Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 50 del 22/10/2001
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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 350, recante disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro (1654) (ore 16,10).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 350, recante disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 1654)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che i presidenti dei gruppi parlamentari Margherita, DL-l'Ulivo e Democratici di sinistra-l'Ulivo ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare, ai sensi del comma 2 dell'articolo 83 del regolamento.
Avverto che la VI Commissione (Finanze) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Jannone, ha facoltà di svolgere la relazione.

GIORGIO JANNONE, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come relatore sul disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 350, recante disposizioni


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urgenti in vista dell'introduzione dell'euro, sottolineo che si tratta di un provvedimento estremamente composito e complesso, riguardante molte materie. Proprio per questo motivo abbiamo deciso, in sede di coordinamento formale, di accogliere i suggerimenti del Comitato per la legislazione (ma anche di buona parte dell'opposizione) di sostituire il titolo del decreto-legge con il seguente: «Disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro in materia di tassazione dei redditi di natura finanziaria, di emersione di attività detenute all'estero, di cartolarizzazione di altre operazioni finanziarie».
La volontà di estendere il titolo è in linea con la nostra volontà di far capire, in modo chiaro, che questo provvedimento contiene non solo norme tecniche che attengono strettamente all'introduzione dell'euro ma anche altre che estendono il loro campo di azione ad altre materie.
Onorevoli colleghi, non sfugge a nessuno che il 1o gennaio 2001 segnerà una data importante, un change over storico tra la vecchia moneta, la lira, le altre monete europee tradizionali e l'euro. Questo passaggio, sancito inizialmente da una doppia circolazione che avrà durata massima di due mesi, segna anche il passaggio, per tutti i cittadini, dalla vecchia moneta alla nuova moneta europea. Certamente ciò creerà alcune difficoltà iniziali, ma sappiamo bene tutti che comporterà anche grandi benefici. Vi sarà una sola moneta per un solo continente e, probabilmente, tutti avremo l'occasione di sentirci più europei. Per arrivare a questo traguardo, vi sono state misure propedeutiche che hanno consentito alla nostra economia di presentarsi più solida nel panorama internazionale.
È chiaro che è compito del legislatore, da un lato, sensibilizzare i cittadini, renderli partecipi di questo cambiamento e trovare il modo di creare le premesse per cui tutti si sentano, da subito, pronti a questi mutamenti di portata storica oltre che economica. Dall'altro lato, è compito del legislatore fornire gli strumenti tecnici, logistici e normativi alle varie istituzioni, in principal modo a quelle che sono interessate al cambiamento della moneta, come le istituzioni creditizie, bancarie e di controllo in genere.
Questo provvedimento si occupa, in particolare al capo primo, proprio di fornire materia legislativa atta a introdurre la nuova moneta. Vi è poi una serie di articoli dedicati principalmente al tema della falsificazione: sappiamo tutti che l'introduzione di un nuovo sistema crea delle occasioni per chi vuole attuare comportamenti dolosi in vista di facilitazioni.
Il provvedimento passa poi a tematiche meramente fiscali, in particolare viene rivisto e rivisitato il sistema fiscale del cosiddetto equalizzatore. Tale sistema, nell'applicazione concreta quotidiana di operatori e di cittadini, non si è rilevato funzionale e semplice; inoltre, la sua applicazione risulta attualmente sospesa a seguito dell'ordinanza n. 4971, del 3 agosto 2001, del TAR del Lazio.
Tutte queste motivazioni hanno portato il legislatore a rivedere la materia per cercare di stabilire un rapporto più equo tra contribuente e fisco. Vi è poi il tema, particolarmente sentito sotto il profilo politico, dell'emersione delle attività detenute all'estero. Il decreto-legge al nostro esame intende proprio utilizzare il change over, il cambiamento, il momento storico del passaggio ad una nuova moneta per ricercare l'occasione adeguata in grado di porre fine ad un comportamento che, tutti noi sappiamo, è stato attuato ripetutamente nel corso dei passati anni.
Nei decenni trascorsi esisteva una serie di concause eterogenee tra loro (l'instabilità politica, la costante svalutazione della lira, l'aumento senza controllo del debito pubblico e il timore dei contribuenti delle possibili cosiddette patrimoniali) che hanno portato molti cittadini italiani ad esportare illecitamente all'estero dei capitali: questo è lo status quo, la situazione che tutti conosciamo e che non possiamo far finta semplicemente che non esista. Oggi la situazione è cambiata: si creano una nuova moneta e un nuovo scenario, per cui c'è una maggiore unitarietà di intenti sia per la moneta unica sia per le


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normative che vanno sempre più adeguandosi ad una volontà unitaria dei legislatori europei.
Vi sono poi nuovi fattori chiave anche in senso politico, come l'innovativa fiscalità finanziaria, la recente eliminazione dell'imposta sulle successioni e la volontà chiara del nuovo esecutivo tendente allo sviluppo.
Tutte queste e altre motivazioni ed il crearsi di un contesto, certamente nuovo sotto il profilo economico e politico, fanno in modo che vi siano le premesse perché i capitali esportati illecitamente all'estero nei decenni trascorsi trovino l'occasione per tornare in patria. Quest'opera di sensibilizzazione e di normalizzazione, voluta dal legislatore con il decreto-legge al nostro esame, si può realizzare attraverso due grandi sistemi: il cosiddetto rimpatrio, cioè il rientro volontario da parte del contribuente della ricchezza finanziaria detenuta all'estero, e la cosiddetta regolarizzazione, ossia il mantenimento oltre confine degli investimenti, inclusi quelli di natura non finanziaria o immobiliare.
Entrambe queste scelte potranno essere attuate entro un tempo definito, tassativo e circoscritto, cioè dal 1o novembre al 28 febbraio 2002. Questo provvedimento vorrebbe fornire ai cittadini contribuenti l'occasione per riportare in patria i capitali, seguendo, ovviamente, la normativa. Tutto ciò creerà una nuova base imponibile, nuove entrate che derivano dalla somma del 2,5 per cento prevista dal dettato normativo per le attività regolarizzate o rimpatriate, maggior gettito proveniente sia dalla tassazione dei redditi prodotti per l'impiego di queste attività sia dalle imposte relative ai consumi indotti dai nuovi capitali a disposizione dei cittadini.
La preoccupazione di tutti è che il rientro di capitali, fino ad oggi illecitamente esportati all'estero, venga attuato secondo le norme di massima trasparenza e di legalità che lo Stato deve garantire.
A questo proposito, il presidente La Malfa e tutti noi abbiamo chiesto che venissero sentite compiutamente le istituzioni più interessate a questa parte del provvedimento.
Ci sono state, quindi, nella VI Commissione, audizioni, depositi di memorie, da parte della Banca d'Italia, dell'Ufficio italiano cambi e della Guardia di finanza. Tutte queste memorie hanno fornito una visione chiara e serena della situazione, garantendo che il provvedimento non comporta, in nessun caso, pericoli per la possibile estensione di attività illecite, lasciando sostanzialmente inalterate tutte le forme di misura e di controllo previste dalla normativa vigente.
Signor Presidente, visto che il provvedimento ha richiesto molto tempo per la discussione, nell'illustrazione della mia breve relazione ritengo che sia utile comunque elogiare il clima con cui, fino ad oggi, si è lavorato in Commissione, affinché si riproponga anche in questa sede. In Commissione, infatti, vi è stata un'opposizione particolarmente sensibile al miglioramento del testo, mentre la maggioranza è stata particolarmente attenta a prendere in considerazione le motivazioni esposte dall'opposizione.
In Commissione, sono state apportate alcune modifiche; in particolare: abbiamo voluto rivedere una normativa che riguarda fondamentalmente il lavoro dei tanti tabaccai presenti nel territorio nazionale; abbiamo rivisto e aggiunto una normativa tecnica in materia di falsificazione, al fine di consentire che anche i sistemi informatici più sofisticati potessero essere controllati dalle autorità preposte; abbiamo attuato una piccola correzione formale proposta dall'onorevole Grandi; abbiamo soppresso un articolo di copertura finanziaria in linea con il parere espresso dalla Commissione bilancio, la quale evidenziava come in questo provvedimento, non essendo prevista alcuna spesa per lo Stato, fosse sostanzialmente inutile prevedere la correlata copertura finanziaria.
Mi sembra chiaro che nel lavoro di Commissione, che sicuramente proseguirà durante i lavori in aula nei prossimi giorni, vi è stata da parte del relatore, del Governo e di tutte le persone coinvolte, molta attenzione alle osservazioni poste dalla minoranza. Così continuerà nel corso


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dei lavori dell'aula, nella certezza che i testi migliori derivano dal contributo di tutti.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

VITO TANZI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Benvenuto. Ne ha facoltà. Lei, onorevole Benvenuto, è stato l'ultimo ad intervenire nella precedente discussione e adesso inaugura la nuova. Questa è proprio l'applicazione del principio che gli ultimi saranno i primi!
Prego, onorevole Benvenuto.

GIORGIO BENVENUTO. Signor Presidente, il decreto-legge in esame presenta tre aspetti sui quali il nostro giudizio è differenziato.
Vi è una prima parte del decreto che condividiamo, vale a dire quella relativa all'introduzione dell'euro a una data importante che si verificherà tra poche settimane. Dobbiamo riconoscere che le proposte contenute nel decreto-legge hanno tenuto conto in progress anche dell'indagine conoscitiva che si è svolta nelle Commissioni congiunte bilancio e finanze. Tale indagine conoscitiva è terminata ed ha visto la partecipazione positiva del Governo, in particolare del professor Tanzi; quindi, le proposte contenute ci sembrano importanti e condivisibili.
In particolare, abbiamo apprezzato il recepimento, da parte del relatore e del Governo, delle osservazioni fatte dal Comitato per la legislazione (ne mancano ancora alcune, che noi abbiamo ripresentato). Infatti, il Comitato per la legislazione ha dato dei suggerimenti che, finalmente, in questa occasione, possiamo utilizzare, visto che il provvedimento è in prima lettura alla Camera.
Debbo ricordare anche che il Governo ha accettato un'indicazione proveniente da tutta la Commissione e tesa a correggere un'anomalia ed un ingiustizia nei confronti dei tabaccai. Ne ha già parlato il relatore: abbiamo sconfitto una sorta di intransigenza burocratica, una vera e propria pastoia burocratica ed è stato possibile con il consenso del Governo trovare una via d'uscita. Direi, quindi, che da questo punto di vista il decreto-legge si muove bene; sarebbe stato molto importante - e tornerò sull'argomento - che il provvedimento si fosse limitato a questo aspetto, garantendo, in tal modo, un consenso di carattere generale.
Quali osservazioni facciamo? Una su un buco che, forse, si chiarirà nel corso dell'esame ed un'altra sulla cosiddetta emersione o, per meglio dire, sulla regolarizzazione dei capitali all'estero e sul ritorno del denaro nel nostro paese. A cosa mi riferisco, quando parlo del buco? Sentirò se ci sono novità sull'argomento: il relatore non ne ha avanzate, non so se lo farà il Governo. Mi riferisco al fatto che questo decreto-legge deve essere veicolo per introdurre modifiche al cosiddetto provvedimento dei cento giorni, che, come tutti ricordiamo, e come è stato detto in maniera autorevole in quest'aula, è inapplicabile nel testo attuale, soprattutto per quanto riguarda l'emersione del lavoro nero. Sappiamo, peraltro, che è intervenuta un'intesa tra le parti sociali ed il Governo; è stato detto che le modifiche sarebbero state introdotte in parte in questo provvedimento, in parte nella legge finanziaria ed in parte nel collegato fiscale. A parte la singolarità del procedimento a singhiozzo, a parte la singolarità di approvare provvedimenti legislativi sapendo che, immediatamente dopo, i testi devono essere modificati, per noi è fondamentale che questo buco venga colmato, perché pensiamo che l'emersione del lavoro nero sia importante. Peraltro, le osservazioni e le proposte avanzate dalle parti sociali sono state riconosciute valide in sede autorevole, anche dal ministro del lavoro e dai diversi sottosegretari che hanno seguito il provvedimento; auspichiamo, quindi, che il Governo introduca tali modifiche all'articolo sull'accertamento, che dovrebbe essere l'articolo 5, se non ricordo male.


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Non sappiamo se sia possibile introdurre un elemento di chiarezza su un altro punto oscuro del provvedimento dei cento giorni: mi riferisco alla possibilità di far coincidere le agevolazioni della legge Tremonti con quelle previste dalla legge Visco, soprattutto per il Mezzogiorno, per quanto riguarda il credito d'imposta. Si tratta di un buco che non è di questo decreto-legge. Sollecitiamo il Governo ad onorare gli impegni che - ripeto e sottolineo - sono stati presi, al riguardo, in diverse occasioni.
Poniamo un altro problema: mi riferisco al meccanismo dell'equalizzatore, che è stato rimesso in discussione da alcuni pronunciamenti e, in particolare, da parte del tribunale amministrativo e per il quale sono state formulate alcune soluzioni. Se una soluzione deve essere adottata, riteniamo che essa non possa valere d'ora in avanti: si deve, invece, tener conto della palese ingiustizia che si verrebbe a determinare nei confronti degli esclusi dal cambiamento della misura e dalla soppressione dell'equalizzatore. Ne parleremo successivamente, con casi specifici, nel corso del dibattito in aula.
Dove non vanno le cose? Lo abbiamo detto anche in un confronto che è stato costruttivo (lo ricordava il relatore, ma lo sa anche il professor Tanzi): noi siamo in netto dissenso sulla seconda parte di questo provvedimento. Non riusciamo a comprendere la ragione per cui in questo provvedimento, così importante e così europeo, che ci mette in una posizione che ha un grande consenso da parte del paese, sia stato inserito, con un'operazione di contrabbando - è il caso di dirlo -, un intervento che non ha niente a che vedere con l'Europa. Anche sulle motivazioni che sono state addotte - mi riferisco a molte dichiarazioni che al riguardo sono state fatte da esperti del mondo dell'economia e della finanza -, non riusciamo a comprendere come possa esistere, in un discorso che dovrebbe proiettare il nostro paese in una direzione europea, un provvedimento di carattere contraddittorio, che ha al suo interno una zavorra. In altre parole, è come se noi avessimo utilizzato una persona insospettabile, come molte volte viene fatto nel modo peggiore, è a questa si fa fare un'operazione di contrabbando perché rappresenta una sorta di lasciapassare. Questo è quello che è avvenuto: un provvedimento importante, che viene contraddetto da una parte di esso, che noi non possiamo condividere.
Innanzitutto, da questo punto di vista, sottolineo e riconfermo la singolarità del modo con il quale procede il Governo. Ho segnalato nel precedente dibattito che stiamo andando avanti con delle motivazioni per cui i provvedimenti vengono presi con coperture finanziarie di una disinvoltura più unica che rara. Ogni volta che viene preso un provvedimento, è come se ci trovassimo di fronte ad un perfido gioco di scatole cinesi, che ogni tanto rivelano un fatto nuovo, oppure come ci si dovesse trovare di fronte ad un'azione che si realizza attraverso la creazione di tante società, sulle quali occultare, indicare e collocare le risorse. Mi sono riferito alla copertura, come viene immaginata per quanto riguarda la dismissione degli immobili, tuttavia, lo faremo anche di fronte all'altro fatto che mi ha molto meravigliato, per il quale ci accingiamo ad approvare un disegno di legge sulla proroga delle accise dove la copertura viene trovata, guarda caso, attraverso l'utilizzo delle multe irrogate dall'authority sulla concorrenza. In altre parole, qui la copertura per fare determinate operazioni viene individuata - noi l'abbiamo sottolineato in sede di Commissione - attraverso un utilizzo improprio di somme che si era pensato di impiegare per diminuire il costo delle assicurazioni o per restituire ai consumatori quanto tolto per quel modo improprio di operare, che era stato sanzionato dalla suddetta authority.
Ancora venerdì, nel corso del dibattito dei giovani imprenditori del mondo dell'edilizia, ho sentito il ministro Lunardi che pensava che la copertura del provvedimento del rientro dei capitali all'estero sarebbe stata utilizzata per le infrastrutture: come dire, un Governo dove non dico che la mano destra non sa quello che fa la sinistra, ma che è in preda alla dissociazione;


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infatti, ognuno dà la propria ragione di copertura ai provvedimenti. Ebbene, il ministro Lunardi ignorava che c'era un emendamento in base al quale per questo obiettivo, per questa finalizzazione, legata a due aspetti, la realizzazione delle infrastrutture e la realizzazione della soluzione dei problemi previdenziali (ogni giorno ci sentiamo dire che il sistema pensionistico così come è non va), erano state individuate le risorse.
Guarda caso i soldi che rientrano vengono utilizzati per coprire la Tremonti-bis; siccome la Tremonti non ha una copertura, attraverso un emendamento alla legge finanziaria, i soldi che si recuperano non saranno più utilizzati per coprire il sistema previdenziale e per realizzare le infrastrutture ma per altri scopi. Questo l'ho segnalato perché - effettivamente - il problema delle copertura rappresenta un fuoco d'artificio; esso desta preoccupazione perché, visto il rigore, l'attenzione e la preoccupazione con i quali il ministro dell'economia e finanze ed anche gli altri ministri guardano ai conti pubblici, noi ci troviamo di fronte ad un fiorire di coperture che cambiano continuamente nei loro vari passaggi dalla Camera al Senato; tutto ciò avviene senza una ragione, una finalizzazione. Sono dei segnali che corrispondono ad una logica nella quale vi sono una caduta della legalità ed un premio per chi non ha fatto il proprio dovere.
Leggendo la relazione tecnica e sentendo le motivazioni non riesco a capire come si faccia ad avere comprensione per chi porta capitali all'estero. Molti giustificano questo fatto asserendo che vi è la paura di una patrimoniale, di una tassa di successione troppo alta, delle nazionalizzazioni; da parte dell'autorità di Governo credo che queste non possano essere considerate giustificazioni per l'emanazione di un decreto-legge che prevede una sanatoria per la quale chi vi addiviene paga il 2,5 per cento: 2 milioni e mezzo su 100 milioni, 25 milioni su un miliardo, 250 milioni su dieci miliardi. Come dire, si tratta di una questione di generosità, di attenzione che, francamente, non si riesce a capire. Vorrei che qualcuno mi convincesse della presenza di ragioni fondanti in quella direzione.
Ciò che risulta più preoccupante è il fatto che nei riguardi di questa operazione noi non sappiamo se vi sia l'intenzione - preannunciata in interviste ed in dichiarazioni - di estendere la sanatoria anche alle società; questo avrebbe un significato ancora più grave perché finirebbe per rappresentare una sorta di «tripletta», per usare un termine calcistico. Infatti, dopo la sanatoria sul falso in bilancio e le rogatorie ci potremmo trovare anche in questa situazione. Ma noi non lo sappiamo, parlo per danno temuto.
Vi è un altro rischio che voglio far presente ai colleghi. Come è stato già segnalato, questa operazione di sanatoria, così com'è stata immaginata, porta con sé la possibilità di uno scudo fiscale, non solo per il passato, ma anche per il presente, anche per le dichiarazioni che debbono ancora essere presentate.
Un soggetto qualsiasi può opporre lo scudo fiscale per la somma che dichiara di far emergere dalle dichiarazioni di quest'anno; ciò rappresenta un «invito» a trovare una soluzione di elusione. Si mette in moto un meccanismo che segna una pericolosa caduta sul fronte - sempre importante - rappresentato dalla lotta alla evasione ed ad ogni forma di elusione fiscale.
Stiamo creando strumenti per favorire l'elusione con la possibilità di avere lo scudo fiscale. Inoltre, non abbiamo avuto risposte convincenti e per questo motivo ve le chiediamo.
Abbiamo formulato emendamenti precisi da questo punto di vista sui quali non c'è un «no» del Governo ma ci è stato detto che sono inutili. Affermare di non mollare la guardia nei confronti dei fenomeni della criminalità, del riciclaggio e di altri fenomeni più gravi, credo che - a voler essere precisi e non omissivi - sia fondamentale, ma siamo preoccupati anche di altre questioni.
Così come formulato, questo provvedimento può creare favoritismi. Poiché, infatti, c'è questo termine, poiché si può


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portare denaro al seguito e poiché c'è la cosiddetta riservatezza, due sono i rischi che ci preoccupano: il primo è che la grande criminalità, la quale può avere una manovalanza molto ampia e molto diffusa di piccoli «spalloni» - se così posso dire - possa trovare occasione formidabile per svolgere un'operazione di riciclaggio e di legalizzazione dei propri proventi e, l'altra, nel settore dell'elusione, è che chi possiede capitali del nostro paese, può far figurare che provengono dall'estero e fare in modo che tornino nel nostro paese; una volta fatto, con lo scudo fiscale, è in grado di fronteggiare l'azione di accertamento del settore fiscale.
Siamo di fronte, quindi, ad un provvedimento che si presenta male non esteticamente, professor Tanzi, ma eticamente nei confronti del paese. È eticamente sbagliato legare un condono - perché di questo si tratta - alla scelta coraggiosa e importante che il nostro paese sta facendo in ordine all'euro. Far coincidere questo appuntamento con una sorta di condono mascherato, con un invito, non solo a regolarizzare il passato, ma anche ad evadere ancora nel presente, è politicamente ed eticamente sbagliato. Questo è il motivo per cui abbiamo presentato al riguardo emendamenti di carattere soppressivo.
Se c'è un problema da affrontare, bisogna farlo eliminando la coincidenza importante con tale appuntamento; bisogna affrontarlo in una maniera diversa. Occorre dare al paese la sicurezza che tale provvedimento non apra le porte. Non ci può essere un atteggiamento di strabismo da parte del Governo che pure è attento, che pure presenta un decreto-legge - giustamente - per contrastare il terrorismo. Non solo il Governo, ma tutti noi siamo convinti che si deve combattere il terrorismo anche dal punto di vista della criminalità finanziaria. Sono posizioni giuste, corrette, coerenti con il resto dell'Europa, di una Europa che va avanti nel segno della trasparenza bancaria; ma, nonostante ciò, stiamo per approvare un provvedimento di questo genere, anche «civettando».
Mi accorgo, infatti, che nelle dichiarazioni del ministro dell'economia e finanze, nelle dichiarazioni rese nel corso del dibattito si civetta quando si dice agli italiani: state attenti, (ciò mi ha meravigliato, è stato detto anche in autorevoli memorie presentate) state attenti, pagate il 2,5 per cento perché le altre banche, questa volta, non manterranno il segreto bancario! C'è qualcuno che cerca di spaventare gli italiani perché gli altri stanno diventando efficienti. Bisogna, invece, dare un segnale importante: non dobbiamo essere severi perché c'è la lotta al terrorismo mentre le altre banche stanno preparando le black list dei paradisi fiscali che, quindi, saranno sempre più espliciti. Si dice che le banche svizzere non manterranno più l'anonimato e ciò è un segnale negativo. Credo che il segnale debba provenire da noi: il segnale di trasparenza è un segnale che noi non adottiamo perché gli altri lo fanno. Lo adottiamo perché ci crediamo profondamente!
Questi sono i motivi per cui, condividendo la prima parte, che è stata perfezionata ottimamente, e chiedendo al Governo di integrarla per quanto riguarda la parte, fondamentale, utile a dare concretezza alla disciplina relativa all'emersione del lavoro sommerso, sul problema della regolarizzazione dei capitali all'estero riteniamo che il provvedimento sia contraddittorio, sbagliato e che segni una pericolosa contraddizione. Un provvedimento che non serve al nostro paese e che rappresenta anche una pessima indicazione per gli altri.
Concludo - sentendo il Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze, Armosino, sembra che abbia la fobia delle cooperative - ricordando che abbiamo segnalato la vicenda incredibile di un atteggiamento di grande comprensione per chi ha portato i capitali all'estero e un atteggiamento di grande rigore, come è stato confermato, sulla questione dei terremotati in Sicilia (Augusta), che da anni si rinvia nonostante si tratti di piccole aziende e di piccole realtà; si è parlato di una sanatoria per trovare il modo di risolvere rapidamente questa situazione.


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No, là si può operare soltanto con un rinvio; in questo caso, invece, dove i capitali e le somme sono nettamente più grandi, occorre avere comprensione! Come dire, due pesi e due misure. Due pesi e due misure che non servono al paese, che ci danneggiano e che non creano soltanto problemi all'interno del nostro paese, contribuendo, purtroppo, lo dico con amarezza, a danneggiare anche la nostra immagine nel contesto internazionale (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, siamo chiamati oggi a convertire in legge il decreto-legge 25 settembre 2001, n. 350 recante disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro. Si tratta di un provvedimento che presenta più di qualche elemento di singolarità.
Sul primo, ricordato in precedenza dal collega Benvenuto, non mi soffermerò ulteriormente. Con questo provvedimento, abbiamo assistito alla definitiva mutazione genetica del ministro Tremonti nel ministro «tre-carte», dal momento che, con questo suo sabba di continui giri di valzer sulle coperture, è riuscito realmente a fare di un gioco, che normalmente avviene nelle stazioni delle metropolitane e delle ferrovie, una abilità di governo poco invidiabile.
Al di là di questi aspetti, vi sono altri elementi di singolarità che dovrebbero farci riflettere. Questo decreto-legge è un elaborato prezioso per rendere possibile, nel migliore dei modi, l'avvio dell'euro. Non ripeterò, associandomi, le parole di consenso poco fa adoperate dall'onorevole Benvenuto.
Se è vero che si tratti di un provvedimento importante che meritava lo strumento della decretazione d'urgenza, cosa c'entra con questo provvedimento e con lo strumento del decreto-legge il capo terzo di tale provvedimento, ovvero l'emersione di attività detenute all'estero? Non c'entra assolutamente nulla!
Con piacere ho udito dal relatore che positivamente sono state accolte le osservazioni formulate dal Comitato per la legislazione e pertanto questo provvedimento avrà un titolo più veritiero. Tuttavia, questo attiene alla forma delle cose: la sostanza è altrove.
Infatti, la sostanza di questo decreto-legge non riguarda assolutamente i provvedimenti destinati ad un avvio positivo dell'euro, bensì attiene alla politica dei cento giorni che il Governo Berlusconi ha cercato, con molta determinazione, di realizzare nel corso di queste settimane.
A distanza di poche settimane dal voto e dalla fine della campagna elettorale, abbiamo assistito al compiersi di un'altra storia italiana.
Probabilmente, si tratta della storia italiana «vera», quella che sta più a cuore al nostro Presidente del Consiglio. È sicuramente una storia meno patinata, ma molto più concreta. Credo che vada sottolineato che mai come in questo caso «una storia italiana» sia l'espressione più esatta, perché in questa nuova storia - che è davvero tutta e solo italiana - abbiamo scritto delle pagine che, credo, nessun Parlamento europeo abbia mai avuto l'avventura di conoscere. Con i capitoli di questa nuova storia tutta italiana ci stiamo allontanando a passi da gigante dall'Europa e, quel che è peggio, suscitiamo nei Governi e nei Parlamenti europei un sospetto che, prima o poi, finirà con il ritorcersi pesantemente sulla nostra credibilità.
Mi riferisco, in modo particolare, a tre capitoli scritti dal Governo in questa nuova storia tutta italiana, di cui quello dell'emersione delle attività detenute all'estero è il terzo, ma probabilmente non l'ultimo. Il primo capitolo è stato quello della modifica del diritto societario, che ha cambiato il falso in bilancio. È un capitolo molto interessante perché, secondo il testo approvato, per la sussistenza del delitto è necessario il danno patrimoniale ai soci o ai creditori della società e - questa è la cosa molto importante - si lascia solo ad


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essi la decisione se procedere o meno per il reato, introducendo la perseguibilità a querela. Il che equivale a dare il potere di iniziare un procedimento penale allo stesso autore del reato o a chi, come il piccolo azionista o creditore estraneo alla società, non ha quasi mai gli strumenti per rendersi conto della commissione del reato a suo danno. E dove va a finire la tutela della fede pubblica, della trasparenza dei mercati, della concorrenza, di cui questo Governo si è ripetutamente riempito la bocca? Va a finire protetta da una sanzione amministrativa, che è un vero scandalo, perché di fatto depenalizza, prevedendo la pena dell'arresto da 15 giorni a un anno e sei mesi, e copre vergognosamente questa nuova ipotesi normativa.
Ai colleghi della maggioranza, che non smettono neanche un attimo di dichiararsi tutti americani - e quando si parla degli avvenimenti dell'11 settembre anch'io, come loro, mi sento americano, ma non ne faccio una condizione di vita permanente, di militanza -, a loro, che si sentono sempre e quotidianamente tutti americani, chiedo: perché non vanno a vedere qual è la disciplina degli Stati Uniti d'America sul falso in bilancio? Perché non si chiedono quali sono le ragioni per cui quella disciplina è durissima, mentre la sanzione per il fallimento è qualcosa di molto meno grave? Perché nell'economia americana, nella società americana, si può sbagliare un'attività imprenditoriale, ma non si è mai perdonati se si imbrogliano i propri soci, l'opinione pubblica, i creditori. Allora, forse, questo essere tutti americani che, quasi ogni giorno, ci viene ricordato, potrebbe avere qualche effetto positivo sulla legislazione italiana se foste davvero tutti americani, sempre.
Il secondo capitolo riguarda le rogatorie internazionali ed io, su questo, non vorrei spendere nessuna parola. Vorrei rifarmi semplicemente ed esclusivamente al giudizio di Bernard Bertossa, che non è un magistrato di rito ambrosiano, come ama ripetere il nostro Presidente del Consiglio, ma è il procuratore generale di Ginevra, il responsabile dell'ufficio che gestisce lo scambio di informazioni tra la Svizzera e tutti gli altri paesi. Ebbene, il procuratore Bertossa ha rilasciato questa dichiarazione: «Questa legge è una catastrofe per la giustizia internazionale. In dodici anni di collaborazione giudiziaria con paesi di tutto il mondo non ho mai visto norme del genere, prima d'ora mai. Queste vostre nuove regole sulla rogatoria sono in contrasto con tutti gli accordi tra Stati sulla validità delle prove raccolte all'estero. Per il futuro, per noi magistrati svizzeri diventerà molto più difficile, anzi praticamente impossibile, continuare a collaborare con l'Italia nelle indagini sulla corruzione, sul riciclaggio di patrimoni mafiosi e sulle organizzazioni che finanziano il terrorismo.
In un momento storico in cui gli Stati Uniti e l'Unione europea premono per una maggiore trasparenza finanziaria, proponendo di abbattere le barriere che frenano la collaborazione tra giudici e polizia di Stati diversi, l'Italia, invece di andare avanti, fa un grosso passo indietro».
Ed arriviamo al terzo capitolo di questa nuova storia tutta italiana, relativo all'emersione di attività detenute all'estero, ma di quest'argomento e, soprattutto, dei rilievi di costituzionalità, parlerò successivamente. Ora, è importante capire in quale quadro si inseriscano questi tre capitoli di storia tutta italiana: nel quadro già ricordato dal procuratore di Ginevra, nell'ambito degli avvenimenti iscritti al periodo successivo all'11 settembre - a quei tragici fatti dovuti alla ferocia del terrorismo e che cambiano radicalmente il modo di essere non solo degli uomini ma anche dei paesi e dei governi -, ma, soprattutto, dopo che la Commissione dell'Unione europea ha dato l'avvio alle procedure d'approvazione di due provvedimenti chiave che riguardano le questioni della giustizia e degli affari interni.
Il primo definisce un quadro giuridico comune, valido in tutti i 15 paesi, per reati legati ad attività terroristiche. Il secondo istituisce un mandato di cattura europeo che, per questi crimini, renderà automatico l'arresto dei ricercati e la loro consegna ai magistrati che lo avranno emesso.


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Se vogliamo usare le parole del Commissario europeo alla giustizia e gli affari interni, il portoghese Antonio Vitorino, «questa è una svolta, una pietra miliare nella costruzione di uno spazio giudiziario unico». Sempre Vitorino dichiara che «non possiamo permettere che le reti terroristiche sfruttino le differenze di legislazione nell'Unione europea». E ciò che noi facciamo è costruire proprio meccanismi legislativi e normativi che contraddicono non solo la nuova fase che sta nascendo in Europa dopo l'11 settembre ma anche le norme che già esistono nel resto dell'Europa.
Ma veniamo all'emersione di attività detenute all'estero. Durante i lavori della I Commissione, abbiamo sollevato il dubbio di incostituzionalità di questo provvedimento perché in contrasto con l'articolo 3 e con il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Il giudizio di eguaglianza, secondo una indimenticata lezione del professor Livio Paladin, concerne le classificazioni legislative e la loro giustificatezza: nel suo schema più semplice e ricorrente, il giudizio relativo alla presunta violazione del principio di uguaglianza attiene alla mancata espansione di una norma generale a tutte le fattispecie che potenzialmente rientrano nella sua ratio. Chiedo, dunque, al Governo: dov'è la ratio che sottende questo provvedimento che interviene in questo modo, con una sanatoria tombale per chi ha esportato illegalmente i patrimoni all'estero, per chi continua a detenere, illegalmente, i patrimoni all'estero e non la fattispecie di chi fa queste cose o ha fatto queste cose in Italia? Non voglio usare questo argomento per non dare il destro ad altre scellerate attività legislative. Pongo una questione più radicale e più forte: dov'è la ratio, dov'è garantito il principio di uguaglianza rispetto a chi, nel corso di questi anni, perché non temeva la patrimoniale, le tassazioni sui conti correnti e l'inflazione, questi soldi che produceva li ha tenuti nel nostro paese, ha costruito aziende, attività produttive, ha dato lavoro e contribuito alla crescita e alla ricchezza di questo paese? Dov'è il principio di uguaglianza rispetto a questo punto?
Vedete, sono perfettamente consapevole che il sindacato della Corte costituzionale, per quanto riguarda la materia tributaria, in relazione all'articolo 3 è limitato. Tuttavia, esiste una serie costante di sentenze che affermano che al giudice di costituzionalità è preclusa la valutazione dell'entità e proporzionalità dell'onere tributario imposto, per cui nessuno immaginerà di considerare incostituzionale lo scandaloso 2,5 per cento; quella è una scelta politica. Però al giudice costituzionale si potrà chiedere il controllo di legittimità sotto il profilo della assoluta arbitrarietà o irrazionalità della norma, e noi siamo perfettamente in questo ambito.
Non vi è dubbio, infatti, che il provvedimento sia caratterizzato da un'intrinseca irragionevolezza costituzionale. Nel panorama complessivo dell'irragionevolezza, la dottrina ha individuato, tra le altre, due figure: quella della non pertinenza, che si avrebbe allorquando manchi una correlazione logica tra meccanismo legislativo ed obiettivi da perseguire, e quella dell'inadeguatezza, che si verificherebbe quando vengano utilizzati strumenti legislativi che pecchino palesemente per difetto o per eccesso o, comunque, per mancanza di proporzione rispetto all'obiettivo avuto di mira, apparendo rispettivamente insufficienti oppure ultronei o, comunque, tali da ingenerare disparità la cui incongruità sia di immediata evidenza; e non v'è dubbio che il provvedimento in esame manchi di correlazione logica tra meccanismo legislativo e obiettivi perseguiti, manchi di proporzionalità e sia tale da ingenerare disparità di immediata evidenza. Ma tutto questo ha a che vedere con il diritto costituzionale e, probabilmente, al Governo ed alla maggioranza questo non interessa molto.
Al Governo e alla maggioranza interessano di più i risultati che il provvedimento garantisce: e dal punto di vista politico il provvedimento è pertinente, perché garantisce l'impunità nella segretezza. Se andiamo a pagina 4 della relazione introduttiva


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al provvedimento, leggiamo che i soggetti che si avvalgono della facoltà ivi riconosciuta - quella di poter far rientrare i patrimoni dall'estero - si liberano dal rischio di un possibile gravame fiscale e delle relative sanzioni - è fin troppo evidente che chi aveva paura della patrimoniale, da buon cittadino, voleva evitare questo grande pericolo - applicabili con riferimento agli anni per i quali sono ancora pendenti i termini di accertamento; secondo la predetta relazione, l'eliminazione di tale rischio consente, per il futuro, una più efficiente scelta nell'impiego del risparmio e delle risorse accumulate all'estero in un clima di maggiore fiducia tra cittadini e amministrazione.
In una relazione del Governo si teorizza che, in virtù di questo rinnovato clima di fiducia instauratosi tra amministrazione e contribuenti e per effetto di questa straordinaria cultura di governo manifestata dall'esecutivo in carica, coloro che hanno eluso le imposte potranno rientrare tranquillamente: passato il pericolo dell'inflazione, passato il pericolo della patrimoniale, a costoro si dice: ritornate all'ovile, pecorelle, perché noi siamo qui ad attendervi, forti di una robusta cultura di Governo!
Non v'è dubbio che questo provvedimento sia politicamente adeguato: esso rientra in quella strategia dell'attrazione con riferimento alla quale è stata confezionata l'altra straordinaria perla contenuta nella relazione introduttiva al provvedimento. Cos'è la strategia dell'attrazione? È quella di consentire il rientro dei patrimoni perché c'è una fiscalità eccezionalmente favorevole ai capitali, perché c'è stata l'eliminazione dell'imposta sulle successioni, perché c'è la determinazione allo sviluppo che caratterizza strutturalmente l'azione del Governo. È questa l'economia politica su cui si basa la scelta della combinazione del changeover con il rimpatrio in Italia dei capitali finora illegalmente posseduti all'estero. Cresce la convenienza a rimpatriarli, mentre decresce la convenienza a tenerli fuori.
Si elimina la punizione per un delitto commesso misurando soltanto la convenienza fiscale di una tale operazione! Voi siete liberi di pensarla in questo modo; ma quello che non è assolutamente tollerabile è che vi difendiate sotto lo schermo protettivo, sotto lo scudo delle parole del commissario Monti, così come fate in questa indecente relazione. Ad un certo punto di essa, affermate che ciò si iscrive in quella logica positiva di progressiva normalizzazione cui viene fatto riferimento poco sopra, citando, appunto, il commissario Monti. Ma questi si riferiva al fatto che l'entrata dell'Italia nell'euro e la partenza dell'euro rappresentano - queste scelte politiche! - un'occasione straordinaria ed irripetibile per normalizzare la situazione italiana rispetto a quella del resto d'Europa. Questa è la normalizzazione, non il rientro dei capitali illegalmente detenuti all'estero. Se non c'è il senso del pudore, ci sia almeno il senso del ridicolo; e che simili affermazioni non compaiano in atti o relazioni del Governo!
Avete ragione voi: questi provvedimenti sono pertinenti e adeguati; ma lo sono in relazione alla vostra politica economica, che, pericolosamente, farà dell'Italia un paradiso capace di attrarre non i capitali, ma i criminali. Ed è proprio per questi motivi che noi siamo politicamente, ma radicalmente contrari a questo vostro provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Agostini. Ne ha facoltà.

MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, signor sottosegretario, molte cose sono state dette dai colleghi Benvenuto e Bressa; cercherò di sviluppare un ragionamento che contiene sia una critica molto ferma a questo provvedimento sia qualche considerazione di merito e specifica. Giudichiamo questo provvedimento grave, sottosegretario Tanzi, molto grave, per tutte le ragioni che hanno detto i colleghi, ma anche perché genera inquietudine e preoccupazione. Infatti, dopo l'11 settembre si è levata molto forte da tante parti, che erano anche non esattamente in


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prima linea in questo tipo di sensibilità, e dal mondo la richiesta di trasparenza, che significa in primo luogo lotta all'opacità. Non è soltanto un una richiesta morale, è una richiesta che ha un fortissimo contenuto e fondamento economico. La lotta all'opacità significa cominciare ad individuare alcune filiere, alcuni percorsi attraverso i quali capitali non esattamente leciti si incuneano attraverso il riciclaggio nelle attività lecite. La lotta all'opacità significa andare a guardare soprattutto quell'area grigia dove possono convivere, e per certi versi anche sovrapporsi, l'economia legale e quella illegale. Anzi, direi che proprio laddove c'è un'economia, una finanza legale, ci sono le situazioni in cui con maggiore attenzione criminale si lavora per determinare condizioni in cui i capitali di origine illecita possano incunearsi attraverso le maglie dell'attività legale.
Grande attenzione quindi a questi percorsi, grande attenzione a tutto quel lavoro che è stato fatto in questi anni, tendente a spostare le sedi delle società o comunque il baricentro dell'attività finanziaria verso paradisi fiscali, verso sedi offshore, verso comunque situazioni di tassazione poco meno che formale. L'Italia risponde a queste preoccupazioni con le misure sulle rogatorie internazionali, con il falso in bilancio, con il rimpatrio, io lo metto tra virgolette, sottosegretario Tanzi, perché non capisco bene cosa significhi il rimpatrio dei capitali nel 2001. Ha ragione il relatore Jannone, che forse è stato colto da un soprassalto di dignità perché vedo che è scomparso dall'aula.

GIORGIO JANNONE, Relatore. Sono qua!

PRESIDENTE. È presente, onorevole Agostini.

MAURO AGOSTINI. È in aula! Scusami, allora ritiro la battuta... Si intravede un profilo - hai ragione Jannone - dell'attività del Governo, che genera preoccupazione e inquietudine. Il profilo e il prestigio di un paese sono fatti anche di queste cose, e lei, sottosegretario Tanzi, che è uomo oltre che di vasta cultura economica anche di vaste frequentazioni internazionali, vastissime per molte ragioni, può rendersene conto più di altri. Il prestigio di un paese è fatto anche di questo, di una sintonia reale con la comunità internazionale. Noi in questo momento siamo da tutt'altra parte e credo ciò generi una riflessione anche nelle nostre file.
Il rimpatrio: cosa vuol dire il rimpatrio dei capitali nell'epoca, ormai decennale, dell'integrazione dei mercati? Rimpatriare i capitali che sono denominati in altre valute da denominare di lire, anzi in euro, da una parte non ha ragion d'essere, dall'altra sollecita, naturalmente, considerazioni di natura diversa. Il battage pubblicitario aveva molto puntato, durante l'estate scorsa, soprattutto nel mese di agosto, su due obiettivi che il Governo aveva sostenuto di voler perseguire: mettere questi capitali emigrati a disposizione dell'apparato produttivo del paese (addirittura, se non ricordo male - non ho a portata di mano il provvedimento - mi pare si dicesse «per attività di carattere e di contenuto strategico») e per il finanziamento delle infrastrutture. Dietro questa operazione c'era il tentativo di dare una sostenibilità morale ed etica a questo provvedimento, fondato sul ragionamento che questi capitali esistono, nei decenni precedenti sono stati portati all'estero, sono lì, non si sa bene dove, comunque fuori dai confini nazionali, in totale evasione fiscale e allora, perché non riportarli qui facendo pagare un piccolo pedaggio, dal momento che questi capitali - e si ipotizzavano cifre iperboliche - vengono finalmente messi al servizio dell'attività produttiva del paese e del finanziamento delle infrastrutture? È un chiarissimo tentativo di sdoganamento morale ed etico. Ebbene, anche questo tentativo è durato lo spazio di un mattino. Nel suo imbarazzo - mi consenta di dirlo, sottosegretario Tanzi - in Commissione, lei, ha dovuto presentare un emendamento che cassa completamente questa finalità. Lo hanno già detto i colleghi: non esiste più nemmeno questo, non c'è più nemmeno il velo


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che copriva questa operazione. È allora cosa resta? A che serve questa operazione? Resta, come diceva Giorgio Benvenuto, un gigantesco condono, fatto a prezzi di realizzo. Da Tremonti a Tremonti; il cerchio si chiude. L'ultimo condono di cui hanno beneficiato gli evasori italiani c'è stato con Tremonti; il primo condono del terzo millennio c'è con Tremonti. A prezzi di realizzo! Perché, almeno, nella storia tormentata e lunga dei condoni del nostro paese, comunque, l'aliquota applicata si aggirava intorno al 15, 16, 17 per cento. Oggi voi fate un regalo gigantesco: il 2,5 per cento! È stato detto, sempre a fini giustificativi, che le ragioni per cui questi capitali sono emigrati stavano nella paura del comunismo, del terrorismo, nella paura dei sequestri e via dicendo. Forse! Forse c'è stata anche una componente di questo genere, non saprei dire, francamente, quanto questa componente possa avere inciso. Tuttavia, un po' più prosaicamente, sono attratto da altre argomentazioni. Al di là di queste ragioni, che, forse, in qualche contingenza politica del nostro paese possono anche esserci state, mi sembrano più evidenti quelle ragioni e quelle modalità, che definisco, appunto, più prosaiche, con cui si è operato per la costituzione di questi «tesoretti» esteri.
Come si sono costituiti i capitali all'estero? Si sono costituiti, come è stato detto e scritto, attraverso un meccanismo ben noto, meccanismo che è alla base dell'evasione fiscale, cioè la sottofatturazione o la sovrafatturazione, per cui un 8 per cento, un 12 per cento o quel che sia è restato a giacere, appunto, all'estero; si sono costituiti poi attraverso eredità che sono state appunto lasciate fuori dall'Italia; attraverso dividendi su azioni; attraverso, aggiungerei io, affitti in nero di immobili in Italia. È di tutto questo che stiamo parlando e, secondo voi, ciò giustificherebbe oggi la necessità di applicare uno scudo fiscale a questi signori facendo loro pagare solamente il 2,5 per cento per far rientrare tali capitali in Italia. Non si è mai visto al mondo! Sempre per fare riferimento al battage pubblicitario che ha preparato questo decreto-legge durante l'estate, in esso si faceva riferimento al fatto che anche altri paesi stavano riflettendo sull'ipotesi di utilizzare tale strumento. Sottosegretario Tanzi, vorrei sapere quali: volete indicarceli? Chi sono? Dove sono?
Che il provvedimento rappresenti esclusivamente un condono, un gigantesco condono, è testimoniato dal fatto che si possono affrancare anche capitali che restano all'estero. Non è vero che vengono premiati solamente coloro che reimpatriano i capitali in Italia. Il provvedimento lo dice chiaramente: se ci sono titoli, attività, denaro presenti fuori dal territorio nazionale, possono restare all'estero, ed il rendimento di quei capitali viene a questo punto garantito dallo scudo fiscale (per gli ultimi sei anni).
Intendo poi affrontare una questione più specifica, che ho sottoposto anche in Commissione e su cui chiedo che vi sia davvero un approfondimento da parte del Governo: se non leggo male - ne faceva cenno anche il collega Benvenuto - è possibile riportare in Italia i capitali anche al proprio seguito; in frontiera si viaggerebbe quindi con una o più valigette piene di titoli, denaro o, comunque, del capitale da riportare in Italia. Tralasciando il fatto persino estetico - capisco però che parlare di estetica a questo Governo è, Presidente Mussi, per lo meno complicato, almeno così a me pare - vorrei chiedere all'esecutivo una specifica di carattere tecnico: quando si fa transitare una somma di denaro, se questa transita attraverso gli intermediari ufficiali, lo fa tranquillamente; anzi, se tale somma è superiore ai 20 milioni, sappiamo che deve necessariamente transitare attraverso gli intermediari abilitati. Riportare i capitali a seguito in Italia implicherebbe quindi, nel momento in cui si arriva, diciamo così, in dogana (facciamo rivivere anche queste espressioni un po' desuete), la necessità di recarsi presso l'ufficio doganale, presso la banca, presso le poste o presso comunque l'ufficio abilitato, per dichiarare, attraverso apposito modulo, i capitali a seguito. Sottosegretario Tanzi, tale modulistica, se non ricordo male (devo ammettere che


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non ho avuto modo di riguardare la normativa in materia), viene trasmessa all'ufficio italiano cambi, il quale la trasferisce poi all'amministrazione finanziaria.
Non riesco davvero a capire come ciò si concili con la famosa dichiarazione riservata. Nelle ipotesi da voi prospettate, il soggetto che si reca presso la banca effettua la dichiarazione riservata - che resta in duplice copia all'intermediario e al soggetto stesso - che viene poi opposta eventualmente come scudo nei confronti dell'amministrazione finanziaria. Come funziona tutto ciò?
Il problema ha carattere generale, ma riguarda in modo specifico la questione del denaro o comunque dei capitali al seguito: come si distingue la provenienza di questi capitali? Sembrate così convinti del fatto di riuscire a gestire una separazione tra provenienza lecita ed illecita; tuttavia, da tanto tempo si dice che pecunia non olet. Come viene distinto il denaro e da dove provengono i titoli? Quali attività hanno dietro?
Mi sembra che i rischi di riciclaggio e dell'infiltrazione di attività criminali siano molto alti; da ciò deriva anche l'inquietudine e non solo la preoccupazione. In un'epoca come questa in cui, partendo da tale considerazione, vi è la necessità di rimuovere tutte le forme di opacità, l'Italia, invece, in qualche modo le struttura in maniera ancora più forte. Non è solo il provvedimento in esame a presentare questo carattere, ma ve ne sono degli altri, come è stato ricordato dal collega Bressa prima di me: mi riferisco al provvedimento relativo al falso in bilancio, a quello concernente le rogatorie e così via.
L'ultima questione che vorrei porre è la seguente: siete sicuri che non ci sia chi si sta costituendo lo scudo? Siete sicuri che il condono - perché di ciò si tratta - si riferisca soltanto ai redditi relativi ai capitali che si trovano all'estero e che il provvedimento non sia davvero una chiamata di condono per il «nero» che c'è in questo paese?
In altri termini - anche ciò è stato accennato - già in questo esercizio fiscale si provvede ad esportare il capitale e a compiere quello che definisco «il giro del lago». Non mi riferisco al lago del mio collegio, il Trasimeno, ma ai laghi svizzeri (come gli gnomi, i laghi si trovano in Svizzera e sono poco trasparenti). Possiamo anche non definirlo «giro del lago» e parlare di una «gitarella» fuori porta, nel senso che si oltrepassa il confine, poi si rientra con somme e titoli al seguito, di cui - tra l'altro - nessuno è abilitato a chiedere ragione né forme di valutazione di congruità rispetto ai capitali che vengono presentati.
Insomma, si compie un «giretto» dall'Italia all'estero e dall'estero all'Italia, per cui il cerchio si chiude. Non solo si effettua un condono a prezzi di realizzo per i capitali che rientrano in Italia, ma anche un condono a prezzi di realizzo per i capitali che dall'Italia fanno un «viaggetto» all'estero e poi rientrano in Italia. Altro che attività di contrasto al riciclaggio! Essa, invece, dovrebbe essere messa in campo con particolare attenzione.
Voglio concludere soltanto raccomandandovi di stare attenti e di non fare anche quell'ultimo passo, che prima l'onorevole Giorgio Benvenuto paventava. Tutto ciò riguarda le persone fisiche, ma nelle settimane scorse è ricominciato il «venticello»: volete estendere tale normativa anche alle persone giuridiche? Non voglio fare commenti, commenteranno gli italiani o commenteremo insieme; valutate voi se questa è una strada minimamente perseguibile, tra l'altro, dopo i provvedimenti che abbiamo alle spalle e che avete approvato.
Insomma, vi siete riempiti la bocca della competitività: lo avete fatto in campagna elettorale, in tante circostanze, in tanti dibattiti. Vogliamo cominciare un po' a scendere nel merito? Di quale competitività parlate? Parlate della competitività di un moderno paese, che ha un moderno mercato finanziario, un moderno mercato dei capitali, un moderno sistema creditizio, regole moderne che riguardano la governance delle società, la trasparenza, l'affidabilità? Non pare proprio. Pare che questa sia, a livello diverso di quanto non fosse negli anni settanta o negli anni


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ottanta, la competitività del sottoscala, di un giardinetto. È la competitività di un paese sempre più tagliato fuori - dopo, però, non ve ne lamentate - dai circuiti internazionali, con sempre minori prestigio e credibilità, dove non è la qualità del mercato, la qualità delle norme o la qualità delle imprese a richiamare gli investitori di capitali, ma l'allentamento generalizzato delle regole. Qui si può quello che altrove non si può più. Persino nei rapporti internazionali si sta cercando di fare in modo che non vi siano smagliature, perché sappiamo che lì in mezzo si possono inserire tante cose.
La competitività del sottoscala è l'abolizione dell'imposta di successione, che non è soltanto un segnale di carattere tributario ma anche di carattere sociale. È la fine di ogni elemento di solidarietà, persino lì.
Pure i liberali di vecchio stampo fate rivoltare nella tomba! La verità è che questo Governo e questa maggioranza non hanno niente a che vedere con la cultura liberale. Quello che voi vi sentite nelle narici è solo quello che un'altra volta, in quest'aula del Parlamento, ho definito il profumo dell'offshore, quello che già c'è o, magari, quello da costituire.
Se la questione riguardasse soltanto la maggioranza o qualche particolare esponente della maggioranza, tutto passerebbe, ma quello, invece, che state mettendo in seria discussione è, appunto, il profilo della credibilità di questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lettieri. Ne ha facoltà.

MARIO LETTIERI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, gli interventi degli onorevoli Benvenuto, Bressa ed Agostini mi esimono dallo svolgere molte considerazioni. Preliminarmente, vorrei anch'io sollecitare il professor Tanzi alla presentazione degli emendamenti annunciati dal ministro Tremonti per quanto riguarda l'emersione (perché il testo della Tremonti-bis, così come è stato licenziato dalla Camera, non è applicabile) ed anche a prevedere l'abbinabilità tra le agevolazioni previste dalla stessa legge ed il credito di imposta. Le imprese italiane si stanno accorgendo della beffa che Tremonti ha fatto loro con questo tanto decantato provvedimento dei famosi interventi a sostegno dell'economia. Dico questo per inciso: è cosa a latere del decreto-legge n. 350 di cui stiamo discutendo.
Il decreto-legge reca disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro e comprende - come è stato detto - una serie di disposizioni, alcune, in verità, necessitate dall'imminente scadenza, altre, invece, assai discutibili e certamente non condivisibili.
Anche questo decreto-legge presentava, soprattutto all'inizio, una varietà ed una farraginosità delle materie disciplinate, rivelando una scadente qualità del modo di legiferare, tant'è che il Comitato per la legislazione ha proposto suggerimenti, e voglio dare atto al relatore che, in Commissione, ha saputo recepirli.
L'introduzione dal 1o gennaio del 2002 della moneta unica costituisce sicuramente un evento assai positivo e ci auguriamo venga, da tutti, riconosciuto a merito dei governi di centrosinistra (anzitutto del Governo Prodi), che con tenacia hanno perseguito l'obiettivo dell'entrata nella moneta unica europea.
Vorrei ricordare che, nel maggio del 1998, con la decisione sui paesi che avrebbero partecipato all'unione monetaria e su quella successiva di costituire la Banca centrale europea, furono concretamente poste le condizioni per l'avvio del processo di introduzione della moneta unica europea.
Successivamente, il 31 dicembre del 1998, il Consiglio dell'Unione europea, con il regolamento n. 28/66, fissò i tassi di conversione definitivi tra le monete dei singoli Stati e l'euro. Quindi, dal prossimo 1o gennaio, circoleranno le banconote e le monete metalliche in euro e dal successivo 1o marzo la lira e le altre monete europee non avranno più corso legale.


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Nel corso di questi mesi, la Commissione finanze ha svolto una serie di audizioni per verificare lo stato di preparazione di questo evento e dalle stesse sono venute indicazioni preziose anche per il comitato euro: per esempio, l'associazione dei consumatori ha, opportunamente, suggerito di affidare ai rilevatori del censimento anche la consegna alle famiglie di materiale informativo sull'euro ed altre associazioni, come quelle dei comuni e la stessa Guardia di finanza, hanno avanzato suggerimenti importanti ed utili che, mi auguro, siano stati recepiti dal Governo e dal comitato euro.
Quindi, l'introduzione dell'euro non dovrebbe creare grandi problemi, soprattutto se vi sarà collaborazione del sistema bancario e, in particolare, di quello distributivo; in definitiva, possiamo guardare con fiducia a questa scadenza, ma, comunque, mi siano consentite alcune considerazioni di natura squisitamente politica.
La partecipazione del nostro paese all'euro è stata, finora, positiva, ma che cosa sarebbe successo se non ci fosse stato l'euro? La lira avrebbe subìto sicuramente deprezzamenti e, di fatto, sarebbe stata più volte svalutata - così come accadde nel biennio 1992-1993 - con tutte le conseguenze negative immaginabili sull'economia e sui livelli di reddito e di disoccupazione; essa non avrebbe retto alla bufera che si è scatenata sui mercati finanziari dopo l'attacco dell'11 settembre alle Twin Towers di New York e al Pentagono: di tutto ciò è bene che si abbia consapevolezza, soprattutto da parte degli euroscettici.
Certamente, anche l'euro risente degli effetti negativi di tale drammatico evento e delle conseguenti decisioni militari, ma è innegabile che per quasi tre anni la moneta unica ha garantito una maggiore stabilità economica e finanziaria, di cui il nostro paese ha goduto, anche con grandi sacrifici da parte del popolo che, responsabilmente, ha capito l'obiettivo che i governi di centrosinistra volevano raggiungere, cioè l'entrata in Europa.
I governi del passato quinquennio hanno portato l'Italia in Europa, l'hanno resa credibile nel consesso internazionale e protagonista di una nuova stagione europea: speriamo che anche il Governo Berlusconi continui a tenere alti il ruolo, l'immagine e la credibilità del nostro paese. Purtroppo, certe affermazioni del Presidente del Consiglio dei ministri non sempre sono in linea con questo compito e con tale esigenza: da qui l'esclusione del nostro paese da importanti incontri internazionali.
La non cautela del Presidente del Consiglio dei ministri arreca danni all'immagine del nostro paese e di ciò, come italiani, siamo sinceramente preoccupati.
Relativamente ai vari articoli del provvedimento in esame, si può affermare che molte norme sono atti dovuti, imposti dall'imminente introduzione dell'euro che - ripeto - dal 1o gennaio dovrà circolare in forma di moneta e di banconote. Tali norme sono imposte dal changeover in euro.
È disciplinata la transizione all'euro, nell'ambito dei rapporti della clientela con le banche, alle quali si dà, ad esempio, su richiesta del cliente, la possibilità di trasformare in euro i conti in lire, sia quelli di deposito sia quelli correnti; si vieta, a partire dal 1o gennaio 2001, l'emissione in lire di assegni, cambiali, bonifici, eccetera; si conferma, inoltre, che, fino al 28 febbraio, è possibile versare banconote e monete; si stabiliscono anche le date di operatività per le banche, le poste, gli uffici del territorio, per la riscossione dell'IVA, per gli uffici della dogana e di tesoreria; si stabilisce il pagamento dello stipendio e della tredicesima mensilità a partire dal 7 dicembre. Ciò vale per le amministrazioni pubbliche e per i dipendenti statali, ma ci auguriamo che anche le imprese private si adeguino a questa indicazione. Tutti dobbiamo concorrere a rendere più facile e più agibile l'avvio dell'utilizzazione dell'euro dal 1o gennaio.
Naturalmente, sono dettate norme anche relativamente alle eventuali monete false e agli obblighi conseguenti da parte delle banche.
Significativo è, poi, il disposto dell'articolo 9 del capo II circa l'equalizzatore, di


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cui si stabilisce l'abrogazione dal 4 agosto 2001. Noi del gruppo della Margherita - lo voglio dire a scanso di qualsiasi equivoco - riteniamo che questa norma sia opportuna. La nostra collocazione all'opposizione non ci impedisce di riconoscerne la giustezza. Gli operatori ne hanno lamentato la farraginosità e la difficoltà applicativa.
Allo stesso modo, riteniamo opportuna la modifica, all'articolo 10, del regime fiscale relativo agli interessi percepiti dai non residenti che possiedono obbligazioni emesse in Italia. Ciò è in linea con quanto avviene nella maggior parte dei paesi aderenti all'OCSE e può favorire gli investimenti esteri. Credo non sfugga ad alcuno l'importanza di attrarre investitori; l'Italia ha bisogno di molti investitori, italiani ed esteri, europei e non.
Tuttavia, al di là di queste norme, il confronto vero in Commissione ha registrato una sostanziale chiusura da parte della maggioranza. Vi sembrerà un ritornello, ma devo dire che ciò è sempre avvenuto con riferimento alle leggi più importanti che sono state approvate, finora, in questo Parlamento. Di fatto, è stato accolto un solo emendamento da noi proposto: quello relativo ai valori bollati, eccetera, che è stato sollecitato dalla Federazione dei tabaccai, il cui mancato accoglimento sarebbe stato davvero penalizzante per questa categoria. Alla fine, l'intera e unanime Commissione lo ha recepito. Era una norma di buonsenso che, a differenza di altre volte, questa volta, per fortuna, ha trovato accoglimento; ha, dunque, prevalso il buon senso.
Su tutto il resto, sulla parte più corposa del provvedimento, più rilevante del decreto, la maggioranza si è chiusa a riccio, ha ubbidito tacendo, o meglio mugugnando (perché qualche mugugno c'è nella maggioranza!). Dunque, la maggioranza ha ubbidito mugugnando alle decisioni prese in alto loco, o forse, in altro loco. Mi riferisco al cuore del provvedimento, alle norme cosiddette innovative, quelle che nella relazione - puntualmente citata dal collega Bressa - sono state definite innovative, vale a dire quelle sul rientro dei capitali dall'estero e sulla regolarizzazione delle attività finanziarie e di altre attività detenute all'estero.
Voglio ricordare a questo proposito che, attualmente, i capitali detenuti all'estero da soggetti residenti sono stimati in un milione di miliardi di lire. È una cifra enorme!
C'è da chiedersi, innanzitutto, il perché di tali norme. Perché il Governo si preoccupa di proporre e di approvare queste norme, che saranno pure innovative, ma sono, comunque, inquietanti? E le ragioni dell'inquietudine sono state evidenziate negli interventi degli onorevoli Benvenuto, Bressa e, da ultimo, Agostini. Le norme sono inquietanti non soltanto perché lo scudo, anche se fiscale, cui si fa riferimento, richiama immagini belliche.
Hanno ragione i colleghi che lo hanno evidenziato: in questo caso, si è di fronte ad un vero e proprio condono, che, oltretutto, viene ben remunerato, visto che ai beneficiari si garantisce il pagamento di appena il 2 per cento dell'importo dichiarato - badate bene - in modo del tutto riservato. E parliamo di coloro che hanno esportato i capitali all'estero o hanno attività all'estero, impoverendo, in tal modo, il nostro paese. Non lo dimentichiamo: chi ha esportato capitali all'estero ha ridotto la ricchezza nazionale, ha impoverito il nostro paese, ha rubato il futuro ai nostri giovani. Lo ripeto: ha rubato il futuro ai nostri giovani. Ciò deve essere evidenziato! La Camera non può ignorare un simile dato.
Ma non c'è solo questo aspetto: non si possono ignorare i rischi del riciclaggio, i rischi di pulire i capitali, frutto non soltanto di evasione, ma anche di corruzione. Gli esempi di oggi sull'inserto Affari e finanze del quotidiano la Repubblica sono eloquenti: io ve li risparmio, ma consiglierei a tutti, innanzitutto al nostro Presidente del Consiglio ed al ministro Tremonti, di leggere gli esempi pratici, lampanti e chiarificatori, che vengono spiegati in maniera didattica, didascalica, elementare, comprensibilissima per il cittadino comune, che non comprende nulla e che non sa nulla di economia. La situazione è


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davvero preoccupante, se si considera la quantità dei casi possibili: nell'inserto del quotidiano la Repubblica si fanno quattro esempi, che dovremmo moltiplicare per migliaia di casi. Ma, come se non bastasse, nei confronti di questi signori è precluso ogni accertamento tributario e contributivo; per loro si estingue ogni sanzione amministrativa, tributaria e previdenziale e si esclude, finanche, la punibilità per i reati di cui agli articoli 4 e 5 del decreto legislativo n. 74 del 2000, che prevede la reclusione da uno a tre anni, e per i reati di cui all'articolo 4, lettere d) ed f), del decreto n. 429 del 1982, che prevede la reclusione da sei mesi a cinque anni. Ciò è davvero sconcertante.
Inoltre, con grande puntualità, il collega Bressa ha sollevato dubbi circa la legittimità costituzionale del provvedimento, per violazione dell'articolo 3 della Costituzione; a mio avviso, si potrebbe anche prendere in considerazione la previsione di non punibilità. Oltre al condono, dunque, verrebbe a configurarsi una vera e propria amnistia, che richiede una procedura ed una maggioranza parlamentare diverse. Questi aspetti sono già stati affrontati dal collega Bressa e saranno approfonditi domani, durante l'esame dei singoli emendamenti.
Abbiamo presentato specifici emendamenti che ci auguriamo abbiano una libera ed autonoma valutazione da parte di ogni singolo deputato, anche della maggioranza; la logica di maggioranza, checché ne pensi qualcuno, non può prevalere dinanzi a questioni così delicate, così importanti per il futuro del nostro paese e per le scelte che si stanno per compiere. Il nostro paese ha bisogno non di giustizialismo - ed ha ragione chi dice che la tendenza giustizialistica ha fatto danni - ma di legalità e, naturalmente, di una diffusa etica civile. Il Parlamento ne deve tener conto in ogni atto e provvedimento legislativo. Questo ci chiede il paese: certamente, gli italiani chiedono rigore verso la criminalità organizzata e comune, ma sanno che occorre partire da una seria lotta, intrapresa con la massima severità, contro la criminalità economica e finanziaria.
Prima di concludere, non posso esimermi dal fare poche altre considerazioni.
La prima è che la regolarizzazione non riguarda soltanto soldi e titoli ma anche altri valori, quali beni mobili come opere d'arte e preziosi. È possibile, quindi, che un ladro, un rapinatore o un ricettatore possa regolarizzare il possesso di gioielli frutto di un furto, di una rapina o di una ricettazione mai scoperte.
La seconda osservazione è quella che fa, giustamente, il direttore generale dell'Ufficio italiano dei cambi. Nella nota che ci ha consegnato in Commissione, egli afferma, testualmente, che solo la canalizzazione attraverso gli uffici doganali di confine rende certa l'effettiva provenienza dall'estero delle disponibilità rimpatriate; negli altri casi di trasferimento al seguito, sussiste il rischio che la procedura di rimpatrio possa essere impropriamente utilizzata per disponibilità dichiarate come provenienti dall'estero, ma effettivamente detenute in Italia. Ognuno di voi, ognuno di noi, onorevoli colleghi, rifletta su ciò che può accadere; l'onorevole Benvenuto, a questo proposito, è stato senz'altro più efficace di me. Ma sugli effetti applicativi delle norme in questione, di recente, in un articolo pubblicato su un autorevole quotidiano, si è soffermato anche un protagonista indiscusso delle politiche di bilancio negli anni ottanta: mi riferisco al già ministro del bilancio, onorevole Cirino Pomicino, che afferma testualmente che le norme in questione mettono in moto la più grande occasione per il riciclaggio di denaro sporco; la citazione che ho fatto degli esempi riportati questa mattina dall'inserto Affari e finanza de la Repubblica, conferma il dubbio dell'onorevole Cirino Pomicino: c'è da riflettere, lo dice finanche lui.
Ritorno alla domanda: perché si voglio approvare queste norme? Onorevole sottosegretario, non era meglio non innovare e mantenere le norme esistenti? Infine, onorevole sottosegretario, è giunta, nell'ultima seduta della Commissione, la classica


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ciliegina sulla torta. Cosa ha fatto il Governo? Ha proposto la soppressione dell'unica norma accettabile, quella contenuta nell'articolo 20, relativa alla destinazione degli importi introitati, che prevedeva la destinazione degli stessi al finanziamento della previdenza sociale e al finanziamento delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi strategici per la modernizzazione e lo sviluppo del paese. Il Governo si è accorto che forse si era sbagliato e ha proposto la soppressione dell'unica norma che noi veramente ritenevamo almeno riparatrice nei confronti dei cittadini comuni, dei lavoratori e dei pensionati: c'è davvero da restare senza parole.
Ho letto con attenzione la lettera del Presidente Berlusconi pubblicata dal Corriere della sera. È giusto il suo richiamo alla forza della legge e allo Stato di diritto, ma l'onorevole Berlusconi deve sapere - o meglio, lo sa - che le leggi dei suoi primi 100 giorni fanno strame dello Stato di diritto. Infatti, dopo l'approvazione delle nuove norme sul falso in bilancio, sulle rogatorie e sulle sanatorie, ci mancava soltanto questo decreto, che chiarisce il progetto del Governo Berlusconi, che evidenza con nettezza il percorso, ossia cosa vogliono realmente: modernizzare il paese; ma in che senso? Nel senso di rendere legale ciò che legale non è, ciò che non può essere e non deve essere legale: l'Italia, onorevoli colleghi, ha bisogno di ben altro, non di questo tipo di modernizzazione.
Per questo motivo, noi del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo voteremo contro, siamo onorati di votare contro questo provvedimento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nicola Rossi. Ne ha facoltà.

NICOLA ROSSI. Signor Presidente, credo che dovremmo essere tutti molto soddisfatti di vedere il capo I di questo provvedimento arrivare in Parlamento. I primi otto articoli del provvedimento portano a compimento un percorso cominciato anni fa, che ha portato il paese in Europa, collocandolo saldamente in tale posizione, con un processo cominciato dai Governi di centrosinistra e che si conclude con questo Governo, ma che, in realtà, non è dovuto a questo o a quel Governo ma a quanto ha fatto il popolo italiano.
Quella parte del provvedimento è non solo condivisibile (al di là di alcune questioni specifiche) ma ha anche un significato particolarmente rilevante.
I restanti diciannove articoli del provvedimento contengono tanti aspetti diversi fra loro, spesso molto diversi; vorrei esaminarne rapidamente un paio.
Il capo IV detta disposizioni in tema di cartolarizzazione e riporta molti punti già trattati in precedenza nel momento in cui si è discusso circa la cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla cessione degli immobili pubblici.
Devo dire che, dopo aver ascoltato la replica del sottosegretario Armosino, sono stato fortemente tentato dal ripetere pari pari quello che avevo già detto in precedenza. Infatti, la replica del sottosegretario Armosino mi ha ricordato quella storiella in cui alla domanda: «dove vai?» il protagonista rispondeva: «porto pesci».
Nessuno degli argomenti sollevati è stato - non dico trattato - esaminato dal sottosegretario, il quale ha poi aggiunto quella che a me sembra veramente una perla. A conclusione del suo intervento il sottosegretario ha affermato che il Ministero dell'economia e finanze non ha preso decisioni che potessero favorire gli amici del Presidente del Consiglio dei ministri. Il sottosegretario non si è resa conto che una frase di questo genere significa: «avremmo potuto ma non l'abbiamo fatto».
Vorrei invitare il sottosegretario Tanzi - per il quale è nota la mia stima - a spiegare al sottosegretario Armosino che la cultura del mercato non poggia sulla benevolenza o sulle paure del principe ma poggia sulle regole. Se il sottosegretario Armosino non ha capito questo vuol dire che con la testa vive tre secoli addietro. Non ripeterò quello che ho già detto; riguardo alle questioni della cartolarizzazione e della trasparenza, ciò che ci siamo detti oggi è più che sufficiente. Fatemi,


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però dire due parole a proposito della norme sul rientro dei capitali dall'estero.
La prima affermazione che suona come una sfida per qualunque persona si interessi di economia è quella ripetutamente contenuta nella relazione riguardante il rapporto tra il cosiddetto changeover ed il rientro dei capitali. Per quanto mi sforzi disperatamente nel cercare di trovare una qualche relazione fra il rientro dei capitali e la fatidica data del 1 gennaio 2002 non riesco a trovarne assolutamente nessuna. Se mi si fosse detto che la relazione era riferita a due anni fa, alla fissazione delle parità, forse qualcosa avrei capito. Gli effetti di quel giorno si sono già prodotti e, attraverso il meccanismo delle aspettative, si sono già prodotti anche se riferiti ad un tempo futuro. La data del 1 gennaio 2002 è solo ed esclusivamente simbolica, salvo che il ministro dell'economia e finanze non pensi che chi ha esportato capitali ha collocato banconote italiane sotto materassi svizzeri o lussemburghesi; francamente non mi sembra questo il punto, non mi sembra si discuta di questo. Sinceramente non vedo alcuna relazione fra quello che è il vero tema trattato dal decreto-legge e la questione relativa al rientro dei capitali.
Tutti sanno che sono fuoriusciti dall'Italia dei capitali perché i loro detentori si aspettavano forme esplicite o implicite di tassazione legate alle patrimoniali, all'inflazione, ad una serie di fenomeni che conosciamo benissimo. Perché questi capitali non rientrano da soli visto che potrebbero farlo? Nella relazione tecnica la risposta a questa domanda viene individuata in tre questioni; anzi viene detto che oggi il momento è proficuo affinché i capitali rientrino.
Si dice poi che la tassazione delle attività finanziarie sia cambiata drasticamente ed in meglio in termini relativi rispetto all'estero e in virtù di provvedimenti approvati nella passata legislatura - non sempre questi riconoscimenti, lo devo dire, provengono da questo Governo e mi fa piacere - anche perché oggi è stata abolita l'imposta di successione e donazione. Ho trascorso la giornata di ieri a cercare disperatamente nei testi sacri di finanza pubblica (di autori come Musgrave) qualcosa che legasse la tassazione dell'imposta di successione e di donazione ai movimenti internazionali dei capitali. Francamente ho trovato tantissime belle cose ma questo, francamente, non mi sembra il punto di fondo (anzi, da tale punto di vista, non ho trovato nulla!).
In terzo luogo, si dice che ormai c'è la crescita, quindi i capitali rientreranno per tale motivo. In larga misura, non è colpa di questo Governo, ma di crescita non se ne vede molta.
In realtà, il problema è un altro. Se si vuole che i capitali rientrino per utilizzi produttivi per il paese, bisogna crearne le condizioni. Abbiamo detto che, sotto il profilo della tassazione delle rendite finanziarie, queste condizioni esistono. Tuttavia, mancano le altre; mancano quelle che assicurerebbero ai capitali che rientrano dall'estero un uso proficuo nel processo produttivo. Sottolineo ciò perché di riforme strutturali non se ne vede l'ombra, a parte poi la questione relativa alle privatizzazioni di cui ho già parlato (non voglio ripetere le cose dette perché sarebbe un elenco abbastanza sconfortante) e alle liberalizzazioni su cui ho poco da dire; in merito posso solo affermare che la grande liberalizzazione dei servizi pubblici locali nella legge finanziaria che sta per giungere qui alla Camera si sta trasformando nella grande monopolizzazione da parte dei privati.
Che capitali volete che rientrino in queste condizioni? Quali capitali possono rientrare? Nessun capitale rientrerà mai in tali condizioni salvo che per usi che, con il normale utilizzo nell'ambito dei processi produttivi, non hanno molto a che fare, salvo che non si abbia in mente un utilizzo, invece, a carattere speculativo di brevissimo periodo e salvo che non ci siano altre motivazioni. In realtà, quanto sta accadendo nelle ultime settimane è esattamente il contrario: i capitali stanno uscendo dal paese probabilmente per i motivi che sono stati sottolineati precedentemente: il meccanismo, infatti, con cui


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tale rientro viene agevolato si presta a tantissimi risvolti inquietanti, diciamo così.
Mi permetto anch'io di far riferimento a quanto viene riportato nel supplemento di un giornale nazionale di oggi, in cui vengono citati quattro casi: il caso di un professionista che evade quest'anno in Italia; il caso di un imprenditore che ha evaso, costituendo un'attività all'estero; il caso di un tangentista che ha portato capitali all'estero ed il caso di un boss del narcotraffico.
Al di là della polemica - l'onorevole Sergio Rossi in questo momento è uscito dall'aula - sarebbe facile ricordare che, in questa stessa aula, soprattutto i parlamentari della Lega, qualche anno fa, in ordine a tematiche di questo genere avevano atteggiamenti molto coloriti. Evidentemente il tempo è passato ed anche la Lega si imborghesisce.
A parte questi aspetti, sarei lieto se il Governo si esprimesse in merito all'applicabilità o meno della normativa contenuta nel decreto ai quattro casi citati; basterebbe un semplice «sì» o un semplice «no» anche per tranquillizzare molti italiani.
C'è, inoltre, un altro motivo di grande preoccupazione. Leggo sui giornali che le norme di questo decreto sarebbero state scritte, ispirate, controllate o chissà cosa dagli uffici della Banca d'Italia. Scusatemi ma il fatto che vi siano questi risvolti inquietanti, con l'idea che norme di questo genere provengano dall'autorità monetaria, dall'autorità di vigilanza del sistema del credito è particolarmente grave. Credo che il Governo debba dare una risposta chiara per mettere al riparo la Banca d'Italia da illazioni o da speculazioni indebite e molto pericolose.
Naturalmente noi presenteremo emendamenti su tutte le questioni sollevate non soltanto dal sottoscritto, ma anche, molto più puntualmente, da altri colleghi. Ho la netta sensazione che anche stavolta, così come per gli immobili, questi emendamenti non andranno lontani per il banale motivo rappresentato dal fatto che il volume, la natura, la quantità e la qualità degli interessi è tale da impedire qualunque reale discussione sul contenuto di questi provvedimenti.
Aggiungo soltanto un ulteriore aspetto: non vorrei che si realizzasse realmente quanto tutti paventiamo, ovvero l'estensione alle società di capitali della disciplina di questo provvedimento. Se così fosse, allora realmente l'invito al Governo è quello di chiudere in bellezza quest'anno con una grande lotteria tutta incentrata su una sola domanda da porre agli italiani: possono gli italiani indicare una società di capitali che ha falsificato i bilanci, esportato illecitamente capitali all'estero e che ha sollevato l'interesse congiunto dei giudici italiani e stranieri (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)?

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pistone. Ne ha facoltà.

GABRIELLA PISTONE. Signor Presidente, vorrei, come prima considerazione, valorizzare il ruolo rivestito dai governi di centrosinistra succedutisi perché hanno consentito che il nostro paese entrasse a testa alta in Europa. Questo provvedimento, come il suo titolo originario indicava, doveva servire esclusivamente, almeno in teoria, per dettare quelle norme dovute regolanti la circolazione della moneta unica europea nel nostro paese, e non solo, ma in tutti i paesi europei.
Si tratta di una vicenda che abbiamo perseguito con tenacia: lasciatemelo dire, dal momento che appartengo all'opposizione in qualità di parlamentare dell'Ulivo ma anche come parlamentare del gruppo Misto-Comunisti italiani, i quali nel 1998 si sono divisi dal loro gruppo di appartenenza, proprio per portare avanti, credendoci, quella sfida per la quale erano nati nel 1996.
Dico questo perché ci credo, non è retorica, bensì assoluto convincimento della bontà del percorso intrapreso. Oggi dobbiamo dare al processo di unificazione europea altri valori, guardando probabilmente più agli aspetti della politica e non soltanto a quelli della finanza; dobbiamo


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rendere l'Europa sempre più un soggetto forte, autorevole, anche nelle questioni di politica internazionale. Lo dico perché ritengo questo sia il cammino che dobbiamo compiere. Lo dico anche riferendomi ai Parlamenti: dobbiamo sempre di più guardare al meglio che accomuna tutti i paesi europei nell'ambito legislativo. Se ci richiudessimo nel nostro orizzonte limitato, faremmo esattamente l'inverso di ciò per cui abbiamo lavorato in questi anni e per cui credo che il nostro Governo, il nostro paese e gli altri paesi debbano tutti insieme lavorare.
Si parlava di una tassazione unificata a livello europeo e se ne parla tuttora, come di altre questioni che non sono state lasciate nel dimenticatoio o negli scantinati ma sono considerate occasioni di dibattito, di approfondimento, su molte delle quali si sono compiuti anche passi avanti: l'ambiente, il welfare, le tasse, la circolazione dei capitali, i nuovi modelli di tassazione o detassazione. Ho apprezzato moltissimo la prima parte di questo provvedimento, di cui ci prendiamo anche un po' il merito, perché abbiamo dato un forte contributo - oserei dire decisivo - per giungere a questo punto. Oggi è chiaro che si tratta di un provvedimento dovuto e come tale lo prendiamo, ma lo apprezziamo particolarmente.
In seguito, al titolo, che recitava, anzi recita tuttora (perché ancora non è stato modificato) «Disposizioni urgenti in vista dell'introduzione dell'euro», si è aggiunto dell'altro, che ci allontana e ci conduce esattamente nella direzione opposta a quella di cui ho parlato fino ad ora, per quanto riguarda il concetto di Europa e di rispetto degli altri Stati europei da parte di un paese, come l'Italia, che non è certamente il numero uno, ma che, a volte, deve rincorrere gli altri paesi in modo un poco più affannato (il nostro è, infatti, un paese più debole, sotto certi aspetti, ma che certamente in questi anni si è conquistato una sua dignità, un suo apprezzamento ed un suo ruolo).
Mi rivolgo al collega Bressa, assolutamente senza acrimonia: in questa fase della mia vita, io - e non penso di essere la sola - oltre che italiana, mi sento europea più che americana, e tengo a sottolinearlo. Sono «americana» nella misura in cui tutti noi siamo assolutamente solidali con il popolo americano e con il Governo degli Stati Uniti, ma io, francamente, non ho la cultura americana, non vi appartengo. Invece, mi sento molto «europea»; ci sentiamo - ci dovremmo sentire - europei. Penso che tutto ciò ci allontani enormemente dall'Europa, non solo dai governi «amici dei comunisti», tanto per intenderci - dato che ormai veniamo classificati così -, ma anche dai governi conservatori. Del resto, nel mio piccolo, io ancora ce l'ho scritto «Partito dei comunisti italiani», ma altre formazioni no e, ciononostante, tutta l'opposizione ormai viene definita «comunista» (per me non è una particolare offesa).
Penso che il capo III di questo provvedimento davvero non ci faccia onore. Mi rivolgo al professor Tanzi, che è sottosegretario, che non conoscevo personalmente (forse ci siamo incontrati in qualche rarissima occasione), ma di cui sicuramente, attraverso la stampa, ho conosciuto l'alto livello e la stima di cui gode in tutta Europa.
All'onorevole sottosegretario vorrei porre una domanda non cattiva. È l'interrogativo di una cittadina e di una parlamentare preoccupata di fare un po' più di una brutta figura, espressione che pronuncio mestamente, in quest'aula. Tuttavia, ritengo che oltre ad essa vi sia ben altro. Credo debba essere tenuto alto sia il nome sia il prestigio del nostro paese.
In merito al provvedimento, i miei colleghi, gli onorevoli Benvenuto, Agostini, Bressa, Lettieri e Nicola Rossi ne hanno spiegato dettagliatamente il contenuto e cosa lo stesso comporti. È la chiusura del cerchio: il «primo condono Tremonti» risale al 1994; l'ulteriore «condono Tremonti», è del 2001. Il segno è quello: un mercato delle indulgenze, col quale ci si purifica l'anima pagando il 2,5 per cento, magari, su cento miliardi.
Pongo queste domande - qualche volta ricevo anche risposte delle quali posso essere più o meno soddisfatta - perché


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provo stima e rispetto nei confronti di molti rappresentanti della maggioranza; per tale motivo, mi risulta ancora più difficile accettare il fatto che tutti voi accogliate queste regole. Penso vi sia qualcosa di profondamente sbagliato alla base, nella concezione della politica. Allora non posso credere che, tra i colleghi con cui lavoro in Commissione finanze, vi sia tutta questa «connivenza» su tutti questi provvedimenti; non lo credo! Molti di loro, oltretutto, lo ammettono. Si tratta, dunque, di un problema che appartiene maggiormente alle alte sfere, magari, a livello di Commissione. Dunque, quando ci troveremo a convertire in legge il presente decreto-legge - prima alla Camera poi al Senato - come è possibile giustificare un provvedimento non sull'euro, per il quale era giustificatissimo, ma per il rientro dei capitali all'estero, o meglio per il condono degli stessi? Come si può rispondere a ciò e quali giustificazioni possono essere fornite? Il titolo non è più quello, non riguarda soltanto l'euro, perché il Comitato per la legislazione, giustamente, ha ritenuto che il provvedimento parlasse anche d'altro (20 articoli riguardano il condono e l'amnistia relativi ai capitali detenuti all'estero). Forse, era meglio titolarlo in modo diverso, come verrà fatto. Insisto sul fatto che si è voluto compiere un'operazione non di maquillage ma di «effetto annuncio». L'annuncio è «introduzione dell'euro», a proposito della quale ognuno pensa che si tratti di una cosa buona, legittima e normale. Poi, però, l'introduzione dell'euro viene affiancata da misure affatto diverse e, accanto all'acqua santa, compare il diavolo: da un lato, si dice di portare l'acquasanta e, dall'altro, si fa entrare il diavolo! Ma è avvenuto sempre così: tutti i provvedimenti approvati finora sono caratterizzati da questo tipo di impostazione: a un certo punto, uno o più articoli si occupano di tutt'altro rispetto al contenuto del provvedimento enunciato nel titolo. Si tratta di... non so...

NICOLA ROSSI. Di varianti?

GABRIELLA PISTONE. Sì, di varianti.

NICOLA ROSSI. Avariate...

GABRIELLA PISTONE. Sì, di varianti, però avariate, nel vero senso del termine. Ad esempio, nel provvedimento sul rilancio dell'economia sono state inserite le norme sul falso in bilancio e quelle che distruggono, di fatto, il mondo della cooperazione. A quest'ultimo proposito, anche dalla risposta del sottosegretario Armosino, si ricava che avete un chiodo fisso: io non dico che qualche cooperativa non possa sbagliare - come tutti gli altri soggetti, del resto: chi è senza peccato scagli la prima pietra, dato che siamo in clima - e non giurerei su alcuna di esse (in quanto formula, non è che quella cooperativa mi tuteli), ma che ci sia una persecuzione verso il mondo della cooperazione mi pare veramente un po' ridicolo. Tuttavia, è già stato fatto: è già stato dichiarato che questa è la guerra che volete combattere. Allora, combattetevela; sappiate, però, che avete distrutto un pezzo di mondo del lavoro che durava da qualche decennio e che, soprattutto, aveva anche soddisfatto qualche finalità sociale.
La stessa cosa state cercando di fare nel provvedimento sulla cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli altri enti pubblici, all'interno del quale - così com'è avvenuto in occasione degli altri provvedimenti - trovano posto norme non solo non condivisibili, ma da stigmatizzare con forza (alla stessa stregua di quelle relative alle rogatorie).
Cosa può giustificare un atteggiamento di questo tipo? Far rimpatriare capitali la cui esportazione ha rappresentato evasione fiscale significa fare un regalo, come al solito, agli evasori; significa fare un condono, perché, di fatto, si premia chi ha evaso, chi non ha voluto investire nel suo paese, chi non ha voluto contribuire a costruire nel suo paese: perché c'era l'imposta di successione e di donazione? O perché c'erano tasse troppo elevate? Allora, tutti gli imprenditori onesti nei confronti dell'erario dovrebbero essere davvero molto risentiti a causa di questa norma che, con il pagamento del 2,5 per


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cento, consente di sanare, assicurando peraltro l'anonimato, tutte le situazioni pregresse. Credo che tutto questo non abbia nulla a che vedere con la giustizia e l'equità di cui all'articolo 3 della Costituzione.
Qui c'è un forte elemento di incostituzionalità. Infatti, il cittadino è uguale di fronte alla legge, ma non mi pare che in questo caso ci siano trattamenti di uguaglianza. Il direttore dell'Ufficio italiano cambi - l'ha letto prima il collega Rossi - non su un articolo comparso su Milano finanze, ma in sede di Commissione presentando una memoria, ha detto esattamente quello che oggi stiamo riferendo in questa Assemblea, cioè che il provvedimento, sostanzialmente, consente ai capitali italiani in nero, ai capitali sporchi, di andare all'estero e di rientrare in Italia totalmente ripuliti, oltretutto a prezzo di realizzo. Quindi, è proprio una svendita.
Ho solamente una difficoltà, oltre che certamente un senso di disagio, a spiegare anche ai cittadini, che stanno fuori, che la giustizia nel nostro paese viene portata avanti attraverso questi provvedimenti: abolizione del falso in bilancio, rogatorie internazionali (così come modificate) - in questo caso abbiamo il giudizio dei magistrati svizzeri, quello di altre autorità, non solo il nostro -, abolizione di tasse di successione e donazione, con un chiaro segno di classe, comunque utile anche a questi provvedimenti. Adesso poi abbiamo praticamente un condono tout court, con un disturbo anche molto lieve, dal punto di vista economico, per chi possiede capitali all'estero, capitali che sono stati semplicemente improduttivi perlomeno per il nostro paese, per l'attività lavorativa nel nostro paese, per lo sviluppo del nostro paese. Oggi, essi vengono premiati. Di questo si tratta, non entro poi nel merito. C'era inoltre un articolo - l'unico buono (buono tra virgolette) - che prevedeva il reimpiego del ricavato a fini previdenziali. Bene, anche quello è stato tagliato. Forse è stata una svista; qualcuno lo aveva scritto, poi è stato fatto notare l'errore ed è stato subito cancellato. Io non ho veramente altri termini per dire che questo provvedimento ha davvero il sapore del passato, del peggior passato. Non credevo che il nostro paese, nel 2001, cioè all'inizio di un nuovo millennio, potesse cominciare il suo cammino con una prospettiva che, francamente, per quanto riguarda il mio concetto di democrazia e di giustizia, è molto buia. Probabilmente, per altri, che hanno un diverso concetto, sarà radioso. Sicuramente però questo futuro radioso apparterrà a pochi e tra questi pochi non ci sono certamente i milioni di cittadini che vi hanno votato (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Siniscalchi. Ne ha facoltà.

VINCENZO SINISCALCHI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, penso che il punto di partenza di un'analisi dei motivi che spingono il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo al dissenso profondo nei confronti di questo provvedimento, non può non essere che quello della denuncia, forte, di un nuovo calo di legalità che esso propone.
Sollecitiamo, anzitutto, con assoluta trasparenza di atteggiamenti, una più piena assunzione di responsabilità, anche nella maggioranza, perché ritengo si debbano e si possano risvegliare sensibilità, che non possono essere ulteriormente assopite; che si possano produrre impennate di razionalità e di moralità che consentano, ancora una volta, di condividere questo dissenso che i gruppi parlamentari dell'Ulivo propongono, nei confronti di un provvedimento che è una nuova, inquietante dimostrazione di un percorso anomalo nel quadro degli ordinamenti della nostra democrazia. Già nella scelta dello strumento del decreto-legge - adottato soltanto come occasione di facilitazione dell'attuazione di un programma politico, elettorale -, si individua, per la parte che riguarda la questione del rimpatrio o della regolarizzazione dei capitali all'estero, un disegno preciso e nemmeno tanto nascosto: accelerare l'introduzione, in modo surrettizio e ad ogni costo, di materie che


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necessitano, invece, di riflessione e di un completo confronto parlamentare, non blindato, che realizzi, nella formazione delle leggi, un'autentica partecipazione democratica in Parlamento. Un confronto anche duro, fatto di contrapposizioni, ma non subordinato a scelte che tendano, con sempre maggiore evidenza in questi mesi, ad assumere il contenuto del colpo di mano legislativo ed i connotati di un autoritarismo che sta sempre più atteggiandosi a forme di conflitto con la Costituzione.
Credo non possa sfuggire a nessuno, in quest'aula, il fatto che il decreto-legge nei suoi presupposti di necessità ed urgenza ha certamente una sua logica ed un'ispirazione corretta, soltanto nella necessità di introdurre, per adeguamento nel nostro ordinamento, le norme relative alla circolazione monetaria per l'ingresso definitivo dell'euro nel sistema della moneta unica. Se questo è vero per la parte che riguarda l'adeguamento delle normative e delle fattispecie in tema di falsificazione della moneta o altro e per la sostituzione dell'euro alla lira, non può certamente dirsi che tutto il complesso di norme, oggi presentate dal Governo come dirette a regolare l'istituto del «rimpatrio» (mi permetto, con tutto il rispetto per la patria, di metterlo tra virgolette) dei capitali clandestinamente trasferiti all'estero, abbia le stesse caratteristiche di necessità ed urgenza e non sia, invece, introdotto, in modo strumentale, per cancellare un intero complesso di leggi diretto alla repressione di illeciti valutari, finanziari, fiscali o, peggio, penali, addirittura, in tema di riciclaggio.
Ancora una volta, si dispiega dunque, in tutta evidenza, un disegno di Governo volto a cogliere ogni occasione legislativa per depenalizzare o per estinguere comportamenti illeciti penalmente rilevanti, proprio nel campo dell'economia, con una produzione, inevitabile, anche di lesioni di interessi e di beni pubblici, delle intermediazioni finanziarie, delle transazioni internazionali, della trasparenza delle condotte in tema di circolazione di ingenti capitali sottratti, arbitrariamente, al nostro mercato che pure ha già consentito agli evasori enormi utili.
È la stessa storia, dunque, che si sta ripetendo in questi primi mesi, con l'accelerazione sintomatica di autentiche procedure che hanno la maschera del provvedimento legislativo ma il volto di vere e proprie amnistie, che superano il problema della necessità del voto dei due terzi delle assemblee parlamentari. Vere e proprie cancellazioni di reati.
Tutti conosciamo ciò che è accaduto in questi mesi: la riforma del diritto societario, nata in modo condivisibile per semplificare l'operatività delle società per azioni e di quelle a responsabilità limitata, è stata trasformata in un colpo assestato alle cooperative e nella sostanziale cancellazione del reato di falso in bilancio; l'adeguamento del nostro diritto interno alla convenzione italo-svizzera di assistenza giudiziaria si è trasformato, perlopiù con le iniziative emendative di sostegno della maggioranza in Senato, in un intricato sistema di formalismi esasperati, al punto da rendere inutili le prove ed i documenti acquisiti all'estero (come protestano alti magistrati in tutti i paesi d'Europa); la legge delega sulle grandi opere ed infrastrutture, con il comodo pretesto della semplificazione e dell'accelerazione, stravolge ed annulla ogni disposizione in tema di controllo e di garanzia dei grandi lavori, cancella interi complessi di coordinate norme di tutela ambientale, istituisce regole di pura incentivazione della speculazione privata, invadendo campi disciplinati da testi unici amministrativi e da articolati sistemi normativi posti a tutela della collettività in tema di trasparenza degli appalti e di sicurezza dei lavori.
Il pretesto, ad esempio, della semplificazione del corpo della protezione civile, porta ad un decreto che abolisce l'agenzia ed espropria le regioni di una serie di poteri in totale difformità dalle recenti modifiche costituzionali in tema di federalismo regionale.
Oggi, il «cavallo di Troia» per irrompere nella legislazione è quello dell'adeguamento


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dei sistemi di circolazione della moneta europea; si tratta di un pretesto per realizzare un nuovo sistema di norme blindate, di intelligenti norme blindate, che sono destinate ad istituire una sorta di sistema premiale che oscilla tra il condono improprio e la depenalizzazione per chi ha sottratto enormi capitali al circuito finanziario del nostro paese, al nostro sistema bancario, ed ha costituito fondi neri, sottraendo quelle somme al reimpiego negli investimenti ed al recupero dell'evasione.
Non solo, vi è di più e di peggio: il sistema previsto è assolutamente rimesso alla discrezionalità del detentore abusivo dei capitali all'estero, sicché è concretamente preclusa anche la minima possibilità di individuazione precisa dei tempi, dei modi, delle quantità finanziarie effettivamente trasferite fuori dall'Italia. Si tratta dunque di una definitiva, autentica legittimazione anche di ipotesi di riciclaggio strisciante ed occulto, certo non esplicitato.
Il parametro del 2,5 per cento accomuna tutti, piccoli e grandi evasori, piccoli e grandi capitali, occultamento di semplici utili di impresa o di risparmio come anche il riciclaggio di somme provenienti da attività illecite o, per l'appunto, da fondi neri.
Si tratta della conclusione logica, allora, del discorso sulle rogatorie e di quel contorto percorso legislativo; è l'attuazione, dunque, di una linea di autentica legalizzazione dell'illecito, in nome sempre della semplificazione e della liberalizzazione, sostanzialmente tendente a cancellare, con un autentico colpo di spugna, responsabilità pesantissime dei grandi furbi, dei grandi accumulatori di capitali in barba alle leggi dello Stato e della comunità internazionale.
Chi può avere veramente interesse a quelle intelligenti bombe legislative sparate attraverso questo provvedimento contro la legge n. 167 e la legge n. 227 del 1990, che rappresentano poi il cuore della riforma contenuta nel capo III, con le norme previste dall'articolo 11 all'articolo 21? Quelle norme elaborate nel 1990 sul monitoraggio fiscale vengono prese di mira e sistematicamente colpite e neutralizzate nell'accavallarsi di una legge ordinaria con un decreto-legge ispirato, come noto, alla necessità e all'urgenza. Il Comitato per la legislazione, di cui ho l'onore di far parte, francamente, con i suoi pareri incalzanti, tenaci, adottati tra l'altro all'unanimità dei presenti, comincia a sembrare sempre più una sorta di ectoplasma per la sostanziale mancanza di riscontro in ogni tipo di intervento da parte delle Commissioni e dell'Assemblea.
Qual è dunque la vera garanzia offerta? Una sorta di complicità, ad esempio, fissata dalla riservatezza assoluta nei confronti dell'amministrazione finanziaria. Quindi, l'amministrazione finanziaria in questo provvedimento è considerata una sorta di interlocutore ostile, nei confronti del quale si accentua, proprio nella relazione che accompagna il decreto-legge, la forza di una riservatezza assoluta nei confronti dei suoi poteri di accertamento e del suo potere di denuncia anche di violazioni di carattere penale o, comunque, riportabili a violazioni di carattere penale. Naturalmente vi è l'immancabile richiamo - lo troviamo negli atti di interpretazione che accompagnano il fascicolo - all'articolo 2 del codice penale in virtù del quale, trattandosi di successione di leggi nel tempo, si applica sempre la legge più favorevole e cioè l'ultima legge che prevede la sostanziale cancellazione dei reati, in nome di un principio che notoriamente significa l'esatto inverso di ciò per cui viene continuamente invocato in questi ultimi provvedimenti legislativi.
I procedimenti penali avviati non vengono estinti, ma sostanzialmente depenalizzati. Si legge ancora nella relazione al provvedimento che - è vero - tutto è rimesso al contribuente ed alla sua dichiarazione; niente, quindi, ha più carattere cogente: tutto è transattivo, tutto è pattizio. Ai tanti segreti del sistema bancario ed economico adesso se ne aggiunge uno nuovo: il segreto fiscale, definito nella relazione scudo contro gli eventuali futuri accertamenti fiscali e previdenziali. Si tratta di una frase che ha il pregio della lealtà e della grande trasparenza. In altri


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termini, il provvedimento in esame si definisce uno scudo nei confronti dello Stato e a protezione dell'intervento dello Stato. Mi permetto di rinviare alla pagina 16 della relazione.
Illustre signor sottosegretario, non ci si pongono problemi di disparità di trattamento fra coloro i quali possono fruire delle norme in esame e coloro i quali - parliamo dal punto di vista della parità di trattamento costituzionale in tale materia - hanno, invece, ottemperato? Ecco il motivo per cui ho affermato che si tratta di un provvedimento che sembra più appropriato e calzante per i grandi furbi e per i grandi «dritti» che possono francamente irridere alla remissività degli onesti e che possono finalmente irridere in nome della legge alla correttezza di chi non ha seguito la loro indicazione e non ha avuto la loro capacità.
Vi è un parere, una direttiva importante della Agenzia delle entrate - direzione centrale normativa e contenzioso - che è molto articolato ed interessante, perché non fa altro che riconoscere l'effettività di queste censure, ovviamente iscrivendole sempre sul piano della semplificazione, della liberalizzazione e della resa di liceità in nome di questa emersione. Si parte dal concetto di emersione per poi accogliere un termine che secondo me - forse ciò è dovuto alla scarsa conoscenza delle terminologie economiche e fiscali -, evocando il rimpatrio, suscita strane forme di curiosità lessicale volte a comprendere cosa debba essere veramente restituito alla patria o cosa debba ritornare in patria; lo dico per fare una battuta distensiva.
Nel parere, nella direttiva dell'Agenzia delle entrate si dice che l'emersione non comporta ovviamente la regolarizzazione degli illeciti di qualsiasi altra natura, cioè delle ipotesi di violazione di legge diversa da quella tributaria e previdenziale. Ebbene, questo colpo di spugna sulla materia tributaria e previdenziale - e sottolineo l'accento su quella previdenziale e ciò non mi pare poco - sarebbe già sufficiente. In ordine a tali materie si dice che restano fermi i presidi ordinamentali, le relative esenzioni e, in particolare, le misure contenute nella disciplina dell'antiriciclaggio.
Onorevoli colleghi, come si realizza tutto ciò? Attraverso il ricorso alla distruzione del monitoraggio? Attraverso la remissione di ogni dichiarazione al privato? Come è possibile, ad esempio, collaborare veramente ad una individuazione di fondi neri o di fondi di riciclaggio, se la dichiarazione è priva di qualsiasi supporto di indagine?
In una norma, si dice espressamente, parlando della delega all'intermediario finanziario, che quest'ultimo è responsabile solo nella misura in cui riferisce ciò che il contribuente o il titolare di questo beneficio gli racconta o gli descrive. Sappiamo anche che sulle intermediazioni finanziarie (mi riferisco in particolare alle SIM e a talune vicende giudiziarie ancora pendenti) vi sono ancora punti interrogativi circa la loro possibilità di svolgere effettivamente, in pieno, un compito di natura pubblicistico-istituzionale quale quello dell'accertamento e della certificazione.
Il punto di vista penale, che è quello che diciamo sia vero, è riconosciuto sempre dall'Agenzia delle entrate dove si assume il seguente concetto: «La responsabilità circa la veridicità e la provenienza della certificazione ricade esclusivamente sull'interessato e sul soggetto che l'ha rilasciata che ne rispondono a tutti gli effetti di legge, anche penali». Si aggiunge, però, quale sia l'effetto di legge anche penale, totalmente irrisorio. Infatti, si ricorda, da parte dell'Agenzia, che il comma 1 dell'articolo 485 del codice penale prevede che: «Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, o di recare ad altri un danno, forma in tutto o in parte una scrittura privata falsa, è punito...». Ciò significa che dare a questo contenuto, avente già una natura soltanto soggettiva, soltanto pattizia, soltanto transattiva, il valore di una semplice scrittura privata depotenzia completamente l'intervento di un'azione penale di ufficio perché riduce, sostanzialmente, questa dichiarazione a qualcosa che somiglia ad un biglietto intercorso tra due contraenti, privo, quindi, di quel valore pubblicistico che consente


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di accettare la discussione - almeno - sul principio dell'abolizione del monitoraggio. Il monitoraggio aveva tutto una natura pubblicistica: ora, tutto assume una valenza privatistica, cioè una valenza priva di conseguenze, come si dice allorché si parla del contenuto della dichiarazione riservata e come si dice sul punto relativo agli effetti del rimpatrio e della regolarizzazione.
Qui vi è una vera e propria amnistia. Nessuno ha niente di particolare contro l'istituto dell'amnistia, vi è solo un ostacolo di tipo costituzionale: la necessità della maggioranza dei due terzi del Parlamento. Si possono anche avere il coraggio e l'onestà di dire agli italiani che in questo, come altri campi, è maturo il tempo per un'amnistia. Non bisogna, però, arrivare alle bombe intelligenti, blindate nei confronti di determinati aspetti del nostro sistema, ma bisogna varare un piano completo. Ecco perché non si poteva accorpare un provvedimento di legge così complesso, delicato ed importante, anche nella sua ispirazione, con il decreto-legge e con le regioni di necessità e di urgenza di stabilire che entro il 31 dicembre del 2001 debba circolare l'euro anziché la lira, che è un atto dovuto, un adempimento consequenziale.
L'articolo 14 è il vero cuore del provvedimento. Esso offre la possibilità di comprendere il senso vero del provvedimento nelle due forme: la forma del rimpatrio e la forma della regolarizzazione. Anch'essa è una forma inquietante perché non è tutto rimpatrio, vi è anche ulteriore mantenimento delle disponibilità all'estero, vi è anche ulteriore possibilità di compiere, a doppia faccia, l'ulteriore speculazione, legittima quando è all'interno del sistema legislativo, un po' preoccupante quando viene promossa solamente nei confronti di ingenti capitali di cui non si sa nulla se non che hanno una provenienza oscura o, comunque, illecita all'estero nei confronti dello Stato.
Ho notato che la Commissione ha abolito quella destinazione dei titoli di Stato alle infrastrutture. Aveva indotto grande curiosità quel punto relativo al vincolo di quei titoli per il reimpiego nelle infrastrutture: è stato abolito dalla Commissione, mi pare che questo problema non verrà più esaminato dall'Assemblea. È anche significativo vedere come era partito dal Governo questa specie di «tutto si tiene all'interno di un unico disegno»: recuperiamo grandi somme e poniamo vincoli di riutilizzo dei titoli nelle infrastrutture (con una chiara confusione di carattere economico, contabile e finanziario). Queste sono le normative che vengono attaccate.
Mi chiedo perché non possiamo e non dobbiamo svolgere un ampio dibattito parlamentare, nel momento in cui vengono colpite normative come la legge n. 167 del 1990, la legge n. 143 del 1991, le modificazioni al regime fiscale degli interessi, dei premi ed altri del 1o aprile del 1996, la legge n. 58 del 1998, che è testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, che poneva limiti e deterrenti ed individuava parti di intervento nelle intermediazioni finanziarie ma non riduceva lo stesso istituto, così importante, ad un semplice depositario di dichiarazioni private prive di alcun senso, se non quello di produrre un'esasperazione della privacy e della riservatezza.
Onorevoli colleghi, signor sottosegretario, queste considerazioni ci inducono ad opporci con convinzione e, ancora una volta, ad invocare la forza della ragione sul problema della conversione in legge del decreto-legge al nostro esame nell'attuale stesura.
Se ci si risveglia da questo torpore automatico rappresentato dalla blindatura - termine militaresco che, mai come in questi momenti, dovrebbe essere bandito, almeno dal linguaggio della democrazia e del dibattito parlamentare -, la parte in cui si abdica al monitoraggio, all'accertamento e alle indagini - quella che, tutto sommato, non potrà che produrre dei forti emendamenti - potrà anche far incontrare sugli stessi una razionale forma di dialogo con la maggioranza?
Siamo convinti che su questi emendamenti, ancora una volta, tutti sono chiamati ad un confronto sereno e trasparente e, soprattutto, alla rivendicazione della


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piena autonomia nei confronti di un blocco di norme che il Governo impone senza chiarirne nemmeno l'utilità reale. Infatti, dalle relazioni tecniche e di impatto non si riesce a capire nemmeno l'utilità finale in maniera trasparente e chiara, non si capisce l'utilità reale e, soprattutto, la direzione effettiva globale di queste agevolazioni concesse ai dritti, ai ricchi e ai più capaci di tradire le leggi del nostro Stato a danno degli onesti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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