Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 23 del 25/7/2001
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TESTO AGGIORNATO AL 26 LUGLIO 2001


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DICHIARAZIONI DI VOTO FINALE DEI DEPUTATI GIUSEPPE NARO E CESARE RIZZI SULLA PROPOSTA DI LEGGE N.437

GIUSEPPE NARO. La Commissione parlamentare di inchiesta che sta per essere istituita, nasce, secondo l'opposizione, in modo politicamente improprio, essendo prerogativa della minoranza proporre l'utilizzo di tale strumento al fine di potere esercitare il ruolo di controllore che nei sistemi democratici spetta appunto alla minoranza.
Sul principio non ho difficoltà a concordare. Si dimentica, però, che sul caso STET-Telekom-Serbia nella passata legislatura la minoranza non fu messa nelle condizioni di esercitare appieno il suo diritto-dovere di controllare, non ottenendo risposta ad inquietanti interrogativi che inchieste giornalistiche avevano posto con clamore all'attenzione del paese, del mondo internazionale e di questa stessa Assemblea.
Ecco spiegata una iniziativa parlamentare, sì di maggioranza, ma che tende ad avere da una Commissione parlamentare risposte ad interrogativi che la minoranza non era riuscita ad ottenere. A partire da quello sulle origini dell'affare: da chi e quando è stato concepito? Prima, durante o dopo la guerra in Bosnia? Ben diversi erano infatti di tempo in tempo la considerazione e il trattamento che si era convenuto che la Serbia e il regime di Milosevic meritassero.
Occorrerà poi eliminare ogni ragionevole dubbio sulla veridicità delle vociferazioni riguardanti pretesi coinvolgimenti irrituali di responsabili del nostro Governo nello svolgimento delle trattative o implicazioni dei servizi in illecite modalità di esecuzione dei pagamenti.
Dovrà essere, per contro, ben chiarito come e in qual modo, ai vari livelli di responsabilità politico-diplomatica, l'affare stesso sia stato valutato, sia nei suoi contenuti etico-politici, sia sotto il profilo del rapporto costi-benefici politico-economici, sia nelle sue ricadute sul prestigio e l'affidabilità del nostro paese.
In particolare, va appurata l'utilità strategica dell'acquisizione, conseguita in un contesto derivante dagli accordi di Dayton del 1995 - da cui il pragmatico e non ideologizzato Milosevic, che era salito al potere con elezioni aperte, usciva come perno della stabilità e della pace nell'area.
Fin dal 1996, nonostante resistenze frapposte dal Governo degli Stati Uniti, che forse preferiva si attendesse la verifica dei fatti, molte nazioni europee erano accorse sul riaperto mercato iugoslavo, incoraggiate a investire dalle banche internazionali. E nel 1997 la stessa Unione europea concesse alla Repubblica federale iugoslava le cosiddette preferenze commerciali generalizzate.
Tuttavia, circa quella acquisizione dovrà essere verificata anche la valutazione maturata sulla sua opportunità etico-politica relativamente al fatto che l'afflusso di quasi 1.500 miliardi avrebbe apportato un notevole sostegno a un regime autoritario, restio a ulteriori riforme politico-economiche e che versava in grave crisi politico-finanziaria.
Non si tratta di rileggere i fatti col senno di poi, ma di riesaminare in che conto sia stato tenuto in quel momento il relativo rischio finanziario e politico. Come fu considerata allora la segnalazione che il perfezionamento di quel contratto avrebbe fatto sentire le opposizioni democratiche al regime tradite e private della comprensione e dell'appoggio che l'Italia aveva loro dimostrato? Che peso è stato attribuito al rischio di perdere il loro


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credito e la loro fiducia, anche nella ipotesi che un giorno quell'opposizione andasse al potere?
E ancora: come poteva avvenire che un contratto di tale rilevanza strategica rimanesse totalmente affidato all'autonomia dell'azienda in tutte le fasi delle trattative? Inoltre va fugato ogni dubbio suscitato dalle voci secondo le quali il contratto già stipulato sia stato completamente sottratto a qualsiasi supervisione politica dello Stato italiano, addirittura con la sua secretazione totale o parziale pretesa dallo Stato iugoslavo. Di eventuali protocolli secretati va comunque accertata la reale esistenza, come vanno verificate e chiarite molte indicazioni che segnalano «stranezze» e punti oscuri nella conduzione dell'affare da parte della Telecom Italia.
Ad esempio quella relativa a una inusitata richiesta al proprio advisor, cioè la UBS di rivedere al rialzo la stima del bene che l'azienda intendeva compare. O anche il rilievo divulgato che il contratto non abbia riservato agli acquirenti del 49 per cento della società quei mezzi efficaci di controllo operativo della propria direzione aziendale e della tecnologia che rientrano nelle garanzie normali di corporate govern, praticate in tutto il mondo per questo tipo di partecipazioni a una privatizzazione. E ancora l'osservazione che non si tenne praticamente conto della certificazione negativa sulla veridicità dei bilanci della Telekom Serbia, resa qualche mese dopo l'acquisizione dalla società internazionale di revisione di ciò incaricata.
Non ci soffermeremo qui sulle tante altre procedure che appaiono inconsuete ma che potrebbero avere motivazioni più o meno valide che l'inchiesta dovrà accertare.
Basti ricordare l'utilizzo per l'operazione di una piccola consociata estera al posto della relativa capofila deputata alle acquisizioni estere o l'apparentemente mancato rispetto delle competenze dello stesso consiglio di amministrazione della Telecom Italia.
Ma il Parlamento e i cittadini vorranno che siano anche controllate le voci relative alla ulteriore facilitazione che sarebbe stata fatta a Milosevic con il pagamento in contanti.
Ben pià essenziale sarà appurare che controllo sia stato fatto sul rispetto da parte iugoslava di una destinazione dei proventi dell'operazione che rimanesse coerente con i fini di incentivazione del processo di riforme e di democratizzazione che la NATO, l'Unione europea e l'Italia volevano sostenere. È stato scritto che, a giudizio delle nuove autorità iugoslave, quegli introiti servirono a Milosevic per pagare gli stipendi ai militari e le spettanze dei pensionati, piattaforma elettorale del regime, per rimpinguare le casse delle aziende dello Stato in mano alla sua nomenklatura e «forse» anche a finanziare la pulizia etnica in Kosovo (ma le riserve valutarie della Jugoslavia, rimpinguate dal contratto nel giugno 1997 erano già scese di nuovo a picco nell'autunno dello stesso anno, mentre la guerra in Kosovo scoppiò un paio d'anni dopo).
Nel ribadire il voto favorevole dei deputati del gruppo CCD-CDU Biancofiore desidero fare una considerazione di carattere generale. Col nostro voto non votiamo una Commissione di inchiesta su qualcuno, ma su qualcosa.
Non vi è l'intenzione - certamente non l'abbiamo noi - di processare qualcuno, né tantomeno il Governo passato. Essa è uno strumento per dare al Parlamento ed al paese alcune risposte. Per cancellare ombre che non sarebbero meno gravi se - infondate come mi auguro - non venissero rimosse. La Commissione serve a sconfiggere chiacchierii e giustizialismo serpeggiante.
L'affare STET-Telekom-Serbia è infatti uno dei macigni che vanno rimossi sulla strada, non dico della pacificazione nazionale, ma del rasserenamento della vita politica e civile del nostro paese.
Essa è stata, nell'ultimo decennio, avvelenata da una devastante cultura del sospetto che si nutre di ansia di rivalsa e di vendetta, di sussurri, di insinuazioni, di allusioni velate, di ambiguità celate in un polverone accecante.


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Noi deputati del gruppo CCD-CDU Biancofiore vogliamo che questo clima venga presto archiviato, consumando i passaggi necessari e rimuovendo tutti gli ostacoli che ritardano la palingenesi del nostro paese.

CESARE RIZZI. Schematicamente direi che la Commissione di inchiesta è necessaria per fare luce su operazioni finanziarie promosse dall'Italia, cioè da società controllate dallo Stato, in ordine alle quali spesso diventa impossibile comprendere la realtà dei fatti a causa delle mancate risposte. Lo Stato è unico e non ci possono essere vari livelli di Stato: è inaccettabile che fatti che coinvolgono la nazione possono o non possono discrezionalmente essere resi noti al Parlamento, ad un organo costituzionale il cui ruolo è importante per rappresentare la stabilità e la credibilità delle istituzioni.
Da qui la necessità di comprendere, visto che l'audizione del ministro Dini in Assemblea il 28 febbraio 2001 non era stata esaustiva e concludente, se vi sia stata una partecipazione diretta del Governo Prodi all'affaire, se siano state date tangenti ad esponenti del Governo serbo, se sia mancata un'adeguata informazione sulle trattative concernenti l'acquisizione da parte di STET, allora controllata dallo Stato, di una quota di Telekom Serbia. Cioè se l'affare Telekom Serbia, un'operazione da 893 milioni di marchi, sia veramente stata una boccata di ossigeno per il Governo di Milosevic: l'affermazione del ministro «altri governi avrebbero dato ossigeno a Milosevic» non risolve la questione di come mai l'Italia decise di investire in un paese che era un «sorvegliato speciale» a livello di comunità internazionale. Una domanda, questa, che dovrà essere posta al Presidente Prodi.
Anche la questione delle tangenti non è stata risolta, in quanto il ministro nel dibattito affermò di non sapere se furono date tangenti al Governo serbo e da questo a italiani. Inoltre, occorre chiarire per quale ragione il gruppo Telecom Italia nel periodo 1996-1998, abbia investito - pare - 10.226 miliardi di lire, pari all'8 per cento del patrimonio netto, per avere partecipazioni di minoranza, come è avvenuto per Telekom Serbia. Si deve comprendere anche se corrisponda al vero la notizia, pubblicata nell'inserto di FINANZA & MERCATI de Il Sole 24 ORE del 7 giugno 1997, in base alla quale 800 miliardi erano pronti per lo sbarco dell'Italia in Serbia.
Inoltre, occorre chiarire come il ministro degli affari esteri, ed il Governo, non abbiano mostrato interesse ad occuparsi della vicenda Telecom, visto che il fatto è avvenuto in un'area, ripeto, geopoliticamente delicata. Va compreso come un'azienda controllata dallo Stato abbia compiuto un'operazione finanziaria senza che il Governo ne fosse a conoscenza. Ricordo, come evidenziò l'onorevole Selva, che un altro Governo di sinistra, quello greco, ha partecipato ad acquisire quote di Telekom Serbia pari al 20 per cento.
La Commissione, per i poteri conferitele, è sicuramente il luogo istituzionale più trasparente per approfondire alcune questioni, già messe in evidenza anche da altri deputati: come mai l'operazione sia stata affidata ad una società di diritto olandese controllata da STET; a chi fossero indirizzati i versamenti da STET sui conti della Paribas Banque di Francoforte e della Berckley's Bank di Londra; quali


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attività svolse l'UBS di Zurigo che sovrastimò (900 miliardi) il valore del 29 per cento di Telekom Serbia; quale sia la somma totale versata da STET per l'operazione; come mai non fu tenuto in considerazione il rapporto della società di revisione Cooper e Laiband che denunciava una sovrastimazione degli utili e del capitale di Telekom Serbia; sia normale considerare accettabile e normale una commissione di 960 mila marchi al compagno Gianni Vitale, compagno di caccia di Milosevic; se esistano o non esistano clausole segrete nell'accordo STET-Telekom Serbia, rientranti in un'operazione internazionale di tangenti ideata dal Governo di Milosevic; se corrisponda al vero che il Governo di Belgrado pose il segreto di Stato sul contratto di vendita; a chi si riferisse Milosevic quando affermò che il denaro fu dato «a quei mafiosi di italiani»; con chi parlò l'amministratore delegato di STET, Tomaso Tommasi di Viganò, al Ministero degli affari esteri durante la conduzione della trattativa; se corrisponda al vero che il consiglio di amministrazione di STET non fu informato dell'avvenuta acquisizione; che dell'affare condotto da STET International Nertherlands, controllata da STET International, controllata da STET Finanziaria, all'epoca controllata dal Tesoro, non vi sia traccia al Ministero medesimo; perché STET abbia acquistato il 49 per cento di Telekom Serbia, per poi cederne il 20 per cento ad altra società.

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