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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interrogazioni.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri, signora Boniver, ha facoltà di MARGHERITA BONIVER, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, i fatti di cui parliamo stamattina si sono conclusi, per fortuna, felicemente il 3 novembre del 2001 quando il motopeschereccio Baharikenya, di proprietà della società Meridionalpesca di Bari, ha potuto lasciare la rada di Eyl, località della Somalia situata nella zona del Puntland nella quale si trovava sequestrato da oltre tre mesi, cioè dal 27 luglio scorso.
PRESIDENTE. L'onorevole Gasperoni ha facoltà di PIETRO GASPERONI. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario Boniver che ha riassunto in dettaglio una vicenda che per circa tre mesi ha tenuto tutti noi e, in particolare, i familiari di questi marinai in ansia, in profonda angoscia, senza sapere come sarebbe andata a finire la vicenda nel corso di quei lunghi tre mesi e se queste persone sarebbero riuscite ad evitare la punizione maggiore, cioè la possibilità di perdere la vita.
calde, in una situazione mai particolarmente sicura nell'area dell'Oceano Indiano intorno alla Somalia.
A bordo dell'imbarcazione si trovavano imbarcati cinque italiani: il comandante Giacomo Capriotti, Angelo Bellucci, Giuseppe Voltattorni, Nicola Racanati e Fausto Baldelli, oltre a marinai di altre nazionalità (un rumeno, kenioti, senegalesi e via dicendo).
Vorrei riassumere qui di seguito le principali fasi della vicenda che, ripeto, si è conclusa felicemente.
Il 27 luglio il motopeschereccio Baharikenya veniva sequestrato da dei miliziani armati nelle acque prospicienti il Puntland nella Somalia settentrionale. Il Baharikenya disponeva di una licenza di pesca rilasciata dalle autorità del Puntland tramite una compagnia inglese con sede alle Bahamas, la Hart Group, responsabile anche del servizio di guardia costiera.
L'8 agosto il sequestro veniva «formalizzato» da parte somala, con il deferimento alla corte islamica di Eyl del comandante della nave, con l'accusa di pesca illegale e conseguente richiesta di risarcimento dei danni. Con tale atto veniva, di fatto, negata qualsiasi validità alla licenza di pesca rilasciata dalle autorità centrali del Puntland. I contatti con i rapitori venivano presi dall'armatore attraverso il responsabile somalo della Hart Group, Khalif Issa, indicato come unico mediatore affidabile.
Fino al 20 agosto, data l'impossibilità di recarsi nel Puntland a causa di violenti scontri armati tra le diverse fazioni locali, i rapporti con i sequestratori venivano mantenuti dall'armatore attraverso una complessa rete di contatti sul posto. Ciò ha provocato, innanzitutto, un comprensibile ritardo nell'identificazione dei reali interlocutori nonché enormi difficoltà nella definizione della prima base negoziale.
Il 22 agosto successivo, la corte islamica di Eyl emanava una sentenza che condannava la Meridionalpesca al pagamento di un'ammenda complessiva di circa un milione di dollari.
A partire dal 24 agosto, la parziale normalizzazione della situazione sotto il profilo della sicurezza ha consentito l'avvio di contatti tra il mediatore della Hart Group e alcuni negoziatori riconducibili ai sequestratori.
Dato il protrarsi della trattativa, nel corso del mese di settembre, si svolgevano presso l'unità di crisi del Ministero degli affari esteri una serie di riunioni informative alle quali hanno partecipato il capo della delegazione per la Somalia, l'armatore e i familiari dei marittimi italiani.
In data 12 ottobre, l'armatore comunicava di aver ricevuto un'ultima richiesta di riscatto precisando, al contempo, di non disporre dell'ammontare richiesto.
Il 13 ottobre l'armatore e i familiari dei marittimi chiedevano formalmente l'intervento del Governo, al fine di giungere al più presto ad una positiva soluzione del caso. A seguito di tale richiesta, l'unità di crisi - anche sulla base delle esigenze umanitarie legate al pericolo di vita incombente sui cinque connazionali a bordo - assumeva direttamente la gestione sia della trattativa sia dei contatti anche in loco, seguendo tutte le successive fasi, che si sono concluse con la partenza del motopeschereccio.
Durante tutto il periodo del sequestro, il Ministero degli affari esteri, attraverso l'unità di crisi e la delegazione diplomatica speciale per la Somalia, ha fornito all'armatore tutta l'assistenza da questi richiesta. Constatata l'estrema lentezza della trattativa, venivano presi contatti con alcune personalità somale del Puntland, affinché intervenissero per agevolare una rapida soluzione della vicenda. Inoltre, data l'assoluta impossibilità per rappresentanti occidentali di recarsi in quell'area, veniva inviato ad Eyl un collaboratore somalo della nostra delegazione per la Somalia, per mantenere contatti e riferire sull'evoluzione della trattativa. Si provvedeva, infine, a far pervenire a bordo dell'imbarcazione generi di prima necessità e si ottenevano assicurazioni sull'incolumità dell'equipaggio. Accanto a queste azioni effettuate in loco, sono stati mantenuti contatti telefonici giornalieri con l'armatore, con i rappresentanti della Hart Group, con il mediatore somalo e, tramite telefono satellitare, con il comandante della nave. I familiari dell'equipaggio venivano informati quotidianamente dell'evolversi della situazione, fino alla felice soluzione.
La società Meridionalpesca, negli ultimi quattro anni, ha subito altri quattro analoghi sequestri di motopescherecci in Somalia. A seguito di tali ripetuti episodi e in considerazione dell'instabilità dell'area, il Ministero degli affari esteri ha emanato già nel 1999 un comunicato, diramato a tutte le capitanerie di porto, sottolineando la pericolosità di operare in Somalia in base a licenze o permessi di pesca di qualsiasi tipo concessi da autorità locali non in grado di garantirne l'efficacia. Si attirava, inoltre, l'attenzione sulla necessità di astenersi dal navigare in prossimità delle coste somale.
A suo tempo, il collega Lusetti ed io presentammo questa interrogazione perché ancora alla data del 17 ottobre 2001 (la vicenda si protraeva dal mese di luglio) non si vedeva ancora alcuna possibilità di soluzione e questi marinai, tutti nostri connazionali, ma anche gli altri, circa trenta persone, principalmente kenioti ma non solo, vivevano non soltanto nell'incertezza del futuro, nel pericolo di vita che poteva essere imminente ed incombente in qualsiasi momento, ma anche in condizioni possiamo dire quasi disperate: infatti, non avendo più scorte di gasolio, non funzionavano i servizi interni alla barca (come i gruppi elettrogeni), per cui non potevano usufruirne, né potevano alimentarsi adeguatamente.
Ora, ci troviamo a discutere su questa grave vicenda che nel frattempo ha avuto fortunatamente un epilogo positivo e possiamo farlo quindi con spirito più sollevato. Tuttavia, sebbene rischi di essere pressoché inutile discutere di allora, credo sarebbe opportuno farlo comunque se non altro per trarne una indicazione e una lezione per il futuro, pur sapendo che siamo di fronte ad una delle zone più
In questo senso, mi preme sottolineare un aspetto e vorrei dirlo con un qualche rilievo critico. Il sottosegretario ha detto che non appena la famiglia ha chiesto l'intervento del ministero, quest'ultimo ha costituito l'unità di crisi. Le chiedo se non sarebbe stato il caso di non attendere che la vicenda emergesse a seguito delle notizie della stampa (l'Espresso ed altri quotidiani che diedero notizia e posero la drammaticità di quella vicenda) e dell'intervento delle famiglie presso il ministero: quindi, ci chiediamo se il ministero potesse intervenisse senza essere necessariamente interpellato, per costituire immediatamente e tempestivamente l'unità di crisi. Infatti, quello che possiamo rilevare è che ci fu un ritardo nella costituzione dell'unità di crisi e nell'intervento: insomma, il ministero non brillò in quella occasione, diciamo pure, per tempestività e per efficacia, come mi è parso di cogliere, pur sapendo che la situazione non si presentava di facile gestione. Ma mi è parso che anche l'efficacia non sia stata enorme e i tempi si siano prolungati oltre misura, forse perché si è entrati in campo un po' in ritardo.
Penso che oggi - terminerò qui il mio intervento - si debba ragionare e riflettere su cosa si possa fare - visto che questa non è stata e non è l'unica vicenda di questo genere che abbiamo vissuto - per evitare che altre vicende simili abbiano a ripetersi. Bisogna sapere come intervenire sul piano della prevenzione e bisogna disporre di unità di crisi in grado di attivarsi immediatamente non appena si determinano situazioni di questo genere, al fine di attivare dai primissimi giorni quelle iniziative - anche diplomatiche - che possano più rapidamente risolvere tali situazioni.


