Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 12 del 6/7/2001
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(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 688)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Anedda.

GIAN FRANCO ANEDDA, Relatore. Rinuncio alla replica, signor Presidente.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

FRANCO FRATTINI, Ministro per la funzione pubblica e il coordinamento dei servizi di informazione e sicurezza. Signor Presidente, colleghi, credo che questo mio intervento debba anzitutto sottolineare come la gratitudine del Governo per il lavoro che si è svolto in Commissione sotto la presidenza del collega e amico, onorevole Bruno, con l'onorevole Anedda, puntuale


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e attento relatore, sia un apprezzamento non di maniera. Lo voglio dire con chiarezza anche rivolgendomi ai colleghi dell'opposizione che hanno, in Commissione, contribuito in modo non marginale a migliorare il testo del provvedimento - uso il verbo migliorare non a caso - rispetto ad alcuni punti e ad alcuni spunti che sono emersi nella discussione in Commissione e che il relatore ed io stesso, come rappresentante del Governo, abbiamo ritenuto meritevoli di attenzione.
Una prima riflessione riguarda quindi il metodo di lavoro e non concerne - colleghi - solamente questa fase di esame di un provvedimento di iniziativa del Governo: credo, e spero, che si possa anzi estendere anche al successivo dibattito, alla successiva riflessione che condurremo in questa legislatura sulla riforma della pubblica amministrazione.
Colleghi dell'opposizione, tutti noi della Casa delle libertà - come è stato sinceramente ricordato - abbiamo concorso (come opposizione nel corso della passata legislatura) a costruire il percorso di riforma: non di rado abbiamo votato a favore di provvedimenti del Governo, talvolta ci siamo astenuti, ma abbiamo sempre contribuito senza far mancare al mio predecessore - il ministro Bassanini - un apporto costruttivo. L'abbiamo fatto, colleghi dell'opposizione, anche quando non condividevamo affatto le scelte del Governo: ci siamo seduti pazientemente intorno ad un tavolo, come era nostro dovere fare, per cercare di migliorare il testo. Qualche volta ci siamo riusciti, altre volte no. Ecco perché, come metodo di lavoro, spero ed auspico che si possa seguire quello del confronto costruttivo per migliorare il testo dei provvedimenti al nostro esame; non credo che possa essere inaugurato in questa legislatura, a partire da questo provvedimento e per gli altri che seguiranno, un muro contro muro.
In proposito ho apprezzato, anche questa mattina, alcuni interventi di colleghi che hanno voluto puntualmente sollevare in modo critico alcune riflessioni - su cui di seguito esporrò rapidamente alcune considerazioni - nella consapevolezza che il loro ruolo di opposizione non si può limitare ad affermare che ciò che è stato fatto quando erano al Governo era migliore e che, punto e basta, si deve rimanere fermi. Niente può rimanere fermo: il percorso di ammodernamento della macchina pubblica non si può arrestare. Apprezzo e stimo quindi, lo dico con franchezza, colleghi quali l'onorevole Boato e l'onorevole Sabattini, che hanno sollevato alcune critiche in modo pregevole e sulle quali brevemente mi soffermerò; apprezzo un po' meno - sono franco di nome e di fatto - colleghi che, al di là della moderazione delle parole e del linguaggio, o meglio del tono, hanno usato espressioni come «brutalità politica», «osservazioni futili e disarmanti», «mancanza di cultura istituzionale» riferite non al sottoscritto - che, per carità, dopo tanti anni di studio ha ancora moltissimo da imparare circa le istituzioni - ma alla dignità di un Governo che, per primo, ha ammesso la possibilità di un miglioramento, applicandosi su questo punto in Commissione.
Ancora meno ho apprezzato, con grande franchezza, una lunga ed inopportuna requisitoria nei confronti di un collega membro di questo Governo, il ministro Gasparri, che ha giurato nelle mani del Capo dello Stato ed è stato dal Capo dello Stato nominato ministro della Repubblica; ritengo dunque disdicevole che un collega dell'opposizione lo definisca in questa sede come un personaggio imbarazzante e che pone in imbarazzo gli altri colleghi di Governo. Io non ho alcun imbarazzo per il collega Maurizio Gasparri.
Veniamo però al merito: posso assicurare ai colleghi dell'opposizione e a quelli della maggioranza che l'obiettivo del Governo è quello di proseguire nel percorso di riforma che da molti anni a questa parte, al di là delle alternanze che si sono realizzate, si è messo in moto, qualche volta con fatica, però, con obiettivi di fondo che condividiamo: la snellezza della struttura del Governo; l'efficienza della pubblica amministrazione; il trasferimento, sempre più profondo, di funzioni


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ed attribuzioni agli organi istituzionali territoriali ed alla società civile, ai privati, le due dimensioni della sussidiarietà.
Come Governo, ovviamente, rivendichiamo, ma lealmente (i colleghi dell'opposizione lo hanno detto ed hanno riconosciuto la legittimità di questa rivendicazione) il diritto a non condividere, almeno in parte, il percorso adottato dai precedenti Governi, per conseguire gli obiettivi che noi condividiamo. Ecco, allora, la riflessione sul perché di questa scelta, sul perché incidere sull'accorpamento dei ministeri e sul perché farlo con un decreto-legge: credo sia dovere del Governo tornare su questo punto dinanzi all'Assemblea.
Per quanto riguarda il Ministero della sanità, che abbiamo voluto ridenominare il Ministero della salute, non occorre in questa fase ripercorrere il dibattito che si svolse nella scorsa legislatura. Fu un dibattito aspro, non solo tra noi e l'allora maggioranza, ma fu un dibattito sincero anche all'interno dell'allora maggioranza: tutti lo ricordiamo. Ebbene, io sono convinto - e lo è anche il Governo Berlusconi - che la salute dei cittadini costituisca un valore tanto grande e tanto importante da essere questione e funzione a cui non può presiedere solamente una serie di autorità istituzionali.
È vero ed è evidente che il percorso finora di decentramento e - spero domani - di devoluzione non si arresterà; non è certo il provvedimento in esame che lo arresta e non solo perché le competenze - come è stato detto - non vengono cambiate. Qual è il ruolo di un Ministero della salute in una stagione che va verso la devoluzione? È un ruolo di garante nei confronti di uno Stato-comunità (non sto qui a spiegare categorie giuridiche ben note a molti addetti ai lavori) che non è la sommatoria di regioni più Stato, ma è la comunità diffusa dei cittadini che rivendicano il diritto alla salute come un diritto di ciascuno. Non è un ministero di gestione: è chiaro che ciò sarebbe un errore, un tornare indietro. Non è un ministero che fermerà il processo di devoluzione, ma è un presidio di garanzia rispetto ad un interesse che diventa diritto e diventa un diritto soggettivo tanto forte perché garantito dalla Costituzione. Ecco lo spirito del Ministero della salute, che non è una sovrastruttura, non è il riaccentramento delle funzioni e non fermerà - lo ripeto ancora una volta - il trasferimento alle regioni.
Lo stesso discorso vale per il Ministero delle comunicazioni: l'ho già svolto in Commissione e non voglio dilungarmi più di tanto. Le comunicazioni, alcuni aspetti delle nuove tecnologie, l'informazione e la sua libertà ci sono parse questioni di tale rilevanza sotto il profilo dei diritti da sembrarci inopportuno diluirle in un sistema della produzione nazionale cui, inevitabilmente, avrebbe portato la fusione e l'accorpamento nell'ambito del Ministero delle attività produttive, un Ministero che ha un interesse pubblico e generale come quello di garantire e coordinare il sistema delle varie forme di produzione nazionale.
Ebbene, da questi sistemi ci è parsa più opportuna una scelta (ma è una scelta di merito che credo, colleghi, sia giudicabile come tale e cioè come scelta di merito diversa da quella che era stata compiuta) proprio per assicurare una maggiore funzionalità dell'articolazione dei ministeri, scorporando un ministero di presidio e di garanzia e non, ancora una volta, di gestione diretta.
Ricordo ai colleghi che abbiamo salvaguardato, con un vostro condivisibile emendamento presentato dal presidente Maccanico, il ruolo e la funzione dell'autorità di garanzia per le comunicazioni.
Lo abbiamo fatto non tanto perché fosse necessario (come voi sapete si tratta di norme tante volte superflue che ribadiscono quello che era già chiaro) ma proprio per venire incontro ad una preoccupazione che questo non fosse un ministero di spoliazione delle funzioni di autorità di regolazione di un settore rischiando di diventare, come noi non vogliamo, un ministero di gestione di diritti costituzionali come quello all'informazione e alla sua libertà.
Perché lo abbiamo fatto con decreto-legge? Colleghi, voi sapete perfettamente


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quante volte noi abbiamo chiesto in quest'aula, nella scorsa legislatura con emendamenti che l'allora maggioranza ha respinto, di prorogare i termini per l'esercizio della delega prevista dalla legge n. 59 del 1997. Sapete perfettamente quante volte abbiamo chiesto in quest'aula, alla fine della legislatura, di fermare o, quanto meno, di consentire una moratoria di inizio legislatura nel processo di accorpamento dei capitoli di bilancio e dei ruoli del personale che non è - come il collega Bressa ha detto - un'attività che si definirà alla fine di quest'anno solare. Saremmo degli irresponsabili se pensassimo che quel processo di accorpamento di capitoli di bilancio avrebbe potuto attendere, in una sorta di binario morto, l'esito di un disegno di legge.
Colleghi, lo sapete, molti di voi hanno avuto responsabilità di Governo. Dal primo giorno di questa nuova legislatura i tavoli tecnici nei ministeri sono già al lavoro. Se non si realizzasse, infatti, entro il 15 luglio con la presentazione del documento di programmazione economico-finanziaria una regia di capitoli di bilancio unificati nei ministeri, il percorso voluto dal decreto legislativo n. 300 entro il 31 dicembre non si realizzerebbe. Se nel documento di programmazione economico-finanziaria che vareremo tra qualche giorno non ci saranno già le fotografie dei capitoli e dei ruoli del personale accorpati, quel disegno organizzativo, che noi solamente per questi aspetti non abbiamo condiviso in modo netto, non si potrebbe realizzare.
Come potete pensare, come può pensare qualcuno dei colleghi intervenuti che noi, senza bloccare davvero in corsa questa macchina che, con una moltitudine di decreti attuativi, voi stessi avevate fatto partire a grandissima velocità negli ultimi giorni della scorsa legislatura, avremmo potuto fermare quei decreti del Presidente della Repubblica, alcuni già in vigore, quei decreti di riordino organizzativi pubblicati in Gazzetta Ufficiale senza attirarci accuse, nella migliore delle ipotesi, di un'omissione politica di atti organizzativi del Governo? Abbiamo dovuto scegliere tra autoimpedirci di criticare, anche profondamente, questi aspetti e non provvedere e, dunque, non farlo mai più. Provvedere, infatti, con un disegno di legge ed attendere la sua trasformazione in legge avrebbe fatto definire quelle procedure di accorpamento organizzativo che si sarebbero dovute, poi, disaggregare con una evidente non funzionalità, proprio a scapito della pubblica amministrazione, un processo di «avanti e indietro» che abbiamo voluto evitare.
Ecco le ragioni del decreto-legge ed ecco perché - ho precisato in Commissione e confermo in quest'aula - per ogni altra riflessione sulla struttura del Governo delineata dal decreto legislativo n. 300, laddove cioè non vi sia quell'urgenza di impedire che il processo aggregativo diventi sostanzialmente o, almeno amministrativamente, difficilmente reversibile, riserviamo eventuali ulteriori modifiche ad una fase di esame di un disegno di legge, aperta a tutti contributi di questo Parlamento.
Ed ecco perché emendamenti, che possono essere condivisi in astratto, hanno avuto, dal Governo e dal relatore, parere contrario in Commissione e lo avranno anche in quest'aula. Ecco la differenza tra un livello di urgenza e un livello di riflessione di merito non urgente che, fra poco, riproporremo a questo Parlamento.
Vorrei svolgere ancora qualche riflessione su quello che voi, colleghi dell'opposizione, avete chiamato - in una legittima, assolutamente legittima, critica politica - il ruolo centrale e dirigista che questo Governo avrebbe assunto.
Credo, e mi ripeto, che l'esecutivo abbia il diritto politico di scegliere come organizzare le pubbliche amministrazioni ed abbia il diritto di farlo, così come noi - colleghi, lo dico senza polemica, ma lo debbo dire - abbiamo imparato nella scorsa legislatura, assistendo a decine e decine di atti delegati, a decine e decine di decreti legislativi adottati su delega chiesta ed ottenuta dalla maggioranza che, allora, governava ed hanno avuto in Commissione qualche volta un miglioramento, ma molte altre volte semplicemente il timbro di una


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maggioranza, essendo, come è noto, le Commissioni solamente consultive in materia di decreti delegati.
Allora noi non dicemmo che quella era l'azione dirigista di un Governo che voleva centralizzare la manovra di riordino agendo con 74 decreti delegati, talvolta non accogliendo neanche una delle proposte modificative dell'opposizione: non lo dicemmo; criticammo sì lo strumento del decreto delegato, ma lo facemmo proprio lamentando quella pretermissione del ruolo del Parlamento che, oggi, voi rimproverate a noi, quando viene esaminato un decreto-legge senza limiti di contingentamento della discussione.
Credo, se posso permettermi, che il Parlamento in questo primo atto abbia e possa avere uno spazio di riflessione e di modifica molto maggiore di quello che a noi fu riconosciuto per decine e decine di atti di grandissimo rilievo nell'organizzazione del Governo.
Da ultimo, vorrei svolgere una riflessione sull'articolo 13 e sulle altre modifiche che l'esecutivo ha accolto e, come ho sostenuto in Commissione, sulle altre che il Governo si prepara ad accogliere, accettando i riferimenti formulati dall'opposizione. Noi abbiamo accolto modifiche importanti e lo abbiamo fatto perché ne eravamo convinti: discutendo insieme a voi e, in particolare, al collega Sabattini ci siamo resi conto che garantire una sorta di diritto alle comunità e agli enti istituzionali territoriali ad interloquire sulle richieste di distacco e di fuori ruolo era giusto, necessario, probabilmente indispensabile già alla luce di un decreto legislativo emanato nella scorsa legislatura e che, forse, per una svista nella legislatura terminata pochi mesi fa, fu adottato e pubblicato, senza che questo problema fosse stato mai posto.
È stato posto ora: giusto, non attestiamoci sugli errori del passato - errori vostri ed anche nostri - per continuare a perseverare nell'errore; ce ne siamo accorti e lo condividiamo.
Abbiamo capito che l'Agenzia per le comunicazioni avrebbe comportato dei rischi: ho sostenuto in mille altre sedi, quindi non sono sospetto, che a me le agenzie, quando appesantiscono le strutture ministeriali, piacciono poco. Il ministro Gasparri ha capito che questa era una struttura, probabilmente, destinata a determinare degli appesantimenti e ha condiviso la vostra richiesta di soppressione.
Sull'articolo 13 mi sembra che ci siamo, in parte, capiti sulle reciproche intenzioni: non era nostra intenzione prevaricare gli organi di autogoverno delle magistrature e lo abbiamo scritto.
Non era nostra intenzione toccare il principio costituzionale dell'inamovibilità (non vedo come avremmo potuto fare) e abbiamo, però, previsto il richiamo al consenso dell'interessato. Ci siamo resi conto - e ipotizzo un percorso di riflessione da qui a lunedì - che qualche preoccupazione da voi sollevata, circa il richiamo alle ragioni straordinarie oltre che motivate, possa essere per noi un riferimento importante, al fine di riflettere se, ad esempio, quella straordinarietà delle ragioni del diniego non possa sembrare una straordinarietà eccessivamente limitativa dei poteri dell'organo di autogoverno che - lo ripeto - vengono pacificamente ribaditi. Sono pronto a riflettere, in queste ore, anche su questo, e lo sto facendo!
Da ultimo, una questione di metodo (ho iniziato con una questione di metodo e intendo chiudere il mio intervento con questa). Da qui in poi il Governo richiama se stesso alla necessità di garantire all'opposizione - lo ha detto il Presidente Berlusconi nel suo discorso programmatico - un confronto a tutto campo sul percorso di riforma; questo percorso non si può fermare! Vi sono alcuni obiettivi di fondo che la sinistra e la Casa delle libertà possono trovarsi a condividere, in quanto - colleghi - questa non è una riforma di questa o quella maggioranza, è una riforma che o serve al paese o è bene rinunciarvi; deve servire a tutti!
Noi, oggi, abbiamo il dovere di governare e, dunque, di presentare proposte su questi temi. Spero che l'opposizione vorrà collaborare, attraverso una funzione di critica ma anche di controproposta, con una funzione che abbandoni per sempre


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quei toni - che stamattina ho ascoltato solo da parte di pochi colleghi - con i quali si evidenzia la tentazione di fare a noi, che abbiamo il legittimo dovere di governare, piccole lezioni sulla cultura di governo. Siamo pronti a qualunque contributo, anche autocritico, ma non a lezioni sulla cultura istituzionale (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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