Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 60 del 12/11/2001
Back Index Forward

Pag. 22


...
(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Calzolaio, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00021. Ne ha facoltà.

VALERIO CALZOLAIO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, l'altro ieri aprendo l'Assemblea generale delle Nazioni Unite - la cui riunione era stata rinviata dopo i drammatici avvenimenti dell'11 settembre - il Segretario generale delle Nazioni Unite ha dichiarato: «Il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno non è diminuito e non sta diminuendo né è diminuito quello delle persone che muoiono di AIDS, di malaria, di tubercolosi e di altre malattie che possiamo curare. La povertà, le malattie, il degrado ambientale e la guerra sono i veri nemici del mondo nel XXI secolo». Successivamente, rivolto verso i rappresentanti dei 158 paesi che si trovano in questi giorni a New York - come sapete ieri è intervenuto anche il nostro ministro degli esteri - Kofi Annan ha altresì dichiarato: «Si sarebbe tentati di dire che ora dobbiamo rivolgere tutte le nostre energie alla lotta contro il terrorismo, ma così facendo, sono convinto che concederemmo al terrorismo una specie di vittoria, perché dimenticheremmo tutto il resto». È ovvio che noi crediamo che larga parte delle nostre energie debba concentrarsi, in questa fase, in questo momento, contro la lotta al terrorismo. La solidarietà internazionale verso il popolo degli Stati Uniti è stata, in Italia e nei paesi europei, unanime e convinta. Tuttavia, uno degli strumenti per lottare contro il terrorismo è anche rappresentato dall'eliminazione di alcune di quelle drammatiche cause di morte, di dolore, di sopraffazione che Kofi Annan ha ricordato all'inizio del suo intervento.
Ci auguriamo che oggi non si sia verificato un attentato terroristico, vicenda sulla quale il Governo, quando potrà, verrà a riferire, come lei, signor Presidente ci ha appena detto.
Ho appena ascoltato la dichiarazione del ministro dell'interno, Scajola, secondo il quale, in base ad informazioni in suo possesso - è in corso un vertice tra l'Italia e la Spagna - potrebbe trattarsi di un incidente. Queste stesse dichiarazioni sono state rese in diretta negli Stati Uniti dal sindaco di New York, Giuliani, ancora in carica, seppure si siano svolte le nuove elezioni. Egli ha affermato che vi sarebbero notizie per cui ciò sarebbe plausibile.
Ovviamente questo non ci tranquillizza perché si tratta di un evento drammatico che coinvolge oltre duecentocinquanta persone, uomini e donne e - pare - alcuni italiani. Certo, rientreremmo nell'ambito delle tragedie collegate ad eventi, talvolta, non programmabili né prevedibili e non, invece, nell'alveo di un nuovo attentato che ci farebbe ripiombare nel clima di preoccupazione, di dolore universale, instaurato sul pianeta dopo l'11 settembre.
Ci auguriamo che sia davvero possibile lottare contro il terrorismo, da una parte, individuando e punendo i responsabili, dall'altra, prendendo con maggiore determinazione la strada della lotta alla fame, alla povertà, alle malattie ed al degrado ambientale. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, quando sollecitammo,


Pag. 23

come gruppo dei Democratici di sinistra, poi come Ulivo, un dibattito parlamentare sul vertice FAO, ormai fissato per il giugno del prossimo anno, avevamo un duplice obiettivo: spostare l'attenzione delle istituzioni politiche e dell'opinione pubblica dalla sede, al contenuto del vertice e contribuire ad evitare che il nostro paese ospitasse il bilancio di un fallimento, cercando, invece, le opportunità e le proposte di un rilancio della lotta alla fame nel mondo.
Entrambe queste esigenze, che abbiamo cercato di sintetizzare nella mozione che sto illustrando, forse oggi possono essere soddisfatte.
Purtroppo, per oltre tre mesi, in Italia si è parlato soltanto della sede del vertice FAO; sappiamo che non è una responsabilità diretta del ministro degli affari esteri con il quale abbiamo parlato in queste settimane e che non c'entra il Ministero degli affari esteri in quanto tale, tuttavia vi è un dato di fatto.
Il Governo ha deciso che Roma non andava più bene.
Dopo i fatti di Genova, il Presidente del Consiglio dichiarò che l'Italia aveva già dato - lo dichiarò in una assemblea, credo, di senatori di un gruppo di maggioranza - ma l'Italia, non la sua capitale!
Il Governo, con maldestri passi diplomatici, prima chiese di spostare il vertice in un qualche lontano paese africano, poi in qualsiasi città, eccetto Roma; infine, accettò di farlo svolgere a Roma ma, all'ultimo momento, dovette far fronte ad un inevitabile rinvio.
Oggi non insistiamo né sfruttiamo l'occasione per ritornare su polemiche e retrospettive. Vi chiediamo solo di apprezzare la nostra volontà, di allora e di oggi, di spostare l'attenzione dalla sede al contenuto del vertice.
Inoltre, ci rendiamo conto - e tanto più se spostiamo l'attenzione sui contenuti - che l'Italia correva e corre ancora oggi, come paese che ospita permanentemente la FAO, l'IFAD, il PAM e che ospiterà il vertice il prossimo giugno, un grande rischio: che si celebri nel nostro paese, a Roma, nel giugno del 2002, il bilancio di una sconfitta.
Cinque anni fa si auspicò di ridurre il numero di coloro che soffrono per la fame e la povertà, ma oggi non si è ridotto. Pertanto, la notizia e la scelta, da parte della FAO, di rinviare il vertice al giugno del prossimo anno forse ci consente - colleghi della maggioranza, dell'opposizione, rappresentanti del Governo - di tentare uno scatto ed un rilancio e di recuperare nei prossimi mesi, almeno in parte, il ritardo che si è accumulato in questi anni.
Questo ci fa dire, purtroppo ancora oggi, che esistono dati drammatici rispetto alle persone, uomini e donne, che muoiono di fame nel pianeta, soffrono la povertà, le malattie e la siccità.
Secondo le stime della FAO, i bambini economicamente sottonutriti assumono un numero di calorie inferiore del 155 per cento rispetto a quelle indispensabili a garantire il metabolismo basale (2600 calorie al giorno); sempre secondo tali stime, si calcola quanti sopravvivono nel pianeta con meno di un dollaro o di due dollari al giorno. Attraverso questi dati si ricostruisce la malnutrizione, la povertà e il sottosviluppo.
Ancora oggi ci sarebbero quindi un miliardo e 300 milioni di persone sottonutrite: 815 milioni, secondo gli ultimi dati della FAO, vivono il drammatico problema della fame, di cui 777 nei paesi in via di sviluppo. È vero che il numero assoluto, da 20 anni, seppur gradualmente, diminuisce. Potrebbe verificarsi però la situazione di vedere dimezzata tale cifra, non come si era auspicato entro il 2015 nel precedente vertice di Roma del 1996, bensì tra 60 anni!
Considerato che nei prossimi trent'anni la popolazione mondiale passerà dai 6 agli 8 miliardi e che gran parte dei 2 miliardi in più di persone nascerà nei paesi poveri, noi rischiamo di avere, nel 2020, un miliardo e 300 milioni di persone che sopravviveranno con duemila lire al giorno: in larga parte si tratterà di bambini,


Pag. 24

considerato che sono 150 milioni - sono i dati di questi giorni - i bambini denutriti fra gli zero e i sei anni.
Sappiamo ovviamente che questi dati non vengono richiamati per suscitare commozione, bensì per prendere drammaticamente atto della realtà. Sappiamo anche che essi sono oggetto di complessa valutazione e di scelte. Per esempio, in alcune zone la malnutrizione è in via di diminuzione; non è così purtroppo nel sud del Sahara, dove la fame infantile è cresciuta in pochi anni del 45 per cento e dove 40 dei 150 milioni prima citati sono denutriti.
Sappiamo che ai problemi della fame si stanno sommando i drammatici problemi della siccità. Si tratta di un problema emerso recentemente, negli ultimi dieci anni, e per il quale, entro il 2025, 50 paesi e 3 miliardi di persone avranno problemi di mancanza d'acqua. Tanti già oggi soffrono per la siccità e per la desertificazione.
Nel contempo, siamo a conoscenza del fatto che l'agricoltura nel pianeta potrebbe nutrire tutti, anche senza l'utilizzo di biotecnologie. La capacità produttiva agricola del pianeta oggi potrebbe nutrire 12 miliardi di persone. Questi sono il dramma e la contraddizione che anche noi, appartenenti ai paesi più ricchi, viviamo e dei quali dobbiamo essere consapevoli. Allo stesso modo sappiamo che spesso al sottosviluppo e alla denutrizione si associano i gravi problemi riguardanti la sanità e l'istruzione e che, tendenzialmente, portare sanità ed istruzione piuttosto che calorie fa la differenza dello sviluppo rispetto ai paesi più poveri.
Sappiamo, infine, che vi sono aspetti culturali, storici e geografici - la schiavitù, il colonialismo, il clima, la corruzione, le dittature, la mancanza di democrazia - che accentuano, rallentano o diminuiscono i problemi della fame e della povertà.
Vi sono importanti esempi positivi negli ultimi dieci anni: il Sudafrica, l'Uganda, la Cambogia. Sappiamo anche che esiste una serie di iniziative di aiuto, che, anche se insufficienti, inadeguate, talvolta tardive, sono in assoluto quantitativamente elevate, non dobbiamo nasconderlo. Per esempio, oggi, 9 milioni di persone sono beneficiarie di iniziative della FAO, dell'IFAD e della PAM (tre agenzie dell'ONU che hanno sede a Roma). Sono molte, ma certo si tratta di una cifra ridicolmente piccola rispetto al grande numero di persone che ne avrebbero bisogno.
Rispetto a questi dati drammatici, c'è un ritardo colposo, una responsabilità grave, generale, perché nel 1992, a Rio de Janeiro, i Capi di Stato e di Governo dei principali paesi del mondo presero l'impegno di destinare almeno lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo al sostegno dello sviluppo dei paesi più poveri, e questo non è stato fatto. La percentuale è drammaticamente più bassa dello 0,7 per cento, tanto che, nella nostra mozione, abbiamo sottolineato come questo resti un obiettivo da raggiungere. Ma c'è anche - di qui la nostra mozione - un ritardo specifico: il programma per la sicurezza alimentare, approvato nel 1996 a Roma, non è andato avanti; pertanto, da qui a giugno dobbiamo invertire questa tendenza, dobbiamo dare il segno, il messaggio, il contenuto finanziario e politico di uno scatto nella volontà di lottare contro la fame la povertà. Ce lo chiedono sia l'esatta conoscenza di una situazione drammatica, per la quale Governi e Parlamenti non possono mostrare soltanto compassione e carità, sia i drammatici eventi degli ultimi giorni: la lotta più profonda e strutturale ad alcune delle cause del terrorismo.
Noi abbiamo delle colpe per questa fame e per le sue vittime, ogni giorno, ogni ora. Abbiamo delle responsabilità per il futuro delle stesse generazioni non affamate, ricche e obese. Perché la lotta alla fame sia concreta e reale, possiamo fare qualcosa di più, di meglio, prima. La demografia, l'ecologia, lo studio delle migrazioni e delle risorse ci danno indicazioni, anche per arricchire i programmi di aiuto già predisposti. Servono sia iniziative di sostegno diretto, finanziario, sia (e soprattutto) iniziative di aiuto alle comunità rurali per l'autosviluppo, per aumentare la loro capacità di autoproduzione e di sicurezza alimentare. Per questa ragione,


Pag. 25

nella nostra mozione facciamo spesso riferimento all'intreccio tra lotta alla fame e alla siccità e sviluppo sostenibile: non sono obiettivi paralleli, bensì aspetti di una stessa iniziativa internazionale e nazionale.
Dopo la presentazione della nostra mozione, ne sono state presentate altre. In linea di massima, condividiamo il loro contenuto e si può tranquillamente pensare ad approvare più atti di indirizzo. Tuttavia, le altre due mozioni presentate hanno una premessa datata, perché sia la mozione presentata dai colleghi Volontè, Elio Vito e La Russa, sia quella presentata dai colleghi Cesare Rizzi, Cè ed altri, partono da un considerato e cioè la trentunesima conferenza della FAO. Ma tale conferenza è finita sabato scorso, quindi noi voteremo un atto di indirizzo dopo la fine di quella conferenza. Visto che il voto non è previsto per oggi o per domani, ma per i prossimi giorni, ci domandiamo se sia possibile lavorare per aggiornare i testi di tutte le mozioni.
Noi presentammo, per primi, la nostra mozione l'11 ottobre e anch'essa, sicuramente, è datata o meriterebbe un aggiornamento.
Qual è il punto di fondo di un atto di indirizzo, anche comune, che potremmo votare in quest'aula? Il ruolo dell'Italia nel giugno 2002; un ruolo di protagonista e d'avanguardia nel rilancio della lotta alla fame. L'Italia è sede della FAO da cinquant'anni e, nel complesso, la presenza di tale organismo ha rappresentato un fatto positivo per la FAO e per il nostro paese perché vi lavorano 4.500 persone e perché ha consentito al nostro paese di diventare, sulle tematiche legate all'alimentazione e allo sviluppo, punto di riferimento e capitale del mondo, di qualificare la nostra cooperazione allo sviluppo e di avanzare la candidatura per l'agenzia europea per la sicurezza alimentare. La presenza della FAO, dunque, è un fatto che va valorizzato. Qui si svolgerà il vertice dei Capi di Stato e noi dobbiamo dare, già con il voto di giovedì prossimo, il segno di uno scatto. Per questo chiediamo che, nell'atto, anche comune, che si può predisporre, vi sia l'impegno di fornire un contributo straordinario, nel nostro paese, di 100 milioni di dollari: un punto qualificante della nostra mozione. Anche gli altri colleghi che hanno presentato mozioni hanno sollecitato un impegno straordinario del Governo. Noi avevamo parlato con il Ministero degli affari esteri ed avevamo verificato la possibilità relativa a tale contributo straordinario. Dopo la presentazione della nostra mozione, il ministro per le politiche agricole ha ribadito quest'obiettivo come proprio: ci fa piacere, anche se, fino a questo momento, non vi era stato alcun atto di indirizzo parlamentare e del Governo. Ciò significa, tuttavia, che vi è una disponibilità da parte del Governo e della maggioranza a votare insieme questo fondo straordinario di almeno cento milioni di dollari ed, ovviamente, di inserirlo nella legge finanziaria per il 2002. Per tale motivo, chiediamo che l'obiettivo dello 0,7 per cento sia ribadito come un obiettivo che l'Italia si pone.
Fatte salve queste due priorità, il resto del testo è molto simile alle altre mozioni; si tratta, dunque, di trovare la migliore formulazione. Noi suggeriremmo di inserire alcune novità nel testo finale riguardanti determinati risultati raggiunti dalla conferenza della FAO appena conclusasi a Roma. Si tratta - come sapete - di una conferenza biennale che era già stata prevista a prescindere dal vertice mondiale rinviato al giugno dell'anno prossimo. Durante questa conferenza della FAO è stato approvato - con 16 voti favorevoli e due sole astensioni - il trattato internazionale sulle risorse genetiche delle piante per l'alimentazione e l'agricoltura che porta più trasparenza e maggiore accesso al mercato globale delle sementi per i paesi più poveri. Si tratta di una nuova convenzione internazionale, un nuovo ed importante accordo perché consente l'accesso ai paesi più poveri e si riferisce ad un mercato di 27 miliardi di dollari (circa 54 mila miliardi di lire). Potremmo inserire nella mozione l'impegno dell'Italia ad una rapida ratifica di questo trattato, giacché entrerà in vigore dopo 40 ratifiche. Potremmo, inoltre, inserire, come novità,


Pag. 26

l'impegno a collaborare organicamente con le organizzazioni non governative che, da tempo, stanno lavorando sui temi della lotta alla fame e alla povertà. Durante i lavori della conferenza, si è svolto, a Roma, un incontro delle organizzazioni non governative le quali chiedono di organizzare, prima del prossimo giugno, un seminario internazionale delle ONG, in preparazione del vertice. Ritengo che tale seminario possa essere sostenuto, politicamente e finanziariamente, dal Parlamento e dal Governo.
Infine, potremmo aggiornare quel testo facendo riferimento alla predisposizione dei campi da parte dell'ACNUR nelle aree di confine rispetto all'Afghanistan, al Pakistan e all'Iran. Voi sapete che c'è la richiesta di allestire almeno 15 campi in grado di ospitare i profughi afghani. Attraverso un atto di indirizzo, abbiamo già sottolineato l'urgenza di un'iniziativa umanitaria. Anche in questo caso - poiché l'Italia è protagonista ed i rappresentanti del PAM e delle organizzazioni non governative sono frequentemente in Pakistan a questo scopo - potremmo segnalare, con un obiettivo quantificato, il sostegno dell'Italia a quest'iniziativa umanitaria.
Ripeto che i testi possono anche venire riformulati attraverso un lavoro comune. Mi auguro, però, che ci sia un pronunciamento il più vasto possibile, il più unitario possibile, che possa contribuire ad accrescere il prestigio e il ruolo dell'Italia quando, nel giugno dell'anno prossimo, proprio qui da noi si svolgerà il vertice mondiale dell'alimentazione. Spero che quest'ultimo rilanci un'azione che abbia la capacità effettiva di ridurre la fame e la povertà nel pianeta (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Volontè, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00028. Ne ha facoltà.

LUCA VOLONTÈ. Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, apprezzo l'invito rivolto dall'onorevole Calzolaio, il quale dovrebbe ricordare - stanno a testimoniarlo molteplici atti presentati all'esame dell'Assemblea in questi primi mesi di legislatura - che la Casa delle libertà, a partire dal G8, ha cercato di costruire l'unità da lui invocata proprio su quei temi che, nello spirito sotteso ai predetti atti di indirizzo, venivano da noi ritenuti comuni (e proprio per questo chiedevamo che quei documenti venissero votati unitariamente). Quindi, nel raccogliere l'invito, che rilancio anche al collega Rizzi, ritengo che si possa costruire una risoluzione importante per questo paese in vista del vertice del prossimo anno.
In molti punti, le mozioni presentate sono identiche o, se non proprio identiche, molto simili. Nella nostra, ad esempio, non compare l'impegno ad aumentare progressivamente fino allo 0,7 per cento del PIL la percentuale delle risorse da impegnare per lo sviluppo del terzo mondo; ma abbiamo chiesto di impegnare il Governo a destinare alla cooperazione risorse adeguate ed ordinarie, per una forma di cautela e di rispetto per le indicazioni del Governo. D'altro canto, al di là delle polemiche, bisogna riconoscere che un grande impegno finanziario è già stato assunto dal nostro Governo in occasione del vertice del G8 (che ha segnato una tappa importante in questa direzione): tra i vari impegni, del quale si è fatto carico non solo il nostro paese all'interno del G8, vi è (e questo è stato assunto proprio su proposta italiana) quello di un azzeramento reale - e non di mero principio - del debito dei paesi del terzo mondo.
Nella nostra mozione, colleghiamo gli aiuti alla condizione (non necessaria e sufficiente, ma semplicemente tale) della democraticità reale dei paesi beneficiari. Siamo convinti di questo non solo per prassi o per le condizioni in cui vivono i poveri e gli affamati, sulle quali speculano i governi formalmente democratici, che, al loro interno, non solo nella Costituzione, ma anche nell'applicazione del diritto civile e amministrativo, usano la legge solo per rafforzare la forma di governo, nuova per la cultura e la dottrina politica occidentale, della «tirannia democratica».


Pag. 27


Nello stesso tempo, cerchiamo di introdurre nella nostra mozione, oltre al principio della democrazia, anche quello del rispetto delle libertà fondamentali dell'uomo, così come precisato dalla Dichiarazione universale delle Nazioni Unite. Sembrerebbero passaggi scontati, ma lo affermiamo perché si aiutano, anche tramite la FAO, paesi che quotidianamente, direi in ogni istante, violano le libertà fondamentali naturali riconosciute da ogni ordinamento non da un Governo o introdotte in una Costituzione; eppure, si tratta di diritti fondamentali, diritti naturali nella storia della giurisprudenza, da quando questa è nata.
Ci sembrano due elementi fondamentali da aggiungere, questi, insieme a un terzo, che costituisce un riconoscimento dell'impegno del nostro Governo, che attraverso la determinazione del Presidente del Consiglio e del ministro degli esteri, a Genova - ancora mi piace ricordarlo - fece decollare il famoso patto tra le grandi potenze per l'innovazione amministrativa e tecnologica dei paesi in via di sviluppo, come sviluppo reale anche della conoscenza che si comunica.
Questo è un altro elemento fondamentale per evitare - lo dirò poi in conclusione - che gli aiuti siano permanenti e lo sviluppo sia occasionale. Inseriamo, quindi, come dicevo, anche l'elemento di verifica e di garanzia dell'effettiva destinazione degli aiuti, allo scopo di migliorare sia il tenore di vita sia la realizzazione - lo abbiamo voluto scrivere proprio così come lo pensiamo - di programmi di formazione professionale, perché riteniamo - come ritiene la storia della democrazia occidentale, oltreché la storia e l'evoluzione del pensiero sociale della Chiesa e la storia dell'organizzazione internazionale del lavoro - che il lavoro sia la prima condizione dell'autoformazione dell'uomo, della famiglia e della società.
Abbiamo voluto sottolineare questi tre elementi - certamente integrabili con le altre mozioni -, che costituiscono un'occasione anche di confronto per elaborare una risoluzione unica della Camera dei deputati, perché ci sembrano fondamentali, al di là della quantità dell'impegno finanziario, che pure è importante, al di là degli altri elementi importanti evidenziati dall'onorevole Calzolaio, che sottolineerà certamente anche l'onorevole Rizzi. Si tratta di tre elementi dati forse troppo per scontato anche all'interno della cooperazione italiana. Il nostro paese forse è poco impegnato nel sottolinearli ulteriormente, per far sì (questa è la nostra unica e assoluta preoccupazione) che da uno stato di permanente povertà - abbiamo visto come gli obiettivi fissati per la riduzione della fame nel mondo nel 2015 siano totalmente inventati -, da una riduzione teorica della povertà si passi invece ad una riduzione permanente attraverso la formazione di persone, di professionalità (anche relativamente al semplice lavoro della terra, come avrebbe detto la mia nonna), dando quindi reali occasioni di riscatto a quei popoli, che possono e devono essere aiutati, ma che devono essere messi soprattutto nelle condizioni di creare un'autoresponsabilità, un'autoformazione ed un'autocoscienza di sé.
Queste ci sembrano le tre condizioni sulle quali invitiamo a riflettere anche gli altri presentatori delle varie mozioni. Si tratta di tre elementi fondamentali che vorremmo che fossero, anche con il nostro aiuto, ricompresi in una risoluzione unica della Camera dei deputati.

PRESIDENTE. Sospendo la seduta per dieci minuti. Riprenderemo alle 17,55 con l'intervento dell'onorevole Rizzi.

La seduta, sospesa alle 17,45, è ripresa alle 17,55.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00029. Ne ha facoltà.

CESARE RIZZI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, condivido la richiesta avanzata dagli onorevoli Calzolaio e Volontè, cioè di una mozione comune di tutta la Camera per affrontare questo grosso problema. Nella mozione da me presentata


Pag. 28

insieme ad altri colleghi sono evidenziati degli obiettivi importanti: contribuire alle strategie di riduzione della fame nel mondo con azioni che considerino più favorevolmente quei paesi nei quali i valori democratici e di diritti umani civili sono garantiti; rispettare tutti gli impegni già presi per contribuire alla lotta alla fame nel mondo (e, purtroppo, mi risulta che qui si parla e si parla ma mai si arriva ad una conclusione); attuare gli interventi anche in quei paesi non considerati «democratici», questo se si vuole raggiungere l'obiettivo di dimezzare il numero degli affamati nel mondo entro il 2015; adoperarsi per accertare che una parte consistente degli interventi sia indirizzata alla realizzazione di uno sviluppo reale e non di tipo assistenziale e a garantire l'effettiva destinazione degli aiuti allo scopo di migliorare il tenore di vita e favorire lo sviluppo economico delle popolazioni interessate; aumentare - questo è un punto importante - le risorse ordinarie per la lotta contro la fame del mondo, portando gradualmente, nei prossimi anni, allo 0,70 per cento del prodotto interno lordo la percentuale delle risorse da impegnare per lo sviluppo del terzo mondo; proporre ai governi parte dell'organizzazione una razionalizzazione e riduzione delle spese relative al personale della FAO per indirizzare la somma trattenuta agli interventi di aiuto alimentare.
Vede, signor Presidente, possiamo dire tutto della FAO: che non funziona, che è costosa e che i risultati possono non essere spettacolari, ma tutte queste critiche non offrono risposta alla domanda sui motivi per cui milioni di persone muoiono per problemi di denutrizione o malnutrizione. Non tutto quello che rimane irrisolto trova ragione o concausa in una cattiva azione della FAO. La risoluzione di questo problema impone, da parte della Comunità internazionale nel suo complesso e da parte dei singoli paesi, impegni economici e tecnici sfaccettati, finalizzati ad azioni responsabili. Offrire tonnellate di derrate agricole alle popolazioni affamate è giusto ma non risolve il problema, che rimane sempre latente, con picchi e momenti di relativa calma. Non dimentichiamoci, signor Presidente, che qui, noi, giustamente, da giorni, precisamente dall'11 settembre, parliamo del grave disastro accaduto a Manhattan, in cui sono morte, purtroppo, migliaia di persone (cinque, sei, sette, otto mila, non si sa quante), ma bisognerebbe non dimenticare che nel centro Africa un milione e mezzo di persone, non più tardi di cinque o sei mesi fa, è morto per guerre interne e per la fame. Credo che questo sia un dato molto rilevante, di una risonanza, direi, mondiale. Tuttavia, tutte le volte che c'è una riunione della FAO si parla di interventi per affrontare problemi non sempre spiegabili, in quanto molti di questi paesi dispongono di ricchezze naturali. I Paesi arabi forniscono gran parte del petrolio, l'Indonesia il caucciù, l'Angola l'oro e i diamanti, il Brasile il caffè, lo Zambia il rame, il Ghana il cacao. Si tratta, quindi, di risorse notevoli. A questo punto, c'è da porsi una domanda che, a mio avviso, non ha una risposta ben precisa: come mai queste popolazioni si trovano in uno stato di povertà?
Perché l'indipendenza politica non diventa la leva per migliorare le condizioni di vita dei popoli, costruire scuole ed ospedali, impiantare industrie, produrre alimenti a sufficienza? È bene ricordare, come già da anni fanno varie agenzie dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, che il gap tra sviluppo e sottosviluppo, tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, tende ad aumentare e che, conseguentemente, le condizioni di coloro che sono disagiati tendono a divenire disperate. Consideriamo come esempio il Ghana (visto che si parla di avviare i negoziati per un nuovo round del WTO): questo paese è un'immensa piantagione di cacao; il cacao, però, non serve ai ghanesi e, quindi, deve essere venduto sul mercato internazionale; i prezzi del cacao sono fissati dalle borse di Londra, Parigi e New York sulla base della domanda di mercato e, quali che essi siano, il Ghana è obbligato a vendere quel cacao che non serve per nutrire i suoi abitanti. Il Ghana non ha industrie per trasformare il cacao in cioccolato, quindi questo viene esportato e lavorato altrove,


Pag. 29

e quando un ghanese vuole comprare una tavoletta di cioccolato, deve importarla dall'estero, pagandola naturalmente in valuta pregiata e al prezzo imposto dall'industria che la produce. Si tratta di un qualcosa fuori da ogni logica.
Le conseguenze negative di una condizione di arretratezza economica sono, come possiamo comprendere, molteplici e, tra di esse, è sicuramente evidente il problema della denutrizione. Ciò non significa necessariamente che la popolazione dei paesi poveri muore di fame. Anche sul termine «fame» vi sono molte idee confuse: è chiaro che esistono le carestie e che queste portano fame. Premesso però che non la portano a tutti e che si tratta di eventi eccezionali che non spiegano la fame cronica della maggior parte del mondo, occorre ricordare come ogni anno, nei paesi del sud della terra, muoiono dai 13 ai 18 milioni di persone e che tutti i giorni quasi un miliardo di persone va a letto senza aver mangiato a sufficienza.
Tuttavia, la loro denutrizione, spesso, non dipende dalla scarsa produzione alimentare; consideriamo i paesi dell'Asia e dell'America latina: in essi, negli ultimi anni, la produzione agricola è aumentata più di quanto non sia aumentata la loro popolazione. Nonostante ciò, in base ai dati ufficiali, l'Asia continua a contare circa mezzo miliardo di denutriti e l'America latina circa 59 milioni. Essi non sono denutriti per mancanza di cibo, ma perché non possono procurarselo. Ciò, in termini «terra terra», per riportare il tutto alla nostra quotidianità, vuol dire che ci sono i supermercati, ma che non vi è il denaro per acquistare, per cui il prodotto rimane lì o viene venduto altrove.
Signor Presidente, vi sarebbero argomentazioni tali da poter dibattere ore ed ore il problema della FAO. A mio avviso, uno dei problemi maggiormente rilevanti riguarda la dimensione di tale organizzazione. Ricordo che vi sono 185 paesi del mondo che aderiscono alla FAO, attivando un giro di miliardi notevole (migliaia di miliardi di dollari). Non ho a disposizione dati precisi, ma non vorrei che una rilevante percentuale delle risorse messe a disposizione della FAO fosse spesa per la sua stessa organizzazione anziché essere destinata ai paesi poveri. Dico questo perché penso a tutto il personale da mantenere, a questo grosso «carrozzone» composto da 185 paesi in cui, in media, ognuno contribuisce con sei, sette, otto componenti: signor Presidente, faccia lei il conto del numero delle persone che lo compongono!
Ciò che mi preoccupa maggiormente è proprio questo: i miliardi, in fondo, ci sono, sono sempre stati messi a disposizione, ma, in effetti, quelli che giungono ai paesi poveri, che arrivano sul territorio per rispondere direttamente alle esigenze dell'alimentazione, sono solo una parte. Parliamoci chiaro, c'è gente che muore di fame, gente che con mille lire al giorno potrebbe continuare a vivere: invece, nonostante tutti i miliardi, nonostante che la FAO sia attiva da parecchi anni, abbiamo ancora milioni e milioni di persone che muoiono di fame perché, purtroppo, non hanno nulla da mangiare.
Pertanto, signor Presidente, vorrei concludere dicendo che non vorrei che una buona percentuale di questa grossa montagna di miliardi di dollari venisse spesa per questa grandissima organizzazione mondiale, alla quale aderiscono 185 paesi che si adoperano per racimolare risorse, affinché vengano destinate a questa povera gente che muore di fame.
Questa è la cosa più importante: fare in modo che si possa risolvere questo problema e accertare la percentuale di questo grosso cumulo di soldi che veramente viene destinata a chi ha bisogno e quale sia la percentuale che, invece, viene spesa per mantenere queste grosse organizzazioni.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Realacci. Ne ha facoltà.

ERMETE REALACCI. Signor Presidente, mi sembra che si stia valutando l'ipotesi di addivenire alla presentazione di un documento comune; non so se anche l'onorevole Rizzi sia d'accordo. Le mozioni


Pag. 30

presentate hanno alcuni punti in comune e alcuni punti di differenza.
Vorrei dire - riprendendo alcune delle considerazioni svolte anche dall'onorevole Calzolaio della cui mozione sono firmatario - che credo che questa nostra discussione - che ha un valore in sé e in assoluto - sia ancora più importante perché si svolge in momenti come l'attuale.
In queste ore siamo addirittura spinti a desiderare o a sperare che un incidente, che è costato sicuramente centinaia di vite umane, sia veramente tale e non un attentato. Credo che tutti noi ci sentiremmo sollevati nel sapere che questi centinaia di morti sono dovuti soltanto a un cedimento strutturale o a questioni che non hanno nulla a che vedere con la volontà dei terroristi.
Ritengo che tale scenario debba indurci a trattare con serietà ed attenzione ancora maggiore questo tema che già di per sé ne merita molta.
Sappiamo che il problema di cui parliamo è importantissimo e che la soluzione non è facile. Ritengo si debba tener conto di alcune delle considerazioni che anche il collega Rizzi ha svolto e che sono presenti nelle mozioni della maggioranza. In particolar modo, si tratta di considerazioni che spingono ad una valutazione più attenta del rapporto esistente fra gli investimenti realizzati e i benefici ottenuti dalle popolazioni che da essi sono interessate. Tuttavia, sappiamo al tempo stesso che, rispetto a questo problema, nei decenni passati vi è stata una grande dose di retorica ed una scarsissima dose di politica e di buona politica.
Nel 1974 il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, parlando a Roma in occasione della conferenza mondiale sull'alimentazione, fece una dichiarazione solenne. Egli disse: dal 1984 nessuno, uomo, donna o bambino, andrà a letto affamato. Come sappiamo, non è stato assolutamente così; il problema è aumentato. I dati sugli squilibri esistenti nel mondo - poi svolgerò anche qualche considerazione su ciò - sono abbastanza impressionanti.
Nel 1960 il 20 per cento più ricco della popolazione mondiale possedeva un reddito 30 volte superiore a quello del 20 per cento più povero. Oggi la proporzione è diventata di 82 a 1, mentre i tre quinti dei 4,4 miliardi di abitanti dei paesi più poveri vive in comunità prive di infrastrutture igieniche di base, circa un terzo non dispone di acqua potabile e un terzo dei bambini è sottonutrito e non raggiunge la quinta classe della scuola.
Ritorno sulle considerazioni - svolte anche dall'onorevole Calzolaio - relative al rapporto fra evoluzione, sviluppo e istruzione e alle condizioni per uno sviluppo che sia duraturo, perché non basato su una logica assistenziale.
Lo stesso problema si presenta per altri aspetti, se guardiamo la questione sotto un'altra angolatura che non è solo quella della carenza di strutture igieniche di base o di alimenti.
Ha di nuovo ragione l'onorevole Rizzi: non si tratta di una carenza quantitativa del cibo, ma di una carenza di denaro necessario per acquistare il cibo; questo è il problema che si pone in quasi tutto il mondo. Tuttavia, lo stesso problema si ripresenta se si affrontano altre questioni pesantissime quali quelle dell'accesso ai farmaci essenziali o della stessa possibilità di utilizzare la ricerca medica e scientifica per affrontare le gravi questioni legate alla malattia nei paesi a clima tropicale.
Oggi, nell'ambito della ricerca medica, si spende enormemente di più nel campo dei cosmetici di quanto si spenda per affrontare le questioni legate alle malattie che uccidono milioni di persone nelle zone più calde del pianeta. In molti Stati del mondo - questo vale anche che per i paesi dell'est europeo ma, in particolar modo, per i paesi africani - negli ultimi anni ci siamo trovati di fronte ad un abbassamento dell'aspettativa media di vita. Nello Zimbabwe, ad esempio, questa è passata da 51 anni e mezzo a 44 anni, nello Zambia da 47 a 40 anni, nel Botswana da 53 a 47 anni. Vi è, dunque, una diminuzione dell'aspettativa media di vita e vi è un aumento spaventoso di malattie, in particolare dell'AIDS, che in molti casi


Pag. 31

colpiscono percentuali della popolazione tra i 15 ed i 50 anni che oscillano tra il 10 e il 20 per cento.
Tutto questo produce tensioni e problemi enormi che suscitano grandi movimenti nell'occidente e rendono difficili anche i vertici mondiali. Non conosco le notizie dell'ultima ora, ma credo che tutti noi abbiamo letto, in questi giorni, le notizie di un possibile fallimento del vertice nel Qatar legato a varie questioni. Una di queste è l'accesso ai farmaci su cui non si era raggiunto un accordo tra i paesi sedi di compagnie farmaceutiche ed i paesi più poveri che non hanno il denaro per acquistare tali farmaci.
Vorrei ricordare che tale problema si è presentato anche agli Stati Uniti nel momento in cui è stato necessario affrontare una possibile emergenza seria legata al carbonchio ed all'antrace. Gli Stati Uniti hanno dovuto sostanzialmente minacciare e raggiungere in maniera forzata un accordo con la compagnia produttrice del farmaco necessario a curare i danni da carbonchio quando si sono trovati di fronte alla necessità di tutelare larghe fasce della propria popolazione rispetto ad un pericolo che poteva essere serio. Questo problema è tutto dinanzi a noi nelle trattative in corso per il vertice dell'organizzazione mondiale del commercio nel Qatar, come pure altri problemi, su cui tornerò brevemente tra poco, che riguardano la stessa struttura del commercio internazionale legata ai prodotti agricoli.
Tutto ciò per dire che siamo di fronte ad una questione aperta da tempo su cui le politiche - non solo gli stanziamenti, anche le politiche - finora adottate si sono dimostrate chiaramente insufficienti. Sicuramente si tratta di un problema di quantità del denaro. Il collega Rizzi ha ragione: nella quantità di denaro stanziato c'è, probabilmente, uno squilibrio fra l'investimento in strutture fisse e l'investimento in politiche di sviluppo. Però, stiamo parlando veramente di poco denaro, di qualcosa come 700 milioni di dollari all'anno - se non sbaglio - di cui due terzi circa vanno in stipendi ed un terzo in politiche concrete. Si tratta veramente di poche lire.
Tutto il piano che fu varato nella conferenza del 1996 tenutasi a Roma - e dobbiamo ricordare che l'Italia è un po' la capitale di queste agenzie: questo è un ruolo che il nostro paese dovrebbe valorizzare e rivendicare come un punto positivo della propria presenza nel mondo - è rimasto sostanzialmente privo di efficacia. Tale piano prevedeva il dimezzamento dei morti per fame nel 2015: si trattava, quindi, di un obiettivo già molto meno retorico ed ambizioso di quello che Kissinger si era proposto anni prima dell'azzeramento del problema. Negli ultimi quattro anni lo stanziamento complessivo dei paesi donatori - l'Italia può consolarsi, se vogliamo, con il fatto di essere stato il principale donatore - per il piano di sicurezza alimentare che doveva rispondere a quell'obiettivo è stato di 150 milioni di dollari: molto meno di quanto comporta la campagna acquisti delle squadre di calcio di serie A ad ogni campionato. Queste sono le dimensioni quantitative del problema. Ciò non elimina una discussione seria su quali siano le politiche adatte ad affrontare tale questione.
Le due mozioni della maggioranza sottolineano con forza la necessità di sottoporre a vaglio critico i criteri con cui questi soldi vengono assegnati e l'intreccio tra questi finanziamenti e le condizioni di democrazia, ma aggiungo anche quelle legate all'emancipazione femminile, essenziali per avere un controllo democratico e condizioni di sviluppo duraturo.
Ritengo giusto ricordare tali temi nella formulazione di politiche efficaci, ma il dato quantitativo non può essere assolutamente trascurato e non sto parlando di una responsabilità esclusivamente dovuta alla cattiveria dell'occidente perché non penso che tutto ciò accada, come a volte si dice, solo per le condizioni di sfruttamento in cui alcuni di questi paesi vengono tenuti. In alcuni casi si verifica anche questo ed è chiaro che - riallacciandomi a ciò che sosteneva il collega della Lega nord Padania - quando un paese come il Ghana dipende da una monocultura, quella del cacao, imposta negli anni passati sostanzialmente da noi, è sottoposto a


Pag. 32

tensioni enormi ed è sufficiente che l'Unione europea - a mio avviso con una scelta sbagliata e scellerata - permetta di utilizzare, anziché il cacao, un suo surrogato per produrre il cioccolato, perché l'economia di quel paese venga sottoposta immediatamente ad una tensione straordinaria ed assolutamente non controllabile e governabile internamente, a causa della sua debolezza economica.
La verità è che - questo costituisce, forse, il dato più grave - nel corso di questi ultimi decenni mentre abbiamo avuto alcuni paesi che, seppure in maniera tumultuosa, contraddittoria e anche dolorosa, si sono evoluti dalle condizioni di sottosviluppo in cui si trovavano, come alcuni paesi del sud-est asiatico, abbiamo larghe parti del mondo (alcune adesso sono interessate anche dalla guerra, come il Pakistan o il Bangladesh che, a differenza dell'India, non ha avuto significativi processi di sviluppo) ad esempio l'Africa, i cui paesi sono così deboli e privi di attrattiva, da non essere neanche oggetto di una seria ipotesi di sfruttamento, essendo sostanzialmente del tutto emarginati dalle priorità politiche e dagli investimenti su scala mondiale.
Vorrei dire che, oggi, per gli italiani, per gli europei e per i paesi industrializzati dell'occidente, occuparsi di questi paesi e di questi temi non costituisce, solo e tanto, un atto di giustizia o di bontà ma di intelligenza e di nobile egoismo, cioè un egoismo nobile che non si lascia fuorviare dagli interessi immediati ma guarda all'interesse duraturo, nostro e del pianeta.
Infatti, la lezione da trarre dai fatti drammatici di questi giorni è che non esistono delle isole felici che si possono allontanare da ciò che accade nel resto del mondo e che, oggi, tutte le grandi questioni mondiali, siano esse legate ai drammatici conflitti aperti (come la vicenda che contrappone Israele ai palestinesi e ai paesi arabi) o ai temi della fame, del sottosviluppo, dei diritti e delle questioni ambientali (siamo appena reduci da un risultato politicamente interessante ma tecnicamente debole del vertice di Marrakech sulla questione di Kyoto), sono il presupposto per costruire, per le nostre popolazioni, per la nostra gente e per i nostri paesi, uno sviluppo che sia duraturo, perché avviato in condizioni di giustizia e di equilibrio.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
PIER FERDINANDO CASINI (ore 18,18)

ERMETE REALACCI. Per questi motivi la discussione che stiamo conducendo - ancorché in un'aula vuota ma vi sono gli atti parlamentari, le mozioni e il Governo che, se vuole, può raccogliere le indicazioni che provengono da questa discussione - ha un'importanza rilevante.
Vorrei aggiungere un'ultima considerazione che riguarda più specificatamente il nostro paese. Esso non ha sicuramente una grande tradizione militare - e ciò per qualcuno può essere considerato un vantaggio per altri uno svantaggio - e la grande maggioranza di questo Parlamento, anche se su tale tema ci siamo divisi, si è espressa favorevolmente sulla partecipazione all'azione in corso in Afghanistan; tuttavia, dopo i fatti dell'11 settembre, tutti hanno sostenuto che per rispondere alla nuova situazione era necessaria un'azione di contrasto del terrorismo, anche con l'uso della forza, ma era altresì necessaria un'azione di forte rilancio delle politiche di inclusione e di coesione, dentro gli Stati e tra gli stessi.
Queste politiche di inclusione e di coesione, questo cambiamento dell'agenda politica del mondo che, a parole, è stato rivendicato dai leader di mezzo pianeta - penso ai discorsi fatti da Bush, da Blair, da tanti - e che ha portato anche al cambiamento abbastanza drastico delle politiche di un paese come gli Stati Uniti, che prima dell'11 settembre di tali questioni si occupava molto poco, credo abbia nell'Italia un possibile pivot. Infatti, il nostro paese, su questo tema: ospita - come affermavo in precedenza - le tre principali agenzie, che sono coinvolte in politiche legate all'agricoltura e all'alimentazione; ha una tradizione di rapporti - ad esempio, nell'area del Mediterraneo -


Pag. 33

che può consentirgli di svolgere, da questo punto di vista, un ruolo positivo e, rispetto ad alcune delle questioni aperte, può dare indicazioni che risuonano anche con le politiche interne.
In proposito, vorrei fare un solo esempio. Quando si parla di questi temi, sappiamo tutti che è molto facile essere d'accordo in linea di principio e che, invece, è molto più complicato svolgere dei passaggi pratici. Infatti, parlare dello 0,7 per cento del PIL significa parlare, in ogni caso, di investimenti consistenti e sottrarli ad altri capitoli di bilancio e ciò può non essere popolare. Tuttavia, ci sono anche altri terreni su cui le politiche dei nostri paesi devono adeguarsi a questa situazione. Ad esempio - sempre per rimanere ad uno dei punti dello scontro attualmente aperto nel Qatar - c'è un problema molto serio, richiamato dalla mozione Calzolaio, che riguarda l'apertura dei nostri mercati ai prodotti agricoli che provengono dai paesi più poveri del mondo. Questa è una delle condizioni per garantire a questi paesi non un'assistenza, ma uno sviluppo duraturo.
Ebbene, ritengo che le politiche che possono andare in questa direzione sono, oggi, più praticabili di quanto non fossero dieci anni fa. Ciò perché il nostro paese e l'Europa stanno scommettendo sempre di più sulla qualità, sull'agricoltura legata al territorio, meno sulla quantità. È chiaro che, un sistema agricolo che scommette di più sulla qualità e sulla territorialità sposta il terreno della competizione. Scusate la banalità, ma è evidente che il Chianti, il lardo di Colonnata o le lenticchie di Castelluccio non devono temere la competizione dei paesi in via di sviluppo. Differente è il problema per alcune produzioni di base rispetto alle quali un'agricoltura fortemente orientata in senso quantitativo potrebbe essere in competizione con le agricolture di questi paesi.
Per questo motivo ritengo che, affrontare oggi le questioni connesse alla lotta contro la fame e contro il sottosviluppo, significa mettere in relazione le politiche del nostro paese con le politiche che proponiamo fuori e fare anche scelte coraggiose non solo in termini quantitativi, ma anche di investimenti sul ruolo dell'Italia e dell'Europa.
Mi auguro che ciò possa essere realizzato anche a partire dall'argomento che stiamo discutendo ma, in ogni caso, è uno dei temi che abbiamo all'ordine del giorno nei prossimi mesi (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

Back Index Forward