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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della relazione delle Commissioni III (Affari esteri e comunitari) e XIV (Politiche dell'Unione europea) sulle tematiche oggetto del Consiglio europeo di Laeken del 14 e 15 dicembre 2001.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione della relazione è pubblicata in calce al calendario dei lavori (vedi resoconto stenografico della seduta del 6 novembre 2001).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
Ha facoltà di intervenire il presidente della Commissione affari esteri, onorevole Selva.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Signor Presidente, lasci che esprima il mio disappunto perché, nonostante la tanta retorica europeistica di cui spesso ci facciamo carico, vedo che stiamo parlando in un'aula in cui sono presenti pochissimi deputati. Non vorrei avere l'aria del censore; tuttavia, credo ci siano simboli, qualche volta, che hanno il loro valore. Se riteniamo che l'incontro di Laeken sia uno degli appuntamenti principali della nostra azione di politica europea, credo che questa relazione avrebbe meritato un ascolto un po' più numeroso.
Negli ultimi tempi, in particolare da parte dell'Italia, si è insistito in modo pressante per superare quanto accaduto a Nizza: sembrava, infatti, che non fosse
possibile dare vita ad una forma di revisione più organica dei trattati per avviarci verso una fase costituente. Credo che il contributo dell'Italia, a cominciare da quello del Presidente della Repubblica, abbia scosso le coscienze, invitando tutti noi, che europeisti ci dichiariamo, a svolgere un ruolo di punta.
Il ministro degli esteri Ruggiero è intervenuto all'audizione che, a seguito di una felice iniziativa del Presidente del Senato e del Presidente della Camera, ha dato luogo ad una seduta comune di quattro Commissioni parlamentari: le Commissioni Affari esteri e comunitari e Politiche dell'Unione europea della Camera, la Commissione Affari esteri ed emigrazione e la Giunta per gli affari delle Comunità europee del Senato. Nel corso dei lavori, anche questi non molto frequentati, devo dire la verità, si sono svolte audizioni per un'indagine conoscitiva che ha avuto come titolo: «Indagine conoscitiva sul futuro dell'Europa».
Il 25 settembre abbiamo ascoltato il presidente della Commissione affari esteri del Parlamento europeo, l'onorevole Giorgio Napolitano, i Vicepresidenti del Parlamento europeo Guido Podestà e Renzo Imbeni ed i professori ordinari Paolo Riodola, Bruno Nascimbene e Gaetano Liccardo sul ruolo dei Parlamenti nella costruzione del futuro dell'Europa.
Il giorno 26 settembre è venuto in audizione il Presidente del Senato federale del Belgio, signor De Decker, in quanto - come sapete - al Belgio spetta la presidenza del Consiglio europeo dei ministri: devo dire che abbiamo ricevuto un incoraggiamento e non le punture di spillo provocate dal ministro degli esteri Michel, in qualità di presidente del Consiglio europeo dei ministri. Quest'ultimo è arrivato a dare il voto «0» in europeismo - benché poi l'abbia smentito - al Presidente del Consiglio dei ministri italiano, Silvio Berlusconi: mi pare che si tratti di una prova non dico di mancanza garbo diplomatico, ma neanche di una valutazione serena.
Il 18 ottobre è venuto in audizione il ministro per le politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, il 26 ottobre ci sono state le audizioni del professor Stefano Silvestri, presidente, e del dottor Gianni Bonvicini, direttore dell'Istituto affari internazionali; del professor Franco Passarelli ed del dottor Antonio Villafranca, in rappresentanza dell'Istituto per gli studi di politica internazionale; del professor Gian Piero Orsello, vicepresidente, e dell'onorevole Aldo De Matteo, segretario generale, del Consiglio italiano del movimento europeo; del professor Giuseppe Porro, in rappresentanza dell'Istituto universitario di studi europei; dell'ambasciatore Giuseppe La Rocca, presidente, dell'ambasciatore Mario Alessi, segretario generale, e del professor Guido Napoletano, della Società italiana per l'organizzazione internazionale; della dottoressa Rosa Balfour, del dottor Marco Zupi e del dottor Roberto Menotti, in rappresentanza del Centro studi di politica internazionale. Infine, il 31 ottobre le Commissioni hanno ascoltato in audizione il ministro degli affari esteri, Renato Ruggiero.
Devo ringraziare, in particolare, questi esperti che hanno fornito alle Commissioni quanto di più acuto ed interessante in materia di storia e di indicazioni politiche.
Mi sembra che l'incoraggiamento maggiore a questo nostro lavoro sia venuto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il quale, parlando a Berlino al VII forum europeo della fondazione Quandt ha detto che: «Questo difficile momento storico impone ai sostenitori dell'unità europea di fare sentire la propria voce, contro ogni interpretazione riduttiva del progetto europeo, per affermare il ruolo dell'Europa nel mondo.
Altrimenti volteremo le spalle ai doveri che abbiamo verso i nostri popoli e le generazioni future.
Un progetto europeo, arricchito dagli apporti dai Trattati che si sono succeduti da Roma a Nizza, esiste.
Va però approfondito, attraverso il rafforzamento delle istituzioni; rimesso a fuoco nell'identificazione degli obiettivi e delle responsabilità; va fatto proprio dalle opinioni pubbliche.
Va soprattutto difeso dalle angolazioni e dagli interessi settoriali.
Ho vissuto» - aggiungeva il Presidente della Repubblica - «il secondo conflitto mondiale e tutte le tappe della costruzione europea.
Senza l'Unione europea, la vita degli europei sarebbe oggi insidiata dalla insicurezza, dalla diffidenza, dal rischio dell'irrilevanza, da possibili conflitti.
L'ideale europeo ha accompagnato la crescita civile ed economica dell'Italia. Ancor più oggi, nel mio paese prevale nettamente la convinzione che soltanto l'Europa - beninteso come Unione, non come organizzazione multilaterale o concerto di Stati - genererà una comunità di destino capace di eliminare contrapposizioni ed egoismi e di assicurare che la democrazia non degeneri mai, anzi si tempri e si diffonda.
È la sola strada percorribile» - concludeva allora il Presidente della Repubblica - «del resto, il traguardo ormai raggiunto dall'euro supera ogni pur illuminata aspettativa: è il segno più visibile che dopo secoli di conflitti, in Europa domina la pace. È impensabile che la realtà della moneta comune - gestita da una nuova istituzione europea federale ed unitaria - rimanga isolata».
Non ho ancora l'età del Presidente della Repubblica, ma lasciate che esprima anche il mio personale convincimento di europeista ante litteram essendomi trovato, nella funzione di giornalista che svolgevo allora, nella fortunata occasione di assistere, il 27 marzo 1957 - dopo essermi introdotto nella Sala degli Oriazi e dei Curiazi, all'ombra del cancelliere Adenauer, che era ben più alto di me, e dallo stesso tavolo dei delegati, perché allora i giornalisti avevano agibilità maggiore -, all'apposizione della firma al Trattato. L'Italia era rappresentata dall'allora Presidente del Consiglio, Antonio Segni, e dal ministro degli esteri Martino, il padre dell'attuale ministro della difesa.
Ma non è di questo, non è della storia che dobbiamo parlare, bensì di ciò che abbiamo fatto nella sede di cui ho parlato. La relazione non sarà brevissima e quindi mi scuso con gli ascoltatori, ma ritengo che valga la pena leggerla integralmente e fare alla fine una brevissima notazione.
Per definire la relazione con cui le Commissioni riunite III e XIV della Camera introdurranno il dibattito all'Assemblea in vista delle decisioni del consiglio di Laeken, è utile richiamare, in primo luogo, i contenuti della dichiarazione sul futuro dell'Unione allegata al Trattato di Nizza, che ha aperto un nuovo processo di riforma; individuare con precisione le questioni relative a tale processo che saranno oggetto di decisione a Laeken (questioni che attengono all'agenda e al metodo delle riforme, non alle scelte di merito sui temi da affrontare); riassumere gli elementi emersi a proposito di tali questioni dall'indagine conoscitiva in corso.
Il Consiglio europeo di Laeken dovrà, inoltre, fare il punto su numerose altre questioni, su cui questa relazione non è chiamata ad entrare. In particolare, esso dovrà valutare: lo stato del processo di allargamento dell'Unione europea, con riferimento allo stato dei negoziati con i paesi candidati all'adesione. Avendo partecipato a riunioni delle Commissioni Esteri dei quindici paesi dell'Unione europea - che hanno invitato nella seconda giornata dei loro lavori anche i paesi candidati - ho trovato in questi ultimi (forse per la novità) un maggiore entusiasmo, una maggiore preparazione e determinazione nel realizzare quella che chiamo riunificazione dell'Europa, anche attorno ai suoi valori fondanti, e non invece allargamento.
Per quanto concerne il processo di riforma aperto dalla Dichiarazione sul futuro dell'Unione europea, allegata al Trattato di Nizza, il Consiglio europeo ha voluto aprire una riflessione ampia e approfondita sul progetto di Europa che si vuole costruire, cui sono invitati a partecipare tutti i cittadini, in vista di un ulteriore processo di riforma da realizzare con un metodo nuovo e da concludere nel 2004; in seguito vedremo che su questa data vi sarà una diversa richiesta.
L'esigenza forte da cui è nata questa Dichiarazione è quella di accrescere anzitutto
la legittimità democratica delle decisioni dell'Unione e far partecipare i cittadini e le assemblee rappresentative alle grandi scelte che caratterizzano questa fase della costruzione europea, ciò che in termine simbolico viene definito il deficit democratico di cui ancora soffre la costruzione europea, spesso troppo incentrata su centralismi burocratici o sul raggiungimento di interessi particolari.
Il superamento del deficit democratico è un'esigenza rafforzata dalle difficoltà incontrate nella definizione del Trattato di Nizza, dal rischio che, a seguito degli stessi sviluppi del processo di integrazione europea, l'Europa sia percepita, paradossalmente, insieme come troppo lontana e troppo intrusiva; troppo lontana per gli aspetti democratici ed il controllo dei popoli, troppo intrusiva, anche in cose che, specificatamente, dovrebbero essere lasciate ai singoli Stati o addirittura alle regioni ed ai comuni.
Al fine di promuovere il dibattito in Italia, il Parlamento italiano ha avviato l'indagine conoscitiva sul futuro dell'Unione europea, deliberata congiuntamente dalle Commissioni della Camera e del Senato competenti in materia di affari esteri ed europei.
L'importanza della Dichiarazione sul futuro dell'Unione non va, dunque, sottovalutata non solo per l'esito a cui condurrà il processo da essa aperto, ma anche perché ha posto, per la prima volta, in termini del tutto nuovi, la questione, che ci deve interessare in modo particolare, della partecipazione dei Parlamenti e, per loro tramite, dei cittadini alla formazione delle norme fondamentali dell'Unione. Non ci è piaciuto, per esempio - lo dissi, allora, nella veste di presidente del gruppo di Alleanza nazionale - il metodo con cui si è giunti al passo che è stato compiuto dalla precedente Convenzione; fu escluso il circuito positivo, nel senso che secondo me è necessario, che implica che i Parlamenti nazionali diano ai loro rappresentanti gli input, controllando poi ciò che, in sede di Convenzione, gli esperti o i rappresentanti dei parlamenti hanno svolto.
In ogni modo, la Dichiarazione sul futuro dell'Unione definisce un calendario ed indica i temi principali del nuovo processo di riforma.
In particolare, per quanto riguarda il calendario, il Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001, al termine della presidenza belga, concorderà una dichiarazione contenente « iniziative adeguate per il proseguimento e il metodo di questo processo».
A conclusione di queste tappe preparatorie, una nuova conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (la cossidetta CIG) sarà convocata nel 2004 (la data del 2004, per il ragionamento che svolgerò in seguito sarà spostata al 2003), al fine di trattare specifici temi, in vista delle connesse modifiche dei trattati.
La Dichiarazione sul futuro dell'Europa ha previsto che il dibattito, pur prevedendo che possa essere ampliato a questioni ulteriori (sarà una nostra richiesta esplicitata nella risoluzione che presenteremo), affronti in via prioritaria i seguenti temi: le modalità per stabilire e mantenere una più precisa delimitazione delle competenze tra l'Unione europea e gli Stati membri che rispetti il principio di sussidiarietà; lo status della Carta dei diritti fondamentali proclamata a Nizza; una semplificazione dei trattati, al fine di renderli più chiari senza modificarne la sostanza (non vorrei che nella sua azione normativa l'Europa desse luogo a quel coacervo di norme che contraddistinguono spesso la legislazione italiana, quindi la semplificazione mi sembra un dato di fatto che deve essere tenuto presente fin dall'inizio); infine il ruolo dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo.
Come stabilito a Nizza, il Consiglio europeo, che si svolgerà a Laeken il prossimo 14 e 15 dicembre del 2001, concorderà una dichiarazione sull'agenda e sul metodo del processo di riforma.
La questione di un diverso metodo di elaborazione delle riforme dell'Unione che assicuri un maggiore ruolo dei Parlamenti è stata posta con forza dal Parlamento europeo e dai Parlamenti nazionali. In particolare, si è fatto riferimento, anche
da parte della COSAC, compresa la delegazione italiana, e del Parlamento europeo, alla proposta di affidare tale compito ad una Convenzione ispirata a quella che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La Convenzione opererebbe naturalmente nell'ambito dei trattati vigenti.
Resterebbe, quindi, fermo il ruolo della Conferenza intergovernativa, cui l'articolo 48 del Trattato dell'Unione europea affida le modifiche dei trattati da sottoporre poi a ratifica degli Stati membri. La Convenzione dovrebbe pertanto, allo stato delle norme, elaborare il progetto o le proposte di riforma che dovrebbero essere poi approvate dalla Conferenza intergovernativa. Come vedete, vi è un doppio binario, quello che definirei federale e quello che definirei ancora intergovernativo o statuale.
L'ipotesi di istituire una Convenzione ha ricevuto finora ampi consensi al punto da potersi considerare - credo - quasi acquisita. Restano da definire diversi aspetti.
La prima questione, infatti, riguarda i temi da affrontare, ovvero se limitare l'agenda delle riforme che saranno oggetto del mandato da affidare alla Convenzione, a quattro temi indicati dalla Dichiarazione sul futuro dell'Europa, o se estenderla ad altre questioni, possibilità peraltro prevista dalla stessa Dichiarazione.
In entrambi i casi sarà anche stabilito se lasciare comunque l'agenda aperta a integrazioni che dovessero essere ritenute necessarie nel corso dei lavori della Convenzione.
A tale proposito, da più parti - in particolare dal Presidente della Repubblica Ciampi e da numerose personalità europee di rilievo (vorrei, in modo particolare, ricordare il ministro degli esteri tedesco Fischer, molto attivo in questa fase propositiva), nonché dal Parlamento europeo - è stata sottolineata l'esigenza di porre come principale obiettivo del processo di riforma quello di elaborare una costituzione dell'Unione europea.
Per questa ragione, nel lamentarmi stamani della scarsità dei presenti...
MARCO BOATO. Scarsità di numero, non di qualità!
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Non di qualità, sicuramente: i presenti sono sempre i migliori.
Apriamo dunque stamani, in questo Parlamento, la fase per la formazione e l'elaborazione di una costituzione europea.
La discussione su un progetto globale per l'Europa deve contemplare: una nuova organizzazione per la ripartizione delle competenze tra Unione e Stati membri; le modalità di finanziamento dell'Unione europea (sono noti i dibattiti che, a questo riguardo, si sono svolti con particolare riferimento alla politica agricola comune); le procedure decisionali; l'architettura istituzionale dell'Unione europea e l'equilibrio interistituzionale; il ruolo delle regioni; la struttura dei trattati (si è discusso dell'opportunità di inserire quale «cappello» dei trattati la nuova costituzione o la Dichiarazione di Nizza. Si tratta di temi aperti sui quali il dibattito è in corso); la modernizzazione del metodo comunitario e il dialogo con le parti sociali.
Il Governo italiano ritiene che l'elenco dei temi indicati dalla dichiarazione sul futuro dell'Unione europea non sia esaustivo e si è dichiarato favorevole ad una sua interpretazione dinamica ed evolutiva che, in particolare, prenda in considerazione anche i seguenti temi: la riorganizzazione e la costituzionalizzazione dei trattati, accompagnati dall'inserimento della Carta dei diritti al loro interno; la previsione di una partecipazione attiva del Parlamento europeo alle cooperazioni rafforzate; l'elezione del Presidente della Commissione da parte del Parlamento europeo.
La composizione della Convenzione, secondo quanto stabilito dal Consiglio Affari generali dell'8 e 9 ottobre e sul modello della Convenzione che ha elaborato la Carta dei diritti, dovrebbe essere la seguente: sedici rappresentanti del Parlamento europeo; trenta rappresentanti dei Parlamenti nazionali; quindici rappresentanti
dei Governi degli Stati membri; un rappresentante della Commissione europea.
In qualità di osservatori vi dovrebbero essere anche rappresentanti del Comitato economico e sociale e del Comitato delle regioni. Analoga posizione ha espresso la Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo - lo ha ribadito anche nel corso dell'audizione svoltasi in Commissione esteri l'onorevole Napolitano - nel progetto di risoluzione sul Consiglio europeo di Laeken per l'avvenire dell'Unione approvato il 22 ottobre.
Il Consiglio affari generali dell'8 e 9 ottobre ha indicato che il Consiglio europeo di Laeken potrebbe designare il Presidente della Convenzione, che dovrebbe essere coadiuvato da un Ufficio di Presidenza composto da almeno un membro per ciascuna delle componenti della Convenzione (Parlamento europeo, Parlamenti nazionali, governi e Commissione europea). L'Ufficio di Presidenza dovrebbe essere assistito da un segretariato che sarà fornito dal Segretariato generale del Consiglio.
La Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo - come ricordato nel corso dell'audizione dall'onorevole Napolitano - ha chiesto, invece, che, analogamente a quanto avvenuto, per la Convenzione sulla Carta dei diritti fondamentali, il presidente sia eletto all'interno della Convenzione stessa e che debba essere una personalità politica di prestigio europeo, dotata di una esperienza parlamentare.
Si chiede, inoltre, che l'Ufficio di Presidenza della Convenzione sia composto di sette membri: il Presidente della Convenzione, due parlamentari europei, due parlamentari nazionali, un rappresentante della Presidenza del Consiglio in esercizio ed un rappresentante della Presidenza successiva. La Commissione Affari costituzionali chiede, inoltre, che l'Ufficio di Presidenza sia incaricato di intrattenere rapporti regolari con il Consiglio europeo e che, terminati i suoi lavori, resti in funzione per partecipare alla Conferenza intergovernativa.
Il Governo italiano ha avanzato per la presidenza della Convenzione la candidatura del senatore Giuliano Amato. Sono state, inoltre, avanzate le candidature di Wim Kok, Primo ministro dei Paesi Bassi, che però ha ritirato la propria disponibilità, dell'ex Presidente della Finlandia Athisari, del Primo ministro finlandese Lipponen, dell'ex Primo ministro del Belgio Dehaene, del Primo ministro portoghese Guterres e del Primo ministro lussemburghese Junker. Tra le candidature non ancora confermate - ma pare che negli ultimi tempi siano state invece confermate in un incontro franco-tedesco - vi sono quella di Valéry Giscard d'Estaing, ex Presidente della Repubblica francese, e del tedesco Herzog, già Presidente della Convenzione che ha elaborato la Carta di diritti fondamentali dell'Unione europea. Ho l'impressione, però, che questa seconda candidatura fosse stata fissata al tempo in cui ha avuto luogo l'audizione, ma oggi, se è vero che vi è stato questo accordo tra il Presidente Chirac ed il Cancelliere Schroeder, credo che la candidatura di Herzog sia stata o stia per essere ritirata. Il Presidente del Consiglio Berlusconi ieri, nell'incontro con il Presidente della Repubblica Chirac, ha ribadito la presentazione della candidatura di Giuliano Amato a presiedere la Convenzione.
Si pone ora la questione del metodo di lavoro e del rapporto con la Conferenza intergovernativa. Il Consiglio affari generali dell'8 e 9 ottobre ha indicato che il compito della Convenzione sarà quello di elaborare opzioni per la prossima Conferenza intergovernativa. In occasione del Consiglio europeo informale, che si è svolto il 19 ottobre a Gand, è emerso che la Convenzione dovrebbe lavorare ricercando il consenso o orientamenti di maggioranza e che, qualora non vi riuscisse, dovrà indicare opzioni maggioritarie e minoritarie. La Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, nel progetto di risoluzione sul Consiglio europeo di Laeken e l'avvenire dell'Unione, approvato il 22 ottobre, ha chiesto che la Convenzione sia incaricata di elaborare una proposta unica e coerente, che dovrebbe
essere sottoposta alla Conferenza intergovernativa come sola base di negoziazione e di decisione.
Come vedete, dunque, si tratta di posizioni alquanto differenti. Si chiede, inoltre, che l'Ufficio di Presidenza della Convenzione, terminati i suoi lavori, resti in funzione per partecipare alla Conferenza intergovernativa.
La COSAC ha chiesto che il compito dell'organo non dovrà essere limitato a quello di un forum di discussione, ma dovrà comprendere la presentazione alla Conferenza intergovernativa di un progetto coerente, che individui soluzioni rispetto alle questioni che la Conferenza intergovernativa stessa affronterà.
Il Governo italiano ha dichiarato il suo impegno a far sì che le opzioni che emergeranno dai lavori della Convenzione siano la base dei lavori della Conferenza e siano trattate in considerazione del grado di sostegno ottenuto all'interno della Convenzione.
Credo sia doveroso fare un elogio sia al ministro degli esteri Ruggiero che, in queste fasi, con assoluta coerenza con il suo spirito europeistico e con la volontà di dare nuovo impulso all'Unione europea, ha presentato la posizione dell'Italia con forza e determinazione al Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi, che, negli incontri bilaterali ed anche nel corso delle Conferenze al vertice dell'Unione europea, ha sostenuto tale posizione con grande forza, decisione, determinazione e convinzione, fugando in tal modo - lo spero - (naturalmente ciò che dichiaro non fa parte della relazione) le preoccupazioni che, in ordine alla nuova maggioranza, erano state espresse, e che non so se create ad arte oppure sinceramente fondate per me non fondate circa un cambiamento della linea politica europeistica del Governo scaturito dal mandato degli elettori il 13 maggio scorso.
La Dichiarazione sul futuro dell'Unione ha previsto che i paesi candidati siano associati al processo di riforma, precisando che i paesi candidati che avranno concluso i negoziati di adesione saranno invitati a partecipare alla prossima Conferenza intergovernativa.
In queste settimane, subito dopo l'assunzione della presidenza della Commissione esteri, ho ricevuto tutti gli ambasciatori dei paesi dell'Unione europea e molti dei paesi candidati. Devo dire - confermando l'impressione ricevuta- che, dal tenore delle conversazioni molto precise svolte in tale occasione, da parte dei paesi candidati c'è già una corsa a collocarsi tra il gruppo di testa di coloro che aspirano ad entrare nell'Unione europea. Credo di poter dire - è un'altra personale impressione - che, alla testa del gruppo di testa, si trova la Repubblica ceca che, credo, rispetto ai 27 capitoli (se non ricordo male) da affrontare e risolvere, abbia già dato l'adesione a 25 di essi. Siamo quindi nel pieno delle indicazioni e dei compiti che gli erano stati dati dalla Conferenza intergovernativa.
Il Governo italiano - lo voglio ribadire - ha dichiarato il suo impegno a far sì che le opzioni che emergeranno siano la base dei lavori della Conferenza e siano trattate in considerazione del grado di sostegno ottenuto all'interno della Convenzione.
Vorrei ora parlare del ruolo dei paesi candidati. La dichiarazione sul futuro dell'Unione ha previsto che i paesi candidati siano associati al processo di riforma, precisando che i paesi candidati che avranno concluso i negoziati di adesione saranno invitati a partecipare alla prossima Conferenza intergovernativa. Il Consiglio affari generali dell'8 e del 9 ottobre ha concordato sul fatto che i paesi candidati siano associati ai lavori della Convenzione con una rappresentanza analoga a quella degli Stati membri dell'Unione europea (un rappresentante di ciascun Governo e due di ciascun Parlamento nazionale). A questo proposito, riferendomi ancora alla mia osservazione sugli incontri che le Commissioni Affari esteri e dell'Unione europea hanno avuto con le analoghe Commissioni dei paesi membri dell'Unione europea e dei paesi candidati, devo aggiungere che il contributo fornito da questi ultimi, in materia di sottolineatura
dei problemi da affrontare e di soluzioni da proporre, è stato quanto mai alto e, molto spesso, ho ritrovato l'entusiasmo, il ruolo che le associazioni europeistiche hanno svolto negli anni successivi alla firma dei trattati di Roma.
La dichiarazione sul futuro dell'Unione ha previsto che i paesi candidati - ripeto - siano associati al processo di riforma. Il Consiglio affari generali dell'8 e del 9 ottobre ha concordato sul fatto che i paesi candidati siano associati ai lavori della Convenzione - ripeto - con rappresentanza analoga a quella degli Stati membri.
In occasione del Consiglio europeo informale che si è svolto il 19 ottobre a Gand - i giornali hanno parlato molto di più dell'incontro a tre, a cui non è stato invitato il Presidente del Consiglio italiano, che non del lavoro svolto dalla Conferenza, in analogia (e questo lasciatemelo dire, fuori dalla relazione, come deputato) a quanto accaduto in occasione del G8 di Genova, quando si è parlato più dei dolorosi fatti avvenuti in città che dei risultati del vertice stesso, mentre una parità di attenzione sarebbe stata, secondo me, più giusta - è emersa l'opzione che i rappresentanti dei paesi candidati abbiano un ruolo «consultivo» e non «deliberativo» (rimane da risolvere la questione della partecipazione della Turchia). Anche la COSAC si è espressa affinché i Parlamenti dei paesi candidati siano rappresentati in maniera adeguata accanto alle altre componenti della Convenzione.
PRESIDENTE. Onorevole Selva...
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Signor Presidente...
PRESIDENTE. Onorevole Selva, la stavo invitando ad avviarsi alla conclusione in maniera più veloce.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Signor Presidente, le posso assicurare che sto andando...
MARCO BOATO. Come un treno!
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. ...verso la conclusione da lei desiderata.
PRESIDENTE. Onorevole Selva, credo sia un auspicio di tutti, non soltanto mio.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Mi lasci dire una cosa, signor Presidente. Credo che nessuno abbia letto la relazione, o almeno che lo abbiano fatto pochissimi colleghi, forse i presenti, i quali, non avendo bisogno di ascoltarmi, è giusto che siano un po' affaticati; ma, per quanto riguarda gli altri colleghi che domani vorranno sapere, che almeno possano avere consapevolezza degli argomenti di cui stiamo discutendo, attribuendoci, forse con troppa esaltazione personalistica, il ruolo - storico - di dare vita alla fase costituente dell'Unione europea.
La Dichiarazione sul futuro dell'Unione ha invitato tutte le parti interessate, vale a dire la Presidenza del Consiglio dell'Unione europea, la Commissione, il Parlamento europeo, i Governi e i Parlamenti nazionali, a farsi promotrici di ampie discussioni che coinvolgano la società civile nel suo complesso. A questo proposito, come sapete - non lo metto in risalto per fare i primi della classe - proprio questo Parlamento ed i suoi Presidenti hanno dato vita ad un forum che si svolgerà questa settimana; quindi, da questo punto di vista, mi sembra che stiamo lavorando in maniera conseguente con l'idea, che abbiamo e che l'Italia ha sempre manifestato, di voler essere - lo ha ribadito il ministro Ruggiero - e di volere restare nel gruppo di testa dell'Unione europea.
Il Consiglio Affari generali dell'8 e del 9 ottobre ha indicato che la società civile sarà coinvolta attraverso un programma di audizioni da parte della Convenzione, da svolgere nell'ambito di una rete di organismi non governativi. L'altra opzione sostenuta dalla COSAC e dal Parlamento europeo, che il Consiglio non ha però preso in considerazione, è quella della creazione di un forum europeo o di forum nazionali (noi lo abbiamo creato) che consentano ai cittadini ed alla società
civile di contribuire ai lavori della Convenzione. È importante, in ogni caso, che i dibattiti nazionali siano i più ampi possibile e coinvolgano anche le scuole e i giovani, nei confronti dei quali appare particolarmente auspicabile un'opera di sensibilizzazione.
Non consideratemi un nostalgico del tempi antichi, ma ricordo come una porzione essenziale della mia vita culturale e politica l'avere partecipato, alla fine degli anni cinquanta, anzi immediatamente dopo la guerra, al grande movimento federalista europeo e l'avere contribuito a determinare, in tal modo, un'opinione nei confronti dell'unità dell'Europa, che oggi si ricostruisce o tende a ricostituirsi in tutta la sua interezza geografica, culturale, politica, sociale e religiosa. Mi sembra importante dire queste cose ai giovani se vogliamo offrire loro una speranza, se vogliamo dare loro una formazione che attenga a quel deposito di cultura, di filosofia, di arte, di tradizioni e di sana economia che ci è stato tramandato dai grandi costruttori dell'Europa, tra i quali voglio ricordare, in Italia, oltre ai firmatari del Trattato di Roma, anche Altiero Spinelli, il quale svolse una funzione essenziale nella vita politica e culturale...
PRESIDENTE. Onorevole Selva...
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. ...anche come commissario, ma prima come pensatore.
Pensando e dando questa informazione e questa formazione io credo che davvero contribuiamo anche a stabilire i più grandi valori democratici, come la pace e la libertà. Credo che tutto questo sia essenziale se vogliamo che i giovani si riconoscano in una società migliore.
In tale ottica di promozione di una vasta partecipazione pubblica al dibattito italiano sul futuro dell'Unione europea, emerge l'esigenza che il Governo si faccia parte attiva individuando le risorse necessarie per la creazione di una rete strutturata di ascolto rivolta all'intero paese, nelle sue diverse articolazioni sociali ed istituzionali, che sia in grado di fornire un utile apporto agli stessi lavori della Convenzione.
Per quanto riguarda i tempi del processo di riforma e della conferenza intergovernativa...
PRESIDENTE. Onorevole Selva, ha superato il tempo a sua disposizione di ben dieci minuti. Vorrei che si desse anche la possibilità di leggere il resoconto stenografico di domani. Più le considerazioni sono sintetiche, più la gente le legge.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Non sono d'accordo con lei.
PRESIDENTE. Però io sono d'accordo con il regolamento. Onorevole, la invito a concludere.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Sono rimasti cinque minuti.
PRESIDENTE. Onorevole, la invito a ridurre un po' i tempi.
GUSTAVO SELVA, Presidente della III Commissione. Va bene, salterò i tempi del processo e parlerò delle indicazioni emerse dall'indagine conoscitiva.
Le audizioni svolte nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul futuro dell'Unione Europea hanno fornito alcune riflessioni molto rilevanti ai fini delle decisioni della Camera, in quanto hanno consentito di approfondire i diversi aspetti delle tematiche in oggetto. Sono stati, infatti, toccati con estrema competenza diversi aspetti, alcuni dei quali hanno una prospettiva più ampia (come, ad esempio, quelli dei contenuti della futura Unione europea) ed altri sono più legati alle decisioni che dovranno essere assunte dal prossimo Consiglio europeo di Laeken.
Tralasciando questa parte, concluderei, utilizzando i tre minuti che le ho chiesto, parlando, del fatto che c'è, a mio giudizio, una domanda di Europa ancora largamente inevasa sia sotto il profilo politico sia sotto quello economico. I fatti evidenziano in misura crescente come la globalizzazione, fatto in sé positivo, non debba
essere abbandonata ad uno stadio semiselvaggio ma debba essere governata da istituzioni e da regole. Altrimenti, invece di coglierne - sto parlando del rapporto tra Unione europea e globalizzazione, naturalmente, come avrete capito - le opportunità, si determinano rischi ed anche fatti negativi: speculazioni finanziarie di piccole minoranze a danno degli interessi generali, accentuazioni del divario tra il nord e il sud del mondo, tensioni e conflitti a carattere regionale, giustificazioni del terrorismo a carattere globale, violazione dei diritti fondamentali. Inoltre, come sembrerebbe risultare da recenti sondaggi, c'è il rischio che una notevole parte dell'opinione pubblica identifichi la globalizzazione con tali aspetti negativi, se manca la politica, se manca un governo della medesima.
Per contribuire ad ovviare ad una tale situazione da più parti è stato sottolineato come il ruolo dell'Europa unita avrebbe l'effetto di un moltiplicatore, rispetto a quello svolto dai singoli Stati europei in ordine sparso. L'Europa dovrebbe quindi parlare con una voce sola ed agire di conseguenza, sia in relazione alle situazioni di crisi regionali, sia a quelle determinate dal terrorismo, non solo per quanto riguarda l'ambito umanitario, le ricostruzioni, i piani Marshall a conclusione dei conflitti medesimi, ma anche in termini politici e diplomatici per la prevenzione e la composizione dei conflitti medesimi, per un nuovo ordine internazionale più giusto e quindi più sicuro.
Coerentemente, l'Europa deve attivarsi per accrescere decisamente il ruolo ed insieme la democratizzazione degli organismi internazionali. Tanto più ora si rende necessario un impegno unitario dell'Europa in tale direzione. Non c'è dubbio che con scelte di questo tipo si accrescerebbe non solo il ruolo federale dell'Unione europea nel suo complesso, ma anche quello dei singoli Stati componenti, naturalmente nella logica di un nuovo pacifico ordine mondiale.
Per quanto riguarda le tematiche economiche, l'Europa non può passare dalle affermazioni trionfalistiche di qualche mese fa, e cioè che sarebbe diventata la locomotiva del mondo per quanto concerne la crescita, in sostituzione degli Stati Uniti, alla pressoché attuale rassegnazione rispetto al rallentamento della crescita medesima: ogni poche settimane vengono rivedute verso il basso le stime relative alla crescita del PIL per quanto concerne questo scorcio del 2001 e per quanto concerne il 2002. Il Governo farà in modo che questo non avvenga ed io credo che questo sia anche il compito di quella Conferenza e, soprattutto, di quella Convenzione che ci apprestiamo ad approvare per aprire un nuovo capitolo, il capitolo del futuro, alla nostra Europa (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Onorevole Selva, è stato il più lungo dei suoi editoriali!
Ha facoltà di intervenire il sottosegretario per gli affari esteri, senatore Roberto Antonione
ROBERTO ANTONIONE, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli deputati, desidero ringraziare il presidente Casini e voi tutti per questo dibattito in occasione della presentazione dei risultati dell'indagine conoscitiva sul futuro della costruzione europea condotta, in questi mesi, dalle Commissioni parlamentari competenti.
Come voi certamente sapete, questo dibattito si inquadra nella preparazione delle decisioni che dovranno essere prese dai Capi di Stato e di Governo al prossimo Consiglio europeo che avrà luogo a Laeken il 14 e il 15 dicembre prossimi.
Il tema principale all'ordine del giorno è la convocazione di una Convenzione composta da membri dei parlamenti nazionali, membri del Parlamento europeo, rappresentanti dei Governi e della Commissione. Vi parteciperanno, come osservatori, tutti i paesi candidati nonché rappresentanti sia del Comitato delle regioni, sia del Comitato economico e sociale. La
Convenzione manterrà uno stretto collegamento con la società civile che si organizzerà in un forum.
Un primo aspetto molto importante del dibattito a Laeken è il calendario della Convenzione e della Conferenza intergovernativa. Si tratta di un aspetto di sostanza e non di procedura perché le decisioni sui tempi del passaggio dalla Convenzione alla Conferenza intergovernativa avranno effetti politici importantissimi: se prevarrà la tendenza ad avere un ampio periodo di riflessione tra le due fasi, che impedirà di terminare i lavori della Conferenza intergovernativa per la fine del 2003 o, al massimo, all'inizio del 2004, l'ingorgo istituzionale che si verificherà a partire dalla prima parte del 2004, con l'elezione del Parlamento europeo, il rinnovo della Commissione, il dibattito sulle risorse e le prime adesioni, finirà, inevitabilmente, per far slittare la fine della Conferenza intergovernativa di un anno o più rispetto ai tempi previsti. Ci stiamo dunque adoperando affinché i lavori della Conferenza intergovernativa possano terminare entro il 2003.
Sul mandato della Convenzione esistono, com'è noto, due posizioni: quella che lo vorrebbe confinato ai quattro aspetti individuati a Nizza e quella che, invece, lo vorrebbe esteso anche ad altri aspetti, come il governo dell'economia, la rappresentanza esterna dell'Unione e la struttura istituzionale. Credo che questa differenza di posizioni non sia dogmatica e che, nei fatti, si muova ormai verso la soluzione più aperta. Lo stesso approccio pragmatico ci sembrerebbe utile per affrontare la questione del risultato della Convenzione. Ci sembra che l'ipotesi che essa definisca più proposte piuttosto che una sola assicuri all'esercizio una maggiore elasticità e, quindi, anche la possibilità di avanzare idee e proposte ambiziose. È dunque evidente che non può essere esclusa la possibilità di un consenso su una sola proposta avanzata ed ambiziosa che diventerebbe, quindi, la base per i lavori della Conferenza intergovernativa. A Laeken i Capi di Stato e di Governo dovranno formulare le domande sulle quali auspicano di ottenere le proposte della Convenzione. Si dovrà inoltre decidere la nomina del presidente della Convenzione e, come voi sapete, il Presidente Berlusconi ha indicato il nome dell'onorevole Giuliano Amato, al quale rivolgiamo il più cordiale augurio di successo. Oggi siamo nella fase dedicata, secondo il Consiglio europeo di Nizza, a raccogliere le valutazioni e le reazioni delle opinioni pubbliche nazionali sulle problematiche relative all'avvio di questo nuovo capitolo della costruzione europea. Con questo stesso obiettivo il Parlamento lancerà, dopodomani, con un dibattito presso la Camera dei deputati, l'iniziativa sull'avvenire dell'Europa.
Pochi giorni fa, inoltre, vi è stato un convegno organizzato dal CNEL con analoghe motivazioni; altre iniziative sono in corso o in preparazione, non solo per questo scorcio di anno, ma anche per il 2002, proprio nello spirito di mantenere vivo, presso l'opinione pubblica, l'interesse per il dibattito sul futuro dell'Europa.
Al di là delle specifiche questioni, che abbiamo indicato e che sono nell'agenda di Laeken, sembra opportuno soffermarsi sui temi di fondo del dibattito sul futuro dell'Europa, anche se essi non verranno discussi dal prossimo Consiglio europeo. Crediamo sia impossibile negare che la costruzione europea abbia rappresentato, già nelle sue attuali dimensioni, una vera e propria rivoluzione nella storia del nostro continente. Quando un problema si presenta come irrisolvibile, diceva Monnet, bisogna cambiare i termini del problema. È ciò che hanno fatto i padri fondatori nel momento in cui hanno assunto un solenne impegno all'indomani della fine della seconda guerra mondiale: mai più una guerra fratricida tra i nostri popoli europei.
Oggi la pace, la libertà, il progresso civile ed economico regnano entro i confini dell'Unione europea. Abbiamo un Parlamento europeo eletto a suffragio universale dai nostri cittadini; abbiamo delle politiche comuni volte a realizzare obiettivi ed interessi comuni; abbiamo un equilibrio istituzionale che, anche nella sua
attuale incompiutezza, è stato all'origine dell'enorme sviluppo dell'Unione europea; avremo tra poche settimane una moneta unica per 300 milioni di europei, un successo che supera di molto il quadro meramente monetario per acquistare una fortissima valenza politica. Stiamo procedendo verso la creazione di uno spazio giudiziario europeo; abbiamo già adottato le decisioni necessarie per istituire un primo nucleo di polizia europea, composta da 5 mila unità; nel 2003 dovremmo poter disporre di una forza di intervento rapido per partecipare alle missioni di pace. Procediamo verso una politica estera dell'Unione europea, che già oggi si presenta con un volto nuovo, con il suo contributo positivo alla soluzione delle maggiori crisi internazionali. Siamo considerati del mondo intero come un modello di cooperazione, di sviluppo democratico e di pace.
Se guardiamo al nostro passato, al secolo appena terminato, ed in particolare alle tragedie che lo hanno caratterizzato, non possiamo ignorare l'immenso cammino che è stato compiuto. Questo, però, non basta. Dobbiamo anche constatare che oggi questa realtà non sembra più appassionare le nuove generazioni, così come è stato nel passato. Abbiamo bisogno di nuove motivazioni, capaci di fornire risposte ai nuovi problemi del nostro mondo, sempre più interdipendente e globalizzato. Ecco perché, prima ancora di lanciarci nel necessario dibattito sul come far progredire, anche istituzionalmente, l'Unione europea, dobbiamo soffermarci un istante sulle ragioni che motivano, oggi, questa nuova esigenza di crescita della costruzione europea.
Vi sono almeno tre elementi fondanti che ci impongono di guardare con ambizione e coraggio al futuro dell'Europa.
Innanzitutto l'euro: la moneta unica non costituisce un fatto tecnico, ma una realtà con effetti e conseguenze altamente politiche. L'euro avrà, da un lato, un enorme effetto psicologico sui cittadini in termini di maggiore identificazione con l'Europa e consapevolezza di appartenenza e, dall'altro, comporterà una maggiore domanda di Governo dell'economia. Non pensiamo alla creazione di nuove istituzioni, ma al fatto che sarà necessario un processo di reale coordinamento e di valutazione politica molto più serrato e vincolante per assicurare stabilità e sviluppo in tutta l'Europa, evitando quella solitudine del banchiere centrale che è cosa ben diversa dalla sua indipendenza.
In secondo luogo, vi sarà l'allargamento: si tratta di un processo irreversibile con un contenuto ed una valenza politica e morale altissimi. La caduta del muro di Berlino non avrebbe senso compiuto se non pensassimo di riunire in una grande Europa tutti i paesi del continente. L'allargamento è un imperativo categorico, una necessità politica, una grande opportunità sociale ed economica, una necessità per superare i residui nazionalismi (guardiamo cosa succede ai confini della nostra Unione europea) ed aprire, come già realizzato dagli attuali membri dell'Unione europea, un nuovo capitolo nella storia dell'Europa. A questo processo dobbiamo associare, nei tempi e nei modi opportuni, anche la Russia, che giustamente chiede di essere un partner naturale dell'Unione europea. La realizzazione di uno spazio economico europeo unificato comprendente la Russia è la via maestra per questa nuova dimensione della costruzione europea, così come la sua associazione alla cooperazione politica europea.
Pensiamo, infine, alla governabilità della globalizzazione, cioè alla gestione efficace dei grandi problemi che l'attuale fenomeno dell'interdipendenza internazionale ci ha posto di fronte. L'interdipendenza e la conseguente globalizzazione sono fenomeni non arrestabili. La vera sfida non è se accettarli o rifiutarli, ma come governarli. Questa è una sfida in cui la dimensione europea può giocare un ruolo determinante sia all'interno dell'Unione europea sia verso l'esterno.
Sul fronte interno, l'interdipendenza ha provocato rivolgimenti e adattamenti che sono fonte di insicurezza per i nostri cittadini. Pensiamo, ad esempio, agli aspetti occupazionali, culturali, sociali ed economici e alla protezione della salute e dell'ambiente.
Ebbene, l'Europa, la nuova Europa deve dare risposte a questo senso di insicurezza, perché la risposta non può essere più fornita soltanto sul piano nazionale. In altri termini, le istituzioni europee dovranno svolgere un ruolo essenziale di dibattito, indirizzo e proposta su tutti i grandi temi economici e sociali che interessano la vita quotidiana dei cittadini europei nell'era dell'interdipendenza e della globalizzazione. È vero che in questa direzione sono già stati compiuti passi impegnativi, in particolare con la strategia definita al vertice di Lisbona. Tuttavia, questa strategia è ancora troppo volontaristica per poter incidere veramente sui comportamenti degli Stati.
Dopo la moneta unica dovremo, sempre di più, andare verso decisioni quadro delle istituzioni europee che definiscano le linee di politica economica nazionale, diventando parte integrante delle linee di sviluppo dei paesi membri e della vita dei cittadini.
Sul fronte esterno, abbiamo bisogno di più Europa, per rispondere alle nuove esigenze di sicurezza e di difesa e per lottare efficacemente contro il terrorismo, intervenendo anche contro le sue radici profonde: l'emarginazione e la povertà. Guai se dimenticassimo, in questo momento, che dobbiamo non solo mantenere, ma rinsaldare le nostre volontà e le nostre determinazioni nel campo della lotta contro la povertà, contro l'AIDS e contro tutti i mali che affliggono il mondo di oggi, anche se questi grandi problemi non possono giustificare in nulla il terrorismo.
L'Europa deve essere uno degli attori principali nella definizione di una globalizzazione giusta ed umana e nella costruzione di una nuova struttura geopolitica multipolare, le cui azioni devono trovare, sempre di più, la loro legittimazione nel quadro delle Nazioni Unite.
Questi due aspetti - quello esterno e quello della governabilità - sono diventati ancora più essenziali dopo gli eventi dell'11 settembre. L'Europa deve, soprattutto, diventare un grande spazio di diritti e valori condivisi e non essere più identificata solo come una realtà commerciale e mercantile.
Veniamo ora a quelli che appaiono essere gli obiettivi che dobbiamo indicare nel dibattito sul futuro dell'Europa. Questi obiettivi sono stati, in gran parte, già indicati dal Presidente della Repubblica Ciampi e dal Presidente del Consiglio Berlusconi. Gli aspetti più rilevanti del dibattito istituzionale sembrano essere la riorganizzazione e la costituzionalizzazione dei trattati, fonte di trasparenza e di legittimità democratica.
La Costituzione europea dovrà incorporare la Carta dei diritti fondamentali, le disposizioni sulle istituzioni, sugli obiettivi e sulle competenze dell'Unione e si baserà sui principi fondamentali della solidarietà e sussidiarietà. La Costituzione europea dovrà fornire agli Stati membri, presenti e futuri, un codice etico e rafforzerà l'identità civile e materiale dell'Unione fondata sul rispetto delle singolarità nazionali come elemento fondamentale sia degli Stati sia dell'Europa.
In siffatto contesto, il modello di una federazione degli Stati-nazione costituisce un compromesso avanzato fra le diverse posizioni e sensibilità all'interno dell'Unione, modello al quale ci siamo riferiti ieri, insieme con i francesi, durante il vertice di Perigueux. Esso è sostenuto da molti leader politici europei. Si tratta di una formula che assicura la necessaria coesione di carattere federativo, salvaguardando allo stesso tempo le identità nazionali, patrimonio irrinunciabile del nostro continente.
Certo, la ripartizione delle competenze tra la federazione e gli Stati-nazione non sarà un compito facile. A questo esercizio si dovrebbe dare avvio già nel Consiglio europeo di Laeken. I due principi guida dovrebbero essere la solidarietà e la sussidiarietà. Gli assetti istituzionali attuali non dovrebbero essere stravolti, ma migliorati e rafforzati affinché il sistema possa operare in senso più democratico.
Crediamo che occorra, tra l'altro, definire meglio il ruolo di leadership e di orientamento politico che spetta al Consiglio
europeo; rispettare ed estendere il metodo comunitario ed aumentare il ricorso al voto a maggioranza qualificata in Consiglio; riflettere sull'elezione del Presidente della Commissione da parte dei cittadini o da parte dei membri del Parlamento europeo. La prima opzione avrebbe il grande vantaggio di dare un volto ed un'identità alla scelta che i cittadini potranno fare per la guida della costruzione europea, ma potrebbe alterare l'attuale equilibrio tra le istituzioni. Inoltre, occorre rafforzare il ruolo di coordinamento del Consiglio affari generali e riflettere sul funzionamento del Consiglio nelle sue varie istanze e della Presidenza soprattutto in funzione dell'allargamento; rafforzare il Parlamento europeo quale centro di legittimità democratica delle decisioni dell'Unione estendendo la codecisione a tutte le materie di carattere legislativo; rafforzare i rapporti tra Parlamento europeo e parlamenti nazionali accrescendo il ruolo della conferenza degli organi specializzati in affari comunitari.
Sono obiettivi certamente ambiziosi ed è possibile che su di essi non si possa immediatamente raggiungere l'unanimità, soprattutto nel quadro di un'Unione allargata. Per questo crediamo di dover perseguire l'idea di un plotone di testa - anche questo evocato ieri al vertice italo-francese - che dovrà realizzarsi in un quadro comunitario senza, peraltro, essere sottoposto ad alcun diritto di veto. In realtà, nel processo comunitario le avanguardie nelle quali l'Italia è sempre stata protagonista hanno tradizionalmente rappresentato il motore del processo di integrazione, l'elemento dinamico dell'Unione. Senza di esse non vi sarebbero stati la moneta unica, Schengen e la spinta in direzione dell'allargamento, per citare solo alcuni dei grandi risultati dell'Unione. Naturalmente, tutti devono avere la possibilità di partecipare a questo plotone di testa e, soprattutto, tutti devono essere aiutati a farne parte.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nel concludere questo intervento desidero, ancora una volta, ribadire a nome del Governo la necessità per l'Italia di avere obiettivi ambiziosi. Essi sono sempre stati raggiunti e gli euroscettici sono sempre stati costretti a rincorrere gli ottimisti ed i sognatori. Il Presidente Ciampi ha chiaramente detto che sull'europeismo non accettiamo lezioni da nessuno: è tutto vero se guardiamo alla nostra storia ed alla partecipazione alla costruzione europea, dalla Comunità del carbone e dell'acciaio alla moneta unica. Certo, abbiamo avuto dibattiti anche aspri (ricordiamo quelli del 1978 sulla nostra partecipazione al sistema monetario europeo) ma, alla fine, le nostre scelte non soltanto ci hanno sempre collocato nel plotone di testa, ma ci hanno anche permesso di contribuire in maniera determinante al processo di integrazione europea.
Il negoziato sul futuro dell'Unione europea ci dà una nuova storica occasione per riconfermare senza equivoci che la costruzione di una grande Europa libera, democratica, aperta al mondo ed alla solidarietà, a difesa della pace e della giustizia è la stella polare che continua a guidare l'azione di questo Governo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rognoni. Ne ha facoltà.
CARLO ROGNONI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, è difficile parlare oggi del vertice di Laeken e del futuro dell'Unione europea prescindendo dai tragici accadimenti dell'11 settembre. Quei fatti hanno prodotto un terremoto negli equilibri internazionali così come li avevamo finora conosciuti. È naturale che anche l'Europa dei quindici stia vivendo gli effetti di questa mostruosa scossa terroristica.
Innanzitutto, va detto che, davanti alla lotta al terrorismo, l'Unione europea ha dovuto confrontarsi con una pesante contraddizione: da un lato, una condivisa e tempestiva dichiarazione comune di solidarietà nei confronti degli Stati Uniti; dall'altro, ogni singolo Stato dell'Unione si è mosso per conto proprio in un rapporto diplomatico e militare bilaterale con gli
Stati Uniti. Ciò ha messo a nudo come il ritardo nella costruzione di una politica estera e di difesa comune produca un vuoto anche di immagine internazionale dell'Unione.
I fatti dell'11 settembre hanno anche dimostrato quanto il mondo occidentale - e, per quel che ci riguarda più da vicino, l'Europa - sia impreparato ad affrontare quei problemi che la globalizzazione sta mettendo in tragica evidenza.
Se la guerra è necessaria per fermare il terrorismo, la lotta alla povertà e all'AIDS, l'annullamento del debito dei paesi del terzo mondo e le misure per vincere la frustrazione economica e politica di chi si sente escluso dalla stessa globalizzazione (temi che sono tornati ad affascinare ed attrarre alla politica spezzoni importanti delle nuove generazioni, magari anche in modo convulso e confuso come a Seattle e a Genova), ci impongono un maggior impegno e consapevolezza.
Questa nuova consapevolezza, cioè l'importanza di un ruolo internazionale dell'Europa, deve guidarci nei prossimi mesi al fine di affrontare con lo spirito giusto la sfida più straordinaria e difficile che l'Europa abbia mai affrontato, dagli anni della CECA (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) all'oggi dell'euro, dagli anni in cui gli Stati membri erano sei all'oggi in cui sono quindici e, nel giro di pochi anni, si preparano a diventare ventiquattro, venticinque, ventisette, mettendo insieme l'ovest e l'est, il nord e il sud del continente.
Dopo l'11 settembre, è davvero difficile non avvertire quanto sia impellente il bisogno di un'Unione più forte e, dunque, più integrata di oggi. Tuttavia, il dibattito odierno non è figlio dei fatti dell'11 settembre, bensì del Trattato di Nizza che - mi auguro ratificheremo nelle prime settimane del 2002 - ha, sicuramente, il merito di aver reso irreversibile un altro processo che sta rivoluzionando gli equilibri geopolitici, quello dell'allargamento dell'Unione europea.
Se finora si poteva procedere con la politica dei piccoli passi - è stato scritto che nella storia dell'Unione europea ogni passo in avanti ha prodotto qualche forma di squilibrio che si poteva correggere soltanto facendone un altro in avanti -, oggi, con l'allargamento, abbiamo compiuto un tale passo da provocare squilibri ben più gravi di quanto non si sia mai rischiato in passato: in definitiva, solo una grande riforma costituente può far tornare ad una situazione di squilibri virtuosi.
Se finora l'Europa è stata costruita grazie alle intuizioni e all'impegno di una élite politica intelligente e lungimirante, oggi, il passo di cui c'è bisogno è tale da richiedere una partecipazione ampia. Siamo arrivati al momento in cui è necessaria maggior democrazia e un po' meno diplomazia: anche per questo, forse, per la prima volta nella storia dell'Unione europea si è sentito il bisogno, reale e sincero, di coinvolgere la società civile nel suo insieme e di far esprimere ai cittadini le loro opinioni.
Questo è anche il senso del coinvolgimento dei Parlamenti nazionali e la ragione di una giornata come quella di venerdì che vede la presenza solenne del Capo dello Stato.
Vi sono domande che possono sembrare retoriche ma che, invece, sono di una drammatica attualità e alle quali è giusto che rispondano gli stessi cittadini europei. Che cosa vogliamo che diventi l'Europa? Che cosa ci aspettiamo da essa? Che ripercussioni avrà sull'Unione europea il quasi raddoppio degli Stati membri? Le attuali istituzioni (la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo), nate per l'Europa dei sei ed adattate a fatica a quella dei quindici, possono sopravvivere con venticinque Stati?
In un'Europa allargata, ha senso procedere tutti insieme oppure è meglio pensare ad un'avanguardia di Stati nazione, che procede, comunque, più in fretta nell'integrazione? Non è, forse, successo così con Schengen o con l'euro?
Vogliamo una Costituzione per l'Europa che inglobi nella prima parte la Carta dei diritti o preferiamo una federazione di Stati nazione? Queste sono domande troppo importanti per pensare che siano solo i soliti europeisti ad occuparsene.
Credo davvero che sia decisivo coinvolgere le università, le associazioni non governative, i leader politici regionali e locali, sia importante che si confrontino liberamente diverse correnti di pensiero e vengano coinvolti i media, dalla televisione a Internet, dalle tante radio e ai tanti quotidiani anche locali.
Dovremmo chiedere all'ISTAT di realizzare su questi temi indagini statistiche molto accurate e di organizzare alcuni focus group.
In definitiva, è necessario un approccio diverso all'Europa, non più dall'alto verso il basso e, da qui, deriva l'importanza che tutti dobbiamo assegnare ai forum della società civile e ai dibattiti nei Parlamenti nazionali.
Questo, d'altra parte, dovrà essere uno dei primissimi lavori della Convenzione che deriverà dal vertice di Laeken, vale a dire raccogliere stimoli, idee, proposte, da una rete strutturata di collegamenti con la società civile e non. In definitiva, tutto ciò che può rafforzare la legittimità democratica del lavoro che la Convenzione si avvia a svolgere deve essere preso in considerazione.
Signor Presidente, è come se dovessimo organizzare una grande operazione di trasfusione di sangue fresco, popolare, per un'Europa anemica, ma che sappiamo essere ricca di potenzialità.
La Convenzione ha l'ambizioso ed entusiasmante compito di riscoprire l'ispirazione dei padri fondatori dell'Europa, i quali ebbero l'immaginazione per archichettare strutture sia innovative sia pragmatiche.
Con la risoluzione che sottoponiamo al voto dell'Assemblea e all'approvazione del Governo pensiamo di aver fornito un contributo fattivo, sia pure dai banchi dell'opposizione, affinché la Convenzione, che il vertice di Laeken dovrà varare, sia posta nella condizione di svolgere il proprio lavoro al meglio. Non abbiamo trascurato nulla, dal numero dei membri della Convenzione, aperta anche ai rappresentanti degli Stati che hanno chiesto l'adesione, ai tempi di lavoro.
È giusto che la prossima Conferenza intergovernativa si convochi prima del 2004, anno in cui si rischia un autentico ingorgo istituzionale dovuto al fatto che si deve rinnovare il Parlamento europeo, decade la Commissione, aderiscono nuovi Stati, probabilmente già dieci.
Inoltre, l'agenda non può limitarsi - anche per quanto affermato finora - ai quattro grandi temi indicati a Nizza ma, dopo l'11 settembre, dovrà includere, ponendole in primissimo piano, la politica estera e la politica comune di difesa.
Concludo, signor Presidente, con l'auspicio che il Governo italiano, che la maggioranza, la quale ha dimostrato sensibilità e intelligenza nel proporre Giuliano Amato come possibile presidente della Convenzione, sia consapevole - come l'opposizione - che la sfida che l'Italia ha di fronte riguarda l'interesse generale e, soprattutto, quello delle future generazioni, la cui patria è e sarà sempre di più l'Europa.
Proprio in tale logica - anche a seguito dell'approvazione della relazione delle Commissioni III e XIV - vorremmo, alla fine di questa giornata, disporre delle condizioni per poter, insieme, votare una risoluzione diretta al Governo, che dimostri come su un tema così strategico e decisivo, quale l'Europa, vi sia un'unità di intenti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Baldi. Ne ha facoltà.
MONICA STEFANIA BALDI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, sono particolarmente contenta - anche dopo l'indagine conoscitiva svoltasi nelle Commissioni riunite III e XIV relativamente allo sviluppo e al futuro dell'Unione europea - in quanto il confronto e la presenza di relatori altamente qualificati ha portato ad un dibattito di alto contenuto.
Tra l'altro, il coinvolgimento e il ruolo dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo hanno sempre formato oggetto, in
Europa, di un dibattito molto particolare ed acceso e quanto emerso dal dibattito è veramente particolare. Il Consiglio europeo di Laeken, che dovrà fare il punto su numerose questioni, è indubbiamente uno dei momenti particolari in cui il nostro contributo integrato, mi auguro, da quanto contenuto nelle risoluzioni approvate in quest'aula, potrà costituire un valido supporto nel futuro dibattito del quale saremo i principali attori.
In special modo, i principali attori saranno i cittadini. Infatti, l'esigenza forte è quella di accrescere la legittimità democratica delle decisioni dell'Unione europea, facendo partecipare i cittadini alle assemblee rappresentative in ordine alle grandi scelte che caratterizzano il futuro dell'Unione e, quindi, di tutti noi.
Il Consiglio europeo di Laeken, quindi, dovrà soffermarsi su numerose questioni: in primo luogo, sullo stato del processo di allargamento dell'Unione europea, con riferimento allo stato dei negoziati con i paesi candidati all'adesione; in secondo luogo, sui progressi compiuti nell'ambito del secondo pilastro in ordine alla politica estera e di sicurezza comune; in terzo luogo, sullo stato della cooperazione nel terzo pilastro, dunque, sulla cooperazione nei settori degli affari interni e della giustizia.
Come è noto, alla Carta di Nizza sui diritti fondamentali dei cittadini, firmata il 26 febbraio 2001, è allegata la Dichiarazione sul futuro dell'Unione, con la quale la Conferenza intergovernativa invita ad un dibattito più approfondito e più ampio sul futuro sviluppo dell'Unione europea.
In tale documento vengono indicati, quindi, i principali temi: la modalità per stabilire e mantenere una più precisa delimitazione delle competenze tra l'Unione europea e gli Stati membri che rispecchi il principio di sussidiarietà; lo status della Carta dei diritti fondamentali proclamata a Nizza; una semplificazione dei trattati, al fine di renderli più chiari e meglio comprensibili senza modificarne la sostanza; il ruolo dei Parlamenti nazionali nell'architettura europea. Si tratta di una Convenzione ispirata a quella che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e finalizzata a predisporre, assumendo decisioni a maggioranza qualificata, un progetto di riforme da introdurre nell'ordinamento europeo.
Perché la Convenzione sia efficace, occorrerà garantire una qualificata rappresentanza anche delle opposizioni di ciascuna Assemblea parlamentare, nonché prevedere forme forti di raccordo tra i Parlamenti ed i propri rappresentanti nella Convenzione stessa. La CIG dovrà operare sulla base delle elaborazioni compiute e del parere conforme del Parlamento europeo sulla decisione finale degli Stati membri.
Come abbiamo già visto, in questo quadro assume particolare rilievo la cooperazione tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali che, in questa fase, dovrebbe essere ordinata intorno alle questioni ed alle scadenze che caratterizzano il «dopo Nizza». Per crescere in efficacia, la cooperazione interparlamentare richiede, infatti, oggi più che mai, coordinamento e collegamento tra le diverse iniziative. Come stabilito a Nizza, il Consiglio europeo che si svolgerà a Laeken il 14 e 15 dicembre 2001 concorderà una dichiarazione sull'agenda e sul metodo del processo di riforma. La questione di un diverso metodo di elaborazione delle riforme dell'Unione, in grado di assicurare un maggior ruolo dei Parlamenti, è stata posta con forza, continuamente, dal Parlamento europeo e dai Parlamenti nazionali, con la proposta di affidare tale compito alla convenzione ispirata a quella che ha elaborato la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La Convenzione opererebbe, naturalmente, nell'ambito dei trattati vigenti; resterebbe, quindi, fermo il ruolo della Conferenza intergovernativa cui l'articolo 48 del trattato sull'Unione europea affida le modifiche dei trattati da sottoporre poi a ratifica degli Stati membri. Allo stato delle norme, la Convenzione dovrebbe, pertanto, elaborare il progetto o le proposte di riforma da sottoporre all'approvazione della Conferenza intergovernativa.
Restano da definire diversi aspetti relativi alla Convenzione: la sua composizione ed il modo di lavorare, il rapporto con la conferenza intergovernativa, i tempi del processo di riforma. Si tratta di questioni di grande rilievo, che dipendono dal peso che la Convenzione effettivamente assumerà e dalla sua capacità di elaborare riforme di ampiezza e di respiro sufficienti ad affrontare le esigenze del futuro dell'Europa allargata.
La Presidenza del Belgio ha stabilito che la dichiarazione di Laeken verterà su agenda, metodo e calendario del dibattito sul futuro dell'Europa e che l'agenda sarà ampliata, rispetto ai quattro temi proposti dalla dichiarazione sul futuro dell'Europa, per comprendere la discussione su un progetto globale che contempli: la nuova organizzazione della ripartizione delle competenze tra Unione europea e Stati membri; le modalità di finanziamento dell'Unione europea; le procedure decisionali; l'architettura istituzionale dell'Unione europea e l'equilibrio istituzionale; il ruolo delle regioni; la struttura dei trattati e, infine, la modernizzazione del metodo comunitario e il dialogo con le parti sociali.
La dichiarazione sul futuro dell'Unione europea ha previsto che i paesi candidati siano associati al processo di riforma, precisando che quelli di loro che avranno concluso i negoziati di adesione saranno invitati a partecipare alla prossima conferenza intergovernativa. È importante, in ogni caso, che i dibattiti nazionali siano il più possibile ampi, coinvolgendo anche le scuole ed i giovani, nei confronti dei quali appare particolarmente auspicabile un'opera di sensibilizzazione. In tale ottica di promozione di una vasta partecipazione pubblica al dibattito italiano sul futuro dell'Unione europea, emerge l'esigenza che il Governo si faccia parte attiva, individuando le risorse necessarie per la creazione di una rete strutturale di ascolto che si rivolga all'intero paese, nelle sue diverse articolazioni sociali e istituzionali, e che sia in grado di fornire un utile apporto agli stessi lavori della Convenzione.
La questione dei tempi del processo di riforma e dello svolgimento della Conferenza intergovernativa ha un rilievo particolare perché incide direttamente sia sull'effettivo confluire dei lavori della convenzione in quelli della conferenza intergovernativa sia nella creazione del cosiddetto ingorgo istituzionale del 2004, di cui hanno ampiamente parlato il sottosegretario di Stato Antonione ed il relatore.
È indubbio che in quel periodo, nel 2004, non ci saranno solamente le elezioni del Parlamento europeo ma anche il rinnovo della Commissione europea. Questo potrebbe creare difficoltà ed è veramente auspicabile che vi sia un anticipo della CIG durante il semestre di Presidenza italiana, per esaminare con tranquillità le esigenze, le priorità e i temi da negoziare. La richiesta di un anticipo al 2003 dei lavori della Conferenza intergovernativa è appoggiata non solo dal Governo italiano ma anche da altri rappresentanti europei. Si prevede una riflessione di un massimo di sei mesi, tra il termine del lavoro della Convenzione e l'inizio della Conferenza intergovernativa: questo è fondamentale, perché riteniamo che è importante la continuità con la Convenzione. Pertanto, i temi andranno esaminati in maniera da determinare subito le scelte: si potrebbe auspicare che sia comunque convocata la CIG nell'ottobre 2003, prima dell'inizio della campagna elettorale del Parlamento europeo.
Vi è, comunque, la fondamentale esigenza di tenere distinti i ruoli, rispettivamente, del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, perché andrebbero rafforzati entrambi: l'Unione si fonda su una doppia legittimazione, in quanto unione di Stati e unione di popoli ed, inoltre, sia i Parlamenti nazionali che il Parlamento europeo sono eletti direttamente dai cittadini. Sono state evocate diverse direttrici di sviluppo del ruolo dei Parlamenti, come, ad esempio: un loro maggior ruolo nella fase ascendente di formazione delle decisioni comunitarie (questo è importante per il potenziamento degli strumenti di intervento) per far sì che possano avere nelle politiche e nel diritto dell'Unione europea
una capacità di pressione sui Governi; un accordo tra Parlamento e parlamenti nazionali che riordini i rapporti tra questi soggetti; un potere costituente dei parlamenti nazionali da realizzare, ad esempio, nell'ambito di un organo del tipo Convenzione, nel quale i parlamenti possano diventare i coautori delle proposte di modifica dei trattati.
Infine, la dichiarazione di Laeken dovrebbe decidere sul mandato da dare alla Convenzione, rinviando ad un momento successivo la discussione sul merito delle modalità con le quali si dovrà operare. Sugli esiti finali della Convenzione, sembra prevalere un orientamento favorevole a produrre un documento aperto, nel quale possano trovare spazio anche ipotesi alternative di minoranza che raggiungano un significativo consenso. Inoltre, i fatti che abbiamo dovuto affrontare dopo l'11 settembre, ci trovano ovviamente partecipi nel campo internazionale con iniziative e azioni che dobbiamo comunque affrontare e programmare nei vari termini. Il destinatario di tale lavoro dovrebbe comunque essere la prossima CIG, che avrebbe la facoltà, almeno stando a quanto sostenuto dal ministro Buttiglione, di decidere con mandato pieno nel rispetto della Convenzione stessa.
Concludo dicendo semplicemente che è molto importante quanto stiamo affermando sui rapporti tra il nostro Parlamento nazionale e il Parlamento europeo, ma è anche importante tener conto del fatto che i documenti che le Camere esamineranno saranno gli assi portanti con i quali il Governo ci rappresenterà nella sede Laeken. Invito i colleghi a riflettere anche sulle risoluzioni presentate: vorrei ricordare che l'Unione europea siamo tutti noi e che in questo momento stiamo affrontando grandi sfide che ci trovano veramente presenti nel campo internazionale (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, siamo chiamati ad un atto di indirizzo che impegni il Governo in occasione del Consiglio europeo di Laeken. In particolare, la relazione delle Commissioni affari esteri e comunitari e politiche dell'unione europea che fa da base al nostro dibattito, in chiusura ci pone due quesiti: il primo, a proposito del perimetro del mandato da attribuire alla istituenda Convenzione europea, che ci piacerebbe fosse presieduta da Giuliano Amato; il secondo, circa le conclusioni dei lavori della Convenzione stessa e i tempi più o meno estesi che dovranno correre tra la fine dei lavori della Convenzione e la Conferenza intergovernativa chiamata poi a prendere le decisioni conseguenti.
Rispondo subito a questi quesiti che hanno a che fare con l'indirizzo che il Parlamento deve imprimere al Governo. In primo luogo, il mandato della Convenzione deve essere ampio, va esteso oltre i temi che figurano nella Dichiarazione sul futuro dell'Unione allegata al Trattato di Nizza, e non sto ad esemplificare. Secondo, in tema di conclusioni della Convenzione, il meglio certo sarebbe il consenso di tutti su una soluzione avanzata; solo in subordine si potrebbero registrare più proposte, anziché forzare verso una sola conclusione dal profilo minimalista.
Da ultimo, riguardo il calendario a valle del lavoro della Convenzione, si dovrebbe premere per un anticipo della Conferenza intergovernativa, non solo al fine di evitare - come è stato osservato - l'ingorgo istituzionale, ma anche perché in questo modo la conclusione coinciderebbe con il semestre di presidenza italiana, che per noi rappresenterebbe un onore, un privilegio, un'opportunità e credo anche una garanzia per l'avanzamento del processo. Del resto, se non ho inteso male, sono grosso modo questi gli orientamenti del Parlamento europeo, della Commissione del medesimo Parlamento presieduta dall'onorevole Napolitano e della stessa Commissione europea. Questo mi pare sia anche l'orientamento del Presidente della Repubblica Ciampi, il quale afferma: «È essenziale che il Consiglio europeo di Laeken dia un mandato ambizioso nel
contenuto e preciso nelle scadenze alla Convenzione che preparerà la riforma dei Trattati dell'Unione».
Spero di essere stato chiaro e sintetico sulla questione che ha a che fare con l'indirizzo che dobbiamo assegnare al Governo. Tuttavia, mi sia consentito di allargare l'orizzonte; riflettendo, i segnali e gli indizi che vi fosse bisogno di Europa erano già abbondanti e manifesti prima dell'11 settembre. In ogni caso, quei drammatici eventi hanno aperto gli occhi anche ai più distratti e ci hanno fatto benedire l'Europa ed il suo, ancorché incompiuto, processo di unificazione politica. C'era bisogno della solidarietà dell'Europa agli Stati Uniti d'America nella lotta al terrorismo, una solidarietà che non è mancata, che non poteva mancare e che ora autorizza l'Europa a partecipare alle decisioni che attengono alle iniziative politico-diplomatiche, all'azione umanitaria, alla natura ed ai limiti delle stesso intervento militare. Il consiglio dell'Europa - in questo caso con la lettera minuscola - è prezioso ed essa ora lo può dare attingendo alla sua antica saggezza. C'era e c'è bisogno di Europa perché la lotta al terrorismo passa anche attraverso la cooperazione investigativa e giudiziaria che, non a caso, nella circostanza ha fatto uno scatto in avanti (si pensi solo al mandato di cattura europeo). C'era e c'è bisogno della sensibilità sociale dell'Europa per convincersi che per aggredire le cause remote del terrorismo - che certo mai e poi mai lo possono giustificare, ma che contribuiscono ad alimentarne le radici - il mondo deve farsi carico delle abissali disuguaglianze che affliggono l'umanità. C'era e c'è bisogno del contributo dell'Europa per intensificare il dialogo e la cooperazione con i paesi arabi - a cominciare da quelli che si affacciano sul Mediterraneo -, muovendo dall'idea della pari dignità tra le civiltà e le culture e, specie per l'Italia, muovendo anche da una ricca tradizione della nostra politica estera di dialogo con il Mediterraneo.
L'11 settembre è stato uno shock, d'improvviso abbiamo inteso che il mondo è integrato, che il bene della sicurezza è indivisibile, che nessuno può illudersi di ritagliarsi una nicchia separata e rassicurante, che la globalizzazione domanda non un di meno ma un di più di politica, di regolazione, di Governo, di istituzioni sovranazionali, che l'ordine mondiale non può che essere multipolare, che le istituzioni sovranazionali devono farsi più autorevoli, più forti, più democraticamente legittimate. Prodi lo ha denunciato in forma icastica affermando: «Dopo l'11 settembre il Governo del mondo è più difficile; garantire sicurezza, benessere e pace è un'impresa che nessuno Stato, nessuna istituzione, nessun popolo per quanto grande, potente e rispettato potrà realizzare in solitudine».
In questo quadro, l'Europa non solo si rivela necessaria come attore globale, pilastro di un nuovo ordine multipolare, ma, di più, si mostra come l'esperimento più interessante e più avanzato in termini di risposta politica alla sfida della globalizzazione e di multilateralismo, come modello di cooperazione, di sviluppo, di pace e di democrazia.
Faccio mie le parole del ministro Ruggiero: «l'Europa deve essere uno dei partner principali nella definizione di una globalizzazione giusta ed umana e nella costruzione di una nuova struttura geopolitica multipolare, le cui azioni devono trovare sempre più la loro legittimazione in seno alle Nazioni Unite».
Ci troviamo, pertanto, di fronte a tre sfide in particolare: la prima, l'avvio dell'euro, con il suo impatto psicologico, con il suo valore simbolico (è un pezzo di sovranità condivisa), con il suo palese corollario, quello del coordinamento delle politiche economiche entro le quali iscrivere la stessa Banca centrale europea; la seconda, l'allargamento, come imperativo etico e traguardo storico con la prospettiva, sullo sfondo, di associare al processo, nel lungo periodo, anche la Russia; la terza (quella che sarà affidata alla Convenzione) è la razionalizzazione e il rafforzamento delle istituzioni comunitarie (Parlamento, Consiglio, Commissione, cui aggiungere la Corte di giustizia), nel segno di una sinergia e non di un loro antagonismo,
dell'estensione del voto a maggioranza all'interno del Consiglio, del varo di una vera costituzione, entro la quale iscrivere la Carta dei diritti; costituzione protesa a dar vita, certo come punto di arrivo, ad una federazione europea di Stati nazione, secondo la formula cara a Delors ed anche al nostro Presidente Ciampi.
Per ingaggiare tali sfide, per ottemperare a tali compiti, si richiedono due condizioni: la fedeltà al metodo comunitario, il solo che dà modo ai paesi membri, grandi o piccoli che siano, di partecipare alla realizzazione di un progetto comune su un piano di parità, e la strategia del nocciolo duro, dell'avanguardia di un gruppo di testa di paesi che traccia il cammino.
È stato sempre storicamente così! Lo è stato per l'euro, per Schengen, lo è per lo stesso allargamento.
L'Italia, da sempre all'avanguardia, oggi deve rimontare un deficit di credibilità; purtroppo lo dobbiamo osservare! Non mi riferisco tanto ai provvedimenti recenti con cui hanno esordito maggioranza e Governo, che, presso l'opinione pubblica, le cancellerie europee hanno contrassegnato, e negativamente, (mi riferisco ai tanto evocati primi cento giorni) né mi riferisco ai problemi del nostro Premier, oggetto di diffidenze non già in quanto italiano ma per la sua persona e per talune forze antieuropeiste che stanno dentro la sua maggioranza. Osservo tra parentesi, che le campagne di opinione contro Prodi sono di tutt'altro segno. A lui si imputa un «troppo» di europeismo, non un «troppo poco». La circostanza della sua nazionalità italiana non c'entra un bel nulla!
Pertanto, non faccio riferimento a questi elementi, ma piuttosto ad atti e parole del Presidente Berlusconi che attestano la velleità di stabilire un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti d'America, a scavalco dell'Europa. Faccio riferimento ancora al tormentone, tuttora in corso, sull'Airbus 400, che, secondo il nostro avviso, rappresenta l'oggetto essenziale per procedere risolutamente verso una politica della difesa comune, e agli innumerevoli segni di fastidio, quando non di dissenso, entro la sua maggioranza ed il suo Governo, verso un ministro degli esteri al quale, invece, noi diamo volentieri atto di un coerente indirizzo europeista.
Questo quadro non è esattamente rassicurante per il Parlamento e per il paese, se si considera che il Governo, per ragioni d'ufficio, dovrà gestire i delicati passaggi politici e diplomatici alle porte.
PRESIDENTE. Onorevole Monaco!
FRANCESCO MONACO. Per parte nostra, tuttavia, sappiamo distinguere e non abbiamo esitazioni a privilegiare l'interesse superiore del paese, dell'Europa e della comunità internazionale.
È una partita di portata storica; su di una linea di rigoroso europeismo sapremo sostenere non solo il ministro Ruggiero, al quale rinnoviamo la nostra stima, ma anche un Governo che pure, sotto altri profili, non ci piace (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Naro. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE NARO. Signor Presidente, finalmente è giunta l'ora di Laeken. Il Consiglio europeo previsto dalla Dichiarazione n. 23 allegata al Trattato di Nizza è stato fissato per il 14 e 15 dicembre.
In quella sede, ogni Parlamento nazionale porterà il contributo delle sue ricerche e dei suoi approfondimenti sulla tematica oggetto della Dichiarazione citata. Tale Dichiarazione invitava infatti ad un dibattito più ampio ed approfondito possibile sul futuro dell'Unione europea.
Le risultanze del dibattito che ha interessato la III Commissione esteri e la XIV Commissione politiche dell'Unione europea sono confluite nella relazione all'Assemblea sul Consiglio europeo di Laeken. Come vuole la dichiarazione allegata al Trattato, gli esiti del dibattito saranno attentamente vagliati a Laeken e rimodulati dopo il Consiglio, previ esami e confronti di idee e proposte che ivi saranno pervenute dagli altri paesi comunitari.
La Dichiarazione n. 23 traccia il calendario e i modi di un processo di riforma che dovrà concludersi con la Convenzione della conferenza intergovernativa del 2004, cui è demandato il compito di costituzionalizzare le istituzioni per adeguarle alla possibilità di allargamento dell'Unione e con lo scopo di modificare di conseguenza i trattati.
Per il 2001 erano previste le tappe di Göteborg, nel mese di giugno, sotto la presidenza svedese, e di Laeken, a dicembre, sotto la Presidenza belga. In quest'ultimo incontro dovrà licenziarsi il documento di base su cui dovranno incentrarsi i lavori della CIG.
Il Consiglio europeo di Göteborg, tenutosi il 15 e 16 giugno, ha prodotto una relazione che illustra le opzioni possibili per la conduzione della fase successiva del processo: gruppo di rappresentanti dei Governi, gruppo ridotto di saggi oppure ancora consesso ampio e aperto sul modello della COSAC. Essa indica anche che la prossima CIG dovrà affrontare non soltanto aspetti istituzionali ma anche questioni politiche.
La Presidenza belga, che si concluderà con il Consiglio di Laeken, ha stabilito delle priorità, tenendo anche conto delle diverse fasi del dibattito promosso all'interno delle proprie istituzioni parlamentari e del confronto con le istituzioni degli altri paesi.
Esaminando le ipotesi delle possibilità indicate a Göteborg e valutando la risoluzione sul Trattato di Nizza del Parlamento europeo del 31 maggio 2001, con la quale si chiede l'istituzione di una Convenzione con il compito di preparare la Conferenza intergovernativa, nonchè tenendo conto dei suggerimenti espressi dal gruppo di personalità europee volute dal primo ministro belga per essere coadiuvato nella stesura della dichiarazione sul futuro dell'Europa, da approvare il prossimo 15 dicembre a Laeken, si è rivelata prevalente l'ipotesi della Convenzione, della quale si sono già ipotizzate la consistenza, l'eventuale durata, i temi ritenuti più appropriati e le modalità operative.
Pensando agli effetti che scaturiranno dalla Dichiarazione che sarà formulata a Laeken per il futuro dell'Europa, avverto il senso delle responsabilità nostre e dell'intera comunità europea. Bisogna evitare il rischio di muoversi su progetti astratti, perdendo il contatto con la tragicità del momento che stiamo vivendo.
Forse si è prestata maggiore attenzione ai problemi della costituzionalizzazione e non a quelli dell'integrazione. È necessario invece che le due dimensioni si sviluppino parallelamente, per poi amalgamarsi con l'equilibrio che le circostanze richiedono.
Vale la pena, a questo punto, accennare ad una diversa ripartizione delle competenze fra l'Unione europea e gli Stati membri che potrebbero essere legate dal rispetto del principio di sussidiarietà. A tal proposito, il ministro Buttiglione ha osservato che è possibile creare una nuova linea di equilibrio delle diverse spinte presenti nell'ambito comunitario. Dovrebbero cioè essere attribuite alle competenze dei singoli Stati le decisioni che non hanno immediato interesse comunitario e alla Unione europea un ben delimitato nucleo di materie che non può essere adeguatamente trattato in ambito nazionale: politica estera, difesa e sicurezza, come ha già chiaramente messo in evidenza il relatore, onorevole Selva.
È vero che il Trattato di Nizza punta preminentemente al rafforzamento delle istituzioni ed alla loro democraticità di funzionamento e di rapporti, anche in vista dell'allargamento dell'Unione, ma un evento che ha sconvolto il corso della storia, verificatosi dopo la firma di quel trattato, ci impone di aggrapparci alla tragicità del presente.
Sotto la spinta degli eventi, l'Unione europea, con i suoi molteplici e motivati momenti di incontro, è già pervenuta all'adozione di determinazioni comuni, specie nel campo del contrasto al terrorismo. E lo ha fatto con tanta e inaspettata rapidità da non permettere che ci rendessimo conto che l'integrazione politica è, di fatto, cominciata. Anche nelle relazioni diplomatiche, molti comportamenti si muovono sul piano dell'integrazione, sia a
livello internazionale e comunitario che a livello di incontri bilaterali e multilaterali; nel merito, l'Italia sta giocando un ruolo di alto profilo.
Penso che, a Laeken, il Governo debba impegnarsi fortemente per l'allargamento dei temi in agenda: oltre a quelli di carattere istituzionale, specificamente indicati nella dichiarazione n. 23 allegata al trattato di Nizza, ed a quelli di natura prevalentemente socio-economica, proposti dalla Presidenza belga, dovrebbero trovare collocazione anche alcuni di quelli che riguardano la giustizia, l'ordine pubblico, la politica estera, la difesa e la sicurezza. Una tale richiesta è certamente giustificata dalle relazioni innovative della diplomazia internazionale e dalle decisioni comunitarie assunte dopo l'11 settembre, che hanno, di fatto, avviato quell'integrazione europea di cui, da più parti, si avverte il bisogno.
Infatti, non giova a nessuno che l'Europa conti poco. Recentemente, a Berlino, Berlusconi e Schroeder hanno convenuto che, in tempi di conflitto, si avverte - non solo in Europa, ma in tutto il mondo - la necessità di vedere sempre più all'opera l'Unione europea. Ora occorre formalizzare, di fronte al mondo, questa auspicata realizzazione, e occorre farlo in fretta. A questo punto, la CIG dovrebbe concludere i lavori entro il 2003, anticipando di un anno la data prevista dal trattato di Nizza, per non impantanarsi. Infatti, le elezioni per il Parlamento europeo, il rinnovo della Commissione, le prime adesioni all'Unione e il dibattito sulle risorse non darebbero spazio alla marcia verso l'integrazione.
Anche il ministro Ruggiero ha affermato che un ampio periodo di riflessione tra la fase della Convenzione sulla Carta europea e l'avvio della CIG, come prevede il trattato di Nizza, allungherebbe i tempi del progetto. Il terrorismo, invece, marcia con passo più spedito. Occorre dunque affrettarsi. Dopo l'ecatombe di Manhattan e le spietate manifestazioni di violenza dei talibani, che i media giornalmente pongono alla nostra attenzione, i tempi sono maturi perché il progetto, che partirà da Laeken, porti ad un'Europa finalmente integrata, entro gli antichi confini, Russia compresa, come ha detto il Presidente Berlusconi al recente vertice INCE di Trieste. Concludendo, esprimo apprezzamento agli onorevoli Selva e Stucchi, presidenti rispettivamente delle Commissioni affari esteri e comunitari e politiche dell'unione europea, per questa puntuale relazione, idonea certamente a sollecitare il dibattito. A me questa relazione ha consentito di comunicare a quest'Assemblea le mie apprensioni e le mie speranze (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD-CDU Biancofiore e di Forza Italia - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guido Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, siamo qui per discutere di questo importante passaggio del vertice di Laeken e, dunque, continua alla Camera dei deputati il dibattito sui temi dell'Europa.
Si tratta quasi di una vera e propria sessione europea. Infatti, tre settimane fa abbiamo approvato il disegno di legge comunitaria, con l'importante dibattito sulla fase ascendente, cioè sulla partecipazione delle Camere elettive (Camera e Senato) alla costruzione del diritto comunitario.
Ci siamo ritrovati a votare, all'unanimità, una risoluzione sulla partecipazione italiana all'Unione europea, un documento importante, votato da tutti i gruppi politici - con l'astensione dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista - che ha fornito un indirizzo molto chiaro circa la partecipazione del Parlamento - lo ripeto - all'importante fase ascendente, a tutto il meccanismo, assolutamente importante e delicato, di collaborazione, d'informazione, per intervenire in una fase tipicamente di trattativa, tra l'attore principale, ossia il Governo, ed il Parlamento, tramite l'Assemblea e, soprattutto, le Commissioni competenti (politiche dell'Unione europea ed affari esteri e comunitari), capaci di dare indirizzi a questa fase di trattativa governativa a livello europeo.
Ci troviamo oggi a discutere sul vertice di Laeken e, probabilmente, la prossima o
le prossime settimane, ci troveremo a ratificare il Trattato di Nizza, che deve essere ratificato da tutti gli Stati membri dell'Unione europea. Anche questo è un passaggio - sebbene scontato, da un certo punto vista - importante. Infatti, abbiamo constatato che tale passaggio, in una nazione importante dell'Unione europea come l'Irlanda, ha creato dei problemi, poiché alla consultazione referendaria, prevista dalla Costituzione della Repubblica irlandese, i cittadini hanno detto «no» alla ratifica del Trattato di Nizza. In questo momento, per entrare in vigore, il trattato deve essere ratificato da tutti gli Stati membri dell'Unione europea. Dunque, è un problema che resta irrisolto sul tavolo dei Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea e per il quale occorre trovare una soluzione, nel rispetto, ovviamente, delle prerogative nazionali della Repubblica irlandese.
Stiamo vivendo altri importanti momenti di verifica e di confronto. Nella giornata di domani, ad esempio, avrà luogo l'audizione del ministro degli esteri Ruggiero nelle Commissioni riunite I (Affari costituzionali) e XIV (Politiche dell'Unione europea), sul finanziamento e lo statuto dei partiti politici europei. Si tratta di un tema importante che ha già visto il licenziamento di una risoluzione, votata ad ampia maggioranza, che forniva al Governo alcuni indirizzi su questo tema. La fase di trattativa - lo ripeto - a livello intergovernativo sta procedendo. Il Governo torna nelle Commissioni per riferire circa gli spunti ed i momenti di difficoltà incontrati durante la trattativa. Ho richiamato un esempio concreto sullo svolgimento della fase ascendente: il Parlamento fornisce degli indirizzi, il Governo tenta di tradurli in sede di trattativa europea. Successivamente, l'esecutivo torna nelle Commissioni per cercare nuove forme di compromesso da riportare in sede di trattativa europea. È un meccanismo complesso e difficile, ma l'unico che offre protagonismo alle Assemblee elettive nella fase di costruzione del diritto e della normativa europea.
Concordo con le osservazioni espresse dal presidente della III Commissione, onorevole Gustavo Selva, il quale ha già ampiamente illustrato il contenuto di questa relazione anche descrittiva, soprattutto descrittiva. Ci fornisce un quadro relativo al dibattito su questo tema. Sono assolutamente concorde con le sue valutazioni: a fronte di una grande quantità di retorica europeista, probabilmente, nel nostro paese, non corrisponde un'altrettanta percezione politica dell'importanza di questi temi. Anche i colleghi che si recano periodicamente in missione per incarico delle Commissioni di propria competenza - soprattutto i colleghi delle Commissioni III (Affari esteri e comunitari) e XIV (Politiche dell'Unione europea) - quando partecipano a convegni e riunioni con i rappresentanti degli altri Stati, avvertono, immediatamente, un diverso clima, rispetto a quello italiano, riguardo la percezione dei problemi europei.
Ho avvertito la sensazione che negli altri paesi europei, soprattutto in quelli che stanno trattando l'adesione all'Unione europea, vi sia una fortissima percezione dell'importanza dei temi europei. Ad esempio, ho sentito il rappresentante svedese affermare che, nel Parlamento svedese, segnatamente a livello di Commissione affari europei, tali temi sono considerati come affari interni della Svezia. Ciò sta a significare che seguire le vicende europee non può costituire soltanto un importante fattore di politica estera, ma anche di politica interna, anche perché sappiamo molto bene che una quota sempre maggiore della legislazione nazionale è di derivazione comunitaria. Perciò, penso che la sottovalutazione di questo aspetto, a prescindere dalle posizioni politiche diverse sullo sviluppo e sul futuro della costruzione dell'Unione europea, rappresenti un gravissimo errore politico.
Inoltre, se si vuole concepire in maniera dinamica e partecipata il ruolo dell'Italia all'interno dell'Unione europea, ritengo che una rappresentanza italiana sempre più competente in sede di trattativa intergovernativa sia assolutamente fondamentale: non possiamo lasciare le
nostre rappresentanze permanenti presso l'Unione europea prive di indirizzi politici; le rappresentanze diplomatiche devono bensì svolgere un ruolo tecnico, ma debbono basare la propria azione su precisi e puntuali indirizzi politici.
Per quanto concerne la relazione degli onorevoli Stucchi e Selva, sui cui contenuti si sono già ampiamente intrattenuti altri colleghi, desidero esprimere anch'io qualche breve riflessione.
Come ben ricordate, la Convenzione è un metodo già sperimentato durante l'elaborazione della Carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell'Unione europea. Premesso che tale metodo può certamente avere una sua validità, esprimiamo una valutazione dubitativa con riferimento all'entità numerica della composizione. In particolare, pensiamo che due soli rappresentanti per ogni Parlamento nazionale siano un numero troppo esiguo. È vero che la quantità non è sinonimo di qualità; però è sicuramente sinonimo di rappresentatività! Dunque, bisognerebbe far presente, eventualmente anche in sede di vertice di Laeken, che la Convenzione - pur senza sconfinare in dimensioni di tipo assembleare - può contare su di una composizione più importante, soprattutto dal punto di vista dei Parlamenti nazionali.
Altro aspetto che teniamo a sottolineare, con riferimento alla predetta Convenzione, è la necessità che si stabilisca un circolo virtuoso tra i rappresentanti nominati e le Camere - Camera dei deputati e Senato della Repubblica - che li hanno espressi. Le Camere, infatti, debbono essere in grado di controllare i loro delegati (ed uso il termine «controllare» nella sua accezione positiva, intendendo fare riferimento alla capacità di seguire in maniera puntuale), ovviamente tramite le Commissioni, ma anche attraverso i lavori dell'Assemblea, perché ai dibattiti sull'Europa deve essere assicurata quella particolare pubblicità che solamente l'Assemblea può garantire.
Pertanto, dovremo seguire con molta attenzione i lavori della Convenzione e, soprattutto, dovremo essere capaci, a nostra volta, di dare indirizzi, ovviamente non vincolanti, ma di certo politicamente rilevanti, ai nostri rappresentanti, al fine di poter effettuare un'informata analisi finale del prodotto della Convenzione e di poter esprimere, poi, un argomentato giudizio.
Noi sappiamo che questa Convenzione elaborerà un progetto unitario, probabilmente con diverse possibilità subordinate sui singoli punti, su questioni significative ed importanti. Dunque, il Parlamento, quando la Convenzione avrà concluso i suoi lavori (probabilmente, dureranno circa un anno), dovrà essere poi capace di esprimere un giudizio finale sul prodotto della Convenzione per dare, a sua volta, indirizzi chiari e precisi sulla linea che il Governo dovrà tenere all'interno della Conferenza intergovernativa. Infatti, come ben sapete, non è la Convenzione che deciderà e che voterà queste modifiche istituzionali, ma sarà la Conferenza intergovernativa a farlo, così come previsto dall'attuale articolo 48 del Trattato dell'Unione europea. Dunque, il fatto di aver già tenuto in precedenza un rapporto costante e continuo con i nostri delegati all'interno della Convenzione, penso, sarà assolutamente utile; sarà un lavoro i cui risultati ritroveremo poi nella fase finale, quando dovremo giudicare ed analizzare nella sua completezza il progetto uscito dalla Convenzione, evitando di arrivare, come al solito, alla fine, con una proposta già confezionata su cui il Parlamento potrebbe incidere solo in maniera assolutamente limitata.
Ecco, queste sono le considerazioni generali che intendevo svolgere a nome dei deputati del gruppo della Lega nord Padania, riservandoci ovviamente di sviluppare considerazioni di giudizio politico più organiche durante le dichiarazioni di voto sulla risoluzione, che si sta preparando sul testo della relazione (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Magnolfi. Ne ha facoltà.
BEATRICE MARIA MAGNOLFI. Signor Presidente, il Consiglio europeo di Laeken
è una tappa importante nel processo di integrazione. Lo sarebbe stato comunque, tenuto conto degli obiettivi strategici definiti nella dichiarazione n. 23 allegata al Trattato di Nizza, ma lo è a maggior ragione nel contesto storico completamente inedito che si è aperto l'11 settembre. Fra i molti effetti collaterali determinati dal terrorismo vi è stata la drammatica rivelazione dell'incompletezza politica dell'Unione europea e delle sue istituzioni. Il dibattito sull'Europa è balzato in primo piano, è uscito dal circolo degli addetti ai lavori, dei documenti interni e dalle riviste specializzate, si è riversato sui giornali ed ha pervaso il discorso pubblico. A parte qualche voce stonata che vorrebbe approfittare dello shock per una regressione nostalgica verso il rilancio della sovranità nazionale, senza tenere conto di qualche folcloristica terza via (l'unione degli Stati cattolici contro l'islam, ad esempio), sembra che ormai ognuno sia convinto di ciò che un manipolo di sognatori, guidati da Altiero Spinelli, ci hanno insegnato fin dal 1945.
Ci vuole più Europa; più Europa per i cittadini europei, per estenderne il benessere, i diritti, la pace, la sicurezza interna e per contare di più nel nuovo asse dei poteri a livello internazionale; più Europa per il mondo, per contribuire da protagonista alla pace e a un nuovo equilibrio globale, per esportare i valori di cooperazione e solidarietà, per svolgere un ruolo politico più attivo verso l'area mediterranea e mediorientale, per combattere efficacemente il terrorismo.
A Laeken dovrà essere concordata una dichiarazione sull'agenda, sul metodo di lavoro e sul calendario del processo di integrazione che proseguirà con la Conferenza intergovernativa del 2004. Non sono aspetti meramente tecnici, tutt'altro, ciascuno di questi punti sottende complesse questioni politiche. Sul calendario siamo favorevoli ad un anticipo della CIG al secondo semestre 2003 per i motivi già detti. Lo strumento della Convenzione ha dato ottimi risultati per la Carta dei diritti e proponiamo che rimanga in vita per tutta la durata della CIG. Infine, siamo convinti di avere in Giuliano Amato il miglior candidato possibile per la presidenza della Convenzione.
I temi dettati a Nizza, anche per merito del Governo Amato, erano già complessi e ambiziosi, ed erano i seguenti.
Primo: una migliore definizione delle competenze fra Unione e Stati membri secondo il principio di sussidiarietà. Anche stando in Commissione, in questi mesi, si ha l'impressione che l'Europa si occupi di troppe questioni specifiche (dalle guide alpine, alle etichette sui prodotti) ma si faccia sfuggire compiti di indirizzo e coordinamento nelle questioni più vitali, in cui la dimensione di Governo nazionale è insufficiente. Governare meglio non coincide con governare di più.
Secondo: il ruolo dei Parlamenti nazionali nell'architettura europea. È necessario assicurare ai Parlamenti un maggior coinvolgimento nella fase ascendente di formazione della normativa comunitaria, un maggior potere di controllo sui governi e la loro ampia partecipazione al dibattito sul futuro dell'Europa. È auspicabile anche un maggior coordinamento fra parlamenti nazionali e Parlamento europeo con l'istituzionalizzazione di incontri periodici anche a livello di Commissioni.
Terzo: lo status della carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza e, quarto: la semplificazione dei trattati. Su questi ultimi aspetti, su cui tornerò fra pochissimo, a Laeken si deciderà quale tipo di proposta di riforma la Convenzione dovrà sottoporre alla Conferenza intergovernativa: se un'unica proposta o più opzioni.
A nostro avviso è preferibile un preciso progetto coerente, sia pure articolato su possibili soluzioni emendative in merito a singole questioni, per evitare che il lavoro della Convenzione venga stravolto nel corso della Conferenza. Ciò che voglio dire è che già il programma previsto dalla dichiarazione di Nizza è di notevole complessità, soprattutto perché va inscritto nel contesto del processo epocale di allargamento che, ancor più dopo l'11 settembre, è da ritenersi irreversibile per una maggiore stabilità politica, per ampliare il
nostro spazio di pace, anche se suscita legittime ansietà sul fronte delle politiche di coesione sociale e sul governo di una realtà così vasta e plurale.
Durante le audizioni ci siamo resi conto delle velocità differenziate ma anche delle enormi aspettative dei paesi candidati, ma, a rendere ancor più cruciale questo appuntamento, è evidente che, già a Laeken e poi nella CIG, faranno irruzione questioni ancora più urgenti che chiedono una accelerazione e una maggiore intensità del processo.
La storia ci impone un'agenda nuova con un calendario ravvicinato e il rafforzamento e l'allargamento del metodo comunitario alle materie del secondo e terzo pilastro (politica estera, difesa, sicurezza, giustizia e collaborazione in materia penale) è indispensabile per rilanciare il ruolo dell'Europa come attore globale. Occorre riunire in un unico capitolo tutte le disposizioni legate ai differenti aspetti della politica estera estendendo il meccanismo della cooperazione rafforzata alla politica di difesa. Il protagonismo di singoli leader europei sulla scena internazionale, non può riempire il vuoto di una vera unione politica, capace di assolvere ai compiti di prevenzione dei conflitti e di gestione delle crisi, anzi, lo rende più evidente. Ad un certo punto, si è avuta l'impressione che si fosse aperta una gara a chi era più amico degli Stati Uniti ma il miglior alleato degli Stati Uniti è l'Europa unita ed è anche il miglior alleato dei paesi europei.
È un processo duro che richiede grande coerenza da parte di tutti e più ancora da parte dell'Italia che è stata sempre all'avanguardia nell'unificazione. Non possiamo permetterci di vacillare sulla partecipazione a programmi di difesa comune (mi riferisco all'Airbus); non si può minare la cooperazione in materia penale o indebolire la lotta al riciclaggio con provvedimenti che vanno in senso diametralmente opposto. L'Ulivo è favorevole alla fusione, nel quadro comunitario, della cooperazione giudiziaria in materia civile e penale, anche attraverso la creazione di un ufficio europeo di pubblico ministero; è favorevole ad estendere la giurisdizione della Corte di giustizia a tutti settori dell'attività dell'Unione; è favorevole ad integrare, nel Trattato, la carta dei diritti fondamentali con le connesse tutele giurisdizionali.
I nostri giovani sono già europei: studiano da europei, con i programmi Erasmus, viaggiano, si sposano, vanno ad abitare ed a lavorare in Europa. La certezza dei diritti della cittadinanza europea non è certo un'astrazione per loro, ma una necessità quotidiana.
Anche se non ero ancora in Parlamento, ricordo le difficoltà che l'approvazione della Carta di diritti ha incontrato in alcuni settori dell'allora opposizione, oggi maggioranza. Mi auguro che siano questioni oggi archiviate. La Carta, adesso, ha bisogno di passare dall'enunciazione dei principi alla forza delle norme.
A gennaio, un pezzetto di Unione Europea sarà nelle nostre tasche, lo toccheremo ogni giorno, non è un salto da poco, perfino a livello simbolico, sarà il coronamento dell'impegno profuso dall'Ulivo, a partire dal Governo Prodi, che si è assunto la responsabilità esclusiva di chiedere sacrifici agli italiani, con una manovra finanziaria in condizioni ben più scomode di quelle di cui si lamenta il ministro Tremonti. Il presidente Ciampi, due giorni fa, ha dichiarato che con l'euro nasce, irrevocabilmente, l'Europa come soggetto politico. Infatti, con l'euro è indispensabile, anche solo per motivi tecnici, un miglior coordinamento delle politiche economiche, anzi, un vero e proprio Governo, condiviso, dell'economia e della globalizzazione, dentro e fuori i confini europei. Può sembrare un'utopia, ma sono in molti, ormai, a pensare che le sfide del mondo globale con i suoi tremendi squilibri, con il suo carico di ingiustizie e di emarginazione, di povertà e di malattie, assegnino all'Europa una nuova missione che dovrà svilupparsi nei prossimi decenni.
Vorrei tanto che a Laeken si cominciasse a parlare anche di questo. L'Europa è lo spazio geopolitico in cui si è creato un equilibrio unico al mondo tra sviluppo dell'economia, libertà individuali e coesione sociale. La questione di grande attualità
per noi non è smantellare questo modello di welfare, ma esportarlo al resto del mondo. I più ambiziosi tra i costruttori europei sono quelli che hanno ottenuto i migliori risultati, lo ha detto anche il ministro Ruggiero in una recente ed apprezzata audizione. Le migliori ambizioni, però, si realizzano se si dispone di strumenti adeguati. L'efficacia dei processi decisionali, la democratizzazione delle istituzioni devono essere l'obiettivo di Laeken e del lavoro della convenzione. Nessuna delle sfide che ho sommariamente indicato può essere affrontata con un modello burocratico o autocratico.
Al Governo si deve conferire un mandato preciso in questo senso, per l'efficacia dei processi decisionali necessari ad allargare il principio della maggioranza qualificata ad un numero più ampio di materie, e per rafforzare le competenze esecutive della Commissione, rafforzando al contempo il collegamento con l'organo di indirizzo, il Consiglio europeo.
Per un'Europa più democratica sono fondamentali il consenso ed il controllo sociale dei cittadini. Da Nizza è scaturita l'idea di coinvolgere i cittadini europei in un grande dibattito sul futuro dell'Unione: è la prima volta che ciò avviene, ed i risultati sono già visibili. Molto di più si può fare, impegnando noi stessi il Governo nella promozione di iniziative di dibattito rivolte ai giovani, al mondo della scuola, all'università, in collaborazione con l'associazionismo ed i movimenti democratici che da decenni lavorano su questi temi, come il movimento federalista europeo. Anche le regioni, molto interessate all'evoluzione del loro ruolo in chiave europea, possono essere nostre alleate.
Infine, la Commissione europea per gli affari costituzionali presieduta da Giorgio Napolitano, nel rapporto sul Consiglio di Laeken del 23 ottobre scorso, ha il coraggio di affermare: una costituzione per l'Unione deve costituire l'obiettivo della conferenza intergovernativa del 2003. Una costituzione federale, che nasca dall'integrazione e semplificazione dei Trattati e dalla Carta dei diritti, magari secondo il modello suggerito dall'istituto universitario europeo, può davvero farci costruire un'Europa dei popoli e non solo degli Stati.
Tra gli euroscettici e gli eurottimisti vorrei iscrivermi in una terza categoria, quella degli eurorealisti. Sono certa, infatti, che la realtà stessa ci impone di andare avanti in un processo di questo tipo, che non solo è giusto, ma conveniente e necessario per noi e per gli equilibri del mondo, senza dimenticare né i successi né i limiti reali del lavoro svolto fino ad ora.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa, e lo sarà. Non sono parole mie, ma sono le ultime parole della Manifesto di Ventotene, che a leggerlo oggi ci appare a tratti inattuale, segnato com'è dal contesto postbellico, ma nella sua ispirazione fondamentale e nell'energia costruttrice che vi sta dietro mantiene tutta la sua forza profetica (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nan. Ne ha facoltà.
ENRICO NAN. Signor Presidente, sono stati svolti molti interventi, credo in gran parte condivisibili: sta avvenendo ciò che si è già verificato nell'ambito delle Commissioni, cioè si sta evidenziando una convergenza su un'impostazione che mi sembra sia stata molto bene riassunta dal sottosegretario. Non intendo pertanto soffermarmi su questi aspetti, ma voglio cercare di recare un contributo nuovo, partendo da ciò che è avvenuto a Nizza, dove, non dimentichiamolo, le attese, le aspettative, sono state in parte deluse. Dobbiamo allora domandarci perché ciò sia accaduto.
Credo che la spiegazione sia nel fatto che allora non si sia arrivati, né noi né altri paesi, sufficientemente preparati a quell'appuntamento. Al contrario, ciò che oggi si può rimarcare, è il fatto che in questa fase di dibattito svolta negli ultimi mesi, sia in Commissione sia nell'approvazione della legge comunitaria sia oggi, vi
è stata un'impostazione sicuramente finalizzata ad una maggiore preparazione nell'approfondire i temi che dovranno essere discussi a Laeken.
La seconda considerazione, sempre relativa a ciò che è accaduto a Nizza, è che quell'appuntamento, non dimentichiamolo, si è concluso con un documento italo-tedesco, allegato poi al documento finale. Ciò significa che il nostro paese può e deve svolgere un ruolo anche da protagonista in ordine a ciò che sta avvenendo nell'ambito dell'integrazione europea. Per questo motivo, credo che, intanto, sia corretto ciò che è stato detto dal sottosegretario Antonione per quanto riguarda l'esigenza di conferire un mandato più ampio e non restrittivo alla Convenzione, perché si dibatteranno temi molto più ampi di quelli indicati a Nizza.
Occorre individuare con precisione le questioni relative al processo che sarà oggetto di decisione a Laeken, occorre riassumere gli elementi emersi a proposito di tali questioni nell'ambito delle indagini conoscitive delle varie Commissioni (in particolare della III e della XIV) e, quindi, integrare gli aspetti già evidenziati. Mi riferisco alla questione relativa all'allargamento dell'Unione europea, ai progressi compiuti nell'ambito del secondo pilastro (quello concernente la politica estera e di sicurezza comune) e allo stato di cooperazione del terzo pilastro (quello relativo agli affari interni e alla giustizia).
A questo proposito, mi sembra molto importante ed un atto di grande responsabilità la decisione dei Presidenti della Camera e del Senato di indire il dibattito in presenza del Presidente della Repubblica per venerdì prossimo. Quella sarà, sicuramente, un'occasione alla quale tutte le forze politiche dovranno e potranno partecipare, per dare una presenza forte di unità e di volontà per quanto concerne l'interesse di partecipazione all'unità europea.
Tuttavia, il punto che vorrei sottolineare nel mio intervento - già evidenziato in occasione del dibattito sulla manovra comunitaria - riguarda l'esigenza di partecipare maggiormente alla fase ascendente e, quindi, alla partecipazione e alla proposta di quella che sarà la prossima Carta costituzionale europea. Questo, infatti, è ciò che noi, in sostanza, stiamo preparando.
In concreto, siamo assistendo ad un passaggio da una ricerca di un'Unione europea in senso tecnico ed economico ad un ingresso in senso pienamente politico, che - diciamocelo - guarda alla formazione degli Stati Uniti d'Europa. Questo sarà un obiettivo che, forse, vediamo molto lontano, ma che, probabilmente, è più vicino di quello che immaginiamo.
In questi anni, rispetto a molte questioni si è evidenziata l'esigenza di guardare maggiormente a strategie comuni che vadano oltre le politiche nazionali. Credo che, a questo proposito, la guerra dei Balcani, la crisi del Medio Oriente e l'intervento in Afghanistan abbiano evidenziato come, ormai, non si possa più ragionare in termini nazionali, ma si debba andare verso una globalizzazione della politica europea.
Questo diventa un fatto di cultura politica del quale dobbiamo prendere coscienza e che ha visto, anche negli scontri che si sono verificati in alcune piazze, come a Genova, nei confronti di chi invece ha una visione diversa, il divaricarsi della visione politica che oggi deve guardare all'Europa.
Da una parte, vi è una visione più globale sul come affrontare i problemi della giustizia, della sicurezza e della difesa, dall'altra parte, vi è una visione che, invece, vuole guardare alla pace utilizzando la violenza nelle piazze e che intende affrontare il problema della fame nel mondo lasciando le cose così come stanno.
ENRICO NAN. Ho voluto dire questo perché mi pare giusto evidenziare, nel dibattito odierno, come la politica del Governo, in questi mesi, sia sicuramente andata nella direzione giusta, nella direzione
della sussidiarietà, ma anche della solidarietà verso i terzi. Le posizioni prese nel G8 di Genova, che hanno iniziato il processo di azzeramento del debito nei confronti dei paesi più deboli, e la questione sollevata anche qui in Parlamento dal Presidente Berlusconi sull'esigenza di uno Stato palestinese sono temi che devono diventare di carattere europeo e che l'Italia può proporre come partner protagonista nell'ambito di questo processo decisionale.
Anche affrontando la manovra economica, considerato che entriamo in Europa ed in Europa dobbiamo portare qualcosa, occorre capire che vi è la necessità di una linea coerente. Non possiamo parlare genericamente di Europa, essere sempre d'accordo sui temi di politica generale e, poi, dimenticarci che non possiamo, di fatto, entrare in Europa con una visione sempre assistenziale, non cambiando alcuni grandi pilastri della politica nazionale e non attuando quelle grandi riforme che l'Europa ci chiede. Mi riferisco alla riforma fiscale, alla riforma previdenziale, alla riforma del lavoro: si tratta di argomenti indubbiamente necessari per rafforzare la politica del nostro paese all'interno dell'Unione europea e, quindi, svolgere un ruolo di maggior protagonismo.
Passando alla questione legata più strettamente agli strumenti da decidere, ritengo sicuramente importante lo strumento della Convenzione ma credo - come è già stato detto - che sia fondamentale che il nostro paese, in quell'occasione, sottolinei l'esigenza di anticipare i tempi per quanto riguarda la conclusione del processo di formazione europea, anticipandolo alla fine del 2003 o, almeno, a non oltre l'inizio del 2004, e cercando di ritornare entro la prossima primavera qui in Parlamento per discutere le tematiche decise a Laeken.
Concludo, ricordando un tema che senz'altro deve essere centrale per quanto riguarda il dibattito europeo. Nel passato siamo arrivati sicuramente impreparati perché c'è stato poco dibattito. Si è parlato molto sui giornali, ma quest'aula troppo spesso ha visto i banchi vuoti, poca partecipazione e pochi dibattiti. Dobbiamo recuperare il dibattito nell'ambito del Parlamento con una serie di discussioni che servono per un confronto e per un processo di integrazione europea che nasca in questa sede. Questa non deve essere l'Assemblea delle ratifiche, ma l'Assemblea che propone ed elabora le proposte del nostro paese per entrare in Europa.
Sicuramente questa è la volontà del Governo. Credo che nel contenuto delle risoluzioni che verranno presentate si possa giungere ad una convergenza su questi temi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ciani. Ne ha facoltà.
FABIO CIANI. Signor Presidente, innanzitutto vorrei associarmi al disappunto espresso all'inizio di questo dibattito dal presidente Selva.
La sottovalutazione del Parlamento e anche del Governo su questo dibattito è estremamente grave: con tutto il rispetto per il sottosegretario Antonione, credo che, ad un dibattito di questo genere, sarebbe stato opportuno che almeno uno dei due ministri - che, poi, dovrà rappresentare il nostro paese ed essere il referente di ciò che, oggi, si dibatte in Parlamento -, cioè Ruggiero e Buttiglione, fosse presente al dibattito.
Credo non si colga fino in fondo l'importanza che l'Europa ha ed avrà sulle scelte di politica economica e sociali dei vari paesi e, soprattutto, la necessità di costruire una cultura più diffusa sull'urgenza che l'Europa compia un salto di qualità.
Nel frattempo, è certamente necessario fornire la giusta considerazione a ciò che è stato realizzato; il fatto che, dal 1o gennaio del prossimo anno, quindici paesi europei avranno la stessa moneta, costituisce sicuramente un obiettivo a cui pochi, solo pochi anni fa, avrebbero creduto. Quando il Governo Prodi giocò tutta la sua credibilità, il suo prestigio e quello del nostro paese sulla scommessa di essere ancora del gruppo di testa degli Stati che volevano fare dell'Europa qualcosa di più
di una semplice convenzione fra paesi, molti - anche nel nostro paese - si mostrarono scettici e consigliarono a quell'esecutivo di avere una maggiore prudenza e di non agganciarsi direttamente al carro dei primi.
Le scelte coraggiose del Governo Prodi e della sua maggioranza, oggi da troppi rimosse, nel coinvolgimento del paese - che partecipò a quella sfida con passione e con la convinzione di vivere un momento storico - consentirono di ottenere quel risultato.
FABIO CIANI. Oggi, dovremmo seguire lo stesso percorso ed è necessario coinvolgere il Parlamento, le istituzioni, i cittadini e, soprattutto le nuove generazioni in questo ulteriore passaggio storico, quello di fornire all'Unione europea - che, ormai, comprende quasi tutti i paesi del continente, senza più distinzione tra nord e sud, est ed ovest - una sua costituzione che valorizzi i riferimenti culturali comuni ma che accentui anche la vocazione solidaristica ed individui chiaramente i momenti di democraticità e di partecipazione dei Governi nazionali, dei Parlamenti e degli stessi cittadini.
La necessità di arrivare presto a quella che il Presidente della Repubblica Ciampi ha definito la carta costituzionale europea, deve costituire l'aspetto più qualificante dell'indirizzo che, a nostro avviso, il Parlamento dovrà fornire, oggi, al Governo italiano; indirizzo, mi auguro, il più unitario possibile, fino ad arrivare, spero, ad esprimere il voto su un'unica risoluzione.
Tutte le altre questioni discusse a Nizza sono importanti e ci sembra che la Convenzione sia lo strumento idoneo per dirimere le varie controversie che sono emerse alla vigilia del relativo trattato. Riteniamo che il presidente Amato sia la persona giusta per guidare questa fase e ci auguriamo che il Governo sappia portare avanti con forza la sua candidatura.
Consentitemi di formulare un'ultima considerazione. L'Europa deve svolgere con grande determinazione il ruolo che la storia le attribuisce sul rapporto nord-sud del mondo; il sistema di sviluppo dell'economia mondiale ha creato sproporzioni e sperequazioni che tutti giudicano, ormai, inaccettabili: nel terzo millennio, la fame nel mondo, le migrazioni di massa, le malattie che rischiano di decimare interi continenti, sono i veri nemici da sconfiggere e, con essi, il terrorismo internazionale, che trova il suo nutrimento in queste grandi diseguaglianze.
Un'Europa unita, ormai liberata dalla competizione tra Stati, forte della sua storia, dei valori cristiani che sono alla base della sua cultura, dovrà assumere il ruolo guida per la realizzazione di questi obiettivi, nel rispetto delle altre culture e valorizzando le organizzazioni sovranazionali che devono riacquisire il loro ruolo ed essere punto di riferimento di ogni iniziativa, sia umanitaria sia di carattere militare.
Un'ultima osservazione. Negli ultimi tempi le scelte che il Governo e il Parlamento italiano hanno adottato e alcuni loro atteggiamenti non hanno, sicuramente, contribuito ad una maggiore credibilità del nostro paese in Europa.
Al di là dei dibattiti, delle polemiche e degli scontri interni al nostro Parlamento e al nostro paese, che comunque proseguiranno, tutti insieme dovremo fare uno sforzo affinché l'Italia riacquisti il suo ruolo, il suo peso e il suo prestigio nella comunità internazionale.
Il ministro Ruggiero è su questa strada; dunque, ci auguriamo che l'intero Governo possa seguire il suo esempio, eliminando quei dubbi e quelle incertezze che, oggi, fanno sì che il nostro paese non sia più tra di paesi di testa nella guida del processo di unificazione europea (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Cima. Ne ha facoltà.
LAURA CIMA. Signor Presidente, siamo giunti a questa scadenza così importante, che vede la Camera e il Senato
discutere sugli indirizzi da impartire al Governo per il vertice di Laeken e che prepara anche la posizione italiana per la seduta solenne che lei, insieme al Presidente del Senato Pera, ha voluto molto opportunamente fissare per il prossimo venerdì.
A seguito dei lavori svoltisi durante le Commissioni riunite III e XIV di Camera e Senato, siamo giunti ad un approfondimento considerevole di tutti i problemi aperti con l'indagine parlamentare che abbiamo avviato e che sono ben riassunti nella relazione che i due presidenti di Commissione hanno preparato come introduzione a questo dibattito.
Tuttavia, signor Presidente, sono preoccupata di quest'aula vuota; sono preoccupata del fatto che non è presente il ministro delle politiche comunitarie, visto che il ministro Ruggiero è occupato al Senato; sono preoccupata del fatto che il dibattito, finora, ha una cadenza molto rituale.
Mentre nel resto dell'Europa ci si appassiona e ci si scontra, all'interno degli Stati e tra gli Stati, su alcuni punti nodali, nel prefigurare quale dovrebbe essere il futuro dell'Europa - ad esempio: sul tipo di costituzione, se scegliere una costituzione di marca federalista o una federazione di Stati nazionali; se conservare le sovranità nazionali o no; se procedere con l'intergovernativismo; se chiedere una maggiore legittimazione democratica delle istituzioni; se ottenere la cittadinanza europea; se disporre di polizie comuni europee o no; se allargare, con quali tempi, a chi e come e se vi debba essere qualcuno che guidi o no questo allargamento e così via - io, signor Presidente, sento invece che, in Italia, continuiamo ad avere, com'è nostra tradizione, un doppio atteggiamento. Da una parte, siamo i più europeisti dell'Europa, anche perché siamo tra i suoi fondatori e alcuni padri nobili, come Spinelli, hanno espresso in tutta la loro compiutezza, già in sede di istituzione dei primi organismi europei, quello che poteva essere il futuro dell'Europa. Personalmente ho fatto parte della Commissione politiche dell'Unione europea quando non era ancora una commissione permanente, dal 1987 al 1992, e ricordo quant'era difficile recepire le direttive comunitarie.
Dall'altra parte, siamo sempre stati in ritardo, soprattutto rispetto alle direttive ambientali, e spesso abbiamo subito pesanti condanne dalla Corte di giustizia europea. Noi abbiamo un'ottima attività di lobby a Bruxelles, dove sono rappresentati tutti i gruppi, comprese le regioni; tuttavia, non sempre è chiaro come il Governo italiano intervenga nella predisposizione delle direttive europee, condizionando l'interesse nazionale, la nostra storia, il nostro ordinamento giuridico e così via. Anche il nuovo Governo mostra questa contraddittorietà: da una parte, mi pare evidente che il ministro Ruggiero abbia sempre rivendicato una continuità con la politica europea dei governi precedenti e lo ha fatto giustamente. Come tutti hanno ricordato, il Governo italiano ha goduto di una grande considerazione: Prodi ci rappresenta in Europa con grande autorevolezza; abbiamo contribuito con un documento italiano e tedesco a questo processo di cui oggi discutiamo per indicarne gli indirizzi. Dall'altra parte, però, vi è stata una serie di sbandamenti: penso all'affanno del Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi di dimostrarsi l'alleato più affidabile degli Stati Uniti, al punto da diventare spesso quasi questuante gregario, mettendo anche in discussione accordi precedenti presi a livello europeo - alcuni ricordavano la questione dell'Airbus - e provocando discussioni animate all'interno della stessa compagine governativa.
Credo che il lavoro preparatorio a questo incontro sia servito a verificare che, in realtà, le aspirazioni europee sono forti per tutti noi. Registro, purtroppo, una scarsa partecipazione in aula; spero che ciò non si verifichi in occasione della seduta solenne di venerdì 30 novembre.
Dunque, i nostri giovani sono europei, i nostri giovani si sentono cittadini europei: essi lavorano e viaggiano ormai normalmente all'estero e, quindi, hanno bisogno che noi accelleriamo un processo di cui ha bisogno tutto il mondo. L'Europa, infatti, propone un modello diverso rispetto
a quello rappresentato in questo momento dalla più grande potenza mondiale, di cui noi siamo fedeli alleati: si è scombinato l'assetto internazionale, dopo l'11 settembre, stipulando un accordo con Russia e Cina del quale, però, non sono chiari i termini. Rispetto alla necessità di riformare la NATO e l'ONU, invece, l'Europa conduce un processo molto dibattuto e molto condiviso in tutti gli Stati. Ma, in questo caso, entriamo nel dibattito da addetti ai lavori.
Penso sia importante tener conto di un aspetto del dibattito indicato dal movimento federalista europeo (infatti, citavo prima Spinelli). Noi Verdi ci riconosciamo totalmente in questo dibattito, anche a livello europeo e lo dimostra il taglio della risoluzione che intendiamo presentare. Riteniamo, infatti, che, senza un forte riferimento federalista, non si possano governare sfide come la globalizzazione, la lotta alla povertà ed al terrorismo internazionale, lo sviluppo sostenibile, il completamento dell'unione economica e monetaria. Sono d'accordo con il presidente Selva che ha parlato di unificazione del continente europeo: preferisco questa all'espressione «allargamento». Infatti, colleghi, noi miriamo al progetto ambizioso di unificare il continente europeo, anche dal punto di vista politico senza avere un forte riferimento federalista. Anche in questo caso, signor Presidente, oscilliamo come Governo sia sul piano interno sia su quello delle posizioni da assumere in Europa: con il cuore siamo tutti federalisti - penso ai colleghi della Lega nord Padania - ma nei fatti stiamo diventando sempre più centralisti, e questa strada in Italia si sta percorrendo anche rispetto allo scarso coraggio che abbiamo in Europa nel sostenere le posizioni federaliste, le posizioni che Spinelli ha portato avanti con tanta convinzione, dando all'Italia l'autorevolezza del ruolo che ha sempre avuto.
Credo sia importante che questo principio venga fortemente riaffermato. Naturalmente, mi auguro che usciremo da questo dibattito con una risoluzione unitaria (perché, almeno su questi temi, mi sembra ci sia il terreno per poterlo fare), dove sia forte la riaffermazione di questo principio. D'altro canto, credo anche che ci sia una necessità di urgenza per cui, un altro punto importante, che abbiamo sottolineato, è che nel caso in cui si constatasse l'impossibilità di un accordo unanime sul metodo, sul mandato e sul calendario della Convenzione, il Consiglio europeo di Laeken possa decidere a maggioranza, così come avvenne in occasione del Consiglio europeo di Milano, del giugno 1985, sotto la presidenza italiana: ritengo che questo procurerà un'accelerazione dei tempi del processo e una maggiore chiarezza per tutti. Anche questo punto del metodo da sottolineare a Laeken, credo che il Governo abbia interesse a vederlo supportato in una risoluzione del Parlamento: d'altra parte, mi pare che in questa direzione andasse anche l'intervento svolto dal sottosegretario Antonione.
Questo dibattito ci servirà anche a capire che tra i problemi urgentissimi dell'Europa, oltre a quello di avere un ruolo più democratico, più federalista, quindi più vicino ai cittadini, che dia la sensazione di essere veramente la casa che ci difende, che ci aiuta a superare le grandi contraddizioni di questo millennio, vi è anche quello della necessità di discutere chiaramente su cosa intendiamo per sicurezza: se discutessimo seriamente di questo tema, sicuramente troveremmo che il concetto di sicurezza e di polizia comunitaria sviluppato in Europa è molto diverso dal modello anglosassone. Allora, varrà forse la pena cercare di contribuire a capire cosa vogliamo mettere in piedi e come questo si prefigura nella discussione, che spero si aprirà, prima o poi, sulla riforma della NATO e dell'ONU.
Ritengo che sia anche molto importante che noi, come Governo italiano, spingiamo perché sul piano istituzionale si avvii una semplificazione delle procedure legislative, che dovrebbero svolgersi in modo trasparente, al fine da adottare il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio, la codecisione con il Parlamento europeo per rafforzare il carattere democratico dell'Unione e l'elezione del Presidente
della Commissione da parte del Parlamento europeo. Credo sia l'ipotesi più realistica: dubito che riusciremo a far partecipare i cittadini all'elezione del presidente della Commissione europea, come qualcuno diceva. Ritengo che i cittadini vogliano avere trasparenza, comprensione di quanto succede, un linguaggio più semplice, una passione sui temi che sia poi immediatamente trasferita nelle scuole, nelle università, nella società civile. È necessario discutere e capire se ci sono differenze tra di noi, se ci sono differenze tra Italia, Germania, Francia, Inghilterra e gli altri paesi, se l'Italia ha un ruolo vero di politica euromediterranea che si gioca, a partire da Laeken, anche con i suggerimenti e le idee da portare in quella sede.
Credo veramente che, anche per quanto riguarda il problema della giustizia, dobbiamo chiedere con forza che la nomina dei membri della Corte di giustizia del tribunale di primo grado avvenga a maggioranza qualificata e previo parere del Parlamento europeo. Infatti, in questi momenti la piena partecipazione del Parlamento europeo dà una garanzia di trasparenza e di maggiore democraticità. I paesi candidati all'adesione - che come ha detto l'onorevole Selva hanno portato la passione e la voglia che avevamo noi all'inizio e che abbiamo un po' perso nel lungo percorso di costruzione della casa comune - è importante che partecipino alla Convenzione e siano associati ai suoi lavori in qualità di osservatori permanenti per il tramite di rappresentanti del Parlamento e del Governo di ciascuno Stato.
Le audizioni svolte, che hanno visto la partecipazione di molti dei rappresentanti dei Parlamenti di quei paesi, ci hanno dato il polso dell'attesa, della voglia di essere soggetti nel processo che dovrebbe portare alla riunione del continente europeo, attribuendogli una forte capacità di agire nell'ambito delle contraddizioni mondiali sulla base di un modello nuovo, che garantisca la massima trasparenza, la massima democraticità, il massimo coinvolgimento e partecipazione, il massimo decentramento e federalismo. In questo modo l'Europa si porrà come governo delle differenze al suo interno e, nell'ambito delle differenze che vi sono nel mondo, sarà in grado di porsi in modo interlocutorio e di capire anche le ragioni degli altri e di proporre delle soluzioni ai problemi drammatici che abbiamo davanti. Speriamo che tutto questo porti ad una pace durevole e giusta, obiettivo che avevamo auspicato e che purtroppo in questo millennio non stiamo raggiungendo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.
RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, è veramente sconfortante aver partecipato a questo dibattito, così com'è sconfortante il quadro della costruzione europea. Impera il minimalismo, imperano le contraddizioni interne all'Unione europea, impera l'egemonia degli Stati Uniti d'America che hanno come uno degli scopi principali quello di impedire, non questa costruzione europea, ma che l'Europa scelga un'altra strada, diversa da quella rappresentata dalla globalizzazione capitalistica. A scanso di equivoci gli Stati Uniti d'America lavorano - come hanno lavorato molto bene in questi ultimi mesi con la guerra in Afghanistan - per ribadire la propria egemonia politico-militare nell'ambito di una Alleanza atlantica che è stata richiamata all'applicazione dell'articolo 5 per poi essere lasciata sull'anticamera della guerra. L'America lavora sulle evidenti, palesi, fortissime contraddizioni che imperano tra i principali paesi membri dell'Unione europea.
Ripeto, ciò è veramente sconfortante e non per la scarsa attenzione che l'Assemblea ha dedicato a questo dibattito; del resto, sono in corso i lavori di molte Commissioni ed esiste un sesto senso dei parlamentari che percepiscono e capiscono quando si tratta di cose serie e quando invece si tratta di parole che, spesso e volentieri, sono roboanti, pronunciate in pura libertà, che sembrano affrontare grandi problemi per nascondere invece il totale e assoluto vuoto.
Dell'Europa vi sarebbe molto bisogno! Ne avrebbero bisogno il mondo ed i popoli che vivono su questo continente. Sarebbe davvero necessaria una sovranità europea perché quella degli Stati nazionali è stata fortemente espropriata, verso l'alto, da quegli organismi che, pur suscitando tanti entusiasmi in questa sede, sono però fra i maggiori responsabili della perdita di potere democratico dei popoli in Europa ed, ancora di più, dei grandi problemi, richiamati da molti colleghi, che affliggono il mondo; mi riferisco al Fondo monetario, alla Banca mondiale, all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, all'Organizzazione mondiale del commercio e a quella sorta di direttorio abusivo, che risponde al nome di G8, che si arroga il diritto di governare il mondo negli interessi del capitalismo globalizzato.
Gli Stati nazionali hanno perso molte delle loro prerogative verso l'alto, verso questi organismi che nessuno elegge, che nessuno controlla (organismi antidemocratici, se non ademocratici), e hanno perso potere anche verso il basso, non relativamente all'avvicinamento del potere politico agli interessi concreti dei cittadini, bensì nei confronti degli strumenti di intervento diretto delle imprese nella gestione della cosa pubblica, dei localismi, dei separatismi delle regioni ricche da quelle povere.
Gli Stati nazionali sono in crisi! Per questo motivo vi sarebbe bisogno della costruzione di una sovranità ad un livello almeno continentale.
Forse questa possibilità c'è stata. In alcuni momenti, nella storia di questi dieci anni, qualche passo è stato compiuto in tale direzione, ma subito sono intervenute alcune contromisure e subito si è privilegiato il percorso ademocratico della costruzione dell'Europa.
Tonnellate di retorica vi sono state sulla moneta unica, tonnellate di retorica! Perché non si afferma con chiarezza che avremo una moneta, per giunta circolante, senza che vi sia alcuna sovranità politica e democratica sul territorio sul quale essa circonderà?
C'è la Banca europea, ma non si tratta di un'istituzione democratica bensì di un'istituzione tecnocratica, autonoma, la cui voce, peraltro, pesa molto quando si tratta di adottare decisioni che riguardano la vita concreta di tutti i 300 milioni di cittadini che comporranno l'Unione europea nel futuro.
Abbiamo una moneta, ma non una sovranità democratica, con una pletora di istituzioni in perenne litigio tra di loro; abbiamo un processo macchinoso che, per essere tale, non riesce ad essere assolutamente democratico ed una Commissione, sulla quale spesso si sentono lodi sperticate, che tutto fa meno che gli interessi dei cittadini e delle cittadine dell'Unione europea e - aggiungo io - dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Europa.
Un anno fa circa, in una trasmissione televisiva, naturalmente trasmessa a mezzanotte per non disturbare quella grande operazione culturale che tutte e sei le reti implementano, quella dei quiz, una giornalista chiedeva al Presidente della Commissione europea come potesse essere accaduto che un documento, scritto in forma di brutta copia di una direttiva, emanata poi dalla Commissione, prodotto da una lobby che raccoglie le grandi società multinazionali, statunitensi, europee ed asiatiche e che ha una sede ufficiale, fosse diventato il deliberato della Commissione, con una riproduzione di intere pagine di direttive, indicate per governare i processi economici europei.
Il Presidente della Commissione europea Prodi ha solo balbettato: non ha trovato alcuna parola di giustificazione per l'evidente subordinazione della Commissione agli interessi delle grandi società multinazionali, il vero cuore e motore delle deliberazioni e delle scelte che la Commissione europea adotta.
Nessuno elegge la Commissione europea che è di nomina governativa; nessuno elegge questi signori che assumono le decisioni. Non si dica che tutto ciò è democratico.
Del resto, su questa base assistiamo anche oggi - è questo uno dei motivi che rendono realmente disarmante questo dibattito - all'ennesimo pateracchio, all'ennesima rinuncia, da parte dell'opposizione
moderata, ad esprimere una qualche propria vaga idea sul futuro dell'Europa.
Abbiamo capito che ci sarà una nomina da parte del Governo Berlusconi per il signor Giuliano Amato, il superliberista Giuliano Amato. Abbiamo capito che vi saranno scambi da questo punto di vista.
Tutto ciò è ben poca cosa di fronte alla necessità di rimettere in piedi una visione propria, da parte delle forze democratiche e anche della sinistra moderata, rispetto alla costruzione di un vero ed autentico processo democratico europeo.
Di Europa ci sarebbe bisogno: non ci sarebbero infatti molte guerre in corso se l'Europa avesse una propria politica estera diversa da quella litania che abbiamo conosciuto per tanto tempo, e che continuiamo a conoscere, secondo la quale l'unica cosa certa della politica estera dell'Europa è l'accodarsi a qualsiasi scelta degli Stati Uniti d'America.
Sembra che questo continente non abbia la capacità di proporre una sola soluzione diversa per un qualsiasi conflitto in atto nel mondo ed una sola proposta alternativa sulle modalità di regolazione e di gestione del mercato liberalizzato delle merci a livello mondiale, sulle fiscalità mai applicate e che non si intende applicare nei confronti dei capitali speculativi, e quant'altro.
Un'Europa totalmente inesistente, onorevoli deputati, un Europa che non può ambire ad avere una propria politica estera quando ha rinunciato e sta rinunciando, lavorando alacremente per questo, alla propria soggettività, alla propria idea di società, alla propria tradizione che è quella del welfare che alcuni, in questa sede, dicono di voler difendere, salvo poi sostenere ogni deliberazione che distrugge e mette in discussione quel grande patrimonio di civiltà che è lo Stato sociale europeo.
Quando si privatizza, si precarizza, si liberalizza e quando nel contempo si abbattono le frontiere per le persone all'interno degli spazi previsti dal trattato di Schengen, ma si erige un muro invalicabile per popolazioni distanti pochi chilometri dal nostro territorio, allora si compie qualcosa di ben diverso rispetto alla proiezione nel futuro della civiltà europea. Si compie un'operazione che distrugge il patrimonio che, faticosamente, dopo la seconda guerra mondiale, è stato costruito in maniera democratica dai popoli europei.
Ci sarebbe bisogno di Europa: dov'è l'Europa nel conflitto israelo-palestinese? Si è addirittura accettato di associare lo Stato di Israele all'Unione europea, senza porre nemmeno una minima condizione relativa alla possibilità che il processo di pace potesse avere degli sviluppi positivi. Si è perfino tacitamente accettato un insulto, allorquando lo Stato di Israele si è rifiutato di concedere la presenza di osservatori e mediatori europei. Quando questo continente e le sue istituzioni ademocratiche, come l'Unione europea...
PRESIDENTE. Onorevole Mantovani, non la potrei mai interrompere. Tuttavia, ha esaurito il tempo a sua disposizione.
RAMON MANTOVANI. Benissimo, signor Presidente, concludo. Come dicevo, questo continente, attraverso le sue istituzioni, l'Unione europea, è stato incapace di produrre una politica estera propria, autonoma, proprio perché gli mancava il presupposto fondamentale: una propria soggettività economico-sociale ed una propria idea del mondo, diversa da quella degli Stati Uniti. Nel prossimo Consiglio europeo, assisteremo all'ennesima farsa minimalista, all'ennesimo bisticcio ed avremo fatto un ulteriore passo indietro nella costruzione di ciò che, invece, dovrebbe essere costruito: un'Europa democratica dei popoli (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare, a titolo personale, l'onorevole Illy. Ne ha facoltà.
RICCARDO ILLY. Signor Presidente, condivido il parere espresso dal presidente
Selva e da molti colleghi circa l'importanza del tema che stiamo trattando questa mattina e vorrei svolgere alcune brevissime considerazioni. Dal momento in cui venne approvato il primo trattato, il Trattato di Roma del 1957 importantissimo per arrivare all'attuale Unione europea, nei sei anni fra il 1993 e il 1999 sono stati raggiunti, da parte dell'Unione, i tre obiettivi più importanti. In un periodo molto ristretto (solo sei anni) abbiamo ottenuto la libera circolazione delle merci, creando un mercato unico europeo, il quale, peraltro, andrebbe perfezionato e completato con la riforma dell'IVA. Infatti, oggi, nelle transazioni tra paesi comunitari, il versamento dell'IVA avviene nel paese di destinazione della merce e non nel paese da cui la merce viene spedita, creando, in tal modo, grosse difficoltà. Per questa ragione, la riforma dell'IVA è attesa da molti anni, mentre, solo recentemente, è stato approvato lo statuto della società europea.
Nel 1997, con gli accordi di Schengen, abbiamo ottenuto la libera circolazione delle persone e, infine, nel 1999 è stata realizzata l'unione monetaria europea, quindi un'unica moneta, inizialmente per undici paesi membri dell'Unione, poi divenuti dodici.
L'Unione sta lavorando per raggiungere un quarto importante obiettivo che è l'allargamento ad est, che speriamo si realizzi alla fine del 2003, con l'allargamento ai primi dieci paesi, oggi associati, dell'Europa centro-orientale. Su tale importantissimo obiettivo gravano due minacce. La prima è la mancata ratifica del Trattato di Nizza: l'Irlanda, attraverso un referendum, ha bocciato il trattato e solo una ratifica unanime degli attuali membri dell'Unione europea permetterà l'entrata in vigore del Trattato stesso. Senza il Trattato di Nizza, l'allargamento diventa un'operazione non solo difficile, ma, soprattutto, rischiosa.
La seconda minaccia è rappresentata dalla riforma degli aiuti all'agricoltura. Il solo allargamento dell'Unione europea alla Polonia porterebbe l'attuale sistema di aiuti all'agricoltura al collasso e, da questo punto di vista, considerata la difficoltà di riformare il sistema di aiuti, non ho visto alcun progresso negli ultimi mesi, mentre il tempo trascorre inesorabilmente.
Ma, soprattutto, risulta ancora piuttosto timida l'indicazione del prossimo grande obiettivo per l'Unione europea: la realizzazione di quell'unione politica che sarebbe stato preferibile attuare prima dell'unione monetaria, ma che, per ragioni soprattutto di tattica, è stata posposta. Viene proposta, quindi, oggi una Costituzione per l'Unione europea, forse senza aver chiarito se l'obiettivo sia quello di costituire una federazione o una confederazione.
Senz'altro, questo è un obiettivo fondamentale che potrebbe attirare nuovamente l'interesse e la passione dei cittadini. È molto opportuno, dunque, un loro coinvolgimento in questa tematica, in vista del Consiglio europeo di Laeken. Senz'altro, sono molti i cittadini, gli imprenditori, che già avvertono la necessità di avere una difesa europea, una politica estera europea, un mercato del lavoro - e, quindi, una previdenza europea - e, forse, dell'esercizio di molte altre funzioni - oggi esercitate dallo Stato - da parte dell'Unione europea in maniera più coordinata.
In conclusione, mi auguro che venga anzitutto definito, nell'ambito del Consiglio europeo di Laeken, il grande prossimo obiettivo dell'Unione europea, all'indicazione di una federazione, che venga posta la base per arrivare alla definizione della costituzione di questa federazione e che all'Italia, ancora una volta, così come avvenne nella 1957, con il trattato di Roma, spetti un ruolo determinante anche nella definizione del futuro dell'Unione europea - come federazione di Stati - e nella definizione della sua costituzione.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione.
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