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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato delle proposte di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Angela Napoli; La Russa ed altri; Boato ed altri: Modifica dell'articolo 12 della Costituzione, concernente il riconoscimento della lingua italiana quale lingua ufficiale della Repubblica.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione sulle linee generali è pubblicata nel calendario (vedi resoconto stenografico della seduta del 1o marzo 2002).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che il presidente del gruppo parlamentare Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Mazzoni.
ERMINIA MAZZONI, Relatore. Signor Presidente, con le proposte di legge costituzionale in discussione si intende modificare l'articolo 12 della Costituzione, aggiungendo un secondo comma che recita: «La lingua italiana è la lingua ufficiale della Repubblica».
L'esame del testo in Commissione ha dato luogo ad un ampio dibattito, non privo di contraddizioni e, a mio avviso, anche di erronee interpretazioni. Le posizioni emerse e i contributi apportati in tale sede mi hanno stimolato a riconsiderare, in maniera meno superficiale di quanto avessi personalmente fatto ad una prima lettura, l'importanza di questo intervento emendativo e a convincermi anche della sua estrema necessità.
Che l'italiano sia la lingua ufficiale del nostro paese non è affatto dubitabile; credo che nessuno di noi ne abbia mai dubitato né come cittadino né nello svolgimento della propria attività professionale e lavorativa. Nella qualità di cittadini, ciascuno di noi sottolineerebbe immediatamente, credo, l'importanza ed il significato della lingua italiana come valore unificante, capace di diminuire le distanze tra gli individui che abitano il paese e di rappresentare per questi un collante.
Tornando al dibattito sviluppatosi in Commissione, mi ha colpito la capacità di incunearsi in discussioni talvolta un po' contorte. Se, invece, volgiamo lo sguardo al dibattito svoltosi al Senato, nella XIII legislatura, in occasione dell'esame di una proposta di legge analoga, anzi identica (a firma del senatore Mitolo), ci accorgiamo che tra le motivazioni allora addotte per sostenere la necessità di questa modifica costituzionale veniva indicata, in molteplici interventi, quella di controbilanciare l'innovazione introdotta con la legge n. 482 del 1999 (che quasi metteva in discussione la valenza generale della lingua
italiana). Numerosi senatori, all'epoca, misero in evidenza questo aspetto, ritenendo di dover rimediare all'assenza del riferimento alla lingua italiana nella Costituzione.
Oggi che ci ritroviamo ad esaminare proposte di legge in tal senso, vi è addirittura qualcuno che rincorre il testo costituzionale, allo scopo di tutelare quelle minoranze linguistiche che, con la menzionata legge n. 482, sono state ampiamente tutelate. In questo modo, però, ci si immette in un circolo vizioso senza fine che, chiaramente, non consentirà mai di portare a compimento un dibattito che, invece, merita una grande serenità di approccio.
Credo ci accomuni la consapevolezza che la lingua del nostro paese è l'italiano; che, spostandosi da una regione all'altra, questa lingua ci consenta di comunicare e che, all'estero, noi tutti ci presentiamo come cittadini di lingua italiana. Eppure, affermare una tale scontata consapevolezza nella Costituzione ingenera ansie!
Vogliamo dire con convinzione che l'ufficialità della lingua italiana costituisce un principio fondamentale, al pari di quelli contenuti negli altri articoli del nostro sistema costituzionale e, in quanto tale, da iscrivere nella prima parte della nostra Carta costituzionale. In tale ottica, ricordo che i primi 12 articoli della Costituzione definiscono i tratti fondamentali della Repubblica, dalla forma repubblicana stessa, all'uguaglianza dei cittadini, alla tutela e al riconoscimento delle minoranze, fino ad arrivare alla bandiera, il Tricolore.
È organico, dunque, l'inserimento del richiamo alla lingua nell'ambito di questi principi, segnatamente nell'articolo relativo all'individuazione del Tricolore, che viene completato: in tal modo, esso conterrebbe il riferimento ai due elementi distintivi e caratterizzanti dell'Italia all'esterno: la lingua e la bandiera.
L'attuale contesto storico impone tale passaggio, già operato nella grande maggioranza dei paesi europei, per affermare in maniera incisiva gli elementi di riconoscibilità dell'Italia in Europa. Il processo di coinvolgimento europeo dei vari paesi, che noi sosteniamo e per il quale ci impegniamo, significa crescita, sviluppo, competitività e rafforzamento se parte dal rispetto delle peculiarità e delle tradizioni dei singoli Stati, che non possono essere cancellate o travolte. L'Italia può e deve stare in Europa, ma con dignità e con orgoglio, portando in quel contesto un paese riconoscibile, grazie soprattutto al suo grandissimo patrimonio di storia e di cultura.
È soltanto in quest'ottica che, oggi, un'ampia maggioranza di quest'Assemblea condivide la necessità e l'urgenza di costituzionalizzare un antico principio. Nessun altro è l'obbiettivo, voglio chiarirlo, della modifica che proponiamo di approvare. Tale riconoscimento si inserisce armonicamente nella Costituzione, senza intaccare quanto in essa è già previsto né andando ad incidere su diritti e posizioni consolidate, parimenti garantite dalla Costituzione.
Non vi sono e non vi saranno lesioni di quelle minoranze linguistiche che la Repubblica si impegna a tutelare, come previsto dall'articolo 6 della Costituzione e come peraltro ha fatto fino ad oggi, né si tocca quella potestà normativa che è attribuita in via esclusiva al legislatore regionale, volta ad offrire tutela ad un patrimonio storico, culturale e, dunque, anche linguistico dei diversi territori.
Il nostro è un paese unito ma ricco di diverse esperienze, delle quali è geloso; è un paese che ha sempre dimostrato ossequio al principio della multiculturalità e soprattutto al principio della democrazia piena. Questi sono i baluardi contro i timori emersi in Commissione.
Quindi, invito questa Assemblea a riaffermare unita un principio che nessuno pone in discussione, senza cercare in questo doveroso riconoscimento minacce nei confronti di alcuno. Non sviliamo l'importanza di questo passo, aprendo il varco a conflittualità interne assolutamente non richiamate da questa norma.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, onorevoli deputati, il Governo tiene a ribadire che la proposta emendativa dell'articolo 12 della Costituzione trae origine da iniziative parlamentari che seguono quelle già presentate, discusse ed approvate in questo ramo del Parlamento durante la XIII legislatura.
Pertanto, prendo brevemente la parola all'inizio della discussione generale per un minimo di contributo possibile in ordine alla posizione del Governo su alcune incertezze colte durante la discussione in Commissione, dichiarando fin d'ora che il Governo si rimette alla decisione dell'Assemblea.
È stato più volte ricordato che la presente revisione costituzionale inerisce ad un principio già presente nel nostro ordinamento ed implicito nella Costituzione.
L'ufficialità della lingua italiana, il cui uso nelle cerimonie era contenuto nello Statuto albertino, non fu riprodotta dai nostri costituenti che consideravano il principio come un'ovvietà indiscutibile e, proprio in ragione di questo convincimento, sorse la preoccupazione della tutela delle minoranze linguistiche. Su un emendamento a tutela di dette minoranze si sviluppò un ampio dibattito circa la collocazione che lo stesso presentatore, onorevole Codignola, voleva nel titolo V della Costituzione.
L'Assemblea costituente, valutato che quella tutela riguardava un problema generale e non solo regionale, la costituzionalizzò nei principi fondamentali, cioè quelli che attengano all'individuo, e quindi all'articolo 6 della Costituzione.
Ciò premesso, il Governo osserva che nessun significato nazionalistico va ascritto al merito della proposta emendativa alla Costituzione e ribadisce che l'assunto del principio dell'articolo 6 trova ulteriore tutela nel principio di uguaglianza sancito all'articolo 3; in particolar modo, nel secondo comma, definito di uguaglianza sostanziale e che, a sua volta, per le minoranze linguistiche costituisce il principio di differenziazione in quanto garantisce loro di usare prevalentemente la propria lingua, a tutela della loro cultura e delle loro tradizioni.
Tale principio di eguaglianza affianca l'articolo 6 della Costituzione agli articoli 2, 9 e 21, già abbondantemente citati ieri nella discussione relativa alla modifica dell'articolo 51, i quali garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo là dove svolge la sua personalità, lo sviluppo della cultura e la libertà di manifestazione del pensiero.
È appena iniziata la fase della globalizzazione, per quanto non sia ancora compiuta quella dell'internazionalizzazione del sistema economico mondiale, e oggi viviamo in un intenso periodo storico del quale facciamo parte integrante ed insostituibile come fondatori dell'Unione europea, per la quale ci accingiamo a scrivere la Costituzione.
In questo contesto, il Governo ritiene che costituzionalizzare il principio della lingua ufficiale della Repubblica sia un atto dovuto a tutela della cultura e della letteratura italiana in patria e all'estero, così come deve essere, ed è tutelata, la cultura e la letteratura delle lingue e degli idiomi regionali e locali.
L'italiano è una lingua che origina da lontano e mi permetto di ricordare il noto affresco del VII secolo della Chiesa di San Clemente a Roma, su cui è rappresentato forse il primo fumetto della storia umana nel quale è scritto: «traite fili de pute», forse la prima testimonianza di quella che, con l'approvazione della presente proposta, diventerà la lingua ufficiale della Repubblica quale principio costituzionale, prima ancora del famoso atto notarile del 1261 che inizia con «Sao ko kelle terre per kelle fini ...».
Infine, concordando con il relatore ed apprezzando l'ampia discussione svolta in Commissione, crediamo di cogliere una ferma intenzione di gran parte del Parlamento - lo abbiamo notato anche nei lavori svolti sull'argomento durante la XIII legislatura - a non consentire che un atto processuale o civile emanato nell'ambito delle norme statutarie regionali possa essere modificato da attività interpretative della suddetta costituzionalizzazione, attività
intese a creare una deminutio capitis nei confronti delle minoranze linguistiche e della tutela delle lingue storiche regionali.
Pertanto, il Governo augura un'intesa del Parlamento sulla questione ed auspica un'ampia convergenza di consenso sulla proposta emendativa della nostra Costituzione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carra. Ne ha facoltà.
ENZO CARRA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è auspicabile che questa sia l'ultima volta che parliamo di italiano a proposito della nostra Costituzione. Questa, del resto, credo sia l'ultima delle questioni che bussano alle porte delle nostre riforme, perché di tutte è la più ovvia, e penso che fuori di quest'aula ben pochi sospettino che stiamo ancora a parlarne: ma come, ci chiederebbero, non è così da sempre? Aggiungere un comma all'articolo 12 della Costituzione per riconoscere che, così come la bandiera della nostra Repubblica è di tre colori, la nostra lingua ufficiale è l'italiano, è effettivamente un po' poco o, secondo i punti di vista, un po' troppo.
Una lingua, la nostra, che precede di molti secoli la creazione del nostro Stato, come tutti hanno già ripetuto, una lingua che si eleva pienamente nel diritto, nella poesia, nella prosa in un solo magico momento, una lingua, insomma, che, come l'Islam, mostra il proprio splendore alla nascita e registra il proprio declino nella piena maturità, un declino che si chiama lingua media, una lingua che parlano tutti ma che non è l'italiano basico, è l'italiano basito, seduto, meteco; una lingua che è ormai povera, non è volgare, una lingua rarefatta, contaminata fino all'epidemia.
Certo, la situazione internazionale ci obbliga, più di ieri, a darci un'identità, una carta di identità linguistica, dopo che abbiamo messo al sicuro alloglotti, minoranze, lingue e dialetti (e ci mancherebbe altro che non lo avessimo fatto). Forse, però, arriviamo tardi: i nostri figli penseranno a preservare l'inglese, che del resto ha già pienamente invaso il parlare comune e la segnaletica stradale.
Perché pensiamo dunque - nonostante tutto - all'italiano come lingua ufficiale, neanche si discutesse di conferirgli una qualche onorificenza? Forse perché abbiamo curato prima ancora una più intensa e doverosa tutela delle lingue minoritarie e di quelle «tagliate», forse perché i dialetti, per nostra fortuna e per nostro arricchimento, non sono mai scomparsi, non si sono mai piegati all'italiano e, lo speriamo, non si piegheranno allo straniero. Insomma, siamo a posto con la coscienza linguistica e compiamo oggi quest'ultimo atto con serenità, con grande serenità.
L'assoluta debolezza politica del dato nazionale di cui parlava anni or sono Galli della Loggia - non so se nel frattempo si sia ricreduto - è dovuto in gran parte alla nostra permeabilità culturale: non sappiamo resistere alla tentazione, non sappiamo fare a meno delle convention e dei question time, figurarsi se avremmo avuto la forza per difendere la nostra lingua ufficiale. L'Accademia della Crusca è per milioni di italiani meno popolare della Coltivatori diretti. Dovremmo parlare di più, anche male, per esercitare meglio la nostra lingua. Non bastano le interiezioni. Un commissario di pubblica sicurezza, il molisano don Ciccio Ingravallo, con quei suoi rapidi enunciati che facevano sulla sua bocca il crepitio di uno zolfanello illuminatore e rivivevano poi ai timpani della gente a distanza di ore o di mesi dall'enunciazione, come dopo uno misterioso tempo incombente, ecco, quel gran personaggio gaddiano del Pasticciaccio è uno di noi, uno che ci gira intorno, non sa l'italiano, ma è italiano.
Prima che sia troppo tardi, riconosciamo questa lingua come nostra carta di identità, come nostra lingua ufficiale, mentre in Sardegna si può celebrare un processo in lingua sarda ed altrove le minoranze sono tutelate meglio che in altre parti del mondo. Ricordiamo che la televisione, subito dopo il cinema, ha di fatto imposto un italo-romanesco che è una brutta copia della nostra bandiera. Facciamo
qualcosa: dovremmo riaprire un dibattito che si è spento con l'ultima fiammata di scontro interno circa 25 anni fa.
Ricordo la polemica di Pasolini il quale scriveva: nel momento in cui odio le istituzioni e lotto contro di esse, provo un'immensa tenerezza per questa istituzione della lingua italiana in quanto koinè, per questa lingua italiana nel senso più esteso del termine, perché è proprio all'interno di questo quadro che mi viene concesso di innovare ed è tramite questo codice istituito che fraternizzo con gli altri. Quel che più mi importa nelle istituzioni è il codice che rende possibile la fraternità; una fraternità, una comunità nazionale, una cultura che è di Carlo Porta e di Gioacchino Belli, di Salvatore di Giacomo e di Carlo Goldoni.
Non so se dobbiamo fare di più o se dobbiamo fermarci a questo comma dell'articolo 12 della nostra Costituzione, ma so che è giusto approvare questa aggiunta. Questa limitata revisione costituzionale arriva dopo che nel corso della XIII legislatura repubblicana si è approvata la legge di tutela delle minoranze linguistiche. Non mi pare, quindi, che possa essere considerato un atto di imperialismo culturale: è soltanto un atto riparatore.
So che è fuori strada chi pensa ad un regionalismo spinto fino alla definizione della propria lingua. Certo, anche a me è capitato - come forse ad alcuni di voi - di leggere qualche tempo fa le dichiarazioni di un diplomatico italiano di carriera al servizio di una regione italiana - il Lazio - il quale, illustrando i suoi compiti, sottolineava tra essi quelli di tenere i rapporti con le altre regioni italiane: si aspetta, forse, il ritorno della grandissima diplomazia della Serenissima e quella di altri Stati della penisola. Allora, intanto istituzionalizziamo il principio che la lingua italiana è la lingua ufficiale del nostro Stato; altri potranno ricominciare da capo (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Marone. Ne ha facoltà.
RICCARDO MARONE. Signor Presidente, una volta si diceva che una norma inutile non si inserisce in un testo legislativo, a maggior ragione quando si è in presenza di una legislazione primaria. Questo fu, certamente, il pensiero dei costituenti che ritennero superflua una normativa di questo tipo. La scelta del costituente fu quella della essenzialità delle norme (e questa è una delle bellezze della nostra Costituzione), essenzialità che nel corso dei decenni abbiamo certamente perso nella produzione legislativa. La capacità di individuare e disciplinare i concetti con il minor numero di parole possibili è una straordinaria lezione del nostro costituente che purtroppo - lo ripeto - nella nostra attuale produzione legislativa non seguiamo troppo spesso (anzi, vorrei dire quasi mai).
Allora, bisogna chiedersi perché oggi, a distanza di oltre cinquant'anni, riteniamo invece necessaria una previsione legislativa e un'integrazione della norma costituzionale. Ciò è spiegato nella relazione alla proposta di legge dei deputati Napoli e La Russa, in cui si dice che appare imprescindibile la previsione costituzionale della lingua italiana quale lingua ufficiale della Repubblica, espressione dell'appartenenza degli italiani ad una sola comunità nazionale, soprattutto in relazione alle forti tensioni secessionistiche che investono non più soltanto le minoranze storiche nel territorio italiano, ma vaste zone del territorio nazionale sulla base di identità tecniche, etniche o dialetti a volte meramente virtuali.
Questa mi sembra essere la volontà di chi ha proposto la legge, rispetto alla quale l'intervento del rappresentante del Governo, per la verità, mi ha lasciato molto perplesso. Allo stesso modo, mi hanno lasciato perplesso gli emendamenti presentati da una delle forze politiche che fa parte di questa maggioranza (la stessa cui appartengono i presentatori di una delle proposte di legge) i quali contrastano profondamente, a mio avviso, con lo spirito e con la testualità della norma che intendiamo approvare. In tali proposte emendative si propone di riconoscere le lingue
storiche regionali, confondendo il concetto di minoranza linguistica (cui la Costituzione ha dato rilievo, sancendone il rispetto agli articoli 3 e 6) con un concetto oggi del tutto strumentale rispetto alla politica portata avanti dalla Lega nord per anni ed anni - non riesco a capire come questa possa essere coerente con la proposta di legge degli onorevoli Napoli e La Russa - che si riferisce alle lingue storiche regionali (oltretutto non riesco a comprendere neanche quali siano).
Sia ben chiaro: i dialetti riguardano territori che nulla hanno a che vedere con le attuali delimitazioni regionali. La relatrice ed io, ad esempio, proveniamo dalla stessa regione ma, probabilmente, abbiamo dialetti diversi. Ciò vale per tutte le regioni d'Italia perché la formazione dei dialetti è avvenuta sulla base delle delimitazioni geografiche dei comuni dei secoli passati che nulla hanno a che vedere con l'attuale organizzazione dello Stato. Mi sembra un concetto fortemente stridente non solo con lo spirito della proposta presentata dagli onorevoli La Russa e Napoli, ma anche con la volontà che tutti intendiamo invece affermare approvando questa integrazione della Costituzione.
È importante, rispetto ad una serie di spinte secessionistiche, oggi riaffermare, anche attraverso la lingua, l'unità nazionale: è un concetto che dobbiamo tutti insieme ribadire in questo Parlamento. Questo è lo spirito della legge - altrimenti essa risulta superflua ed inutile e non vedo perché dovremmo approvarla - come lo hanno ritenuto i costituenti degli anni quaranta quando, ovviamente, nessuno pensava ad ipotesi secessionistiche, anzi si veniva da una lotta per la difesa dell'unità d'Italia, cioè la resistenza contro il fascismo. In quel momento storico, cioè, non c'erano le ragioni politiche per introdurre una norma di questo tipo.
Di quanto ha detto il rappresentante del Governo, francamente, mi preoccupano alcune affermazioni che ritengo in stridente contrasto. Mi rendo conto che il rappresentante del Governo ha la necessità di cercare equilibri tra le varie anime della sua maggioranza, però certamente in questa norma ciò non può avvenire. Se avvenisse questo, staremmo facendo tutti insieme una cosa totalmente inutile.
Detto ciò, l'importanza di questa norma ed il consenso che esprimiamo su di esse sono conseguenti anche al riconoscimento compiuto, finalmente, nella XIII legislatura della tutela delle minoranze linguistiche. La legge n. 482 del 1999 mi sembra una grossa conquista di questo paese e, proprio perché è una conquista a favore ed a tutela delle minoranze linguistiche, al suo primo articolo precisa che la lingua italiana è la lingua di questo paese. Oggi intendiamo far assurgere quella norma a norma primaria, e mi sembra giusto; ma, proprio in questo momento, vorrei ribadire l'importanza dell'evoluzione di questo paese che, nello spirito degli articoli 3 e 6 della Costituzione, anche se con molto ritardo, è riuscito ad approvare una normativa di grande modernità e rispetto delle minoranze, come la legge n. 482 del 1999.
Se respingeremo - come credo faremo tutti, anche le forze della maggioranza - gli emendamenti che stridono palesemente con questa norma, avremo creato un sistema tra l'articolo 3, l'articolo 6 e l'articolo 12, che deve essere analizzato nel suo complesso. Proprio la riaffermazione della lingua italiana come lingua del nostro paese deve a maggior ragione dare forza e risalto all'articolo 3, secondo il quale tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione, tra l'altro, di lingua, e più ancora, all'articolo 6 che prevede la tutela delle minoranze linguistiche.
Con l'introduzione della modifica costituzionale di cui oggi si discute credo si riuscirà a costruire un sistema compiuto di norme che, da un lato, afferma il principio dell'identità nazionale di questo paese, ma, dall'altro, fa di questo paese un paese estremamente avanzato e moderno, certamente tra i più avanzati certamente nel rispetto delle minoranze.
Dunque, esprimiamo un parere favorevole sul progetto di legge al nostro esame (Applausi).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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