Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 59 del 9/11/2001
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(Repliche del relatore e del Governo - A.C 1876)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Massidda.

PIERGIORGIO MASSIDDA. Relatore. Signor Presidente, vorrei ringraziare i membri del Governo che hanno avuto la pazienza di seguire questo dibattito. Mi dispiace - non lo nascondo - che non sia presente un rappresentante - ministro o sottosegretario - del Ministero della salute; spero vi siano nobili motivi che ne abbiano impedito la presenza. È, comunque, presente il rappresentante del Governo.
Vorrei sottolineare il fatto, come per altro è stato sottolineato anche dai colleghi dell'opposizione, che è vero che vi è stato un accordo tra Stato e regioni ma, come ha dichiarato poc'anzi l'onorevole Fioroni, lo Stato «per un piatto di lenticchie ha comprato le regioni». Credo che il disavanzo che il Governo intende appianare concedendo più di settemila miliardi alle regioni sia un atto di grande responsabilità ed impegno nei confronti, non delle regioni, ma dei cittadini. Il Parlamento in questa vicenda ha un ruolo importante. È vero lo riconosco che, probabilmente, molti parlamentari, e anch'io, avrebbero elaborato questo provvedimento in modo diverso. In determinati passaggi, avrebbero sfruttato la loro esperienza passata, anche professionale (molti di noi provengono da questo mondo). Dobbiamo avere, tuttavia, grande rispetto nei confronti delle regioni, degli assessori regionali contattati prima dell'accordo di agosto (i quali rappresentano i cittadini quanto noi). Quindi, bocciare o trasformare questo provvedimento sarebbe stato un grave atto di irresponsabilità e, soprattutto, di non rispetto nei confronti delle regioni, soprattutto dopo il referendum con il quale i cittadini hanno affermato la volontà di introdurre il federalismo, che, pertanto deve essere rispettato anche da questo provvedimento.
Non voglio rubare tempo al dibattito e ai colleghi, ma credo che alcune critiche mosse dall'opposizione siano ingenerose nei confronti delle regioni rappresentate dal loro stesso schieramento.
Capiamo che l'opposizione voglia trascurare che questo Governo ha concretamente realizzato ciò che il Governo di centrosinistra non è riuscito a fare in cinque anni: ha portato il fondo sanitario al 6 per cento del PIL, obiettivo che tutti ci proponevamo di raggiungere e che le nazioni più progredite dell'Europa dal punto di vista sanitario riescono a rispettare con grandissime difficoltà.
Quindi, credo che gli aspetti positivi di questo disegno di legge debbano essere sottolineati. Capisco il tentativo dell'opposizione di occultarli o di mascherarli, ma rimane il fatto che procederemo all'approvazione del provvedimento nei prossimi giorni, con l'orgoglio di fare un passo avanti e, finalmente, di riuscire a dare certezze nella gestione della sanità italiana. Ciò permetterà veramente ai cittadini di conservare quei livelli di assistenza oggi messi a repentaglio dalle voragini nei bilanci regionali. Peraltro, quando tali voragini vi sono, ne conseguono danni per tutti coloro che vivono lavorando nel mondo della sanità. Penso alle aziende che sono fallite perché non sono state pagate le loro fatture, alle famiglie dei lavoratori del comparto sanitario che attendono lo stipendio da mesi, al costante clima di insicurezza che, in tutti questi anni, ha dominato il settore della sanità.
L'approvazione di questo disegno di legge di conversione e la conseguente fissazione delle risorse da destinare alla spesa sanitaria responsabilizzerà, una volta per tutte, gli amministratori cui è affidata in concreto la gestione di tali risorse, a tutti i livelli. Certo, probabilmente, essi ci chiederanno di fare un sacrificio, piccolo o grande che sia, ma sicuramente conseguiranno l'obiettivo di tutelare esclusivamente gli interessi del cittadino in generale e, soprattutto, del paziente, di chi soffre e, troppo spesso, nei


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procedimenti legislativi e nelle diatribe tra maggioranza e opposizione viene soltanto menzionato, ma mai difeso. Ebbene, con il disegno di legge in esame, noi ci proponiamo proprio di tutelare quel cittadino, quel paziente, quel sofferente.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

MARIO BALDASSARRI, Viceministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, onorevoli deputati, credo che il tema della salute dei cittadini sia così importante e delicato da meritare alcune riflessioni in replica al dibattito svoltosi stamani in aula.
Che non siamo alle prese con un mero problema contabile, con un problema di bilancio e di economia, ce lo dice quell'articolo della Costituzione che salvaguarda il diritto alla salute. Ma, proprio per questo, la risposta della politica - della maggioranza e dell'opposizione - è responsabile soltanto se riesce a fare di quello alla salute un diritto garantito dalle risorse e dagli equilibri economici; altrimenti, ogni discorso al riguardo si risolve in pura demagogia.
Il ruolo del Ministero dell'economia non è quello del «tagliaspesa» o del «raccoglitasse»: è quello di dare fondamento, concretezza e solidità ai compiti che lo Stato, ai suoi vari livelli (dallo Stato centrale ai governi locali), deve adempiere nei confronti dei cittadini.
Nel rispondere, in maniera molto sintetica, agli interventi che ho ascoltato, desidero segnalare due emergenze sulle quali ritengo che anche il Parlamento - oltre che il Governo - debba riflettere.
Onorevoli deputati, il Governo non si è inventato questo decreto-legge in agosto solo per il gusto di fare decreti. Questa è stata la prima vera emergenza a breve termine che ci siamo trovati sul tavolo non appena il Governo ha giurato. Infatti, dalle indicazioni che ci venivano date, eravamo a conoscenza di una spesa assolutamente fuori controllo. Se questa emergenza di breve periodo non fosse stata fronteggiata rapidamente, essa avrebbe determinato, a fine anno, condizioni di enorme squilibrio finanziario. È troppo facile fare i paladini della salute dei cittadini senza pensare di provvedere al pagamento dei servizi per i cittadini stessi.
Questo provvedimento è stato discusso - come doverosamente si deve fare in questi casi - con tutte le regioni. Io posso anche prendere atto del giudizio che l'onorevole Fioroni ha espresso nei confronti di tutti rappresentanti delle regioni italiane. Egli ha detto che, per quattro lire, sostanzialmente, nel 2001 e nel 2002, gli assessori regionali avrebbero svenduto il servizio sanitario nazionale, aggiungendo poi - come contraddizione nei termini stessi - la sua personale previsione che lo sforamento stimato a luglio, a fine anno, sarà ancora più alto. Accusare gli assessori regionali di avere svenduto per un piatto di lenticchie il servizio sanitario nazionale e dire poi che lo sforamento sarà ancora maggiore equivale a discutere quella responsabilità e quel buonsenso che hanno condotto i rappresentanti delle regioni all'accordo di agosto con il Governo centrale. Quindi, questa emergenza a breve termine l'abbiamo fronteggiata perché c'era; non ce la siamo inventata.
È stato confermato palesemente in questa Assemblea, questa mattina, da parte dell'onorevole Fioroni, con stime ulteriormente preoccupanti, come questa emergenza non derivasse da una improvvisa epidemia che aveva colpito l'Italia all'inizio dell'anno (infatti, se fosse venuto un marziano sulla terra a leggere i dati della spesa della sanità, ne avrebbe tratto la conclusione che il paese stesse avendo una improvvisa epidemia e che le spese sanitarie e farmaceutiche stessero esplodendo), ma fosse dovuta, in gran parte, alla decisione - politicamente anche comprensibile, ma comunque elettoralistica e demagogica - di abolire i ticket, che non costituiscono - è noto in tutti i paesi civili - una penalizzazione per i poveri, ma una razionalizzazione della spesa, un freno agli abusi, e, alla, fine un vantaggio per le classi più deboli. Con questo decreto-legge il Governo ha messo freno, nell'immediato, a questi andamenti, ponendo una pietra


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d'appoggio per un rapporto serio tra Governo centrale e regioni sulle responsabilità relative al servizio sanitario nazionale, prendendo atto, con uno sforzo non irrilevante, nell'ambito complessivo degli equilibri di bilancio, della copertura delle spese in più che si stavano determinando e concordando una regola di medio periodo.
La seconda riflessione, per non rubarvi troppo tempo, è, secondo me, più profonda e su di essa varrà la pena riflettere bene nei prossimi mesi e nei prossimi anni perché si sta sottovalutando pesantemente, in questo momento, il fatto che l'invecchiamento della popolazione porterà ad un forte incremento dell'incidenza della spesa sanitaria sul prodotto interno lordo. Si tratta di un cambiamento enorme all'interno, nella composizione dei servizi; siamo, cioè, di fronte ad un fatto epocale che la demografia ci fa capire con un po' di anticipo, se guardiamo le proiezioni; un cambiamento che richiede un'enorme attenzione se vogliamo, veramente, sostenere, adeguare ai tempi, mantenere l'efficacia e l'efficienza del servizio sanitario nazionale. Dobbiamo essere responsabili di costruire, adattare, modificare e riformare questo servizio perché segua gli sconvolgimenti che gli andamenti demografici determineranno nei prossimi anni.
Onorevoli deputati, la spesa sanitaria ha un elasticità, rispetto a quella del prodotto interno, lordo, notoriamente ben superiore a 1, cioè l'incremento della spesa sanitaria rispetto all'incremento del prodotto interno lordo è molto più veloce.
Non sono affatto un esperto di sanità, ma ho svolto qualche personale precedente lavoro nel settore, e so che la curva della spesa sanitaria mostra un'impennata, ovviamente, nella prima parte della vita dei cittadini, poi una riduzione nelle età medie lavorative e un'esplosione oltre i 60, 65 anni di età. La popolazione italiana si sta spostando su quell'età, anche se va detto che, grazie anche, al servizio sanitario nazionale, all'allungamento dell'età corrisponde un miglioramento della salute. Tuttavia, la curva, l'esplosione è impressionante. Dobbiamo chiederci che cosa significhi, sul serio, l'articolo 32 della Costituzione e in che modo si intenda farlo rispettare. Vorrei concludere con due riflessioni su questo punto. La prima porta a chiederci se garantire il diritto alla salute significhi sempre e comunque garantirlo anche attraverso l'apparato centralistico, monopolistico che non ha un rapporto chiaro tra controllore e controllato. Occorre fare attenzione: garantire il diritto alla salute significa garantire il bisogno dei cittadini o significa garantire l'immobilità di un apparato sulla produzione dei servizi? L'articolo 32 della Costituzione riguarda la domanda di servizi sanitari da soddisfare oppure la struttura della produzione con la quale si soddisfano questi bisogni?
Allora interroghiamoci - non ho una risposta in questo momento -, ve lo lascio come spunto di riflessione. Siamo sicuri che in regime di monopolio pubblico - in cui, spesso, le inefficienze creano spazi di rendita privatistica, che si affianca al monopolio pubblico, e in cui non si crea, invece, competizione tra le strutture produttive private e quelle pubbliche, in modo tale da fornire servizi migliori (per quantità e qualità) a costi minori all'utente finale, al cittadino, al malato che deve essere curato - vi sia coincidenza tra diritto alla salute e apparato pubblico centralistico monopolista (spesso in connivenza con alcuni pezzi di mercato, dal lato della produzione, dove c'è la presenza del servizio privato)? Allora attenzione a non confondere, dietro l'articolo 32 sul diritto alla salute, la difesa di inefficienze, sprechi e connivenze. Sarebbe opportuno che questo principio, del controllato e del controllore, si applicasse, ovviamente, a tutti noi in Parlamento, poiché, nel momento in cui si svolge un ruolo pubblico, di legislatore, non si può certo essere presenti in commissioni di altro genere.
Ultima riflessione: forse vale la pena mantenere ferma la barra sul cittadino che ha diritto alla salute, e cominciare ad introdurre, dal lato della produzione, elementi di competizione territoriale e funzionale, cioè tra le varie regioni e tra i vari sistemi, privati o pubblici. Questo significa


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ammazzare il servizio sanitario nazionale, abolire l'universalità del servizio? Assolutamente no. Ciò significa sperimentare sul campo quanto, dal lato della produzione del servizio, può essere reso più efficiente attraverso una sana competizione verso l'alto piuttosto che verso il basso sia in termini di qualità sia di quantità dei servizi (la situazione attuale rileva infatti una perversa connivenza verso il basso). È infatti vero che ogni cittadino deve avere assicurato il diritto alla salute ed il diritto ad essere curato; in questo paese abbiamo però determinato due tipi di povertà: una è la povertà economica, e se un individuo è povero economicamente, può sicuramente incontrare maggiori difficoltà nell'accedere ai servizi sanitari (o anche ad altri servizi) al di là del servizio sanitario nazionale. Torno però a dire che vi è una doppia povertà tragica in questo paese, laddove si associ, nello stesso cittadino, la povertà economica e la povertà di amicizie e di raccomandazioni. Quando l'accesso al servizio è reso doppiamente difficile da una situazione economica che non dà alternative rispetto all'apparato pubblico, e da una situazione di scarsa o priva conoscenza (che dà un ancora più scarso accesso all'apparato pubblico), allora la difesa del servizio sanitario nazionale va fatta anche partendo da una valutazione di quello che attualmente è il servizio sanitario nazionale e non di ciò che idealmente questo dovrebbe essere.
È proprio per questo che una sperimentazione controllata dal Governo centrale e dei governi locali, fatta sul campo, che implichi anche un minimo di concorrenza sul territorio e tra ospedali pubblici e privati - vera concorrenza - sulla qualità e sulla qualità del servizio, può essere d'aiuto. Dico questo anche perché se la scommessa del Governo di rilanciare crescita, sviluppo ed occupazione sarà vinta, avremmo allora le risorse per seguire quella curva della spesa della sanità che, nei prossimi anni, si impennerà; se, per caso, non riuscissimo in ciò e continuassimo ad avere un paese che cresce poco, che ha un'alta disoccupazione, in presenza di questi fenomeni allora la distruzione del sistema sanitario nazionale sarà nelle cose, perché esso salterà a causa delle inefficienze perpetuate, delle connivenze privato-pubblico conservate e della scarsità delle risorse economiche non prodotte da una crescita più forte e più coerente con le potenzialità che il nostro paese può esprimere. Ecco allora la responsabilità dell'economia sugli aspetti sociali: avere la capacità di costruire le risorse in tempi tali che possano essere poi disponibili quando i bisogni saranno molto più forti e molto più diversi di oggi. Su ciò, spero, il Parlamento avrà modo di ragionare, proprio perché questo è un decreto-legge che serve per dare un immediato controllo alla spesa ed impostare qualche piccola apertura.
Vengo, infine, all'ultimo argomento sollevato dai vari interventi, cioè la possibilità di apportare qualche miglioramento, per esempio quello relativo ai rifiuti tossici.
Devo dire che, ovviamente, in queste condizioni debbono essere rispettati i tempi. Laddove, all'interno di questi tempi, fossero possibili aggiustamenti, è compito del buon senso e del rapporto costruttivo fra maggioranza e opposizione, valutare ogni possibilità di introduzione di miglioramenti; ma fermi restando i tempi. Laddove, invece, vi fossero escamotage, anche su argomenti apprezzabili, volti a far «scavallare» i tempi - e, quindi, a rendere indeterminata la certezza che in qualche misura il Governo ha ripreso in mano, attuando l'accordo di agosto fra lo Stato e le regioni e concretizzandolo in questo decreto -, allora non vi sarebbe, in realtà, un obiettivo di miglioramento, bensì di ulteriore «sfilacciamento», proprio in termini di condizioni di equilibrio.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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