Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 19 del 18/7/2001
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Si riprende lo svolgimento di interrogazioni (ore 16,26).

(Iniziative per contrastare il fenomeno dell'alcolismo - n. 3-00023)

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la sanità Guidi ha facoltà di rispondere all'interrogazione Delmastro Delle Vedove n. 3-00023 (vedi l'allegato A - Interrogazioni sezione 2).

ANTONIO GUIDI, Sottosegretario di Stato per la sanità. Signor Presidente, colleghi, onorevole Delmastro Delle Vedove, grazie per questo stimolo volto a riproporre un problema assai grave. Lo dico da sottosegretario pro tempore alla sanità, ma lo dico anche come medico non pro tempore, neurologo e psichiatra.
Il problema dell'alcolismo è un problema non grave, ma gravissimo e non solo per le cifre solo in parte ufficiali (sull'alcol brancoliamo ancora nel buio o almeno si fa luce solo in parte su questo fenomeno). È davvero deprimente che l'alcol, che in stagioni diverse della nostra evoluzione era uno strumento di socializzazione, persino religiosa, oggi sia anche e soprattutto - certo non sempre - strumento di morte o di invalidità.
Le cifre, che poi dovremmo chiarire meglio, parlano di circa cinque milioni di alcolisti potenziali e di circa un milione di alcolisti accertati e quel «circa» fa già male, in quanto fa capire quanto ancora poco sappiamo su tale argomento. Ciò significa un danno economico, per svariati motivi, intorno al 5-6 per cento del PIL. Tuttavia, il danno economico, per quanto importante, è nulla o poco rispetto al danno alla salute, che non ha prezzo. Mi riferisco non solo alla salute fisica, ma anche a quella psicologica della persona affetta da alcoldipendenza, dei suoi familiari e del contesto che li circonda.
Circa il 7 per cento delle malattie definite mortali, quelle prima dei settantaquattro anni, hanno come corresponsabile importante, se non determinante, l'alcol e una quota molto rilevante dei ricoveri di lungo periodo in ospedale è legata all'alcolismo cronico o in fase acuta.
Dobbiamo ricordarci che gli effetti dell'abuso di alcol non investono solo chi ne fa uso; mi riferisco ovviamente all'uso negativo, non in quello ludico e normale di una socializzazione di gruppo: un bicchiere di vino, in famiglia, non fa male a nessuno!


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L'alcol getta la sua ombra oscura nell'abuso, non nell'uso normale, lecito e sopportabile, getta la sua ombra al di là di sé, al di là di chi lo usa: pensiamo alla sindrome feto-alcolica, causata da mamme che assumono alcol in gravidanza generando bambini con difficoltà - che possiamo definire handicap - e provocando, quindi, un danno fisico alle future generazioni. Sappiamo come persone in crisi o abbrutite a causa dell'alcol tendano ad avere un'influenza estremamente negativa all'interno delle famiglie, che subiscono frequentemente gravi violenze fisiche e psicologiche; spesso l'alcolista in fase acuta, perché cronicamente colpito da questa malattia o in quanto saltuario abusante di alcol, è estremamente violento verso gli altri, soprattutto i minori, e qualche volta contro se stesso: certamente va sostenuto, ma certamente questo accade. Quindi, non soltanto l'alcolista si ammala, se cronico, ma tende anche a far ammalare psicologicamente le persone che gli stanno vicino o chi nascerà.
Non possiamo poi dimenticare che spesso l'alcol, in sinergia negativa con gli psicofarmaci, tende ad amplificare la sua azione funesta. Infine, ma ciò è estremamente importante, circa il 30, 40 per cento degli infortuni stradali sicuramente controllati - io direi che forse la cifra è ancora maggiore - è causato da uno stato di ebbrezza cronico o saltuario.
Tale situazione ci pone di fronte ad un grande interrogativo: cosa fare? Sostengo che non bisogna demonizzare ciò che è stato fatto, dicendo che tutto è stato fatto male; vi sono accordi Stato-regioni perché le regioni provvedano alla sensibilizzazione, alla prevenzione, alla cura ed alla riabilitazione di chi abusa cronicamente di alcol, vi sono accordi Stato-regioni perché vengano accreditate le strutture private o, soprattutto, le associazioni meritorie di chi ha fatto uso di alcol e ne è uscito: Alcolisti Anonimi, Narcotici Anonimi, Al-Anon (familiari di alcolisti), CAT (Club Alcolisti in trattamento). Tali associazioni esercitano un'azione estremamente meritoria, che andrebbe supportata con molto più entusiasmo da chi ha la possibilità di aiutare. Aiutare chi aiuta: mai come in questo caso è doveroso. Infine, un'ulteriore iniziativa positiva è rappresentata dall'adesione del precedente Governo al Progetto salute 2000 dell'OMS, che all'articolo 17 si propone di ridurre del 25 per cento l'abuso di alcol.
Tuttavia, se quello che è stato fatto avesse avuto una rilevanza notevole, oggi parleremmo di questo enorme problema in termini più positivi; qualcosa è stato fatto, tantissimo va fatto. Noi, come Ministero della sanità, in sinergia con altri ministeri, soprattutto con il Ministero dell'istruzione ed il Ministero dei trasporti - la sinergia sta contraddistinguendo questo Governo -, vogliamo fare molto e di più, non per essere gli eroi di qualcosa di nuovo, ma perché consapevoli che una dimenticanza o una carenza in questo settore sono veramente inaccettabili, non solo a livello politico, ma a livello sanitario e a livello umano.
Cosa fare allora? Intanto, continuare, ampliandone i finanziamenti, le strategie e - se mi permettete questo termine abusato, parlando di abuso - le sinergie con tutte le strutture. Quindi, confermare, modificandone in meglio, i progetti già in itinere. Ad esempio, quello, fondamentale, di una sensibilizzazione nel mondo della scuola: insegnare ai ragazzi cosa significa l'uso di alcol, anche con il nuovo pericolo dell'alcol leggero. Non esistono solo le droghe, cosiddette, leggere, ma anche l'alcol a gradazione minima, proprio perché viene definito minimo, per le giovani generazioni può essere pericoloso. Quindi, educare i giovani al non uso, senza facili proibizionismi, ma con una convincente azione a livello scolastico, utilizzando e coinvolgendo anche le famiglie. Ripeto, il coinvolgimento delle famiglie, con un'azione di responsabilizzazione delle giovani generazioni, è fondamentale.
Ma questo sarebbe molto generico: chiunque lo direbbe. Io mi spingo un po' più in là. Sappiamo che spesso evocare rischi ai giovanissimi ottiene l'effetto inverso: quello del fascino del rischio. Quindi, noi cercheremo, e stiamo istituendo una commissione anche con gli


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altri ministeri competenti, perché - lo dico in maniera provocatoria, ma sono sicuro che i colleghi che mi ascoltano, o chi leggerà quello che ho detto, ben mi capiranno - il non uso diventi di moda. Dal momento che sappiamo tutti che impaurire spesso incentiva, noi dobbiamo responsabilizzare in maniera concreta i giovani, anche scegliendo dei testimonial, che fanno a loro volta tendenza perché il non uso dell'alcool, come l'uso del casco, diventi tendenza, diventi alla moda, come dicevo prima. Qualcuno potrà fare facile ironia: si tratta un argomento così grave ed io parlo di moda. Tuttavia so, da psichiatra, che spesso, soprattutto per i giovani, il messaggio da trasmettere deve essere di valorizzazione del positivo e non di enfatizzazione del negativo, che, in ogni caso, andrà definito.
Un secondo discorso è quello di collaborare, attraverso le regioni, affinché i consultori familiari, i pronto soccorso, che magari intervengono non solo su chi abuso dell'alcol regolarmente, ma in maniera saltuaria, si attivino per coinvolgere la persona, responsabilizzandola nei rischi, facendola partecipe di un progetto terapeutico (che è prevenzione perché evita la cronicizzazione) e, se possibile, identificando negli ex servizi di salute mentale (che oggi, di zona in zona, cambiano nome) le persone che hanno possibilità di avere un rapporto psicologico con il potenziale abusante. In sostanza, si tratta di attivare un meccanismo di analisi per cercare di comprendere le cause di questo uso saltuario o prolungato dell'alcol che qualche volta è frutto del caso - la cosiddetta sbronza casuale -, ma nella maggior parte dei casi nasconde traumi psicologici, solitudine.
Insomma, si tratta di problematiche psicosociali che se affrontate in tempo possono risolversi, talvolta evitando del tutto la cronicizzazione, talvolta riducendola al massimo.
Sappiamo tutti che l'alcol, quando è usato in maniera intelligente, permette la socializzazione ma, a volte, è figlio della solitudine e viene usato per surrogare amicizie, sentimenti, lavoro, integrazione sociale. Ecco perché un intervento precoce rappresenta anche un intervento di prevenzione primaria e secondaria.
Abbiamo già in agenda - un'agenda attiva e non un'agenda alibi - l'istituzione di una commissione che verrà costituita entro breve tempo; le commissioni spesso rappresentano una palude nella quale i problemi non si risolvono, al contrario si bloccano. Questa è una commissione a termine che coinvolgerà non solo agli operatori, spesso vi è un distacco tra operatore ed utente, ma anche le persone che ce l'hanno fatta, proprio per dare loro modo di esprimersi al meglio attraverso l'intermediazione delle regioni. Se queste persone non potranno risolvere i problemi, quanto meno potranno dare una mano al fine di ridurli.
Un'altra cosa che abbiamo intenzione di fare, sempre attraverso le regioni, è l'introduzione di un numero verde. Oggi si parla tanto di numeri verdi che qualche volta fanno da supporto alle famiglie e alle persone che su questo problema vogliono saperne di più. Spesso l'alcolista, soprattutto nei piccoli paesi dove viene riconosciuto, si vergogna di rivolgersi ai servizi per non essere etichettato come tale, per non rischiare di perdere il proprio lavoro o per non subire un ulteriore emarginazione.
Un ultimo punto; certo, un ultimo punto non c'è mai, ci sarebbe sempre tanto da aggiungere ma io devo limitarmi a rispondere all'onorevole interrogante che cortesemente ha proposto un problema, ed al quale devo dare una risposta senza fare una conferenza. È nostra intenzione, in accordo con l'Istituto superiore di sanità ed in linea con alcune direttive europee, ridurre il livello minimo accettabile di alcolemia durante la guida, da 80 a 50 mg/dl (milligrammi al decilitro). Questo è un punto molto importante perché tutte le ricerche ci dicono che basta un minimo aumento per moltiplicare a dismisura il rischio, non solo di incidenti stradali che sono i primi ad essere presi in considerazione, ma anche di incidenti domestici, incidenti sul lavoro, incidenti ed aggressività


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nella vita quotidiana. Abbassando il tasso di alcolemia vogliamo cercare di ridurre i rischi.
In conclusione devo aggiungere che solamente attraverso un serio rapporto con le regioni, il ministero, assieme al Governo, può aiutare a risolvere almeno in parte questo gravissimo problema.
Noi non siamo così arroganti da proporre la soluzione del problema ma saremo moderatamente - come bisognerebbe fare con l'uso dell'alcol - orgogliosi se potremo ridurre i rischi dell'alcol stesso, facendo sì che l'alcol ritorni ad essere uno strumento di civiltà, di socializzazione moderato e - perché no - un prodotto delle nostre terre che ci fa essere orgogliosi del mondo perché i nostri prodotti alcolici sono tra i migliori del mondo. Bisogna quindi passare, invertendo la rotta, dalla sua considerazione come problema estremamente grave ad una risorsa.

PRESIDENTE. L'onorevole Delmastro Delle Vedove ha facoltà di replicare.

SANDRO DELMASTRO DELLE VEDOVE. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, ho preso atto con grande piacere della sua articolatissima risposta e quindi, senza esitazione, dichiaro la mia assoluta soddisfazione.
Credo che si impongano alcune cifre perché si riflette troppo poco sul fenomeno dell'alcolismo. Esso è la terza causa di morte nel nostro paese; ha prodotto negli ultimi 11 anni oltre 100 mila decessi in gran parte per cirrosi epatica; abbiamo avuto nello stesso periodo 40 mila morti da trauma per guida in stato di ebbrezza e per suicidi dovuti a depressione.
Secondo stime recenti, la metà degli omicidi viene commessa sotto l'effetto dell'alcol, così come una elevatissima percentuale di risse e violenze sessuali. La violenza fisica, nell'ambiente familiare, in una percentuale elevatissima, ha come causa scatenante l'abuso di bevande alcoliche. Anche a voler considerare il problema soltanto sotto il profilo cinico, l'etilismo è un fenomeno che provoca un danno per lo Stato di circa 20 mila miliardi l'anno.
Orbene, onorevole sottosegretario, spesso e volentieri non diamo l'importanza, che invece è giusto dare, a tale fenomeno. Sono ormai circa 10 giorni che le forze politiche, fuori e dentro questo Parlamento, si stanno scannando per una cleptoprestazione di natura, ovviamente, statistica del ministro del tesoro del precedente Governo che dovrebbe essere intorno ai 15 o 20 mila miliardi, secondo le stime più ottimistiche del vecchio Governo (ma le stime del nuovo Governo sono più pesanti). Tutto questo scandalo si fa per una somma che noi, ogni anno, in silenzio tiriamo fuori tranquillamente per i danni che provoca l'etilismo. Non si riesce a comprendere perché ci agitiamo tutti quanti quando c'è una differenza di entrate di 20 mila miliardi, mentre siamo assolutamente tranquilli e sereni quando, ogni anno, consapevolmente perdiamo 20 mila miliardi in termini strettamente economico-finanziari, ma con l'aggiunta molto più grave (perlomeno nel mondo politico non si tratta di una cosa normale) di morti, di stupri, di violenze, di incidenti sul lavoro e di incidenti sulle strade del nostro paese. Il fenomeno, pertanto, deve avere come primi referenti, consapevoli della sua rilevanza, i parlamentari che, invece, tendono a ridurne l'importanza ed a confinarlo nelle vicende residuali della politica, lasciandolo alla sensibilità particolare dei sottosegretari, come l'onorevole Guidi. Vi deve invece essere eguale sensibilità anche da parte di coloro che, sebbene dal punto di vista istituzionale abbiano una minor propensione a certi tipi di problemi, dovrebbero comunque capacitarsi dell'enorme rilevanza di un fenomeno del genere.
Sono confortato, onorevole sottosegretario, dall'afflato e dalla passione che ho sentito nelle sue parole (delle quali non dubitavo) e che spero riesca a trasmettere all'intero Governo e al ministro della sanità perché, dietro questo fenomeno ci sono valenze di natura finanziaria, ma soprattutto di natura umana e morale. C'è il disagio e c'è questo numero spaventoso di cinque milioni di potenziali alcolisti. Attenzione, però! È un po' come il morbo


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di Alzheimer, onorevole sottosegretario. Quando si parla di un alcolista come di un malato di Alzheimer, si parla perlomeno di due o tre congiunti che sono coinvolti spesso in modo più pesante rispetto al malato medesimo.
Registriamo cifre spaventose: qualcosa come 10 milioni di italiani che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti in una vicenda come quella dell'etilismo. Ecco perché la questione diventa un problema endemico, gravissimo e che deve coinvolgere la sensibilità, l'attenzione, nonché la volontà politica di tutte le forze presenti in questo Parlamento. Per questo motivo la ringrazio della risposta e mi permetterò di «tallonarla» sempre per avere un rendiconto su un argomento che ritengo centrale, così come altri, nella situazione di disagio della vita politica di questo paese.

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