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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione
in legge del decreto-legge 16 gennaio 2002, n. 3, recante disposizioni urgenti per il potenziamento degli uffici diplomatici e consolari in Argentina.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto altresì che la XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Taborelli, ha facoltà di svolgere la relazione.
MARIO ALBERTO TABORELLI, Relatore. Signor Presidente, la difficile situazione sociale, politica, economica e finanziaria dell'Argentina è ormai da diverso tempo al centro dell'attenzione di tutto il mondo. L'intervento oggetto del decreto-legge n. 3 del 2002, e del relativo disegno di legge di conversione, si inserisce in un più ampio panorama di provvedimenti attraverso i quali il Governo ha risposto all'emergenza in corso con estrema rapidità e tra i quali è quantomeno doveroso ricordare i seguenti.
In primo luogo, la riammissione dell'Argentina nel novero dei paesi eleggibili a ricevere crediti di aiuto. Sono in fase di avanzato esame presso le strutture della cooperazione italiana due linee di credito, rispettivamente, nel settore sanitario e della piccola e media impresa, per un valore complessivo di 100 milioni di euro; in tal senso, verrà sottoscritta un'intesa nei prossimi giorni.
Sono stati finanziati dal Ministero degli affari esteri, sul capitolo di bilancio dedicato alle spese per la tutela e l'assistenza dei connazionali e delle collettività italiane all'estero, interventi nei settori assistenziali, per un totale di oltre 13 miliardi di lire. In sede UE vi è stata la richiesta di ampliare le quote di importazione dei prodotti alimentari argentini e in generale di favorire l'esportazione dal paese sudamericano.
La crisi economica e finanziaria in atto, culminata in uno stato di tensione politica e sociale di estrema gravità, ha determinato, inoltre, come del resto era presumibile attendersi, un aggravio straordinario della pressione sull'ambasciata d'Italia a Buenos Aires e sui consolati in Argentina. Tale situazione ha reso necessario un intervento immediato del Governo, proprio attraverso l'adozione del decreto-legge n. 3 del 2002, teso ad autorizzare il potenziamento, nell'interesse e nella salvaguardia dei diritti dei cittadini italiani residenti in Argentina, dell'organico distaccato presso gli uffici consolari e l'ambasciata italiana a Buenos Aires, con l'assunzione di 30 nuovi impiegati. L'intervento, attraverso il decreto-legge, si è reso necessario dato l'improvviso aggravarsi degli eventi e il conseguente immediato aumento dei carichi di lavoro e delle richieste di servizi e di aiuto rivolte nei confronti degli uffici consolari e dell'ambasciata. Per tali carichi di lavoro risulta indispensabile procedere all'aumento dell'organico in modo celere, per evitare lunghissimi ed intollerabili tempi di attesa, anche in deroga a quanto previsto dagli articoli 152 (riguardante i limiti quantitativi del contingente) e 153 (riguardante i limiti temporali del contratto di assunzione) del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 5 gennaio 1967, che tratta l'ordinamento dell'amministrazione degli affari esteri (recentemente modificato).
Nello specifico, l'articolo 1, comma 1, prevede che le assunzioni potranno avvenire in deroga a quanto previsto dall'articolo 152 - in quanto non si dovrà attendere la vacanza di posti, anche se l'aggiunta delle 30 nuove unità comporterà lo sfondamento del tetto massimo del contingente, previsto in 1.827 unità - e in deroga all'articolo 153 (riferito sempre al decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 5 gennaio 1967), poiché le assunzioni
potranno essere rinnovate, in caso di prolungata necessità, per successivi due semestri; mentre l'articolo 153 prevede, per ogni singolo assunto, la possibilità di un solo rinnovo e l'attesa di sei mesi per la stipula di un nuovo contratto.
Il comma 2 dell'articolo 1 dispone che, per l'assunzione delle 30 unità di personale con contratto temporaneo, si applicano le procedure previste per il personale temporaneo, di cui all'articolo 153. A questo fine sembrano rivestire particolare rilevanza anche gli articoli 154 e 155.
In merito all'impatto finanziario del provvedimento è opportuno ricordare che l'assunzione di 30 impiegati presso gli uffici diplomatico-consolari in Argentina avrà un costo nel limite massimo di 1.632.951 euro, corrispondente all'ammontare complessivo delle retribuzioni, nell'ipotesi di permanenza in servizio per il periodo massimo consentito di 18 mesi. Infatti, la retribuzione annua di un impiegato con mansioni esecutive di nuova assunzione in Argentina, con contratto regolato dalla legge locale, è di 36.287 euro. Nel caso in cui le assunzioni avvengano dal primo marzo e vengano rinnovate per due semestri successivi, la spesa totale sarà ripartita in 907.195 euro nel 2002 e 725.756 euro nel 2003.
L'articolo 2 prevede che la copertura finanziaria venga garantita mediante riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2002-2004, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente, «Fondo speciale», dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2002, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
Si ricorda, infine, che con tale provvedimento il Governo ha risposto in tempi rapidissimi alle stesse richieste di intervento avanzate da esponenti della maggioranza e dell'opposizione durante la seduta del Senato del 20 dicembre 2001. Ricordo con soddisfazione come il provvedimento sia stato condiviso in Commissione lavoro da tutte le forze politiche, che hanno permesso una trattazione in tempi rapidissimi; di questa sensibilità ringrazio di cuore tutti i componenti della Commissione.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
MARIO BACCINI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ranieri. Ne ha facoltà.
UMBERTO RANIERI. Signor Presidente, a noi pare che potenziare gli uffici diplomatici e consolari in Argentina sia importante; per tale ragione condividiamo il provvedimento in esame, emanato al fine di fronteggiare al meglio i compiti gravosi delle nostre rappresentanze in un paese, quale è l'Argentina, scosso da una drammatica crisi - tra le più difficili della sua storia - rispetto alla quale appare ancora incerta la via per uscirne. Credo che il Parlamento ed il Governo italiano non mancheranno di compiere ogni sforzo e di offrire il loro sostegno e la loro solidarietà; del resto, il provvedimento in discussione è una conferma di questi intendimenti.
Vorrei rapidamente svolgere alcune considerazioni sulla drammatica situazione di un paese a noi caro come l'Argentina per intendere le ragioni che l'hanno condotta ad un tale precipizio. La verità è che si è trattato di una combinazione di eventi, di processi interni al paese e di condizioni malaccorte, punitive e destabilizzanti, come hanno sostenuto molti osservatori e studiosi, che sono state imposte da prestatori esterni ed, in particolare, dal Fondo monetario: una miscela che ha condotto alla crisi devastante di questi ultimi tempi, alla rabbia, all'ira del ceto medio e degli strati più deboli della popolazione argentina; c'è chi sostiene che il peggio non sia ancora passato.
Alla base della crisi argentina vi è una situazione che si è verificata anche in altri paesi: un regime di cambio fisso, poco flessibile, in una economia molto aperta, che è stato introdotto per ridurre l'inflazione e per migliorare la crescita. I guadagni che derivano all'economia da un'inflazione bassa e da bassi tassi di interesse
portano ad una maggiore crescita delle importazioni, successivamente ad alti livelli di indebitamento da parte delle imprese, ad una crescita del disavanzo delle partite correnti e ad un maggiore indebitamento internazionale. Se nello stesso tempo i proventi delle tasse non crescono allo stesso ritmo delle spese pubbliche, se la spesa del Governo centrale cresce per ragioni politiche, come è accaduto in Argentina negli ultimi anni, ne consegue che il tasso di cambio diventa notevolmente sopravvalutato.
Nel caso dell'Argentina un'ulteriore riduzione di un gettito fiscale, già storicamente molto basso, una spesa pubblica forte, un disavanzo delle partite correnti, la perdita di riserve, unitamente ad un'economia in recessione, suggerivano un tasso di cambio più basso; lo hanno ricordato in tanti, e tra gli altri Samuelson, in una efficace ricostruzione della crisi argentina sui quotidiani italiani. Mentre il dollaro si rafforzava negli anni novanta, la parità ha avuto l'effetto di rendere le merci argentine maledettamente care, ma le autorità politiche argentine, Cavallo, Menem, de la Rua, sono rimaste testardamente attaccate a quella parità decisa dieci anni fa, in seguito ad una legge che stabilì che la banca centrale non potesse emettere alcun peso se non acquisendo preventivamente la copertura in dollari. Una sorta di ottusità che si è protratta, coinvolgendo tutte le forze politiche sino all'esplosione di queste settimane. Del resto, dopo la svalutazione del Brasile di tre anni fa, l'industria argentina non era in grado di reggere un livello del tasso di cambio così penalizzante, assai distante dai fondamentali economici di quel paese. Un'economia relativamente debole, come quella argentina, non può sopportare il peso di una moneta forte come il dollaro.
Le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi: una prolungata recessione, la caduta verticale delle entrate fiscali, la crescita del debito estero, il default dichiarato innanzitutto dai mercati, giacché il valore di mercato del debito argentino si aggirava già intorno al 50 per cento del valore nominale.
La crisi argentina ha sicuramente profonde ragioni interne: essa viene da lontano. Scaricare le colpe delle classi dirigenti argentine su altri soggetti non sarebbe possibile. Sono almeno quattro anni che il cambio di rotta si rende necessario e le autorità argentine non provvedono in questa direzione, qualunque sia il colore politico dei gruppi dirigenti.
Le responsabilità interne sono da ricondurre a istituzioni macchiate da corruzione e clientelismo, alla debolezza delle compagini governative, alle mancate riforme.
Lo ripeto, è una crisi economica che viene dunque da lontano: è una crisi di un'economia in cui il tasso di investimento è stato eccezionalmente basso ed altrettanto quello del risparmio. Una riflessione tuttavia si impone anche per i fattori esterni che hanno contribuito ad un esito rovinoso: occorre per esempio discutere delle politiche e del ruolo del Fondo monetario internazionale. Si impone una riflessione perché, con lo stesso automatismo dimostrato in Asia nel 1997, il Fondo ha proposto, quale ricetta per uscire dalla crisi, l'equilibrio dei conti pubblici, in un paese in recessione da quattro anni e che riscuoteva imposte solo per un valore che si aggirava intorno al 15-18 per cento del prodotto interno lordo. Ciò ha comportato una caduta spettacolare della spesa pubblica, una caduta che qualunque società democratica non avrebbe potuto sopportare senza gravi esplosioni sociali.
Si è in sostanza spinto in una direzione in cui a recessione si è sommata recessione: è ora auspicabile che il Governo argentino trovi la forza di compiere una svolta politica, recuperando l'autonomia della politica economica e monetaria del paese. È auspicabile che altri governi aiutino il Governo argentino in questa operazione: in primo luogo, gli Stati Uniti d'America, l'Unione europea e gli istituti e le organizzazioni finanziarie internazionali.
Le recenti misure previste dal governo argentino non sono facili da realizzare: la svalutazione è in parte una misura inevitabile, che non rappresenta tuttavia la cura. Occorre che il peso risponda alle esigenze del mercato, migliorando la competitività
argentina e tenendo sotto controllo anche il rischio inflattivo, con la previsione di misure che attenuino il disagio degli strati più deboli della popolazione e di un ceto medio che sembrava consolidarsi e che invece è stato colpito da questa crisi.
Occorre evitare il rischio che attraverso la svalutazione si cada nella iperinflazione o in una esplosione del deficit fiscale. A me sembra che, sulla base di un programma di svolta, le istituzioni internazionali dovranno recitare la propria parte per rinegoziare il debito, sia pubblico sia privato - è stato qui ricordato che l'Italia è impegnata a svolgere la propria parte e dovrà farlo proseguendo lungo la strada, già tracciata in queste settimane -; essa dovrà farlo sul piano bilaterale e, in tal senso, si è discusso anche con il ministro degli esteri argentino ricevuto a Roma dal Presidente del consiglio, dal Presidente della Camera e da una delegazione del Parlamento.
L'Italia dovrà sostenere l'iniziativa dell'Unione europea verso l'Argentina e il Mercosur. Si farà sentire l'iniziativa italiana - sono certo -, nelle sedi multilaterali, nel sostenere un Governo argentino realmente intenzionato ad avviare un programma di svolta.
Certo, sarà decisiva una svolta nei comportamenti delle classi dirigenti e politiche argentine. Guai se tutto si risolvesse nell'ennesimo ritorno degli stessi di sempre: ci sembra sia giunto il momento, anche per quel grande paese che tanto ci è caro, di una svolta profonda, lungo la linea che è stata indicata, anche con le misure che oggi sosteniamo per il potenziamento delle rappresentanze diplomatiche italiane in Argentina.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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