Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 70 del 28/11/2001
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DICHIARAZIONI DI VOTO DEI DEPUTATI NINO STRANO E RICCARDO CONTI SULLA RISOLUZIONE ELIO VITO ED ALTRI N. 6-00012 PRESENTATA A CONCLUSIONE DELLA DISCUSSIONE SULLA RELAZIONE DELLE COMMISSIONI III E XIV SULLE TEMATICHE OGGETTO DEL CONSIGLIO EUROPEO DI LAEKEN (DOC. XVI, N. 1)

NINO STRANO. Le questioni in ordine alle quali la Camera dei deputati è chiamata


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ad assumere una posizione e a formulare indirizzi al Governo in vista del Consiglio europeo di Laeken sono molteplici, ma tutte accomunate da un respiro politico e istituzionale che trascende l'appuntamento di Laeken di metà dicembre, per investire direttamente le strategie del futuro sviluppo costituzionale dell'Unione da qui alla Conferenza intergovernativa del 2004.
Deve essere anzitutto posto l'accento sugli aspetti metodologici del processo di riforma che si aprirà a Laeken. Nel Consiglio Affari generali dell'8 e 9 ottobre 2001 è stato già raggiunto un accordo sul principio di convocare una Convenzione alla quale affidare il compito di elaborare proposte da sottoporre alla Conferenza intergovernativa de1 2004. Una prima questione aperta è, come già ricordato, quella del mandato da attribuire alla Convenzione. Dovrà trattarsi di un mandato delimitato a specifiche questioni predeterminate oppure di un mandato aperto che consenta alla Convenzione di elaborare soluzioni in un quadro organico e politicamente coerente?
A tale riguardo, la dichiarazione n. 23 allegata al Trattato di Nizza menziona espressamente quattro temi: una più precisa delimitazione delle competenze tra Unione europea e Stati membri, che rispecchi il principio di sussidiarietà ( e che, in tal senso, tenga conto delle competenze delle articolazioni territoriali e sociali presenti negli Stati membri); lo status della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; la semplificazione dei trattati al fine di renderli più chiari e meglio comprensibili senza modificarne la sostanza; il ruolo dei Parlamenti nazionali nell'architettura europea, tema chiaramente collegato con quello della delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri, se non altro per il fatto che una più precisa ripartizione delle competenze (non necessariamente effettuata con la predisposizione di rigidi cataloghi di competenze esclusive) favorirebbe il ruolo dei Parlamenti nazionali e ne esalterebbe i compiti di istanze di controllo della corretta applicazione del principio di sussidiarietà, anche attraverso una più efficace partecipazione alla fase ascendente dei processi decisionali europei. Ai quattro temi appena enunciati potrà, poi, essere opportuno aggiungere - ferma restando la necessità di mantenere un mandato aperto - l'indicazione di alcuni temi ulteriori. Tra questi occorre anzitutto ricordare temi quali: il governo dell'economia come necessario complemento dell'unione monetaria; la politica europea di sicurezza e difesa, dal cui sviluppo dipende la capacità dell'Unione di affermare il suo ruolo da protagonista nel contesto internazionale e di fattore di pace e stabilità regionale e mondiale; le politiche per la sicurezza interna, di urgente attualità dopo gli eventi dell'11 settembre e i conseguenti sviluppi della crisi internazionale; la riforma del sistema di finanziamento dell'Unione europea; la semplificazione del sistema delle fonti normative dell'Unione europea; il ruolo della Corte di giustizia quale promotrice del processo di costituzionalizzazione dell'Unione e i suoi rapporti con i tribunali costituzionali nazionali.
In secondo luogo - e sempre sotto il profilo metodologico - resta da definire quale debba essere il rapporto tra la Convenzione e la futura CIG, sia per quanto riguarda i poteri della Convenzione, sia per quanto attiene ai tempi che intercorreranno tra i lavori della prima e l'inizio dell'attività della seconda.
Per quel che concerne il problema dei poteri della Convenzione, la dichiarazione di Laeken dovrà chiarire se tale organo sarà chiamato a elaborare una pluralità di proposte oppure una proposta unitaria, sia pure articolata su possibili soluzioni alternative su singole questioni. Tale aspetto si lega a quello del metodo di lavoro della Convenzione, che sarebbe chiamata verosimilmente a decidere a maggioranza nella prima ipotesi e per consenso nella seconda. È facile intuire che la prima soluzione privilegia la speditezza dei lavori e il pluralismo dei punti di vista, mentre la seconda mira a garantire una convergenza di intenti sufficientemente forte da mettere al riparo il lavoro di elaborazione della Convenzione da eccessivi rimaneggiamenti da parte della successiva CIG.


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Quanto, poi, alla questione dei tempi, è evidente che non potrà intercorrere un lasso di tempo troppo lungo tra la fine dei lavori della Convenzione e l'inizio della Conferenza intergovernativa. Due o tre mesi appaiono sufficienti, ma anche necessari, se si vuole consentire che sulle proposte della Convenzione si sviluppino dei dibattiti a livello nazionale ed europeo nell'ambito dei quali in primo luogo i Parlamenti possano esprimersi sul lavoro svolto dalla Convenzione medesima, prima che quest'ultimo rifluisca nel quadro degli accordi intergovernativi in seno alla CIG. L'attività della Convenzione dovrebbe, cioè, essere accompagnata dal controllo dei Parlamenti sull'operato dei rispettivi rappresentanti in seno ad essa e seguita da una valutazione d'insieme dei Parlamenti medesimi. La valutazione dei Parlamenti sul prodotto finale della Convenzione dovrebbe, in altre parole, essere complementare alla realizzazione di uno stretto e costante raccordo durante i lavori della Convenzione tra i Parlamenti e i loro rappresentanti in seno alla Convenzione medesima.
È quindi con questo spirito e indicando questi obiettivi da raggiungere che i deputati del gruppo di Alleanza nazionale approvano la relazione su Laeken, mostrando fiducia in un assetto europeo che guardi sempre più alle nazioni ed ai popoli europei senza farsi affascinare dall'Europa delle banche e dei burocrati.

RICCARDO CONTI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, per esprimere una valutazione positiva sulla relazione e sulla risoluzione unitaria presentata, mi sia consentito svolgere delle pur brevi considerazioni su alcuni temi rilevanti oggetto di questo dibattito parlamentare in vista del prossimo Consiglio europeo di Laeken di metà dicembre. Oggi possiamo considerare definitivamente avviato il dibattito previsto dalla Dichiarazione sul futuro dell'Europa allegata al trattato di Nizza.
L'impegno di promuovere in ogni Stato membro un dibattito sul futuro dell'Unione nasce dalla considerazione che è necessario aprire un'ampia discussione in modo da far partecipare più direttamente i cittadini alla costruzione dell'Europa, accrescendo anche in tal modo la democraticità del processo in corso. In questo contesto, oltre al coinvolgimento dei Parlamenti nazionali - ed oggi il nostro mostra di essere in prima fila nell'intero panorama europeo - è essenziale un'ampia partecipazione delle opinioni pubbliche ad una fase che, prima ancora che per le scelte di merito cui condurrà, dovrà caratterizzarsi per le garanzie di trasparenza e democraticità con le quali le future riforme dell'Unione saranno realizzate. Riteniamo pertanto di portata storica l'idea di dar vita ad una Convenzione alla quale sarà affidato il compito di elaborare le riforme ed in cui troveranno voce anzitutto i Parlamenti. Ma al tempo stesso sarà necessario, ripeto, garantire una pubblicizzazione dei suoi lavori e soprattutto assicurare che essa sia sempre in continuo contatto con le varie istanze della società civile (ad esempio, attraverso audizioni di loro rappresentanti).
Le tappe che l'Europa è chiamata ad affrontare, subito dopo il Consiglio europeo di Laeken, devono costituire una risposta adeguata alle sfide che riguardano direttamente la pace, la sicurezza, la stabilità economica e il benessere di tutti noi cittadini europei. L'ideale europeo ha sempre accompagnato la crescita civile ed economica del nostro paese e solamente il suo sviluppo ulteriore, attraverso la crescente interdipendenza e solidarietà, potrà consentire di superare contrapposizioni e tensioni nazionalistiche e di assicurare che il processo democratico non degeneri mai.
Vorrei ora analizzare in maniera ancorché sintetica i temi che saranno oggetto del prossimo vertice di Laeken: la prima questione attiene alla questione se l'agenda delle riforme dovrà limitarsi alla formulazione di un quadro generale di attività per la Convenzione che sia completo ma non eccessivamente rigido oppure se alla Convenzione debba essere attribuito il compito di trattare (oltre ai temi della semplificazione e riorganizzazione dei trattati, della delimitazione delle competenze tra Unione e Stati membri, dello


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status della Carta dei diritti fondamentali e del ruolo dei Parlamenti nazionali) argomenti altrettanto rilevanti come la riforma delle istituzioni, il governo dell'economia, la politica di difesa comune e il finanziamento dell'Unione.
Credo comunque che la gestione dell'agenda così come il metodo di svolgimento dei lavori e le procedure decisionali dovranno essere in ogni momento suscettibili di ulteriori aggiustamenti: affinché la Convenzione possa sviluppare in maniera approfondita le potenzialità insite nella sua stessa composizione mista, è necessario garantire al suo interno un dibattito che consenta un ampio margine di adattabilità. Il tutto dovrà avvenire, però, nel quadro di un progetto politicamente coerente, in modo da consegnare alla futura CIG una proposta credibile ed autorevole, che già contenga in sé il disegno di una nuova Unione pronta alla sfida dell'allargamento.
Credo che l'ipotesi che prevede che la Convenzione, nell'esercizio del suo mandato, definisca più opzioni, invece di una sola proposta, sia condivisa anche dal nostro Governo, poiché assicura una maggiore flessibilità e quindi la possibilità di avanzare idee e proposte le più ambiziose ed avanzate, come hanno più volte affermato sia il ministro Ruggiero, sia il ministro Buttiglione nelle ripetute audizioni svolte nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul futuro dell'Unione europea.
Un altro problema attiene alla definizione del tipo di relazione che s'instaurerà tra la Convenzione e la successiva Conferenza intergovernativa: in che modo e con quali procedure la CIG dovrà sentirsi «vincolata» dai risultati elaborati dalla Convenzione stessa? Penso al riguardo che le elaborazioni della Convenzione dovranno rappresentare un testo di partenza, suscettibile naturalmente di modifiche ma non destinato ad essere riformulato in modo sostanziale.
Due temi hanno destato in particolare il mio interesse nel corso dell'indagine conoscitiva - a proposito della quale non posso non ricordare come essa sia nata grazie al decisivo impulso della XIV Commissione della Camera dei deputati. Parto innanzitutto dalla constatazione che gli eventi terroristici dell'11 settembre in America e i loro successivi sviluppi internazionali, di cui siamo oggi attori e spettatori, hanno evidenziato l'importanza della PESC-PESD (Politica estera sicurezza comune e difesa), ma anche i loro gravi limiti e quindi l'esigenza di una maggiore efficacia di azione nel breve periodo e di successivi sviluppi nel più lungo termine. A tutt'oggi, la PESC e la PESD, nonostante l'accordo raggiunto al Consiglio europeo di Nizza, sono rimaste essenzialmente intergovernative, essendo esclusa peraltro la possibilità di applicare al settore della difesa il meccanismo delle «cooperazioni rafforzate». Questo deriva anche dalla considerazione che gli Stati membri hanno aspettative diverse circa il ruolo che l'Unione dovrà giocare nel campo della difesa e della sicurezza e circa le capacità militari che ciò potrà comportare. Ma ritengo che occorra rafforzare la PESC (evitando ad esempio gli intrecci di competenze tra Alto rappresentante, Consiglio e Commissione), individuando strumenti di cui l'Unione possa usufruire per perseguire i propri obiettivi nel campo delle relazioni esterne.
Tra tali obiettivi dell'Unione figura quello di assicurare relazioni internazionali stabili e di concorrere al mantenimento della pace nei vari scacchieri regionali con un ruolo attivo che faccia dell'Unione un fattore di stabilità macroregionale.
L'altro argomento sul quale vorrei soffermarmi riguarda il processo di allargamento: si tratta ormai di un fenomeno irreversibile con un contenuto ed una forte valenza politica e morale. L'allargamento è un'esigenza politica, una grande opportunità sociale ed economica, un mezzo per superare i residui nazionalismi ed aprire una nuova fase della costruzione europea. A partire dal 2004, l'Unione europea inizierà ad ampliarsi verso est e sud-est, fino a raggiungere un'Unione di ventotto paesi membri, esclusi i paesi dell'area balcanica. Ma occorre tener presente che il processo di allargamento va di pari passo con la necessità di riformare le


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istituzioni dell'Unione: è infatti impensabile che l'Europa possa continuare a funzionare con gli attuali assetti istituzionali e decisionali. Tali assetti dovranno essere migliorati e rafforzati in modo da assicurare un vero sistema democratico. In merito sono state avanzate diverse proposte come: il rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo come centro di legittimità democratica delle decisioni dell'Unione, attraverso l'estensione ad esso del potere di codecisione in tutte le materie di carattere legislativo; la razionalizzazione dei lavori del Consiglio e il rafforzamento del ruolo di coordinamento del Consiglio affari generali, con la contestuale creazione di un Consiglio dei ministri per gli affari europei e comunitari al quale andrebbero affidate funzioni di coordinamento della partecipazione nazionale alla fase ascendente del diritto dell'Unione europea; un migliore coordinamento tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali; l'estensione del ricorso alla votazione a maggioranza qualificata in Consiglio ed, infine, un ulteriore potenziamento della COSAC (Conferenza degli organi specializzati in affari comunitari dei Parlamenti dell'Unione europea).
E mi avvio alla conclusione. Il processo avviato a Nizza può essere definito, senza timore di esagerare, un processo costituente senza precedenti, che prefigura assetti finali solo lontanamente avvicinabili ai modelli statuali, anche federali, che l'esperienza storica ci consegna. A differenza dei tradizionali Stati federali, l'Unione nasce e si contraddistingue per la sua insopprimibile vocazione inclusiva ed espansiva: la sua struttura costituzionale non è data una volta per tutte (come se risultasse da un patto federativo) ma si costruisce incessantemente nel tempo, per rispondere alle nuove sfide e ai continui ampliamenti dei suoi confini. Certo, vi sarà un momento - che tutti noi auspichiamo arrivi presto - in cui bisognerà fare il punto e potrà dirsi che l'Europa politica coincide con l'Europa geografica. Quello sarà il momento in cui la Federazione di Stati nazione - che è il nostro obiettivo attuale - si dovrà dotare di una Costituzione europea che sappia coniugare esigenze di funzionalità istituzionale, equilibri tra i diversi livelli di governo e garanzie individuali e collettive.
Ribadisco pertanto la valutazione convintamente positiva dei parlamentari del gruppo CCD-CDU Biancofiore sulla relazione e quindi il mio voto favorevole sulla risoluzione presentata, che reca le firme dei presidenti Selva e Stucchi.

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