernetti. Ne ha facoltà.
GIANNI VERNETTI. Signor Presidente, il testo su cui oggi votiamo è profondamente diverso da quello che giunse al
Senato circa un mese fa e noi abbiamo avuto modo - sia al Senato sia, in queste settimane, alla Camera - di contribuire a migliorare notevolmente l'impianto di questo decreto-legge attraverso diversi emendamenti.
In una fase iniziale, questo provvedimento si configurava come una surrettizia riforma delle politiche energetiche e dei decreti Letta e Bersani, introducendo tanta materia (l'abolizione del CIP 6, la rimodulazione della carbon tax, l'unificazione della rete, della proprietà e della gestione della rete), intervenendo sulle norme antitrust, sul ruolo, su funzioni e poteri dell'authority (peraltro, con lo strumento della decretazione d'urgenza). Noi prendiamo atto che il Governo ha recepito l'insieme dei nostri emendamenti in Commissione e poi in aula, per rinviare a quella che noi oggi riteniamo essere un'esigenza per il paese, cioè la definizione di un nuovo programma energetico nazionale in grado di offrire risposte certe al mondo dell'impresa, ma anche alle famiglie e ai consumatori che attendono iniziative serie e decise nel campo della liberalizzazione, della sicurezza e della diversificazione degli approvvigionamenti, che attendono che venga raccolta la sfida dello sviluppo sostenibile. Quando il Governo e il Parlamento positivamente ratificheranno il Protocollo di Kyoto nelle prossime settimane - e il gruppo della Margherita non farà mancare il suo voto a quell'appuntamento -, i cittadini si attendono anche coerenza nel campo dell'efficienza energetica, della sostenibilità dello sviluppo, della compatibilità ambientale. Quindi, questo è il contesto e gli ordini del giorno che abbiamo approvato chiedono al Governo esattamente di presentare al Parlamento, prima dell'estate, un programma energetico nazionale che permetta di discutere a fondo, dando anche un esito ad un lavoro importante che il Parlamento ha svolto durante l'indagine conoscitiva della X Commissione sulle politiche dell'energia.
Tuttavia, vorrei ancora esprimere le nostre perplessità, intanto sul metodo: noi non avremmo scelto la decretazione d'urgenza. Questo è un Parlamento che ha dimostrato - come anche l'opposizione - di essere maturo quando è in gioco l'interesse del paese e, quindi, di saper rinunciare a strumenti di tipo ostruzionistico e di fornire un contributo riformista e riformatore (quando ciò è possibile).
In questo senso, più che il merito, è il metodo che ci ha lasciati perplessi, dubbiosi. Non si affronta una materia così delicata, così importante, in questo modo. Le imprese e le famiglie si attendono che decolli la borsa dell'energia, che ci sia la piena operatività dell'acquirente unico, che le autorità, sempre più indipendenti e non assoggettate al controllo politico - come voleva il ministro Frattini -, siano più efficienti a governare e a regolare un mercato non ancora compiutamente liberalizzato.
In questo senso, credo che la coalizione dell'Ulivo abbia dimostrato cultura di Governo e cultura riformista, presentando - primo firmatario alla Camera, l'onorevole Letta, alla Camera, e primo firmatario al Senato, Giuliano Amato - una proposta di legge di riordino delle authority, con un approccio positivo, propositivo e riformatore, per rendere veramente e pienamente indipendente il sistema delle authority che devono regolare un mercato non ancora compiutamente liberalizzato.
Ritengo che dobbiamo definire con precisione il contesto nel quale collocare la politica energetica. I soggetti, le istituzioni locali, le regioni non sono un impiccio, un impedimento, colleghi che fate del federalismo la bandiera fondante della vostra identità, colleghi del gruppo della Lega nord Padania! Abbiamo la Conferenza Stato-regioni; ma importanti regioni italiane - come l'Emilia-Romagna, come l'Umbria - annunciano che ricorreranno alla Corte costituzionale per incostituzionalità di questo decreto-legge: ne vogliamo tenere conto, al di là del fatto che queste regioni siano governate da giunte del centrosinistra? Abbiamo le province competenti nell'attività di pianificazione territoriale, che devono redigere il PTC, che devono trovare l'armonia fra i territori di aree vaste - la pianura, la montagna, le
aree metropolitane - che chiedono di far parte di un processo di scelta sul tema dell'energia. Non è un impedimento, non è un impiccio, sono una parte sana ed importante del paese che chiede di intervenire su questa materia. C'è la pianificazione energetica regionale.
Sono fra coloro che ritengono che grandi scelte energetiche di indirizzo debbano essere effetto e prodotto di un programma energetico nazionale che tenga conto del mondo, perché l'approvvigionamento energetico deve tener conto delle aree di crisi geopolitica, della questione dei cambiamenti climatici. È stato ricordato poco fa che andiamo verso la ratifica del Protocollo di Kyoto e non faremo mancare il nostro voto. Questa materia non è accessoriale, non è un impedimento per la democrazia, non è un impiccio ma è la vera modalità con la quale si costruisce il consenso e si fanno le cose, perché noi, colleghi, vogliamo realizzare nuovi impianti, li vogliamo realizzare! Vogliamo realizzarli ad alta efficienza, con il consenso delle popolazioni, diversificando le tecnologie, garantendo un ridotto impatto. Quindi, non siamo per il «non fare», per l'inazione o per il «non agire». Ma per realizzare tutto ciò, occorre agire bene. Temiamo che, invece, questo metodo, più che sbloccare e consentire la realizzazione di centrali, sbloccherà l'avvio di tanti comitati anticentrali, di opposizioni dinanzi alla Corte costituzionale da parte di importanti enti come le regioni che hanno annunciato ciò.
Per questi motivi, dunque, sul metodo in particolare, esprimeremo un voto contrario (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nesi. Ne ha facoltà.
NERIO NESI. Signor Presidente, ero con Riccardo Lombardi, quella mattina del 1963 quando, uscendo da palazzo Chigi, gli dissi: da questo momento l'energia elettrica non appartiene più ad alcun speculatore privato, ma allo Stato italiano. Il Presidente del Consiglio era Amintore Fanfani.
La nazionalizzazione si basava sul prezzo unico nazionale, sull'acquirente unico, sulla politica della ricerca nell'ambito di una programmazione delle risorse. Molta acqua è passata sotto i ponti, nei nostri fiumi, in questi quarant'anni. Il clima politico ed economico è profondamente cambiato e bisogna prenderne atto. Questo provvedimento legislativo si inserisce nel disegno di modificazione strutturale del sistema energetico italiano che derivava dalla nazionalizzazione.
Su questo disegno la nostra parte politica ha ripetutamente espresso, anche da posizioni di governo, la propria contrarietà; e ciò che è successo dopo la modificazione della struttura che era alla base della nazionalizzazione del sistema elettrico nazionale dimostra quanto fosse fondata la nostra posizione.
D'altra parte, la posizione che su questa materia hanno preso i due maggiori paesi europei, Francia e Germania, conferma la nostra linea. Le proposte del Governo attuale, contenute in questo provvedimento, sono finalizzate, anzitutto, ad accelerare al massimo il processo di privatizzazione e, in secondo luogo, ad accelerare al massimo anche il processo di liberalizzazione; infine, ad eliminare qualsiasi tentativo di programmazione delle risorse.
Per concludere, nessuno di noi crede seriamente al pericolo di blackout; ma se tale pericolo fosse reale, allora sarebbe il momento di concertare, con le regioni, le province e i comuni, un'azione comune. Tutto questo non avviene, a causa di una linea di questo Governo che è assolutamente coerente.
Per queste ragioni, noi voteremo contro il disegno di legge (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Alfredo Vito. Ne ha facoltà.
ALFREDO VITO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'annunciare il voto
favorevole dei deputati del gruppo di Forza Italia sul provvedimento, allo scopo di accelerare la conclusione del dibattito, chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Saglia. Ne ha facoltà.
STEFANO SAGLIA. Signor Presidente, chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Polledri. Ne ha facoltà.
MASSIMO POLLEDRI. Signor Presidente, preannuncio il voto favorevole sul provvedimento dei deputati del gruppo della Lega nord Padania e chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole D'Agrò. Ne ha facoltà.
LUIGI D'AGRÒ. Signor Presidente, preannuncio il voto favorevole del gruppo dell'UDC (CCD-CDU) e chiedo anch'io l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Gioia. Ne ha facoltà.
LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, preannuncio il voto contrario sul provvedimento dei Socialisti democratici italiani.
Noi riteniamo, infatti, che l'Assemblea si accinga a convertire un decreto-legge i cui effetti più importanti, riguardanti lo sviluppo del nostro paese e, in modo particolare, lo sviluppo energetico, ancora una volta, non sono affatto chiari. Crediamo, al contrario, che nel provvedimento siano rilevabili contraddizioni profonde, le quali derivano anche dal modo in cui si è proceduto in Commissione. In altre parole, la X Commissione, dopo aver deciso di fare un'indagine per capire l'entità del gap nazionale dal punto di vista energetico, presenta all'Assemblea un testo che liberalizza, in modo oggettivamente indiscriminato, la realizzazione delle centrali!
Ritengo necessario stimolare un'attenta riflessione sulla questione delle centrali da realizzare nel nostro paese. Se non altro, è necessario riflettere attentamente sull'impatto ambientale che queste centrali avranno sul territorio del nostro paese: dobbiamo riflettere sulla distribuzione del sistema delle centrali pienamente consapevoli delle grandi possibilità che il nostro paese ha dal punto di vista ambientale, storico, culturale e archeologico. Sono profondamente convinto che abbiamo il dovere di capire cosa stia accadendo, perché si stanno verificando situazioni assurde: in alcune realtà regionali e provinciali, stanno prendendo forma richieste di decine di centrali!
Cosa può significare ciò sotto il profilo dell'impatto ambientale sul territorio e, più in generale, per quanto riguarda la gestione del mercato energetico? Quali saranno le ricadute sul territorio?
Personalmente, sono convinto che il Governo, ancora una volta, stia privilegiando scelte volte a garantire i grandi gruppi industriali che hanno messo le mani sul sistema energetico nazionale. Ma ciò significa che non vi è alcuna linea di programmazione tesa a sviluppare un serio progetto energetico per il nostro paese.
Per questi motivi e per i tanti motivi, che credo siano stati illustrati egregiamente dai colleghi che hanno detto «no» a questo decreto-legge, i socialisti democratici italiani dicono «no» con fermezza, sapendo che bisognerà discutere con tante centinaia di persone che si stanno mobilitando contro una liberalizzazione selvaggia
del sistema energetico nazionale e contro le centrali che saranno realizzate.
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