Allegato B
Seduta n. 54 del 26/10/2001


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ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA
DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanza:

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, per sapere - premesso che:
il 25 ottobre 2001, il quotidiano L'Unità pubblica un articolo in cui si da notizia che - mentre vengono cancellate in tutta Italia le scorte di tutela per i magistrati impegnati in delicate indagini contro la criminalità organizzata e contro il terrorismo, e a sacerdoti impegnati nella lotta alla mafia - a Palermo le stesse scorte vengono rafforzate ad esponenti politici di Forza Italia;
nei giorni scorsi il ministro dell'Interno aveva dichiarato che «non abbiamo tolto le scorte a nessuno, abbiamo semplicemente riorganizzato un sistema che era diventato una vergogna nazionale, uno status symbol per alcuni che non correvano rischi»;
proprio oggi il Consiglio Superiore della Magistratura ha votato una risoluzione in cui si afferma che il ridimensionamento delle misure di protezione dei magistrati fa ritenere che ci sia stata una grave sottovalutazione dei rischi cui i magistrati risultano oggettivamente esposti, anche considerata la peculiare pericolosità delle organizzazioni criminali;
oggi il ministro dell'interno ha affermato che «questo governo ha la stessa attenzione di tutti i governi della storia repubblicana nei confronti dei servitori dello Stato che hanno bisogno di tutelare la propria persona... attualmente questo servizio di tutela ha un costo enorme, spropositato, che è una vergogna nazionale» -:
se le notizie riportate dal quotidiano L'Unità siano corrispondenti al vero;
se le notizie sono vere, per quali motivi particolari siano state assegnati o rafforzati i servizi di scorta ad esponenti politici di Forza Italia, mentre - abbandonando i magistrati impegnati in prima linea a loro stessi - si lanciano segnali inequivocabilmente devastanti alla mafia;
se il Governo non ritenga una «vergogna nazionale» quello che sta attuando in questi giorni.
(2-00120) «Mussi, Bonito, Soda, Carboni».

Interrogazione a risposta orale:

BRIGUGLIO, ARRIGHI, BELLOTTI, BENEDETTI VALENTINI, CIRIELLI, GIULIO CONTI, DELMASTRO DELLE VEDOVE, LEO, ANGELA NAPOLI e PAOLONE. - Al Presidente del Consiglio dei ministri. - Per sapere:
quali siano le valutazioni e le iniziative del Governo in ordine all'attacco strumentale senza precedenti condotto con atti e dichiarazioni ufficiali, dal Presidente del consiglio nazionale dell'economia e lavoro, Pietro Larizza, al Governo, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali e a componenti dello stesso CNEL, quali il Segretario generale dell'UGL;


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se sia a conoscenza che lo stesso Larizza è intervenuto ai lavori della Direzione della UIL, perorando (inutilmente) la tesi di uno sciopero generale contro il Governo;
se non ritenga che le posizioni espresse pregiudizialmente e a fini strumentali da Larizza siano incompatibili con la Presidenza del CNEL che, secondo la Costituzione (articolo 99), è organo di consulenza del Governo;
quali iniziative intenda assumere perché sia posto fine ad un inammissibile conflitto di interessi che turba l'equilibrio dei rapporti tra organi costituzionali dello Stato.
(3-00370)

Interrogazioni a risposta scritta:

BRIGUGLIO e ARRIGHI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri. - Per sapere quali iniziative il Governo intenda assumere nelle competenti sedi internazionali perché sia garantita l'incolumità e la liberazione della bambina di cinque anni di nome Basmena, che - come riferisce il Corriere della sera del 25 ottobre 2001 che cita come fonte Reporters sans frontières - è tenuta rinchiusa «in violazione di qualunque legge di guerra o di pace», in quanto figlia di uno dei due ostaggi afgani fatti prigionieri dai talebani in Afghanistan.
(4-01190)

VENDOLA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per i beni e le attività culturali. - Per sapere - premesso che:
la zona archeologica di Roca Vecchia, ubicata nei pressi del comune di Melendugno (Lecce), è nota agli archeologi per essere una delle più antiche ed importanti testimonianze della civiltà messapica risalente al IV sec. a.C.;
l'amministrazione del comune di Melendugno ha previsto il passaggio delle tubature del sistema fognante nella zona archeologica di Roca Vecchia;
durante i lavori degli scavi saggio che si accompagnano alla costruzione dell'impianto fognante, i tecnici hanno rinvenuto una tomba messapica, dei reperti ceramici, e alcuni blocchi squadrati che farebbero pensare ad un palazzo di età ellenistica;
il sistema fognante parte dalla località di Torre dell'Orso fino alla località di San Foca: la località di Roca Vecchia si viene a trovare esattamente nella linea tracciata per la costruzione della fogna;
sull'area di Roca insiste un vincolo permanente che fu posto nel 1971 dal Ministero della Pubblica Istruzione che così recita: «...di evitare che eventuali opere da eseguirsi sulla zona esterna immediatamente circostante le mura e relativo fossato potessero impedire la visibilità di tutto il compendio archeologico, mettendone anche in pericolo l'integrità ed alterandone le condizioni di ambiente e decoro». Nel vincolo si legge inoltre della possibile presenza di muretti e di una ventina di tombe;
sulla vicenda si è verificato uno scontro durissimo tra il dottor Luigi Tondo, responsabile del Centro operativo di Lecce della Sovrintendenza, ed il Sovrintendente ai beni archeologici di Taranto, dottor Giuseppe Andreassi;
lo scontro si è avuto per le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal dottor Andreassi secondo cui i lavori dell'impianto fognante devono proseguire per evitare la perdita del finanziamento che la Comunità europea ha elargito per pianificare il progetto. Ovviamente la prosecuzione dei lavori necessita dell'autorizzazione della Sovrintendenza di Taranto, autorizzazione rilasciata senza apportare modifiche al progetto iniziale;
lo stesso dottor Andreassi ha sostenuto in una intervista rilasciata ad un quotidiano locale che la apposizione di un vincolo non significhi inedificabilità totale e assoluta, ed ancora, nell'intervista si parla di un sacrificio di una parte proporzionalmente minima del contesto archeologico. Queste affermazioni dette da


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un funzionario dello Stato impiegato per la tutela del patrimonio archeologico hanno prodotto incredulità e sgomento presso la pubblica opinione, suscitando la protesta di molte associazioni e di docenti universitari della facoltà di Archeologia di Lecce e della Normale di Pisa;
sulle autorizzazioni rilasciate per la costruzione della condotta fognaria, la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto una inchiesta per fare piena luce sull'iter che consentirebbe la frattura in due blocchi del parco archeologico;
dopo l'apertura dell'inchiesta, il cantiere è stato messo sotto sequestro dal Magistrato;
il dottor Andreassi ha rimosso dal suo incarico - monitoraggio degli scavi sull'intera area - il dottor Tondo;
il dottor Tondo prima che venisse «esonerato», avrebbe mandato una comunicazione scritta al dottor Andreassi in cui spiegava la situazione relativa agli ultimi ritrovamenti; difatti nella comunicazione si legge che: «...essendosi reso necessario un momentaneo allargamento della trincea per valutare la possibilità di piccole deviazioni, è stata individuata una tomba messapica presumibilmente intatta. La suddetta tomba è in stretta relazione con le sepolture in corso che, sulla base delle autorizzazioni impartite dalla signoria vostra, dovrebbero essere tagliate dalla rete fognaria, come ho constatato nell'ultimo sopralluogo»;
quali interventi urgenti e tempestivi si intendano porre in essere per studiare una variante di percorso per evitare la perdita definitiva dei reperti archeologici ritrovati recentemente, i quali sono situati esattamente nella linea studiata per la costruzione della rete fognaria -:
se la rimozione del dottor Tondo dall'incarico relativo al monitoraggio dell'area interessata non rappresenti un atto immotivato ed eccessivo;
se il Ministro non ritenga opportuno promuovere azione ispettiva nei confronti della Sovrintendenza di Taranto, al fine di verificare la congruità istituzionale dei comportamenti e delle dichiarazioni del suo massimo dirigente.
(4-01191)

MAZZUCA. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. - Per sapere - premesso che:
gli ex dipendenti delle Istituzioni sanitarie, dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) avevano stipulato con l'INPS (datore di lavoro) un contratto per una previdenza integrativa destinato a coprire gli oneri per la concessione di un trattamento pensionistico autonomo, di carattere complementare rispetto a quello concesso dall'INPS (ente pensionistico);
tale contratto era contenuto nel «Regolamento per il trattamento di previdenza e quiescenza del personale dipendente» che veniva consegnato ad ogni dipendente al momento della sua immissione in ruolo;
tale «Regolamento» non si applicava, quindi, al personale fuori ruolo o avventizio che, però, aveva la facoltà di riscattare il periodo di servizio relativo ai fini della pensione integrativa con una contribuzione (valore di riscatto) a totale proprio carico;
un articolo di tale Regolamento prevedeva che: «All'impiegato cessato dal servizio senza aver maturato il diritto a pensione spetta una indennità una tantum costituita:
a) da una somma a carico dell'INPS, da addebitare alle spese generali di amministrazione, pari a tanti dodicesimi dell'ultima retribuzione spettante per quanti sono gli anni di servizio utile ai fini del trattamento di quiescenza;
b) da una somma, determinata sulla base dell'allegata tabella D a titolo di


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restituzione dei contributi versati dall'Amministrazione e dal dipendente per i periodi di servizio effettivo;
c) dalle quote del valore di riscatto eventualmente versate dall'Amministrazione o dal dipendente per la valutazione dei servizi utili ai fini della pensione, maggiorate dei relativi interessi;
nell'ambito della organizzazione funzionale dell'INPS, le case di cura (Sanatori) appartenevano ad una gestione autonoma (Servizio gestione case di cura) che, dopo l'applicazione della legge 12 febbraio 1968, n. 132, ha cessato le sue funzioni. Si può, quindi, ritenere che l'«Ente» gestore delle case di cura dell'INPS sia stato, implicitamente, soppresso e che, pertanto, potrebbe applicarsi al personale delle Case di cura quanto stabilito dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833 e dal successivo decreto del Presidente della Repubblica 20 dicembre 1979, n. 761 per il personale degli enti mutualistici soppressi -:
perché, al momento dello scorporo delle Istituzioni sanitarie dell'INPS da questo Istituto e la conseguente istituzione in «Enti ospedalieri», al personale trasferito forzatamente a tali enti non sia stato applicato il disposto del sopracitato articolo;
perché non sia stata data facoltà di optare per il mantenimento della posizione assicurativa già costituita nell'ambito dell'assicurazione generale obbligatoria e nei fondi integrativi di previdenza, al personale dipendente dalle ex Case di cura dell'INPS;
perché l'INPDAP (ente gestore degli attuali trattamenti di previdenza e quiescenza del personale dipendente dalle Aziende USL succedutesi, nel tempo, agli Enti ospedalieri) non ritenga di poter estendere al personale delle ex Case di cura dell'INPS, la decisione dell'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 9 del 31 marzo 1992 che riguarda la restituzione al dipendente dei contributi da lui versati al fondo per il pagamento di una pensione integrativa qualora non sia previsto, nell'ordinamento previdenziale di destinazione, un analogo istituto;
quali accordi siano intercorsi fra i due Istituti, e che fine abbiano fatto le somme versate dall'INPS all'INPDAP, nel caso siano state utilizzate, e in che modo e perché, tenuto conto che l'INPS ha versato all'INPDAP le somme accantonate per il Fondo di previdenza integrativo del personale dipendente dalle ex Case di cura e l'INPDAP nega la restituzione agli interessati dei contributi pagati dai dipendenti.
(4-01196)

GAZZARA, D'ALIA, STAGNO D'ALCONTRES, GERMANÀ e CRIMI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che:
ormai da troppo tempo la situazione della giustizia in Italia è insostenibile con punte di quasi collasso in alcune realtà importanti anche sotto il profilo strategico;
Messina è tra queste: la Commissione antimafia apre il cosiddetto «Caso Messina»; il procuratore della Repubblica la definisce città «scartata»; l'impressione complessiva è come di abbandono;
in tale stato di cose e mentre nel settore penale si tenta, con pochi risultati, di affrontare la situazione, in quello civile il numero dei magistrati assegnati, notevolmente inferiore a quello, già insufficiente, previsto in organico e nelle direttive del CSM; le continue destinazioni al penale; la mole di lavoro in costante aumento, fanno sì che si attenda come impotenti una dichiarazione di morte della stessa Giustizia;
altrove (ma sempre in Italia), invece, le cause vengono chiamate una alla volta, all'orario fissato e il Giudice ha il tempo di dedicare la propria attenzione alle dichiarazioni rese dalle parti nel processo (che conosce per avere avuto il tempo di leggerne le carte);


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Messina fino a qualche anno addietro era sede ambita alla quale si arrivava in forza di domanda di trasferimento per anzianità maturata;
oggi non è scelta tra le prime neppure se messa a concorso ed è lasciata spesso per sedi prima molto meno ambite;
il disagio complessivo è addirittura «ambientale» per una sorta di impossibilità a svolgere compiutamente, e nel tempo rituale, i propri compiti;
ben 32 magistrati in atto impegnati presso il Tribunale di Messina (Sezioni civili, penali, G.I.P. e G.U.P.), di recente (in occasione della visita del Sottosegretario onorevole Vietti), hanno inviato al Ministro della giustizia, al CSM, ai Presidenti della Corte d'appello e del tribunale di Messina, un documento rappresentando - con assoluta dignità e prudenza - la difficoltà di svolgere compiutamente il proprio lavoro e chiedendo l'adozione di misure assolutamente urgenti per evitare un collasso altrimenti sicuro.
Si rileva in particolare che:
a) il collegio del riesame - la cui competenza territoriale si estende su un distretto comprendente ben 4 Tribunali (Messina, Barcellona P.G., Patti e Mistretta) - al quale è assegnato in via esclusiva un solo magistrato che opera con altri destinati normalmente ad incarichi diversi, manca di continuità dell'organizzazione dell'ufficio e della dovuta certezza sull'individuazione del giudice naturale;
b) il collegio che tratta le misure di prevenzione è formato da un solo magistrato assegnato a tale incarico, collaborato, di udienza in udienza, da due magistrati, sottratti, quindi, alle altre funzioni a cui sono, invece, destinati;
c) i collegi delle due sezioni penali operano stabilmente con due soli magistrati togati e vengono completati con giudici onorari chiamati per l'occasione e distratti dagli altri gravosi impegni già loro assegnati (ad esempio quali giudici monocratici) con conseguente creazione di una molteplicità di collegi giudicanti non certo in grado di garantire quella tendenziale stabilità indispensabile per l'uniformità dell'indirizzo interpretativo;
d) l'ufficio monocratico delle due sezioni penali oggi composto solo da 4 magistrati togati suddivisi tra le due sezioni, presto sarà ridotto di due unità per il trasferimento di altrettanti giudici ad altra sede;
e) il settore civile non solo versa da decenni in una situazione di sottodimensionamento delle risorse, ma è ritenuto da tempo serbatoio utile a supplenze interne o incarichi aggiuntivi; i ruoli di nuovo rito contano un numero di pendenze non inferiore a 1.200 cause per ciascuno dei giudici addetti, e spesso distaccati al penale con inevitabili rinvii delle udienze, a fronte delle 600 cause indicate come numero massimo per garantire il buon funzionamento del settore; conseguentemente la durata dei giudizi è di molti anni (almeno sei per il I grado) ed a deciderli difficilmente è il giudice - ammesso che sia stato solo uno - che nel tempo ha condotto l'istruttoria;
f) la pianta organica, peraltro del tutto insufficiente, è di 47 magistrati, ma ad oggi ben 8 posti risultano vacanti;
tale documento fa seguito ad altro, di contenuto e toni simili, della ANM di Messina richiamato nella interrogazione parlamentare del 18 luglio 2001 (n. 4-00311);
né si può ignorare che il CSM non ha ancora provveduto relativamente ai posti di Presidente di sezione messi a concorso da parecchi mesi; e che la riforma del giudice unico di I grado, di fatto, non ha avuto alcuna attuazione organizzativa (come accertato nelle più recenti ispezioni ministeriali);
nonostante le forti, consapevoli e responsabili prese di posizione dei Magistrati, tuttavia, ad oggi nulla sembra muoversi;
risulta, invece, che in altre realtà (come d'altronde anche a Messina dove il


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numero di sostituti procuratori della Repubblica è stato aumentato, in pochi anni ed a più riprese, da 9 a 27) si sia intervenuti con effettivo tempismo operando inserimenti in forza di spostamento di qualche unità da sedi presso le quali in quel determinato momento la diminuzione dell'organico non avrebbe recato danni significativi;
alla luce di uno quanto sopra ad avviso degli interroganti viene il sospetto, peraltro confortato dalla continua smobilitazione di alcuni importanti Uffici Pubblici da Messina, che non dispiacerebbe più di tanto la soppressione della Corte d'Appello e la concentrazione in Palermo e Catania delle maggiori sedi giudiziarie, come già avvenuto in altri settori di rilievo quasi ad attuare un disegno di semplificazione che vedrebbe la Sicilia divisa in due zone (occidentale e orientale) senza però tenere conto delle reali esigenze dei cittadini, delle tradizioni e delle potenzialità di sviluppo complessivo;
chiaramente, ciò non è verosimile, né praticabile, senza ulteriormente pregiudicare la situazione già precaria e senza calpestare la dignità di chi nel tempo ha acquisito meriti ai quali non si può rispondere con mortificazioni;
la coalizione di centrodestra ha fatto del funzionamento della Giustizia un punto cardine del programma denunziando le gravissime disfunzioni esistenti ed imputandole alla cattiva volontà di intervenire efficacemente ed alla incapacità di approntare rimedi adeguati proprie della sinistra -:
se si intenda e come, porre in essere iniziative ed atti concreti utili ad eliminare quanto lamentato e, in particolare, se ed in quali tempi si ritiene di provvedere alla copertura dei posti vacanti in organico; alle applicazioni endo ed extra distrettuali; all'aumento dell'organico del Tribunale per adeguarlo alle effettive ed attuali esigenze dei carichi di lavoro anche al fine di riequilibrare la consolidata sproporzione allo stato esistente tra le risorse umane degli uffici giudicanti e di quelli requirenti.
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