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PRESIDENTE. L'onorevole Intini ha facoltà di UGO INTINI. Signor Presidente, i Socialisti sono vecchi amici d'Israele. Il loro leader storico, Pietro Nenni, ha perduto una figlia nel campo di Mathausen, dove è morta insieme agli ebrei. Nel nostro codice genetico c'è un legame con Israele. Abbiamo sempre apprezzato la teoria, sviluppata negli ultimi anni da Israele, del «Land for peace» (la terra restituita ai palestinesi in cambio della pace) e l'accettazione dell'idea di due Stati che vivono in pace, l'uno accanto all'altro: Israele e Palestina. Tuttavia, adesso, non possiamo non vedere l'imbarbarimento della politica israeliana e dobbiamo essere franchi con i nostri amici, a cominciare da Shimon Peres: donne e bambini palestinesi vengono uccisi, non da terroristi suicidi o da fanatici, ma dalle armi di un esercito regolare e razionale.
estera e di difesa comune autonoma. Nulla, come la crisi palestinese, indica l'urgenza di tutto questo. Essa si svolge alle porte di casa nostra, del nostro deposito di petrolio. Il mondo arabo, a torto o a ragione, non vede negli Stati Uniti un mediatore sufficientemente neutrale tra Israele e Palestina (a me sembra, a ragione); lo vede nell'Europa che, tuttavia, nessuno può accusare d'essere ostile pregiudizialmente ad Israele.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri, signora Boniver, ha facoltà di MARGHERITA BONIVER, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, dico subito che condivido gran parte del contenuto dell'interpellanza presentata dall'onorevole Intini, di cui sono cofirmatari numerosi esponenti di altri gruppi politici. Dispiace soltanto che siamo in pochi ad ascoltare parole così gravi - concernenti una situazione così inestricabile, forse la più lunga e la più crudele fra le crisi internazionali - anche perché tante volte quest'Assemblea ha votato all'unanimità ordini del giorno, mozioni e risoluzioni relativi a tale questione.
attualmente in fase di definizione. Questo piano sarebbe teso a dare ai palestinesi una concreta prospettiva di migliori condizioni di vita quando cesseranno le violenze, offrendo così una speranza di un futuro migliore e contribuendo, in questo modo, a drenare quel serbatoio di disperazione da cui coloro che non vogliono la pace attingono a piene mani. L'Unione europea anche recentemente, con il determinante appoggio attivo dell'Italia, ha più volte affermato, da ultimo proprio il 28 gennaio scorso, la sua posizione, chiedendo nuovamente alle parti in causa di applicare senza condizioni di sorta il piano Tennet per il cessate il fuoco e le raccomandazioni della commissione Mitchell. L'Unione europea ha altresì reiterato la richiesta al presidente Yasser Arafat di fare tutto il possibile per porre fine al terrorismo ed all'Intifada armata e, contestualmente, ha chiesto ad Israele di fermare le esecuzioni extragiudiziarie, rimuovere i blocchi e le occupazioni delle città palestinesi, annullare le restrizioni di movimento per il leader Yasser Arafat e congelare gli insediamenti nei territori occupati.
PRESIDENTE. L'onorevole Intini ha facoltà di UGO INTINI. Signor Presidente, il nostro paese ha una tradizione bipartisan nella politica in Medio Oriente, che risale alla prima Repubblica. I comunisti hanno sempre appoggiato la lotta di liberazione palestinese, i democristiani (innanzitutto Andreotti) hanno svolto un ruolo molto importante con il pieno appoggio del Vaticano. Craxi ha avuto una parte decisiva nella legittimazione internazionale di Arafat, anzi, quando si scriveranno i particolari della storia, credo che si scoprirà che fu soprattutto Craxi a convincere, negli anni ottanta, la Casa bianca a trattare con Arafat ed a considerarlo non come un terrorista ma come un futuro Capo di Stato.
diritti degli israeliani e quelli dei palestinesi sono entrambi da sostenere, ancorché oggi, apparentemente, in insanabile conflitto. Oggi, tuttavia, è la causa palestinese quella più debole e quindi più bisognosa di sostegno.
Sharon ha voluto approfittare della tragedia delle Twin towers per liquidare Arafat, per farlo apparire come un altro Bin Laden. Questo è un tentativo perfido, cinico, ed è un «no» evidente alla pace, perché se Sharon volesse la pace dovrebbe preservare il suo interlocutore, rafforzarlo, non distruggerlo. Arafat, infatti, è l'unico interlocutore possibile: dopo di lui o non c'è nessuno, o c'è un interlocutore peggiore. Ieri, il Presidente egiziano Mubarak lo ha dichiarato con chiarezza.
Lungo questa strada d'imbarbarimento, lo Stato israeliano rischia di perdere la sua natura. È nato come uno Stato sionista e democratico. Se non restituirà la terra ai palestinesi, diventerà uno Stato dove gli ebrei saranno un giorno minoranza, e, in quel giorno, lo Stato israeliano o non sarà più sionista o, più probabilmente, non sarà più democratico, ma una sorta di Sudafrica del 2000, con una minoranza di ebrei assediata, spaventata e disperata, circondata da un mare di odio e di violenza.
Siamo alleati leali degli Stati Uniti nella guerra in corso contro il terrorismo, però (dobbiamo dire la verità ai nostri alleati) questa guerra è psicologica e propagandistica, prima ancora che militare. Quando un palestinese innocente viene ucciso, e quando la Cnn araba Al-Jazeera mostra il suo sangue, si dà un grande aiuto alla causa del fondamentalismo islamico.
Tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite - ciò è molto sentito nel mondo arabo - vanno applicate: quelle contro l'Iraq, ma anche quelle che chiedono ad Israele di ritirarsi dai territori occupati. Non si possono avere due pesi e due misure: il trattamento di favore per Israele dà anch'esso un grande aiuto al fondamentalismo islamico.
Quest'interpellanza, che parlamentari di partiti diversi - li ringrazio - hanno voluto sottoscrivere, rileva due punti importanti, tra gli altri. Dobbiamo condannare il terrorismo, ma anche le cause dello stesso, una delle quali è l'occupazione militare che continua da decenni nella terra palestinese. Si deve consentire la presenza di osservatori in Palestina per porre un freno, almeno psicologico e politico, alla violenza. Si potrebbero inviare, a turno, parlamentari di tutti i Parlamenti europei.
Signor Presidente, stiamo lavorando per un'Europa politicamente unita, alleata degli Stati Uniti, ma con una politica
Ma l'Europa è insufficiente; l'Europa non è pronta; l'Europa è, certamente, un gigante economico, me è ancora un nano politico e militare; deve crescere, anche per evitare che gli Stati Uniti si incamminano lungo strade pericolose. Una di queste è quella che si aprirebbe se Bush davvero credesse all'esistenza di un «asse del diavolo» tra Iran, Irak e Corea del Nord: per l'Occidente, il diavolo nasce anche dalle sofferenze alle quali, pur potendo, l'Occidente stesso non sa o non vuole contribuire a porre rimedio.
Voglio concludere osservando che, con questo spirito, ho apprezzato la proposta di una conferenza sul Medio Oriente avanzata dal Governo italiano: tale proposta è giusta; ed è bene che essa sia giunta proprio dall'Italia, il paese che, per motivi storici e geopolitici, è il più interessato a che il Mediterraneo sia un mare di pace.
Il Governo è assolutamente cosciente della gravità della situazione in Medio Oriente. La tregua di Natale, che è di poche settimane fa ma sembra oramai molto lontana nel tempo, è stata spezzata da una rinnovata sequenza di attentati e rappresaglie che paiono non avere fine. Gli argini che erano stati costruiti con fatica, negli ultimi mesi, per contenere e per far cessare la violenza, hanno ceduto quasi del tutto di fronte all'estendersi dei gruppi e delle organizzazioni che, facendo ricorso ad attentati terroristici e provocando, in tal modo, ritorsioni e rappresaglie, di durezza talvolta ingiustificata, acuiscono i sentimenti di disperazione e di odio che pervadono tanto l'una quanto l'altra popolazione.
L'Italia è profondamente convinta della necessità di trovare una via d'uscita da una situazione che va progressivamente deteriorandosi e, per tentare di riannodare i fili del processo di pace, ha attivato sia iniziative bilaterali (anche importanti) sia, evidentemente, azioni nell'ambito dell'Unione europea. Le varie missioni svolte nella regione - da ultimo, dall'Alto rappresentante europeo, Solana - alle quali abbiamo fattivamente contribuito (come abbiamo contribuito, del resto, agli incontri ed ai contatti del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio con numerosissimi leader dell'area mediorientale) costituiscono, di per sé, una testimonianza evidente dell'attenzione con cui il nostro paese segue la situazione e partecipa agli sforzi di tutta la comunità internazionale per una sollecita soluzione della crisi o, quantomeno, per una sollecita ripresa del dialogo interrotto.
Oltre che nella dimensione parlamentare e governativa, l'azione italiana si esplica nel tentativo di riannodare i contatti tra le società civili israeliana e palestinese: nei prossimi giorni, avranno luogo in Italia (a Torino, ma anche qui a Roma) alcune iniziative, promosse con l'obiettivo di restituire centralità alle opinioni pubbliche ed alle istanze più avvertite intorno alla causa della pace e della convivenza.
Il Governo italiano, come ha riconosciuto anche l'onorevole Intini, è anche impegnato in uno sforzo molto preciso: il cosiddetto piano Marshall per la Palestina,
Questo è un tipo di linguaggio che va ben aldilà del solito linguaggio diplomatico che viene utilizzato in situazioni di questa gravità. L'Italia è quindi in prima linea con i partner internazionali ed è favorevole al principio di un monitoraggio indipendente accettato da entrambe le parti. Questo monitoraggio, infatti, è una fondamentale misura per tentare di ricostruire la fiducia reciproca, che palesemente è stata persa, intervenendo con una analisi indipendente ed imparziale dell'applicazione di tregue future, che noi ci auguriamo siano dietro l'angolo.
In conclusione, vorrei ancora una volta ribadire che il Governo italiano è direttamente, in prima persona, coinvolto e vivamente interessato alla proposta di convocare finalmente una conferenza internazionale per riaprire il negoziato politico di cui si è discusso - ma la discussione non si è ancora conclusa - alla riunione del Consiglio affari generali di Bruxelles di qualche giorno fa. Questa conferenza internazionale dovrebbe vedere la partecipazione dell'Unione europea, dell'ONU, degli Stati Uniti, della Russia, dei paesi arabi, nonché delle parti in causa. Su questa proposta di conferenza internazionale il Governo sta lavorando in profondità. In questi giorni Solana è in visita a Washington e incontrerà Richard Cheney e Condoleezza Rice, la responsabile della sicurezza americana; non sappiamo ancora quali saranno le reazioni del nostro alleato americano a questa proposta, ma ci auguriamo vivamente che si possa dare un seguito a una proposta che vuole a tutti i costi sbloccare una situazione drammaticamente in stallo.
Ho quindi poco da aggiungere; ho apprezzato le parole del sottosegretario Boniver, e credo la cosa importante sia che non si facciano passi indietro rispetto a questa nostra tradizione politica. Gli Stati Uniti non devono ritornare agli anni settanta, quando trattavano Arafat da terrorista, e l'Italia deve continuare ad avere un consenso politico quasi unanime per un ruolo attivo in Medio Oriente, per la pace in Palestina e deve avere questo ruolo da protagonista come impongono la sua collocazione e il suo interesse nazionale.
Credo che l'Italia debba difendere, innanzitutto, la causa palestinese perché i


