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PRESIDENTE. L'onorevole Rugghia ha facoltà di
n. 2-00046 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10).
ANTONIO RUGGHIA. Signor Presidente, signor sottosegretario, nell'illustrare l'interpellanza vorrei partire proprio dalla sorgente Appia e dall'importanza che essa ha rivestito in passato - e riveste attualmente - per il nostro territorio. Non parlo della rilevanza della sorgente soltanto come attività produttiva, ma anche come risorsa concernente la stessa identità dell'area posta tra Roma e i castelli romani. La fonte - che, non a caso, porta il nome della regina viarum - è collegata all'antico acquedotto Claudio e, insieme a pochi altri poli presenti in questa parte di territorio, come l'aeroporto, lo scalo ferroviario e l'enopolio, ha rappresentato per migliaia di persone la possibilità di un approdo - vi abbiamo assistito dal dopoguerra fino a tutti gli anni '60 - nella migrazione dalle campagne verso la capitale.
amministrazione di un importante bene pubblico. Per questi motivi, riteniamo che la concessione mineraria non debba essere riconsegnata nelle mani di quei signori che hanno prodotto tali danni.
veniva rilevato alcun intervento edilizio in muratura, strutture metalliche e così via che.
PRESIDENTE. Onorevole Rugghia, la invito a concludere.
ANTONIO RUGGHIA. Signor sottosegretario, la invito ad utilizzare i poteri di controllo e di coordinamento propri del Ministero per le attività produttive nella materia delle risorse minerarie per avvertire la regione Lazio di quanto esposto nell'interpellanza e per fare in modo che la concessione non venga di nuovo rilasciata a questi signori. Le chiediamo questo rispettosamente, ed ho concluso, oltre che per motivi di giustizia, anche e soprattutto per motivi di decenza.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le attività produttive, onorevole Dell'Elce, ha facoltà di GIOVANNI DELL'ELCE, Sottosegretario di Stato per le attività produttive. In relazione all'interpellanza in questione si fa presente quanto segue: come è noto l'articolo 117 della Costituzione ha attribuito alle regioni a statuto ordinario la potestà legislativa sulle acque minerali e termali ed il successivo articolo 118 i relativi poteri amministrativi.
attribuzioni in materia, tranne poteri di indirizzo e coordinamento attinenti, però, a tematiche di carattere generale - nella fattispecie in questione - della quale, peraltro, non si hanno elementi conoscitivi diretti - ritiene, allo stato, di escludere iniziative che potrebbero porsi in contrasto con gli autonomi poteri regionali in materia.
PRESIDENTE. L'onorevole Rugghia ha facoltà di ANTONIO RUGGHIA. Signor Presidente, signor sottosegretario naturalmente sono a conoscenza dei poteri propri del Ministero delle attività produttive perché, prima di presentare l'interpellanza, abbiamo dovuto accertarne la sostenibilità e sono a conoscenza del fatto che il Ministero delle attività produttive ha comunque poteri di indirizzo e coordinamento in materia, anche se in ordine a tematiche di carattere generale.
Nella sorgente, nei momenti di maggiore attività e di maggiore splendore, c'è stata la possibilità di dare occupazione, con la produzione dell'acqua minerale e dei suoi derivati, ad oltre 700 lavoratori. Quindi, si è trattato di una importante risorsa del territorio e di un importante elemento per il suo sviluppo. Poi, progressivamente, è iniziato un declino che sembra inarrestabile e che ha toccato il suo apice da quando questa sorgente è gestita, con concessione mineraria, dal gruppo Ciarrapico. Un inarrestabile declino, dicevo: i 120 mila metri quadrati dell'area dello stabilimento sono stati via via liberati dalle linee di produzione dell'acqua e delle bibite ed i capannoni sono diventati reperti di archeologia industriale; rimangono al lavoro, nell'attività produttiva della fonte, soltanto trentacinque dipendenti. Trentacinque dipendenti che, come vedremo in seguito nella mia esposizione, tra l'altro, si vorrebbero usare, quasi fossero scudi umani, per spericolate operazioni speculative. Solo trentacinque persone, dunque, compresi gli addetti all'attività che ormai sembra essere la più rilevante tra quelle che si svolgono alla fonte: la vendita diretta dell'acqua alle fontanelle. Si, perché dopo lo smantellamento della linea di imbottigliamento nelle bottiglie del Pet, le bottiglie di plastica destinate alla grande distribuzione e ai grandi centri commerciali, l'attività principale sembra essere proprio questa: la vendita diretta dell'acqua minerale. Centinaia di cittadini, così, ogni giorno, si recano, con taniche e bottiglie, a quella che considerano, giustamente, la loro sorgente per approvvigionarsi di ottima acqua minerale. Questa ormai possiamo definirla l'attività produttiva dello stabilimento dell'acqua Appia.
Credo che già da quanto ho affermato si potrebbe arrivare alla conclusione di non prorogare la concessione a chi l'ha gestita in maniera così maldestra - il gruppo Ciarrapico - , a chi ha depauperato una risorsa importante sul territorio, a chi ha ridotto l'attività della sorgente ai minimi termini.
Ma c'è di più, ed è quanto abbiamo denunciato con questa interpellanza urgente. A quanto risulta dal verbale notarile dell'assemblea della Banca di Roma del 30 aprile di questo anno, la fonte Appia, insieme alla partecipazione di Villa Stuart, è stata venduta ad una società, la società Europa Service, per la somma di lire 100 mila! Sempre dal verbale dell'assemblea dei soci della Banca di Roma, che ha una grave esposizione finanziaria nei confronti del gruppo Ciarrapico, gestore della sorgente, risulta che la Fonte Appia e Villa Stuart erano costate oltre 100 miliardi.
Non sta a noi sicuramente indagare su questo fatto, non ci compete, non sta a noi a ragionare su questo strano meccanismo di scatole cinesi che è rappresentato dalle numerosissime società del gruppo Ciarrapico di cui si è occupata anche recentemente, per l'ennesima volta, la stampa; però, il fatto che il valore di questa sorgente, insieme a quello di Villa Stuart, pari a 100 mila lire, sia considerato congruo per un'attività che era costata oltre 100 miliardi, sta a dimostrare, più di ogni altra discussione, il fallimento dell'attività imprenditoriale, le condizioni nelle quali si è gestita la sorgente, il fallimento di una gestione che non ha tenuto nella giusta considerazione l'esigenza di una corretta
Come ho già detto in precedenza, signor Presidente e signor sottosegretario, la preoccupazione principale del gruppo Ciarrapico da quando gestisce l'attività della fonte è sembrata essere un'altra: la loro attività è sembrata essere finalizzata esclusivamente alla trasformazione dell'attività di estrazione dell'acqua minerale e della produzione collegata allo sfruttamento della fonte, in operazioni speculative. L'obiettivo è quello di trasformare tutta questa area - 120 mila metri quadrati - in un grande centro di distribuzione commerciale, l'ennesimo grande centro di distribuzione che verrebbe ad insistere su di un territorio che ne ha già molti e che soffre di problemi di mobilità e di una altissima congestione del traffico. Per questo motivo, già nel 1995, questa area di 120 mila metri quadrati, sulla quale operava la concessione, di proprietà della IRB (società idrominerale romana Bognanco) è stata sdoppiata: 10 mila metri quadrati, cioè un dodicesimo, sono rimasti destinati allo scopo della produzione di acqua minerale ed allo sfruttamento della sorgente, mentre i rimanenti 110 mila sono rimasti alla IRB e sono interessati da pratiche di condono edilizio che hanno lo scopo di mutare la trasformazione d'uso da industriale a commerciale al fine di realizzare questo grande centro di distribuzione commerciale.
Nel 1995 questo tentativo è naufragato per l'opposizione dei commercianti del territorio che hanno visto messe in pericolo le loro future opportunità di vendita, considerato che la rete commerciale della zona è molto polverizzata e considerando che sull'area insistono anche molti altri grandi centri di distribuzione commerciale. Fortissima opposizione e resistenza sono state manifestate, oltre che dai commercianti, anche dai cittadini del territorio, proprio per i motivi di cui sopra relativi alla mobilità ed alla congestione del traffico. Dunque, questo tentativo è naufragato. Successivamente, si è cercato di riproporlo e si sta cercando, ancora oggi, di trasformare l'attività della sorgente Appia in attività di centro commerciale di grande distribuzione. Bisogna tenere presente che i programmi urbanistici del comune di Roma e i piani regolatori dell'area non prevedono un centro commerciale nella zona; prevedono invece la conferma dell'attività industriale propria della sorgente. Si è cercato di aggirare questo ostacolo utilizzando lo strumento del condono edilizio. Infatti, sono state presentate 19 istanze di condono edilizio relative a quei 110 mila metri quadrati, per trasformare l'attività dei capannoni da attività industriale in attività commerciale, ma, come sappiamo, con il condono edilizio si può sanare ciò che, nel frattempo, è stato posto in essere in maniera illegittima, cioè senza concessione edilizia oppure in contrasto con gli strumenti urbanistici; per sanare una attività commerciale questa deve essere stata realizzata entro una data limite, quella prevista dalla legge del condono e cioè, a norma dell'ultima legge di condono approvata, il 30 ottobre 1999. Sono state, dunque, presentate queste istanze di condono ma, in seguito a denunce successive, effettuate nel 1995, è stato accertato dai vigili urbani del comune di Roma che, in quell'anno, nessuna trasformazione era intervenuta nei capannoni della sorgente Appia e che quindi quel condono non poteva essere rilasciato. Per questo motivo il GUP di Frosinone nella sentenza del marzo 2001 ha ritenuto tale condono - che trasformerebbe l'attività industriale della sorgente in centro commerciale - illegittimo, contestando, nella sentenza depositata agli atti, il reato di cui all'articolo 483 del codice penale (credo si tratti del reato di falso ideologico), in quanto, come si legge nella sentenza, con più azioni criminose del medesimo disegno l'amministratore della IRB, al fine di commettere reato, attestava falsamente 19 istanze di sanatoria edilizia, presentate presso il comune di Roma, e lavori di manutenzione straordinaria con mutamento di destinazione d'uso, mentre dall'ispezione dei luoghi non
Sostanzialmente tale sentenza stabilisce che quel condono è stato ottenuto in maniera illegittima o, meglio, illecita. Con la stessa sentenza del GUP di Frosinone si condannano per una serie impressionante di reati nove soggetti tra amministratori e rappresentanti del collegio sindacale del gruppo Ciarrapico, accogliendo la loro istanza di patteggiamento per l'ottenimento di sconti di pena. Solamente per Giuseppe Ciarrapico non è stato accettato il beneficio previsto dal patteggiamento, in quanto lo stesso sta scontando in rieducazione una precedente condanna.
Sempre secondo questa condanna pronunciata dal GUP di Frosinone, i molteplici reati commessi dal gruppo sarebbero collegati ad un unico disegno criminoso; i reati per cui sono stati condannati gli esponenti del gruppo Ciarrapico sono perlopiù di natura societaria, come il falso in bilancio e le false comunicazioni sociali.
Signor Presidente, ricordo che neanche due mesi fa l'Assemblea ha discusso la riforma del diritto societario, con la quale si è prevista la possibilità di depenalizzare o prescrivere questi reati. La maggioranza ed il Governo hanno motivato tale scelta con ampie argomentazioni: tra queste veniva sostenuto che, con tale riforma, si sarebbe dato alle imprese, attraverso la prescrizione del reato di falso in bilancio, un segnale che, liberando gli imprenditori da lacci, lacciuoli e preoccupazioni, avrebbe prospettato una maggiore serenità per le attività imprenditoriali le quali, a loro volta, avrebbero potuto essere rilanciate a vantaggio, oltre che delle imprese stesse, anche dell'occupazione e, perché no, di tutto il paese.
Con questa vicenda si dimostra esattamente il contrario: un gruppo che ha gestito numerose società in modo a dir poco disinvolto (tanto da essere condannato per molteplici capi di imputazione) e che ha potuto contare su un accesso illimitato al credito, ha allo stesso tempo depauperato un importante bene pubblico, ha ridotto ai minimi termini l'attività economica legata all'attività che doveva gestire in concessione, ha creato danni ai lavoratori e vorrebbe, attraverso trasformazioni urbanistiche non programmate nei piani regolatori, creare anche danni all'ambiente e al territorio.
In attuazione del dettato costituzionale il decreto del Presidente della Repubblica del 14 gennaio del 1972, n. 2, ed il decreto del Presidente della Repubblica del 24 luglio del 1977, n. 616, hanno disposto il trasferimento alle medesime regioni a statuto ordinario delle funzioni amministrative in materia.
In tale contesto normativo la regione Lazio ha regolamentato il settore con l'emanazione della legge regionale del 26 giugno del 1980, n. 90, modificata ed integrata con successiva legge regionale del 22 luglio del 1993, n. 31. Stante il quadro normativo sopra descritto, il Ministero delle attività produttive - che non ha
Considerata tuttavia la delicatezza delle questioni sollevate dagli onorevoli interpellanti, il Ministero provvederà ad interessare i competenti organismi della regione Lazio per le valutazioni di competenza e per l'eventuale adozione di provvedimenti da assumere in merito.
Mi reputo soddisfatto della risposta per il fatto che la regione Lazio verrà messa a conoscenza dell'interpellanza che abbiamo presentato: credo che ciò sarà importante ai fini di una decisione che la stessa dovrà assumere.
Per quanto riguarda i poteri di indirizzo e coordinamento, vorrei che il Governo del mio paese - non lo dico come parlamentare, ma come cittadino - stabilisse generici poteri di indirizzo e coordinamento. Intanto, vorrei che stabilisse con il proprio potere di indirizzo e coordinamento che non possano essere assegnate concessioni - e non soltanto concessioni minerarie che ha dimostrato di non saper gestire adeguatamente e in modo corretto - a soggetti condannati per reati collegati alla gestione di un bene pubblico.
Credo anche che, come principio generale, si potrebbe sostenere che tali persone non debbano essere messe in condizioni di creare danni all'ambiente e al territorio, avendo dimostrato di tentare di ottenere concessioni o condoni in maniera illecita, come risulta da sentenze della magistratura.
Credo anche che quando l'interpellanza verrà portata a conoscenza della regione Lazio, si potrebbe sostenere che forse sarebbe il caso di avviare una procedura pubblica per l'attribuzione della concessione mineraria della sorgente Appia a garanzia dei cittadini e a tutela del bene pubblico, anche perché se tale concessione verrà assegnata con procedure trasparenti ad imprenditori corretti e capaci, probabilmente ci potrebbe essere una ripresa dell'attività di tali sorgenti e con essa anche una ripresa economica e delle attività occupazionali legate alla sorgente stessa.


