Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 71 del 29/11/2001
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(Rinnovo del contratto dei metalmeccanici - n. 2-00159)

PRESIDENTE. L'onorevole Grandi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00159 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10).

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, alcuni giorni fa una delegazione di lavoratori


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metalmeccanici si è recata alla nuova sede del Ministero del lavoro per consegnare 351 mila firme; in tale occasione si è verificato un episodio francamente strano: mentre un gruppo di parlamentari accompagnava la consegna delle firme, il ministro Maroni è arrivato - dall'interno del Ministero - sulla soglia, per poi rientrare e lasciare che fosse la portineria del Ministero stesso ad accogliere 351 mila firme di lavoratori metalmeccanici che, tra le altre cose, sono anche cittadini di questo paese.
Anche per chiarire questo episodio e per richiamare l'attenzione del Governo sulla realtà di tali lavoratori, abbiamo pensato che fosse necessario dare una possibilità di ascolto alle 351 mila firme dei metalmeccanici, cittadini di questo paese che sono oggi impegnati in una difficile vertenza che riguarda il loro lavoro ed il loro futuro. Tali lavoratori, come tanti altri, nel corso di questi anni hanno contribuito al risanamento economico del nostro paese: dobbiamo anche a loro, in termini estremamente ampi, il risanamento dell'Italia. È infatti grazie al comportamento responsabile delle organizzazioni sindacali, e dei lavoratori che rappresentano, che si è raggiunto questo risultato. Il conseguimento del traguardo dell'euro, che si concretizzerà tra qualche settimana, lo dobbiamo largamente a questi strati della società italiana.
Un caposaldo di tutto ciò è l'accordo del 23 luglio 1993, che ha definito le regole non solo per la politica dei redditi ed il contenimento dell'inflazione, ma anche per la tutela dei salari e per il rinnovo dei contratti di lavoro. Per questo, risulta difficile capire cosa intendesse il ministro Maroni quando la settimana scorsa, rispondendo in aula ad un'interpellanza di un collega deputato, ha detto che il Governo intende astenersi sulla vertenza dei metalmeccanici. È difficile comprendere come ci si possa astenere nel momento in cui una parte così rilevante dei lavoratori italiani ritiene ancora aperto, oggi, il problema del rinnovo del contratto nazionale di lavoro. L'accordo del 23 luglio 1993 dà, tra l'altro, ragione a tali soggetti, non solo in termini generali, ma anche nell'impegno a tutelare il potere d'acquisto, a garantire lo sviluppo di normali condizioni sindacali, in sostanza, a non creare maggiori difficoltà a quei lavoratori che già tanto hanno contribuito al risanamento del nostro paese.
È proprio l'accordo del 23 luglio 1993 - che, del resto, il sottosegretario Sacconi ben conosce, e so perfettamente, in modo diretto, della sua competenza sul problema - a definire il ruolo fondamentale del contratto nazionale di lavoro; esso, in sostanza, stabilisce che le relazioni sindacali hanno, nel rinnovo dei contratti nazionali di lavoro, un ruolo importante di tutela del potere di acquisto e di garanzia di legittimità dell'interlocutore sindacale che, appunto, ha contribuito, nei termini che ho ricordato, al risanamento di questo paese. Il mondo del lavoro aveva, ed ha, il diritto a vedere riconosciuto questo contributo.
I rinnovi contrattuali, invece, avvengono con grande difficoltà, e sicuramente non per responsabilità dei lavoratori: basta guardare i dati sul rapporto tra inflazione e salari ed immediatamente ci si può rendere conto di come la bilancia, semmai, penda in termini negativi dal lato dei salari; esiste sicuramente una questione salariale e viene manifestato, dalle controparti, un atteggiamento non positivo nel rinnovo dei contratti di lavoro, una politica della lesina che non è coerente con il contributo dato dai lavoratori in questi anni. Non dovrebbe esservi traccia, oggi, nelle relazioni sindacali, di questo atteggiamento, eppure esso esiste. Vi sono tentativi palesi di dividere il fronte dei sindacati: non dimentichiamo che l'accordo del 1993 è un accordo che è stato possibile innanzitutto per una grande tenuta unitaria; allora, l'unità dei sindacati, delle grandi confederazioni, dovrebbe essere molto cara all'azione del Governo, mentre sinceramente non sembra che sia così se consideriamo non soltanto le dichiarazioni di autorevoli esponenti della maggioranza, ma anche dichiarazioni esplicite che ritengono


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di poter giocare sui rapporti con questo o con quel sindacato in questa o in quella occasione.
Eppure, dovrebbe essere di insegnamento al ministro Maroni e al Governo il fatto che, di fronte a scelte politiche non condivisibili, come quelle recenti dell'attacco all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, per fortuna, il fronte sindacale si è ricostituito in termini unitari ed ha reagito.
È in questo quadro che si è arrivati ad un accordo separato; un accordo separato sbagliato, voluto dalle controparti che lo hanno cercato, tentando di isolare una organizzazione sindacale: la FIOM-CGIL. Quest'ultima non ha firmato quell'accordo, ritenendolo fuori dal mandato dei lavoratori oltre che dai criteri contenuti nell'accordo del 1993 il quale - ricordiamolo - è stato confermato come accordo-quadro confederale.
La FIOM-CGIL ha dimostrato, con la raccolta di 351 mila firme (tutte certificate da garanti che sono stati correttamente richiesti e ricercati al di fuori delle organizzazioni sindacali), di essere, in effetti, organizzazione maggiormente rappresentativa e - come il sottosegretario Sacconi sa bene - nella giurisdizione più recente, organizzazione comparativamente più rappresentativa.
Dopo «referendum» e «modifiche di legge», «costituzione materiale dei fatti», l'espressione «organizzazione comparativamente più rappresentativa» è quella che indica con maggiore esattezza chi è rappresentativo di chi. Oggi, sicuramente, è più rappresentativa comparativamente una organizzazione che ha raccolto l'adesione di 351 mila lavoratori e, se il Governo non ne è convinto, controlli la validità delle firme e chieda ai garanti se le stesse siano valide. Questi 351 mila lavoratori sono molti di più del totale degli iscritti alle organizzazioni sindacali che hanno firmato l'accordo. Si ritiene che una minoranza possa avere interpretato meglio la maggioranza? Benissimo, vi è la via per scegliere e per capire: quella di organizzare un referendum tra i lavoratori e chiedere ai diretti interessati qual è la loro opinione.
Il ministro Maroni, in risposta al question time dell'altra settimana, ha affermato che, forse, si potrebbe intervenire soltanto di fronte ad una richiesta congiunta tra le parti. Ovviamente, se vi fosse una richiesta congiunta tra le parti, non ci sarebbe bisogno dell'intervento del Governo: ciò significherebbe che esiste l'accordo delle parti per rimuovere questo ostacolo e questo problema.
La ragione per cui si chiede un intervento del Governo sta nel fatto che tra le parti vi è un disaccordo, vi è un accordo separato, vi è un vulnus o, almeno, vi è una discrasia tra chi ha firmato l'accordo, ritenendo di rappresentare e chi non lo ha firmato e ha dimostrato di rappresentare. Questa è la ragione per cui esiste un Governo nel nostro paese: per affrontare i casi difficili e non per limitarsi ad affrontare quelli facili, poiché tutti sarebbero in grado di fare ciò.
È sicuramente vero - come ha ricordato il ministro Maroni - che nel nostro paese esistono alcuni precetti costituzionali come gli articoli 39 e 40, peraltro molto datati. Tuttavia, vorrei ricordare che l'interpretazione evolutiva nella giurisdizione e nella Costituzione materiale dei precetti costituzionali ci ha consentito di fare cose che - se fossimo stati alla lettera di alcune affermazioni - non sarebbero mai state possibili. Mi riferisco, ad esempio, all'attuazione dell'articolo 40 sullo sciopero nei servizi pubblici. Tale sciopero è stato regolato ed oggi è un risultato importante nel sistema di relazioni sindacali nel nostro paese, anche se qualche problema rimane tuttora. Proprio l'attuazione dell'articolo 40 è stata possibile attraverso la partecipazione e la disponibilità delle grandi confederazioni sindacali.
Anche l'articolo 39 è stato in larga misura - o almeno in buona misura - attuato, visto che nel settore del pubblico impiego, proprio in questi giorni, i lavoratori hanno votato la loro rappresentanza nel quadro di una normativa che il sottosegretario


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Sacconi conosce bene, perché in quel momento ricopriva un incarico ministeriale che gli ha consentito di lavorare sulle norme oggi in corso d'attuazione. Si tratta di norme che hanno consentito di dare valore di legge alla verifica di effettiva rappresentatività e rappresentanza nell'ambito del settore pubblico. Ciò ha «svelenito» moltissimo concorrenze, incapacità di distinguere e tentativi di fare accordi con qualcuno a scapito di qualcun altro.
In definitiva si è dimostrato, nel settore che il Governo dovrebbe meglio conoscere, quello dei suoi dipendenti, che la legge è importante perché può aiutare ad affrontare i problemi. L'idea dell'agnosticismo da parte di un Governo in materia legislativa è una stranezza politica e giuridica francamente incomprensibile. Se un Governo non si occupa di leggi, non si capisce di cosa si stia occupando (della loro attuazione? Di proposte?). Del resto, questo Governo ci sta abituando ad una gragnuola di decreti-legge, il che indica che di leggi, evidentemente, quando vuole se ne occupa e se ne occupa perfino in un modo distorto. Di conseguenza, le norme del pubblico impiego sono un punto di riferimento. Quei lavoratori hanno votato: esiste un sistema di verifica mista della rappresentanza tra voti ed iscritti. Nel settore pubblico non è possibile avere casi come quello dei metalmeccanici.
Questo è esattamente lo stesso criterio con cui, nella precedente legislatura - con un lavoro sicuramente faticoso ma, alla fine, produttivo - la Commissione lavoro della Camera ha redatto un testo (che avrebbe dovuto essere esaminato e, a mio giudizio, approvato in aula diventando legge) esattamente sulla rappresentanza e sulla rappresentatività, modulato sulla base dell'esperienza del settore pubblico. Si sarebbe trattato di una legge importante che avrebbe riformato rappresentanza e rappresentatività anche nel settore privato, evitando di arrivare a condizioni come quelle che si sono segnalate nel caso dei metalmeccanici, proprio per dare certezza al «chi rappresenta chi» ed estendere con certezza di rappresentanza i contratti con valore erga omnes.
Sappiamo bene che se dovessimo in punto di diritto, oggi, dare un'interpretazione conservatrice dell'articolo 39 della Costituzione ne vedremmo delle belle dal punto di vista dell'applicazione contrattuale nei luoghi di lavoro, in particolare del settore privato. Fortunatamente, vi è stata un'evoluzione: ognuno di noi ha cercato di interpretare la Costituzione alla luce dell'evoluzione della Costituzione materiale. Alcuni paesi hanno dimostrato che Costituzioni aventi centinaia di anni possono essere ugualmente buone in quanto interpretate nel corso del tempo: non si capisce perché non dovremmo cercare di farlo anche noi.
Il criterio legislativo adottato per cercare di chiarire che cosa sia maggiormente rappresentativo, con l'aggiunta della comparazione e della forza rappresentativa effettiva delle diverse organizzazioni, è un criterio che oggi possiamo ritenere largamente condiviso. In questo caso, per comparare «chi rappresenta chi» basta veramente poco. Vi sono 351 mila firme, vi sono gli iscritti accertati delle altre organizzazioni, vi è un problema che va affrontato e risolto.
Non è accettabile che il Governo si caratterizzi con l'atteggiamento che ha tenuto fino ad oggi: da un lato, attaccate l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori - allora di leggi ve ne intendete, tant'è che le volete modificare -, dall'altro, cercate di defilarvi su una materia socialmente delicata e politicamente rilevante che riguarda, guarda caso, direttamente il ministro del lavoro. Certo, riguarda il Governo, ma riguarda prima di tutto il ministro del lavoro.
La domanda posta - così mi pare di aver capito - la scorsa settimana dal ministro è: cosa posso fare? Proviamo anche da un altro punto di vista politico, dall'opposizione, ad aiutare il ministro a trovare il sentiero che gli sembra così difficile per non lasciar marcire una condizione nel settore industriale più importante dell'Italia. Convochi, intanto, le


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parti sociali, tutte, e le inviti a prendere atto della verità, cioè dell'esistenza di un dissenso che ha una rilevanza, ed a cercare di concordare con loro, attraverso un atteggiamento oculato e positivo, una soluzione ragionevole con l'accordo di tutti. Non pensiamo che ad un accordo separato o ad un vulnus debba corrispondere un altro vulnus. Bisogna rispondere con una soluzione che possa essere accettata da tutti, nessuno escluso. Non ci devono essere vinti e vincitori, quindi, non vi può essere l'esclusione dei metalmeccanici della FIOM-CGIL dal diritto di sapere quale contratto qualcun altro ha firmato per loro. L'impressione è che, in realtà, non vi vogliate muovere perché preferite avere la divisione nei sindacati. Forse, sperate che la divisione all'interno dei metalmeccanici diventi la divisione tra le confederazioni, come dice qualche ministro di questo Governo (e lo ha detto in interviste che non sono state smentite).

PRESIDENTE. Onorevole Grandi...

ALFIERO GRANDI. Concludo, signor Presidente.
Oppure c'è una seconda ipotesi: il Governo dichiari esplicitamente che - nel caso sia impossibile trovare, attraverso una ragionevole esplorazione, delle possibilità di soluzione con l'intesa di tutti - in assenza di accordo (che è la via maestra) garantirà, comunque - e lo può fare, non è vero il contrario -, la regolarità, attraverso la certificazione di chiunque intenda promuovere un referendum, che la volontà dei lavoratori sia quella effettivamente accertata: tutto ciò il Governo lo può fare.

PRESIDENTE. Onorevole Grandi, la prego di avviarsi alla conclusione.

ALFIERO GRANDI. Vi chiediamo due cose: cercate un accordo che recuperi il vulnus e, nel caso questo non sia possibile, garantite a chi, oggi, dimostra di essere comparativamente maggiormente rappresentativo, di riuscire a portare i lavoratori ad esprimere la loro opinione con il voto e, di conseguenza, garantite e certificate, non solo il diritto, ma l'esito di quel referendum.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali, dottor Sacconi, ha facoltà di rispondere.

MAURIZIO SACCONI, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Signor Presidente, onorevoli deputati, il Governo in più occasioni ha affermato di voler rispettare ed incoraggiare l'autonomia negoziale delle parti, le cui relazioni industriali devono considerarsi libere e responsabili.
Tale riconoscimento implica, come logica conseguenza, che l'esecutivo si asterrà da ogni intervento nella dinamica delle vertenze contrattuali, a meno che esse non riguardino servizi essenziali della collettività o, comunque, in esse sia evidente e preminente un interesse pubblico. Naturalmente, il Governo dichiara la propria disponibilità ad intervenire in funzione mediatoria e conciliativa nel caso in cui siano - come l'onorevole Grandi ha, poco fa, ricordato - entrambe le parti a richiedere, congiuntamente, tale intervento: per le parti contraenti non si tratta di una condivisione del merito ma della richiesta di un arbitrato.
Tutto ciò non esclude, peraltro, come già si è anticipato nel libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, che il Governo non condivida la tendenza, affermatasi in numerosi paesi dell'Europa comunitaria, di affidare ad organismi ed istruzioni neutrali altamente specializzate la trattazione di vertenze di lavoro - sempre su richiesta congiunta delle parti - con finalità mediatorie, conciliative e, sempre sulla base di un accordo volontario fra le stesse parti sociali, anche arbitrali.
Il Governo non intende, come già affermato nel citato libro bianco, assumere alcune iniziative in sede legislativa per regolare la rappresentanza e la democrazia sindacale; il profondo rispetto per l'autonomia collettiva delle parti sociali ci


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conferma nella convinzione che, in questa materia, è del tutto inopportuno interferire con lo strumento legislativo.
Del resto, numerose esperienze realizzatesi in altri paesi non hanno fornito i risultati attesi in termini di stabilizzazione del sistema di relazioni industriali: così è accaduto negli Stati Uniti negli anni trenta e nel Regno Unito all'inizio degli anni settanta, dove il Governo conservatore introdusse una legge di regolazione delle relazioni industriali che fu, significativamente e congiuntamente, ignorata dalle parti sociali, le quali, a causa di essa, conobbero un periodo di estrema difficoltà nei reciproci rapporti.
Le stesse parti sociali hanno raggiunto intese significative in tema di rappresentanza dei lavoratori in azienda che potranno, eventualmente, essere perfezionate; tali accordi liberamente sottoscritti, avranno sicuramente maggiore probabilità di una pronta applicazione di quanto non accadrebbe se un provvedimento legislativo del Parlamento fosse imposto brutalmente dall'esterno ad un libero sistema di relazioni industriali. Quindi, si può ipotizzare che, in presenza di un accordo tra le parti, il legislatore intervenga a darvi sostegno. Inoltre, è logicamente incongruo proporre di verificare se le organizzazioni sindacali firmatarie di un contratto collettivo nazionale di lavoro siano rappresentative o meno della maggioranza degli appartenenti alla categoria di riferimento. Tanto meno potrebbe aver luogo una verifica di tale natura attraverso lo strumento del referendum, per la semplice ragione che esso non è previsto dall'ordinamento, se non come diritto, di cui sono titolari le rappresentanze sindacali aziendali, solo, unitariamente, quello che, nella prassi sindacale, è stato ricorrentemente utilizzato e ha sempre costituito un momento di verifica con valenza limitata unicamente ai rapporti interni tra le organizzazioni sindacali e i lavoratori. Infatti, nella prassi, esso assume un valore di mobilitazione o, tutt'al più, di confronto interno tra lavoratori di base ed organizzazione sindacale. Pertanto, il referendum serve al sindacato per verificare l'adesione ad un'ipotesi di accordo collettivo. Invece, il referendum per la validazione dell'efficacia giuridica del contratto collettivo nazionale di lavoro è altra cosa e non è praticabile non avendo, come detto, cittadinanza nell'ordinamento attualmente vigente.
Dunque, nell'attuale sistema di diritto sindacale, un contratto collettivo può dirsi validamente stipulato quando sia stato sottoscritto da organizzazioni sindacali rappresentative, senza che abbia alcun rilievo il numero di lavoratori rappresentati o aderenti. Poiché, in questo caso, la firma è stata apposta da CISL e UIL (di cui non è certo in discussione la rappresentatività così come è concepita dall'ordinamento giuridico), non può discutersi fondatamente la sua validità legale.
Vale, insomma, il principio del libero riconoscimento delle parti contrattuali, di recente confermato dalla Corte di giustizia dell'Unione europea e anche dalla giurisprudenza italiana.
Da ultimo, la vicenda induce a una riflessione sul modello contrattuale quale quello definito nell'accordo del 23 luglio del 1993.
Il Governo ha, sempre attraverso il Libro bianco, invitato le parti a riprendere un negoziato avviatosi nella seconda metà degli anni novanta e infruttuosamente conclusosi in occasione dell'accordo del 1998. Si trattava di un negoziato che aveva ad oggetto la seconda parte degli accordi del 23 luglio del 1993, quella appunto inerente al modello contrattuale.
Questo nuovo modello negoziale, anche in considerazione dei dissensi che si sono verificati non solo tra le parti, ma anche all'interno del movimento sindacale, nel corso delle trattative relative al contratto dei metalmeccanici, potrebbe assegnare al contratto nazionale la funzione di cornice inerente i minimi retributivi e le tutele essenziali, mentre la contrattazione prossima ai luoghi ove si misura la produttività potrebbe meglio definire aspetti normativi e, soprattutto, una struttura della retribuzione


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in parte ancorata ai risultati di impresa e agli indicatori economici del territorio.
Il Governo ha, in più occasioni, annunciato la propria disponibilità ad incentivare, in misura superiore a quella oggi vigente, questa componente variabile della retribuzione.
Più in generale, onorevole Grandi, mi consenta di ribadirle che il Governo non cerca la rottura del movimento sindacale; il Governo opera, ovviamente, per conseguire il più largo consenso possibile tra le parti sociali. È, infatti, nell'ovvio interesse di un esecutivo conseguire questo risultato.
Certo, nel momento in cui qualcuna delle organizzazioni sindacali assume i comportamenti propri dell'opposizione politica più che del confronto sindacale, il Governo cerca il dialogo con coloro che appaiono non condizionati da pregiudizio, ma che guardano alla sostanza delle cose.
Per questa ragione, anche in occasione del recente confronto che ha preceduto il disegno di legge delega in materia di lavoro, su larga parte di quel provvedimento, con la maggioranza delle organizzazioni sindacali, è stato possibile verificare larghe convergenze. Ciò non è stato, invece, possibile con una organizzazione che ha manifestato pregiudiziale contrarietà su ciascuna delle proposte avanzate dal Governo.
Si interroghi questa organizzazione se, anche in occasione della vertenza dei lavoratori metalmeccanici e delle recenti trattative con il Governo, quest'ultimo abbia adottato tutti i comportamenti utili all'unità del movimento sindacale.

PRESIDENTE. L'onorevole Grandi ha facoltà di replicare.

ALFIERO GRANDI. Signor Presidente, devo dire che la risposta del sottosegretario di Stato Sacconi è francamente deludente, largamente insoddisfacente, per non dire addirittura preoccupante.

ALFONSO GIANNI. È grave!

MAURIZIO SACCONI, Sottosegretario di Stato per il lavoro e le politiche sociali. Questo lo dice anche un volantino.

ALFIERO GRANDI. È insoddisfacente, insufficiente, grave. L'onorevole Alfonso Gianni mi suggerisce di dire che è grave. Ed io allora aggiungo che è grave, accogliendo il suggerimento dell'onorevole Alfonso Gianni. Ed è francamente insoddisfacente, deludente e grave perché, di fronte ad una condizione come quella che si è ingenerata, non sarà l'atteggiamento notarile di chi finge di non vedere il problema, astenendosi dall'affrontarlo in termini positivi, a migliorare la situazione o, addirittura, a condurla fuori dalle nostre attenzioni. Entrambe le parti: così si è espresso, sottosegretario Sacconi. Le ho già detto che, se tutte le parti - e non sono entrambe, essendo più di due - fossero d'accordo ad affrontare il problema, non ci sarebbe alcuna ragione di far venire qui lei e, tanto meno, il ministro Maroni.
Se noi abbiamo chiesto al Governo di tenere un atteggiamento di responsabilità, è perché la situazione determinatasi ha provocato un vulnus: si tratta di un fatto grave che andrebbe sanato. Se non lo volete affrontare, significa che preferite la rottura, come del resto lei ha adombrato anche in altre occasioni. Spero che lei abbia torto e credo che il futuro le darà torto: ritengo si possa arrivare, invece, a condizioni di risposta unitaria da parte delle organizzazioni sindacali. Così, voi incoraggiate la rottura. Signor sottosegretario, lei ha confermato, con le opinioni qui espresse, che, in realtà, la rottura fra i metalmeccanici non dispiace al Governo perché si spera che possa diventare la rottura più generale fra le confederazioni. Io credo che questo non avverrà: al contrario, si dovranno creare, nel prossimo futuro, le condizioni per recuperare anche questo problema.
Sottosegretario Sacconi, lei ha detto: non interferire con interventi legislativi. Ed ha citato due esempi, già ricordati dal ministro Maroni. Speravo che qualche giorno di distanza vi avesse consentito


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almeno di guardare alle fonti. Sono le stesse parole: gli USA negli anni trenta e la Gran Bretagna degli anni settanta. Oltretutto, negli Stati Uniti c'è stato un altro intervento che io potrei evitare di ricordare, perché evoca un risultato per me nefasto: il Presidente Reagan, come noto, è intervenuto sui problemi sindacali, anche pesantemente, aprendo una terribile stagione di attacco ai diritti dei lavoratori. Come si vede, purtroppo, una certa efficacia l'ha avuta. Ma, anche per ciò che riguarda la Gran Bretagna, vogliamo ricordare l'efficacia degli interventi del Governo di centrodestra, anzi, di destra della Gran Bretagna? È il vostro punto di riferimento? È quello che volete fare anche voi? Mi pare francamente che voi preferiate verificare se la situazione può marcire, creando problemi e diversità.
Per ciò che riguarda l'uso del referendum, si è detto: strumento non previsto. Non previsto, ma non negato. Non c'è alcuna legge che vieti di indire un referendum per verificare la volontà dei lavoratori. Sottosegretario Sacconi, forse lei voleva dire che tale strumento non avrebbe effetti giuridici immediati, perché di per sé non comporta la caducità del risultato contrattuale. Tuttavia, sicuramente il referendum indurrebbe tutti i soggetti a riflettere; se svolto o almeno promosso, sicuramente aiuterebbe l'accordo: l'esplicita dichiarazione di volontà dei lavoratori consiglierebbe, forse, a tutti di trovare una soluzione unitaria. A mio giudizio, il Governo dovrebbe auspicare una soluzione unitaria, tale da consentire che tutti i lavoratori e tutte le organizzazioni si riconoscano in un accordo contrattuale: quando c'è divisione, vuol dire che prevale la controparte. Qui, sì, c'è una delle parti che lei ha definito «entrambe», signor sottosegretario: vuol dire che una delle parti è in grado, per ragioni di forza, assolutamente evidenti, di imporre, più che in altri momenti, la sua volontà. L'accordo contrattuale avrà valore soltanto per gli iscritti? Vogliamo attuare fino in fondo l'articolo 39 della Costituzione? Il Governo si sente pronto a questa linea, improvvisamente rievocata?
In altre parole, vogliamo andare nei luoghi di lavoro a dimostrare che ogni organizzazione sindacale, secondo la lettera dell'articolo 39 della Costituzione, fa i contratti per i propri iscritti? È questa la questione a cui vogliamo tornare? Non credo che il Governo pensi al suicidio e immagino, in questo caso, che i datori di lavoro toglierebbero qualcuno dei sostegni che hanno così generosamente dato al Governo (forse anche per atteggiamenti come questi), un'ultimo periodo di tempo.
Lei, poi, ha delineato una novità dal punto di vista del ruolo del contratto nazionale, degli incentivi e del rapporto tra contratto nazionale e contrattazione articolata. Immagino che vorrete parlarne con i vari soggetti. Mi pare di aver capito che negli ultimi tempi i rapporti tra voi e le confederazioni non sono dei migliori: ricordatevi che quelle confederazioni sono state importanti per mantenere il nostro paese in una condizione che gli ha consentito di stare nel processo che porta all'euro. Come ci ricorda spesso il Presidente della Repubblica, è un dato importante della stabilità di questo paese.
Lei poi ha parlato di opposizione politica. Forse è stato un lapsus: probabilmente, voleva dire partitica. Che le organizzazioni sindacali facciano la loro battaglia e che questo sia un fatto politico è indiscutibile: che la faccia uno o la facciano in tre, non ha nessuna importanza particolare. Certamente, in passato, qualche dirigente sindacale autorevole ha in seguito svolto altri mestieri, cambiando il proprio ruolo nella vita del paese, ma non c'entra nulla: in quel caso è passato a vita politica di partito, che è cosa diversa. I sindacati fanno politica, perbacco! Quando contribuiscono a risanare l'Italia e questo gli viene riconosciuto da tutti - tanto che il Presidente della Repubblica per primo lo ha fatto - come non ammettere che le organizzazioni sindacali abbiano un ruolo politico di prima grandezza?


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In ogni caso, prima ancora dei risultati, c'è un problema di volontà politica; prima ancora di decidere come fare e cosa fare c'è un problema di volontà politica. Lei, sottosegretario Sacconi, a nome anche del ministro del lavoro e immagino del Governo, ha qui confermato una linea grave, un atteggiamento politico inaccettabile, uno spregio nei confronti delle firme di 351 mila lavoratori, certificate da gruppi e da comitati scelti con grande cura tra personalità autorevoli e che non mentono. In passato, ci sono stati ministri e Governi che hanno aperto strade nuove, che hanno avuto il coraggio di affrontare i problemi, che hanno creato le condizioni per trovare norme, leggi (qualche volta esperienze anticipatrici di leggi), di carattere innovativo. In questo modo hanno fatto crescere il ruolo delle organizzazioni sindacali, hanno portato i lavoratori e i sindacati a diventare parte costitutiva dell'assetto democratico avanzato di questo paese, che è stato poi ripagato da questo atteggiamento, da comportamenti responsabili di tanti lavoratori che si sono riconosciuti negli obiettivi più generali.
Oggi, l'atteggiamento di questo Governo, del ministro e, purtroppo, sottosegretario Sacconi, anche suo, per quanto esposto in quest'aula, riporta indietro il paese, rischia di riaprire una stagione di grande conflittualità: con quale risultato, anche per chi vi ha tanto appoggiato, francamente a noi sfugge. Noi vogliamo perseguire una iniziativa che ha l'obiettivo di fare in modo che le confederazioni e le loro organizzazioni di categoria arrivino a soluzioni contrattuali unitarie e questo lo facciamo anche quando - costa dirlo - qualche risultato deve essere rivisto per consentire di raggiungere obiettivo. Voi scegliete la rottura, vi piace la divisione tra i sindacati, vi piace un sindacato debole, vi piace avere i lavoratori in una condizione di inferiorità: noi combatteremo questa scelta.
Per tale ragione, vi dico fin da adesso che non finisce qui. L'onorevole Gianni ha già chiesto in un question time le opinioni del ministro Maroni; lei le ha ripetute pedissequamente e altrettanto male in questa sede. Noi vi diciamo che non vi lasceremo tranquilli: continueremo a chiedervi, vi incalzeremo - non solo in quest'aula ma anche fuori -, non vi lasceremo scassare il sistema di relazioni sindacali che ha consentito al paese di risanarsi e ai lavoratori di acquisire un ruolo importante e riconosciuto nel paese. Non vi consentiremo nemmeno di andare nella direzione di portare le stesse imprese a vivere in un clima di conflittualità; cercheremo in ogni modo di richiamarvi alla responsabilità di 351 mila lavoratori che hanno firmato per chiedere al Governo legittimamente cosa intenda fare. Purtroppo, la vostra riposta oggi è veramente grave.

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