Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 21 del 23/7/2001
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TESTO AGGIORNATO AL 26 LUGLIO 2001


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(Discussione sulle linee generali - A.C. 437)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Informo che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazione nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Avverto che le Commissioni riunite III (Affari esteri) e IX (Trasporti) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Il relatore per la maggioranza per la IX Commissione (Trasporti), onorevole Bocchino, ha facoltà di svolgere la relazione.

ITALO BOCCHINO, Relatore per la maggioranza per la IX Commissione. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento all'esame dell'Assemblea oggi è stato approvato, con delle modifiche che potremmo definire sostanziali, dalle Commissioni congiunte affari esteri e trasporti, poste e telecomunicazioni. La proposta di legge originaria, che porta le firme dei colleghi Selva, Pagliarini e Volontè, ha come obiettivo l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Telekom-Serbia; l'istituzione di questa Commissione di inchiesta, che è oggetto appunto della proposta di legge - va chiarito subito - non vuole avere alcun intento persecutorio nei confronti di alcuna parte politica, bensì l'unico obiettivo di far luce su una delle vicende di finanza internazionale più oscure degli ultimi decenni. È infatti interesse primario - noi riteniamo - della pubblica opinione conoscere come sia avvenuta questa operazione commerciale, tanto più che è stata effettuata con denaro di una società all'epoca a quasi totale capitale pubblico. Tra l'altro, riteniamo sia dovere del Parlamento tutto chiarire una pagina politico-finanziaria che altrimenti rischia di restare oscura per i prossimi anni.
Si è discusso, nell'ambito del lavoro svolto dalle Commissioni congiunte, del pericolo della possibile interferenza tra l'inchiesta parlamentare e l'inchiesta giudiziaria. Così come abbiamo sostenuto noi relatori in Commissione, in Assemblea ribadiamo che riteniamo sia possibile tenere distinti i due percorsi e dar vita così alla Commissione parlamentare di inchiesta mentre procede l'inchiesta penale. D'altronde la magistratura dovrà evidenziare e perseguire eventuali illeciti penali, mentre il Parlamento dovrà fare chiarezza su eventuali responsabilità e sulla loro gravità, da chiunque possano essere venute.
D'altronde, per la stragrande maggioranza, le inchieste parlamentari - come ci insegna la nostra prassi - sono iniziate e finite con indagini ancora in corso e, comunque, quasi sempre prima della conclusione dell'intero iter giudiziario. Quanto alla vicenda, riteniamo opportuno, sottoponendo all'Assemblea il provvedimento, ricordarne i tratti essenziali. Il 15 gennaio del 1997, a Belgrado, furono concordati i termini dell'operazione di acquisizione della Telekom-Serbia in un incontro riservato tra il direttore generale della Telecom Italia, Tomaso Tommasi di Vignano, che dopo due settimane fu nominato amministratore delegato al posto di Ernesto Pascale, e Milosevic. Il 9 giugno del 1997, pochi mesi dopo, venne perfezionato l'acquisto da parte della STET International Netherlands, società di diritto olandese controllata dalla STET International, a sua


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volta controllata da STET, società finanziaria telefonica successivamente fusa con Telecom Italia. Fu utilizzato quindi un sistema di controlli societari per realizzare una acquisizione azionaria rilevante sotto l'aspetto strategico e finanziario, oltre che naturalmente politico rispetto al rapporto con i Balcani. Per l'acquisto del 29 per cento di Telekom-Serbia furono pagati 900 miliardi di lire, mentre altri 600 miliardi servirono per acquistare una quota del 20 per cento, che fu subito rivenduta alla società greca OTE. L'acquisizione, sul piano strettamente economico, non appare al momento conveniente, considerato che, proprio nel bilancio successivo della società italiana, la quota azionaria di Telekom-Serbia fu valutata meno di 400 miliardi di lire, neanche la metà del prezzo di acquisto. L'affare, inoltre, ha assunto rilievo penale dal momento in cui la procura della Repubblica di Torino ha avviato un'indagine per falso in bilancio, corruzione e peculato, giacché i dirigenti della Telecom erano effettivamente pubblici ufficiali, o almeno incaricati di pubblico servizio, ed il denaro impiegato nell'operazione era denaro pubblico nonché di azionisti privati. Tra l'altro, la magistratura ha già disposto delle rogatorie per accedere ai conti della BNP Paribas di Francoforte e della Bercley's Bank di Londra, dove furono accreditati rispettivamente 16 milioni di marchi tedeschi a beneficio di altre banche estere ed un milione e 700 mila altri marchi tedeschi a beneficio di un altro istituto di credito estero, tutto denaro versato dalla STET.
Tra l'altro, a tutt'oggi, la magistratura non è riuscita ad individuare i beneficiari di questi versamenti né a sapere a quale titolo siano stati disposti. Inoltre, sui suddetti conti bancari, la società greca OTE, che aveva acquisito tramite Telecom Italia il 20 per cento della Telekom-Serbia, pare abbia effettuato un altro versamento di denaro per il quale stanno indagando i giudici di Atene.
La vicenda Telekom-Serbia è giunta all'attenzione della pubblica opinione a seguito di una lunga inchiesta pubblicata dal quotidiano la Repubblica il 16, 17 e 18 febbraio del 2001. Successivamente l'allora ministro degli esteri, Dini, dichiarò al Parlamento e al quotidiano la Repubblica di non aver mai saputo nulla della vicenda ed accusò l'agenzia americana CIA di cercare di screditare chi sostiene posizioni negoziali diverse da Washington.
Si tratta di argomenti che noi riteniamo debbano essere posti all'attenzione di una Commissione di inchiesta con il compito di comprendere tutti i risvolti di questa vicenda. Tali risvolti sono stati affrontati anche da alcuni esponenti del Governo e delle istituzioni serbe, come l'attuale ministro delle telecomunicazioni o l'ex governatore della banca centrale jugoslava che, nei mesi passati, si sono espressi negativamente su questa transazione internazionale.
Riteniamo che il compito principale della Commissione che si intende istituire con la presente proposta di legge sia quello di riuscire a chiarire cosa sia stato effettivamente l'affare Telecom in termini di acquisizione aziendale; cosa ha permesso a Telecom Italia la conquista di mercati esteri e se vi siano stati dei risvolti che oltre ad avere rilievo penale possano anche avere un importante rilievo politico per il nostro paese.
Il lavoro svolto dalla Commissione, è bene sottolinearlo, ha portato ad un testo oggi all'attenzione dell'Assemblea, molto diverso da quello presentato dai colleghi Selva, Pagliarini e Volontè. Un testo che è stato modificato sostanzialmente, come già detto in premessa della relazione, e che credo possa soddisfare, essendo stato il frutto dello sforzo del relatore ma soprattutto una mediazione per accogliere la quasi totalità, se non la totalità, delle richieste avanzate dall'opposizione nel corso della discussione generale che ha avuto, in Commissione, dei toni anche aspri.
Vale la pena ricordare che è stata modificata la denominazione della Commissione, che non dovrà più procedere ad un'inchiesta anche sulle responsabilità dei governi durante la XIII legislatura, ma solo un'inchiesta sull'affare Telekom-Serbia


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così come era stato chiesto dall'opposizione e come era stato proposto con un emendamento dei relatori.
Un'altra modifica sostanziale riguarda l'oggetto dell'inchiesta che non concerne più gli atti compiuti da ministri, enti, soggetti privati, persone giuridiche e fisiche, così come prevedeva la proposta di legge iniziale, ma gli atti da chiunque compiuti, così come chiesto dall'opposizione. Ciò significa che non si può partire dal presupposto che ci debbano essere delle responsabilità da parte del precedente Governo e questo lo si dimostra anche eliminando il limite temporale alle indagini della Commissione d'inchiesta (previsto inizialmente dal 1996 al 2001, cioè l'arco della precedente legislatura) che adesso potrà indagare sull'affare Telekom-Serbia senza limiti quanto agli anni di riferimento.
La terza modifica sostanziale, sempre su richiesta dell'opposizione, riguarda la scelta del presidente della Commissione di inchiesta. Il testo attuale prevede che il presidente della Commissione di inchiesta sia scelto dai Presidenti delle Camere tra i membri della Commissione, mentre il testo originario prevedeva che fosse la Commissione stessa ad eleggere il proprio presidente. Si tratta di un ulteriore elemento di garanzia per tutti i gruppi parlamentari, visto che la scelta passa attraverso il parere istituzionale dei Presidenti di Camera e Senato.
La durata della Commissione di inchiesta, inoltre, è stata raddoppiata rispetto ai sei mesi iniziali ed è stata portata ad un anno, rinnovabile per un altro anno, dai Presidenti delle Camere, su richiesta della Commissione stessa.
Inoltre, è stato reintrodotto il principio generale del segreto di Stato. Il testo originario prevedeva una deroga al principio generale, ovvero la possibilità per la Commissione di inchiesta di accedere ad atti sui quali era stato posto il segreto di Stato. Il testo attualmente all'esame dell'Assemblea reintroduce invece il principio generale e non dà quindi facoltà alla Commissione di visionare e prendere possesso di atti sui quali è stato posto il segreto di Stato. Lo stesso vale anche a tutela del segreto tra difensore e parte processuale nell'ambito del mandato.
Riteniamo pertanto che lo sforzo compiuto dalle Commissioni III e IX in sede referente possa essere valutato positivamente dall'Assemblea e che il testo possa essere approvato così come licenziato dalle Commissioni affinché al più presto - tenendo presente anche l'urgenza che all'unanimità la Conferenza dei capigruppo ha voluto attribuire a questo provvedimento - si dia vita alla Commissione d'inchiesta ed all'avvio dei suoi lavori.

PRESIDENTE. Il relatore per la maggioranza per la III commissione, onorevole Ballaman, ha facoltà di svolgere la relazione.

EDOUARD BALLAMAN, Relatore per la maggioranza per la III Commissione. Signor Presidente, mi rimetto alla relazione svolta dall'onorevole Bocchino, anche per favorire una maggiore celerità nella discussione del provvedimento.

PRESIDENTE. Sta bene. Il relatore di minoranza per la III Commissione, onorevole Piscitello, ha facoltà di svolgere la relazione. Non è presente?

MARCO BOATO. Signor Presidente, penso si rimetta alla relazione scritta, perché è stampata.

PRESIDENTE. Sta bene. Come interprete autentico della volontà dell'onorevole Piscitello, accettiamo la sua interpretazione. Prendo atto, quindi, che l'onorevole Piscitello rinuncia a svolgere la sua relazione.
Il relatore di minoranza per la IX Commissione, onorevole Duca, ha facoltà di svolgere la relazione.

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. Signor Presidente, questo provvedimento ci ha visto, e ci vede, radicalmente contrari, ed è bene


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che la maggioranza parlamentare di centrodestra, che non è maggioranza nel paese, rifletta attentamente sulle nostre argomentazioni. È toccato infatti al centrosinistra difendere sia i principi di civiltà giuridica sia il rispetto del ruolo e del valore delle istituzioni democratiche, oggetto entrambi di una serie di gravi attacchi da parte del centrodestra. Giova ricordare ai presentatori della proposta di legge, i deputati Selva, Pagliarini e Volontè, ed ai due relatori per la maggioranza, onorevoli Ballaman e Bocchino, alcune regole condivise e praticate nei paesi a democrazia avanzata: innanzitutto, quando cambia una maggioranza parlamentare non si processa quella precedente; inoltre, la politica estera di un paese non è soggetta a Commissioni d'inchiesta, bensì al controllo ed alla valutazione del Parlamento tramite gli appositi strumenti costituzionali e regolamentari (tanto in Commissione esteri che in Assemblea).
Durante il dibattito svoltosi nella III e nella IX Commissione abbiamo ripetutamente richiamato la maggioranza di centrodestra a tali principi ed abbiamo fermamente criticato il processo politico già istruito nella proposta di legge in oggetto, nonché le requisitorie svolte dal deputato Ballaman e, ancor peggio, dal deputato Bocchino. In quella sede essi hanno già individuato i capi di imputazione ed i responsabili ed emesso la sentenza di condanna nei confronti dei governi di centrosinistra che hanno guidato l'Italia dal 1996 al 2000, in particolare riferendosi ad alcuni ministri - titolari dei dicasteri degli affari esteri e dell'economia - nei confronti dei quali sono state pronunciate dichiarazioni offensive, allusioni ed insinuazioni di gravità inaudita.
È stupefacente che, come testimonianza d'accusa, i presentatori della proposta di legge ed i relatori abbiano citato proprio il dittatore Milosevic, attualmente detenuto in Olanda. Si tratta dello stesso Milosevic che nel corso degli anni 1999-2000, quindi anche dopo il conflitto, è stato omaggiato - o così si è cercato di fare - da parte di uomini politici che, oggi, sono ministri dell'attuale Governo.
Credo che i deputati Selva, Pagliarini e Volontè, nonché i relatori Ballaman e Bocchino abbiano avuto qualche amnesia, alla quale cercherò di porre rimedio ricordando articoli di stampa e loro citazioni; se invece non si è trattato di amnesia o dimenticanza, ma di precise e gravi omissioni, spero che l'intervento odierno possa chiarire ogni dubbio. Nella relazione dei deputati Selva, Pagliarini e Volontè alla proposta di legge in oggetto è scritto, tra le altre cose, che l'Italia, guidata dalla maggioranza di centrosinistra negli anni tra il 1996 ed il 2000, adottò il sistema del doppio binario, rispettando ufficialmente i patti come gli altri partner dell'Unione europea e della NATO e favorendo sottobanco il dittatore Milosevic. Nella sua relazione il deputato Ballaman ha analogamente sostenuto che ci si trovava di fronte ad una volontà politica o personale in contrapposizione agli alleati della NATO ed agli altri Stati membri dell'Unione europea.
Analogamente, il relatore Bocchino sostiene: «Forte è la sensazione che tale transazione sia stata compiuta in spregio alla posizione internazionale dell'Italia, quasi ponendo in essere un'opposta e dissimulata linea strategica nei confronti della Jugoslavia». In sostanza, emerge l'immagine di un centrodestra preoccupato che il Governo o i Governi facessero il doppio gioco con gli alleati europei e la NATO, trattando con il dittatore Milosevic.
Onorevoli Ballaman, Bocchino, Selva, Volontè e Pagliarini, sarebbe bene che leggeste un articolo pubblicato da La Stampa poco più di un anno fa nel quale si affermava, tra l'altro: «Abbiamo l'appoggio e la solidarietà di tutti i popoli che amano la libertà e che oggi sono qui rappresentati da tutti i partiti del mondo». Sapete di chi è questa frase? È un'affermazione del dittatore Milosevic al congresso del partito che lo ha rieletto presidente all'unanimità. Sapete chi, tra gli altri, in quel congresso rappresentava il popolo italiano? La Lega di Bossi e Maroni,


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caro Ballaman; quella Lega che oggi, insieme agli alleati di centrodestra, si permette di dubitare sulle politiche del centrosinistra. L'intervista continua: «Ma i nostri facevano spicco perché recitavano, in quell'inedito e un po' lugubre palcoscenico, la coerente schizofrenia della politica estera italiana».
Cosa avete sostenuto in quel congresso? Avete ribadito la vostra fedeltà agli alleati europei, agli Stati Uniti, alla NATO? Che cosa hanno da dire al Parlamento italiano Ballaman, Bocchino e Selva?

GUSTAVO SELVA. Selva e Bocchino l'hanno già detto!

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. Proviamo a spiegarlo un po' meglio, attraverso un'intervista apparsa sul giornale la Padania, che credo sia conosciuto. «Quindi la guerra dei Balcani andrà fino in fondo?» - domanda il giornalista - «Temo sia così, a meno che non diventi un Vietnam, ma non ne vedo le condizioni. Resta il fatto che ritorna l'area bombing di precisione, i bombardamenti mirati di grande potenza sui civili. Non si combatte un esercito con un altro esercito, ma si colpisce la società civile per costringere il nemico ad arrendersi. È ignobile: bombe a tappeto! Così gli angloamericani nella seconda guerra bruciarono vive due milioni di persone, poi processarono per crimini di guerra i nazisti assolvendo se stessi». Domanda il giornalista: «Se l'ONU allora non esiste, perché convincere Milosevic a incontrare il Segretario?». «Per smascherare il progetto USA» - risponde Bossi - «Comunque sia, questa guerra fa capire che il diritto internazionale è stato cancellato per creare l'impero mondiale». Questo sostiene un ministro dell'attuale Governo e questo è ciò che avrebbe voluto dire. Potrei citarvi almeno trenta articoli dello stesso tenore.

EDOUARD BALLAMAN. Ma non eravamo noi a dover tenere la linea della NATO. Eravate voi!

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. Ballaman, io non ti ho interrotto!

EDOUARD BALLAMAN. Infatti, non ho parlato!

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. All'inizio della guerra a Belgrado erano arrivati anche i leghisti Roberto Maroni e Marco Formentini. Essi, nonostante i tre giorni di attesa, non erano stati ricevuti da Milosevic, cosa che, invece, otterrà proprio il segretario della Lega alcuni giorni dopo.
Alla domanda del giornalista: « Quali sarebbero gli interessi degli USA?», Bossi risponde: «Vogliono controllare il petrolio e impadronirsi dell'economia mondiale». «Cominciando dalla guerra in Kosovo?» domanda il giornalista. «Certamente. Ci sono due modi per ottenere la globalizzazione: favorire l'immigrazione e disgregare le credenze religiose. Due strade che portano alla dissoluzione delle radici dei popoli. La globalizzazione è la negazione della società dei valori, della democrazia, della libertà». Questo è quanto sostiene il ministro Bossi. Infine vi è un'ultima domanda: «Ma anche Milosevic usa le ragioni delle credenze?». «Sì» - risponde Bossi - «Anche Milosevic le usa, ma anche la NATO. Quelle bombe su Belgrado ricordano i nazisti. Il popolo non può sopportare questo spettacolo».
Bossi ha sostenuto ciò e stranamente da parte del centrodestra non crea alcun imbarazzo il fatto che Bossi sia oggi un ministro che dovrebbe garantire l'alleanza con i partner dell'Unione europea e gli obblighi derivanti dall'appartenenza alla NATO. La dimostrazione che non ci siamo trovati di fronte ad una proposta di istituzione di una Commissione d'inchiesta, ma ad un anomalo tribunale speciale, che richiama alla memoria il triste periodo in cui in Italia era stata soppressa ogni libertà ed ogni diritto da un regime dittatoriale e sanguinario, è evidenziata proprio dalle due relazioni di maggioranza e dalla proposta Selva, con le quali si definiscono ruoli e motivi della Commissione.


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Il relatore per la III Commissione ha sostenuto, in sede di Commissioni riunite, che «i gruppi di opposizione saranno tra i primi fautori della Commissione proprio per poter chiarire la propria estraneità». Il relatore per la IX Commissione ha sostenuto che «dovrebbe, pertanto, essere proprio la minoranza a sostenere con forza l'istituzione della Commissione di inchiesta, per dimostrare l'estraneità dei propri esponenti». Il primo firmatario della proposta, invece, ha sostenuto che la Commissione «potrà consentire ai partiti che vedono implicati alcuni dei loro esponenti di poter chiarire la propria estraneità».
Di fronte a tali aberranti tesi giuridiche il centrosinistra ha espresso ripetutamente la propria opposizione, non per difendere se stesso - perché non ha nulla da difendere - ma gli elementi indispensabili di chiarezza e di civiltà giuridica di un paese democratico.
Il testo che è stato licenziato successivamente dalle Commissioni riunite è profondamente cambiato grazie al lavoro rigoroso del centrosinistra. Tuttavia, non possiamo sottacere che permane il pericolo - visti i precedenti - che una parte della maggioranza voglia utilizzare la Commissione per processare la politica estera dei precedenti governi e, forse, per indurre l'attuale titolare del Ministero degli affari esteri a mutare linea, visto che in più occasioni il ministro Ruggiero ha sostenuto la continuità dell'Italia in politica estera.
Se torniamo ai fatti, sicuramente più eloquenti delle parole, ed al contesto nel quale è avvenuto l'acquisto del 29 per cento delle azioni di Telekom-Serbia da parte della STET, attraverso la società controllata STET International Netherlands, è evidente a tutti che l'accordo commerciale tra le due società non è stato stipulato in pendenza di sanzioni contro la Repubblica federale jugoslava e che, quindi, il Governo italiano non sarebbe potuto intervenire per impedirne la conclusione. Infatti, tutti sanno che nel giugno 1997, quando la STET ha acquistato la Telekom-Serbia, le sanzioni adottate dall'Unione europea e dagli Stati Uniti contro la Repubblica federale jugoslava erano state tolte da un pezzo.
Gli accordi di Dayton del 21 novembre 1995 sancivano, con il benestare della Repubblica federale jugoslava, il nuovo assetto costituzionale della Bosnia-Erzegovina. Milosevic era tornato ad assumere il ruolo di interlocutore, pur con alcune cautele, dell'occidente, Stati Uniti in testa, e in più ambienti era maturata la speranza che Milosevic potesse avviare un processo di democratizzazione della Serbia.
Nello stesso periodo l'Italia manteneva un costante rapporto con le organizzazioni democratiche delle opposizioni e ospitava alla Farnesina la delegazione «INSIEME». È l'Italia a sostenere, alla fine del 1996, le opposizioni sui brogli nelle elezioni municipali e a favorire la delegazione OSCE. Nel 1996 l'Italia è entrata nel gruppo di contatto proprio perché al nostro paese sono state riconosciute affidabilità e capacità di iniziativa diplomatica da Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. Successivamente, la missione «Alba» ha evidenziato il grande impegno dell'Italia, unanimemente riconosciuto da tutti i partner.
Sul piano giuridico, invece, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha revocato le sanzioni il 1o ottobre 1996, provvedimento che è stato recepito nell'ordinamento italiano pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 258 del 4 novembre 1996. Inoltre, il Consiglio degli affari generali dell'Unione Europea il 27 aprile 1997 ha deciso di ripristinare nei confronti della Repubblica federale jugoslava le cosiddette preferenze commerciali generalizzate.
Stando a quanto scritto dal settimanale Panorama - a bombardamenti già iniziati, quindi molto tempo dopo - «nel periodo 1997-98 oltre all'acquisto del 29 per cento di Telekom-Serbia» (cito testualmente) «la FIAT era a buon punto per il recupero di crediti per un centinaio di miliardi ed aveva piani di sviluppo con la Zastava, distrutta dalle bombe. Belgrado voleva una linea per la costruzione della Uno, Torino era più interessata alla fornitura di componenti "just in time".


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Si producevano camion IVECO su licenza. Le banche italiane erano esposte per circa 70 miliardi. La privatizzazione dell'apparato produttivo di Belgrado, caratterizzato da gigantismo d'altri tempi, era agli inizi, ma la Jugoslavia prometteva molto. Aziende di abbigliamento come La Perla, Benetton e Stefanel vi facevano affluire una grossa quota delle produzioni per il cosiddetto "perfezionamento passivo", cioè la cucitura e rifinitura di capi di vestiario e semilavorati.
Lo stesso avveniva per grandi aziende calzaturiere. Il pagamento, viste le difficoltà delle transazioni in valuta, avveniva con parte della merce che il mercato serbo assorbiva avidamente. La Marcegaglia di Mantova acquistava laminati di acciaio dalla Sartd di Smederevo. La Sol di Milano era sul punto di acquisire una fabbrica di gas per uso tecnico. Le rubinetterie di Lumezzane si rifornivano di rame di Bohr e la Divella vendeva pasta facendosi pagare con l'import di legname pugliese.
Erano circa 200 gli imprenditori italiani interessati alla Serbia. Alcuni trascorrevano indimenticabili fine settimana nell'azienda venatoria di Sombor, in Vojvodina, del conte Pietro Arvedi d'Emilei. Mezza Italia consumava funghi secchi freschissimi provenienti dalla Sciumavia, a sud di Belgrado, venduti spesso come nostrani: funghi per 21 miliardi di lire nel 1998». Fin qui l'articolo di Panorama.
Infatti, non solo le aziende italiane - come ha indicato Panorama: 200 imprenditori italiani -, ma anche quelle francesi, greche e tedesche iniziarono plurime trattative con Belgrado per partecipare ai processi di privatizzazione in corso.
Proprio nel settore delle telecomunicazioni parteciparono imprese greche, la tedesca Siemens e la francese Alkatel. Non risulta che le forze politiche di centrodestra, pur all'opposizione in Francia in Germania, abbiano chiesto l'istituzione di Commissioni parlamentari di inchiesta per verificare le responsabilità dei rispettivi Governi né per altre operazioni commerciali attuate da imprese francesi o tedesche o inglesi, né risulta che siano state chieste Commissioni di inchiesta su altre operazioni commerciali trattate da imprese italiane.
Bastano queste considerazioni per evidenziare la strumentalità e la gravità del comportamento del centrodestra italiano. Pertanto, è necessario, come proposto nella nuova formulazione dell'articolo 3, comma 2, che sia chiaramente espresso che «non rientrano nei compiti della Commissione le valutazioni relativa alle scelte di politica estera dei Governi».

PRESIDENTE. Onorevole Duca, la prego di avviarsi alla conclusione.

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. Mi avvio alla conclusione, ancora un minuto di tempo, Presidente.

PRESIDENTE. Onorevole Duca, ha ancora 30 secondi di tempo a sua disposizione.

EUGENIO DUCA, Relatore di minoranza per la IX Commissione. La Commissione di inchiesta, in relazione all'acquisizione di Telekom-Serbia, individuerà le responsabilità di chicchessia, di dirigenti d'impresa, di imprenditori o uomini politici, di intermediari, e chiarirà se siano state pagate tangenti. Noi - come sempre - siamo dell'opinione che debbano essere individuati i responsabili affinché ne rispondano di fronte alla legge.
La magistratura torinese ha aperto un'indagine sull'operazione commerciale ed avrebbe ipotizzato i reati di falso in bilancio, corruzione e falsa fatturazione. Sarebbero state inoltrate diverse richieste di rogatoria in varie banche svizzere, tedesche e inglesi.
Chiediamo al centrodestra di adoperarsi per approvare, nei prossimi giorni, l'accordo internazionale sulle rogatorie con la Svizzera, ratifica che proprio il centrodestra ha ostacolato nel corso della precedente legislatura.
Chiediamo al centrodestra di non snaturare la norma sul falso in bilancio, che proprio in questi giorni sta manomettendo,


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per coprire interessi imprenditoriali e politici ben precisi - anche di Governo - molto chiari a tutti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIUSEPPE VALENTINO, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Il Governo si riserva di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rognoni. Ne ha facoltà.

CARLO ROGNONI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi deputati, prendiamo atto che il testo della proposta di legge che chiede l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull'affare Telekom-Serbia arriva in aula saggiamente modificato.
Si è lavorato bene in Commissione, soprattutto grazie agli emendamenti dell'Ulivo. È stato cambiato il titolo che denunciava una grossolana intenzione di mettere sotto inchiesta, addirittura, tutti i governi della XIII legislatura; è stato cambiato l'articolo 1, limitando il campo di indagine all'effettivo nuovo titolo della proposta di legge; soprattutto, si sono riportati sulla strada della consuetudine parlamentare i poteri della Commissione che si vorrebbe istituire, relativamente ai segreti di Stato, d'ufficio, professionale, bancario, mettendo riparo, in tal modo, ad una pesante forzatura che era presente nel provvedimento.
Per quanto concerne i tempi, la proposta di allungarli ad un anno sembra relativamente ragionevole, anche se non siamo convinti che per il tipo di inchiesta che si vuole svolgere vi sia, poi, bisogno di estendere i tempi oltre l'anno. Comunque, a nostro avviso, prima si farà chiarezza, meglio sarà: si eviteranno eccessive strumentalizzazioni, si consentirà ai cittadini di ricevere risposte agli interrogativi che possono essere legati all'idea stessa della Commissione così come ridefinita.
Prendo atto, poi, con soddisfazione della relazione dell'onorevole Bocchino, alla quale si è associato l'onorevole Ballaman. L'ho ascoltato con grandissima attenzione, con interesse ed ho scoperto che ha cambiato radicalmente posizione, rispetto alla relazione che aveva presentato in Commissione. Vi è, però, un atto che parla chiaro e che, dunque, mi costringe a parlare di ciò che ritengo essere lo spirito con cui voi avete presentato questa proposta di legge che, apparentemente, rispetto alle parole proferite oggi dall'onorevole Bocchino, non sarebbe più la stessa. Tuttavia, c'è un atto parlamentare, l'atto camera n. 437, che parla chiaro.
Ricordo che intervenni in Commissione, suggerendo che, di fronte ad un testo di questo tipo, la Presidenza della Camera avrebbe dovuto dichiararlo irricevibile, in quanto esiste un bon ton parlamentare, ci sono regole che vanno rispettate anche quando si avanzano delle proposte. Non possiamo dimenticare, anche se oggi l'onorevole Bocchino ha scelto una strada diversa, che in Commissione abbiamo sentito ricostruzioni arbitrarie, fantasiose, interpretazioni semplicistiche, ricostruzioni di comodo, forzature incompatibili con gli indirizzi dell'azione italiana nei Balcani oltre che con date, luoghi, dati di fatto. Abbiamo sentito gravi e pesanti insinuazioni, come quella di un doppio gioco che la politica italiana avrebbe fatto nei Balcani. Ciò è inaccettabile! Chi si vuole screditare? I ministri dei passati Governi, senza rendersi conto che c'è in gioco la stessa credibilità della nostra nazione? Più che i dubbi e gli interrogativi, che giustificano l'istituzione di una Commissione d'inchiesta, in quella sede abbiamo sentito requisitorie da pubblici ministeri, da parte di chi non ha titolo per farlo. Tutto ciò - devo dirlo - ci era parso, in quella sede, estremamente grave, anche perché proveniva da forze politiche che si vantano di essere maggioranza del paese, forze che, proprio perché maggioranza, dovrebbero avere il dovere di difendere gli interessi italiani in una zona strategica come quella dei Balcani.


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La relazione dell'onorevole Bocchino, alla quale si è associato l'onorevole Ballaman, rappresenta un importante passo indietro, ma resta il dubbio che sia solo tatticismo, che sia solo la risposta al fatto che ci siamo duramente indignati rispetto quella proposta.
Questa richiesta di una Commissione d'inchiesta - diciamo la verità - ha scarsa ragion d'essere se avanzata da una forza di opposizione, ma è veramente sorprendente che venga avanzata da chi dovrebbe dimostrare di avere cultura di governo.
Qualcuno vi ha spiegato che la politica estera è compito vostro? Che difendere l'immagine di questo paese è compito e dovere vostro?

GUSTAVO SELVA. L'immagine dell'Italia l'abbiamo difesa anche nella precedente legislatura!

CARLO ROGNONI. O dobbiamo ricordare noi a voi che state usando strumentalmente un mezzo serio, come la Commissione di inchiesta, al fine di tentare di mettere l'opposizione, che fino a ieri era maggioranza, sotto schiaffo? Questo era lo spirito, un precedente che ha del paradossale!
Lo spirito che aleggia nella relazione introduttiva alla proposta di legge in esame potrebbe fornire il destro - forse esagero - per un'accusa di tradimento, accusa grave che diventa devastante per chi pretenda di essere maggioranza.
Nel leggere tutti i passaggi della vostra azione parlamentare, si evince che l'obiettivo non è tanto quello di sapere se un'azienda pubblica abbia pagato o fatto pagare tangenti, se ci sia stata corruzione e chi siano i corrotti; peraltro, uomini di mondo, uomini di azienda conoscono bene i meccanismi del mondo degli affari. Se questo fosse il vero obiettivo, ciò non potrebbe che trovarci assolutamente d'accordo. Vogliamo mettere sotto inchiesta le transazioni d'affari a livello internazionale? Vogliamo cercare di conoscere il livello di corruzione che questo tipo di affari genera, ha generato, può generare? D'accordo. Avviare un percorso parlamentare per istituire una Commissione di inchiesta sulla corruzione potrebbe davvero costituire un'iniziativa comune e condivisa.
Ma la verità è che non mi sembra sia per voi di interesse primario sapere se - come accade in numerose transazioni internazionali - siano state davvero pagate tangenti; sulla base di tutto quello che avete scritto, il vostro obiettivo è piuttosto quello di mettere sotto inchiesta la politica estera italiana e di screditare con l'accusa dell'affare Telekom-Serbia il ministro degli affari esteri di allora, il sottosegretario di Stato per gli affari esteri di allora.
Colleghi della maggioranza, i fatti, le date, i luoghi contano; non ci può essere furia giustizialista su questi aspetti ed io devo ricordarli; 21 novembre 1995: accordi di pace di Dayton; Milosevic, da quel momento, torna ad assumere il ruolo di interlocutore dell'occidente, Stati Uniti in testa; 1o ottobre 1996: il Consiglio di sicurezza dell'ONU revoca le sanzioni economiche; 4 novembre 1996: la Gazzetta Ufficiale n. 258 dà atto del recepimento di quella revoca nell'ordinamento italiano. Siamo sei mesi prima del contratto Telecom. 27 aprile 1997: il Consiglio degli affari generali dell'Unione europea ripristina la clausola di nazione favorita nei confronti della Repubblica federale jugoslava, ripristina le così dette preferenze commerciali generalizzate. La Jugoslavia tra il 1996 ed il 1997 lancia un programma di privatizzazioni: come ha ricordato l'onorevole Duca, molte imprese occidentali, europee, americane iniziano le trattative con Belgrado, prima è l'industria del cemento - si tratta di imprese francesi, greche, italiane -, poi è il caso delle telecomunicazioni. È chiaro che la nostra eventuale presenza nelle telecomunicazioni dà fastidio: la Siemens tedesca, la Alcatel francese lavorano già in Jugoslavia, hanno contratti per 300 milioni di marchi e realisticamente temono un'erosione della rendita di posizione conquistata. 17 ottobre 1997: dopo l'accordo, l'ambasciata degli Stati Uniti chiede i buoni uffici della Telecom Italia per sbloccare una trattativa con la Telekom-Serbia.


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In quegli anni, dunque, era o meno compito anche nostro, del nostro paese, mettere in campo iniziative verso Milosevic, per indurlo ad innescare il processo di democratizzazione della Serbia? Era o meno compito dell'Italia lasciare aperta fino ai limiti del ragionevole, del sopportabile la porta del dialogo? L'azione italiana non piace, non piace sempre, certo. Ci sono illazioni, dichiarazioni rilasciate alla stampa da alcuni americani che mostrano come in determinati ambienti americani non piaccia l'attivismo italiano. Ebbene, vogliamo ricordare, a questo proposito, che lo stesso Segretario di Stato americano, la signora Albright, ha dovuto chiedere scusa pubblicamente al ministro Dini per alcune di queste illazioni?
Con il senno di poi, oggi, si vogliono criticare le scelte del Governo italiano? Legittimo, legittimo esprimere critiche sulla politica estera. Ci mancherebbe! Ma siete sicuri che ci voglia una Commissione d'inchiesta bicamerale per questo? La verità - lo ripeto - è che una sindrome da forza di opposizione vi ha stimolato a pensare di screditare così il passato Governo. E non importa se screditate contemporaneamente l'immagine dell'Italia.
Si è sostenuta la teoria - che è infamante, colleghi - del doppio gioco dell'Italia, della mancanza di trasparenza, quasi si volesse dar credito a quei paesi che mal sopportano l'autonomia dell'Italia nel Balcani, un'autonomia che è stata, comunque, sempre esercitata in accordo con i partner europei e con l'intenzione sacrosanta di coltivare ragioni di pace, piuttosto che ragioni di guerra. In questo caso, si è toccata una corda che a me sembra davvero controproducente. Questa vostra decisione mi sembra un boomerang rispetto alla credibilità di una forza che vuole passare, che è la maggioranza del paese in Parlamento.
Io, quindi, non posso che concludere in un unico modo, augurandomi che il buonsenso prevalga nelle file della maggioranza.
Riflettete sul che fare. Io suggerirei - ma molto umilmente - l'ipotesi di rimandare all'autunno l'istituzione di una Commissione d'inchiesta. La magistratura, intanto faccia quello che deve e indaghi sul falso in bilancio (ammesso che potrà indagare sul falso in bilancio). Noi, certo, non abbiamo nulla da temere da un'inchiesta sugli eventuali episodi di corruzione, ma il senso delle istituzioni, il rispetto delle stesse, ci spingono a dire che non avrete la nostra complicità in un'operazione politica che noi consideriamo sbagliata, perché scredita questo paese e che, per di più, vorrebbe distogliere l'attenzione dell'opposizione dai suoi compiti, che sono quelli di indagare e di controllare l'operato del Governo, non dei passati governi. Avete il ministro degli esteri, avete oggi il ministro del tesoro, avete gli strumenti perché i vostri uomini di Governo verifichino tutto ciò che è necessario verificare, soprattutto alla luce delle ultime considerazioni svolte dall'onorevole Bocchino.
Prendetevi l'estate per riflettere! Se invece volete accelerare la decisione, cresce in me (e come in me dovrebbe crescere in ogni cittadino di buon senso) il sospetto che la maggioranza, quasi non fosse certa della propria forza, cerchi di tenere l'opposizione sotto tiro in tutti i modi: prima, inventando il buco nei conti pubblici e adesso con inchieste à gogo sul passato, e questo sospetto peserà su di voi!

GUSTAVO SELVA. Da quello penseremo noi a difenderci!

CARLO ROGNONI. Temo anche che si ridicolizzi un po' - e me ne dispiace - il ruolo di forza di Governo.
Ora, noi non vogliamo essere vostri complici di un'operazione politica sbagliata. Qual è la domanda più pertinente a cui, peraltro, vi è già stata data una risposta? È possibile che il Tesoro e la Farnesina non sapessero nulla? Possibile che non fossero stati direttamente coinvolti da una società, come la STET, il cui azionista era il Tesoro? Capisco la domanda, ma davvero, avendo voi oggi in mano il Governo, non pensate di essere in grado di chiedere ai vostri stessi ministri di dare una risposta responsabile? Dini e


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Fassino vi hanno già dato una risposta: quello che sapevano ve l'hanno detto.
Riflettete, colleghi. Secondo me l'estate può portare consiglio a tutti (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ranieri. Ne ha facoltà.

UMBERTO RANIERI. Signor Presidente, ho ascoltato la relazione dell'onorevole Bocchino e ho avvertito e apprezzato il cambiamento di tono e di argomentazione. Oggi discutiamo su un testo trasformato dall'iniziativa condotta dal centrosinistra e dalla discussione che si è svolta nelle Commissioni congiunte. Voi avete avvertito, probabilmente, l'enormità del modo in cui era stata posta e argomentata l'esigenza della Commissione parlamentare d'inchiesta e date segno di voler tenere conto delle critiche e delle preoccupazioni espresse dall'opposizione, scegliendo, quindi, una strada più convincente.
Onorevole Bocchino, la conosco, veniamo entrambi da Napoli, ma le assicuro che le sue parole di sette giorni or sono erano - come allora dicemmo - inaccettabili. Da qui la durezza del confronto che abbiamo avuto in Commissione, non l'intemperanza dell'onorevole Duca, ma la reazione alla vostra impostazione e soprattutto ad un'idea - che, sono lieto, non ritorna nella sua argomentazione odierna, ma resta agli atti, e questa è una ferita per la nostra discussione - che l'operazione STET Telekom-Serbia fosse un atto di politica industriale complementare ad una politica balcanica segnata da ambiguità da parte dell'Italia, un'operazione finanziaria - giungeste a sostenere, sette giorni orsono - di sostegno a Milosevic, che avrebbe fatto carte false pur di vendere qualcosa di importante per procurarsi i mezzi per sopravvivere e avviare, magari, la pulizia etnica in Kosovo.
Questa era la vostra impostazione. Avete cambiato idea? Ne sono felice per la civiltà politica del nostro paese. Del resto, onorevole Bocchino, se voi aveste continuato su quella strada, non sareste andati molto lontano perché sarebbero stati i fatti - e lo sarebbero ancora, se la tentazione di riprendere quell'approccio riemergesse -, le scelte di politica estera compiute in questi anni dal Parlamento italiano, il ruolo e le funzioni conquistate dall'Italia nei Balcani, il rispetto degli alleati verso l'Italia a dimostrare quanto fosse improponibile il teorema a cui voi avevate alluso.
Oggi discutiamo in un clima diverso, quindi penso sia il caso di trattare rapidamente il merito della questione. Onorevole Bocchino, noi riteniamo sia utile e necessario che vengano approfonditi tutti gli aspetti dell'operazione Telekom-Serbia.
Noi abbiamo ritenuto che lo stretto rapporto contrattuale tra Telekom-Serbia e STET fosse il risultato di una decisione intervenuta nell'ambito dell'assoluta autonomia in cui si muovono le aziende nei sistemi economici; una autonomia che in un sistema di mercato caratterizza anche le imprese - come in quegli anni la STET - con partecipazione pubblica.
Lo abbiamo considerato un atto di politica industriale realizzato in una situazione in cui altre imprese europee, giganti come la Siemens e l'Alcatel erano pronte a subentrare.
In tale vicenda di mercato cosa avrebbe dovuto fare l'autorità politica italiana? Interferire nei contatti tra STET, Telecom e l'ente ministeriale serbo? Interferire in contatti tenuti da un impresa in concorrenza con altre? Oltretutto, quando sarebbe dovuta intervenire? Nel febbraio del 1997, quando l'ammontare dell'eventuale impegno finanziario della STET non era ancora determinato in quanto non era stata definita l'ampiezza delle privatizzazioni che le autorità serbe intendevano portare avanti?
In ogni caso, si approfondiscano pure tutti gli aspetti dell'operazione e, per quanto ci riguarda, a questo deve servire la Commissione. Si approfondiscano tutti gli aspetti! Quali furono i caratteri del negoziato? Come è avvenuto il pagamento? Ci sono state mazzette?


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GUSTAVO SELVA. I soldi furono trasportati in sacchi di iuta!

UMBERTO RANIERI. Sono ritornate in Italia o rimaste in Jugoslavia? Fu pagato troppo? Questo è il punto cruciale; ci fu un utilizzo illegale dei finanziamenti prodotti da quell'operazione da parte delle autorità jugoslave? Il nuovo Governo di Belgrado, amico dell'Unione europea e dell'Italia, ci dica cosa ha appurato su questo punto.
Intendiamoci, a scanso di equivoci e per serietà occorre dirlo; anche nei Balcani le spinte delle imprese italiane verso le opportunità esistenti sul piano degli investimenti e della presenza sul mercato vanno sostenute. Anzi, la verità è che occorre rinforzare la politica economica estera dell'Italia, in quanto esiste un problema - grande come una casa - di maggiore internazionalizzazione per le nostre imprese e in tale direzione vanno compiuti passi avanti. I nostri concorrenti tedeschi, francesi, olandesi e statunitensi sono intraprendenti, spietati, non vanno per il sottile e li sorregge un principio di Realpolitik, una forte diplomazia degli affari, come si dice e si scrive oggi. Tuttavia, per quanto ci riguarda, sono convinto che in politica estera l'etica sia un ottimo investimento e che spesso l'eccessivo realismo comporti effetti disastrosi; anche per questo siamo a favore di un'indagine rigorosa che porti a rispondere ad interrogativi crudi sui caratteri dell'operazione Telekom-Serbia.
Tuttavia c'è un punto che vorrei porre alla sua attenzione, onorevole Bocchino. Nel suo intervento, lei non ricorda - lo ha fatto anche nella precedente relazione - come stavano le cose nei Balcani nel biennio 1996-1997.
Voi non considerate che il contratto per l'acquisizione, da parte di STET International, di una quota di Telekom-Serbia avvenne quando l'intera situazione politica nei Balcani sembrava mutare ed evolvere in una direzione di possibile stabilizzazione.
Milosevic ha firmato come garante, insieme a Izetbegovic e Tudjman, gli accordi per la fine del conflitto in Bosnia. Lo ha fatto il 21 novembre del 1995 nella base aeronautica militare americana Wright-Petterson di Dayton nell'Ohio.
La verità è che il regime di Milosevic è già impegnato da un po' di tempo nel tentativo di accreditarsi come fattore essenziale per la stabilizzazione dei Balcani. Milosevic, già nella primavera del 1993, dopo aver fatto per anni dei leader serbi di Pale e di Knin la colonna portante della sua ascesa politica, prende le distanze da essi. Non a caso gli accordi di Dayton saranno considerati, per le frange più nazionaliste del suo elettorato, un tradimento. Matura allora la rottura tra Milosevic e Seselj, il capo ultranazionalista serbo che diventerà un suo temibile avversario, almeno in una fase.
Milosevic, in quegli anni, porta avanti fino in fondo la carta del suo accreditamento. Siamo nel 1994: sconfessa l'intransigenza dei serbi di Pale, denuncia la loro corruzione, chiede di accettare il piano di pace, arresta Seselj nel settembre del 1994, negozia la liberazione dei caschi blu, presi in ostaggio dalle forze serbo-bosniache, non reagisce all'offensiva di Zagabria nella Krajina.
In questo quadro si giunge agli accordi di Dayton. Dopo Dayton si sgretola la barriera delle sanzioni adottate dalla comunità internazionale contro Belgrado. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le ritira nel novembre del 1995; il consiglio degli affari generali dell'Unione europea decide il ripristino delle preferenze commerciali generalizzate dopo aver riconosciuto incondizionatamente la Repubblica federale jugoslava.
La Germania avvia le procedure di rimpatrio in Serbia per 130 mila immigrati politici kosovari di etnia albanese. Milosevic giunge a decidere alcuni miglioramenti nel settore educativo, firmando un'intesa, che resterà lettera morta, con Rugova. In quella fase storica, prima di Dayton e dopo, si diffonde nella comunità internazionale l'idea che con la fine della guerra in Bosnia si possa cercare un diverso rapporto con Milosevic, che il


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regime di Belgrado sia un interlocutore per consentire la stabilizzazione. Ne sono convinti tutti.
Perché si giunge a ciò? Per la stanchezza di fronte alla tragedia della guerra balcanica, per il riemergere dell'incubo dei campi di concentramento 45 anni dopo la fine della guerra.
In questo quadro gli accordi di Dayton, per ricostruire una Repubblica federale bosniaca multietnica, appaiono un'occasione da non perdere. Spinge in questa direzione anche il fatto che l'intero spettro dell'opposizione politica a Milosevic appare più nazionalista dello stesso Presidente serbo. L'illusione che fu degli europei ma, per un periodo, anche degli Stati Uniti di creare una grande area regionale omogenea al suo interno, dal punto di vista politico ed economico, fu un errore. Fu un errore! Probabilmente l'ansia di chiudere una pagina atroce, la difficile crescita di un'opposizione democratica affidabile spinsero in questa direzione e si sottovalutò che Milosevic, questo ragioniere carismatico, come fu definito, abbia sempre saputo cambiare e modificare la rotta quando si trattava di rafforzare o proteggere il proprio potere. Gli stessi accordi di Bosnia mostreranno poi la corda, quel modello di coesistenza ostile che regge a fatica.
Ma l'errore grande fu non porre al tavolo dei negoziati a Dayton la questione del Kosovo. Rugova non fu invitato al negoziato e Milosevic pensò di avere carta bianca sul Kosovo; non a caso, dopo Dayton, il fronte unitario delle forze politiche kosovare si scisse e cominciò la contestazione della linea di non violenza di Rugova.
Col senno di poi diciamo tali cose: certo! Tuttavia, come scrive Hirschmann, con un'accorto gioco di parole, il senno del poi va messo in rapporto con la dissennatezza del prima. La storia balcanica è la conferma di quanti errori drammatici ed evitabili siano stati compiuti dall'Europa e dall'occidente.
In questo quadro, dopo gli accordi di Dayton, molte imprese europee tornano ad interessarsi del mercato serbo ed jugoslavo. L'idea dell'Unione europea, in quella fase, è quella di sostenere la ripresa economica di un paese drammaticamente impoverito ma sempre cruciale per le sorti dell'intera regione. Com'è evidente, tante imprese non sono state a guardare in quel momento e si sono cimentate in tanti settori, quali quello edile, dei trasporti, alimentare e delle telecomunicazioni. Vi sono imprese francesi e tedesche che da tempo, aggirando le sanzioni, hanno concluso contratti di fornitura di materiali e tecnologie. In questo quadro, STET realizza la sua operazione. Questo è il quadro, onorevole Bocchino: una situazione esistente in Serbia, nonché orientamenti della comunità internazionale.
In questa situazione, rivendico al lavoro della diplomazia italiana di essersi mossa con una particolare preoccupazione: fare pressioni perché si avviasse il processo di democratizzazione in Serbia.
L'Italia è stata, nel corso del novecento, convinta del fatto che riflettere sui Balcani significasse riflettere essenzialmente su Belgrado. Questo è l'approccio storico-politico del nostro paese alla questione balcanica. Altro che filoserbismo italiano!
L'Unione europea, convinta che la successione di guerre e sanzioni che aveva scandito la vita della Serbia post-titoista avesse logorato la nazione serba, ritiene che, dopo gli accordi di Dayton, si siano aperti i margini per una ripresa civile ed economica.
L'Italia sa che questo può avvenire soltanto se si procede alla democratizzazione. Da qui il nostro rapporto con l'opposizione serba, e concludo, con i vari Draskovic, Dindic, Pesic. Vede, onorevole Bocchino, l'Italia lavorò perché Belgrado accettasse la missione in Serbia dell'OSCE, necessaria per verificare la situazione che si era determinata dopo l'annullamento da parte del potere centrale dei risultati elettorali locali. Fu l'Italia a sostenere che Gonzales, l'uomo politico meno gradito a Milosevic guidasse la missione dell'OSCE. Il nostro Governo incontrò a Belgrado e ricevette a Roma solennemente i dirigenti dell'opposizione unita, opposizione dei cui limiti avevamo conoscenza. Essi erano in


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contrasto su tutti, ma lavoravamo perché essa assumesse i caratteri di un'alternativa possibile.
Del resto, questo sforzo compiuto dall'Italia per accreditare l'opposizione democratica verrà considerato da Milosevic come un colpo diretto al proprio regime. Quando l'11 febbraio il potere centrale cede e riconosce la vittoria dell'opposizione, questa è una vittoria anche della nostra politica.
Onorevoli colleghi, il rapporto con l'opposizione democratica costruito in quegli anni durerà fino all'avvento di Kostunica e, dopo il conflitto nel Kosovo, quell'opposizione tornerà ancora a Roma. A consolidare il rapporto con l'opposizione ci spingeva la convinzione che all'Italia è apparso sempre velleitario attendersi di rovesciare Milosevic dall'esterno. Il problema strategico era quello di alimentare all'interno della Serbia un mutamento di classe dirigente. Su questa base, tra il 1999 e il 2000, si rinnova il rapporto del Governo italiano con l'opposizione democratica. È l'occasione della visita qui a Roma del vecchio e saggio Abramovic il quale discute ore con i rappresentanti del Governo del nostro paese in quegli anni.
Qualcuno pensa che uomini come quelli che ho ricordato avrebbero stretto un tale rapporto con noi se avessero pensato ad una politica italiana ispirata al «doppio binario»? Via! Del resto, l'Italia sarà membro del Gruppo di contatto a partire dal 1997: erano questi gli obiettivi a cui lavoravamo. Voglio ricordare che in quegli anni fu l'Italia a sollevare la questione del Kosovo, a spingere Belgrado al dialogo con Rugova perché avvertivamo i limiti degli accordi di Dayton. Erano questi i nostri obiettivi. Erano questi i contenuti delle missioni del ministro Dini a Belgrado, del sottosegretario Fassino nella regione.
Nei mesi scorsi, avete fatto, mi permetto di ricordarlo, tabula rasa di tutto ciò. Non voglio riaprire una questione difficile: non so se ve ne rendiate conto.
Siete giunti a chiedere al ministro Dini, seduto lì, inchiodato a quella sedia, se rispondesse a verità che di notte, in segreto, egli si fosse recato a Belgrado per concludere le trattative su Telekom-Serbia e poi fosse rientrato all'alba, in segreto, in incognito, a Roma. Capite quale è stato il punto raggiunto?!
La verità, onorevole Bocchino, è che fare politica sui crinali del sospetto e della preclusione vuol dire essere prigionieri di una forma di lotta ideologica. Si tratta di una tentazione ricorrente, ma che ci perderebbe tutti. Approfondisca, quindi, la Commissione gli aspetti relativi all'operazione finanziaria Telekom-Serbia, ma se volete discutere di politica estera, dei Balcani, lo facciamo in aula o in Commissione affari esteri.
Gli sviluppi della nostra politica nei Balcani sono noti. Abbiamo lavorato fino all'ultimo per scongiurare il conflitto nel Kosovo e anche l'apertura dei colloqui di Rambouillet - voglio ricordarlo - sono un successo della diplomazia italiana. Nessuno ci credeva e tutti davano per scontato che ormai la parola dovesse passare alle armi e invece puntammo a che le parti si incontrassero. Era filoserbismo anche questo?
Furono poi gli Stati Uniti, dopo il fallimento di Rambouillet, che compirono l'ultima missione a Belgrado con Holbrooke, tentando di convincere Milosevic a cambiare strada. Poi il conflitto, la dolorosa assunzione di responsabilità del Governo di centrosinistra e del Parlamento italiano nel ricorso alla forza. Una scelta, onorevole Bocchino, non semplice per la sinistra, le assicuro.
Sappiate allora che, se non raccoglierete l'invito dell'onorevole Rognoni che mi ha preceduto con il suo intervento, noi lavoreremo in questa Commissione se saranno chiari i caratteri ulteriormente precisati con tenacia, rigore e puntualità.

PRESIDENTE. Onorevole Ranieri, la invito a concludere.

UMBERTO RANIERI. Ma qualora tornasse la tentazione di riproporre quel teorema, non consentiremo strumentalizzazioni né consentiremo di alimentare campagne velenose e - voglio ripetere


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quanto è stato detto in Commissione - cercheremo di contrastarlo negli interessi non di una parte - abbiamo le carte in regola, onorevole Bocchino -, ma del buon nome del nostro paese, che è la cosa a cui teniamo di più. (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, signora rappresentante del Governo e onorevoli colleghi, ho ascoltato con grande interesse gli interventi svolti dal relatore di minoranza, onorevole Duca, e dai colleghi Rognoni e Ranieri e, per quanto riguarda il merito della questione, mi richiamo integralmente ai loro interventi. Sono, infatti, assai meno competente, in particolare del collega Ranieri, e, inoltre, non è mio interesse entrare nel merito specifico di tale vicenda in questo momento.
Il relatore per la Commissione affari esteri, onorevole Bocchino, nella sua relazione introduttiva ha fatto riferimento ad una Conferenza dei presidenti di gruppo, in cui era stata deliberata l'urgenza di questa proposta di legge. Vorrei a questo riguardo dire due parole, perché ne resti traccia. In quella Conferenza, cui ho partecipato in qualità di presidente del gruppo Misto della Camera, ho avanzato una proposta completamente diversa. Ho detto che, se la vicenda Telekom-Serbia - non sono in grado di dirlo, ma è in corso, del resto, un'inchiesta giudiziaria da parte della procura della Repubblica di Torino - è una vicenda di corruzione (in senso lato, con tutti i reati annessi e connessi, falso in bilancio, peculato, e così via), daremo il nostro consenso - anzi, io stesso me ne posso fare promotore - all'istituzione di una Commissione di inchiesta sul sistema della corruzione politica ed economico-finanziaria di cui più volte si è parlato nella scorsa legislatura e a favore della quale, nella scorsa legislatura, ho sempre votato. Se ne è parlato anche all'inizio della legislatura attuale e i primi a parlarne sono stati i colleghi del centrodestra, addirittura il non ancora Presidente del Consiglio Berlusconi.
Si istituisca tale Commissione e, se questo è un capitolo di tali vicende, diventi un capitolo dei lavori di quella Commissione. Non riesco, però, a capire - non ci riuscivo allora e non riesco a farlo ancora oggi - perché dopo tanto bombardamento mediatico, all'inizio di questa legislatura, sulla questione Tangentopoli - non amo usare questo termine, è puramente giornalistico, preferisco parlare di sistema della corruzione politica ed economico-finanziaria - e dopo tanti dibattiti parlamentari nella scorsa legislatura, con alterne vicende, questa ipotesi sia stata completamente abbandonata, nonostante in una riunione collegiale dello stesso Ulivo, in questa legislatura - erano presenti Rutelli, Fassino, tutti i presidenti di gruppo di Camera e Senato ed i segretari di partito -, tale proposta fosse stata apertamente rilanciata come condivisibile: una Commissione di inchiesta sul sistema della corruzione.
Tale Commissione avrebbe potuto avere, o potrà avere, se verrà scelta questa strada - siamo appena all'inizio del cammino parlamentare - al suo interno, ovviamente, un capitolo dedicato alla vicenda, ben sapendo che è in corso un'indagine da parte della magistratura, ancora in fase preliminare, ma con un'impostazione diversa, propria di una Commissione parlamentare che indaga - il relatore Bocchino, oggi, l'ha detto esplicitamente - sugli aspetti politici e non su quelli giudiziari.
Da questo punto di vista lei, relatore Bocchino, non è tenuto a saperlo, perché non fa parte della Conferenza dei presidenti di gruppo...

ITALO BOCCHINO, Relatore per la maggioranza per la IX Commissione. Quel giorno c'ero.

MARCO BOATO. Forse lei era presente, allora ricorderà che per due volte ho avanzato questa proposta e per due volte non è stata recepita. Poi, personalmente, alla fine non mi sono opposto...


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ITALO BOCCHINO, Relatore per la maggioranza per la IX Commissione. Hai votato a favore, anche tu!

MARCO BOATO. Non l'abbiamo votato, come lei sa benissimo. Abbiamo accolto questa proposta perché non ho alcun mistero da nascondere ed alcuna riserva mentale. Credo che, da questo punto di vista, si sia compiuto un grave errore e voglio che resti traccia negli atti parlamentari, nei nostri resoconti stenografici, in chi ci ascolta in questo momento - se qualcuno ci ascolta - che dopo tanto cannoneggiare a salve sulla cosiddetta Tangentopoli - ripeto, è un'espressione che a me non piace, ma, comunque, sappiamo di che si tratta - si è invece focalizzato tutto su questa vicenda, quasi che si temesse la portata, invece, di una Commissione più ampia sul sistema della corruzione.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, rilevo la gravità di questa vicenda: non faccio parte della Commissione esteri né della Commissione trasporti, però in Commissione affari costituzionali avremmo dovuto esprimere un parere sui profili di competenza della nostra Commissione, quindi, abbiamo discusso in modo molto ampio su questa vicenda; quando stavamo per esprimere il parere, abbiamo scoperto che le due Commissioni di merito avevano già varato un testo, a prescindere dal parere della Commissione affari costituzionali, con una gravità procedurale che credo abbia pochi precedenti; può esservi qualche precedente consensuale o dovuto a ritardi, ma non certo un precedente come questo, in cui c'era la volontà della Commissione affari costituzionali di esprimere il proprio parere e di sollevare una serie di problemi e tale volontà non ha potuto manifestarsi.
Sotto gli occhi ho il testo originario da cui partiamo, lo stesso che hanno i colleghi. C'è un'unica proposta di legge. Si tratta dell'atto Camera n. 437, di iniziativa dei deputati Selva, Pagliarini e Volontè: «Istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Telekom-Serbia e sulle responsabilità dei Governi durante la XIII legislatura».
Finché questo titolo non verrà modificato da quest'Assemblea - vi è una proposta in tal senso - il titolo resta ancora quello presente sullo stampato per l'Assemblea. Ho letto attentamente - perché l'abbiamo discusso in Commissione affari costituzionali - il testo che avevamo, sia l'articolato sia la relazione. Mi dispiace perché - come lui stesso sa - provo un grande rispetto nei confronti del collega Selva e ho sempre mantenuto rapporti di cordialità nei suoi confronti, sia pure da posizioni politiche diverse. Ma, francamente, nella mia vita parlamentare - che è abbastanza lunga - un testo di relazione così fazioso non l'avevo mai letto.
La relazione sulla proposta di legge volta ad istituire una Commissione d'inchiesta contiene già, al suo interno, non soltanto l'istruttoria, ma anche la sentenza di condanna...

GUSTAVO SELVA. Questo lo dice l'onorevole Duca.

MARCO BOATO. ...e tale sentenza è di condanna non soltanto nei confronti di imprese o di enti economici - come la STET e la Telecom - ma anche nei confronti dei responsabili politici governativi, a livello di ministri come di sottosegretari. Sinceramente, un testo così fazioso non l'avevo mai letto! Eppure, ne ho letti tanti.
I colleghi che mi conoscono sanno che, in genere, sono attentissimo e rispettosissimo, soprattutto nei riguardi dei testi che provengono da una parte diversa dalla mia; tengo questo atteggiamento tutte le volte che posso; stavolta, però, mi trovo di fronte ad un testo indecente! È vero: do atto che oggi è stata svolta, in quest'aula, una relazione di tutt'altro tenore; so, tuttavia, perché ho letto l'iter, che c'è voluto, da quello che so, uno scontro violentissimo e durissimo nelle Commissioni congiunte affinché si determinasse questo cambiamento di rotta, che, comunque, personalmente, non mi trova d'accordo con gli altri colleghi che eventualmente condividessero questa ipotesi di lavoro. Io non la trovo convincente.


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Soprattutto, signor Presidente, onorevoli colleghi, trovo che, nella proposta di legge, nella relazione che l'accompagna e nel suo articolato - mi riferisco, in particolare, all'articolo 1 - sia visibile, in filigrana, un riferimento esplicito - ovviamente mascherato, oggi, con la locuzione «da chiunque compiuti» -, esplicito nella volontà che vi è sottesa e nelle battute che ho sentito fare a bassa voce nel corso di questo dibattito, sia pure pacato, in aula: è un riferimento esplicito al potere politico di allora ed è, signor Presidente - sottopongo la cosa a lei come Presidente pro tempore, in questo momento, della Camera dei deputati - un riferimento, non esplicito ma allusivo, non solo all'allora ministro degli esteri, Lamberto Dini (e questo lo sappiamo perché nella relazione viene citato più volte anche l'allora sottosegretario agli esteri, Piero Fassino); c'è un riferimento, non esplicito ma allusivo all'allora ministro del tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, oggi Presidente della Repubblica italiana. Allora, dico molto francamente che vorrei capire cosa ci sia in campo. Non sto inventando: qui ho la rassegna stampa curata dalla Camera che, oltre agli articoli de la Repubblica, citati giustamente perché hanno dato inizio a questa vicenda dal punto di vista giornalistico, c'è un articolo de Il Giornale del 17 febbraio 2001 in cui Carlo Azeglio Ciampi compare con tanto di foto e di definizione: «Gli uomini dell'affaire». Stiamo parlando del Presidente della Repubblica italiana attualmente in carica, il quale, all'epoca dell'affaire...

PRESIDENTE. Onorevole Boato, le ricordo che le restano 30 secondi.

MARCO BOATO. Signor Presidente, mi conceda un altro minuto, visto che il gruppo Misto non utilizzerà tutto il tempo a sua disposizione, in modo tale che possa concludere il mio ragionamento. C'è un riferimento implicito, allusivo, ma seguendo la filigrana della relazione ciò si capisce perfettamente, all'allora ministro del tesoro. Credo che questo insieme di aspetti da me evidenziati in modo molto sintetico facciano ritenere che, al di là del tono pacato che si sta usando oggi in quest'aula, più che una Commissione di inchiesta parlamentare, questa sia destinata ad essere uno strumento di condizionamento politico e, forse, di ricatto fino ai più alti vertici istituzionali della nostra Repubblica: uno strumento di condizionamento e, forse, di ricatto anche nei confronti del Presidente della Repubblica. Non vorrei avere espresso una preoccupazione eccessiva. Comunque, vorrei consegnare la mia preoccupazione ufficialmente a quest'Assemblea affinché essa possa essere presa in considerazione da chi di dovere, compreso il Presidente della Camera.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, poiché parlerò nella veste di semplice deputato, vorrei che mi desse il tempo per trasferirmi dal banco del Comitato dei nove alla mia postazione.

PRESIDENTE. Prego, onorevole Selva.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, da parte mia non ci sarebbe stata la richiesta di istituire una Commissione d'inchiesta se il 6 febbraio 2001 il ministro degli esteri Dini fosse venuto a dire cose diverse da quelle che disse.
Il Governo dell'epoca aveva tutto il tempo per prepararsi una vera risposta avendolo noi, come Casa delle libertà, richiesto in Conferenza dei capigruppo, a seguito dell'eco che la pubblicazione degli articoli su la Repubblica aveva avuto sulla stampa internazionale. Il ministro degli esteri Dini rinviò di settimana in settimana (se la memoria mi aiuta, credo che la prima richiesta in Conferenza dei capigruppo la facemmo nel novembre del 2000).
Quindi, sono persuaso che, se ci fosse stata la buona volontà di rispondere sul fatto, non ci sarebbe stata quella che io definii una uscita fuori tema; mi permetto


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di leggere testualmente dal resoconto stenografico: «Signor Presidente, signor ministro Dini, peccato che accanto a lei non sia presente il ministro della pubblica istruzione De Mauro, perché le avrebbe dato un voto negativo, dal momento che lei è andato completamente fuori tema.» Infatti, egli aveva dedicato i tre quarti del suo intervento - mi dispiace che non ci siano gli onorevoli Rognoni e Fassino in questo momento, ma le cose in questa Camera si svolgono così, a singhiozzo - a spiegare come si era svolta la politica estera nel Kosovo.
Onorevole Ranieri, onorevole Rognoni, avete fatto appelli per la difesa del buon nome dell'Italia, delle responsabilità che l'Italia ha assunto in base ai suoi doveri nell'Alleanza atlantica: dateci almeno atto che avete potuto compiere quell'atto di grande responsabilità perché noi da questi banchi (me compreso) abbiamo sostenuto quella operazione.
Vi ringraziamo per gli appelli che rivolgete al nostro senso di responsabilità, al rispetto e alla tutela del buon nome dell'Italia, ma noi l'abbiamo dimostrato in concreto in quell'area geopolitica così rilevante.
L'onorevole Ranieri ci ha dato anche una lezione, che ho ascoltato con grande attenzione, su come in quel periodo si svolgessero e si seguissero le conseguenze degli accordi di Dayton. Le ho già detto in privato - e lo voglio ripetere anche in questa sede, in pubblico - che nel presentare la proposta di legge di istituzione della Commissione d'inchiesta, siamo stati attentissimi allo svolgimento di quei fatti, ma lei deve avere l'onestà intellettuale di riconoscere che nel 1997, quando l'accordo fu concluso, quegli accordi ormai erano sulla via del fallimento. Il che, naturalmente, ci dispiaceva.
Ma non fu sufficiente, onorevole Ranieri, che il ministro Dini fosse venuto a non dire assolutamente niente in risposta alla nostra richiesta di una informativa urgente; noi insistemmo e presentammo, sempre come Casa delle libertà, una mozione che venne iscritta all'ordine del giorno solo alcuni giorni dopo. Cosa chiedevamo con quella mozione?
Signor Presidente, premetto che mi dilungherò un po' ma è bene che resti agli atti la continuità della politica estera ed anche la continuità del lavoro parlamentare.
In quella mozione si leggono, testualmente, le seguenti richieste: se corrisponda a verità quanto dichiarato dall'ex ambasciatore jugoslavo presso il Vaticano, Maslovaric, secondo cui la tangente di 32 miliardi sarebbe stata pagata dai serbi a consulenti inglesi mentre gli italiani «hanno pagato la UBS Svizzera»; a chi si riferiva il presidente jugoslavo Milosevic, quando affermò, che il danaro della tangente fu destinato «a quei mafiosi di italiani», circostanza questa ribadita, secondo indiscrezioni di stampa, dal Maslovaric nel corso del menzionato interrogatorio (presso la magistratura italiana); se risulta agli atti della Presidenza del Consiglio o dei ministeri competenti o dell'IRI o della Telecom una qualche documentazione scritta, di qualsiasi natura, comprovante, come dovuto per legge, che la Telecom e/o la STET informarono le autorità di Governo e ne ricevettero eventuali risposte.
Sapete cosa abbiamo avuto in risposta? Che Tomaso Tommasi di Vignano (amministratore delegato di Telecom) ha dichiarato: «di tangenti, di beghe internazionali, di problemi interni della Serbia io non so assolutamente nulla. Ho condotto una trattativa molto complessa durata circa tre anni e mezzo della quale ho sempre reso conto a chi di dovere... io non ho mai parlato dell'operazione con Dini» - prendiamo atto di questo - «ma con il Ministero degli affari esteri inteso come struttura».
L'onorevole Piero Fassino invece in una dichiarazione dice: «Dell'affaire Telekom-Serbia non ho mai saputo nulla, se non dai giornali». Come spiega l'onorevole Fassino che le informative erano mandate anonimamente, soltanto via ufficio, al gabinetto del ministro, alla direzione generale degli affari politici e venivano invece


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indirizzate nominativamente al sottosegretario Fassino che, in quel momento, era responsabile, per conto del ministro Dini, dell'area dei Balcani?
Sempre in quella mozione chiedevamo anche che si rendesse conto a questa Camera come mai era stato imposto il segreto all'accordo che era stato stipulato tra la STET e la Telekom-Serbia. Se a tutte queste domande fosse stata data, in quei tempi, una risposta, sono persuaso che, con tutta probabilità, ci saremmo trovati su una linea di accordo. Perché non è stato fatto? Perché avendo avuto a disposizione tutto il tempo per farlo siete venuti qui ad ingannare o, per meglio dire, a mentire al Parlamento che vi chiedeva cose che oggi siete disponibili ad accettare?
Il senso di responsabilità ci ha portato a ripresentare tale proposta. Perché la ripresentiamo? Lo facciamo perché avevamo detto, al termine dell'esame di quella mozione, che, qualora non ci fosse stata data risposta, avremmo presentato una proposta di legge di istituzione di una Commissione d'inchiesta parlamentare.
Lo abbiamo ribadito in campagna elettorale, e credo che le promesse fatte debbano essere mantenute. Qualcuno ha sostenuto, così come ha detto poco fa l'onorevole Boato, di non aver mai letto una relazione ad una proposta di legge del tipo di quella che ho scritto. A tal proposito posso anche ammettere che, forse, nel titolo, giornalisticamente, ho badato più alla mia vecchia professione; politicamente non mi pare però che si possa escludere un'analisi di ciò che è stato fatto in politica estera nei rapporti con la Jugoslavia in quel momento, tant'è che oggi abbiamo sentito in questa sede il relatore di minoranza, onorevole Duca, non far altro che parlare della politica estera nei Balcani, magari criticando - questo è nel suo pieno diritto - il modo in cui l'ho presentata. Lo stesso ha fatto l'onorevole Ranieri.
Il compito di accertare se sia stata pagata una tangente spetta, più che a questa istituzione, alla magistratura, che rispetto pienamente e con la quale non voglio interferire. Naturalmente non abbiamo potuto accettare in Commissione - e non lo abbiamo fatto - l'ipotesi con la quale chiedevate che tale inchiesta cominciasse 15 giorni dopo il deposito degli atti istruttori presso il Tribunale di Torino. Se noi avessimo dovuto seguire questo principio, non ci sarebbe stata neanche la Commissione antimafia, che ha operato per anni e che mi sembra opererà ancora.
Ritengo che, fare ciò oggi, sia un dovere e, da parte nostra, un diritto, suffragato dai dati di fatto che ho menzionato, i quali stabiliscono una continuità tra quando eravamo all'opposizione ed oggi. Ci sentiamo allo stesso titolo responsabilizzati, anche se siamo in maggioranza, a chiarire avvenimenti che non riguardano un aspetto secondario, bensì una trattativa che si è svolta secondo criteri di segretezza che, se potevano valere in quel momento, credo che non valgano più oggi, dato che dobbiamo parlare delle conseguenze prodotte da tale atto.
Certo, voi rifiutate un rapporto di causa ed effetto tra i soldi che l'Italia ha pagato e l'utilizzo che ne ha fatto il dittatore Milosevic. Non siamo noi a dirlo, è l'opposizione di allora a farlo, opposizione che, attraverso il nostro ambasciatore Francesco Bascone, aveva messo in guardia il Governo italiano a non concludere quell'affare; sono i responsabili dell'attuale Governo che oggi dicono che questo è stato un affare sbagliato, un affare che ha solamente dato una boccata di ossigeno al Governo di Milosevic in un momento - onorevole Ranieri, sarà bene ricordare tutto ciò - in cui, nel 1997, lo stesso Milosevic, in attesa dell'imminente tornata elettorale, si trovava in grande difficoltà, con le piazze che protestavano. Egli, quindi, necessitava proprio di quella boccata di ossigeno che ricevette dal Governo italiano.
L'onorevole Rognoni ha detto che vi erano altri Stati - la Germania, la Francia - disponibili ad entrare nella trattativa; ha altresì sostenuto che gli Stati Uniti d'America hanno forse visto il contratto dell'Italia come un'interferenza nei loro affari. Di fatto però, onorevole Ranieri ed onorevole


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Rognoni, il nostro paese è stato il solo ad aver concluso in quel momento un affare con Milosevic. Anche se queste supposizioni potessero corrispondere minimamente alla verità, i fatti evidentemente li smentirebbero.
Lasciate che dica un'ultima delicata parola su quanto proferito dall'onorevole Boato a proposito del ministro del tesoro dell'epoca, oggi fortunatamente Presidente della Repubblica italiana. In nessun documento da me presentato è evocata né la funzione né il nome del Presidente Ciampi; siccome questo è stato fatto dall'onorevole Boato...

MARCO BOATO. È stato fatto da il Giornale, non da me.

GUSTAVO SELVA. Lei però l'ha citato: evidentemente è interessato a ciò che ha scritto il Giornale.

MARCO BOATO. Sono molto interessato!

GUSTAVO SELVA. Non so come siano andate le cose, ma documenti che ho reso noti possono acclarare le responsabilità del ministro Dini e del sottosegretario Fassino.
Sebbene mi sia attivato anche per accertare l'esistenza di altri documenti, non mi risulta che vi sia alcun documento ufficiale (se poi verrà fuori, ne prenderò atto) proveniente dal Ministero del tesoro. Perché può essere accaduto ciò? Sicuramente ci può essere stato il consenso del Ministero del tesoro. Tuttavia, se nell'istruttoria - e l'istruttoria è stata compiuta dal Ministero degli affari esteri, perché Tomaso Tommasi di Vignano ha detto di aver avuto continui contatti con la struttura della Farnesina e perché la documentazione che ho presentato rende assolutamente certo che il sottosegretario Fassino ed il ministro Dini dovevano sapere - quello di Telekom-Serbia è stato presentato come un affare importante (ciò naturalmente è suffragato dalle vostre affermazioni, perché nel periodo in cui dovevano valere gli accordi di Dayton vedevate la Repubblica federale di Jugoslavia come un campo nel quale mettere un piede), è del tutto naturale che, senza compiere ulteriori indagini, il Ministero del tesoro abbia concesso il suo beneplacito.
Tuttavia, la responsabilità politica in questo caso appartiene o al Ministero degli affari esteri o al Presidente del Consiglio. Di qui non si sfugge ed è inutile tentare di portare in campo la figura del Presidente della Repubblica che allora era ministro del tesoro. Non avrei neanche minimamente di altro, perché sono convinto che, se un'istruttoria aveva accertato che da questo affare il nome e gli affari dell'Italia avrebbero tratto beneficio, non rimaneva che dare il beneplacito, visto che Tomaso Tommasi di Vignano teneva i rapporti col Ministero degli affari esteri.
Questa è la ragione per la quale credo di avere compiuto un atto di verità e di trasparenza. Non vi è - tengo a dirlo, anche perché nutro simpatia verso l'onorevole Fassino e l'onorevole Ranieri sa quanto lo apprezzi - una questione di carattere personale né con Fassino né con Dini, né con Ranieri, né si può continuare a dire che, ora che la campagna elettorale è finita, bisogna smettere di parlare di Telekom-Serbia: ora che la campagna elettorale è finita e vi è una nuova legislatura, abbiamo il diritto-dovere di accertare come siano andate le cose.
Per questo motivo trovo francamente una posizione oscillante - ma tra gli esponenti dei Democratici di sinistra le tendenze ad oscillare sono forti in altri campi come forse in questo - quella per cui ci si astiene in Commissione sulla mia proposta di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta e poi in aula, invece, si ripropone l'ipotesi di farne a meno. Decidete cosa volete fare. Noi siamo per l'accertamento della verità e speriamo che anche voi lo vogliate: in questa direzione potremo lavorare insieme (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia).


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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sinisi. Ne ha facoltà.

GIANNICOLA SINISI. Grazie, signor Presidente, per avermi dato la parola.
Approfitto di questo breve tempo che mi è concesso per svolgere qualche osservazione che non riguarda il merito della Commissione parlamentare di inchiesta in parola, bensì la vicenda di carattere generale sulla quale - lo devo dire subito - nutro gravi perplessità.
Vorrei fare un passo indietro e dire che storicamente la Commissione parlamentare di inchiesta era stata concepita come strumento di controllo da parte della minoranza. Avverto in questo caso la singolarità di una maggioranza che chiede l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta; il dibattito in merito a questo argomento si è svolto nel nostro paese sin dai tempi della Costituente.
Avverto anche una certa preoccupazione perché si è discusso poco dei limiti che dovrebbe avere una Commissione di questa natura. Infatti, una Commissione parlamentare d'inchiesta non può che avere funzioni legislative, intese nel senso della promozione di iniziative legislative o politiche e di controllo.
Credo di poter dire di appartenere a quelle aree di pensiero del nostro paese che ritengono che la verità ci renda liberi e, quindi, non posso che apprezzare ogni sforzo che viene compiuto in quella direzione. Tuttavia, appartengo anche ad una categoria di mestiere che ritiene che la verità si debba andarla a cercare, non averla mai precostituita in tasca. Ritengo che il passaggio dalla proposta legislativa originaria a quella oggi all'esame, in qualche misura, possa tranquillizzare chi ci ascolta.
La mancanza assoluta della definizione delle funzioni e dei limiti, e l'individuazione dell'oggetto in un fatto determinato fanno sì che mi sia possibile, oggi, manifestare due gravi perplessità che voglio sottoporre all'attenzione dell'Assemblea. Innanzitutto l'aver messo chiunque, togliendo l'indicazione di ministri e persone, è una debole foglia di fico quando tra le funzioni di questa Commissione d'inchiesta vi può essere accertamento di qualsiasi natura, comprese le responsabilità di natura penale. Ciò andava specificato, perché non è possibile - non lo dico io, ma la dottrina in maniera univoca - costituire una Commissione parlamentare di inchiesta per accertare responsabilità in generale di apparati di Governo. Esiste, infatti, un articolo della Costituzione, l'articolo 96, che prevede una procedura ad hoc ed una riserva di giurisdizione.
Volendo superare quella che potrebbe essere un'argomentazione interessata (ma vi prego di credere, colleghi, che così non è), esiste un'altra questione di analoga natura e, forse, ancora più grave. In quest'aula ho sentito evocare i nomi di privati cittadini che hanno rivestito o rivestono funzioni, anche in posizioni di responsabilità, in società di capitali. Mi preoccupo dell'ultimo socio di una società per azioni qual è la Telecom, ma anche del titolare dell'ultimo rapporto di lavoro di questa società e vi dico - vi prego di ascoltarmi su questa obiezione - che non è possibile che si istituisca una Commissione d'inchiesta per accertare private responsabilità. Questo, infatti, è impedito dalla riserva di giurisdizione degli articoli 25 e 102 della Costituzione che prevedono l'esistenza di un giudice naturale. Avete evocato procedimenti penali, avete evocato nomi di privati cittadini, ed io sono davvero preoccupato, signor Presidente, che le funzioni istituzionali oggi possano essere piegate in una direzione di questa natura.

PRESIDENTE. La prego di avviarsi a concludere.

GIANNICOLA SINISI. Le istituzioni prevaricano quando vengono utilizzate al di fuori delle regole e credo che dovrebbe essere preoccupazione di tutti ricordarsi che questo è un servizio che stiamo rendendo al paese, non nella XIV legislatura, ma per il popolo italiano che ha certamente una dimensione, una vita ed una durata che non si possono ricordare in pochi anni.
Se mi consente, signor Presidente, aggiungo solamente un'ultima considerazione.


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Una parte della dottrina ritiene che la Commissione parlamentare di inchiesta sia uno strumento della maggioranza. Molta altra dottrina, però, obietta a questa opinione ricordando che le maggioranze cambiano. Credo che di questo tutti quanti dovremmo far tesoro nel mantenere fermi i principi e la stretta osservanza delle regole istituzionali e costituzionali del nostro paese (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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