Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 27 del 31/7/2001
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TESTO INTEGRALE DEGLI INTERVENTI DEI DEPUTATI ILARIO FLORESTA, EGIDIO STERPA E MONICA STEFANIA BALDI IN SEDE DI DISCUSSIONE DEL DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA

ILARIO FLORESTA. Signor Presidente, onorevoli deputati, il documento di programmazione economico-finanziaria, relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2002-2006, presentato dal Governo, si sviluppa, per la prima volta, lungo un arco temporale che comprende l'intera legislatura e rappresenta, di fatto, il programma economico che l'esecutivo intende attuare nei prossimi anni.
Nell'elaborazione del documento, il Governo ha tenuto presente la situazione che ha ereditato e, in particolare, ha cercato di fare tesoro delle esperienze e delle tendenze registrate negli anni novanta. Infatti, nel corso dell'ultimo decennio il tasso di sviluppo dell'Italia è risultato, in media, inferiore rispetto al resto d'Europa.
Diversi sono i fattori che hanno contribuito a determinare tali risultati. Alcuni di questi fattori sono stati ricordati, la scorsa settimana, dal Governatore della Banca d'Italia, nel corso dell'audizione presso la Commissione bilancio del Senato. Ma, soprattutto, il governatore ha ricordato che, per realizzare uno sviluppo economico coerente e duraturo, occorrono politiche in grado di mobilitare pienamente tutte le risorse esistenti e di portare il paese ai livelli di crescita europei. Ciò che occorre fare, ha detto ancora il governatore, è puntare sulla crescita.
Con questo DPEF il Governo ha delineato una strategia di politica economica che consentirà al paese di compiere un balzo in avanti, strutturale e permanente, nei ritmi di sviluppo. Una politica che porti I 'Italia alla realizzazione di tassi di crescita superiori al 13 per cento per l'intera legislatura.
In un quadro di stabilità politica oggi esistente diventa senz'altro più facile governare le politiche economiche attraverso un programma, con obiettivi precisi, concretamente realizzabili, prevedendo ed attuando finalmente le fondamentali riforme strutturali del paese.
Vi sono, come appena detto, le condizioni politiche, ma bisogna creare e garantire anche le condizioni economiche. Occorre, cioè, eliminare tutti i fattori frenanti che ancora persistono, attuando politiche in grado di aumentare la competitività e di mobilitare tutte le risorse disponibili per accrescere le occasioni di sviluppo.
Per essere pienamente efficace, è indispensabile che questa azione di politica economica avvenga nel pieno rispetto delle


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compatibilità macroeconomiche e degli impegni nei confronti dei partner europei.
Questo vincolo incide pesantemente e condiziona la politica di bilancio. Ed è proprio sui conti pubblici e sulle possibili politiche di bilancio che il Documento di programmazione si sofferma particolarmente.
L'azione di politica economica per il rilancio dell'economia, in parte anticipata nei provvedimenti dei «100 giorni», che sono parte integrante del Documento di programmazione economico-finanziaria, include una serie di interventi che hanno lo scopo di creare una spinta propulsiva che porterà ad una maggiore crescita misurata in un punto percentuale medio annuo rispetto al quadro tendenziale.
Il Governo ha spiegato in maniera precisa come intenda raggiungere tali obiettivi e ha illustrato nel Documento di programmazione gli interventi che intende realizzare: investimenti pubblici per 100 mila miliardi di lire, il 50 per cento dei quali finanziati con capitali privati; una riforma fiscale mirante a ridurre dell'1 per cento all'anno per cinque anni la pressione fiscale complessiva, nonché una riduzione dell'1 per cento all'anno dell'aliquota dei contributi sociali al fine di comprimere il «cuneo fiscale»; un contenimento della crescita della spesa corrente nell'ordine dell'1 per cento di PIL all'anno; l'adeguamento ad un milione al mese delle pensioni minime, a partire dal 2002 iniziando dai soggetti più anziani e più deboli, nonché aumenti retributivi per il settore pubblico pari al tasso d'inflazione programmata più l'1 per cento di eventuali incrementi di produttività; privatizzazioni per circa 120 mila miliardi distribuiti secondo un profilo decrescente nel corso della legislatura; interventi in materia di scuola, ricerca e infrastrutture, misure a tutela dell'ambiente e della salute, misure in materia di sicurezza, giustizia, difesa e rapporti internazionali; riforme del mercato del lavoro e della previdenza, accelerazione delle liberalizzazioni, interventi per la crescita delle imprese.
In particolare, per le pensioni, la riforma si articolerà sui principi della liberalizzazione dell'età pensionabile, della certezza dei diritti, dell'equità dei trattamenti e della giustizia di base.
Intendiamo sottolineare come, nell'ambito degli interventi per l'economia, un ruolo significativo e strategico venga attribuito al rilancio del Mezzogiorno. Per realizzare lo sviluppo dell'intera economia italiana, il Governo intende coinvolgere in modo sostenuto sulla via della crescita economica e del riscatto sociale e civile le aree del Mezzogiorno.
Per conseguire questo obiettivo prioritario e permettere al Mezzogiorno di raggiungere tassi di crescita, nei prossimi cinque anni, pari al doppio di quelli nazionali, il Documento di programmazione economico-finanziaria prevede: un'accelerazione degli investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali per aumentare la competitività del meridione; l'ottimizzazione delle risorse finanziarie e l'attuazione di semplificazioni procedurali per avviare investimenti mirati, che valorizzino le risorse naturali e culturali del Mezzogiorno e promuovano il rinnovamento urbano e un'adeguata dotazione di infrastrutture, rafforzando adeguatamente le condizioni di sicurezza e legalità; la realizzazione ed il potenziamento delle reti di comunicazione e della logistica, nonché lo sviluppo della ricerca e della formazione; il raggiungimento di una maggiore efficienza del mercato del lavoro, attraverso il piano per l'emersione del lavoro sommerso, che contiene incentivi fiscali e contributivi proporzionali al volume di lavoro emerso, per accrescere la convenienza, di lavoratori e imprese, ad operare nel mercato regolare.
Ce n'è abbastanza per rimettere veramente in moto l'economia italiana per i prossimi anni. Ecco perché questi interventi, anche se ritenuti ambiziosi, hanno comunque suscitato l'interesse, l'attenzione e il plauso degli ispettori del Fondo monetario internazionale che seguono da vicino i nostri conti pubblici.
Nello specifico, per quanto concerne in particolare alcuni interventi, il DPEF contiene alcune importanti e significative innovazioni che intendiamo sottolineare.


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Per ciò che riguarda il recupero e l'ammodernamento del capitale fisico pubblico, in materia di trasporti, riteniamo di straordinaria importanza l'inserimento, tra gli obiettivi prioritari, della realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, che rappresenta (non solo per i siciliani ma per tutto il paese) un 'importante opera dal valore non soltanto simbolico, ma soprattutto economico e sociale, che permetterà alla Sicilia ed al meridione di acquisire il ruolo di ponte tra 1'Unione europea e i paesi del bacino del Mediterraneo.
Inoltre, il piano dei trasporti del Governo prevede la realizzazione dei grandi collegamenti e degli anelli mancanti della rete stradale e ferroviaria nazionale, la realizzazione dei sistemi integrati e di trasporto nelle grandi aggregazioni urbane e la realizzazione di hub portuali, interportuali ed aeroportuali. Si tratta di infrastrutture sulle quali si gioca la competitività e la credibilità del nostro sistema paese, la cui messa in opera non è più rinviabile.
Tali opere saranno realizzate con risorse pubbliche e risorse private, attraverso il metodo del project financing.
Altro tema prioritario sulla via della modemizzazione del paese riguarda la società e le tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
Per favorire l'avvento della società digitale e l'ingresso dei cittadini e delle imprese nella società dell'informazione, riteniamo prioritario il completamento del processo di liberalizzazione in atto nel settore delle telecomunicazioni, attraverso la celere adozione di tutti i provvedimenti necessari, a partire dall'adozione delle direttive comunitarie.
Occorre, inoltre, dotare 1'Italia di infrastrutture di telecomunicazioni a banda larga che permettano a cittadini e imprese di accedere al meglio alle reti telematiche e di fruire di tutti i servizi innovativi.
Altro aspetto essenziale per rilanciare lo sviluppo è rappresentato dalla creazione di un completo sistema di informatizzazione della pubblica amministrazione. Oltre ai servizi tradizionali, dovranno essere progressivamente attivati servizi on line ad alto valore aggiunto. In questa direzione, un ulteriore passo in avanti è stato compiuto con l'estensione dei modelli di e-procurement per l'acquisto di beni e servizi nonché con l'introduzione di soluzioni organizzative quali l'outsourcing.
Un segnale importante da parte del Governo, in direzione del sempre maggiore coinvolgimento delle imprese nell'economia di rete e nel processo di «digitalizzazione» del paese, è rappresentato dall'introduzione di interventi diretti (tra cui: agevolazioni fiscali, estensione della legge n. 489 del 28 agosto 1994 ai settori dell'informatica, deducibilità fiscali per gli investimenti dedicati alla promozione del commercio elettronico) e dalla diffusione dell'utilizzo di strumenti informatici nella relazione tra amministrazioni ed imprese. In questa ottica, il DPEF prevede il progressivo miglioramento dei rapporti contrattuali tra pubblica amministrazione ed imprese, secondo una logica di trasparenza nella gestione delle relazioni con i fornitori, attraverso l'avviamento di gare on line che garantiscano, al tempo stesso, affidabilità nei tempi e nelle modalità di pagamento.
Per ciò che concerne la politica industriale, il Governo si impegna a creare le condizioni per il recupero di competitività del sistema Italia.
Ai fine di creare le condizioni ottimali per la crescita delle imprese, occorre rimuovere tutti gli ostacoli burocratici che disincentivano le imprese al raggiungimento della dimensione ottimale. Il Governo si è impegnato ad adeguare il diritto societario alle esigenze delle piccole e medie imprese, favorendone la quotazione in Borsa e migliorando le opportunità di finanziamento, ad esempio attraverso interventi che favoriscano il venture capital. Inoltre, si intende semplificare e razionalizzare il sistema degli incentivi e, se del caso, indirizzarli verso l'incentivazione fiscale.
Ma le imprese hanno la necessità di contare su servizi pubblici efficienti, che rappresentino delle garanzie di affidabilità. Su questo piano, risulta sicuramente


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significativo quanto realizzato finora dalle Poste italiane in direzione dell'ammodernamento delle strutture e del miglioramento dei servizi, anche se ancora molto resta da fare. Sotto il profilo economico, il quadro tendenziale di finanza pubblica per il periodo 2002-2006 ipotizza, per le Poste Spa, il raggiungimento di un sostanziale pareggio di bilancio al termine del periodo. In tale ipotesi, che auspichiamo possa determinarsi anche in tempi più brevi, riteniamo indispensabile che questo obiettivo debba realizzarsi garantendo la salvaguardia dei livelli occupazionali ed un reale sviluppo dei servizi.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, siamo convinti che il Documento di programmazione economico-finanziario contenga in sintesi tutti i provvedimenti di carattere economico che il Governo intende adottare nei prossimi mesi e nel corso della legislatura. Provvedimenti che riteniamo indispensabili per consentire al nostro paese di imboccare la strada maestra della crescita e dello sviluppo economico, partendo dal Mezzogiorno.
La locomotiva della ripresa economica italiana non può correre se il carro del Mezzogiorno, ed in particolare della Sicilia, non verrà sbloccato da ogni freno inibitorio, e questo il Governo Berlusconi lo sa bene; a noi deputati eletti nel sud spetta il compito di collaborare appieno affinché tutti i programmi annunciati vengano attuati nei tempi previsti.
Per queste ragioni anticipiamo il nostro voto favorevole sul Documento di programmazione economico-finanziaria.

EGIDIO STERPA. Credo sia opportuno dedicare parte di questo mio intervento sul Documento di programmazione economico-finanziaria per il 2001-2006 alle polemiche per le dichiarazioni del governatore della Banca d'Italia.
Ho letto attentamente il resoconto stenografico dell'audizione del dottor Antonio Fazio nella seduta congiunta del 24 luglio delle Commissioni bilancio del Senato e della Camera. Francamente non capisco su quali ragioni serie si basi l'accusa al governatore di essersi schierato col Governo di centro-destra.
Posso capire le quasi sfuriate di colleghi come l'onorevole Micheli e l'ex ministro Bindi, che hanno la vocazione ad esasperare la contrarietà e l'affronto.
Posso capire anche l'onorevole Visco, che pure da ministro in carica non sopportava i rilievi del governatore.
Capisco meno - lo confesso - l'onorevole Bersani, che conosco pure ma del quale, pur da avversario, non mi è mancata occasione di apprezzare l'equilibrio.
Si dice: non era mai accaduto che un governatore della Banca d'Italia venisse meno alla tradizione di terzietà dell'istituto di emissione.
Lasciatelo dire: non era mai accaduto, invece, che un governatore fosse attaccato in così malo modo e con tanta acrimonia.
Questo è il fatto veramente grave. Addirittura un esponente dell'opposizione è arrivato ad accusare il dottor Fazio di mancanza di stile. Incredibile! Se c'è una cosa che non manca al dottor Fazio è proprio lo stile, oltre la competenza, il coraggio delle opinioni e la discrezione.
Se volessimo fare un po' di storia della Banca d'Italia non potremmo che registrare illustri precedenti che stanno a testimoniare come la terzietà dell'istituto, da Einaudi a Menichella, da Carli a Ciampi, si sia espressa con rilievi alla politica economica governativa.
È stata una fortuna che da palazzo Koch siano sempre venute voci in qualche modo censorie, ora di monito. E questa è una tradizione che occorre difendere, come va affermato il rispetto dovuto dalla classe politica ad un organismo la cui cultura e il cui ruolo fanno parte del nostro assetto democratico.
Privare il nostro sistema dell'alta magistratura economica della Banca d'Italia costituirebbe un'amputazione gravissima, che provocherebbe una minorazione carica di rischi per la nostra democrazia.
Questo, onorevoli colleghi, è un tema troppo serio per umiliarlo con polemiche pretestuose, ispirate da interessi di parte.


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Facciamo invece qualche sforzo di obiettività.
Che consistenza ha l'accusa di politicizzazione rivolta al governatore? Affidandosi ai numeri, è da diversi anni , almeno da cinque, che egli va segnalando la crescita bassa della nostra economia.
Vale la pena di segnalare quanto ha scritto su la Repubblica Massimo Riva, una firma che non si colloca certo a destra. Egli non esita ad ammettere che nell'ultimo quinquennio l'economia italiana ha avuto un tasso di crescita assai inferiore alla media dei paesi europei.
Il governatore, certo più documentato, non dice cosa diversa. Dove sta allora lo scandalo, onorevole Micheli? Come si giustifica la stupefazione, onorevole Bersani?
Senza alzare inutilmente la voce, prendiamo atto - come testimonia da storico dell'economia il dottor Fazio - che l'Italia negli anni novanta ha perso almeno dieci punti di crescita rispetto al resto d'Europa e perciò ha perso in competitività.
C'è di più: alla fine del decennio il salariato medio si è trovato a guadagnare in termini reali meno di dieci anni fa.
Non fa una grinza quel che afferma il governatore, e cioè che una cosa simile «non è mai avvenuta nella storia d'Italia, che insomma quello del 1989-1999 è il decennio peggiore della nostra storia unitaria».
Si dice da parte del centro-sinistra: ma Fazio ci ha negato qualunque risultato positivo. Non è vero. Cito testualmente dal resoconto stenografico: «C'è una crescita scarsa, c'è stata una involuzione. Il risanamento dei conti è avvenuto, ma è avvenuto aumentando la pressione fiscale».
Quali colpe, santo cielo, ha questo Governatore? Di insistere sulla riduzione fiscale? Di sollecitare la riforma delle pensioni (addirittura proponendo la riduzione di quelle alte a favore di quelle basse), di chiedere la razionalizzazione del sistema sanitario? È macelleria sociale questa, è cattiva politica economica?
Queste cose il governatore le ha sempre dette. È un dato costante il suo stimolo a fare di più per forzare lo sviluppo. Dov'è dunque la novità che irrita tanto la sinistra? Nel fatto che ha dato cifre sul buco nel bilancio? Ma il buco c'è; poi semmai si potrà discutere sulla sua quantità e profondità.
Non è neppure vero che Fazio abbia evitato rilievi all'attuale Documento di programmazione economica e finanziaria. Sì, ha dichiarato di condividerne l'impostazione, ma ha osservato anche - e non è certo una critica debole - che con le sole manovre di cassa e con qualche taglio alle spese ministeriali non scenderà di molto il rapporto deficit-PIL, che invece al massimo potrà arrivare al 2 per cento.
È vero o non è vero che l'indebitamento del 2,7 per cento del Pil è tre volte l'impegno assunto dall'Italia in sede europea?
Ma sì, dove sta la parzialità del governatore? Egli ha solo detto che crede alle riforme come strumento di risanamento e rinnovamento.
Dice testualmente: «Io non do credibilità al DPEF, do credibilità alle riforme... L'ho sempre detto, è sempre stata la mia direttiva».
Al contrario di una opposizione che liquida il DPEF e gli obiettivi del Governo come semplice propaganda, il governatore sta, se non ai fatti, che del resto debbono ancora verificarsi, agli impegni che il Governo assume mettendoli nero su bianco. «Leggo un documento» - afferma Fazio - «in cui si dice che il Governo ha intenzione di fare certe cose, e allora dico che, se si faranno, le sosterrò».
C'è da chiedersi come faccia l'opposizione a definire questo documento superficiale e approssimativo, come scrive sul Popolo l'onorevole Boccia, e come faccia il professor Targetti a scrivere su l'Unità che esso è lacunoso e contraddittorio. E come si fa a parlare addirittura di ipotesi di macelleria sociale e di percorsi avventuristici?
In un certo senso si può giustificare quel che dice l'onorevole Visco finalmente quando, evitando toni irritati, cerca di impostare ideologicamente le proprie ragioni. Secondo lui «l'idea prevalente nel centro-destra è quella di un'Italia anni cinquanta: senza tasse, senza regole, senza


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sindacati». Aggiunge che il miracolo economico a cui mira l'attuale maggioranza «si basa su un mercato libero da vincoli, sul laissez-faire, ipotesi che invece - dice - non funziona e che non rientra nella tradizione europea».
Onorevole Visco, lei sostanzialmente colpisce nel segno: sì, vogliamo muoverci nello spirito degli anni cinquanta, gli anni della grande ricostruzione, quando però non è vero - come lei dice - che non c'erano regole e non c'erano sindacati. Non lo dimentichi proprio lei: c'era un grande e indomabile sindacalista di nome Di Vittorio.
E poi: sissignore, vorremmo ripetere il miracolo economico degli anni sessanta, puntando, lo rivendichiamo, su un mercato libero, così come puntiamo su istituzioni autenticamente liberali.
La differenza tra le nostre valutazioni e le vostre sta nel fatto che noi vogliamo fare in modo che questa sia una occasione storica per modernizzare l'Italia.
Sta qui la nostra ambizione politica. In questo DPEF noi vediamo la possibilità di rilanciare con vigore lo sviluppo economico, introducendo riforme strutturali, mettendo il paese in grado di essere protagonista e non solo comparsa nel mondo della globalizzazione.
Noi siamo convinti che in questa legislatura si deciderà il futuro del paese.
Per questo incoraggiamo il Governo a liberare l'economia da fattori-vincolo e da fattori-ostacolo, come dice il ministro Tremonti. Sissignore, onorevole Visco, invitiamo a liberare l'economia, anche andando in controtendenza rispetto all'economia praticata in taluni paesi europei.
Non solo: noi incoraggiamo il Governo sulla via delle riforme istituzionali: riforme coraggiose ma attente, razionali, semplificatrici, garantiste, modernizzatrici del sistema Italia e non avventuriste.
Onorevoli colleghi, le opere, le strutture, le realizzazioni, le riforme che permisero il primo miracolo italiano ci hanno certamente portato ad avere un ruolo importante nel mondo a partire dagli anni sessanta. Ma quelle opere, quelle strutture, comprese quelle istituzionali, sono ora visibilmente invecchiate, deteriorate e non sono più in grado di sopportare i bisogni, le esigenze dei tempi nuovi e della società italiana moderna.
Non reggono più le strutture fisiche costruite negli anni cinquanta-sessanta - ferrovie, autostrade, per esempio -; occorrono opere per la difesa del territorio, dell'ambiente; occorrono, altro esempio, opere per lo smaltimento dei rifiuti.
Non è più accettabile il vecchio modello di burocrazia: da qui la inevitabilità di una informatizzazione della pubblica amministrazione, sì da renderla efficiente e in grado di rispondere celermente alle richieste dei cittadini.
Il sistema educativo, quello che crea la materia prima di un paese, cioè forma il capitale umano e il sapere, va potenziato. Esso è il vero volano, il motore per la modernizzazione. Grande attenzione e investimenti vanno dedicati alla ricerca scientifica e tecnologica.
Non va dimenticata l'amministrazione della giustizia, che in alcuni casi si rivela insopportabilmente lenta: si pensi a quanto durano i processi civili e a volte anche quelli penali. La nostra amministrazione della giustizia dà luogo all'inefficienza e spesso è tutt'altro che garantista. Sono numerose le condanne che essa riceve a livello giurisdizionale europeo.
Tutto il nostro sistema economico, politico, istituzionale, amministrativo, culturale, giudiziario va potenziato, rivisto, ammodernato. Da qui la necessità di una politica di riforme in chiave fortemente liberale, che chiamino in causa non solo lo Stato ma tutte le energie esistenti nel Paese.
Si tratta di riforme urgenti, se non vogliamo perdere l'appuntamento con il futuro, se non vogliamo, anziché raggiungere lo sviluppo europeo e occidentale, sprofondare nel sottosviluppo del basso Mediterraneo.
Cari colleghi della sinistra, eccoli i motivi della nostra scelta di campo, che voi tentate in tutti i modi di demonizzare, spesso con animosità e astiosità, violando non di rado le regole del fair play.


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C'è spesso della iattanza ideologica nel vostro atteggiamento, c'è la presunzione di rappresentare il meglio della politica, d'essere «interpreti esclusivi» della cultura della libertà.
Spiace che certi atteggiamenti, che a volte scadono in mera arroganza, vengano anche da uomini a cui pure riconosciamo onestà intellettuale e intelligenza politica. Sono uomini con i quali ci fa piacere scambiare il saluto, discutere, polemizzare civilmente. È questa la civiltà politica in cui crediamo e che intendiamo praticare.
Spiace, per esempio, che un uomo come Giuliano Amato arrivi a dire, mostrando una faziosità almeno in questo caso davvero ingiustificabile, che «la libertà di destra è quella che diventa potere di pochi e accentua, anziché ridurre, l'esclusione sociale».
Queste sono posizioni che già il novecento ha dissolto. Ora sono illogiche, anacronistiche, chiaramente strumentali, perciò inaccettabili.
Imperdonabili sono anche certe astiose faziosità di ex democristiani che alla difesa coerente del loro passato e della loro cultura hanno preferito il conformismo e il trasformismo sull'altra sponda.
Noi, con la nostra cultura liberale, siamo qui per dimostrare quanto sia non vera la versione politica e storica che la sinistra cerca di accreditare.
Al contrario di taluni di voi, colleghi della sinistra, a noi sta a cuore la libertà di tutti, non il potere di pochi. Siamo qui per far sì che il nostro sistema politico non solo si modernizzi ma realizzi davvero la democrazia dell'alternanza.
Noi non vogliamo distruggere gli avversari - sì avversari, non nemici come voi preferite considerarci -; ci auguriamo, invece, che spunti finalmente una sinistra riformista, moderna, che faccia un bagno di umiltà e di riflessione in una sua Bad Godesberg, diventando un contraltare serio e credibile del centro-destra.
Sì, a noi di questa sponda democratica e liberale la democrazia dell'alternanza interessa veramente. Ma quale alternanza sarà mai possibile con una sinistra ancora pervicacemente in guerra con le istituzioni e ideologicamente legata al passato?
Anche noi abbiamo firmato una cambiale col Governo Berlusconi, come in una intervista ha dichiarato un imprenditore-simbolo del miracolo economico del nord-est, il signor Giorgio Panto. Anche noi vogliamo vedere le riforme promesse, il cambiamento promesso, la modernizzazione promessa. Siamo uomini liberi, capaci, ove necessario, di dire «no». È su questo rapporto di lealtà che si fonda la nostra militanza politica, di cui siamo arciconvinti e per la quale pretendiamo rispetto.

MONICA STEFANIA BALDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'ambito del ciclo annuale di bilancio, la presentazione da parte del Governo e l'esame da parte delle Camere del Documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF) risponde allo scopo fondamentale di inquadrare gli interventi legislativi in materia di bilancio e di finanza pubblica in una più generale decisione politico-programmatica.
Gli interventi previsti dal documento, approvato dal Consiglio dei ministri, permettono di dare un reale contributo alla crescita economica ed occupazionale del nostro paese.
Per l'anno in corso il DPEF 2002-2006 prevede un quadro internazionale caratterizzato da una situazione di incertezza relativamente alle prospettive di sviluppo dell'economia internazionale, che riflette, prevalentemente, la marcata decelerazione dell'economia statunitense (passata dal 5 per cento del 2000 all'1,6 per cento del 2001) e il rallentamento della crescita del Giappone (il cui PIL segna una crescita dello 0,3 per cento), registrata nel corso dei primi sei mesi del 2001.
A fronte dunque di una crescita rallentata del PIL dei paesi industrializzati, che dovrebbe attestarsi intorno al 2,0 per cento (rispetto al 4,1 per cento del 2000), l'area euro dovrebbe presentare un tasso di crescita del 2,2 per cento, con una riduzione di oltre 1 punto percentuale


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rispetto al 2000 (pari al 3,4 per cento, riflettendo, in particolare, il rallentamento produttivo della Germania, pari all'1,6 per cento).
Tali previsioni per il 2001 migliorano, tuttavia, a partire dalla seconda metà dell'anno in corso: nel 2002, infatti, la crescita dell'area euro dovrebbe attestarsi intorno al 2,6 per cento nel 2002, per poi crescere al 2,8-2,9 per cento nel 2003-2004, per poi collocarsi intorno a1 3 per cento negli anni 2005-2006, mantenendosi tuttavia lievemente inferiore al tasso di sviluppo degli Stati Uniti che dovrebbe attestarsi al di sopra del 3 per cento già a partire dal 2003.
Gli interventi previsti nel DPEF vanno inquadrati nel contesto più generale del coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri dell'Unione europea così come formalmente sancito dal trattato sulla Comunità europea (nella versione consolidata a seguito del trattato di Maastricht e del trattato di Amsterdam) il quale definisce le politiche economiche condotte dagli Stati membri come una questione di interesse comune.
Come è noto, su tale questione si è sviluppato un ampio dibattito intorno al rispetto degli obiettivi di bilancio concordati con l'Unione europea anche in relazione al «buco» dei conti pubblici ereditato dal precedente Governo.
Per quello che in questa sede interessa occorre rilevare che:
il Governo ha ribadito l'obiettivo di contenere allo 0,8 per cento il valore dell'indebitamento netto per il 2001 adoperandosi, pur nel breve lasso di tempo che ci separa ormai dalla fine dell'anno e tenendo presente il fatto della sua recente costituzione, con misure di risparmio di spesa che non andranno a tagliare le prestazioni sociali o ad aumentare il prelievo fiscale. È evidente che si tratta di un impegno rilevante in considerazione dello stato della finanza pubblica e del rallentamento della crescita in tutti i paesi europei;
il Governo mantiene fede all'impegno assunto con l'Unione europea in ordine al pareggio del bilancio nel 2003, in una data anticipata rispetto a quella fissata dalla Francia o dalla Germania, per esempio. Anche questo è un impegno significativo perché inserito in un contesto di forte rilancio dello sviluppo e non di politiche di restrizione.
Il Governo, infine, potrà al momento della verifica dei conti in ambito europeo - al Consiglio europeo Ecofin di dicembre - aggiornare il programma di stabilità e di crescita, facendo leva proprio sugli sforzi per il rispetto degli impegni europei in una situazione di finanza pubblica e di dinamica macroeconomica internazionale indubbiamente difficile.
Per quanto riguarda, invece, le misure di politica di bilancio da intraprendere, queste sono indubbiamente coerenti con le linee guida europee (BEPG) per l'Italia infatti richiamano la necessità di perseguire i seguenti indirizzi: procedere, a fronte di riduzioni di entrate fiscali, ad una riduzione della spesa pubblica e individuare possibili ulteriori miglioramenti del disavanzo; accelerare la riduzione dell'elevato debito pubblico; procedere alla verifica dei parametri della spesa pensionistica e favorire lo sviluppo dei sistemi previdenziali integrativi; favorire un andamento dei salari in linea con la produttività, aumentare la flessibilità e ridurre il carico fiscale sul lavoro; promuovere il coinvolgimento dei privati nella spesa in ricerca e sviluppo e assicurare la concorrenza sui mercati delle utility soprattutto a livello locale; ridurre il carico amministrativo sulle imprese e rimuovere le barriere all'accesso nell'area dei servizi professionali; accelerare lo sviluppo del mercato dei capitali, facilitando l'accesso allo stesso degli investitori istituzionali anche attraverso un'appropriata riforma fiscale, che faciliti l'imprenditorialità, ed una riforma della legge fallimentare.
Particolare interesse rivestono inoltre alcuni indirizzi di carattere settoriale previsti dal DPEF. Ed è interessante notare come gli stessi si muovano nel solco degli indirizzi tracciati dall'Unione europea. Basti richiamare in questa sede, ad esempio, alcune Raccomandazioni del Consiglio europeo di Feira.


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Difatti il Governo intende promuovere l'aumento del tasso di occupazione attraverso l'emersione del lavoro sommerso e misure finalizzate a garantire la partecipazione al mercato del lavoro, promuovendo anche la sperimentazione del lavoro a tempo parziale e la sperimentazione di nuove tipologie contrattuali.
Altro obiettivo del Governo nel prossimo quinquennio è quello di favorire l'avvento della società digitale e l'ingresso nella società dell'informazione attraverso una serie di misure. Tale orientamento si muove in linea con gli indirizzi europei e in particolare con le conclusioni del Consiglio europeo straordinario di Lisbona del marzo 1999, il quale ha individuato nuovi obiettivi finalizzati a sostenere l'occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale, nel contesto di una «nuova economia» basata sulla conoscenza.
Si prevedono, in particolare, misure per migliorare la qualità dei servizi sociali, per ampliare gli spazi di libertà, e segnatamente della donna che lavora, e per conciliare cura dei figli e vita lavorativa in base alle indicazioni che ci provengono dall'Unione europea nel senso di rimuovere ogni forma di discriminazione diretta o indiretta.
Attraverso l'investimento in infrastrutture il Governo si propone di contribuire all'incremento del PIL e dell'occupazione dando al nostro territorio unitarietà ed integrazione con il territorio comunitario e determinando per l'Italia il ruolo di ponte tra l'Unione europea e i paesi del bacino del Mediterraneo e di cerniera tra est e ovest europeo.
Particolarmente incisivi sono gli indirizzi di politica industriale soprattutto per quanto attiene all'attenzione prestata alle piccole e medie imprese.
Queste azioni dovranno essere realizzate in un contesto di approfondimento dell'impegno comunitario per lo sviluppo rurale, ma garantendo l'invarianza reale della spesa per l'agricoltura, in linea con le prospettive finanziarie fissate con Agenda 2000.
Anche per quanto riguarda l'ambiente, il DPEf si muove lungo il solco delle politiche comunitarie da sempre attente a favorire lo sviluppo sostenibile e la valutazione dell'impatto ambientale degli interventi.
Inoltre viene evidenziata la questione del sostegno finanziario derivante ad alcune regioni del nostro paese dai fondi strutturali anche in vista del rinnovo del quadro di sostegno 2007-2013 in relazione al fatto che dovremmo confrontarci con altri paesi che saranno probabilmente entrati a far parte dell'Unione europea a seguito del progredire del processo di allargamento.
In qualità di relatore del DPEF per la Commissione politiche comunitarie, ritengo importante ribadire che il Governo si propone di ricondurre, per quanto possibile, il rapporto deficit-PIL entro l'obiettivo del patto di stabilità e crescita europeo dello 0,8 per cento, rispettando pienamente i parametri e i quattro criteri guida definiti con decisione Ecofin del 22 febbraio 2000.
Questo DPEF permette all'Italia di essere presente in Europa non solo con l'euro ma anche con un'economia reale, attuando profonde riforme di struttura su fisco e mercato del lavoro con l'impegno sostanziale assunto a Bruxelles di garantire l'azzeramento del deficit al 2003, nonostante l'extra-deficit.
Inoltre mi preme ricordare che il Commissario europeo agli affari economici e monetari Pedro Solbes ha ritenuto positivi i correttivi presentati da questo esecutivo, considerando l'Italia alla stregua degli altri paesi europei, nonostante un bilancio lontano dal pareggio a causa di un debito pubblico molto elevato.
Infine le misure annunciate hanno ottenuto pieno consenso, sia in campo internazionale che nazionale, ma è ora importante verificare in che modo il Parlamento le approverà.
La responsabilità ricade allora, ancor più pesantemente, su questa spettabile Assemblea, espressione democratica della collettività tutta.


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Rivolgiamo l'auspicio che prevalga nelle singole coscienze l'equilibrio, il buonsenso e il rispetto nei confronti degli italiani e della comunità internazionale.

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